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28/04/21

In Italia l’opposizione all’austerità supera il sostegno all’euro

 


Sul Blog European Politics and Policy della London School of Economics and Political Science è pubblicata una interessante analisi condotta da tre ricercatori del Max Planck Institute for the Study of Societies di Colonia, in Germania, secondo la quale se l'Italia, come già altri paesi del sud dell'eurozona, dovesse essere spinta in una crisi finanziaria e trovarsi a dover gestire una richiesta di salvataggio alle istituzioni UE, con i noti conseguenti programmi di austerità, la volontà popolare con molta probabilità si mostrerebbe favorevole a un'uscita dall'euro, compromettendo la sopravvivenza stessa dell'eurozona in maniera definitiva.   


di Lucio Baccaro, Björn Bremer, Erik Neimanns, 26 Aprile 2021 

(Traduzione dal Blog Giubbe Rosse) 


Il Covid-19 ha aumentato il rischio di una nuova crisi finanziaria nell’Eurozona. Questa volta l’epicentro sarebbe molto probabilmente l’Italia, dove il debito pubblico, già molto alto prima della pandemia, nel 2020 ha sfiorato il 160% del PIL, con una crescita che negli ultimi 25 anni è rimasta ferma . Se i mercati finanziari iniziassero ad avere dubbi sulla sostenibilità del debito italiano, spingerebbero al rialzo lo spread del tasso di interesse e costringerebbero il governo italiano a chiedere un piano di salvataggio europeo o a uscire dall’euro.

In base alle regole introdotte nella prima fase della crisi dell’euro, un paese che richiede un prestito dal Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) deve firmare un memorandum d’intesa che lo impegni all’austerità e a riforme strutturali. Un programma MES è una condizione preliminare necessaria per le transazioni monetarie definitive (OMT) da parte della Banca centrale europea (BCE), ovvero acquisti potenzialmente illimitati di titoli di Stato da parte della banca centrale.

Uno dei problemi di questa strategia di risoluzione delle crisi è che le misure di austerità imposte ai paesi in crisi sono altamente impopolari e portano a instabilità elettorale, a pubbliche proteste e all’emergere di forze anti-sistema. Tuttavia, la ricerca esistente mostra che nella maggior parte dei paesi in crisi gli elettori non sono disposti a uscire dall’euro, nonostante gli elevati costi sociali dell’austerità. Nel luglio 2015 in un referendum popolare gli elettori greci hanno respinto il pacchetto di salvataggio dell’Unione europea, tuttavia la ricerca mostra che i greci volevano rimanere nella moneta comune. Questa riluttanza all’uscita, nonostante i costi dell’austerità, ha rafforzato la posizione dei paesi “creditori” e durante la crisi dell’euro ha consentito loro di spostare il peso dell’aggiustamento suipaesi “debitori”.

Una crisi finanziaria in Italia, la terza più grande economia dell’Eurozona, avrebbe conseguenze pesanti per l’euro. Molti commentatori ritengono che la sopravvivenza o la fine dell’euro dipendano dall’Italia e che la possibilità di un’uscita sia tutt’altro che un’ipotesi puramente accademica. All’indomani della crisi dell’euro, il Movimento Cinque Stelle (M5S) aveva incluso nel suo programma elettorale del 2014 la promessa di un referendum sull’euro, mentre la Lega nel suo programma elettorale del 2018 e del 2019 proponeva un’uscita negoziata dall’eurozona. Inoltre, il sostegno all’euro, prima e dopo l’epidemia di Covid-19, è stato significativamente più basso in Italia che in quasi tutti gli altri Paesi. Tuttavia, poco sappiamo di come gli italiani valuterebbero i costi e i benefici di una permanenza nell’euro in caso di crisi finanziaria e come reagirebbero se un salvataggio finanziario fosse condizionato all’austerità e a riforme strutturali.

Un'indagine sperimentale

In un recente studio, abbiamo presentato a un ampio campione di italiani (n = 4.200) un ipotetico scenario di crisi finanziaria in stile greco. Abbiamo condotto la nostra indagine sperimentale nell’ottobre 2019, sulla scia di una situazione di stallo tra il governo italiano e la Commissione europea sul deficit pubblico del Paese. Abbiamo utilizzato un campionamento per quote al fine di garantire un campione rappresentativo basato su età, sesso e settore economico e un’indagine ponderata per correggere ulteriormente le deviazioni del nostro campione dalla popolazione reale su altre dimensioni. Tuttavia, i nostri risultati sono abbastanza robusti per l’uso di diversi tipi di pesi o di nessun peso.

A tutti gli intervistati viene sottoposto uno scenario in cui l’Italia si trova nel mezzo di una crisi finanziaria con congelamento delle immissioni di liquidità da parte della BCE, corse agli sportelli e fuga di capitali, un rapido aumento del premio di rischio sui titoli di Stato e l’incapacità del governo di adempiere ai propri impegni finanziari. Agli intervistati è stato quindi detto che il governo, prima di accettare un pacchetto di salvataggio europeo, voleva consultare i suoi cittadini attraverso un referendum, chiedendo loro se volevano rimanere nell’euro e, quindi, accettare il pacchetto di salvataggio, oppure rifiutare il pacchetto di salvataggio e di conseguenza uscire dall’euro. Infine, è stato chiesto ai partecipanti al sondaggio come avrebbero votato in questo ipotetico referendum.

Abbiamo aggiunto a questo scenario di base delle informazioni aggiuntive sul costo della permanenza nell’euro e sulla responsabilità della crisi. Ad alcuni cittadini selezionati a caso è stato detto che il piano di salvataggio europeo implicava austerità e riforme strutturali (regole più semplici per i licenziamenti, tagli alla spesa, privatizzazioni ecc.); altri cittadini non hanno ricevuto queste informazioni. Inoltre, alcuni intervistati selezionati in modo casuale hanno ricevuto informazioni che attribuivano la responsabilità della crisi a una procedura per disavanzo eccessivo avviata dall’Ue nei confronti dell’Italia; altri intervistati hanno ricevuto informazioni che attribuivano la responsabilità alla decisione del governo italiano di ignorare le regole fiscali europee; altri intervistati non hanno ricevuto informazioni su chi fosse il responsabile della crisi.

Risultati

I nostri risultati suggeriscono che l’opinione pubblica italiana è fortemente sensibile al costo della permanenza nell’euro. Se gli elettori vengono informati che la permanenza nell’Eurozona ha come prezzo da pagare l’austerità, il sostegno all’uscita aumenta del 15% e il sostegno alla permanenza diminuisce di quasi il 20%. Al contrario, non si registrano effetti significativi derivanti dall’attribuzione della responsabilità della crisi al governo italiano o a soggetti stranieri (Figura 1). A quanto pare, agli elettori italiani non interessa molto di chi sia la colpa della crisi, ma si oppongono fermamente a un’ulteriore austerità. 

Figura 1: Effetti di trattamento medio dell’austerità e dell’attribuzione di responsabilità sulla scelta di voto in un ipotetico referendum sull'”Italexit”



Nota: Gli effetti marginali e gli intervalli di confidenza al 95% dell'austerità e dell'attribuzione della responsabilità sono calcolati sulla base di modelli probit multinomiali.


È importante sottolineare che, quando agli intervistati non viene detto nulla in merito alle condizionalità associate a un salvataggio europeo, la maggioranza vuole rimanere nell’euro. Tuttavia, informare i partecipanti sulle condizionalità porta a una maggioranza relativa favorevole all'”Italexit” (Figura 2). Nel complesso, i nostri risultati suggeriscono che in Italia l’opposizione all’austerità prevale sul sostegno all’euro. Ciò implica che l’approccio alla risoluzione delle crisi finora seguito dalle autorità europee, basato sul consolidamento fiscale e sulle riforme strutturali in cambio del sostegno finanziario, potrebbe portare a una maggiore resistenza in Italia rispetto alla Grecia e ad altri paesi e, addirittura, a una rottura dell’Eurozona.

Figura 2: Previsioni sulle probabilità di voto in ipotetici referendum sull'”Italexit” in base al trattamento

 


Nota: Previsioni sulle probabilità di voto in un ipotetico referendum e intervalli di confidenza al 95% basati su modelli probit multinomiali.

Nel nostro studio non abbiamo presentato agli intervistati informazioni che evidenziassero i costi di un’uscita dall’euro e questo riduce i nostri risultati. È possibile che le preferenze per la permanenza nell’euro aumentino in modo significativo laddove si enfatizzino i costi dell’uscita e che ciò possa controbilanciare il calo dovuto all’enfasi sul costo della permanenza (austerità). Allo stesso tempo, il caso della Brexit suggerisce che i cittadini tendono a non dare peso al costo dell’uscita. Abbiamo in programma di analizzare in una prossima ricerca in che modo i cittadini valuterebbero il costo della permanenza rispetto al costo dell’uscita dall’euro.

 

 

05/12/20

Telegraph - La Brexit impallidisce di fronte all'antropologia culturale europea e alle guerre del debito

 


Ambrose Evans Pritchard in questo suo articolo sul Telegraph del 1 Dicembre 2020 fa un confronto tra la situazione in cui è maturata la Brexit e la attuale crisi con Polonia e Ungheria.

Allora, fu proprio la rigidità dei leader europei a porre le premesse per la Brexit, quando le modeste richieste del governo inglese, di ottenere delle clausole di salvaguardia come condizione per approvare il Fiscal Compact, furono respinte e il governo inglese pose il suo veto sul Trattato.

Aggirando il veto britannico, il Fiscal Compact venne surrettiziamente imposto facendo ricorso al “metodo intergovernativo”, nel senso che il patto fu ugualmente sottoscritto, ma non come trattato europeo, che avrebbe richiesto l'unanimità, bensì come semplice trattato intergovernativo tra i paesi aderenti. La valanga di accuse e di invettive a cui fu sottoposto il governo britannico in quella occasione ebbe come risposta il referendum sulla Brexit.

Ora l’Ungheria e la Polonia, che hanno messo il veto al bilancio della UE e al Recovery Fund sulla cosiddetta “rule of law”, rischiano di subire una variante dello stesso trattamento, mentre Bruxelles sta vagliando le modalità per aggirare il veto ed escludere i due paesi dalla ripartizione dei finanziamenti.

A proposito di questo scontro nella UE, Pritchard osserva:  

"Non desidero soffermarmi sulle accuse mosse all'Ungheria e alla Polonia, se non per notare che diversi organismi non UE - l'OCSE, il Consiglio d'Europa, e altri - hanno lanciato l’allarme sulla deriva autoritaria di questi regimi. 

Ma sono assolutamente certo che questa controversia intra-UE sarebbe gestita in modo diverso se i leader ungheresi e polacchi non fossero anche euroscettici. Chi decide esattamente cosa costituisce una violazione della libertà di stampa o dell'indipendenza dei giudici?

Il francese Emmanuel Macron ha cercato di far passare una legge sorprendente che limita la copertura mediatica delle azioni di polizia, sebbene questa settimana le manifestazioni di massa e le critiche generalizzate lo abbiano costretto a fare un passo indietro. Macron non tollera le critiche e ha l'abitudine di intervenire per far censurare i commenti, anche sulla stampa anglosassone.

In un certo numero di stati dell'UE regna la corruzione, o sono collusi con la criminalità organizzata, o mancano di un'autentica democrazia. La Carta dei diritti fondamentali è applicata in modo selettivo dalla Corte europea.

Amnesty International afferma che la condanna a nove anni per sedizione di due attivisti catalani impegnati in una manifestazione di disobbedienza pacifica rappresenta un grave abuso del potere giudiziario. A loro parere la corte suprema spagnola ha legittimato la repressione politica e ha "criminalizzato atti di protesta legittimi". L'UE ha guardato dall'altra parte, perché Madrid non mette in discussione il progetto europeo.

