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28/11/19

Ue: Draghi ha salvato i banchieri, non i lavoratori

La stampa mainstream e i leader europei hanno esaltato in Mario Draghi il salvatore dell'euro. Ma questo, non sorprendentemente, ha significato imporre ai governi misure di austerità in misura sempre maggiore e in modalità sempre meno democratica. In pratica la Banca centrale europea si è mossa all'opposto delle altre banche centrali: mentre queste sostengono i governi per aiutarli a praticare politiche espansive di sostegno all'economia, la BCE condiziona gli aiuti all'applicazione di misure di austerità sempre più rigide. Con un potere di ricatto che mette in discussione il concetto stesso di democrazia in eurozona. Il caso più eclatante è stato quello della Grecia. Da Jacobin.

 

 

 

Di Thomas Fazi, 17 novembre 2019 

 

Quando il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha lasciato l'incarico, il mese scorso, è stato ampiamente elogiato per "avere salvato l'euro". Ma lo ha fatto a spese dei lavoratori, sfruttando la crisi per imporre un regime di austerità sempre più ineluttabile.

 

Quando il mandato di otto anni di Mario Draghi si è concluso, il mese scorso, i governanti europei hanno fatto a gara nel riversare sul presidente uscente della Banca centrale europea (BCE) un tributo di lodi ai confini del culto. Questa auto-adulazione d'élite ha sfiorato il ridicolo. Il presidente francese Emmanuel Macron ha elogiato Draghi per "averci passato il testimone dell'umanesimo europeo". Il presidente italiano Sergio Mattarella lo ha ringraziato per avere reso "il sistema economico europeo più efficace". L'ex amministratore delegato del Fondo monetario internazionale (FMI) Christine Lagarde - che ha preso il posto di Draghi come capo della BCE - ha esaltato il suo successo nel "garantire il futuro dell'eurozona e il benessere delle sue popolazioni". Ma, soprattutto, Draghi è stato celebrato per "avere salvato l'euro".

 

In quest'ultima affermazione c'è della verità. Ma è un risultato assai discutibile. Proprio perché Draghi ha “salvato” l'euro, è anche l'uomo che ha ricattato i governi, obbligandoli ad attuare misure di austerità paralizzanti e “riforme strutturali” neoliberali - e che ha schiacciato chiunque osasse resistere. È il principale responsabile della trasformazione dell'Eurozona da un'unione monetaria disfunzionale, ma formalmente democratica, in una struttura di controllo senza precedenti, in cui i governi sono disciplinati e puniti.

 

Attraverso i meccanismi introdotti da Draghi e il suo approccio "attivista" nei confronti delle banche centrali, i processi democratici formali sono stati sistematicamente sovvertiti attraverso il ricatto finanziario e monetario, prima di tutto da parte della BCE. Sotto una simile struttura di governance, ci si potrebbe ragionevolmente domandare se gli Stati membri dell'Eurozona possano ancora essere considerati democrazie, anche in base alla stretta accezione "borghese" del concetto. In definitiva, Draghi simboleggia la pericolosa ascesa al potere dei tecnocrati non eletti - "esperti" che affermano di non essere contaminati dalla politica, ma che in realtà incarnano la volontà di dominio senza limiti del capitale.

 

La nascita di un drago


 

Draghi non è spuntato dal nulla. Ha assunto la carica di nuovo presidente della BCE alla fine del 2011, dopo una brillante carriera come amministratore delegato di Goldman Sachs (2002-2005) e governatore della Banca d'Italia (2005–2011). Già a questa data la Banca centrale europea si era attirata molte critiche, anche da parte degli ambienti allineati, per la sua gestione della crisi finanziaria e poi della recessione seguente. Nel 2010 e nel 2011, la BCE si era opposta a qualsiasi proposta di ristrutturazione del debito della Grecia, assoggettando invece il suo governo a un uleriore debito che è andato a ripagare i suoi creditori bancari francesi e tedeschi.

