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09/10/17

Dani Rodrik - Perché gli stati nazionali sono importanti

Dani Rodrik, celebre economista enunciatore del famoso e omonimo trilemma, in questo articolo torna a parlare del rapporto tra stato nazionale, democrazia e globalizzazione, avvisando le élites globaliste che se non rinsaviscono dagli eccessi della propria ideologia cosmopolita, potrebbero ritrovarsi con l'economia globale e la democrazia liberale spazzate via. Gli Stati-nazione, dice Rodrik, ognuno con la propria peculiare configurazione istituzionale frutto dei compromessi sociali interni, forniscono una base di legittimazione politica e l'infrastruttura istituzionale e materiale su cui si reggono i mercati globali, che non hanno la capacità di auto-crearsi o regolarsi. Se gli Stati nazione vengono indeboliti in una corsa all'omologazione istituzionale, senza che le loro prerogative siano assunte da altre istituzioni, questa trama si sfalderà; inoltre, andrà persa la possibilità di sperimentare forme istituzionali differenti, la concorrenza tra di esse e l'apprendimento dagli altri, ovvero quanto di più vicino ci sia ad un laboratorio di capitalismo.

 

di Dani Rodrik, lunedì 2 ottobre 2017.

 

 

La rivolta populista del nostro tempo riflette la profonda divisione che si è aperta tra la visione del mondo delle élites intellettuali e professionali globali e quella dei cittadini comuni. Questi due gruppi oggi vivono in contesti sociali paralleli e si orientano utilizzando differenti mappe cognitive. Tuttavia il consenso generale di opinione che ci ha portato a questa divergenza rimane intatto. I rimedi proposti dai leader del pensiero mainstream raramente vanno oltre l'invocazione del problema della disuguaglianza e un po' più di attenzione nel compensare i perdenti.

 

Ma il problema si trova più in profondità, nell'attaccamento delle élites ad una mentalità globalista che minimizza e indebolisce lo Stato-nazione. Senza un cambiamento, potremmo ritrovarci con la nostra economia globale aperta spazzata via, assieme al nostro ordine liberale e democratico, dal contraccolpo provocato dai punti ciechi e dagli eccessi di questa mentalità.

 

All'interno dell'intelligentsia, lo Stato-nazione trova pochi sostenitori. Più spesso, è considerato inefficace - moralmente irrilevante, o persino reazionario - di fronte alle sfide poste dalla globalizzazione. Economisti e politici centristi tendono a considerare deplorevoli i recenti fallimenti del globalismo, fomentati da politici populisti e nativisti che hanno saputo capitalizzare sulle rimostranze di coloro che si sentono lasciati indietro e abbandonati dalle élites globaliste. Lo scorso ottobre, il primo ministro britannico Theresa May ha acceso un grido di protesta quando ha denigrato l'idea di cittadinanza globale. «Se credete di essere cittadini del mondo», ha detto, «siete cittadini del nulla».

 

I mercati hanno bisogno di istituzioni normative e legittimanti per prosperare - norme sulla sicurezza dei consumatori, sui regolamenti bancari, sulle banche centrali, sulle assicurazioni sociali e così via. Quando si tratta di fornire le disposizioni sulle quali fanno affidamento i mercati, lo Stato-nazione rimane l'unico attore efficace, non c'è niente di meglio in giro. L'ossessione per il globalismo delle nostre élites e dei tecnocrati ha indebolito la cittadinanza dove è più necessaria - a casa - e rende più difficile raggiungere la prosperità economica, la stabilità finanziaria, l'inclusione sociale e altri obiettivi desiderabili. Come tutti abbiamo avuto modo di vedere, il globalismo elitario abilita anche percorsi politici per i populisti di destra, che possono dirottare il patriottismo per scopi distruttivi.

 

La visione globalista del mondo è fondata sulla tesi secondo cui un'economia mondiale interconnessa richiede un'azione collettiva a livello globale. Ma questa premessa è in gran parte falsa. L'immagine convenzionale dell'economia mondiale come quella di "comunità globale" - in cui tutte le nazioni sarebbero condotte alla rovina economica a meno che non cooperino - è fuorviante. Se le politiche economiche falliscono, lo fanno più spesso per motivi interni e non internazionali. L'amministrazione globale rimane cruciale in alcuni settori, ad esempio i cambiamenti climatici o le pandemie, in cui la fornitura di beni pubblici globali è essenziale. Ma nella sfera economica il miglior modo in cui le nazioni possono servire al bene globale è mettere in ordine la propria economia.

 

Storicamente lo Stato-nazione è strettamente associato al progresso economico, sociale e politico. Esso ha frenato la violenza interna, ha ampliato le reti di solidarietà al di là dei mercati locali, ha stimolato i mercati di massa e l'industrializzazione, ha permesso la mobilitazione di risorse umane e finanziarie e ha favorito la diffusione delle istituzioni politiche rappresentative. Gli stati-nazione falliti solitamente portano al declino economico e alla guerra civile. Tra gli intellettuali, la perdita di prestigio dello Stato-nazione è in parte una conseguenza dei risultati che ha raggiunto. Per chi vive in paesi stabili e prosperi, il ruolo vitale dello stato-nazione è diventato facile da trascurare.

 

Ma lo Stato-nazione, come entità politica territoriale confinata, è diventato veramente un ostacolo al conseguimento dei risultati auspicabili in campo economico e sociale in vista della rivoluzione della globalizzazione? O lo Stato-nazione rimane indispensabile per il conseguimento di quegli obiettivi? In altre parole, è possibile costruire una difesa dello Stato-nazione maggiormente basata sui principi, che vada oltre il dire che esiste e che non si è estinto?

 

Per molti, lo stato-nazione evoca il nazionalismo, i cui eccessi hanno significato guerra e morte per milioni di persone. Ma è appropriata una correzione, per ricordare non solo gli eccessi ideologici della componente "nazione", ma anche il ruolo trasformativo e storico della componente "stato". Come piace dire agli studiosi di nazionalismo, lo Stato normalmente precede e produce la nazione, non viceversa. La migliore definizione della nazione rimane quella di Abbé Sieyès, uno dei teorici della Rivoluzione Francese: 'Che cos'è una nazione? Un corpo di associati che vivono sotto una legge comune e rappresentati dalla stessa assemblea legislativa". Gli etno-nazionalisti, con la loro enfasi sulla razza, l'etnia o la religione come base della nazione, rovesciano questa definizione. Come ha affermato recentemente lo storico Mark Lilla della Columbia University: "Un cittadino, semplicemente in virtù di essere cittadino, è uno di noi".

 

In realtà, Stati-nazione robusti sono vantaggiosi per l'economia mondiale. La molteplicità di stati-nazione aggiunge valore piuttosto che sottrarlo.

 

Una difesa di principio dello Stato-nazione partirebbe dalla proposizione che i mercati richiedono regole. I mercati non si creano, non si regolano, non si stabilizzano o legittimano da sé stessi, quindi dipendono da istituzioni non di mercato. Qualsiasi cosa che vada oltre un semplice scambio tra vicini richiede investimenti in trasporti, comunicazione e logistica; l'applicazione dei contratti, la fornitura di informazioni e la prevenzione dalle truffe; un mezzo di scambio nella compravendita, stabile e affidabile; disposizioni che consentano di conformare i risultati distributivi alle norme sociali; e così via. Dietro ogni mercato funzionale e sostenibile si trova un'ampia gamma di istituzioni che forniscono funzioni critiche di regolamentazione, ridistribuzione, stabilità monetaria e fiscale e gestione del conflitto. Queste funzioni istituzionali sono state finora fornite in gran parte dallo Stato-nazione.

 

Durante tutto il dopoguerra, non solo questo non ha impedito lo sviluppo di mercati globali, ma lo ha facilitato in molti modi. La filosofia guida dietro il regime di Bretton Woods, che ha governato l'economia mondiale fino agli anni Settanta, era che le nazioni - non solo le nazioni avanzate ma anche quelle da poco indipendenti - avevano bisogno di uno spazio politico all'interno del quale poter gestire le loro economie e proteggere i loro contratti sociali. I controlli sui capitali, limitando il libero flusso della finanza tra i paesi, sono stati considerati come un elemento intrinseco del sistema finanziario globale. La liberalizzazione commerciale rimase limitata ai beni industriali e alle nazioni industrializzate; quando le importazioni di tessuti e capi di abbigliamento provenienti da paesi a basso costo minacciavano gli accordi sociali nazionali causando perdite di posti di lavoro nelle industrie e nelle regioni interessate, pure queste erano trattate sotto regimi speciali.

 

Tuttavia gli anni del dopoguerra hanno visto una crescita storica del commercio e degli investimenti, in gran parte perché Bretton Woods incoraggiava sani ambienti regolatori nazionali. La globalizzazione economica si è basata sulle regole sostenute dai principali centri commerciali e finanziari. I sistemi monetari nazionali, le banche centrali e le pratiche regolatorie in ambito finanziario hanno funzionato come pietre angolari della globalizzazione finanziaria. Gli accordi politici nazionali, più che le regole del GATT, hanno sostenuto l'economia aperta che è finita col prevalere. Le comunità benestanti all'interno degli Stati nazionali - i grandi centri urbani, gli hinterland e i centri tecnologici - sono cresciuti proprio perché potevano contare sull'infrastruttura istituzionale creata dai governi nazionali.

 

Un'economia veramente globale, in cui l'attività economica è sganciata dalla sua base nazionale, richiederebbe istituzioni regolatrici transnazionali che si accordino alla scala e alla portata globali dei mercati. Ma non esistono tali istituzioni.

 

Né le regole di mercato sono universali. Gli Stati Uniti, il Giappone, le singole nazioni europee e tutte le società avanzate sono in misura diversa società di mercato, ma tutte si sono anche sviluppate storicamente in circostanze e con configurazioni istituzionali diverse. Queste società di mercato presentano norme divergenti nei mercati del lavoro, nell'amministrazione societaria, nei sistemi di welfare e nella regolamentazione. Tutte hanno generato quantità comparabili di ricchezza con leggi molto diverse. Non esiste una singola ricetta di configurazione istituzionale per il successo economico. Sì, i mercati, gli incentivi, i diritti di proprietà, la stabilità e la prevedibilità sono importanti. Ma non implicano un unico modello.

 

Le istituzioni che facilitano il capitalismo sono malleabili. La storia e la realtà contemporanea lo rendono chiaro. Come ha sottolineato il teorico politico Roberto Mangabeira Unger, non c'è motivo di pensare che la gamma di divergenza istituzionale che osserviamo nel mondo odierno esaurisca tutte le possibilità praticabili. Le funzioni istituzionali desiderate - allineare gli incentivi privati ​​all'optimum sociale, instaurare la stabilità macroeconomica, raggiungere la giustizia sociale - possono essere generate in molti modi diversi. L'unico limite è fissato dalla nostra immaginazione. Semplicemente non esiste un unico insieme di buone norme.