Anche i signori che hanno trasformato Malta nel loro feudo personale hanno molto a che fare con l'omicidio del giornalista che ha denunciato i loro abusi. Nel suo sondaggio globale sulla libertà di stampa, Reporter Senza Frontiere classifica diversi paesi dell'UE al di sotto della Polonia, ad esempio Grecia (65) e Bulgaria (111)."

Ricordando quel che è successo in Italia con lo scandalo del CSM e del processo a Salvini per un atto compiuto nell'esercizio dei suoi poteri, cosa che se fosse accaduta in Polonia o Ungheria avrebbe suscitato senza ombra di dubbio enorme indignazione, non possiamo che concordare su quanto osserva Pritchard in conclusione di questo argomento:  

"In breve, le violazioni dei criteri di Copenaghen dell'UE in materia di governance democratica e diritti umani sono usate come un bastone che colpisce solo coloro che resistono alle ambizioni centralizzanti di Bruxelles."

Proseguendo nelle sue argomentazioni, Pritchard commenta la seconda profonda scissione che divide la UE: la guerra del debito nord-sud, problema che ora sembra in apparente remissione, ma cova sotto la cenere pronto a esplodere non appena la BCE dovrà smettere il suo continuo acquisto titoli e torneranno in scena i vincoli di bilancio. Per Pritchard, entrambe queste profonde scissioni sono impossibili da ricomporre.

"Il divario Nord-Sud è ora peggiore che mai. Bruxelles afferma che il debito pubblico in Germania è balzato di 11 punti al 71% del PIL nell'ultimo anno, ma nel Sud è arrivato a più del doppio, raggiungendo il 116% in Francia, il 120% in Spagna, il 135% in Portogallo, il 160% in Italia e il 201% nel Grecia. Queste cifre peggioreranno quasi certamente dopo la seconda ondata di Covid.

Il Fondo monetario internazionale ha avvertito questa settimana che l'UE potrebbe dover aumentare il "sostegno alla solvibilità" per evitare una cascata di insolvenze, sottintendendo che il Recovery Fund è troppo piccolo e lento per sostenere il sistema e che i paesi ad alto debito potrebbero dover affrontare "reazioni avverse di mercato", a meno che non si metta in atto un bazooka fiscale di maggiori dimensioni.

Gli acquisti di obbligazioni da parte della Banca centrale europea spiegano l'attuale calma illusoria. Francoforte sta assorbendo i deficit del Covid e tenendo a bada i bond vigilantes. 'In definitiva, l'intero edificio dipende dalla stessa BCE, dalla sua volontà di sostenere il mercato del debito sovrano', afferma lo storico dell'economia Adam Tooze.

Ad un certo punto la BCE dovrà smettere di acquistare obbligazioni italiane, portoghesi e spagnole, perché altrimenti ci saranno ulteriori sentenze ostili da parte della Corte costituzionale tedesca e in Germania il consenso politico all'unione monetaria verrà meno. Qualsiasi scintilla di inflazione porterà la situazione a un punto critico.


Il fatto è che la zona euro non è come il Giappone, o il Regno Unito, o gli Stati Uniti, dove la politica monetaria sosterrà sempre il sistema. Gli stati dell'UEM sono legalmente e costituzionalmente appesi al proprio debito separato.

Quando i mercati inizieranno ad anticipare la fine del 'put' della BCE, l'insolvenza implicita dell'Italia diventerà esplicita. Gli obbligazionisti sconteranno la futura ristrutturazione del debito e torneremo agli scenari di contagio del 2012.

Comunque lo si guardi, non si può colmare il divario economico tra Nord e Sud, così come non si può colmare il divario culturale tra un Occidente laico post-cristiano e un Oriente post-comunista che sta ritrovando con entusiasmo la sua identità cristiana. Non possono coesistere tutti in un’unica Unione, a meno che non sia una libera confederazione che lasci ogni paese libero di gestire i propri meccanismi economici e politici sovrani.

Procedendo con un'ideologia ostinata e un atteggiamento di disprezzo per le politiche nazionali europee, l'UE è finita col diventare un'idra a due teste che è in parte federale e in parte confederale, e intrinsecamente instabile. La resa dei conti con Polonia e Ungheria non è un evento unico. Sono le scosse delle placche tettoniche che vanno sempre più divergendo.

Gli storici avranno una visione molto diversa della Brexit dopo che l'antropologia culturale europea si sarà imposta con la sua forza irresistibile.

22/06/20

Il crollo dell'euro




La Finlandia sta pagando a caro prezzo l’adesione alla moneta unica.
Il fatto è già noto a chi abbia seguito il dibattito sull’euro che si è svolto in Italia nell’ultimo decennio (di cui proponiamo due contributi: qui e qui), ma ora sembra che la consapevolezza e i pareri autorevoli comincino a prender piede anche al di fuori del bel paese.
Dal sito di GnS Economics, studio di consulenza in ambito macroeconomico con sede ad Helsinki, un articolo dell’economista finlandese Tuomas Malinen, il quale illustra i problemi generati dall’euro e ne prevede l’inevitabile rottura.


di Tuomas Malinen, 21 aprile 2020

Traduzione per Vocidallestero di Gabriele Bellerino

I ministri delle finanze della zona euro stanno negoziando sull'attuazione del pacchetto di salvataggio concordato due settimane fa. L'unico problema è che nessuno sembra sapere cosa sia stato effettivamente concordato. Il testo dell'accordo era estremamente vago. Questo per la semplice ragione che la coesione politica all’interno dell’eurozona è pressoché svanita.

Ciò è estremamente preoccupante, in quanto la volontà politica è il collante che tiene insieme le unioni monetarie. Quando scompare, le unioni monetarie vanno in pezzi. Questa è la lezione unanime che abbiamo dalle precedenti unioni monetarie.

In questo post illustriamo i motivi per cui l'eurozona si sia venuta a trovare in questa situazione, e perché sia improbabile che sopravviva alla crisi economica in arrivo.


06/12/19

La Germania è il cuore marcio dell’Europa

Come riporta Tom Luongo, i problemi europei hanno origine in primo luogo dalla Germania, che ha utilizzato la moneta unica come strumento di colonizzazione dei paesi europei più deboli. Ora il giocattolo ha raggiunto il suo limite ed esploderà non appena finiranno gli effetti espansivi messi in campo dalla BCE, che, anziché risolvere i problemi, li ha lasciati invece aggravarsi a dismisura.

 

 

 

 

Di Tom Luongo, 3 dicembre 2019

 

In Europa la crisi arriverà dalla Germania. La Germania è entrata in un periodo di crisi politica che, al momento, non è ancora esplosa.

 

Ma la pira è stata costruita, le torce sono accese e tutto ciò che rimane da fare è trascinare la cancelliera Angela Merkel sul rogo e dare fuoco.

 

Per coloro che vogliono capire gli impulsi fondamentali che hanno portato l’Unione Europea dove si trova oggi e il ruolo centrale della Germania, è veramente necessario leggere “Il cuore marcio d’Europa” di Bernard Connolly.

 

Si tratta di un libro che condanna praticamente tutti coloro che hanno mono-maniacalmente spinto per il progetto europeo ma, a mio parere, quella che ne esce peggio è in particolare la Germania.

 

Infatti il progetto dell’euro, come moneta, venne guidato dagli industriali tedeschi che puntavano ai vantaggi che avrebbe portato loro una moneta unica.

 

Questo è un concetto che ho sottolineato molte volte: la moneta unica rende più economici i prodotti industriali del Nord Europa, mentre sovrapprezza la capacità produttiva del Sud.

 

Inoltre, aumenta l’effettiva qualità del debito di questi ultimi paesi, portandola a un livello molto più alto del suo valore di mercato. Ciò ha consentito loro di prendere in prestito denaro a tassi molto più bassi di quanto avrebbero mai potuto fare in altre condizioni.

 

Questo ci ha portato esattamente dove siamo oggi: con gli enormi squilibri interni che hanno destabilizzato queste economie ed eroso ulteriormente la loro capacità produttiva e competitività, lasciandoli con una montagna di debito, impossibile da ripagare, che viene utilizzato come ulteriore strumento per estrarre gli ultimi asset realmente di valore dai paesi stessi, quando l’inevitabile crisi colpisce e il debito deve essere ristrutturato.

 

Pensare che questo meccanismo non fosse noto a chi ha progettato l’euro è totalmente da ingenui. Questo ragionamento non viene fatto solo da Connolly, ma anche da Gyorgy Matolcsy, Presidente della Banca Centrale di Ungheria.

 

Grazie a un lettore fisso molto generoso, sto leggendo ora questo libro: “L’impero americano contro il Sogno Europeo”. Matolcsy in apertura sferra un caustico attacco all’euro, sostenendo che non avrebbe mai dovuto essere introdotto, fin dall’inizio.

 

Il fatto è che gli effetti della moneta unica erano perfettamente prevedibili. Ma l'autore tocca un argomento ancora più importante rispetto a quanto fa Connolly nel suo libro. La Germania estrae ricchezza e accumula rendite grazie all'arbitraggio sul tasso di cambio.

 

Sentirlo potrà irritare i miei lettori tedeschi ma, ancora una volta, se pensate che questo non fosse il piano fin dall’inizio, ossia colonizzare paesi come la Grecia, che non si riuscì a conquistare militarmente durante la Seconda Guerra Mondiale, allora non riuscite a capire perché il resto d’Europa si sta arrabbiando.

 

Maltocsy si spinge ancora più in là nella sua critica alla Germania, affermando che se questa estrazione di ricchezza fosse stata distribuita a tutta la UE durante i venti e più anni di euro, sotto forma di investimenti, le cose sarebbero andate molto meglio.

 

Ma la Germania non ha mai abbandonato la sua mentalità mercantilista, preferendo vendere BMW e Porsche agli spagnoli e ai greci, mentre prestava loro i soldi necessari a tassi di interesse calmierati.

 

Poi, quando è arrivato il conto, la Germania ha chiesto loro l’austerità per ripagarlo e nel frattempo ha dato loro dei fannulloni.

 

Ecco perché oggi la Germania è il centro marcio di un presunto impero europeo che cade a pezzi. Ed ecco perché tutti, inclusi i tedeschi, verranno ora impoveriti mentre la montagna di debito impossibile da ripagare collassa.

 

Gli imperi crollano sempre dall’interno.

 

L’impero americano sta affrontando lo stesso identico problema, ma siccome il dollaro è la valuta di riserva mondiale, verrà semplicemente colpito più tardi.

 

Ecco perché il Dow Jones Industriale e lo S&P500 sono ai massimi storici nonostante le ultime bordate del presidente Trump nell’ambito della guerra commerciale con la Cina, mentre il tedesco DAX fa fatica a rimanere sui livelli massimi del 2018.

 

Il Dow Jones risente delle differenze nelle incertezze economiche e politiche tra gli USA e la Germania. Perché…

 

La notizia importante è che i partner di coalizione di Angela Merkel, i Social Democratici (SPD), hanno appena eletto un nuovo leader che è ostile al governo di coalizione, in quanto attribuisce alla Merkel la colpa del collasso elettorale del suo partito a livello nazionale. Questo mette il futuro politico della Merkel in pericolo o, come minimo, assicura che lei avrà meno controllo su un governo tedesco largamente paralizzato.

 

Negli ultimi mesi abbiamo visto in generale i mercati tirare un sospiro di sollievo dopo che la FED e la BCE si sono attivate per immettere liquidità. Ma questo intervento non risolve i problemi sottostanti, li rimanda soltanto, gonfiando per qualche altro mese la curva dei rendimenti, in questo caso degli Stati Uniti e della Germania.

 

Ma l’impulso reflattivo è ora dominante o è una semplice pausa tra crisi, come suggerisce Jeff Snider di Alhambra Partners?

