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23/08/19

Il nuovo ambientalismo: meno cambiamenti climatici, più controllo delle masse

 Un articolo del Daily Signal analizza il nuovo ambientalismo - proveniente dagli USA - alla luce delle dichiarazioni e degli strumenti di coloro che lo propongono. L’analisi costi-benefici è impietosa: a fronte di effetti ambientali insignificanti, le “ricette” proposte avrebbero costi economici stratosferici. Il nuovo ambientalismo non serve a tutelare l’ambiente, serve a dare una giustificazione alle élite per imporre ricette economiche che altrimenti nessuno accetterebbe.

 

 

Di Nicolas Loris e Kevin Dayaratna, 20 agosto 2019

 

 

Se qualcuno vi chiedesse di descrivere il Green New Deal (Nuovo Patto Verde, NdVdE), che cosa direste?

 

Secondo il senatore Bernie Sanders, è una "idea coraggiosa” che “creerebbe milioni di posti di lavoro ben pagati” e aiuterebbe a “ricostruire le comunità dell’America rurale che sono state distrutte”.

 

Ah, ma voi pensavate che il Green New Deal servisse a combattere i cambiamenti climatici? Be’, ripensateci.

 

In realtà si tratta di un cavallo di Troia dipinto di verde, progettato per aumentare il controllo del governo sull’economia.

 

Chiedete pure a Saikat Chakrabarti, capo dello staff di Alexandra Ocasio-Cortez, che ne è l’autrice: “La cosa interessante riguardo al Green New Deal è che in origine non riguardava affatto il clima” ha detto Chakrabarti. “In realtà noi lo intendiamo come un modo per cambiare l’intera economia”.

 

Ma in che misura il Green New Deal cambierebbe l’economia? In parole povere, la metterebbe in ginocchio.

 

Lo sappiamo, perché quando abbiamo tentato di usare il Modello Energetico Nazionale dell’Energy Information Administration per valutare in che modo il piano avrebbe influenzato l’economia, il modello è andato in crash.

 

Il Green New Deal è generoso in quanto a visione, ma avaro di dettagli. Per esempio, richiede di ridurre le emissioni di gas serra del 60% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2030, mentre l’obiettivo finale è di raggiungere emissioni nette nulle entro il 2050. Ma non dice come fare.

 

Una cosa è chiara: per raggiungere questi obiettivi, Washington dovrebbe imporre a tutti gli americani di ridurre il loro consumo energetico e/o rivolgersi a fonti di energia “verde” – e in fretta. E l’unica maniera di farlo è imporre tasse e regole coercitive.

 

Per valutare gli effetti economici di uno schema del genere, abbiamo iniziato guardando alla carbon tax – la raccomandazione più popolare tra coloro che chiedono al governo di rinunciare ai combustibili fossili.

 

Utilizzando il modello della Energy Information Administration, abbiamo fatto qualche prova per vedere quanto dovrebbe essere alta questa tassa per raggiungere gli obiettivi del Green New Deal. Abbiamo fatto impennare la tassa fino a 300 dollari per tonnellata, cosa che ha fatto diminuire le emissione del 58% rispetto ai livelli del 2010 – ma solo nel 2050.

 

Questo risultato è ancora molto distante dagli obiettivi del Deal, ma quando abbiamo tentato di spingere la tassa a valori ancora più alti, il modello è andato in crash. Chiaramente, gli obiettivi di emissioni del Green New Deal non sono realistici. Ma il pericolo che pongono all’economia è fin troppo reale.

 

Prima che il modello andasse in crash, abbiamo scoperto che una carbon tax di 300 dollari a tonnellata e le leggi relative costerebbero ad ogni famiglia di quattro persone quasi 8.000 dollari all’anno tra mancati redditi e maggiori costi energetici, maggiori prezzi al consumo e salari minori. Il costo totale a 20 anni è di 165.000 dollari.

 

Durante gli stessi 20 anni, la tassa farebbe sparire in media 1,1 milioni di posti di lavoro all’anno e farebbe diminuire il PIL di un totale di più di 15.000 miliardi.

 

Sembra un prezzo molto caro per raggiungere a mala pena la metà dell’obiettivo di emissioni-zero. Ne vale la pena? Dopo tutto, coloro che propongono l’eliminazione dei combustibili convenzionali sostengono che il costo del cambiamento climatico è molto superiore al costo delle politiche riguardanti il clima.

 

Tuttavia, in termini di “assicurazioni climatiche”, l’eliminazione delle emissioni di gas serra non porta molto lontano.

 

Per vedere se questo è vero, ci siamo rivolti a un altro strumento: il Modello per la Valutazione dei Cambiamenti Climatici Indotti dai Gas Serra. Sviluppato presso il Centro Nazionale per la Ricerca Atmosferica, questo modello valuta quanto gli aumenti e le diminuzioni negli andamenti dei gas serra influenzeranno le temperature globali e i livelli dei mari.

 

Se facciamo funzionare questo modello, troviamo che rifondare completamente l’economia americana – come prevede il Green New Deal – ridurrebbe il riscaldamento globale di circa 0,2 gradi Celsius nell’anno 2100. La riduzione nell’innalzamento dei mari sarebbe minore di due centimetri.

 

In altre parole, il Green New Deal offre minimi vantaggi climatici a fronte di costi incredibilmente alti.

 

Chakrabarti ha ragione. Il Green New Deal non riguarda i cambiamenti climatici proprio per niente. E certamente cambierebbe l’economia – in peggio.

 

 

22/08/19

WSJ - Un "pass Matteo" per l'Italia

Sul Wall Street Journal un'analisi pacata e lucida della situazione italiana giunge alla conclusione che la soluzione preferibile sia consentire agli elettori di esprimersi su Matteo Salvini, il vincitore più probabile di nuove elezioni. Un'Italia scontenta e priva delle riforme di cui ha bisogno rappresenta una minaccia peggiore per la stabilità europea di un possibile governo Salvini. 


 

 

 

 

Della redazione, 20 agosto 2019

 

 

Il governo di coalizione italiano è caduto martedì, e va bene così.

La difficoltosa intesa tra la Lega, di destra, e il Movimento Cinque Stelle, orientato a sinistra, ha funzionato a fatica per la maggior parte dei suoi 14 mesi al potere e se nuove elezioni aprono la strada a qualcuno che si possa proporre per tenere la barra più saldamente - e autonomamente - , è molto meglio.
In caso di elezioni, il vincitore più probabile sarebbe il leader della Lega, Matteo Salvini. Il sostegno alla Lega è salito a quasi il 40% secondo la maggior parte dei sondaggi d'opinione, dal 18% che il partito ha ottenuto alle elezioni dell'anno scorso. Ciò è in parte dovuto alla linea dura del partito sull'immigrazione, una questione sulla quale Salvini ha assunto un ruolo guida come ministro dell'Interno nell'attuale governo.