 

Data la non unicità delle norme e delle istituzioni che permettono il capitalismo, non sorprende che gli stati-nazione risolvano in modo diverso i principali compromessi sociali. Il mondo non è d'accordo su come bilanciare l'uguaglianza e le opportunità, la sicurezza economica e l'innovazione, i rischi sanitari e ambientali e l'innovazione tecnologica, la stabilità e il dinamismo, i risultati economici e i valori sociali e culturali e molte altre conseguenze della scelta sulla configurazione istituzionale. Le nazioni in via di sviluppo hanno requisiti istituzionali diversi dalle nazioni ricche. In breve, ci sono argomenti forti contro l'armonizzazione istituzionale globale.

 

Consideriamo la questione di come regolare i mercati finanziari. Le banche commerciali dovrebbero essere separate da quelle d'investimenti? Dovrebbe esserci un limite alla dimensione delle banche? Dovrebbe esserci un'assicurazione sul deposito e, in caso affermativo, cosa dovrebbe coprire? Le banche dovrebbero essere autorizzate a fare operazioni per proprio conto? Quante informazioni dovrebbero rivelare sulle proprie operazioni? La compensazione dei dirigenti dovrebbe essere stabilita dal consiglio di amministrazione, senza controlli regolamentari? Quali dovrebbero essere i requisiti di capitale e di liquidità? E così via.

 

Un compromesso centrale è tra l'innovazione finanziaria e la stabilità finanziaria. Un approccio leggero alla regolazione massimizzerà la portata di innovazione finanziaria (lo sviluppo di nuovi prodotti finanziari), aumentando la probabilità di crisi finanziarie e di crash. Una forte regolamentazione ridurrà l'incidenza e i costi delle crisi, ma aumenta il costo della finanza escludendo molti dai suoi benefici. Non esiste una risposta globale, nessuna formula universale da applicare a queste domande. Le diverse comunità troveranno una vasta gamma di risposte al compromesso ottimale tra stabilità e innovazione. Una soluzione globale potrebbe avere la virtù di ridurre i costi di transazione in finanza, ma comporterebbe altri costi significativi dovuti al non essere in sincrono con la realtà e le preferenze locali. Al momento, la regolamentazione finanziaria si trova di fronte a questo stallo: le banche stanno spingendo verso regole globali comuni e le istituzioni nazionali e i responsabili politici stanno facendo resistenza.

 

Infine, poiché non esiste un modello fisso e ideale per le istituzioni, e la diversità è la regola piuttosto che l'eccezione, un sistema di governo globale diviso rappresenta un ulteriore vantaggio. Permette la sperimentazione, la concorrenza tra forme istituzionali e l'apprendimento dagli altri. Per essere sicuri, l'apprendimento empirico può essere costoso quando si tratta delle regole della società. Tuttavia, la diversità istituzionale tra le nazioni è quanto di più vicino ci si possa aspettare ad un laboratorio di capitalismo nella vita reale.

 

Ma un mondo con meno regole globali che reprimono gli stati-nazione non sarebbe maturo per il protezionismo? I governi nazionali sono tenuti a ricercare l'interesse nazionale, e giustamente. Ciò non esclude la possibilità che gli elettori possano agire con un autentico e illuminato interesse personale, tenendo conto delle conseguenze delle azioni di politica interna per gli altri. Ma cosa succede quando il benessere dei residenti locali confligge con il benessere degli stranieri?

 

Fortunatamente, nella maggior parte delle aree economiche - tasse, politica commerciale, stabilità finanziaria, gestione fiscale e monetaria - ciò che ha senso da una prospettiva globale ha un senso anche da un punto di vista nazionale. L'economia insegna che i paesi devono mantenere frontiere economiche aperte, una solida regolamentazione prudenziale e politiche di piena occupazione, non perché queste sono buone per altri paesi, ma perché servono ad allargare la torta economica nazionale. La magia del vantaggio comparato è che il commercio internazionale allarga le opportunità economiche per ogni nazione, indipendentemente dalla sua struttura economica o dal livello di sviluppo.

 

Ovviamente, in tutti questi settori si verificano fallimenti delle politiche - ad esempio, il protezionismo. Ma questi riflettono una scarsa capacità amministrativa nazionale, non una mancanza di cosmopolitismo. Derivano dall'incapacità dei responsabili politici di convincere i collegi nazionali a beneficiare di scelte migliori, dalla cattura della politica da parte di potenti interessi o dalla mancanza di volontà di apportare adeguamenti per garantire che effettivamente ne benefici la maggior parte dei gruppi nazionali. Ciò che dà al nazionalismo economico la sua fama meritatamente negativa non è il perseguimento dell'interesse nazionale in sé. È il ricorso a rimedi che servono ancora un altro gruppo di interessi particolari - lobby protezioniste o gruppi nativi.

 

Quando spingono accordi commerciali, le élite intellettuali e finanziarie spesso accusano i loro critici di trascurare gli interessi dell'economia globale o delle nazioni povere. Ma in questi casi il nascondersi dietro il cosmopolitismo è un povero sostituto per vincere le battaglie politiche nel merito. E svaluta la moneta del cosmopolitismo quando ne abbiamo veramente bisogno, come nella lotta contro il riscaldamento globale.

 

Il disegno istituzionale richiede un compromesso fondamentale. La diversità dei bisogni e delle preferenze sociali spingono l'amministrazione verso il basso, a livello locale. Allo stesso tempo, la scala e la portata dell'integrazione dei mercati spingono l'amministrazione a livello globale. Un risultato intermedio, un mondo diviso in diversi sistemi di governo, è il meglio che possiamo fare.

 

L'insufficiente riconoscimento del valore degli stati-nazione conduce a vicoli ciechi. Spingiamo i mercati oltre ciò che la loro capacità di governo può supportare; o stabiliamo regole globali che sfidano la diversità dei bisogni e delle preferenze che ne sta alla base. Indeboliamo lo Stato-nazione senza compensare i miglioramenti nel governo altrove. L'incapacità di capire che gli stati nazionali costituiscono la base dell'ordine capitalista è al centro sia delle ingiustizie non affrontate della globalizzazione, sia del declino della salute delle nostre democrazie.

23/07/17

La Germania alza barriere contro le acquisizioni estere delle proprie imprese

Mentre in Italia continua lo shopping di brand nazionali da parte di investitori esteri, in tutta l'Unione europea i governi stanno diventando sempre più ostili agli scenari di acquisizione di imprese ritenute strategiche da parte di gruppi esteri. Caso esemplare è quello dell' "europeista" Macron con Fincantieri. E anche in Germania il governo della Merkel, indicato dalla stampa globalista come ultimo campione del liberoscambismo, ma sempre attento ad anteporre l'interesse nazionale agli interessi del resto d'Europa, ha alzato le barriere contro le acquisizioni da parte di paesi non-UE: lo riporta questo articolo di CNBC. Nel mezzo della crisi del sistema liberale, i paesi più forti mettono da parte la retorica liberista e fanno ricorso esplicito al protezionismo e alla difesa dell'interesse nazionale, termine misconosciuto dalla nostra classe dirigente, che - sempre più sottomessa - ne fa scempio. Come dimostrano le non-scelte degli ultimi anni e la recente crisi degli immigrati.

 

 

 

di Gemma Acton, 13 luglio 2017

 

La Germania ha reagito alla frenesia di acquisizioni estere dello scorso anno alzando l'asticella sugli standard per gli acquirenti stranieri che cercano di accaparrarsi imprese tedesche ad alta tecnologia.

 

Una nuova direttiva adottata mercoledì amplia il mandato di una legge esistente che consente attualmente al governo di bloccare un acquirente non appartenente all'Unione europea (UE) nell'acquisizione di oltre il 25 per cento di una società tedesca, se si ritiene che tale mossa possa mettere a rischio l'ordine pubblico o la sicurezza nazionale.

 

I ministri dispongono ora di maggiori poteri di indagine sugli accordi che riguardano imprese considerate fornitrici di "infrastrutture critiche", in particolare quelle che producono software per servizi pubblici, sistemi di pagamento, di trasporto o sanitari.

 

Il rafforzamento della regolamentazione giunge subito dopo una serie di acquisizioni nel 2016 da parte di imprese cinesi, che cercano di incrementare le loro capacità tecnologiche comprando imprese straniere con competenze avanzate in questo settore.

 

Secondo i dati di mergermarket, lo scorso anno gli acquirenti cinesi hanno speso complessivamente 9,1 miliardi di euro (10,4 miliardi di dollari) in 35 acquisizioni di imprese tedesche.

 

Dato il crescente protezionismo economico all'interno dell'Europa, in combinazione con i controlli sui capitali e le restrizioni imposte negli ultimi mesi dalle autorità nazionali ai potenziali acquirenti cinesi di imprese straniere, le acquisizioni che coinvolgono questi paesi hanno già rallentato, giungendo alla cifra molto più contenuta di 2,4 miliardi di euro nel primo semestre di quest'anno.

 

Eppure, nonostante il quadro sempre più difficile, l'appetito cinese per gli obiettivi europei e specialmente tedeschi rimane elevato, secondo Yi Sun, leader dei servizi alle imprese cinesi per la Germania, la Svizzera e l'Austria presso la società di servizi professionali, EY.

 

"La regolamentazione più stringente sulle acquisizioni da parte di investitori stranieri in Germania comporterà innanzitutto una pausa [nelle acquisizioni, ndt] perché gli investitori non europei dovranno rispettare l'attuazione delle nuove regole. La preparazione degli accordi dovrà essere più meticolosa in futuro, ma gli investitori cinesi sono diventati più professionali negli ultimi anni", ha detto il signor Sun a CNBC via email giovedì.

 

"A lungo termine, gli accordi commerciali tra la Cina e la Germania rimarranno elevati, tenendo presente che la Cina è già il principale partner commerciale dell'Unione europea, una realtà che non può essere ignorata", ha aggiunto.

 

Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad altri tentativi coordinati di proteggere le imprese europee dalle acquisizioni straniere, con due esempi salienti: lo smantellamento della fusione tra la Borsa di Londra e la Deutsche Boerse e l'azzeramento del tentativo di acquisto da parte di PGG, un produttore di vernice degli Stati Uniti, del più piccolo rivale olandese  Akzo Nobel, operazioni avvenute entrambe dopo un intenso dibattito politico.

 

Secondo Jonathan Klonowski, redattore della ricerca EMEA presso il mergermarket,  non si tratta esclusivamente di una tendenza del governo tedesco, perché sono molti i leader europei che hanno recentemente chiesto una maggiore protezione per le imprese nazionali in una vasta gamma di settori,

 

"Andando avanti, se questo nazionalismo economico dovesse crescere, probabilmente vedremo le imprese svolgere ulteriori attività durante la fase della due diligence e potremmo vedere i negoziatori diventare più selettivi sui loro obiettivi futuri", ha dichiarato Klonowski a CNBC via email giovedì.

 

"Abbiamo già visto una caduta delle acquisizioni cinesi in Europa, ed è probabile che nei prossimi mesi si andrà nella direzione di un'ulteriore riduzione ", è la sua previsione.