 

Io propendo per la seconda ipotesi, dato che la FED continua ad accumulare Repo (pronti contro termine, NdVdE) sul suo bilancio, ormai più di 208 miliardi di dollari da settembre, e un’altra operazione Repo di 42 giorni ieri è stato sottoscritta per una quantità doppia dell’offerta.

 

Certo, potrebbe trattarsi di semplici trucchetti da fine trimestre, ma perché? E ci chiederemo le stesse cose quando questi Repo da 42 giorni scadranno a fine gennaio?

 

La vera domanda è che cosa sta spingendo le banche USA ad aver bisogno di così tanti dollari per mantenere liquidi i mercati. E perché tutti si sentono agitati dalla mancanza di dollari.

 

La risposta è che tutti si aspettano la stessa cosa, che qualcosa cambierà in maniera decisa, e quando lo farà tutti vorranno dollari, non euro, non sterline, yen o yuan.

 

L’economia tedesca sta rallentando, lo fa da più di un anno.

 

E quando l’impulso reflattivo finirà, i mercati che non hanno toccato i massimi storici saranno molto più vulnerabili a un collasso. L’impero mercantilista multigenerazionale tedesco ha raggiunto il suo zenith. Non può più spingersi oltre senza cedere terreno politico al resto d’Europa o abbandonare proprio quella cosa che ha creato l’impero fin dall’inizio: l’euro.

Ecco il problema principale che sta al cuore del progetto europeo. E non può essere nascosto ancora a lungo.

 

01/05/19

Le Figaro - Come l’euro ha condotto la Francia all’impasse

Il celebre quotidiano francese Le Figaro dà voce a un commento critico sull’euro e l’Unione europea. A vent’anni dalla sua creazione, l’euro non è l’unico problema, ma simboleggia perfettamente ciò che non funziona della cosiddetta “integrazione” europea: l’imposizione di uno standard unico a paesi con storie e caratteristiche profondamente eterogenee nella struttura economica, con tassi di inflazione divergenti ed esigenze sociali diverse. Uno standard che, ovviamente, si conforma ad alcuni meglio che ad altri, e che agli eterni inadeguati – tra i quali la Francia deve ormai riconoscersi a pieno titolo – può solo additare il supremo credo dell’ideologia neoliberale: “Bisogna adattarsi”.

 

 

di David Caylam 29 aprile 2019

 

Lo scorso febbraio un istituto di ricerca tedesco d’ispirazione ordoliberale, il Centro per le politiche europee (CEP), ha festeggiato a proprio modo i vent’anni dall’istituzione della moneta unica pubblicando uno studio che mostrava come, dopo vent’anni di esistenza, l’euro abbia avuto effetti contrastanti. Se per alcuni paesi, tra cui la Germania e i Paesi Bassi, l’Unione Monetaria si è tradotta in un guadagno pro-capite stimato in oltre 20.000 euro nel periodo 1999-2007, per altri si è tradotta in una perdita, e le perdite accumulate sono apparse considerevoli, ovvero circa 56.000 euro a testa in Francia e 73.600 euro a testa in Italia.

 

Dunque la moneta unica non ha avuto gli stessi esiti per tutti i paesi. Il rapporto annuale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) sugli squilibri esterni ha sottolineato anche come, per diversi anni, il tasso di cambio dell’euro sia stato sopravvalutato per alcuni paesi come la Francia e l’Italia (e questo ha influito [negativamente] sulla loro competitività), e sia stato invece ampiamente sottovalutato (di circa il 20%) per la Germania, rappresentando così per essa un vantaggio decisivo, che spiega anche il suo enorme surplus estero.

 

In vent’anni l’economia europea si è trasformata profondamente

 

Perché una stessa moneta dovrebbe produrre effetti così diversi da un paese all’altro? La Francia è dunque inadatta all’euro? E se sì, per quale ragione?

 

Certo, possiamo sempre mettere in discussione l’attendibilità di questi studi, e specialmente del primo dei due, la cui metodologia è in realtà discutibile. La cosa fondamentale, però, è che ridurre gli squilibri economici europei alla sola questione monetaria rischia di far dimenticare le numerose trasformazioni istituzionali che hanno interessato in profondità l’economia europea nel corso degli ultimi decenni.

 

Dalla fine degli anni ’90 la creazione del mercato unico, la liberalizzazione dei precedenti monopoli pubblici, il rafforzamento delle politiche di austerità, la crescente finanziarizzazione dell’economia, la riforma della politica agricola comune, la messa in opera generalizzata di un sistema di mercato concorrenziale controllato dalla Commissione, la firma di un gran numero di trattati di libero scambio e, soprattutto, gli ampliamenti dell’Unione europea nel 2004 e nel 2007 verso i paesi dell’Europa centrale e orientale, portati all’interno dello spazio economico europeo, hanno contribuito a intensificare il dumping sociale. Per questo l’Unione europea del 2019 in realtà non ha più molto a che vedere con quella di vent’anni fa. Tutto è stato cambiato nell’economia europea, non solo la moneta.

 

A rigor di logica non possiamo dunque ritenere la moneta unica come l’unica causa degli squilibri economici attuali. Inoltre, quando guardiamo le dinamiche industriali europee nel corso degli ultimi vent’anni, come ho già fatto in uno studio recentemente pubblicato, possiamo constatare che l’appartenenza all’eurozona non è un criterio determinante. I paesi europei periferici che si situano al di fuori dell’eurozona, come il Regno Unito e la Svezia, si sono de-industrializzati allo stesso ritmo dei paesi che hanno adottato l’euro e che si situano nelle stesse aree geografiche, come la Francia la Finlandia. Allo stesso modo, i paesi centrali hanno attirato investimenti industriali sia che appartenessero all’eurozona (Germania e Austria) che no (Polonia e Repubblica Ceca).

 



 

La creazione della moneta unica rappresenta solo una delle molte riforme che hanno contribuito a trasformare l’economia europea. Sebbene si tratti della più emblematica e ambiziosa di tutte le riforme, ha anche svolto un effetto parafulmine attirando tutte le critiche e mascherando la logica d’insieme attorno alla quale è ormai organizzata l’economia europea.

 

Un nuovo sistema economico europeo

 

Qual è, esattamente, questa logica d’insieme? Tra il 1986 e il 2012, l’economia dell’Unione europea è stata completamente ricostruita attorno a sei trattati.

 

L’atto unico del 1986, che stabiliva i principi del mercato unico, il trattato di Maastricht del 1992, che ha gettato le basi per l’euro e le sue caratteristiche principali, poi il trattato di Amsterdam del 1997, che perpetuava e rafforzava i vincoli di bilancio previsti da Maastricht, il trattato di Nizza del 2001, che ha riorganizzato le istituzioni europee in vista di un ampliamento, il trattato di Lisbona del 2007, che ha ripreso i punti essenziali del trattato costituzionale europeo che era stato respinto due anni prima, e che ha riscritto e precisato tutti i trattati precedenti, e infine il Fiscal Compact del 2012, che rafforzava i vincoli di bilancio a cui gli Stati sono chiamati a sottoporsi. Questi sei trattati hanno stabilito un’architettura economica volta a inquadrare le economie nazionali in un insieme di regole comuni e a farle convergere istituzionalmente.

 

Negli anni ’70 le economie europee avevano alcune specificità che avevano ereditato dalla loro storia, dalla loro cultura e dalle loro istituzioni nazionali. La Francia si caratterizzava per un capitalismo fondato sulle grandi imprese, su un settore pubblico forte, su rapporti conflittuali tra classi sociali e su un’amministrazione centrale forte. L’Italia era un paese di piccole e medie imprese efficienti, con una moneta debole e un settore finanziario poco sviluppato. L’industria del Nord Italia beneficiava di una forza lavoro nazionale a basso costo proveniente dal Sud del paese, e questo la rendeva molto efficiente. La Germania, dal canto suo, poteva contare su un dinamismo industriale fondato sulle complementarità tra il suo sistema di istruzione, i länder [le regioni tedesche, NdT] forti e capaci di intervenire nell’economia, un settore bancario che non esitava a investire a lungo termine per lo sviluppo industriale, e un sindacalismo di co-gestione.

 

Ciascuno di questi tre paesi aveva sperimentato un piccolo miracolo economico durante i “Trenta Gloriosi” [il trentennio di crescita economica fra il 1945 e il 1975, NdT], costruendo modelli di crescita che gli erano propri e che li rendevano efficaci, non solo al proprio interno, ma anche verso l’estero. Così, fino all’inizio degli anni ’80, l’Italia esportava più della Germania in proporzione al proprio PIL, e accumulava regolarmente ampi surplus commerciali.

 

La Francia beneficiava di un forte settore industriale costruito su grandi progetti nazionali basati su ambiziose politiche pubbliche (nuclearizzazione dell’energia, treno ad alta velocità, Airbus…).

 

Un unico “stampo” europeo

 

I trattati europei hanno contribuito a smantellare proprio queste specificità nazionali. Fino al 1980 la CEE aveva stabilito un sistema economico pragmatico che consisteva, in fondo, nella protezione del mercato comune tramite un dazio unico verso l’esterno e tramite la rimozione degli ostacoli alla circolazione delle merci al proprio interno, al fine di aumentare la quantità potenziale di sbocchi economici per le proprie industrie. Negli anni ’90, il mercato comune si è trasformato in mercato unico. Alla libera circolazione delle merci si è aggiunta quella dei capitali e della forza lavoro. Per evitare distorsioni della concorrenza, si è deciso di limitare rigorosamente gli interventi pubblici. Rispetto al resto del mondo, si è deciso di sopprimere tutti i limiti alla circolazione dei capitali e di siglare accordi commerciali multilaterali, nel quadro del GATT e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e poi di moltiplicare i trattati di libero scambio bilaterali.

 

L’economia europea ha quindi imposto uno “stampo” legale (un mercato unico, una moneta unica) identico per tutti i paesi europei. È uno stampo basato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla concorrenza interna ed esterna e sull’arbitraggio economico dei mercati.

 

È evidente che c’erano modelli economici nazionali più compatibili con questo stampo, e altri meno. L’euro è emblematico. Tutti gli studi concordano: una stessa moneta può avere effetti opposti a seconda di come funzionano le economie. In effetti una moneta unica implica una banca centrale unica e un tasso di rifinanziamento unico. Tuttavia i tassi di inflazione sono diversi da un paese all’altro, quindi il tasso di interesse reale proposto dalla BCE sarà troppo basso per i paesi con maggiore inflazione (favorendo così la creazione di bolle finanziarie) e troppo elevato per i paesi con minore inflazione, col rischio di danneggiare gli investimenti. Allo stesso modo, uno stesso tasso di cambio non può essere adatto a un insieme eterogeneo di economie.

 

La libera circolazione dei capitali ha rafforzato la concentrazione degli investimenti industriali nei paesi “core”, dove si trovano i principali porti del Mare del Nord e le vie navigabili, a danno dell’Europa periferica. Certi paesi hanno così visto aumentare le proprie esportazioni, generando grandi surplus i quali, normalmente, dovrebbero causare un aumento del valore della moneta. Al contrario, i paesi in via di de-industrializzazione dovrebbero normalmente beneficiare di una svalutazione della moneta, ma lo “stampo” della moneta unica impedisce questi aggiustamenti.

 

La creazione del mercato unico ha generato problemi simili. L’esacerbazione della concorrenza europea non ha tenuto in alcun conto le disparità tra i sistemi fiscali e sociali. E invece le necessità in termini di spesa pubblica e di prestazioni sociali (pensioni, spesa sanitaria, politiche familiari) sono legate a parametri demografici e culturali che sono strettamente nazionali.

 

Bisogna adattarsi

 

L’euro è sintomatico di un sistema che è passato da una logica in cui le istituzioni economiche erano nazionali, per il fatto che dovevano adattarsi alle specificità dei paesi, a una logica del tutto opposta dove è necessario adattare le economie nazionali a un quadro istituzionale prestabilito e definito direttamente su scala europea. Il problema è che negando le specificità nazionali e imponendo a ciascun paese di adattarsi a un quadro comune, senza realizzare che ciascuno si era evoluto a partire da un universo istituzionale diverso e suo proprio, ha decisamente rafforzato le dinamiche di divergenza anziché creare la convergenza voluta.