Ma anche il suo orientamento in campo economico ha avuto un ruolo nella sua ascesa politica. La Lega si è guadagnata la reputazione di partito pro-business e Salvini propone un taglio delle aliquote fiscali sulle società come elemento centrale del suo piano per rilanciare l'economia italiana.


Questa mossa fiscale è alla radice delle recenti lotte di Roma contro l'Unione Europea. I ragionieri di Bruxelles si aggrappano a previsioni economiche largamente inventate per opporsi alla volontà di Salvini di sperimentare la riforma fiscale. I partner della coalizione di Salvini hanno peggiorato le cose con le grandiose promesse dei Cinque Stelle di espandere la spesa sociale, una sconsideratezza che l'UE dovrebbe scoraggiare.
Questi contrasti creano un'incertezza che non piace ai mercati. I timori di una uscita dell'Italia  dall'eurozona o dalla UE sembrano esagerati, finché gli Italiani appoggiano l'appartenenza all'eurozona e si fidano dell'UE più di quanto si fidino del loro governo nazionale, secondo un recente sondaggio Eurobarometro.
La principale minaccia per la stabilità politica e per l'UE ora è che Bruxelles faccia cambiare idea agli italiani, contrastando gli sforzi di riforma di Salvini.


Salvini ha di fronte a sé una strada abbastanza dura per diventare presidente del Consiglio. Le dimissioni, martedì, del presidente del Consiglio di facciata Giuseppe Conte aprono un periodo di lotte, con i Cinque Stelle che cercano di salvarsi alleandosi con qualche altro partito. Ma se il tentativo fallisce, gli elettori avranno un'altra possibilità di scommettere su Salvini.


È una scommessa che Bruxelles dovrebbe consentire loro di fare, a prescindere da quanto prescrivono le regole dell'UE. Un'Italia non riformata e scontenta non rappresenta in misura minore una minaccia per la stabilità politica ed economica europea rispetto a un'Italia che Salvini sta cercando di rilanciare con un taglio di tasse e alcune riforme politiche. Chiamiamolo un "Matteo pass", una mossa a lungo termine per vincere la partita.


I mandarini di Bruxelles devono lasciare agli italiani lo spazio necessario per verificare se sia questo quello che sceglieranno gli elettori.


27/02/19

L'articolo farlocco che ha distrutto i diritti dei lavoratori


  1. In questo articolo l'economista Servaas Storm, dell'Università di Delft, in Olanda, passa al vaglio e fa a pezzi uno dei molti studi scientifici - ritenuti di alto livello - che sostengono che le leggi che proteggono i lavoratori regolamentando il mercato del lavoro in realtà danneggerebbero l'economia e i lavoratori stessi. Studi come questo, pieni di falle eppure alacremente "macinati nel mulino neoliberale", portano poi a raccomandazioni al sistema politico sulla massima deregolamentazione del mercato del lavoro, naturalmente per il bene dei poveri. Non sorprenderà che l'autore riveli un mondo di pubblicazioni economiche basate su pregiudizi ideologici scarsamente o per nulla suffragati dai dati. Ma pomposamente lodati, pubblicati e utilizzati per indirizzare strategie politiche disastrose per i lavoratori, nel mondo in via di sviluppo e non solo.    


 

 

 

di Servaas Storm, 6 febbraio 2019

Traduzione di Andrea Wollisch

 

Per anni, i governi in India e in buona parte del mondo in via di sviluppo hanno seguito i consigli di un articolo nel quale si sostiene che le regolamentazioni del mercato del lavoro in realtà danneggino i lavoratori stessi. Il problema? La ricerca era piena di falle.

 

“Le leggi create per aiutare i lavoratori spesso li danneggiano”.



Si sostiene spesso che forti protezioni del lavoro per i lavoratori non qualificati rappresenterebbero “lussi che i paesi in via di sviluppo non possono permettersi”. L’idea è che le leggi che regolano i salari e le condizioni di lavoro o che facilitano la contrattazione collettiva debbano far aumentare il costo del lavoro e i prezzi, e quindi portare danno ai profitti delle imprese e agli investimenti; facendo questo, si distruggono gli stessi posti di lavoro che si intendeva proteggere.

 

“…le leggi create per aiutare i lavoratori spesso li danneggiano” sono le parole con cui la Banca Mondiale (2008, p.8) riassume il concetto.

 

Questo particolare effetto perverso è stato invocato numerose volte nel dibattito indiano sull’impatto della regolamentazione del mercato del lavoro sulla performance registrata dall’industria che ha imperversato per decenni (Bhattacharjea 2006; Srivastava 2016; Storm and Capaldo 2018; Karak and Basu 2019). Per giustificare le politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro, i governi indiani che si sono succeduti, di vari colori politici, hanno sostenuto che l’arcaica e restrittiva regolamentazione del lavoro in India nell’industria ufficiale danneggia la performance industriale – le recenti riforme contro i lavoratori intraprese dal governo di Narendra Mody guidato dal Bharatiya Janata Party (BJP) sono solo le ultime manifestazioni di quello che è stata la politica standard da almeno la metà degli anni ’80.

 

Presumibilmente, nessuno studio è stato più utile nel propagare in India il concetto che una legislazione del lavoro a favore dei lavoratori finisca per colpire i lavoratori stessi dell’articolo pubblicato nel 2004 sul Quarterly Journal of Economics da Timothy Besley e Robin Burgess; gli autori, basandosi su risultati econometrici, concludono che “una regolamentazione del lavoro a favore dei lavoratori si è tradotta in minor produzione, minor occupazione, meno investimenti, e in un abbassamento della produttività nel settore dell’industria registrata. È cresciuta la produzione nel settore sommerso.” (Besley and Burgess 2004, p. 92-93). Il loro articolo è stato quindi macinato nel mulino neoliberale ed è stato usato dal governo indiano nel suo Economic Survey 2006 per giustificare la deregolamentazione del mercato del lavoro. Lo studio è stato citato con favore nel World Development Report 2005, e la misurazione de jure della regolamentazione del mercato del lavoro sviluppata da Besley e Burgess è stata ampiamente utilizzata nelle ricerche successive.

 

Che cosa hanno trovato Besley e Burgess?


 

L'articolo di Besley e Burgess (2004) si basa sulle relazioni tra le performance dell’industria ufficiale indiana e la regolamentazione del mercato del lavoro nei diversi stati, per valutare gli impatti di quest’ultima su produzione, occupazione, investimenti e produttività. Per misurare il grado di regolamentazione del mercato del lavoro, gli autori hanno creato un nuovo indicatore di regolamentazione (che io chiamo BB-index) basato su variazioni a livello statale nella direzione degli emendamenti che i diversi stati indiani hanno portato all'Industries Disputes Act (IDA) del 1947.