 

Nel 2011, quando tutte le altre banche centrali stavano abbassando i tassi di interesse, la BCE li ha invece alzati due volte, aggravando ulteriormente la recessione. Ancora più preoccupante, nei primi anni della crisi il predecessore di Draghi Jean-Claude Trichet ha rifiutato nettamente di intervenire per sostenere sui mercati i titoli di Stato dell'area dell'euro, lasciando gli Stati membri in balia della speculazione finanziaria e costringendoli a perseguire drastiche misure di austerità per far fronte all'aumento del pagamento degli interessi. In alcuni casi questo ha costretto gli Stati, per ottenere assistenza finanziaria, a rivolgersi a una stretta collaborazione con la cosiddetta troika - un comitato tripartito formato da rappresentanti della Commissione europea, della BCE e del Fondo monetario internazionale (FMI). Questa era essa stessa uno strumento politico, con i suoi "aiuti" accordati solo in cambio di misure di austerità ancora più severe.

 

Come in seguito avrebbe ammesso Trichet , il rifiuto della banca centrale di sostenere sui mercati i titoli pubblici nella prima fase della crisi finanziaria aveva lo scopo di spingere i governi della zona euro a consolidare i loro bilanci e attuare (neoliberali) "riforme strutturali".

 

Con l'arrivo di Draghi, molti speravano che le cose potessero cambiare. La speranza era che la BCE avrebbe finalmente adottato un approccio più interventista ed energico alla cosiddetta crisi del debito sovrano europeo, che era ormai in pieno svolgimento. E l'intervento è esattamente quello che hanno ottenuto, sebbene non del tipo che la maggior parte di loro aveva in mente. È stato un classico caso di "attento a quello che desideri". Draghi ha radicalizzato il tipo di interferenza negli affari degli Stati membri che era già emerso sotto Trichet.

 

In effetti, questo è stato visibile già nell'agosto del 2011, pochi mesi prima che Draghi entrasse ufficialmente in carica nel suo ruolo alla BCE. Mentre i tassi di interesse sui titoli italiani si alzavano, Draghi e Trichet inviarono al governo italiano una lettera straordinaria, che avrebbe dovuto rimanere segreta. Ma la missiva successivamente trapelò - e mostrò esattamente come la BCE intendesse sfruttare la crisi per ricattare l'Italia obbligandola a mettere in atto le "riforme strutturali".

 

La lettera affermava che il piano di riduzione del deficit post-crisi in Italia non era "sufficiente" e chiedeva "una profonda revisione della pubblica amministrazione", compresa "la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali", “privatizzazioni su larga scala”, “riduzione del costo dei dipendenti pubblici... se necessario, riducendo i salari ”, "riforma [del] sistema di contrattazione salariale collettivo", “più rigorosi... criteri per le pensioni di anzianità” e persino "riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali". Tutto ciò, si sosteneva, era necessario per "ripristinare la fiducia degli investitori".

 

Simili richieste rappresentavano un enorme superamento dei limiti delle competenze monetarie della BCE. Giulio Tremonti, allora ministro dell'Economia e delle Finanze italiano, dichiarò in seguito che il suo governo quell'estate aveva ricevuto due lettere minatorie: una da un gruppo terroristico, l'altra dalla BCE. "E quella della BCE era peggio", scherzò. Il governo italiano rispose impegnandosi in riforme di vasta portata e tagli di bilancio più profondi, in seguito ai quali la BCE accettò di intervenire con l'acquisto di obbligazioni italiane per mantenere bassi i costi di finanziamento.

 

A settembre, tuttavia, i tassi dei titoli decennali italiani avevano ripreso a salire, e a novembre avevano raggiunto la soglia critica del 7%, costringendo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a dimettersi in seguito alla perdita della sua maggioranza parlamentare. A quel punto il presidente italiano Giorgio Napolitano nominò Mario Monti, ex commissario europeo e consigliere internazionale di Goldman Sachs, dandogli l'incarico di formare un cosiddetto governo tecnico - presumibilmente al di sopra delle divisioni politiche.