 

In un libro pubblicato recentemente, Barbara Stiegler riassume l’ideologia neoliberale in una formula: “Bisogna adattarsi”. Sottolinea giustamente questo meccanismo del pensiero sotteso all’ideologia contemporanea. Spiega che l’essenza del neoliberalismo non è, contrariamente al liberalismo classico, quella di assicurare a tutti la libera ricerca della propria emancipazione personale, ma piuttosto quella di produrre una camicia di forza normativa rigida, stabilita in nome di un principio superiore – ad esempio la concorrenza libera e non distorta – che in realtà non è che un meccanismo per creare una gerarchia tra quelli che a tale principio si adattano facilmente e ne traggono vantaggio, e gli altri, il cui processo di adattamento sarà infinito perché si troveranno eternamente “in ritardo” rispetto ai paesi leader.

 

I risultati dello studio del CEP menzionato all’inizio sono, a tale proposito, alquanto rivelatori. Secondo questi economisti, se la Francia e l’Italia sono i grandi perdenti dell’euro, non sarebbe perché la creazione della moneta unica ha posto di per sé un problema, ma perché questi paesi avrebbero accumulato un “ritardo” nelle riforme delle loro istituzioni nazionali.

 

Vent’anni dopo la sua creazione, è ora di ammetterlo. L’euro non è stato fatto per servire le economie europee, ma per fornire un quadro normativo al quale le economie stesse sono costrette ad adattarsi. Ma ciò che non viene mai ricordato è che proprio questo imperativo di “adattarsi” equivale a negare le differenze geografiche, storiche, culturali, che persistono tra un paese e l’altro e che restano assolutamente reali. E così, anziché consentire alla Francia o all’Italia di adottare una politica monetaria e industriale che si adatti alle loro proprie realtà economiche, l’euro e il mercato unico, nel loro funzionamento, impongono eterne e inattuabili riforme volte a compensare il “ritardo” in una competizione le cui regole sono, in tutta evidenza, distorte.

16/04/19

Italia: come rovinare un paese in trent'anni

Sul sito dell'Institute for New Economic Thinking appare un articolo di un certo rilievo sul lungo declino dell'economia italiana, che perdura da trent'anni ormai, e sulle cause che ci hanno portato a questo punto. Sono cose ben note da chi segue il dibattito sulla lunga notte italiana, e tuttavia l'articolo ci è parso di un certo impatto e di un certo valore didattico riassuntivo per chi si approccia ora a questi temi. Per quel che riguarda la valutazione delle mosse del nuovo governo italiano, stretto tra le richieste impossibili dei vincoli europei e la necessità di rilanciare il Paese, e le varie proposte di via d'uscita formulate dagli economisti, il dibattito è aperto. Ci ha solo sorpreso, senza nulla togliere agli economisti italiani citati, che l'economista olandese  autore dell'articolo ignori completamente quelle che sono state le voci più significative e più seguite che hanno dato vita al dibattito italiano, in primo luogo quella di Alberto Bagnai, autore di due notissimi libri e di varie pubblicazioni su siti accademici, ma anche di altri, ben noti ai nostri lettori.

 

 

 

 

di Servaas Storm, 10 Aprile 2019

 

Traduzione per Voci dall'Estero di Gilberto Trombetta

 

 

La crisi italiana causata dall'austerità è un campanello d'allarme per l'Eurozona

 

La terza recessione italiana in 10 anni

 

Mentre la Brexit e Trump guadagnavano gli onori della cronaca, l'economia italiana è scivolata in una recessione tecnica (un’altra). Sia l'OCSE che la Banca centrale europea (BCE) hanno abbassato le previsioni di crescita per l'Italia a numeri negativi e, con quella che gli analisti considerano una mossa precauzionale, la BCE sta rilanciando il suo programma di acquisto di titoli di Stato, abbandonato solo cinque mesi fa.

 

«Non sottovalutate l'impatto della recessione italiana», ha dichiarato il ministro dell'economia francese Bruno Le Maire a Bloomberg News (Horobin 2019). «Si parla molto della Brexit, ma non della recessione italiana, che avrà un impatto significativo sulla crescita in Europa e può avere un impatto sulla Francia, poiché si tratta di uno dei nostri più importanti partner commerciali». Più importante del fattore commerciale, tuttavia, cosa che Le Maire si guarda bene dal dire, è che le banche francesi detengono nei loro bilanci circa 385 miliardi di euro di debito italiano, derivati, impegni di credito e garanzie, mentre le banche tedesche detengono 126 miliardi di euro di debito italiano (al terzo trimestre del 2018, secondo la Bank for International Settlements).

 

Alla luce di queste esposizioni, non c'è da meravigliarsi che Le Maire, e la Commissione europea con lui, sia preoccupato per la terza recessione italiana in un decennio, per la crescente retorica anti-euro e per l’atteggiamento del governo di coalizione italiano, composto dal Movimento 5 stelle (M5S) e dalla Lega. La consapevolezza che l'Italia sia troppo grande per fallire alimenta l'audacia del governo italiano nel suo tentativo di reclamare un maggiore spazio di manovra in politica fiscale, violando apertamente le regole di bilancio dell'Unione economica e monetaria (UEM) della UE.

 

Il risultato è un circolo vizioso. Più la Commissione europea cerca di far rientrare nei ranghi il governo italiano, più rafforzerà il sentimento anti-establishment e anti-euro presenti in Italia. D'altra parte, più la Commissione europea cederà alle richieste del Governo italiano, più perderà la propria credibilità quale custode del Patto di stabilità e crescita dell'UEM. Questa situazione di stallo non può essere superata finché l'economia italiana resta impantanata.

 

Una crisi del regime economico italiano post-Maastricht

 

È quindi fondamentale comprendere le vere origini della crisi economica dell'Italia al fine di trovare strade di uscita dalla sua stagnazione permanente. In un nuovo studio dimostro empiricamente le cause della crisi italiana, che, a mio avviso, deve essere considerata una conseguenza del nuovo regime economico post-Maastricht, come lo chiama Thomas Fazi (2018). Fino all'inizio degli anni '90 l'Italia ha goduto di decenni di crescita economica relativamente robusta, durante i quali è riuscita a raggiungere il reddito (pro-capite) delle altre nazioni della zona euro (Figura 1). Nel 1960, il PIL pro capite dell'Italia (a prezzi costanti del 2010) era pari all'85% del PIL pro-capite francese e al 74% (come media ponderata) del PIL pro-capite di Belgio, Francia, Germania e Paesi Bassi (da qui in poi indicati con Euro-4).  A metà degli anni '90 l'Italia aveva quasi raggiunto la Francia (il PIL pro capite italiano era il 97% di quello francese) e anche i Paesi Euro-4 (il PIL pro capite italiano era il 94% di quello dell'Euro-4).

 

Figura 1 



 

Poi, però, è iniziato un profondo e costante declino, che ha letteralmente cancellato decenni di convergenza (di reddito). Il divario di reddito tra Italia e Francia è ora (al 2018) di 18 punti percentuali, superiore a quello del 1960; Il PIL pro-capite italiano è pari al 76% del PIL pro-capite nelle economie Euro-4.  Nella prima metà degli anni '90 l'economia italiana ha iniziato ad arrancare e, quindi, a rimanere indietro, poiché tutti i principali indicatori - reddito pro-capite, produttività del lavoro, investimenti, quote di mercato delle esportazioni, ecc. - hanno iniziato un costante declino.

 

Non è un caso che l'improvviso rovesciamento delle fortune economiche dell'Italia si sia verificato dopo l'adozione della "sovrastruttura giuridica e politica" imposta dal Trattato di Maastricht del 1992, che ha spianato la strada all'istituzione dell'UME nel 1999 e all'introduzione del moneta comune nel 2002. L'Italia, come mostro nell'articolo, è stata l’allievo modello dell'Eurozona, l'unico Paese che si è davvero impegnato con forza e coerenza nell'austerità fiscale e nelle riforme strutturali che costituiscono l'essenza stessa delle regole macroeconomiche dell'UME (Costantini 2017, 2018). L'Italia è stata più rigorosa anche di Francia e Germania, pagando un costo molto alto: il consolidamento fiscale permanente, la persistente moderazione salariale e il tasso di cambio sopravvalutato hanno ucciso la domanda interna italiana e questa carenza di domanda ha a sua volta asfissiato la crescita della produzione, della produttività, dell'occupazione e dei redditi. La paralisi italiana è una lezione per tutte le economie dell'Eurozona, ma parafrasando G.B. Shaw: come avvertimento, non come esempio.

 

L’austerità fiscale permanente

 

L'Italia ha fatto più della maggior parte degli altri membri dell'Eurozona in termini di austerità autoimposta e di riforme strutturali per soddisfare le condizioni dell'UEM (Halevi 2019). Questo è chiaro quando si confronta la politica fiscale italiana post ‘92 con quella di Francia e Germania. Diversi governi italiani hanno realizzato continui avanzi primari (quando la differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche, escluse le spese per interessi passivi, è positiva), con una media del 3% del PIL all'anno nel periodo 1995-2008. I governi francesi, al contrario, hanno registrato in media disavanzi primari pari allo 0,1% del PIL ogni anno durante lo stesso periodo, mentre i governi tedeschi sono riusciti a generare un avanzo primario dello 0,7% in media all'anno negli stessi 14 anni. Gli avanzi primari permanenti dell'Italia nel periodo 1995-2008 avrebbero potuto ridurre il rapporto debito pubblico/PIL di circa 40 punti percentuali, facendolo passare dal 117% del 1994 al 77% nel 2008 (mantenendo tutti gli altri fattori costanti). Ma la lenta crescita (nominale) rispetto ai tassi di interesse (nominali) elevati ha spinto in alto il rapporto debito/PIL di 23 punti percentuali e ha mandato in fumo oltre la metà della riduzione del debito pubblico/PIL di 40 punti percentuali raggiunta con l'austerità. Non è che l'austerità permanente dell'Italia, intesa a ridurre il rapporto debito/PIL facendo registrare costanti avanzi primari, le si sia ritorta contro perché ha rallentato la crescita economica?

 

I governi italiani (inclusa la coalizione di centro-sinistra di Renzi) hanno continuato a realizzare ingenti avanzi primari (di oltre l'1,3% del PIL in media all'anno) durante il periodo di crisi 2008-2018. La disciplina fiscale permanente era una priorità assoluta, come ammise il primo ministro Mario Monti in un'intervista del 2012 con la CNN, anche se ciò significava «distruggere la domanda interna» e spingere l'economia in recessione. L’abnegazione quasi "teutonica" dell'Italia nei confronti della disciplina fiscale è in contrasto con l'atteggiamento francese ("laissez aller"): il governo francese ha fatto deficit primari in media del 2% del PIL nel 2008-2018, lasciando tranquillamente che il suo rapporto debito/PIL salisse a circa il 100% nel 2018. Lo stimolo fiscale cumulativo fornito dallo Stato francese ammontava a 461 miliardi di euro (a prezzi costanti del 2010), mentre il taglio fiscale complessivo sulla domanda interna italiana era di 227 miliardi di euro. I tagli al bilancio italiano si manifestano in contrazioni tutt'altro che banali della spesa pubblica per il welfare pro-capite, che ora (al 2018) è pari a circa il 70% della spesa sociale pro-capite di Germania e Francia. Pensate a come sarebbe stata la protesta dei "Gilets Jaunes" se, dopo la crisi del 2008, il Governo francese avesse attuato un consolidamento fiscale come quello dell’Italia...