 

I due autori hanno classificato le modifiche alla legge come “pro-lavoratori”, “neutre”, o “pro-imprenditori,” assegnando un punteggio relativo rispettivamente di +1, 0 e -1. I punteggi relativi a ogni stato sono sommati nel tempo per ottenere una “misurazione normativa” per ogni stato in ciascun anno. Usando due differenti set di dati - uno basato sui dati della produzione industriale aggregata per 16 stati (1958-1992) e uno che usa dati a tre cifre sul livello delle industrie per gli stessi stati (1980-1997). Così Besley e Burgess stimano l’impatto della regolamentazione del lavoro sulla performance dell’industria: quello che trovano è che la regolamentazione pro-lavoratore è sistematicamente associata a minore produzione, minore occupazione, minore produttività e minori investimenti nel settore dell’industria formale; mentre le leggi sul lavoro vantaggiose del lavoratore non avrebbero modificato significativamente i guadagni per il dipendente.

 

Besley e Burgess sostengono che le loro scoperte sono molto significative dal punto di vista economico. Per esempio affermano che la produzione industriale in Andhra Pradesh sarebbe stata solo il 72% del suo vero livello nel 1990, generando 199.000 posti di lavoro in meno, senza le riforme pro-imprenditori sottoscritte da questo stato. Il loro secondo controfattuale riguarda il Bengala occidentale, dove le loro stime indicano che, senza le riforme pro-lavoratori, la produzione industriale sarebbe stata del 24% superiore rispetto al suo livello nel 1990 e che l’occupazione sarebbe stata più alta di 180.000 posti di lavoro.

 

Persuasi dai loro risultati, Besley e Burgess (2004, p.124) concludono che è “evidente che molto del ragionamento alla base della regolamentazione del lavoro era sbagliato e ha condotto a risultati che sono stati opposti rispetto ai loro obiettivi originari” e che “i tentativi di porre rimedio al bilanciamento di potere tra capitale e lavoro possono finire per danneggiare i poveri”. I due economisti dell’LSE concludono scrivendo che il “grido di battaglia a favore di una regolamentazione del mercato del lavoro è spesso che le politiche del mercato del lavoro pro-lavoratore pongono rimedio allo sfavorevole bilanciamento di potere tra capitale e lavoro, conducendo a un progressivo effetto di distribuzione del reddito. Noi non abbiamo trovato nessuna evidenza di questo - anzi gli effetti redistributivi sembra abbiano lavorato a svantaggio dei poveri.” Insomma, la retorica della reazione in pieno svolgimento.

 

Problemi concettuali non banali 


 

L'articolo di Besley e Burgess (2004) ha ricevuto critiche sostanziali (Bhattacharya 2006; D’Souza 2010; Roychoudhury 2014; Karak and Basu 2019). Un primo problema riguarda il BB-index. Besley e Burgess (2004, p.98) ammettono che la costruzione dell’indice richiede un certo numero di decisioni discrezionali, ma riportano con sicurezza di avere “trovato sorprendentemente pochi casi di incertezza”. Altri esperti non sono d’accordo, comunque, ed evidenziano diversi problemi, inclusa una classificazione palesemente inappropriata dei singoli emendamenti alla legge (basata su interpretazioni errate dei cambiamenti normativi e sbagliando la datazione degli stessi) e la codifica come +1 o -1 di cambiamenti non misurabili (Bhattacharjea 2006). Ma c’è di più, il BB-index si concentra esclusivamente sugli IDA ed ignora le altre leggi sul lavoro esistenti, l’impatto delle quali spesso supera quello degli IDA stessi.

 

Una seconda perplessità è che la maggior parte degli emendamenti pro-lavoratori sono stati realizzati durante gli anni ’80 - questo è riflesso dal fatto che 30 cambiamenti su 43 nel BB-index sono avvenuti in quel decennio. Ma, paradossalmente, gli anni ’80 sono stati un periodo di grande indebolimento del potere dei lavoratori e di un aumento dell’inosservanza delle leggi sul lavoro. Il potere in calo dei lavoratori sindacalizzati è reso evidente dal costante declino post-1980 della quota salari. Nel 1980, la quota salari sul valore aggiunto nel settore manifatturiero ufficiale dell’India era del 44%; successivamente nel 1992-93 la quota salari scese al 32%, per arrivare al 26% nel 1998-99 – uno sconcertante declino di 18 punti percentuali in meno di 20 anni (Jayadev and Narayan 2018). I salari sono aumentati molto più lentamente della produttività del lavoro, mentre il tasso di sindacalizzazione è sceso, la sicurezza sociale per i lavoratori protetti è stata ridimensionata e la disuguaglianza dei redditi è aumentata bruscamente (Srivastava 2016). Paradossalmente, la quota salari sul prodotto aggiunto dell’industria è diminuita maggiormente negli stati classificati come pro-lavoratori - del 19% durante il periodo 1980-81/1998-99. Parlare di un aumentato potere di contrattazione dei lavoratori sindacalizzati di fronte ad un declino senza precedenti della quota salari nell’industria ufficiale appare forzato.

 

Tutto questo suggerisce un altro limite del de jure BB-index: l’inosservanza delle regole sul lavoro è pervasiva e de facto il rispetto delle stesse è debole o assente (Chatterjee and Kanbur 2015; Srivastava 2016). Inoltre, i datori di lavoro nell’industria ufficiale in India hanno aggirato massicciamente le (vecchie e nuove) leggi sul lavoro, assumendo sempre più lavoratori a contratto (temporanei), i quali non sono inclusi in queste leggi (D’Souza 2010; Jayadev and Narayan 2018). La quota di lavoratori a contratto temporaneo sul totale degli occupati nell’industria ufficiale è aumentata da un livello trascurabile all’inizio degli anni ’70 a circa il 12% nella metà degli anni ’80 fino a quasi il 20% nel 1998-99 (Srivastava 2016). Tutto questo suggerisce un indebolimento secolare del potere di contrattazione dei lavoratori – che è avvenuto nonostante gli emendamenti agli IDA.

 

Serie perplessità econometriche


 

Le regressioni di Besley e Burgess sono state giustamente criticate per la distorsione dovuta a variabili omesse – e per il fatto che le loro variabili  “di controllo” non sono statisticamente significative e non controllano per niente. Besley e Burgess riportano che l’inclusione di trend di periodo specifici nei singoli  stati spazza via l’impatto negativo della regolamentazione del lavoro: il coefficiente del loro indice diventa statisticamente non significativo. Ma loro interpretano questo fatto come una prova che la loro misurazione della regolamentazione del mercato del lavoro è un fattore chiave di questi trend di periodo specifici negli stati. Questo ragionamento però puzza di bias di conferma; una conclusione più appropriata è che qualunque impatto delle leggi sul lavoro sulla manifattura è più che compensato da altri fattori.