 

La maggior parte dei resoconti descrivono questa crisi politica come la risposta "naturale" dei mercati finanziari alla cattiva gestione della crisi economica da parte di Berlusconi, in linea con la narrativa dominante della "crisi del debito" europea. La realtà, tuttavia, è molto più preoccupante. Come anche il  Financial Times ha  recentemente riconosciuto, è ormai sempre più chiaro che la BCE sotto Draghi "ha costretto Silvio Berlusconi a lasciare l'incarico a favore di Mario Monti, non eletto" interrompendo i suoi acquisti di obbligazioni italiane - e così facendo deliberatamente aumentare i tassi di interesse al di sopra del livello di sicurezza - e rendendo l'espulsione di Berlusconi la condizione necessaria per ottenere un ulteriore sostegno da parte della BCE alle obbligazioni e alle banche italiane. Ciò è stato tardivamente ammesso anche dallo stesso Mario Monti, che ha affermato in un'intervista del 2017 che alla fine del 2011 Draghi "decise anche di cessare gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Bce, che avevano dato ossigeno al governo Berlusconi nell’estate e autunno 2011".

 

È difficile immaginare uno scenario più inquietante di quello di una banca centrale apparentemente "indipendente" e "apolitica" che ricorre al ricatto monetario per estromettere dalla carica un governo eletto e imporre la propria agenda politica. Tuttavia, questo è quanto è accaduto in Italia nel 2011. Come Jacob Kirkegaard del Peterson Institute for International Economics ha notato lo stesso anno, sotto la guida di Draghi la BCE si stava rapidamente evolvendo in un "attore politico a tutto tondo impegnato in una strategia volta a costringere i leader politici dell'UE ad abbracciare la rettitudine fiscale".

 

Questo divenne ancora più evidente quando, appena un mese dopo il suo silenzioso colpo di stato in Italia, Draghi lanciò l'idea di un "patto fiscale", quello che egli definì "una riaffermazione fondamentale delle regole a cui le politiche di bilancio nazionali dovrebbero essere soggette in modo da ottenere credibilità oltre ogni dubbio”. Ciò comportò, nel marzo del 2012, la firma da parte di tutti gli Stati membri dell'UE (con le notevoli eccezioni del Regno Unito e della Repubblica Ceca) di una versione ancora più rigorosa del Patto di stabilità e crescita (SPG) istituito dal trattato di Maastricht: il cosiddetto Trattato di stabilità, coordinamento e governance nell'Unione economica e monetaria, comunemente noto come Fiscal Compact.

 

Il nuovo trattato aveva effetti politici diretti, e progettati per durare. In particolare, richiedeva agli Stati membri di trasporre una "norma sul pareggio di bilancio" nei sistemi giuridici nazionali "attraverso disposizioni vincolanti e permanenti, [e] preferibilmente [costituzionali]". Questo equivaleva a niente di meno che un tentativo di istituzionalizzare e cristallizzare su scala europea i presunti programmi di austerità di "emergenza" perseguiti dall'élite dell'UE e imposti agli Stati membri dall'inizio della crisi dell'euro. Una dichiarazione congiunta rilasciata all'epoca dal Corporate Europe Observatory e dal Transnational Institute rilevava che il Fiscal Compact avrebbe istituito "un regime permanente di austerità, che avrebbe inevitabilmente portato a tagli così profondi da relegare ai libri di storia il welfare state europeo".

 

Confermando indirettamente questi timori, in un'intervista rilasciata poco dopo al Wall Street Journal, Draghi chiarì che non vi era stato alcun dibattito: "Non c'è alternativa al consolidamento fiscale", disse. "Il modello sociale europeo appartiene già al passato". Il trattato ha inoltre introdotto, per la prima volta, "meccanismi di correzione automatica" e sanzioni quasi automatiche in caso di inosservanza delle regole, per rimuovere qualsiasi elemento di discussione e decisione democratica, e quindi realizzare un sogno neoliberista permanente: la completa separazione tra processo democratico e politiche economiche e la morte della gestione macroeconomica attiva.

 

In poche parole, il Fiscal Compact mirava a impostare l'economia sul pilota automatico, isolandola efficacemente dalla volontà popolare. Il concetto è stato ulteriormente chiarito da Draghi nel 2013. Dopo incerte elezioni italiane in cui il movimento Cinque stelle "populista" emerse come il partito numero uno del Paese, Draghi attenuò i timori che ciò potesse indurre l'Italia a deviare dal percorso dell'austerità e quindi a riaccendere la crisi del debito in Europa. E insistette sul fatto che “gran parte dell'adeguamento fiscale che l'Italia ha intrapreso continuerà con il pilota automatico". Il messaggio era chiaro: grazie al nuovo regime di governance post-crisi che aveva aperto la strada, i risultati delle elezioni non avrebbero più avuto importanza. La reingegnerizzazione delle società e delle economie europee, soggette a un quadro neoliberale ancora più radicale, sarebbe andata avanti a prescindere dalla volontà democratica dei popoli europei. Come il ministro delle Finanze tedesco mise in chiaro ancora più esplicitamente: “Le elezioni non cambiano nulla. Ci sono delle regole."