 

Restrizioni salariali permanenti

 

Quando l'Italia firmò il Trattato di Maastricht i suoi alti tassi di inflazione e disoccupazione furono considerati come dei grandi problemi. L'inflazione era attribuita al potere "eccessivo" dei sindacati e a un sistema di contrattazione salariale "eccessivamente" centralizzato. Questo provocava una forte spinta inflazionistica e una contrazione dei profitti, poiché la crescita dei salari tendeva a superare la crescita della produttività del lavoro, riducendo la quota profitti. Vista così, la causa dell'alta disoccupazione italiana potrebbe essere individuata nel suo "rigido" mercato del lavoro e nella ”aristocrazia operaia” troppo protetta. Ridurre l'inflazione e ripristinare la redditività ha richiesto la moderazione salariale, che a sua volta poteva essere raggiunta solo con una deregolamentazione radicale del mercato del lavoro o - come vengono chiamate eufemisticamente – con le "riforme strutturali".

 

L'Italia non ha un salario minimo garantito (a differenza della Francia) e inoltre non ha un generoso sistema di sussidi per la disoccupazione (in termini di tassi di sostituzione e durata delle indennità di disoccupazione e requisiti per accedere ai benefici) rispetto alla media europea. La tutela dell'occupazione dei dipendenti regolari in Italia è all'incirca allo stesso livello di quelle di Francia e Germania. Le riforme strutturali del mercato del lavoro in Italia hanno comportato una drastica riduzione delle tutele per i lavoratori a tempo determinato e, di conseguenza, la quota di lavoratori temporanei nell'occupazione totale in Italia è passata dal 10% del periodo 1991-1993 al 18,5% del 2017. Tra il 1992 e il 2008, l'occupazione totale (netta) in Italia è aumentata di 2,4 milioni di nuovi posti di lavoro, di cui quasi tre quarti (il 73%) erano posti di lavoro a tempo determinato. In Francia, l'occupazione (netta) è aumentata di 3,6 milioni di posti di lavoro nel periodo 1992-2008, di cui l'84% erano posti di lavoro regolari (permanenti) e solo il 16% erano lavori temporanei.

 

Inoltre, il potere contrattuale dei sindacati è stato ridotto dall'abbandono dell'obiettivo della piena occupazione a favore della riduzione del debito pubblico (Costantini 2017), da una politica della Banca centrale molto più restrittiva (anti-inflazionistica) e dal tasso di cambio fisso. Di conseguenza la crescita dei salari reali per dipendente, in media del 3,2% all'anno nel periodo 1960-1992, è stata ridotta a un misero 0,1% all'anno nel periodo 1992-1999 e allo 0,6% annuo nel periodo 1999-2008.  All'interno della UE l'inversione di tendenza dell'Italia a è stata evidente: dal 1992 al 2008 la crescita dei salari reali italiani per lavoratore (0,35% annuo) è stata solo pari alla metà della crescita dei salari reali dei Paesi Euro-4 (0,7% annuo) e ancora inferiore rispetto alla crescita dei salari reali in Francia (0,9% all'anno). È interessante notare che, dal 1992 al 2008, la crescita dei salari reali per dipendente in Italia è stata leggermente inferiore a quella (già bassa) della crescita dei salari reali tedeschi (0,4% all'anno). Per vedere il quadro di lungo periodo la figura 2 mostra il rapporto tra il salario reale di un lavoratore italiano e il salario reale del lavoratore medio francese, tedesco e dei Paesi Euro-4 dal 1960 al 2018. Agli inizi degli anni '60, il salario medio dei lavoratori italiani era pari a circa l'85% della retribuzione francese, rapporto salito al 92% nel biennio 1990-1991. A partire dal 1992, il salario reale italiano ha iniziato un costante declino rispetto ai salari medi francesi e, nel 2018, il lavoratore medio italiano ha guadagnato solo il 75% del salario guadagnato dal suo omologo francese. Il divario salariale tra Italia e Francia è più grande oggi di quanto non fosse negli anni '60. Lo stesso schema vale quando si confrontano gli stipendi italiani con gli stipendi tedeschi ed Euro-4.

 

Figura 2 



 

La moderazione salariale dell'Italia si è dimostrata una strategia efficace per prendere tre piccioni (non solo due) con una fava. In primo luogo ha contribuito a ridurre l'inflazione al 3,4% di media all'anno dal 1992 al 1999 (rispetto al 9,6% di media all'anno nel periodo 1960-1992), ulteriormente al 2,5% all'anno dal 1999 al 2008 e all'1,1% dal 2008 al 2018. L'Italia non è più incline, in senso strutturale, a un'inflazione elevata e accelerata. In secondo luogo, la moderazione salariale ha aumentato l'intensità del lavoro nella crescita del PIL dell'Italia, riducendo così la disoccupazione. Il tasso di disoccupazione dell'Italia ha raggiunto il picco a metà degli anni 90 superando l'11%, ma la deregolamentazione del mercato del lavoro e il contenimento salariale hanno fatto scendere la disoccupazione al 6,1% nel 2007 e al 6,7% nel 2008, inferiore ai tassi di disoccupazione di Francia (pari a 8% nel 2007 e 7,4% nel 2008) e Germania (dove la disoccupazione era dell'8,5% nel 2007 e del 7,4% nel 2008).  Infine, come previsto, la deflazione salariale ha comportato un aumento sostanziale della quota profitti del PIL dell'Italia: la quota profitti è aumentata di oltre 5,5 punti percentuali, dal 36% nel 1991 a circa il 41,5% dal 2000 al 2002, dopo di che si è stabilizzata intorno 40% fino al 2008. Negli anni 90, la ripresa della quota degli utili è stata considerevolmente più forte in Italia che in Francia, e paragonabile a quanto accaduto in Germania, nonostante il fatto che la quota profitti dell'Italia fosse già relativamente elevata.

 

In altre parole, le riforme strutturali italiane degli anni '90 hanno dato buoni frutti in termini di una maggiore quota profitti che è rimasta sostanzialmente superiore a quella di Francia e Germania. Con un'inflazione ridotta, un'efficace compressione dei salari, una diminuzione della disoccupazione, l'indebitamento pubblico in declino e la quota profitti considerevolmente aumentata, l'Italia sembrava essere pronta per un lungo periodo di forte crescita. Non è andata così. L'operazione è stata un successo, ma il paziente è morto. Secondo l'autopsia del coroner, la causa della morte è una mancanza strutturale di domanda interna.

 

Il soffocamento della domanda interna italiana post ‘92

 

Restando fedele alle regole dell’EMU, la politica economica italiana ha creato una cronica carenza di domanda (interna). La crescita della domanda interna pro capite è stata in media dello 0,25% all'anno dal 1992 al 2014 - in forte calo rispetto alla crescita della domanda interna (del 3,3% all'anno) registrata nel trentennio 1960-1992 e molto al di sotto della crescita della domanda interna (dell'1,1% pro capite all'anno) dei Paesi Euro-4. Anche la crescita reale delle esportazioni italiane (pro capite) è diminuita, passando dal 6,6% di media all'anno del periodo 1960-1992 al 3% all'anno del 1992-2018. La crescita media annua delle esportazioni (pro capite) è stata del 4,4% nei Paesi Euro-4 da dal 1992 al 2018. La penuria di domanda cronica dell'Italia ha ridotto l'utilizzo della capacità (soprattutto nel settore manifatturiero) e questo, a sua volta, ha ridotto il tasso di profitti. Secondo le mie stime, l'utilizzo della capacità produttiva italiana è diminuita di ben 30 punti percentuali rispetto all'utilizzo della capacità produttiva francese tra il 1992 e il 2015.

 

Il tasso di utilizzo del manifatturiero italiano rispetto alla manifattura tedesca è passato dal 110% del 1995 al 76% del 2008 ed è ulteriormente diminuito al 63% nel 2015, con un calo di ben 47 punti percentuali. Una minore utilizzazione delle capacità ha ridotto il tasso di profitto della produzione italiana di 3-4 punti percentuali rispetto ai tassi di profitto francesi e tedeschi. Ciò ha notevolmente depresso gli investimenti e la crescita della produzione italiana. Permettetemi di sottolineare il fatto che il tasso di profitto dell'Italia è diminuito anche quando la quota profitti rispetto ai redditi è aumentata. Ciò significa che la strategia italiana di austerità fiscale e di contenimento salariale si è rivelata controproducente, perché non ha migliorato il tasso di profitto: il calo della domanda interna e dell'utilizzo della capacità produttiva hanno avuto un impatto (negativo) maggiore sulla redditività dell'azienda rispetto all'aumento della quota profitti.

 

Come sostengo nello studio, questa condizione di carenza cronica di domanda interna è stata creata, in particolare, da (a) austerità fiscale perpetua, (b) contenimento permanente dei salari reali e (c) mancanza di competitività tecnologica che, in combinazione con un tasso di cambio sfavorevole (euro), riduce la capacità delle imprese italiane di mantenere le loro quote di mercato delle esportazioni a fronte della crescente concorrenza dei Paesi a basso reddito (Cina in particolare). Questi tre fattori stanno deprimendo la domanda, riducendo l'utilizzo della capacità produttiva e la redditività delle aziende e colpendo gli investimenti, l'innovazione e la crescita della produttività. Stanno quindi bloccando il Paese in uno stato di declino permanente, caratterizzato dall'impoverimento della matrice produttiva dell'economia italiana e della composizione qualitativa dei suoi flussi commerciali (Simonazzi et al., 2013).

 

Il settore manifatturiero italiano non è "ad alta intensità tecnologica" e soffre di una stagnazione della produttività. Come mostrano le figure 3 e 4, la competitività di costo dei produttori italiani rispetto ai Paesi Euro-4 dipende dai bassi salari e non dalle prestazioni superiori della produttività. Mentre i lavoratori industriali in Francia e Germania guadagnavano 35 euro all'ora (a prezzi costanti del 2010) nel 2015, e i loro colleghi in Belgio e Olanda guadagnavano ancora di più, i lavoratori italiani nel settore manifatturiero stavano portando a casa solo 23 euro all'ora (in prezzi costanti del 2010) - o un terzo in meno (vedi Figura 3). Ma allo stesso tempo la produttività del lavoro industriale per ora di lavoro è considerevolmente più alta in Francia e Germania (a € 53 all'ora a prezzi costanti 2010) che in Italia, dove è di circa € 33 all'ora (Figura 4). I produttori italiani stanno quindi prendendo una strada sterrata, mentre le imprese dei Paesi Euro-4 viaggiano su un’autostrada. In altre parole, rispetto ai produttori tedeschi e francesi, le aziende italiane soffrono di una mancanza di forza tecnologica, che in Germania si basa su alta produttività, sforzi innovativi e alta qualità del prodotto. È vero che le aziende italiane si distinguono per la loro alta qualità relativa in prodotti di esportazione più tradizionali e a bassa tecnologia come calzature, prodotti tessili e altri prodotti minerali non metallici. Ma hanno costantemente perso terreno nei mercati di esportazione di prodotti più dinamici caratterizzati da livelli più elevati di ReS (ricerca e sviluppo) e intensità tecnologica, come prodotti chimici, farmaceutici e apparecchiature di comunicazione (Bugamelli et al., 2018).

 

Bloccati in una posizione di debolezza strutturale

 

Per due ragioni questa specializzazione nelle attività a bassa e medio-bassa tecnologia mette il Paese in una posizione quasi permanente di debolezza strutturale. Il primo è che l'elasticità del tasso di cambio della domanda di esportazione è maggiore per le esportazioni tradizionali rispetto alle esportazioni di media e alta tecnologia. Di conseguenza l'apprezzamento dell'euro ha danneggiato gli esportatori italiani di prodotti tradizionali più duramente rispetto alle imprese tedesche e francesi che esportano più beni e servizi "dinamici". In poche parole un euro sopravvalutato penalizza le esportazioni italiane più che quelle delle economie dei Paesi Euro-4.