 

Ho provato a replicare i risultati di Besley e Burgess sulla produzione del settore industriale ufficiale riportati nella loro tabella 3, usando i dati resi disponibili online da Economic Organisation and the Public Policy Programme (EOPP) dell’LSE (Besley and Burgess 2019). Curiosamente, il dataset online non permetteva di replicare i risultati, prima di tutto perché il numero di osservazioni era ben minore di quello riportato da Besley e Burgess. Quindi, ho creato un panel dataset alternativo usando i dati (per il periodo 1960-1992) da Besley e Burgess (2019) combinati con i dati di Karak e Basu (2019).

 

Con il mio dataset ho scoperto che l’impatto della regolamentazione del lavoro sulla produzione industriale è negativo nella regressione base, diventa positivo quando includo trend temporali specifici per ogni stato (in contrasto con quello che hanno trovato Besley e Burgess), ed è insignificante quando si escludono le osservazioni relative al Bengala Ovest o quando si restringe il periodo temporale al 1981-1992. Appare insomma che solo particolari specificazioni del modello possono portare a risultati simili a quelli ottenuti da Besley e Burgess.

 

Andare oltre le critiche esistenti: i risultati empirici contraddicono la teoria


 

In una sezione non sufficientemente sviluppata intitolata “considerazioni teoriche”, Besley e Burgess menzionano i meccanismi attraverso i quali la regolamentazione pro-lavoratori finirebbe per colpire la performance industriale. Primo, la regolamentazione pro-lavoratori si dice che aumenti il costo del lavoro per le imprese, che quindi sostituiranno lavoro con capitale. Secondo, si sostiene che un costo per unità di lavoro più alto renda i beni industriali più costosi e questo riduce la domanda e la produzione. E terzo, c’è il buon vecchio “effetto espropriazione”: una regolamentazione del lavoro pro-lavoratori permette agli stessi di appropriarsi di un quota maggiore del rendimento degli investimenti esistenti (già effettuati), scoraggiando così gli investimenti futuri. Gli investimenti saranno più bassi e quindi il capitale sociale sarà inferiore – riducendo la crescita della produzione e dell’occupazione. Besley e Burgess non mostrano alcuna consapevolezza del fatto che le tre “spiegazioni” siano vicendevolmente incoerenti: la sostituzione del lavoro con il capitale significherebbe un aumento dell’intensità di capitale, mentre secondo il terzo argomento la stessa dovrebbe diminuire. Non puoi farti una nuotata e contemporaneamente restare asciutto.

 

Usando i risultati stimati da Besley e Burgess, si può dimostrare che nessuna di queste tre spiegazioni regge. Secondo gli impatti stimati della regolamentazione pro-lavoratori, le imprese indiane hanno fatto l’esatto opposto di quello che sostengono Besley e Burgess: le imprese hanno ridotto l’intensità di capitale della produzione e aumentato l’intensità di lavoro! Le imprese hanno sostituito capitale con lavoro, piuttosto che il contrario. Riguardo la seconda spiegazione: mentre è vero che si è trovato che la regolamentazione pro-lavoratori ha aumentato il costo per unità di lavoro, l’impatto di questo sui prezzi dei prodotti industriali (e quindi sulla domanda e sulla produzione) è stato quasi trascurabile, perché il costo del lavoro rappresenta uno scarso 10% dei costi totali di produzione. Questo implica che un aumento del 10% dei costi del lavoro per unità di lavoro aumenta i prezzi dei manufatti solo dell’1%. Ed è fin troppo chiaro che la “storia dell’esproprio” è un mito, perché non si è trovato che la regolamentazione pro-lavoratori aumenti i salari e i supposti lavoratori “protetti” sono stati completamente inermi di fronte al forte incremento della quota profitti delle imprese. Come possono i lavoratori ottenere una quota maggiore dei profitti quando de facto l’applicazione delle leggi sul lavoro è debole o anche nulla – o dove le imprese aggirano la legge assumendo lavoratori temporanei? E perché mai le imprese, che si suppone siano spaventate dal potere espropriativo dei lavoratori protetti dalla legge, aumentano l’intensità di lavoro della produzione?

 

Infine, io dimostro che i risultati di Besley e Burgess (2004) non sono economicamente significativi, ma completamente irrealistici e mettono a dura prova la possibilità di crederci. Per capirci, usando le stime e la media del BB-index cumulato di Besley e Burgess, ne segue che se il Bengala occidentale non avesse adottato nessuna riforma pro-lavoratori, la sua produzione industriale ufficiale sarebbe stata superiore del 1.000% al suo livello reale nel 1990! In altre parole, il Bengala sarebbe potuto diventare la prossima tigre asiatica se non fosse stato per quegli emendamenti dell’IDA pro-lavoratori, i quali non solo hanno limitato gli investimenti, ma in realtà hanno asfissiato l’industria. Non ha veramente senso.

 

Un caso di "utile economista"


 

Quindi questo articolo di Besley e Burgess (2004) è compromesso da errori fatali di omissione e ossequio agli ordini. La ricerca, realizzata da due utili economisti, mostra un ingiustificato empirismo nel quale i pregiudizi calpestano le prove. La ricerca non riesce a essere utile da nessun punto di vista riguardo a suggerimenti di politiche pubbliche “basate sulle prove”. Ma quello che voglio sottolineare in particolare è che questa ricerca di alto profilo non è certo l’unica che fallisce la prova della ripetizione dei risultati e/o che si disintegra a un più attento esame. Il problema in economia è endemico, benché così spesso si proclami di fare ricerca sociale “libera da pregiudizi ideologici” e di provvedere a consigli di politiche pubbliche “basati sulle prove”.

 

Permettetemi di fare qualche esempio. L'articolo del QJE di Botero et al. (2004) che mostra impatti negativi delle leggi sul lavoro sulla performance economica, sono stati sbugiardati da Kanbur e Ronconi (2016) che dimostrano che l’impatto diventa statisticamente non significativo dopo avere controllato con l'aiuto del buon senso il punto “applicazione delle leggi”. Similmente, attente repliche delle analisi da parte di Howell, Baker, Glyn e Schmitt (2007), Baccaro e Rei (2007), e Vergeer e Kleinknecht (2012) congiuntamente sbugiardano una dozzina di studi econometrici di alto profilo, pubblicati su riviste soggette alla peer-review (rilettura da parte di altri accademici e ricercatori prima della pubblicazione, ndt), i quali riportavano tutti impatti negativi della regolamentazione pro-lavoratori sulla disoccupazione nelle economie appartenenti all'OECD, incluse ricerche pubblicate su The Economic Journal. I risultati pubblicati sono stati trovati essere robustamente non robusti, con i segni (+/-) dell'impatto capovolti e la loro significatività statistica invalidata in seguito a piccole modifiche nelle procedure di stima.