 

Salvare l'euro


 

Ma questa depoliticizzazione e de-democratizzazione della politica economica è stata anche ciò che ha permesso a Draghi il suo più grande trionfo - il famoso discorso che ha "salvato l'euro" nell'estate del 2012. Qui, Draghi ha annunciato il programma OMT (Outright Monetary Transactions) della BCE, con il quale si è impegnato, se necessario, ad effettuare acquisti illimitati di titoli di Stato sui mercati obbligazionari secondari al fine di preservare "un'adeguata trasmissione della politica monetaria e la sua unicità" - o più semplicemente, come si espresse Draghi, "fare qualsiasi cosa fosse necessaria per preservare l'euro."

 

L'implicazione era che se i mercati avessero richiesto tassi di interesse eccessivamente alti, la BCE sarebbe entrata nel gioco, acquistando le obbligazioni stesse, ponendo così teoricamente fine al gioco degli speculatori. L'annuncio di Draghi bastò a ridurre immediatamente i tassi di rendimento nei paesi interessati (senza nemmeno che dovesse effettivamente attivare un singolo programma OMT), con conferma indiretta che i rendimenti obbligazionari sono in definitiva determinati dalla politica monetaria della banca centrale, non dalla "fiducia dei mercati" nelle politiche di un paese né dai livelli di deficit e debito rispetto al PIL, contrariamente a quanto Draghi aveva ripetutamente affermato fino a quel momento (e avrebbe continuato a ripetere negli anni successivi).

 

Tuttavia, mentre questo ha aiutato i Paesi a evitare l'insolvenza, ha fatto ben poco per sostenerli in termini di rilancio delle loro economie: questo avrebbe richiesto politiche fiscali di stimolo (cioè deficit più elevati) - esattamente ciò che il nuovo quadro fiscale sostenuto da Draghi ha proibito. In questo senso, l'OMT non è riuscita a trasformare la BCE in una "normale" banca centrale: infatti, l'accesso al sostegno dell'OMT comporta "una condizionalità rigorosa ed efficace", ovvero austerità e "riforme strutturali" neoliberali da parte dello Stato che lo richiede. Non c'è da stupirsi quindi se nessun paese abbia ancora presentato domanda di essere incluso in un programma OMT.

 

In altre parole, mentre le altre banche centrali (come la Federal Reserve negli Stati Uniti) si sono impegnate in politiche monetarie espansive (di acquisto di obbligazioni) proprio per sostenere i governi nell'effettuare politiche di espansione fiscale, la BCE ha fatto esattamente il contrario: ha accettato di intervenire sui mercati obbligazionari solo a condizione che i governi non aumentino i loro deficit e si impegnino invece ad applicare misure di austerità. Come osserva Marshall Auerback , "in effetti, con una mano si è dato e con l'altra si è tolto, poiché le misure di austerità hanno semplicemente esacerbato il problema della bassa domanda dei consumatori e delle imprese e costretto i governi interessati a emettere ancora più debito". Questo è anche il motivo per cui il programma di allentamento quantitativo (QE) della BCE, tardivamente avviato nel 2015, ha clamorosamente fallito nell'aumentare l'inflazione nell'area dell'euro, lasciando così molte economie intrappolate nella "spirale della bassa inflazione", che causa la stagnazione della produzione, dell'occupazione e dei salari.

 

Schiacciare la Grecia


 

In breve, le varie innovazioni istituzionali introdotte da Mario Draghi nel corso degli anni, quelle che gli sono valse molti elogi, non hanno trasformato la BCE in un prestatore di ultima istanza, su cui i governi nazionali possano fare affidamento, ma l'hanno resa invece uno "spacciatore di ultima istanza", con il potere di sfruttare le difficoltà economiche dei paesi per ricattarli, costringendoli ad attuare riforme neoliberali basate sull'austerità.