 

31/03/17

Il mito della crescita attraverso il libero scambio

Il sito di analisi politica ed economica Makroskop, curato da Heiner Flassbeck e Paul Steinhardt, passa al vaglio in questo documentato articolo il mito neoliberista secondo cui il libero mercato sarebbe sinonimo di crescita e benessere per tutti, mentre il protezionismo foriero di povertà e disastri. Giungendo alla conclusione che un'analisi senza pregiudizi della storia economica degli ultimi due secoli permette di affermare l'opposto: il libero mercato non porta affatto vantaggi a tutti e un certo protezionismo può giovare allo sviluppo economico di un paese, come risulta in particolare se si esamina il periodo precedente alla Prima guerra mondiale, proprio quello solitamente usato come prova a sostegno delle tesi neoliberiste.
Ringraziamo per la segnalazione Beppe Vandai.

di Patrick Kaczmarczyk, 24 febbraio 2017

Traduzione di Michele Paratico

 

Il protezionismo conduce alla guerra e alla stagnazione, il libero scambio inevitabilmente alla crescita. Questa storiella è un paradosso neoliberista da prima del 1913. Vale la pena dare un’occhiata più attenta alla storia.

 

Da quando Donald Trump è diventato presidente, ha cominciato a circolare la paura del protezionismo. Eminenti economisti attraverso i mass media ci mettono in guardia all’unisono contro le sventure che il protezionismo avrebbe già apportato all’umanità.
A questo proposito sempre più spesso si traccia un confronto con il periodo precedente alla prima guerra mondiale, che in letteratura notoriamente segna la fine della prima era della globalizzazione. Gabriel Felbermayr, dirigente dell’IFO - Institut für Wirtschaftsforschung (Istituto per la ricerca economica) di Monaco -  sezione commercio estero, vede la fine della globalizzazione in arrivo già prima delle elezioni americane in novembre e fa risalire al crescente protezionismo la catastrofe della prima guerra mondiale (1914 – 1918) (vedi qui). Il messaggio è chiaro: appena limitiamo in qualche modo il libero scambio, questo ci porta al disastro economico.

Quando vengono effettuati confronti tanto arditi, vale la pena dare un’occhiata più approfondita alla storia, nel nostro caso allo sviluppo dell’economia mondiale nel 19° secolo. In questo modo due aspetti diventano particolarmente chiari: da una parte, alla tesi che il libero scambio porti a una maggiore crescita e il protezionismo alla catastrofe manca qualsiasi fondamento storico; dall’altra, la politica economica che fece emergere le nazioni industrializzate mostra con quale doppiezza si predica, nel mondo occidentale, la storia dei liberi mercati.



Commercio europeo nel periodo 1870 – 1913 (incluso il commercio intra-europeo)

  • Wachstum = crescita

  • Gewichteter Durchschnitt = media ponderata

  • Rest der Welt = resto del mondo


 

 

Sebbene al commercio sia stato attribuito un sempre maggiore impatto sulla attesa crescente prosperità, è interessante però vedere che i flussi commerciali nel 1913 non si differenziano in maniera così marcata da quelli del 18° secolo. I paesi industrializzati occidentali (specialmente l’Europa occidentale e, alla fine del secolo, anche gli USA e il Giappone) esportavano soprattutto beni industriali, mentre il resto del mondo forniva prodotti agricoli per i lavoratori e materie prime per la produzione nei paesi industrializzati.

Le conseguenze di questi flussi commerciali furono pesanti. In primo luogo la dipendenza dalla esportazione di materie prime e la crescente importazione di prodotti industriali (specialmente tessili e abbigliamento) impedì nel Sud una propria industrializzazione. Per questo la distruzione dell’industria tessile indiana viene vista negli studi come il primo esempio di deindustrializzazione, ma anche in altre regioni, tra cui la Cina, l’America Latina e il Medio Oriente, si verificò un declino di importanti settori industriali. Complessivamente la quota di produzione mondiale di prodotti industriali dovuta ai paesi in via di sviluppo tra il 1860 e il 1913 scese da un terzo a un decimo.



Distribuzione percentuale nel mondo della produzione industriale

 

Una ulteriore conseguenza di questo sviluppo fu che la differenza di reddito tra il Nord industrializzato e il Sud esportatore di materie prime aumentò significativamente in questo periodo ( vedi figura in basso) – un processo che lo storico Kenneth Pommeranz ha definito “Great Divergence” (La grande divergenza) e che contribuì decisamente a porre le basi della situazione attuale di molti paesi poveri del Sud del mondo. Se il periodo precedente alla prima guerra mondiale viene visto come una prova che il libero scambio porta vantaggi a tutti i partecipanti, ci si può porre la domanda, allora come adesso, di chi si intenda con questi “tutti”.



PIL pro capite in alcuni paesi nel periodo 1820-1938

 

Fonte: Maddison (2001), WTO World Trade Report 2013 (p. 49)

 

Protezionismo nel bel mezzo del periodo d’oro del liberismo

La spinta liberalizzazione del commercio subì una importante battuta d’arresto dopo due decenni di accordi bilaterali, tanto che in Europa si delineò un crescente protezionismo. La problematica del libero commercio, dal quale in teoria alla fine tutti dovrebbero trarre vantaggi, si delineò già nel 19° secolo, quando la società si divise tra vincitori e sconfitti della globalizzazione. I primi furono principalmente i lavoratori delle città, in quanto i prezzi dei prodotti alimentari, grazie alla riduzione dei costi di trasporto, diminuirono significativamente. Così, in un periodo in cui la maggior parte del reddito doveva essere speso per i bisogni alimentari necessari per vivere, i redditi reali poterono salire del 43% (in Gran Bretagna) tra il 1870 e il 1913.

I perdenti invece furono principalmente i contadini che vivevano nelle campagne, poiché i prezzi dei prodotti agricoli calarono, a causa delle importazioni a prezzi bassi, e i loro redditi si ridussero significativamente. Sovvenzioni statali insufficienti e la politica deflazionistica dovuta al Gold Standard peggiorarono la situazione dei contadini. Come risposta alla crescente guerra dei prezzi e alla incombente depressione del 1870, i proprietari terrieri insieme a nuovi imprenditori emergenti dell’industria riuscirono a far accettare in vaste aree dell’Europa un più forte protezionismo, che è rimasto in vigore fino all’inizio della Prima guerra mondiale. L’impero austro-ungarico innalzò le tariffe doganali nel 1876, l’Italia seguì nel 1878 e la Germania si unì al trend nel 1879.

Anche dall’altra parte dell’Atlantico il forte sviluppo economico degli USA ebbe poco a che fare con il libero commercio. Dopo la vittoria degli stati del Nord nella guerra civile americana nel 1865, il governo cominciò a promuovere la propria economia attraverso interventi statali, con il suo programma di industrializzazione volto alla sostituzione delle importazioni (ISI, Import Substitution Industrialization). Negli anni dal 1866 al 1883 gli USA si trincerarono dietro a dazi doganali mediamente del 45% per l’importazione di prodotti industriali (i dazi inferiori furono del 25%, i superiori del 60%) e ottennero nonostante – o grazie a? – questa politica economica una crescita notevole e progressi tecnologici.

In questo contesto è ancora più incredibile che si associ il capitalismo anglosassone di oggi esattamente al contrario di ciò che ha posato la pietra angolare della prosperità degli USA.

Mentre tutti gli stati ricchi dal 1870 cominciarono a mettere così validamente in campo misure protezionistiche, fu imposta ai paesi in via di sviluppo, principalmente attraverso l’influsso coloniale, una radicale liberalizzazione dei mercati. Lo storico Paul Bairoch descrive in modo particolarmente efficace la situazione nell’anno 1913 con queste parole:

“Quando la politica commerciale fino al 1913 nel mondo industrializzato viene descritta come un’isola di liberismo, circondata da un mare di protezionismo, allora si dovrebbe caratterizzare al meglio il mondo industrializzato come oceano del liberismo con isole di protezionismo” (traduzione libera)

Questa situazione non risulta di certo sconosciuta oggi ad alcuni paesi in via di sviluppo, dove negli ultimi decenni al posto delle potenze coloniali sono stati i fondamentalisti del libero mercato del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale ad imporre ai governi una politica economica neoliberista.

Tra gli studiosi c’è una dibattuta discussione su fino a che punto l’imperialismo del 19° e 20° secolo possa essere visto come inevitabile conseguenza dell’ordine mondiale capitalista. Alcuni, tra cui in particolare l’economista britannico John Atkinson Hobson, hanno sostenuto la tesi che l’espansione coloniale fosse l’inevitabile conseguenza della ricerca di nuovi mercati e luoghi di produzione più economici. Si contrappone a questa tesi l’opinione che motivi economici da soli non possano costituire una spiegazione sufficiente, visto che spesso solo una minima parte degli investimenti andò nelle colonie.
Nel caso dell’impero britannico le colonie britanniche nel loro insieme (escluse Australia, Canada e Nuova Zelanda) ottennero il 16,9% di tutti i crediti e investimenti, mentre gli USA da soli ottennero una quota del 20,5%. Alle colonie tedesche (2,6%) e francesi (8,9%) similmente fu destinata solo una insignificante quota degli investimenti e crediti esteri dalle loro rispettive potenze di occupazione e amministrazione.
Oltre a questo, il prestigio politico di uno stato che si fosse affermato come potenza coloniale ebbe senza dubbio una certa rilevanza.

 

 

Contraddizioni neoliberiste dai tempi della prima era della globalizzazione

 In considerazione dei contesti visti finora, la tesi che la liberalizzazione del commercio obbligatoriamente porti a un commercio maggiore e maggiori crescita e prosperità pone due domande decisive.

In primo luogo, come è possibile che eminenti economisti si riferiscano al periodo antecedente alla Prima guerra mondiale per mostrare che il “libero scambio” è un elemento essenziale per la crescita economica?

In secondo luogo, su quale fondamento si poggia l’opinione che il protezionismo emergente negli anni settanta del 19° secolo sfociò nella catastrofe del 1914?

In particolar modo i neoliberisti dovrebbero essere di fronte a un mistero per quanto riguarda la crescita nella fase finale del 19° secolo. Da una parte abbiamo visto che “l’Epoca d’oro del liberismo” ebbe una componente protezionistica molto forte e che una grossa parte del commercio mondiale ebbe luogo solamente tra i paesi ricchi. Dall’altra abbiamo visto la forte divergenza di reddito tra il Nord e il Sud, benché il libero scambio avrebbe dovuto condurre invece a una convergenza.

In aggiunta, dovrebbe essere posta un'altra domanda, su come gli USA – dove invece furono imposti alti dazi doganali a protezione dell’industria nazionale – poterono svilupparsi così positivamente. Questo sviluppo non sarebbe per niente sorprendente, se lo si comparasse con la politica economica che ha portato la Cina e le “Tigri asiatiche” ad ottenere una forte crescita verso la fine del 20° secolo, sebbene la loro politica economica fosse diametralmente opposta al dogma neoliberista del libero scambio.

Ancora più chiara diventa la problematicità di una relazione di causalità nel fatto che il libero scambio porterebbe a più commercio e con ciò a maggiore crescita, osservando i dati di crescita in relazione alle rispettive politiche economiche predominanti (vedi figura in basso). Sorprendentemente, con un crescente protezionismo aumentarono sia la crescita economica sia l’export.

Troviamo lo stesso modello se confrontiamo il periodo durante il sistema di Bretton Woods (1950 – 1970 nella tabella) con la fase immediatamente seguente della liberalizzazione (1970 – 1990), fase in cui la crescita sia nei paesi industrializzati sia nei paesi in via di sviluppo raggiunge solo la metà rispetto al periodo precedente. Spesso come motivazione viene riportato il bisogno di recuperare che i paesi industrializzati ebbero dopo la Seconda guerra mondiale. Tuttavia di fronte alla condizione in cui si trovano oggi molti paesi in via di sviluppo e di fronte al bisogno enorme di recupero che la maggior parte dei paesi industrializzati ha nella formazione, nell’ecologia e nelle infrastrutture, a mio avviso l’argomento è insufficiente.