 

Il secondo fattore è che le imprese italiane operano in mercati globali e quindi maggiormente esposti alla crescente concorrenza dei Paesi a basso reddito, in particolare della Cina. Nel 1999, il 67% delle esportazioni italiane era costituito da prodotti (tradizionali) esposti a una concorrenza medio-alta da parte di imprese cinesi - rispetto a un'esposizione simile alla concorrenza cinese del 45% delle esportazioni in Francia e del 50% delle esportazioni in Germania (Bugamelli et al . 2018). La quota delle esportazioni italiane nelle importazioni mondiali è passata dal 4,5% del 1999 al 2,9% del 2016 e la perdita della quota di mercato è stata fortemente concentrata in segmenti di mercato più tradizionali, caratterizzati da un'elevata esposizione alla concorrenza cinese (Bugamelli et al., 2018). Mano a mano che le imprese cinesi e di altre economie emergenti continuano ad espandere le loro capacità produttive e ad aumentare la loro competitività, le pressioni concorrenziali aumenteranno anche in segmenti a media e medio-alta tecnologia. Le imprese italiane hanno difficoltà ad affrontare la concorrenza dei Paesi a basso reddito: sono generalmente troppo piccole per esercitare qualsiasi potere riguardo al prezzo, troppo spesso si tratta di produttori di singoli prodotti incapaci di diversificare i rischi di mercato e troppo dipendenti dai mercati esteri, poiché il loro mercato interno è in depressione.

 

Figura 3 



 

Figura 4 



 

 

La crisi permanente dell’Italia è un segnale d’allarme per l’Eurozona

 

Esistono modi razionali per far uscire l'economia italiana dall'attuale paralisi, nessuno dei quali facile, e tutti fondati su una strategia a lungo termine di "camminare su due gambe": (a) rilanciare la domanda interna (ed estera) e (b) diversificare e migliorare la struttura produttiva e le capacità innovative e rafforzare la competitività tecnologica delle esportazioni italiane (per allontanarsi dalla concorrenza diretta sui costi salariali con la Cina). Ciò significa che sia l'austerità che la soppressione della crescita dei salari reali devono cessare. Il governo italiano dovrebbe attrezzarsi per fornire un orientamento inequivocabile all'economia attraverso maggiori investimenti pubblici (nelle infrastrutture pubbliche e nella conversione ecologica dei sistemi energetici e di trasporto) e nuove politiche industriali per promuovere l'innovazione, l'imprenditorialità e una maggiore competitività tecnologica .

 

Non c'è carenza di proposte da parte degli economisti italiani per portare l’Italia fuori dalla crisi attuale. Tra questi Guarascio e Simonazzi (2016), Lucchese et al. (2016), Pianta et al. (2016), Mazzucato (2013), Dosi (2016) e Celi et al. (2018). Queste proposte sono tutte incentrate sulla creazione di un processo autorinforzante di crescita guidato dagli investimenti e dall'innovazione, orchestrato da uno "stato imprenditoriale" e fondato su rapporti datore di lavoro-dipendenti regolamentati e coordinati, piuttosto che su mercati del lavoro liberalizzati e rapporti di lavoro ultraflessibili. Queste proposte potrebbero funzionare.

 

Lo stesso non si può dire, tuttavia, dello stimolo fiscale "a una gamba" proposto dal governo di coalizione M5S-Lega, il cui scopo è una ripresa a breve termine della domanda interna attraverso una maggiore spesa pubblica (consumo). Nessuna delle spese proposte però aiuterà a risolvere i problemi strutturali dell'Italia. Ciò che manca completamente è un orizzonte a lungo termine, o la seconda gamba di una strategia praticabile - che la neoliberale Lega non fornirebbe volentieri e che il cosiddetto progressista M5S sembra incapace di concepire (Fazio 2018). Tutto cambia perché nulla cambi.

 

Ancora più importante, qualsiasi strategia di sviluppo razionale "a due gambe" è incompatibile con il rispetto dei vincoli macroeconomici della UE e con la stabilità dei mercati finanziari, che dovrebbero fungere da disciplinatori dei sovranismi dell'Eurozona (Costantini 2018, Halevi 2019). Questo è evidente da quanto accaduto quando il Governo gialloverde se ne uscì con un bozza di bilancio per il 2019. L'impatto totale dello stimolo fiscale a una gamba proposto nel DEF del 2019 era pari a circa l'1,2% del PIL nel 2019, l'1,4% nel 2020 e l'1,3% nel 2021, e anche questa minuscola espansione del bilancio ha scatenato la risposta scomposta della Commissione europea e il conseguente aumento del rendimento dei titoli italiani.

 

Blanchard et al. (2018, p.2) formalizzano questo status quo in un modello meccanico di dinamica del debito e concludono che il DEF 2019 rischia di innescare «spread ingestibili e gravi crisi, inclusa l'uscita involontaria dall'Eurozona». Blanchard et al. (2018, pagina 16) sono a favore di un bilancio fiscalmente neutro, che a loro avviso porterebbe a tassi di interesse più bassi e "probabilmente" (secondo loro) a una crescita più elevata e occupazione. Equazioni, grafici e un linguaggio economico-tecnocratico sono usati con destrezza per trasformare ciò che di fatto costituisce una trasgressione estremanente modesta dei vincoli UE in un evento catastrofico a bassa probabilità e che tutti vorrebbero evitare (vedi Costantini 2018). Ciò che è tragico è che il DEF del 2019 non si avvicina nanche lontanamente a ciò che sarebbe necessario per una strategia razionale. Tutto quello strepitare e quella furia sono inutili.

 

Peggio ancora è il fatto che il mantenimento dello status quo dell'Italia, che è quello che significherebbe un bilancio fiscalmente neutro, comporta un rischio reale largamente ignorato, a bassa probabilità e ad alto impatto: una rottura della stabilità politica e sociale nel Paese. La stagnazione continua alimenterà il risentimento e le forze anti-establishment e anti-euro in Italia. Questo destabilizzerà non solo l'Italia, ma l'intera Eurozona. La crisi italiana costituisce quindi un campanello d’allarme per l'Eurozona nel suo insieme: austerità continua e moderazione dei salari reali, in combinazione con la de-democratizzazione delle scelte di politica economica, costituiscono un "gioco pericoloso" (Costantini 2018), un gioco che rischia di rafforzare ulteriormente le forze anti-sistema anche negli altri Paesi dell'Eurozona.

 

È come aprire il vaso di Pandora. Nessuno può dire come finirà. Gli economisti (compresi quelli italiani) hanno un'enorme responsabilità in tutto questo, sia perché sono corresponabili della situazione, sia perché continuano a non riuscire ad unirsi intorno a soluzioni strategiche razionali per risolvere la crisi italiana. "Forse", ha scritto John Maynard Keynes, "è storicamente vero che nessun ordine sociale perisce mai se non per sua stessa mano " (Keynes 1919). Gli economisti razionali devono dimostrare che il verdetto di Keynes è sbagliato, a partire dall'Italia, se non altro perché il pasticcio che è diventata la Brexit sembra ormai essere oltre il recuperabile.

 

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 





  • Blanchard, O., Á. Leandro, S. Merler and J. Zettelmeyer. 2018. “Impact of Italy’s draft budget on growth and fiscal solvency.” Policy Brief 18-24. Washington, D.C.: Peterson Institute for International Economics.

  • Bugamelli, M., S. Fabiani, S. Federico, A. Felettigh, C. Giordano and A. Linarello. 2018. “Back on track? A micro-macro narrative of Italian exports.” Ministry of Economy and Finance Working Paper No. 1. Rome: Ministry of Economy and Finance.

  • Celi, G., A. Ginzburg, D. Guarascio and A. Simonazzi. 2018. Crisis in the European Monetary Union: A Core-Periphery Perspective. London: Routledge.

  • Costantini, O. 2017. “Political economy of the Stability and Growth Pact.” European Journal of Economics and Economic Policy: Intervention 14 (3): 333-350.

  • Costantini, O. 2018. “Italy holds a mirror to a broken Europe.” Blog post, Institute for New Economic Thinking, June 14.

  • Dosi, G. 2016. “Beyond the ‘magic’ of the market. The slow return of industrial policy (but not yet in Italy).” Economia e Politica Industriale 43 (3): 261-264.

  • Fazi, Th. 2018. “Italy’s organic crisis.” American Affairs Journal, May 20.

  • Halevi, J. 2019. “From the EMS to the EMU and …. to China.” INET Working Paper. Forthcoming.

  • Horobin, W. 2019. “Le Maire Says Italian Recession Threatens France’s Economy.” February 20, Bloomberg.com.

  • Jäger, K. 2017. EU KLEMS Growth and Productivity Accounts 2017 Release. Description of Methodology and General Notes. New York: The Conference Board.

  • Keynes, J.M. 1919. The Economic Consequences of the Peace. New York: Harcourt, Brace and Howe.

  • Lucchese, M., L. Nascia and M. Pianta. 2016. ‘Industrial policy and technology in Italy.’ Economia e Politica Industriale 43 (3): 4-31.

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  • Monti, M. 2012. “Transcript of an interview with Fareed Zakaria of CNN.”

  • Paternesi Meloni, W. and A. Stirati. 2018. “Macroeconomics and the Italian vote.” Blog post, Institute for New Economic Thinking, August 6.

  • Pianta, M., M. Lucchese and L. Nascia. 2016. What is to Be Produced? The Making of a New Industrial Policy in Europe. Brussels: Rosa Luxemburg Stiftung.

  • Simonazzi, A. , A. Ginzburg and G. Nocella. 2013. ‘Economic relations between Germany and southern Europe.’ Cambridge Journal of Economics 37 (3): 653–675.


 

18/02/19

La testimonianza di Yanis Varoufakis che lo condanna - I negoziati segreti e le speranze deluse

 

Eric Toussaint, dottore in scienze politiche dell’università di Liegi e di Paris VIII e coordinatore dei lavori della "Commissione per la verità sul debito pubblico greco" creata il 4 aprile 2015 su iniziativa del Presidente del Parlamento greco e poi ben presto disciolta, ha ricostruito in una serie di articoli le vicende dei febbrili negoziati tra Bruxelles e il governo greco durante i giorni più caldi della crisi, basandosi sul libro pubblicato dall'ex ministro Varoufakis e sui suoi stessi ricordi. Qui si ricostruiscono gli accordi sulle privatizzazioni con i Cinesi e le interferenze della Germania, le speranze disilluse sull'aiuto dei russi e degli americani, e la fugace esaltazione per la coraggiosa decisione, presto rientrata, di non pagare il debito al Fmi. In particolare Toussaint sottolinea la rinuncia del governo greco a comunicare col popolo degli elettori per cercar di spiegare la situazione e ottenere il sostegno ad azioni coraggiose. 


 

 

 

di Eric Toussaint, 8 febbraio 2019


Traduzione di Rododak



Attracco d'una nave porta container Cosco al porto del Pireo di Atene

 

Nell'undicesimo capitolo del suo libro, Yanis Varoufakis spiega di essere intervenuto per portare a termine la vendita del terzo terminal del Porto del Pireo alla compagnia cinese Cosco, che già gestiva dal 2008 i terminal 1 e 2. Come Varoufakis stesso riconosce, Syriza prima delle elezioni aveva promesso che non avrebbe consentito la privatizzazione della parte restante del porto del Pireo. Varofakis continua: "Syriza durante la campagna dal 2008 prometteva non soltanto che avrebbe impedito il nuovo accordo, ma che avrebbe totalmente estromesso Cosco". E aggiunge: "Avevo due colleghi ministri che dovevano la loro elezione a questa promessa". Tuttavia Varoufakis si affretta a cercar di concludere l'accordo di  vendita a Cosco. Se ne occupa con l'assistenza di uno dei consulenti senior di Alexis Tsipras, Spyros Sagias, che fino all'anno precedente era stato consulente legale della Cosco. Nella scelta di Sagias c'era quindi un chiaro conflitto di interessi, cosa che Varoufakis riconosce (pag. 313). Era stato lo stesso Sagias, peraltro, a redigere il primo accordo con Cosco nel 2008. Sagias negli anni '90 era stato consigliere anche del primo ministro del PASOK Konstantinos Simitis, che aveva organizzato la prima grande ondata di privatizzazioni. Nel 2016, dopo avere lasciato il suo ruolo di segretario del governo Tsipras, Sagias riprende ancora più attivamente la sua attività professionale, in particolare come consulente di Cosco [1]. Varoufakis non prova imbarazzo nel dichiarare di avere rivisto i termini della gara d'appalto all'inizio di marzo 2015 per adeguarla alle richieste di Cosco: "Sagias ed io abbiamo informato Alexis (Tsipras), prima di passare ai preparativi (della finalizzazione dell'accordo con Cosco sul Pireo). L'obiettivo era riformulare la gara d'appalto per il Pireo in base alle condizioni accettate dai cinesi " (pag. 316).