 

Ciò è diventato chiaro nell'estate del 2015, quando Draghi ha dimostrato fino a che punto era disposto ad arrivare per sostenere lo status quo fiscale -economico della zona euro, anche se questo significava mettere in ginocchio un intero paese. Dopo che il partito di sinistra Syriza, guidato da Alexis Tsipras, che aveva fatto la campagna elettorale su una piattaforma radicale anti-austerità, andò al potere in Grecia nel gennaio 2015, ne seguì un drammatico scontro politico tra il governo greco e le autorità dell'UE. Tsipras tentò di rinegoziare il debito pubblico del paese, la politica fiscale e il programma di riforme e di invertire le politiche di austerità che avevano tanto danneggiato il paese. Ma il periodo di stallo era già finito entro l'estate, quando il governo greco capitolò e accettò i termini onerosi di un altro accordo di prestito subordinato a ulteriori misure di austerità e di deregolamentazione, ponendo così fine alla "ribellione" greca.

 

La responsabilità della capitolazione di Syriza è generalmente attribuita ai principali stati europei (prima fra tutti la Germania). Tuttavia, il ruolo più pernicioso è stato svolto dalla stessa BCE. In effetti, nella guerra europea contro il nuovo governo greco, i primi colpi furono sparati dalla banca centrale. Il 4 febbraio, appena nove giorni dopo la prima vittoria elettorale di Syriza, la BCE tolse al governo greco una delle sue principali linee di credito, dichiarando che non avrebbe più consentito alle banche greche di accedere alla "normale" liquidità della BCE offrendo come garanzia collaterale obbligazioni nazionali greche ufficialmente classificate come "spazzatura" - un'eccezione concessa ai paesi sottoposti a un programma di aiuti finanziari della troika. Da quel momento in poi, le banche avrebbero dovuto fare affidamento sul più costoso Emergency Liquidity Assistance (ELA). La BCE addusse la scusa che "al momento non è possibile ipotizzare una conclusione positiva della revisione del programma [di aiuti finanziari]".

 

Questa fu una decisione straordinaria, per una serie di motivi: il nuovo governo greco aveva solo una settimana di vita e aveva tre settimane per estendere l'accordo di prestito con i creditori e con la troika. Peggio ancora, la mossa della BCE diede il via a una corsa agli sportelli, che accelerò la fuga di capitali che era già iniziata. Seguirono mesi di negoziati molto tesi, durante i quali le proposte del governo greco furono tutte respinte dalla troika, il che esacerbò ulteriormente il deflusso di capitali e fece precipitare il valore patrimoniale e la capitalizzazione di mercato delle banche greche. La vertenza si chiuse nel giugno 2015. Il 25 giugno il governo di Tsipras respinse l'"offerta finale" presentata dalla troika di un nuovo prestito per consentire al governo di rinnovare un pagamento di 1,55 miliardi di euro dovuto al FMI e due giorni dopo, in una mossa strategica per rafforzare la propria mano nei negoziati futuri, annunciò che avrebbe lanciato un referendum sulle condizioni dell'offerta, che si sarebbe tenuto il 5 luglio. Il giorno seguente, il 28 giugno, la BCE rifiutò alla banca centrale greca il diritto di aumentare la propria disponibilità nel contesto dell'ELA, non lasciando al governo greco altra scelta che chiudere le banche, imporre un controllo sui capitali e limitare i prelievi individuali a 60 euro al giorno, a un costo enorme per le imprese e i cittadini greci.

 

Il resto della storia è noto: sebbene il popolo greco avesse respinto in massa il pacchetto di austerità richiesto dalla troika, il governo greco fece un voltafaccia e accettò la condizioni dell'Unione europea, che erano persino più punitive di quelle che aveva in precedenza respinto. Non c'è dubbio che la BCE abbia svolto un ruolo cruciale nel portare alla fine il governo greco alla resa, in quella che chiaramente equivaleva a una mossa strettamente politica, senza giustificazioni solo tecniche. Come scrive l' economista Mario Seccareccia, la BCE ha tagliato la liquidità alle banche greche “anche se sapeva perfettamente che il problema non era la liquidità delle banche, ma che c'era soprattutto un problema di liquidità sistemica, derivante dalla crescente incertezza e paura da parte della popolazione, riflessa nel crescente accumulo di liquidità"- paura che è stata "indubbiamente aggravata dalle azioni della stessa BCE ":