 

In ogni caso è chiaro che l’idea, che la liberalizzazione del commercio porti con sé necessariamente una crescita maggiore, non si lascia generalizzare. Questo concetto, specialmente in relazione al periodo precedente alla Prima guerra mondiale, rimane un’idea assurda della scuola neoliberista.



Tendenze della crescita economica 1830 – 1990

 

  • Industriestaaten = paesi industrializzati

  • Entwicklungsländer = paesi in via di sviluppo

  • Welt insgesamt = totale mondiale


 

 

Molto più convincente sembra essere la tesi che il rapporto di causa-effetto vada nella direzione opposta: una maggiore crescita economica conduce a maggior commercio internazionale. Bairoch e Kozul-Wright corroborano questa linea di pensiero con gli sviluppi della seconda metà del 19° secolo. Nel periodo dal 1860 al 1879, quando il commercio era fortemente liberalizzato, sia la crescita della produzione sia l’export furono molto deboli. Invece durante la fase protezionistica immediatamente successiva il tasso di crescita della produzione aumentò di più del 100% e l’export aumentò del 35%.

Un’osservazione più ravvicinata dei singoli paesi chiarisce meglio questo concetto (vedi figura in basso). Con l’eccezione dell’Italia, ogni paese in seguito alla propria politica protezionistica vide una rapida crescita del reddito nazionale lordo. Anche il commercio, nella maggior parte dei casi, crebbe nel lungo periodo (20 anni), dopo un calo iniziale delle esportazioni nei primi dieci anni.



Quadro delle riforme della politica commerciale, export e crescita in alcuni paesi europei (*)

(*) tassi di crescita annuale basati sui valori medi di tre anni, media dei tre anni precedenti, incluso l’anno in cui è entrata in vigore la nuova politica commerciale.

 

  • Datum des Politikwechsels = data del cambio di politica (commerciale, ndt).

  • 10-Jahres-Zeitraum vor Einführung der protektionistischen Maßnahme = periodo decennale antecedente l’introduzione delle misure protezionistiche.

  • Zeiträume nach Einführung der protektionistischen Maßnahme = periodi dopo l’introduzione delle misure protezionistiche.

  • Erste 10 Jahre = primi dieci anni

  • Folgende 10 Jahre = dieci anni successivi

  • BSP (Bruttosozialprodukt) = prodotto nazionale lordo


 

 

Una distorsione dei fatti  

L’argomento che il protezionismo prima del 1914 contribuì allo scoppio della Prima guerra mondiale non ha nessuna prova fondata. Da una parte le nazioni industrializzate già nel 1870 iniziarono ad adottare misure protezionistiche, dall’altra aumentarono, nel periodo seguente, sia la crescita economica che le esportazioni.
Al contrario, questa epoca chiarisce ciò che le ideologie neoliberiste non vogliono ammettere: che il “libero scambio” nel suo insieme ha arricchito solo pochi e che la crescita economica è possibile anche senza un radicale fondamentalismo del libero mercato. In effetti, considerando la storia, la difesa del libero scambio si mostra come un atto ipocrita. Coloro che oggi sostengono a gran voce il capitalismo anglosassone, gli USA e la Gran Bretagna, hanno essi stessi difeso all’inizio della loro industrializzazione le loro imprese e industrie attraverso alte tariffe doganali. Un simile attacco di amnesia storica lo ha avuto ultimamente anche il capo dello stato e del partito cinese Xi Jinping, che a Davos si è pronunciato fortemente contro il protezionismo (vedi: qui).

L’economista di Cambridge Ha-Joon Chang bolla giustamente questi modi di argomentare come “astorici”, poiché l’analisi del passato è stata rimossa grazie all’uso della matematica e a ipotesi assurde. Il fatto che “la maggior parte dei paesi benestanti, che attraverso una combinazione di protezionismo, sovvenzioni e altre misure di politica economica [sono diventati ricchi], […] sconsiglino ai paesi in via di sviluppo [esattamente queste misure]” viene descritto da Ha-Joon Chang come lo scalciare via la scala dopo essere saliti sull'albero.
Non si dimentichi che sono le attuali tariffe doganali e le sovvenzioni nel ricco Nord che rendono ancora più difficile per i paesi in via di sviluppo la commercializzazione dei loro prodotti.

Nell’insieme ci rimane da evidenziare che un certo protezionismo può essere molto utile per lo sviluppo economico di un paese, se applicato nel quadro di una intelligente strategia di politica commerciale, che corrisponda ogni volta al proprio stadio di sviluppo. E in effetti non solo per i paesi in via di sviluppo, ma anche per i principali paesi industrializzati possono esserci vantaggi derivanti da misure protezionistiche. Soprattutto quando si tratta di difendersi da vantaggi commerciali sleali di altri paesi.

Così, lentamente, si fa largo l’idea che il nocciolo del problema sia qui. In Germania non si vuole ancora ammettere che l’enorme avanzo della bilancia commerciale è stato ottenuto con metodi sleali e a carico dei paesi in disavanzo di bilancia commerciale. Perciò in Germania è ancora più facile che altrove condannare il protezionismo. Tuttavia, come abbiamo visto, il periodo antecedente il 1914 supporta con molta difficoltà le tesi di alcuni economisti e mass media tedeschi.

Non sarebbe più sensato che i noti opinion makers studiassero più attentamente le conseguenze del mercantilismo? È così difficile riconoscere quale logica seguono la politica economica e la politica commerciale tedesche?

"The ordinary means […] to encrease our wealth and treasure is by Forraign Trade, wherein wee must ever observe this rule; to sell more to strangers yearly than wee consume of theirs in value."

“I mezzi normali […] per la crescita della nostra prosperità e del nostro patrimonio sono il commercio con l’estero, dove dobbiamo sempre osservare queste regole: ogni anno dobbiamo vendere agli stranieri più della merce estera che consumiamo.”

 

Questa frase non è della Merkel o di Schäuble, come si può cogliere immediatamente dal modo di esprimersi.antiquato. Tanto meno è un estratto del programma della Troika, che ha propugnato questa politica nelle sue “riforme” per aumentare la “competitività” dell’Europa. Questa “strategia” di politica economica venne fissata da Thomas Mun, uno degli ex-direttori della Compagnia delle Indie Orientali, nella sua opera “Il patrimonio dell’Inghilterra attraverso il commercio estero”, nel 1664.

Da questo si può riconoscere quanto poco progredito sia l’atteggiamento mentale di alcuni politici, mass media e studiosi di oggi.

 

 

Bibliografia

 

 

Bairoch, P. (1982) ‘International industrialisation levels from 1750 to 1980’, The Journal of European History, 2, pp. 269-333

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13/02/17

Handelsblatt: Surplus d'Invidia

L'Handelsblatt, prestigioso quotidiano economico tedesco, ospita un lungo articolo sul dibattito che si è aperto in Germania a proposito del surplus commerciale tedesco, a seguito dell'insediamento di Trump. Ne emergono i diversi punti di vista all'interno dell'establishment tedesco: la visione dominante è quella secondo la quale il surplus è figlio della superiorità qualitativa dei beni tedeschi e della competitività dell'economia, con annesso il tentativo di Schäuble di  scaricare le responsabilità sulla BCE. D'altra parte, cresce anche la preoccupazione e la consapevolezza che il vantato surplus stia diventando il tallone d'Achille tedesco, a causa sia della mancanza di investimenti in patria che della declinante solvibilità dei paesi importatori.

 

della redazione di Handelsblatt, 10 febbraio 2017

Il surplus commerciale della Germania non piace a Donald Trump, che ha minacciato tariffe punitive e protezionismo. Ma il presidente degli Stati Uniti non è il solo a pensarla così - nella stessa Germania un coro crescente di esperti afferma che è giunto il momento di affrontare il tema del surplus di 253 miliardi di euro.

Wolfgang Schäuble è più che il Ministro delle Finanze tedesco. E' un anziano uomo di stato e senza dubbio uno dei politici più potenti della maggiore economia europea. Inoltre non si è mai ritirato da una lotta - anche se quella lotta è con il Presidente degli Stati Uniti.

Dopo che Peter Navarro, il Consigliere al commercio di Donald Trump, ha accusato la Germania di continuare "a sfruttare gli altri paesi della UE nonché gli USA"  grazie all'euro debole, Schäuble non ha potuto trattenersi dal replicare. Sembra, ha dichiarato, che qualcuno debba spiegare ai consiglieri di Trump che la Germania in realtà non è responsabile della politica monetaria nella zona euro.

Il Ministero delle Finanze tedesco ha anche fatto seguire alle sue dichiarazioni una difesa scritta delle politiche commerciali del paese, in cui si afferma che sono la conseguenza di un ambiente imprenditoriale sano, favorito da valide politiche fiscali e da un mercato del lavoro flessibile e qualificato.

"Sarebbe bizzarro accusare un paese che ha affrontato queste sfide e trae vantaggio dalla forte competitività delle sue imprese", si legge nel documento.

Il messaggio è stato chiaro: la Germania non deve dare spiegazioni a nessuno per il proprio enorme surplus commerciale.

Schäuble non è rimasto solo nella sua difesa del fatto che la Germania esporti molto più di quanto importi. Ingo Kramer, il presidente della Confederazione dei datori di lavoro tedeschi, ha detto che una delle maggiori ragioni del notevole surplus commerciale tedesco è l'alta qualità dei prodotti fabbricati in Germania.

"Questo fatto di tanto in tanto va anche ricordato", ha detto Kramer.

Eric Schweitzer, il presidente dell'Associazione delle Camere di Commercio e dell'Industria tedesche (l'equivalente dell'italiana Confindustria, ndt), è d'accordo: "Il surplus delle esportazione tedesche è un segno della competitività dell'economia del paese".

In sostanza le risposte da parte tedesca giungono alla seguente conclusione: non possiamo farci niente se i nostri prodotti sono migliori di quelli di tutti gli altri e se tutti li vogliono.

Ma è proprio questo atteggiamento che ha portato il governo tedesco e le sue associazioni economiche di categoria a ignorare le crescenti critiche allo squilibrio commerciale, o avanzo delle partite correnti, sempre in aumento.

Naturalmente, gli squilibri commerciali non sono sempre una brutta cosa. Nel caso della Germania, il Fondo monetario internazionale(FMI) ha calcolato che un surplus tra il 2,5% e il 5,5% del suo prodotto interno lordo complessivo sarebbe accettabile.

L'Unione europea ha imposto un limite massimo del 6%, anche se la Germania lo ha frantumato già molto tempo fa. Nel 2016, la dimensione dello squilibrio commerciale della Germania è stata pari al 9% del suo Pil, con le esportazioni tedesche che hanno raggiunto un altro picco.  Destatis, l'agenzia di statistica del paese, giovedì ha annunciato che le aziende tedesche hanno venduto all'estero beni per un valore di 1.200 miliardi di euro, il che significa che la bilancia commerciale del paese vanta un surplus record, prossimo ai 253 miliardi di euro.