 

La sostanziale inconsistenza dell’approccio e dei risultati di questo filone di ricerca è in netto contrasto con le sue più che ampie, e socialmente costose, raccomandazioni verso politiche pubbliche volte ad abolire la regolamentazione del mercato del lavoro con norme a vantaggio dei lavoratori. Il fatto che tutte queste ricerche siano passate attraverso il processo di peer review suggerisce che questo processo soffra di una distorsione che spinge alla conferma, ovvero definire “eccellenza scientifica” qualsiasi cosa che sia il più vicina possibile alle loro convinzioni e ai loro metodi accademici (D’Ippoliti 2018). Ma quello che è peggio, allontanandosi dalle pratiche scientifiche corrette, le riviste più importanti generalmente non ritengono necessario pubblicare gli studi che dimostrano il fallimento dei tentativi di replicare i risultati come correttivo alle ricerche pubblicate. I pregiudizi continuano a dominare rispetto ai risultati e alle solide pratiche di ricerca. Dobbiamo chiederci, come scrivono Thomas Ferguson e Robert Johnson (2018), “se non ci sia qualcosa di radicalmente sbagliato nella struttura della disciplina stessa, che ha condotto al mantenimento di un sistema di convinzioni ristretto attraverso l’imposizione di regole di ortodossia e l’erezione di barriere contro argomenti migliori e prove contrarie.”

 

Permettetemi di concludere ribadendo quello che vorrei che il lettore portasse a casa da questo articolo: che l’economia deve esercitare la massima cautela e umiltà nel costruire e interpretare evidenze empiriche e nell’usarle per sostenere suggerimenti di politiche pubbliche. Come l’esempio di Besley e Burgess (2004) chiarisce, il danno economico e sociale causato da suggerimenti di politica del tutto sbagliati per milioni di lavoratori dell’industria può essere sostanziale. Non sono a conoscenza di nessuna prova credibile che suggerisca che la regolamentazione del lavoro con norme che proteggono i lavoratori sistematicamente finisca per colpire gli stessi e che potrebbe giustificare le ondate di deregolamentazione del mercato del lavoro che si abbattono ovunque per il mondo (Storm and Capaldo 2018). Questo mi porta a chiudere il cerchio con Beatrice e Sidney Webb, i fondatori della London School of Economics and Political Science, dove Besley e Burgess lavorano, i quali hanno sostenuto esattamente la visione opposta, dicendo che “ciò che è più urgentemente necessario… è un’estensione del forte braccio della legge a protezione dei lavoratori oppressi nelle difficili trattative” (Webb and Webb 1902, p. xvii). I Webb hanno sostenuto i salari minimi, il determinare un limite massimo delle ore lavorative, e un consistente aumento del potere dei lavoratori di contrapporsi per metter fine al parassitismo dei datori di lavoro, e spingendo per portare la “democrazia” nell’industria attraverso i sindacati e la contrattazione collettiva.  E questo è tutto, sul progresso dell' economia.

 

Bibliografia


 

Baccaro, L. and D. Rei. 2007. ‘Institutional determinants of unemployment in OECD countries: does the deregulatory view hold water?’ International Organization 61 (3): 527-569.

 

Besley, T. and R. Burgess. 2004. ‘Can labor regulation hinder economic performance? Evidence from India.’ Quarterly Journal of Economics 119 (1): 91-134.

 

Besley, T. and R. Burgess. 2019. Economic Organisation and Public Policy Programme (EOPP) Indian States Datahttp://www.lse.ac.uk/economics/people/personal/eopp-indian-states-data

 

Bhattacharjea, A. 2006. ‘Labor market regulation and industrial performance in India. A critical review of the empirical evidence.’ The Indian Journal of Labor Economics 49 (2): 211-232.

 

Botero, J., S. Djankov, R. La Porta, F. Lopez-de-Silanes and A. Shleifer. 2004. ‘The regulation of labor.’ Quarterly Journal of Economics 119: 1339-1382.

 

Chatterjee, U. and R. Kanbur. 2015. ‘Non‐compliance with India’s Factories Act: Magnitude and

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D’Ippoliti, C. 2018. ‘‘Many-citedness’: citations measure more than just scientific impact.’ INET Working Paper No. 57. New York: Institute for New Economic Thinking. https://www.ineteconomics.org/uploads/papers/WP_57-DIppoliti-revised.pdf

 

D’Souza, E. 2010. ‘The employment effects of labor legislation in India: a critical essay.’ Industrial Relations Journal 41 (2): 122–35.

 

Ferguson, T. and R. Johnson. 2018. Research Evaluation in Economic Theory and Policy: Identifying and Overcoming Institutional Dysfunctions. Policy Brief to the G20 Argentina. Discutibile su: https://www.g20-insights.org/policy_briefs/research-evaluation-in-economic-theory-and-policy-identifying-and-overcoming-institutional-dysfunctions/

 

Howell, D., D. Baker, A. Glyn and J. Schmitt. 2007. ‘Are protective labor market Institutions at the root of unemployment? A critical review of the evidence.’ Capitalism and Society 2 (1): 1-73.

 

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Jayadev, A. and A. Narayan. 2018. ‘The evolution of India’s industrial labor share and its correlates.’ CSE Working Paper 2018-4. Azim Premji University: Centre for Sustainable Employment.

 

Kanbur, R. and L. Ronconi. 2016. ‘Enforcement matters: the effective regulation of labor.’ CEPR Discussion Paper No. 11098. Disponibile su: https://cepr.org/active/publications/ discussion_papers/dp.php?dpno=11098

 

Karak, A. and D. Basu. 2019. ‘Profitability or industrial relations: what explains manufacturing performance across Indian states?’ Development and Change, forthcoming.

 

Roychowdhury. 2014. ‘The labor market flexibility debate in India: Re‐examining the case for signing voluntary contracts.’ International Labor Review 153 (3): 473-487.

 

Storm, S. and J. Capaldo. 2018. ‘Labor institutions and development under globalization.’ INET Working Paper No. 76. New York: Institute for New Economic Thinking. https://www.ineteconomics.org/uploads/papers/WP_76-Storm-and-Capaldo-Final.pdf

 

Vergeer, R. and A. Kleinknecht. 2012. ‘Do flexible labor markets indeed reduce unemployment? A robustness check. Review of Social Economy 70 (4): 1-17.

 

Webb, S. and B. Webb. 1902. Problems of Modern Industry. New York, NY: New World

 

World Bank. 2005. World Development Report 2005: A Better Investment Climate for Everyone. Washington, DC: World Bank.

 

World Bank. 2008. Doing Business: An Independent Evaluation Report. Washington, DC: World Bank.

 

 

Servaas Storm è un economista e saggista olandese (Università di Delft); lavora nel campo della macroeconomia, del progresso tecnologico, della distribuzione del reddito & crescita economica, finanza, sviluppo e riforme strutturali e cambiamento climatico.