Varoufakis riassume così la sua proposta a Pechino attraverso l'ambasciatore cinese di stanza ad Atene: "La Grecia ha una forza lavoro altamente qualificata, i cui stipendi sono diminuiti del 40%. Perché non chiedere ad aziende come Foxconn di costruire o riunire le loro strutture in un polo tecnologico, beneficiando di un regime fiscale specifico, non lontano dal Pireo?" (pag. 312). In questa proposta troviamo tutto il piccolo armamentario di argomenti dei governi neoliberisti che vogliono attirare gli investitori: una forza lavoro qualificata i cui salari sono diminuiti e sgravi fiscali per i datori di lavoro.


 

Varoufakis spiega anche che aveva proposto alle autorità cinesi di acquistare le ferrovie greche, in modo che la Cina avesse un accesso più facile al resto del mercato europeo su binario e ne facesse un ulteriore segmento della "New Silk Road". Questo ultimo progetto non è stato realizzato. [2]


 

Varoufakis nel marzo 2015 sperò invano che Pechino avrebbe acquistato buoni del tesoro greci per diversi miliardi di euro (contava su un totale di 10 miliardi, pag. 315), che il governo avrebbe usato per ripagare il suo debito con il Fmi. Con grande disperazione di Varoufakis, i leader cinesi non mantennero la loro promessa e si accontentarono di due acquisti da 100 milioni di euro.


 

Le proposte di Varoufakis alle autorità cinesi sono inaccettabili: prendere prestiti dalla Cina per rimborsare il Fondo monetario internazionale; abbandonare il controllo della Grecia sulle sue ferrovie; procedere ad altre privatizzazioni!


 

Il suo progetto è fallito perché le autorità cinesi e tedesche hanno concordato che la Cina non avrebbe offerto una bombola di ossigeno al governo di Tsipras. Scrive Varoufakis: "Berlino aveva chiamato Pechino, con un messaggio chiaro: evitate di trattare con i greci prima che noi abbiamo concluso con loro" (pag. 317).


 

Aziende cinesi, tedesche, italiane o francesi effettuano acquisizioni a prezzo stracciato.


 

Alla fine, la realizzazione dell'accordo con Cosco non ebbe luogo quando Varoufakis era ministro. Fu concluso all'inizio del 2016 e a condizioni che, a suo parere, erano più favorevoli per l'azienda cinese rispetto all'accordo preliminare che lui aveva cercato di ottenere (capitolo 11, nota 8, pag. 516). Questo dimostra che le autorità cinesi si sono messe d'accordo con le autorità di Berlino: hanno lasciato asfissiare lentamente la Grecia e poi ne hanno aprofittato, condividendo la torta con gli altri predatori dei beni pubblici greci. Aziende cinesi, tedesche, italiane o francesi hanno effettuato acquisizioni a prezzo di svendita. Ma anche se nel 2015 le autorità cinesi avessero concretizzato le speranze di Varoufakis, questo non sarebbe comunque andato a beneficio della Grecia e del suo popolo.


 

Nel frattempo, anche le autorità russe, che erano state contattate da Tsipras e Panagiotis Lafazanis poco dopo i contatti di Varoufakis con Pechino, rifiutarono di aiutare il governo greco [3]. Putin invece trattò con la Merkel per ottenere un ammorbidimento delle sanzioni dell'Ue contro la Russia in seguito al conflitto con l'Ucraina, in cambio del rifiuto di Mosca di andare in aiuto del governo di Syriza.


 

Per quanto riguarda le speranze di Varoufakis e Tsipras di ottenere aiuto da Barack Obama, anche questa è stata una delusione. Secondo Varoufakis, l'amministrazione di Barack Obama affermò che la Grecia faceva parte della sfera di influenza di Berlino e lo stesso Obama raccomandò a Varoufakis di fare delle concessioni alla Troika. [4]


 

 

 


"Lasciate respirare la Grecia": manifestazione di solidarietà a Londra nel febbraio 2015


 

Diplomazia segreta e false comunicazioni di cui Tsipras e Varoufakis sono stati complici


 

Varoufakis dà conto della riunione dell'Eurogruppo che seguì la resa del 20 febbraio, falsamente presentata all'opinione pubblica greca come un successo: fine della Troika e della prigione del debito per la Grecia. All'Eurogruppo del 9 marzo a Bruxelles Varoufakis non riuscì a ottenere alcun gesto o concessione da parte dei leader europei, della Bce o del Fmi. Nonostante ciò, Varoufakis e Tsipras continuarono ad affermare che l'incontro era stato un successo. Varoufakis riporta che Tsipras gli avrebbe detto: "Lo presenteremo come un successo: secondo l'accordo del 20 febbraio inizieranno presto dei negoziati per sbloccare la situazione " (pag. 330).


 

Ciò che colpisce è il tempo speso da Varoufakis e Tsipras in interminabili riunioni all'estero, in colloqui nei quali loro fanno concessioni, mentre la Troika persegue metodicamente la sua opera di demolizione delle speranze del popolo greco. A Tsipras e Varoufakis non viene mai in mente di chiedere del tempo per incontrare il popolo greco, per organizzare incontri pubblici a cui la popolazione greca potesse partecipare. Non si muovono per il Paese a incontrare gli elettori, ad ascoltarli e spiegare loro quello che stava accadendo nei negoziati, per spiegare le misure che il governo avrebbe preso per combattere la crisi umanitaria e rilanciare l'economia del Paese.


 

Varoufakis e Tsipras non hanno cercato modi di comunicare con l'opinione pubblica internazionale né di mobilitare la solidarietà internazionale a sostegno del popolo greco. Non hanno mai approfittato delle loro visite a Bruxelles o in altre capitali per parlare direttamente con i molti attivisti che volevano capire che cosa stava realmente accadendo ed esprimere la loro solidarietà con il popolo greco.


 

Varoufakis e Tsipras hanno una pesante responsabilità nel mancato sviluppo di una solidarietà attiva e massiccia nei confronti della Grecia. Perché molti cittadini si mobilitassero sarebbe stato necessario rivolgersi a loro, informarli, per contrastare la massiccia campagna di denigrazione e stigmatizzazione di cui non solo il governo, ma l'intera popolazione greca era fatta oggetto.

 

Varoufakis e il Fmi


 

Si sarebbe dovuto annunciare la sospensione del pagamento del debito


 

Il 12 febbraio 2015 la Grecia ha rimborsato 747,7 milioni di euro per uno dei crediti concessi dal Fondo monetario internazionale nel quadro del primo memorandum. È stato un grave errore, si sarebbe dovuto annunciare la sospensione del pagamento di questo debito, con due argomenti: 1. lo stato di necessità [5] in cui si trovava il governo greco, nell'urgenza di dare precedenza alla lotta contro la crisi umanitaria; 2. l'avvio di un processo di revisione del debito pubblico greco, con la partecipazione dei cittadini, durante il quale il pagamento doveva essere sospeso [6]. Si sarebbe potuta giustificare questa revisione con l'applicazione del regolamento 472 dell'Unione europea. Questo articolo afferma: "Uno Stato membro soggetto a un programma di aggiustamento macroeconomico effettua un audit completo delle sue finanze pubbliche al fine, tra l'altro, di valutare i motivi che hanno portato all'accumulo di livelli eccessivi di debito e di individuare eventuali irregolarità" [7]. Né Varoufakis né Tsipras presero seriamente in considerazione la sospensione del pagamento combinata con un'inchiesta per determinare se il debito da pagare fosse legittimo o no, odioso o no.


 

Sarebbe stato possibile avviare una campagna di informazione da parte del governo, per mettere in discussione la legittimità dei crediti del Fmi elargiti alla Grecia dal 2010. Tsipras e Varoufakis avevano a disposizione i documenti segreti del Fmi, attestanti il carattere profondamente illegittimo e odioso della pretesa. Il problema è che Varoufakis era convinto che non avesse alcun senso parlare dell'illegittimità e dell'odiosità dei debiti addossati alla Grecia.


 

Il Wall Street Journal aveva reso pubblici i documenti segreti del Fmi fin da ottobre 2012, come già menzionato in un articolo. Alcuni giorni dopo la loro pubblicazione, incontrai Tsipras per parlare di una possibile collaborazione con il CADTM per condurre la procedura di revisione del debito. Dissi a Tsipras e al suo consigliere economico dell'epoca, John Milios: "Ora avete un argomento concreto contro il Fmi, perché se avete le prove che il Fmi sapeva che il suo programma non poteva funzionare e sapeva che il debito era insostenibile, abbiamo il materiale per affondare il colpo sull'illegittimità e illegalità del debito." [8] Tsipras rispose: "Ascolta... il Fmi sta prendendo le distanze dalla Commissione europea." Capii che aveva in mente che il Fmi avrebbe potuto essere un alleato di Syriza nel caso in cui Syriza fosse salito al governo. Un'idea del tutto priva di fondamenti ragionevoli.


 

A febbraio 2015 Tsipras e Varoufakis erano ancora fermi su quella posizione. Erano convinti che sarebbero stati in grado di ammorbidire il Fmi grazie al sostegno di Barack Obama e all'influenza dei consiglieri statunitensi scelti da Varoufakis, Jeffrey Sachs e Larry Summers. Erano totalmente sulla falsa strada. Varoufakis lo capì di persona una prima volta per ovvi motivi il 20 febbraio, e nei giorni seguenti, quando Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale, dichiarò all'Eurogruppo che non era assolutamente il caso di derogare dal memorandum stabilito.


 

Nonostante questa dimostrazione dell'atteggiamento ostile del Fmi, Varoufakis e Tsipras continuarono a rimborsare il Fondo monetario internazionale per tutto il mese di marzo 2015. Varoufakis ha dichiarato che il suo ministero ha pagato al Fmi 301,8 milioni di euro il 6 marzo, 339,6 milioni il 13 marzo, 565,9 milioni il 16 marzo e 339,6 milioni il 20 marzo. Complessivamente, nel mese di marzo 2015 sono stati pagati oltre 1.500 milioni di euro, utilizzando tutta la liquidità disponibile, benché le speranze di Varoufakis di ricevere denaro dalla Cina fossero svanite, e la Bce avesse confermato che non avrebbe pagato gli interessi dovuti alla Grecia sui buoni acquistati tra il 2010 e il 2012 e che non avrebbe ripristinato l'accesso alla liquidità ordinaria delle banche greche. Eppure il governo greco aveva sicuramente bisogno, per combattere la crisi umanitaria e promuovere l'occupazione, del denaro che finiva nelle casse del Fmi. Secondo Varoufakis, "che il mio ministero sia riuscito a trovare 1,5 miliardi di dollari per pagare l'Fmi ha del miracoloso, soprattutto tenendo conto del fatto che dovevamo continuare a pagare pensioni e dipendenti pubblici " (Capitolo 13, pag. 348).