Chiaramente le ragioni di questo tipo di surplus - e di squilibrio - hanno a che fare con qualcos'altro che non la semplice superiorità delle merci prodotte in Germania. Normalmente, se un paese esporta molto più di quanto non importi, la sua moneta schizzerebbe alle stelle, rendendo più difficile vendere la sua merce all'estero. La domanda in calo, a sua volta, porterebbe il rapporto import-export più vicino all'equilibrio.

Ma dato che la Germania è parte della zona euro, non c'è alcun meccanismo di auto-correzione degli squilibri. Prima di tutto, non c'è nessun tasso di cambio che può fluttuare quando la Germania commercia con gli altri paesi all'interno della zona euro, che assorbono circa il 40% delle sue esportazioni. Tutti usano la stessa moneta. Inoltre, il tasso di cambio dell'euro rispetto al dollaro non può riflettere correttamente la forza dell'economia tedesca, perché riflette anche la mancanza di competitività di molti altri paesi della zona euro.

[caption id="attachment_10095" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Il commercio estero della Germania, in milardi - in rosso le esportazioni e in nero le importazioni[/caption]

Il surplus commerciale della Germania viene poi utilizzato per fornire sostegno finanziario alle altre nazioni della zona euro, e permettere ai loro cittadini di continuare a comprare le merci tedesche. Ancora una volta, non c'è alcun meccanismo di equilibrio e questo danneggia tutti coloro che prendono parte al ciclo - a parte il settore delle esportazioni tedesco. Fino ad ora, le critiche verso la Germania e verso questo  questo ciclo sono state deboli. Fino ad ora - perché gli attacchi dalla nuova amministrazione USA hanno cambiato le cose.

Per comprendere il motivo per cui il surplus commerciale della Germania infastidisce così tanto gli Stati Uniti e perché la Germania, insieme a Cina e Messico, ha suscitato le ire della Casa Bianca di Trump, basta guardare allo squilibrio della bilancia commerciale degli Stati Uniti. La più grande economia del mondo importa merci dalla Germania per un valore di quasi 100 miliardi di euro. In termini assoluti, gli Stati Uniti hanno di gran lunga il più grande deficit commerciale al mondo: un'enorme cifra di 430 miliardi di euro. La Germania contribuisce al deficit per 45 miliardi di euro.

E se Trump ha dimostrato qualcosa nelle sue prime, turbolenti settimane dall'entrata in carica, è che è più che felice di agire in linea con le sue promesse elettorali. Come portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer ha detto recentemente che l'amministrazione Trump vuole aumentare le tasse sulle importazioni da paesi con i quali gli Stati Uniti hanno un deficit di commercio estero.

Si è parlato di una tariffa del 20 per cento sulle importazioni da grandi paesi esportatori come la Cina e la Germania. La nuova tassa sarebbe mirata a rendere più costose le importazioni da questi paesi, mentre allo stesso tempo le esportazioni dagli Stati Uniti sarebbero facilitate grazie ad incentivi fiscali per le imprese esportatrici.

Se gli Stati Uniti tengono fede alle loro promesse, e se la Germania resta ferma sulle proprie idee, allora potrebbe scoppiare una guerra commerciale tra le due sponde dell'Atlantico, con nuove barriere all'importazione da un lato e possibili misure di ritorsione dall'altro.

In questo momento, il governo tedesco non ha un parere unanime su come affrontare la politica di "America First" (Prima l'America, ndt) di Trump.

Brigitte Zypries, nuovo Ministro tedesco per l'economia e l'energia, ha suggerito che si potrebbero convincere i governatori dei singoli stati USA ad opporsi al protezionismo di Trump.

"Andremo negli Stati Uniti e stabiliremo contatti con i governi statali", ha detto la Zypries. "Il governatore della Carolina del Sud, per esempio, non ha alcun interesse nel veder tagliati nel suo stato i posti di lavori della BMW".

Negli ultimi anni, BMW, Daimler e Volkswagen hanno tutte aperto grandi fabbriche negli Stati Uniti, creando posti di lavoro per più di 30.000 persone, contrastando il declino dell'industria automobilistica americana. Se a questi si aggiungono i posti di lavoro indirettamente collegati agli impianti di produzione tedeschi, come quelli dei fornitori di componenti, allora  quei 30.000 posti di lavoro si avvicinano rapidamente a 250.000 famiglie i cui redditi dipendono direttamente o indirettamente dagli impianti di produzione tedeschi.

Ancora, secondo Automotive News, una pubblicazione del settore, mentre la VW produce più di 70.000 veicoli ogni anno negli Stati Uniti, vende nel paese più di mezzo milione di vetture. Per compensare la differenza, importa una grande quantità di veicoli dal Messico, dove si producono fino a 390.000 unità di automobili all'anno. VW spedisce automobili anche dalla Germania.

[caption id="attachment_10100" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Paesi di destinazione delle esportazioni tedesche, volume in miliardi di euro - confronto tra 2000 e 2016[/caption]

È per questo che VW è passata all'attacco alla grande. La casa automobilistica ha commissionato uno studio all'agenzia di consulenza direzionale EY per analizzare il beneficio economico che la sua presenza porta all'economia degli Stati Uniti. Il risultato: VW contribuisce per 25 miliardi di dollari al Pil degli Stati Uniti attraverso la produzione, i fornitori e i distributori e provvede alla creazione di circa 120.000 posti di lavoro.

C'è anche il fatto che alcune delle case automobilistiche tedesche esportano in altri paesi una parte di ciò che producono negli Stati Uniti. Prendiamo la BMW, per esempio: l'anno scorso, la società con sede a Monaco ha assemblato 400.000 veicoli negli Stati Uniti, ma ne ha venduti solo 366.000 negli USA. Il suo stabilimento di Spartanburg, dove sono realizzati quasi tutte i modelli della serie X, attualmente è il più grande impianto di produzione della società in tutto il mondo, Germania inclusa.

Se Trump dovesse imporre una tassa punitiva su tutte le auto importate dal Messico, l'economia americana ne soffrirebbe di conseguenza. Perché attraverso il confine non arrivano soltanto veicoli finiti. I produttori americani di auto guadagnano dalla mancanza di barriere commerciali quando importano pompe di iniezione, alternatori e sistemi idraulici dal vicino al sud degli Stati Uniti. Lo stesso vale per le più piccole imprese di componentistica per le auto tedesche.

Le ultime statistiche - esportazioni tedesche verso gli Stati Uniti fino a novembre 2015 - mostrano che i produttori di auto e i fornitori di componenti auto rappresentano la quota maggiore del venduto negli Stati Uniti, per un valore di 37 miliardi di euro l'anno. Al secondo posto, con 17 miliardi di euro, ci sono i costruttori di macchine industriali con le loro trasmissioni, ventilatori, pompe, compressori e viti - che spesso anche loro vendono all'industria automobilistica.

"Spesso forniscono componenti indispensabili, come il rivestimento interno di una vettura che viene prodotta negli Stati Uniti", ha dichiarato Peter Fuss, un socio di EY. "Chiunque produca viti e le esporti verso gli Stati Uniti è improbabile che costruisca un impianto in America. Il costo sarebbe superiore alla resa."

Naturalmente in Germania c'è preoccupazione per il protezionismo degli Stati Uniti. Ma c'è anche realismo.

[caption id="attachment_10102" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Paesi col più grande deficit commerciale verso la Germania[/caption]

Un buon esempio dell'atteggiamento di un imprenditore tedesco è quello di Martin Herrenknecht, che si potrebbe dire personifichi un aspetto del boom delle esportazioni tedesche. La sua azienda omonima nel sud della Germania, Herrenknecht, è leader mondiale nella tecnologia di tunneling con un fatturato annuo pari a 1,3 miliardi di euro. Produce teste perforatrici per le enormi macchine utilizzate per scavare giganteschi tunnel attraverso le Alpi svizzere, sotto il Bosforo e anche sotto le città.

Ma Herrenknecht non è solo un brillante esempio di ingegneria tedesca. E' anche responsabile di una parte dello squilibrio commerciale del paese, poiché esporta il 95% delle macchine che produce.

Queste macchine uniche sono assemblate presso la sede della società a Schwanau, in Germania, e l'assemblaggio richiede tra i sei e i 14 mesi. Ogni macchina è unica, costruita sulle specifiche del cliente, poi smontata e spedita in un altro paese, dove viene ricomposta e messa in funzione.

Quando gli è stato chiesto cosa pensa sulla minaccia di Trump di imporre tasse punitive sulle importazioni, Herrenknecht ha scrollato le spalle: "L'anno scorso, l'ultimo produttore americano di grandi trivellatori per tunnel è stato venduto ai cinesi. Sta diventando piuttosto difficile comprare americano".

[caption id="attachment_10099" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Rapporto di cambio dollaro-euro, dal 2002 al 2017[/caption]

Ancora, si deve anche notare che le critiche al surplus commerciale della Germania non sono venute solo dagli USA. Il Ministero dell'Economia tedesco, per esempio, è più preoccupato del surplus commerciale della Germania rispetto al Ministero delle Finanze. E  un'inaspettata  coalizione, formata da persone apertamente critiche, si è schierata all'opposizione. La loro opposizione ha poco a che fare con il fatto che questo surplus sia un male per gli altri paesi. Piuttosto, si preoccupano che il surplus nel lungo periodo potrebbe essere gravemente dannoso per la Germania.

Dopo tutto, uno squilibrio commerciale è una lama a doppio taglio: si potrebbe pensare che è bello avere più esportazioni che importazioni, perché questo significa che entrano più soldi di quanti ne escano, non è vero?

In realtà, è vero il contrario. Un surplus nella bilancia commerciale di un paese si manifesta sempre con un relativo deflusso di capitali. Mandare una grande quantità di beni e capitali all'estero non può solo rafforzare la Germania, può anche indebolirla.

La Germania presta denaro ai paesi a cui vende più merci di quante ne importi. Ogni giorno in più di squilibrio commerciale a favore della Germania, vuol dire una maggior quantità di denaro che gli è dovuta dai suoi partner commerciali. Allo stesso modo, cresce la rivendicazione della Germania su una quota crescente della produzione futura dell'economia globale.

Questo è molto bello - a patto che quei debiti verso la Germania siano onorati. Ma è esattamente questo il problema, secondo alcuni economisti. Hans-Werner Sinn, ex direttore dell'Istituto per la ricerca economica Ifo, ha sollevato dubbi al riguardo.

"I surplus non sono nel miglior interesse della Germania, poiché continuiamo ad accumulare cambiali che non saremo mai in grado di incassare", ha dichiarato Sinn, riferendosi ai cosiddetti saldi Target, abbreviazione di Trans-European Automated Real-time Gross Settlement Express Transfer System [sistema automatico espresso di trasferimento in tempo reale dei pagamenti lordi trans-europei, ndt]. Nel mese di gennaio, i saldi Target della tedesca Bundesbank hanno raggiunto un livello record di quasi 800 miliardi di euro, mentre l'Italia e la Spagna avevano ciascuna debiti per oltre 300 miliardi di euro.

Le banche centrali nel sistema dell'euro usano il sistema Target per calcolare i pagamenti transfrontalieri e ora metà delle attività nette della Germania - la quantità di denaro che i suoi partner commerciali le devono per i beni ricevuti - è composta da questi crediti Target.