30/04/18

Le (sorprendentemente buone) conseguenze della Brexit

Ebbene, sì: l'avevamo detto. Che le conseguenze della Brexit non sarebbero sicuramente state quelle paventate dal coro interessato di prefiche della élite finanziaria e della stampa mainstream ce lo eravamo detto tante volte, pubblicando le traduzioni dei pochi (ma buoni) che ancora osano ragionare con la propria testa (scrivete "Brexit" nella casella del nostro motore di ricerca, gli articoli sono troppi per cercare di linkarli). Le conferme, del resto, sono fioccate subito: e oggi, a due anni dal referendum, lo si può vedere ancora più chiaramente in questa sintesi della situazione pubblicata su Investment U. Qualcuno dovrebbe dire "Mi ero sbagliato". E un dubbio è lecito: che ne sarà delle oscure profezie sull'uscita dell'Italia dall'euro? Saranno altrettanto (in)credibili?

 

 

 

di Alexander Green, 20 aprile 2018

 

All'indomani del risultato a sorpresa del referendum in Gran Bretagna, con cui nel giugno 2016 il Paese scelse di lasciare l'Unione Europea, le élite politiche e la stampa ufficiale si abbandonarono a una sorta di frenesia collettiva.

 

La loro deprimente lettura della situazione fu riassunta bene dal primo ministro olandese Mark Rutte, che insistette sul fatto che il Regno Unito sarebbe "collassato politicamente, monetariamente, costituzionalmente ed economicamente".

 

Mmmm...

 

Il voto provocò un brusco calo a breve termine dei mercati azionari globali e un immediato deprezzamento della sterlina.

 

Ed era comprensibile. Dopo tutto, la quinta maggiore economia mondiale aveva deciso di lasciare il blocco di 28 nazioni che formano l'Unione europea.

 

Ed essere membri dell'UE comporta molti vantaggi. L'UE è un mercato unico per lo scambio di beni e servizi, che comprende oltre 500 milioni di persone. Riduce le tariffe e altre barriere, stimolando la concorrenza e l'efficienza.

 

Ma aderire all'UE comporta anche una significativa rinuncia all'autonomia di ogni nazione. E questo aspetto non è mai stato granché apprezzato dagli inglesi.

 

Bruxelles estende i suoi tentacoli praticamente su ogni aspetto della vita dei Paesi membri, comprese le regole sull'immigrazione. Le sue pesanti regolamentazioni hanno interessato quasi il 70% delle attività del governo britannico.

 

Come commentava l'editorialista politico George Will all'epoca, "L'UE ha una bandiera che nessuno saluta, un inno che nessuno canta, un presidente di cui nessuno sa il nome e una burocrazia ingessata che nessuno apprezza".

 

I grandi esperti però stabilirono che il voto "leave" avrebbe provocato un disastro.

 

Noi l'abbiamo pensata esattamente al contrario, definendolo "l'evento più significativo nella storia del dopoguerra della Gran Bretagna" e sottolineando una serie di eccellenti opportunità di investimento.

 

Diageo (NYSE: DEO), Rio Tinto (NYSE: RIO) e HSBC Holdings (NYSE: HSBC) sono solo tre delle raccomandazioni sul mercato inglese che ci hanno proficuamente ripagato negli ultimi due anni.

 

Ma come sono andate le cose, più in generale?

 

Fraser Nelson, giornalista della rivista inglese The Spectator ed editorialista del Daily Telegraph, lo ha sintetizzato bene in un recente editoriale sul The Wall Street Journal:

 

- Nel periodo precedente al referendum del 2016, il Fondo monetario internazionale aveva previsto che un voto favorevole alla Brexit avrebbe comportato un crollo dei prezzi delle azioni e degli immobili e una flessione degli investimenti esteri. (E invece tutti e tre hanno raggiunto livelli record. Solo negli ultimi 18 mesi, l' iShares MSCI Regno Unito ETF (NYSE: EWU) ha guadagnato oltre il 20% in dollari).

 

- Barclays, Credit Suisse e Nomura avevano previsto che l'economia britannica nel 2017 si sarebbe contratta. (Si è espansa).

 

- L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico aveva avvertito che consumatori, spaventati, avrebbero ridotto le loro spese. (Hanno speso di più).

 

- Il Tesoro britannico aveva dichiarato che l'economia sarebbe "caduta in recessione, con quattro trimestri di crescita negativa", mentre "la disoccupazione sarebbe aumentata fino a circa 500.000 unità, con tutte le regioni che avrebbero registrato un aumento del numero di persone senza lavoro". (Invece, la crescita economica ha accelerato, l'occupazione è aumentata di 560.000 unità e attualmente la disoccupazione si è attestata al suo minimo da 43 anni.)

 

- Nel frattempo, il numero di cittadini britannici che hanno un lavoro ha toccato il livello record. I nuovi ordini per i produttori sono al loro massimo livello nell'intera generazione.

 

- La disuguaglianza di reddito si avvicina al livello minimo degli ultimi 30 anni, secondo l'Office for National Statistics.

 

- I salari sono cresciuti. L'inflazione ha appena toccato il suo minimo annuale. E l'indice di felicità nazionale è al culmine.

 

 

Questo sorprende un tremendo numero di soloni, non ultimo l' editorialista del New York Times Paul Krugman, un uomo non esattamente famoso per il suo understatement.

 

La settimana dopo il voto sulla Brexit, strigliò “i davvero pessimi giornalisti dei tabloid britannici, che hanno dato in pasto al pubblico una continua sfilza di bugie”, nonché David Cameron, colui che "sarebbe passato alla storia come l'uomo che ha rischiato di distruggere l'Europa e la sua stessa nazione per un vantaggio politico momentaneo."

 

Krugman ha un fantastico curriculum di errori, in effetti. (Dopotutto è lo stesso personaggio che nel 1998 notoriamente dichiarò che Internet "non avrebbe avuto un maggior impatto sull'economia di quello avuto dal fax").

 

Ma come mai così tanti altri espertoni hanno sbagliato così tanto?

 

Perché non fanno che crogiolarsi a vicenda nei pregiudizi e nelle opinioni negative gli uni degli altri, per poi produrre pronostici - sulla spesa dei consumatori, sugli investimenti e sulla produttività - che risultano essere delle assurdità.

 

La sintesi finale, quasi due anni dopo il voto sulla Brexit? L'economia del Regno Unito sta andando bene. Londra rimane uno dei grandi centri finanziari del mondo (alcuni direbbero il grande centro finanziario). E il valore delle azioni britanniche vola sempre più in alto.

 

Ringraziate il vostro pessimista locale. Ci rendono tutto più facile.