 

La decisione di sospendere il pagamento del debito al FMI


 

Varoufakis riferisce di un incontro surreale tra Tsipras e i suoi ministri più importanti, tenutosi venerdì 3 aprile 2015. Spiega che prima della riunione aveva cercato di convincere Tsipras a non effettuare il pagamento successivo al Fondo monetario internazionale, previsto per il 9 aprile 2015 per un importo di 462,5 milioni di euro. La sua tesi: bisognava fare pressione sui leader europei e la Bce per ottenere qualcosa (ad esempio, un passo indietro sulla restituzione alla Grecia di due miliardi di euro incassati dalla Bce sui titoli greci 2010-2012), perché durante il mese di marzo non avevano ottenuto nulla. Varoufakis dice che sentiva di non essere riuscito a convincere Tsipras. Racconta in questo modo le intenzioni e il comportamento di Tsipras durante il "Consiglio dei ministri informale" (sic! pag. 348), che seguì:


 

"Eravamo su una strada che non portava da nessuna parte, disse, ma più parlava, più l'atmosfera diventava lugubre. Quando finì, sulla stanza pesava una cappa di rassegnazione. Diversi ministri parlarono, ma tradirono un profondo abbattimento. Alexis riprese la parola per concludere. Finì come aveva iniziato - lento, abbattuto, quasi depresso - ricordando che la situazione era critica e potenzialmente pericolosa, ma a poco a poco riprese il ritmo e riguadagnò energia.


 

"Prima che arrivaste, stavo parlando con Varoufakis. Stava cercando di convincermi che è il momento di fare default sul Fmi. I nostri interlocutori non mostrano alcun desiderio di raggiungere un accordo onesto, economicamente fattibile e politicamente sostenibile, mi ha detto. Ho risposto che non è il momento. (...) Ma sapete una cosa, compagni? Penso che abbia ragione. Quel che è troppo è troppo. Abbiamo scrupolosamente rispettato le loro regole. Abbiamo seguito le loro procedure. Abbiamo fatto marcia indietro per mostrare loro che siamo pronti a scendere a compromessi. E che cosa stanno facendo? Ritardano, per poi accusarci di ritardare. La Grecia è un paese sovrano, e oggi tocca a noi, al Consiglio dei ministri, di dire basta. Si alzò dalla sedia e con una voce sempre più forte mi puntò il dito contro, urlando: Non soltanto faremo default sul debito verso il Fmi, ma tu ora prendi un aereo, vai di corsa a Washington e lo comunichi di persona alla gran dama del Fmi!


 

La stanza fu attraversata da grida di gioia. Alcuni si scambiavano sguardi stupiti, consapevoli di vivere un momento storico. La tristezza e l'oscurità erano scomparse, qualcuno aveva strappato la tenda per far entrare la luce. Come tutti, forse anche di più, mi lasciai andare all'eccitazione. La si sarebbe detta una rivelazione, un'Eucarestia, per quanto strano possa sembrare in una banda di atei dichiarati." (Cap. 13, pp. 349-350).


 

Totale silenzio di Varoufakis sulla Commissione per la verità sul debito


 

Varoufakis ignora totalmente l'esistenza della commissione a cui aveva promesso la sua assistenza


 

Il resto di questa storia è allo stesso tempo scandalo e farsa. Varoufakis parte il giorno successivo per Washington via Monaco per incontrare con urgenza Christine Lagarde, direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale. Mentre racconta nei dettagli la riunione del 3 aprile e l'incontro con il direttore del Fmi a Washington il 5 aprile, ignora totalmente un incontro a cui ha partecipato il 4 aprile. Un'omissione non banale, perché proprio quel giorno si è tenuto presso il Parlmento greco l'incontro pubblico di apertura dei lavori della Commissione per la verità sul debito pubblico, in presenza di Alexis Tsipras, del Presidente del Parlamento Zoe Konstantopoulou, del Presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos e di dieci ministri, tra cui Yanis Varoufakis, che è intervenuto. Sono stato il coordinatore scientifico di questo comitato, quindi ho preso la parola subito dopo gli interventi del Presidente della Repubblica e della Presidente del Parlamento greco e prima degli interventi di tre miei colleghi della Commissione e di Varoufakis.


 

In realtà nel suo voluminoso libro Varoufakis ignora totalmente l'esistenza della commissione a cui aveva promesso il suo aiuto. Ha un bel sostenere sul suo blog e nelle interviste successive alla pubblicazione del suo libro di avere sostenuto la Commissione: questo è del tutto falso.


 

A mio parere è significativo anche che il 3 aprile, mentre si teneva l'importante incontro in cui venne deciso di sospendere il pagamento del debito al Fmi, George Katrougalos, che era un membro del governo, non ne era nemmeno al corrente. Ero con lui al suo ministero durante questo incontro. Allo stesso modo, la sera del 3 aprile ho incontrato anche la Presidente del Parlamento, a lungo, per preparare i dettagli della prima riunione della Commissione e nemmeno lei era a conoscenza né di questo incontro né della decisione di bloccare la restituzione del debito. Nemmeno Panagiotis Lafazanis, uno dei sei "super" ministri (questa è l'espressione usata da Tsipras), era stato invitato all'incontro. Questo testimonia il modo di muoversi di Tsipras e della sua cerchia: decisioni cruciali prese da un gruppo ristrettissimo, in segreto, senza consultare una grande parte dei membri del governo, né la Presidente del Parlamento né la direzione di Syriza.


 

Va anche sottolineato che il lavoro della Commissione per la verità sul debito ha avuto un enorme impatto sulla popolazione greca, e ne sono stato testimone personalmente. Molto spesso la gente mi ha manifestato simpatia o rivolto ringraziamenti per strada, sui mezzi pubblici o ancora al mercato settimanale del quartiere popolare di Atene dove ho vissuto tra aprile e luglio 2015. Questo significa che molte persone hanno seguito il lavoro della Commissione e ne conoscevano i membri principali, che tra l'altro sono stati oggetto di una sistematica campagna diffamatoria da parte dei media di destra.


 

Dalla tragedia alla farsa:  non è che un volo aereo


 

Non avevo mai sentito niente di così assurdo.


 

Ma riprendiamo il racconto di Varoufakis. Al suo arrivo a Washington, domenica 5 aprile, Tsipras gli trasmette un contrordine.


 

Ecco il dialogo tra Tsipras e Varoufakis, così come è riportato nel libro di quest'ultimo:


 

"Ascolta, Yanis, è stato deciso di non andare al default adesso, è troppo presto."


 

- "Come sarebbe 'è stato deciso' "? - Ho risposto, stordito. - "Chi è che ha deciso che non faremo default?"


 

- "Io, Sagias, Dragasakis... ci siamo detti che sarebbe stata una decisione prematura, appena prima di Pasqua".


"Grazie di avermi avvertito" gli ho risposto, fuori di me. Poi, prendendo il tono più neutro e distaccato possibile, gli ho chiesto: e adesso che cosa faccio? Prendo l'aereo e torno? Non vedo qual è il punto a incontrare la Lagarde.


 

- "Assolutamente no, non annullare l'appuntamento. Tu vai avanti come concordato. Tu incontri la signora e le dici che facciamo default."


 

Non avevo mai sentito niente di più assurdo.


 

- "Che cosa intendi, esattamente? Le dico che faremo default dicendole allo stesso tempo che abbiamo deciso il contrario"?


 

- "Esatto. Tu la minacci, in modo che in preda all'ansia chiami Draghi e gli chieda di porre fine alla restrizione della liquidità. A quel punto la ringraziamo e annunciamo che paghiamo il Fmi. "


 

Così Varoufakis accetta di andare a recitare una commedia grottesca alle sede del Fmi e dichiara a Christine Lagarde: "Sono autorizzato a informarvi che tra quattro giorni faremo default in relazione al nostro programma di rimborso al Fondo monetario internazionale, e questo finché i nostri creditori continueranno a trascinare i negoziati e la Bce limiterà la nostra liquidità."


 

Ora, la partenza di Varoufakis per Washington era stata resa pubblica. Ciò che Varoufakis non dice nel suo libro è che Dimitris Mardas, vice ministro delle Finanze scelto da Varoufakis [9], aveva dichiarato alla stampa internazionale che la Grecia il 9 aprile 2015 avrebbe pagato quanto dovuto al Fmi. L'agenzia di stampa ufficiale tedesca, Deutsche Welle, scriveva: "Il vice ministro delle Finanze Dimitris Mardas ha dichiarato sabato che la Grecia ha denaro a sufficienza. 'Il pagamento dovuto all'Fmi sarà effettuato il 9 aprile. C'è il denaro sufficiente per pagare gli stipendi, le pensioni e tutte le altre spese che dovranno essere erogate la prossima settimana', ha affermato Mardas"


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note

[1] Sagias è tornato a essere il consigliere designato dei grandi interessi stranieri per promuovere nuove privatizzazioni. Nel 2016 ha servito gli interessi dell'emiro del Qatar, che voleva acquistare un'isola greca, l'isola di Oxyas a Zacinto, appartenente a un parco naturale. Sagias è stato anche consulente di Cosco nel 2016-2017 in una controversia con i lavoratori del porto del Pireo, quando si è trattato di trovare una formula di pensionamento anticipato (o licenziamento dissimulato) per oltre un centinaio di lavoratori vicini all'età della pensione. Fonte: http://www.cadtm.org/Varoufakis-s-is-holding-of-the-dominant-order-as-advisers


 

[2] La società privata italiana Ferovialia ha acquistato le ferrovie pubbliche greche OSE per 45 milioni di euro nel giugno 2016 sotto la conduzione del ministro Stathakis, amico intimo di Tsipras ( https://tvxs.gr/news/ ellada / giati-i-trainose-polithike-monon-enanti-45-ekatommyrion-eyro ), con la prospettiva di un sussidio operativo di 250 milioni di euro da parte dello stato greco per i prossimi 5 anni (50 milioni all'anno). Vedi anche: http://net.xekinima.org/trainose-to-xroniko-mias-idiotikopoi/


 

[3] Vedi p. 342 e nota 5, cap. 12, p. 518.


 

[4] Vedi la dichiarazione di Obama secondo Varoufakis, cap. 14, pp. 368-369.


 

[5] Lo stato di necessità è riconosciuto dal diritto internazionale come una situazione che permette di sospendere il pagamento del debito.


 

[6] Ricordiamo che nel programma di Syriza per le elezioni del giugno 2012, tra le cinque priorità si poteva leggere: "Istituzione di una commissione internazionale di revisione del debito, insieme alla sospensione del pagamento del debito fino alla fine dei lavori di questa commissione".


 

[7] "Regolamento (UE) n. 472/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2013", art. 7 https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX:32013R0472&from=IT


 

[8] Nel 2017, il CADTM ha pubblicato e commentato questi documenti segreti, conosciuti grazie alle rivelazioni del Wall Street Journal nel 2012: http://www.cadtm.org/Documents-secrets-du-FMI-sur-la


 

[9] Per quanto riguarda D. Mardas, bisogna sapere che il 17 gennaio 2015, otto giorni prima della vittoria di Syriza, Mardas ha pubblicato un articolo particolarmente aggressivo contro la deputata di Syriza Rachel Makri, intitolato "Rachel Makri vs Kim Jong Un e Amin Dada ". L'articolo si conclude con la domanda molto eloquente (sottolineata da lui stesso) "Sono questi quelli che ci governeranno?". Dieci giorni dopo, grazie a Varoufakis, lo stesso Mardas è diventato viceministro delle Finanze. Varoufakis spiega nel suo libro che dopo un mese dalla nomina a ministro si è reso conto di avere fatto una scelta sbagliata. Va notato che Mardas, che ha sostenuto la capitolazione nel luglio 2015, è stato eletto deputato di Syriza nelle elezioni di settembre 2015.


 

Fonte: CADTM, Eric Toussaint , 08-02-2019