"E 'improbabile che i tedeschi potranno mai fare uso di questa fortuna", ha detto Sinn. "Molte delle automobili e delle macchine utensili che abbiamo esportato sono state semplicemente date via".

Thomas Mayer, direttore della ricerca presso il Flossbach von Storch Research Institute, ha quantificato queste potenziali perdite. Dal 1999 la somma della bilancia commerciale annuale della Germania supera del 44% l'ammontare della crescita dei suoi impieghi netti all'estero. In altre parole: "Per ogni euro generato dal surplus, all'incirca 30 centesimi vanno persi", ha detto Mayer.

Quello è un capitale che sarebbe necessario a casa. Perderlo ha un peso sul potenziale di crescita e quindi sulla prosperità di tutta la Germania.

[caption id="attachment_10103" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Bilancia delle partite correnti tedesca come percentuale del PIL - dal 1990 al 2016[/caption]

Gli investimenti in infrastrutture e altre opere all'interno del paese, così come salari più alti,  sono visti come un modo per frenare gli eccessi del surplus commerciale. Entrambe queste cose possono dar luogo a una maggiore domanda in Germania, suggerisce Marcel Fratzscher, che dirige l'istituto di ricerca economica DIW Berlin con sede a Berlino e che precedentemente è stato direttore delle analisi di politica internazionale presso la Banca Centrale Europea. I lavoratori tedeschi potranno permettersi più beni di consumo e gli investimenti necessitano macchinari, cemento e altre attrezzature - tutto questo richiederebbe maggiori importazioni e appiattirebbe il surplus commerciale della Germania.

Nel passato c'è anche un altro esempio di come potrebbe funzionare. Negli anni '90 la bilancia commerciale della Germania è scivolata in territorio negativo - la nazione esportatrice era divenuta un importatore - a causa della quantità di investimenti in infrastrutture necessarie dopo la riunificazione del paese. Ci sono voluti investimenti importanti per modernizzare le aziende in quella che un tempo era la Germania dell'est e i consumatori della Germania orientale si sono dati ad un'orgia di acquisti, potendo comprare beni a cui prima non avevano accesso.

Tuttavia è importante ricordare che in questo momento il governo non può essere certo di quanto i cittadini vorranno spendere in importazioni. Né si può fare molto per gli investimenti che non riguardano il settore pubblico. Infatti, circa il 90 per cento degli investimenti in nuovi progetti in Germania proviene dal settore privato. E in questo momento il settore privato è estremamente prudente sull'investire in nuove fabbriche e impianti. Tra gli altri problemi, si lamentano della mancanza di manodopera qualificata e delle tariffe volatili ad esempio per l'energia, .

E quest'ultimo punto - rendere di nuovo la Germania più attraente per gli investimenti privati - è certamente un problema sul quale i politici potrebbero iniziare a lavorare per risolverlo. Ma lo faranno? Soprattutto dato che gli eventuali successi saranno visibili solo dopo diversi anni, non in tempo per la prossima campagna elettorale. Una cosa però è chiara: più il preoccupante surplus commerciale del paese diviene oggetto di dibattito, più diventa evidente che non si tratta solo di essere cortesi con gli altri paesi, o di fare guerre commerciali, o della leggendaria efficienza tedesca. E' un problema che la Germania stessa ha bisogno di affrontare, e presto.

25/01/17

Trump e l'attualità di Keynes: il nostro futuro è nel protezionismo.

Proponendoci una riflessione sull'attualità del testo di J.M. Keynes "National Self-Sufficiency", del 1933 - con la sua tripla esortazione ad adottare politiche protezioniste per motivi economici, politici ed etici - l'economista Jacques Sapir sul suo blog Russeurope smantella definitivamente il mito della superiorità del libero scambio, mostrando come già negli anni 30, dopo la Grande Crisi, i suoi immensi limiti fossero ben chiari a Keynes, soprattutto dal punto di vista degli effetti sociali. Quello che oggi è sotto i nostri occhi - la moltiplicazione dei conflitti, l'accumulo crescente di ricchezza nelle mani di pochi, la crisi della democrazia - conferma la lucidità della visione di Keynes e mostra come le politiche protezioniste di Trump e tanti altri siano molto più sensate di quanto la stampa mainstream ci voglia fare credere. Al contrario, conclude Sapir: è nel protezionismo il nostro futuro.

 

Di Jacques Sapir, 18 gennaio 2017

Le recenti dichiarazioni di Donald Trump, e la sua politica di pressione sui grandi gruppi industriali attraverso messaggi inviati via Twitter; ma anche dichiarazioni "molto francesi", come quelle di Arnaud Montebourg sul "produrre francese" hanno riproposto la questione delle moderne forme di protezionismo. Nel dibattito che si apre oggi intorno alla campagna per eleggere il prossimo Presidente della Repubblica, è chiaro che questo problema occuperà una posizione di primo piano. Un certo numero di candidati dichiarati - o di candidati alla candidatura - hanno preso posizione su questo tema. Ma in realtà, questo dibattito c'è già stato.

Nel 1930, dopo la Grande Depressione, un certo numero di economisti sono passati da posizioni tradizionaliste a favore del "libero scambio" verso una visione più protezionista. John Maynard Keynes era uno di questi, e certamente quello che ha esercitato l'influenza più significativa. Può essere utile quindi tornare a questo dibattito, e alla conversione di un uomo che comunque credeva nel libero scambio, per cercare di capire che cosa gli fece cambiare idea.

L'importanza del contesto

Il saggio di J.M. Keynes sulla necessità di una autosufficienza nazionale di cui vogliamo occuparci è stato pubblicato nel giugno 1933 sulla Yale Review. Si può pensare che questo testo sia stato scritto tra la fine del 1932 e i primi mesi del 1933. È quindi perfettamente contemporaneo alla elezione di Franklin Delano Roosevelt alla presidenza degli Stati Uniti.

Questo testo si rivela di lettura stranamente attuale e inquietante [1]. Oggi, come nel 1933, le ragioni per dubitare del libero scambio si accumulano. Gli esperti della Banca mondiale hanno drasticamente rivisto al ribasso le loro stime sui "guadagni" derivanti dalla liberalizzazione del commercio internazionale [2] , benché siano stati calcolati senza tenere conto dei possibili costi. Allo stesso modo, uno studio della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (United Nations Conference on Trade and Development, UNCTAD)  dimostra che il 'Doha Round' dell'Organizzazione mondiale del commercio (Quarta conferenza interministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio, tenuta a Doha nel novembre del 2001, ndT) potrebbe costare ai Paesi in via di sviluppo fino a 60 miliardi di dollari, mentre porterebbe loro solo 16 miliardi di guadagni [3]. Lungi dal promuovere lo sviluppo, l'Organizzazione mondiale del commercio potrebbe quindi contribuire alla povertà globale.
Perfino gli investimenti diretti esteri, a lungo considerati come una panacea per lo sviluppo, sono ora messi in discussione [4]. I meccanismi di concorrenza cui si affidano molti paesi per cercare di attirarli hanno evidentemente effetti negativi in materia di protezione sociale e ambientale [5] .

In questo contesto, le proposte del Primo Ministro francese Dominique de Villepin sul "patriottismo economico" nell'inverno 2005-2006 non appaiono più come un'aberrazione ideologica. Queste proposte affondano le loro radici in una lunga tradizione di pensiero economico, che è attualmente oggetto di una importante ripresa, sia nelle proposte di diversi esponenti politici francesi (da Marine Le Pen a Jean-Luc Mélenchon, passando per Arnaud Montebourg e la sua campagna sul "made in France") sia del nuovo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Queste proposte si dimostrano realmente vicine al pensiero di Keynes nel 1933.

Il testo di Keynes deve essere letto nel suo contesto. Probabilmente scritto nelle ultime settimane del 1932, nella produzione di Keynes si situa quindi tra due grandi opere, il Treatise on Money e la General Theory, che segna la rottura definitiva di Keynes con il pensiero economico allora dominante. Coincide con un punto di svolta nel pensiero dell'autore. Si può considerare che il Keynes degli anni '20, anche se è perfettamente lucido sui limiti della teoria economica dominante del suo tempo, e questo in particolare per quanto riguarda la moneta, resta un liberale [6] nel significato dato a questo termine alla fine del XIX secolo. Fino alle disastrose elezioni del 1924, che vedono il crollo del partito liberale, resta anche affiliato ai Whigs, per i quali anima la Summer School nel 1923 [7] . La sua adesione al libero scambio è profonda. La sua radicale evoluzione intellettuale non incomincia prima della fine degli anni '20, ed è ben lungi dall'essere completata nel 1932-33. Del resto, questo testo è destinato a una rivista americana, che lo pubblicherà solo pochi mesi dopo l'assunzione della carica da parte di Franklin Delano Roosevelt. Keynes quindi non solo scrive in un momento di grave crisi economica e di evoluzione personale. Scrive anche per lettori che vivono in mezzo a un'economia che sta crollando e che devono mettere a confronto le loro convinzioni più sacre, soprattutto sulle virtù del libero scambio, con la drammatica realtà della Grande Depressione.

 

Le argomentazioni di Keynes

Le argomentazioni sviluppate da Keynes meritano la massima attenzione. Bisogna sottolineare che non si limita a discutere la questione delle protezioni tariffarie, ma parla dell'autosufficienza nazionale. Di fatto, qui si arriva ai confini dell'autarchia. Un secondo punto importante è che Keynes si concentra sul movimento dei capitali più che su quello delle merci. È dalla questione della internazionalizzazione del capitale che affronta la sua sfida all'internazionalismo economico. L'approccio può sembrare strano, perché il protezionismo è legato principalmente alla questione degli scambi di beni e servizi.

In questo testo Keynes non mette in discussione la virtù economica teorica del libero scambio, anche se pensa che si stia rapidamente esaurendo. Ritiene invece che i suoi effetti sociali siano ormai insopportabili. Il cuore del suo argomento è molto vicino alle tesi di Veblen sugli effetti sociali e politici dell'emergere di una classe di capitalisti passivi [8] . Si deve qui notare che si era già sperimentato alla fine del XIX secolo e all'inizio del XX secolo un processo di accumulo accentuatissimo di ricchezza. Infatti i dati sulla distribuzione di reddito o di ricchezza mostrano che l' "1%" più ricco della popolazione accumula una quota maggioritaria del reddito e della ricchezza, una situazione a cui si tende anche oggi. È nella contrapposizione tra la realtà sociale dei produttori, inseriti all'interno di un contesto nazionale specifico,  e la dimensione apolide dei capitalisti che Keynes identifica la contraddizione principale. Oggi potremmo riformulare la sua posizione sia nel vocabolario marxista sia in quello di un istituzionalismo basato sui recenti progressi della psicologia sperimentale. Nel primo, si direbbe che la alienazione propria dei lavoratori salariati diventa particolarmente insopportabile quando i salariati e i capitalisti si muovono in spazi politici diversi. Nel secondo, analizzeremmo come la separazione tra il contesto dei produttori e quello dei proprietari sia suscettibile di determinare un conflitto insolubile di preferenze, poiché queste sono costruite proprio dai contesti [9] .