 

 

28/04/17

Gli errori fatali del fondamentalismo finanziario spiegati da un premio Nobel

Nel mese di ottobre 1996, il premio Nobel per l'Economia William Vickrey pubblicò un articolo che illustrava "I 15 errori fatali del fondamentalismo finanziario": per esempio il sacro terrore del deficit e del debito pubblico, legato a erronee analogie tra comportamento economico del singolo e azione dello Stato. Queste fallacie sono rimaste ben vive - o meglio, sempre più vive - nel dibattito pubblico, e lo hanno anzi permeato, trovando un'applicazione concreta, dai risultati disastrosi, nelle regole di Maastricht. Per questo oggi abbiamo scelto di ripresentarne alcune, con la spiegazione del perché si tratta di ragionamenti sbagliati e - se tradotti in pratica - forieri di inutili sofferenze. Quelle che in un'eurozona intrappolata in questi errori, purtroppo, sono ormai evidenti agli occhi di tutti.

 

di William Vickrey, ottobre 1996

In campo economico, una grande parte delle teorie convenzionali oggi prevalenti negli ambienti finanziari, ampiamente utilizzate come base per le politiche governative, nonché pienamente accettate dai media e dall'opinione pubblica, si basa su analisi parziali, su ipotesi smentite dalla realtà e su false analogie.

Per esempio, si sostiene che sia bene incoraggiare il risparmio, senza prestare attenzione al fatto che, per quanto riguarda la maggior parte delle persone, favorire il risparmio significa scoraggiare il consumo e ridurre la domanda, e che una spesa fatta da un consumatore o da un governo è anche un reddito per i venditori e i fornitori, così come il debito pubblico è anche una risorsa. Altrettanto sbagliato è ritenere che ciò che è possibile o auspicabile per i singoli individui presi singolarmente sia ugualmente possibile o auspicabile per tutti  o per l'economia nel suo insieme.

E spesso sembra che l'analisi sia basata sul presupposto che la produzione economica futura sia quasi totalmente determinata da forze economiche inesorabili, indipendenti da qualsiasi strategia politica del governo, tanto che dedicare più risorse a un certo scopo porti inevitabilmente a sottrarle ad un altro. Questo potrebbe essere giustificabile in un'economia in completa piena occupazione o potrebbe essere in un certo senso convalidato supponendo che la Federal Reserve scelga e riesca a sostenere una politica di rigido mantenimento della disoccupazione al livello del suo tasso "naturale" o di "non accelerazione dell'inflazione".  Ma nelle condizioni attuali non è né probabile né auspicabile che si riesca a ottenere un risultato simile.

Quella che segue è la lista di alcuni degli errori che derivano da questo modo di pensare. Presi nel loro insieme, stanno portando a politiche che nella migliore delle ipotesi ci tengono nella depressione economica, con tassi di disoccupazione generale bloccati tra il 5 e il 6 per cento. Questo sarebbe già abbastanza grave anche solo se provocasse una perdita del 10 - 15 per cento della nostra produzione potenziale ripartita uniformemente su tutte le categorie sociali: ma diventa gravissimo quando si traduce in una disoccupazione del 10, 20 e 40 per cento tra i gruppi sociali più svantaggiati; gli ulteriori danni in termini di povertà, disgregazione familiare, dispersione e abbandono scolastico, illegalità, uso di droghe e criminalità, diventano veramente pesanti. E se le politiche in questione saranno applicate fino in fondo insistendo sul "pareggio di bilancio", possiamo aspettarci sicuramente una depressione grave.

 

Il deficit pubblico danneggia le generazioni future?

Il deficit pubblico è considerato una spesa dissoluta e peccaminosa, fatta a scapito delle generazioni future, cui sarà lasciata una minore parte di capitale investito. Un errore che sembra derivare da una analogia sbagliata con i debiti contratti dai privati.

La realtà è quasi esattamente l'opposto. Il deficit si aggiunge al reddito netto disponibile dei cittadini, nella misura in cui le spese pubbliche, che costituiscono reddito per i loro destinatari, superano ciò che viene sottratto al reddito disponibile tramite imposte, tasse e altri oneri. Questo potere d'acquisto aggiuntivo, una volta speso, fornisce domanda aggiuntiva al mercato, spingendo i produttori a investire per aumentare la capacità produttiva degli impianti,  che sarà parte della vera eredità che rimane per il futuro.  Questo va ad aggiungersi a tutto ciò che gli investimenti pubblici rappresentano in infrastrutture, istruzione, ricerca e via dicendo. Maggiori deficit, sufficienti a rimettere in circolo la parte di risparmio - proveniente da un prodotto interno lordo (PIL) in crescita - che eccede quel che viene assorbito dagli investimenti privati a fini di profitto, non sono un peccato economico, ma una necessità economica. Quello che potrebbe causare problemi è un deficit in eccesso rispetto alle effettive possibilità di crescita in termini reali, ma siamo lontanissimi da questo scenario.

Del resto, anche prendendo per buona l'analogia con il comportamento dei singoli, le conclusioni sono assurde. Se a General Motors, AT&T, e alle singole famiglie fosse richiesto di avere il bilancio sempre in pareggio come è richiesto allo Stato, non esisterebbero le obbligazioni, i mutui, i prestiti bancari... mentre ci sarebbero molte meno automobili, telefoni e case.

 

Incentivare il risparmio stimola la crescita?

Si sostiene che bisogna sollecitare o incentivare i singoli a risparmiare di più per stimolare gli investimenti e la crescita economica. Questa convinzione sembra derivare dal presupposto che il prodotto aggregato sia invariabile, cosicché ciò che non è destinato al consumo necessariamente e automaticamente viene dedicato alla formazione del capitale.

Anche in questo caso, in realtà è vero l'esatto contrario. In un'economia monetaria, per la maggior parte delle persone la decisione di risparmiare di più comporta la decisione di spendere di meno; ma meno spesa da parte del risparmiatore significa  meno reddito e meno risparmio per i rivenditori e i produttori; in questo modo il risparmio aggregato non viene aumentato, ma diminuito, perché rivenditori e produttori a loro volta riducono le loro spese, il reddito nazionale si riduce e con esso il risparmio nazionale. Un determinato individuo può infatti riuscire ad aumentare il proprio risparmio, ma solo a spese del reddito e del risparmio degli altri in misura anche maggiore.

Se il risparmio è costituito da una minor spesa per servizi, per esempio un taglio di capelli, l'effetto sul reddito e sul risparmio del fornitore è immediato ed evidente. Se riguarda una merce immagazzinabile, ci può essere un temporaneo investimento in magazzino, che però presto scomparirà, non appena il fornitore riduce le ordinazioni ai suoi fornitori per riportare il magazzino a un livello normale, il che porta infine a una riduzione della produzione, dell'occupazione  e del reddito.