Keynes d'altra parte vede in questa contrapposizione il rischio di una guerra. Il suo parere è che ciò che noi oggi chiameremmo globalizzazione non è favorevole alla pace. Questa non può essere garantita se non con un ritorno alle strutture nazionali. La proliferazione dei conflitti armati e degli interventi militari, a partire dalla fine della guerra fredda, e le tensioni crescenti sempre più violente nell'Unione europea sembrano dargli tragicamente ragione.

La difesa dell'autosufficienza per Keynes non si giustifica solo in nome della pace. Il libero scambio, in particolare la libera circolazione dei capitali, toglie alle nazioni la libertà delle loro scelte sociali. Per Keynes, è interessante notarlo, il libero scambio col tempo condanna l'esistenza della proprietà privata e impedisce il funzionamento delle istituzioni democratiche. Questo è un punto che oggi possiamo condividere pienamente [10].

Egli vi vede anche un ostacolo alla nascita della necessaria diversificazione dei percorsi all'interno del capitalismo. Perché Keynes non parla in nome di una rivoluzione anticapitalista. Al contrario, si pone come difensore dei valori di una società aperta e pluralista. Robert Skidelsky lo considerava "l'ultimo dei grandi liberali inglesi" [11] . Ma è chiaro che Keynes non vedeva un futuro diverso da caos, dittatura e guerra, se si fosse continuato a perseguire il libero scambio. Quest'ultimo porta ad accettare come valori solo quelli della finanza. Il suo rifiuto del libero scambio è anche il rifiuto della tendenza a ridurre tutto a merce, un processo in cui si mostra la distruzione finale della cultura umanistica occidentale. Da molte prospettive Keynes si pone allora come il padre spirituale di tutti i movimenti di protesta che oggi sostengono che "il mondo non è una merce".

 

Come valutare oggi le argomentazioni di Keynes

Le argomentazioni di Keynes, per quanto da molti punti di vista siano brillanti e moderne, non sono prive di problemi. Tuttavia, questi tenderebbero a rafforzare le sue argomentazioni sull'autosufficienza.

Non si può che essere sorpresi, leggendo il testo, per la sua difesa unilaterale del libero scambio nello sviluppo economico del XIX secolo. Si vede bene che si tratta di una lettura quantomeno anglo-centrica della storia, a meno che non si tratti di una misura precauzionale per evitare di offendere il potenziale lettore, presumibilmente liberale. Infatti, a parte la Gran Bretagna, tutti i paesi si sono sviluppati grazie al protezionismo. Il "blocco continentale" napoleonico ha svolto un ruolo importante nel formarsi delle condizioni necessarie alla rivoluzione industriale in Francia. Gli Stati Uniti sono emersi come una potenza industriale attraverso il protezionismo, in particolare la "McKinley tariff". Le traiettorie di sviluppo di Giappone, Germania e Russia, in particolare, con le tariffe protezioniste attuate da Vyshnegradsky (Ministro delle Finanze in Russia tra 1887 e 1892) e rafforzate da Sergej Witte (suo successore) [12 ] e nel XX secolo in Corea del Sud e Taiwan sono perfetti esempi a sostegno delle tesi protezionistiche di F. List [13].

Dal punto di vista teorico, oggi sappiamo che l'introduzione di ipotesi realistiche inverte i risultati dei modelli che dovrebbero "dimostrare" la superiorità del libero scambio. Lo stesso Paul Krugman ammette che l'unica cosa che possiamo dimostrare è che il libero scambio è meglio della totale assenza di commercio [14] . Ormai è impossibile dimostrare che il libero scambio è migliore del protezionismo, e si può dimostrare invece che quest'ultimo è superiore al libero scambio in molte situazioni. Siamo quindi molto lontani dalle certezze teoriche di Keynes nel 1933. In realtà, se si combina l'introduzione dei concetti delle strutture di preferenza contestualizzate a quella delle asimmetrie informative e dell'incertezza sistemica, si può supporre che sul medio periodo i sistemi chiusi non siano inferiori a quelli in cui c'è libero scambio (ma lo sarebbero senza dubbio se confrontati a sistemi di scambio regolati da un protezionismo messo al servizio di una vera politica industriale).

L'introduzione di ipotesi realistiche fa saltare incontrovertibilmente il quadro teorico marshalliano al quale Keynes nel 1932 continua ad aderire. Infatti, è nel 1944/45 che Keynes si sarà liberato dalle catene di questo pensiero economico obsoleto e svilupperà quella che può essere considerata come la base di un'analisi macroeconomica realistica dell'economia internazionale [15]. Purtroppo, quando profonde le sue ultime energie nella negoziazione di Bretton Woods, per strappare all'arroganza americana un sistema che tenesse conto della lezione della crisi esplosa tra le due guerre, non gli restano che pochi mesi di vita.

Gli avanzamenti teorici recenti, proprio quelli che i sostenitori dell'economia standard liberale rifiutano di riconoscere, confermano le più radicali intuizioni keynesiane. Lo si è già visto per quanto riguarda il concetto di illusione nominale, un aspetto centrale nella teoria keynesiana dell'inflazione [16]. Domani lo si vedrà nella teoria del commercio internazionale.

 

L'attualità di Keynes oggi

È quindi utile oggi leggere queste righe, pubblicate nel 1933. Siamo di fronte a una triplice esortazione ad abbandonare il libero scambio e adottare politiche protezionistiche in nome di argomenti economici, politici e morali.

Economicamente, il libero scambio non è la soluzione migliore e comporta considerevoli rischi di crisi e di accrescimento delle disuguaglianze. Mette in competizione diversi territori non in base alle attività umane che vi sono messe in atto, ma di scelte sociali e fiscali di per sé molto discutibili [17] . La liberalizzazione degli scambi non ha beneficiato i paesi più poveri, come dimostrano gli studi più recenti. Un confronto tra benefìci e costi, in particolare per quanto riguarda il crollo della capacità di investimento pubblico nella sanità e nell'istruzione dovuto al brusco calo delle entrate fiscali, suggerisce che il saldo è negativo.

Politicamente, il libero scambio è pericoloso. Mette a rischio la democrazia e la libertà di scegliere le proprie istituzioni sociali ed economiche. Dato che favorisce l'indebolimento delle strutture statali, incoraggia l'ascesa del comunitarismo e di fanatismi transfrontalieri, come il jihadismo. Lungi dall'essere una promessa di pace, l'internazionalismo economico ci conduce in realtà alla guerra.

Dal punto di vista morale, il libero scambio è indifendibile. Non ha altri orizzonti che la riduzione di qualsiasi aspetto della vita sociale a merce. Impone come valore morale l'oscenità sociale della nuova "classe agiata" globale [18] .

Se Keynes aveva chiaramente visto gli ultimi due punti, possiamo ora aggiungere il primo.

Il futuro è quindi nel protezionismo. Quest'ultimo prima si imporrà come mezzo per evitare il dumping sociale ed ecologico di alcuni paesi. Prenderà allora la forma di una politica industriale coerente, in cui si cercherà di stimolare lo sviluppo di settori con un ruolo strategico per un progetto di sviluppo. Questo porterà a ridefinire una politica economica globale che potrebbe includere la regolamentazione dei flussi di capitale, al fine di reimpadronirci degli strumenti di sovranità economica, politica e sociale. Da questo punto di vista, anche se si può pensare che la sua presentazione sia stata maldestra e la sua relazione con una politica a lungo termine assente, la nozione di patriottismo economico avanzata da Dominique de Villepin non è assurda.

Una politica di questo tipo prevede la definizione di un quadro di riferimento. Oggi, considerata la sua eterogeneità economica e sociale, l'Europa dei 28 (ora 27) non può più essere considerata uno spazio coerente a questo scopo. Restano da trovare le forme della politica futura. Sul suo senso generale però restano pochi dubbi.

 

Note

[1] John Maynard Keynes, "National Self-Sufficiency," The Yale Review, Vol. 22, no. 4 (giugno 1933), pp. 755-769.

[2] Per un'analisi accurata e autorevole delle diverse regolazioni: F. Ackerman, The Shrinking Gains from Trade: A Critical Assessment of Doha Round Projections, Global Development and Environment Institute, Tufts University, WP n° 05-01. Vedi anche « Doha Round and Developing Countries: Will the Doha deal do more harm than good » RIS Policy Brief, n°22, aprile 2006, New Delhi.

[3] S Fernandez de Cordoba et D. Vanzetti, « Now What? Searching for a solution to the WTO Industrial Tariffs Negociations », Coping with Trade Reform, CNUCED, Genève, 2005. Voir table 11.

[4] T.H. Moran, ForeignDirect Investment and Development, The New Policy Agenda for Developing Countries and Economics in Transition, Institute for International Economics, Washington D.C., 1998.

[5] C. Oman, Policy Competition for ForeignDirect Investment,OCDE, Centre du Développement, Paris, 2000. Vedi anche, L. Zarsky, « Stuck in the Mud? Nation-States, Globalization and the Environment » in K.P. Gallagher et J. Wierksman (edits.) International Trade and Sustainable development, Earthscan, Londres, 2002, pp. 19-44.

[6] Vedi R. Skidelksy, John Maynard Keynes, Volume Two. The Economist as Saviour, 1920-1937, Macmillan, Londres, 1992.

[7] Si coglie bene la posizione politica e intellettuale di Keynes dalla sua corrispondenza con la sua futura moglie, la ballerina Lydya Lopokova, tra il 1922 e il 1925. Vedi P. Hill e R. Keynes (edits.), Lydia & Maynard – The letters of Lydia Lopokova and John Maynard Keynes, André Deutsch, Londra, 1989.

[8] Vedi T. Veblen, Absentee Ownership and Business Enterprise in Recent Times: The case of America, Allen & Unwin, Londres, 1924. Vedi anche, T. Veblen, The Theory of the Leisure Class, Macmillan, New York, 1899.

[9] Sull’importanza fondamentale dell' «effetto contesto» e dell'«effetto dotazione» nei comportamenti umani, J. Sapir, Quelle économie pour le XXIè Siècle, Odile Jacob, Paris, 2005, chap. 1.

[10] J. Sapir, La Fin de l’Euro-Libéralisme, Le Seuil, Paris, 2006.

[11] R. Skidelksy, John Maynard Keynes, Volume Two., op.cit. p. xv.

[12] Wcislo, Francis W., Tales of Imperial Russia: The Life and Times of Sergei Witte, 1849-1915. New York, 2011, Oxford University Press

[13] Vedi la sua recente riedizione in francese: F. List, Système national d’économie politique, Gallimard, coll. »Tel », Paris, 2000.

[14] P. Krugman, « Is Free Trade Passé? », in Journal of Economic Perspectives, Vol. 1, n°2/1987, pp. 131-144.

[15] D. Vines, « John Maynard Keynes 1937-1946: The creation of International Macroeconomics » in Economic Journal, vol. 118, 2003, pp. 338-361.

[16] Voir, G.A. Akerlof et J.L. Yellen, « Can Small Deviations from rationality Make Significant Difference to Economic Equilibria ? » in American Economic Review, vol. 75, n°4/1985, pp. 708-720 et G.A. Akerlof, W.T. Dickens et G.L. Perry, « The Macroeconomics of Low Inflation » in Brookings Papers on Economic Activity, n°1/1996, pp. 1-59.

[17] Sapir J., voir Ch. 8 et Ch. 9 de D. Colle (edit.), D’un protectionnisme l’autre – La fin de la mondialisation ?, Coll. Major, Presses Universitaires de France, Paris, Septembre 2009.

[18] Voir A. Wolfe, « Introduction » in T. Veblen, The Theory of the Leisure Class, The Modern Library, New York, 2001 (nuova edizione dell'opera del 1899).

 

21/01/17

Donald Trump, il discorso inaugurale: ridiamo il potere al popolo.

Nel discorso inaugurale dopo il giuramento, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump non assume, come di solito avviene, il tono conciliante ed ecumenico del vincitore giunto al potere, ma ribadisce con forza e determinazione i temi caldi della sua campagna elettorale, promettendo di restituire il potere al popolo e rimettere al centro di tutto l'interesse degli Stati Uniti. Dichiara che vuole parlare a tutti gli americani, ma indica apertamente nell'establishment, che ha fatto i propri interessi invece di quelli della nazione, il nemico interno del paese.
Evoca la classe media impoverita, le fabbriche arrugginite, i lavoratori disoccupati, le madri povere delle città interne, promette loro che non saranno più dimenticati.   Afferma che l'economia sarà stimolata attraverso la protezione dalla concorrenza degli altri paesi e un grande rilancio delle infrastrutture. Ribadisce il suo motto: America first.

 

 

 

Discorso inaugurale di Donald Trump, 20 gennaio 2017

 

Traduzione di @Andunedhel

 

Presidente della Corte suprema Roberts, presidente Carter, presidente Clinton, presidente Bush, presidente Obama, americani e gente di tutto il mondo: grazie.

 

Noi, i cittadini d'America, ci siamo ora uniti in un grande sforzo nazionale per ricostruire il nostro paese e per ripristinare la sua promessa per tutto il nostro popolo.

Insieme, determineremo il corso dell'America e del mondo per molti, molti anni a venire.

Insieme, affronteremo sfide. Affronteremo difficoltà. Ma porteremo a termine il lavoro.

Ogni quattro anni, ci riuniamo su questi gradini per effettuare il trasferimento, ordinato e pacifico, del potere e siamo grati al Presidente Obama e alla First Lady Michelle Obama per il loro gentile aiuto durante questa transizione. Sono stati magnifici. Grazie.

La cerimonia di oggi, tuttavia, ha un significato molto speciale. Perché oggi non stiamo semplicemente trasferendo il potere da un'amministrazione all'altra, o da un partito all'altro - ma stiamo trasferendo il potere da Washington, DC, e restituendolo nuovamente a voi, il popolo.

Per troppo tempo, un piccolo gruppo nella capitale della nostra nazione ha raccolto i benefici del governo, mentre il popolo ne ha sostenuto il costo.

Washington è fiorita - ma il popolo non ha partecipato della sua ricchezza.

I politici hanno prosperato - ma i posti di lavoro se ne sono andati, e le fabbriche hanno chiuso.

L'establishment ha protetto se stesso, ma non i cittadini del nostro paese.

Le loro vittorie non sono state le vostre vittorie. I loro trionfi non sono stati i vostri trionfi. E mentre loro hanno celebrato nella capitale della nostra nazione, c'era poco da festeggiare per le famiglie che sono in difficoltà nel nostro paese.

Tutto questo cambia - a partire proprio da qui e da ora, perché questo momento è il vostro momento: appartiene a voi.

Appartiene a tutti quelli riuniti qui oggi e a tutti quelli che stanno guardando da tutta l'America.

Questo è il vostro giorno. Questa è la vostra festa.

E questo, gli Stati Uniti d'America, è il vostro paese.Ciò che veramente è importante non è quale partito controlla il nostro governo, ma se il nostro governo è controllato dal popolo.

Oggi, 20 gennaio 2017, sarà ricordato come il giorno in cui il popolo ha ripreso nuovamente in mano il governo di questa nazione.

Gli uomini e le donne dimenticati del nostro Paese non saranno più dimenticati. Tutti vi ascoltano ora.

Siete venuti a decine di milioni per diventare parte di un movimento storico, come il mondo non ne ha mai visto uno prima.

Al centro di questo movimento c'è una convinzione fondamentale: che una nazione esiste per servire i suoi cittadini.

Gli americani vogliono grandi scuole per i loro figli, quartieri sicuri per le loro famiglie, e, per loro, buoni posti di lavoro.Queste sono giuste e ragionevoli richieste di un popolo virtuoso.

 

Ma per troppi dei nostri concittadini esiste una realtà diversa: madri e bambini intrappolati nella povertà nelle nostre città dell'interno; fabbriche arrugginite sparse come lapidi sull'orizzonte della nostra nazione; un sistema educativo inondato di denaro, ma che lascia i nostri giovani e meravigliosi studenti privi di ogni conoscenza; e il crimine e le bande e le droghe che rubano troppe vite e derubano il nostro Paese di tanto potenziale non realizzato.

Questa carneficina americana finisce qui e finisce ora. Siamo una sola nazione - e il loro dolore è il nostro dolore. I loro sogni sono i nostri sogni; e il loro successo sarà il nostro successo. Condividiamo un cuore, una casa, e un destino glorioso.

Il giuramento che faccio oggi è un giuramento di fedeltà a tutti gli americani.

 

Per molti decenni abbiamo arricchito l'industria estera a scapito dell'industria americana; sovvenzionato gli eserciti di altri paesi, consentendo nel contempo il tristissimo indebolimento delle nostre forze armate. Abbiamo difeso i confini di altre nazioni, rifiutando di difendere i nostri. E abbiamo speso trilioni e trilioni di di dollari all'estero, mentre le infrastrutture degli Stati Uniti sono cadute in rovina.

Abbiamo fatto ricchi altri paesi, mentre la ricchezza, la forza e la fiducia del nostro paese sono scomparse all'orizzonte.

Una dopo l'altra, le fabbriche hanno chiuso e lasciato le nostre sponde, senza un pensiero per i milioni e milioni di lavoratori americani lasciati indietro. La ricchezza della nostra classe media è stata strappata dalle loro case e poi ridistribuita in tutto il mondo.

Ma questo è il passato. E ora stiamo guardando solo al futuro.

 

Noi riuniti qui oggi promulghiamo un nuovo decreto, da ascoltare in ogni città, in ogni capitale straniera, e in ogni stanza del potere. Da ora in avanti, una nuova visione governerà la nostra terra. Da questo momento in poi ci sarà solo un motto: l'America viene prima. L'America viene prima.

Ogni decisione sul commercio, sulle tasse, sull'immigrazione, sulla politica estera, sarà fatto per beneficiare i lavoratori americani e le famiglie americane. Dobbiamo proteggere i nostri confini dalla devastazione di altri paesi che fabbricano i nostri prodotti, rubano le nostre aziende, distruggono i nostri posti di lavoro. Questa protezione porterà a una grande prosperità e forza.

 

Mi batterò per voi con ogni respiro del mio corpo - e non vi deluderò mai, mai. L'America tornerà a vincere, a vincere come mai prima. Ci riprenderemo i nostri posti di lavoro. Ci riprenderemo i nostri confini. Ci riprenderemo la nostra ricchezza. E ci riprenderemo indietro i nostri sogni.

 

Costruiremo nuove strade e autostrade, e ponti e aeroporti, e gallerie, e ferrovie attraverso tutta la nostra meravigliosa nazione. Tireremo fuori la nostra gente dall'assistenzialismo e la metteremo di nuovo al lavoro - per ricostruire il nostro paese con mani americane e lavoro americano.

Seguiremo due semplici regole: comprare americano e assumere americano. Cercheremo amicizia e buoni rapporti con le nazioni del mondo - ma lo facciamo con la consapevolezza che è il diritto di tutte le nazioni il mettere al primo posto i propri interessi.

Noi non cerchiamo di imporre il nostro modo di vita a nessuno, ma piuttosto di farlo risplendere come un esempio. Risplenderemo come un esempio da seguire per tutti .

Rafforzeremo vecchie alleanze e ne creeremo di nuove - e uniremo il mondo civile contro il terrorismo islamico radicale, che verrà sradicato completamente dalla faccia della Terra.

 

Il fondamento della nostra politica sarà una fedeltà totale verso gli Stati Uniti d'America, e attraverso la nostro lealtà verso il nostro paese, noi riscopriremo la nostra lealtà reciproca. Quando apri il tuo cuore al patriottismo, non c'è spazio per i pregiudizi.

La Bibbia ci dice: "Quanto è buono e quanto è soave che il popolo di Dio viva insieme in unità".

Dobbiamo dire quello che pensiamo apertamente, discutere onestamente i nostri disaccordi, ma perseguire sempre la solidarietà.

Quando l'America è unita, l'America è totalmente inarrestabile.

 

Non ci deve essere nessuna paura - siamo protetti, e saremo sempre protetti.

Saremo protetti dai grandi uomini e dalle grandi donne del nostro esercito e delle nostre agenzie di polizia. E, soprattutto, saremo protetti da Dio.

 

Infine, dobbiamo pensare in grande e sognare ancora più in grande. In America, noi capiamo che una nazione vive solo finché ce la mette tutta. Noi non accetteremo più politici tutti chiacchiere e niente fatti - costantemente a lamentarsi, ma mai a fare nulla di concreto.

Il tempo delle parole vuote è finito. Ora arriva l'ora dell'azione.

Non lasciate che nessuno vi dica che non si può fare. Nessuna sfida può essere più forte del cuore, della combattività e dello spirito dell'America. Noi non falliremo. Il nostro paese si svilupperà e prospererà di nuovo. Ci troviamo alla nascita di un nuovo millennio, pronti a svelare i misteri dello spazio, a liberare la terra dalle miserie della malattia, e a sfruttare le energie, le industrie e le tecnologie di domani.

Un nuovo orgoglio nazionale sveglierà le nostre anime, solleverà i nostri sguardi, e guarirà le nostre divisioni. È tempo di ricordare la vecchia saggezza che i nostri soldati non potranno mai dimenticare: che sia che siamo neri o marroni o bianchi, tutti noi sanguiniamo lo stesso sangue rosso di patrioti, tutti godiamo le stesse libertà gloriose, e noi tutti salutiamo la stessa grande bandiera americano.

E sia un bambino nato nella metropoli di Detroit sia nelle pianure spazzate dal vento del Nebraska, guardano allo stesso cielo di notte, riempiono il loro cuore con gli stessi sogni, e sono infusi con l'alito della vita dallo stesso onnipotente Creatore. Quindi, americani tutti, in ogni città vicina e lontana, piccola e grande, da una montagna all'altra, e da mare a mare, sentite queste parole: voi non sarete mai più ignorati.

La vostra voce, le vostre speranze, i vostri sogni definiranno il nostro destino americano. E il vostro coraggio, la vostra bontà e il vostro amore ci guideranno per sempre lungo il cammino. Insieme, renderemo l'America di nuovo forte. Renderemo l'America di nuovo ricca. Renderemo l'America di nuovo orgogliosa. Renderemo l'America di nuovo sicura.

E, sì, insieme, faremo di nuovo grande l'America.

 

Grazie, Dio vi benedica e Dio benedica l'America.