Il risparmio non crea "fondi disponibili per il prestito" dal nulla. Non c'è alcun motivo di ritenere che l'accrescersi del conto in banca del risparmiatore aumenterà la capacità della sua banca di concedere prestiti più di quanto farà diminuire la capacità di concedere prestiti della banca del venditore. Se non altro, è più probabile che un venditore sia attivo sui mercati azionari o che usi il credito aumentato dalle vendite per fare investimenti nella sua attività, rispetto alla probabilità che un risparmiatore risponda a incentivi come l'esenzione o il differimento di imposte sui fondi pensione: l'effetto netto degli incentivi al risparmio è quindi quello di ridurre l'ammontare totale dei prestiti bancari. Gli incentivi al risparmio, con la corrispondente riduzione della spesa, non fanno nulla per migliorare la disponibilità delle banche e degli altri istituti di credito a finanziare progetti di investimento promettenti. Se c'è disponibilità di risorse non impiegate, il risparmio non è né un prerequisito né uno stimolo, ma una conseguenza della formazione di capitale, dato che il reddito generato dalla formazione del capitale fornisce una fonte di risparmio supplementare.

 

Il debito pubblico "spiazza" gli investimenti privati?

Si sostiene che il debito pubblico provochi un "effetto spiazzamento" nei confronti degli investimenti privati.
La realtà è che, al contrario, la spesa dei fondi presi in prestito (a differenza della spesa del gettito delle imposte) genera reddito disponibile aggiuntivo, aumenta la domanda di prodotti dell'industria privata, e rende quindi gli investimenti privati ​​più redditizi. Finché ci sono risorse inutilizzate in abbondanza, se le autorità monetarie si comportano con buon senso (invece di cercare di contrastare il presunto effetto inflazionistico del deficit), chi ha la prospettiva di un investimento redditizio può essere messo in grado di ottenere finanziamenti. In queste circostanze, ogni dollaro aggiuntivo di deficit nel medio-lungo periodo produce due o più dollari aggiuntivi di investimenti privati. Il capitale creato è un incremento della ricchezza - e ipso facto anche del risparmio - di qualcuno. La regola dell' ''offerta che crea la propria domanda" non funziona più non appena una parte dei redditi generati dall'offerta viene risparmiata: mentre sono gli investimenti che creano il proprio risparmio, e anche di più. Lo "spiazzamento" che può verificarsi è solo il risultato, non della realtà economica sottostante, ma di  reazioni restrittive inappropriate  da parte di un'autorità monetaria come risposta al deficit.

 

 

Se i deficit continuano, il costo del debito alla fine travolgerà il fisco?

Prospettiva reale: mentre gli osservatori allarmati si appassionano a proiezioni da film dell'orrore, in cui il debito pro capite diventa insostenibile e il pagamento degli interessi assorbe l'intero gettito fiscale, o si perde la fiducia nella capacità o volontà del governo di realizzare una pressione fiscale  tale da poter piazzare le obbligazioni sui mercati a condizioni ragionevoli, degli scenari di maggior buon senso prevedono un effetto trascurabile o addirittura favorevole sui conti pubblici. Se si mantiene la piena occupazione in modo che il PIL nominale continui a crescere, diciamo, a un tasso del 6% - circa il 3% di inflazione e circa il 3% di crescita reale - il debito per mantenersi in equilibrio dovrebbe crescere del 6% o forse anche a un tasso leggermente più alto; se il tasso di interesse nominale fosse l'8%, il 6% sarebbe finanziato dalla crescita, e solo il 2% resterebbe da pagare attraverso il bilancio corrente. Le imposte sul reddito da capitale degli interessi in aumento  ne compenserebbero una gran parte, e i risparmi legati alla riduzione della disoccupazione, delle prestazioni assicurative e dei costi sociali sarebbero più che sufficienti a coprire il resto, anche senza calcolare il notevole aumento delle entrate fiscali dovuto a un'economia più prospera. Anche se gran parte di queste entrate finirebbero nelle casse dei governi statali e locali, piuttosto che del governo federale, la cosa si potrebbe sistemare attraverso trasferimenti intergovernativi. Un debito di 15.000 miliardi è molto più facile da gestire in un'economia di piena occupazione, con spese sociali e sussidi di disoccupazione notevolmente ridotti, rispetto a un debito di 5.000 miliardi con un'economia in stagnazione e la capacità produttiva in rovina. Semplicemente, il problema non esiste.

 

Il valore della moneta nazionale in valuta estera o in oro è una misura della salute economica di un paese?

Il valore della moneta nazionale in termini di una valuta estera (o in oro) è ritenuto un indicatore della salute economica del paese, e si pensa che le azioni intraprese per mantenere questo valore contribuiscano alla salute dell'economia. In alcuni ambienti si coltiva una sorta di orgoglio sciovinista per il valore della propria moneta, oppure si può trarre soddisfazione dal maggiore potere d'acquisto della moneta nazionale nei viaggi all'estero.

La realtà: tassi di cambio liberamente fluttuanti sono il mezzo con cui si riequilibrano i diversi andamenti del livello dei prezzi nei differenti paesi, mentre gli squilibri commerciali sono riportati in linea grazie a flussi di capitali utili ad aumentare la produttività complessiva del capitale. Cambi fissi o tassi di cambio limitati entro una banda di oscillazione ristretta possono essere mantenuti soltanto attraverso politiche fiscali coordinate nei paesi coinvolti, o imponendo tariffe che compromettono l'efficienza o altre restrizioni sul commercio, od obbligando a pesanti forme di disciplina, che implicano  tassi di disoccupazione inutilmente alti, come avviene per il trattato di Maastricht. I tentativi di controllare i tassi di cambio attraverso manipolazioni finanziarie, a fronte di squilibri di base, di solito alla fine saltano, con grandi perdite per le istituzioni che ci hanno provato e corrispondenti guadagni per gli abili speculatori. Ma anche se non c'è un crollo, gran parte della volatilità dei tassi di cambio può essere ricondotta a speculazioni sulla possibilità di massicci interventi da parte della banca centrale.

Le restrizioni sui tassi di cambio, come quelle previste negli accordi di Maastricht, renderebbero praticamente impossibile per una piccola economia aperta, come la Danimarca, perseguire autonomamente una efficace politica di piena occupazione al proprio interno. Gran parte dell'aumento di potere d'acquisto generato da una politica fiscale di stimolo della domanda sarebbe speso in importazioni, spalmando l'effetto stimolante sul resto dell'unione monetaria, così che la capacità di indebitamento della Danimarca si esaurirebbe molto prima di poter raggiungere la piena occupazione. Con tassi di cambio flessibili, l'aumento della domanda di prodotti importati provocherebbe invece un aumento del valore della valuta estera, che terrebbe a bada l'aumento delle importazioni e stimolerebbe le esportazioni, in modo da mantenere in casa il grosso degli effetti di una politica espansiva. In un regime di cambio liberamente fluttuante, il pericolo di selvaggi attacchi speculativi  nella circostanza di una politica di pieno impiego consolidata sarebbe molto diminuito, soprattutto se combinato con una terza dimensione di controllo diretto sul livello generale dei prezzi nazionali.

Allo stesso modo, la ragione principale per cui stati ed enti locali non possono perseguire una politica indipendente di piena occupazione, è che sono privi di una moneta autonoma, e sono costretti ad avere un tasso di cambio fisso con il resto del paese.