 

"Quindi, invece di cercare di sostenere e promuovere il regolare funzionamento del sistema dei pagamenti di uno dei suoi stati membri, che in nessun momento, aveva proposto ufficialmente l'uscita dall'Eurozona (in effetti, erano i leader tedeschi ad avere proposto di mettere in atto una "temporanea" Grexit), la BCE ha effettivamente interrotto deliberatamente la propria assistenza in materia di liquidità, al fine di destabilizzare ulteriormente il sistema di pagamenti greco e costringere il governo di Syriza ad accettare le dure misure di austerità proposte."


 

Questo episodio dimostra che nell'eurozona i presunti benefici dell'indipendenza della banca centrale sono stati invece sostituiti dalla dipendenza dei governi dalla banca centrale, non più soggetta ad alcun tipo di controllo democratico.

È difficile trovare un altro esempio nella storia in cui una banca centrale ha deliberatamente fatto crollare il sistema bancario del proprio paese, al fine di forzare la sua agenda politica imponendola al governo eletto. Eppure questo è esattamente quello che è successo sotto Draghi.

 

Questa esperienza mostra anche che i problemi dell'area dell'euro si estendono ben oltre le differenze tra i Paesi o il fatto che manchino meccanismi di stabilizzazione a livello federale e istituzioni veramente rappresentative (sebbene tutte queste cose siano vere). La realtà è molto più inquietante: nel corso dell'ultimo decennio, l'eurozona si è evoluta dal managerialismo post-democratico a una gabbia di ferro autoritaria. E, in larga misura, di questo dobbiamo ringraziare Mario Draghi.

 

 

Thomas Fazi è scrittore, giornalista, traduttore e ricercatore. È coautore di "Reclaiming the State: A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World" (Pluto Press; 2017).

 

 

18/05/18

Riforma dell'eurozona: nessun accordo è meglio di un accordo dannoso

Mentre le mitizzate "riforme" continuano a essere ritualmente invocate da ogni parte come improbabile panacea ai mali dell'Italia e dell'Europa, l'economista Peter Bofinger - uno dei "cinque saggi"  consulenti del governo tedesco - illustra su VoxEu  la vacuità e l'insufficienza, se non la vera e propria nocività, delle proposte che riguardano la madre di tutte le riforme, la riforma dell'Eurozona stessa.
E se gli economisti e i commentatori italiani, con rarissime eccezioni, ripetono l'eterna giaculatoria della moneta forte che ci protegge, è da un prestigioso economista tedesco che arrivano le ovvie considerazioni rigettate come blasfeme dai grandi e conformisti media nostrani: è proprio l'euro, ovvero una moneta non controllata da una banca centrale nazionale, che mette uno Stato a rischio di fare default; è la Germania ad avere tutto l'interesse a preservare una moneta unica che le ha dato enormi vantaggi competitivi; non è affatto detto che i mercati fungano da fattore stabilizzante, spesso giocano al contrario... e altro ancora.   

 

 

 

di Peter Bofinger, 15 maggio 2018

 

Le recenti proposte di riforma dell'area dell'euro provenienti da un gruppo di economisti francesi e tedeschi hanno aperto un intenso dibattito. Questo articolo, uno dei contributi di VoxEu sulla riforma dell'eurozona, sostiene che il principale rischio che dovrebbe essere coperto, in un'ottica di condivisione comune dei rischi, è quello specifico di insolvenza legato all'essere membri dell'eurozona; e che le modeste proposte di condivisione del rischio pubblico e privato sono insufficienti allo scopo.

 

Un gruppo di autorevoli economisti francesi e tedeschi ha presentato un documento che rappresenterebbe a loro dire "un punto di svolta per l'area dell'euro" (Benassy-Quéré et al., 2018).

 

Le loro proposte hanno avviato un intenso dibattito (Bini Smaghi 2018, Micossi 2018, Buti et al., 2018, Pisani-.Ferry e Zettelmeyer 2018).

 

Anche se sono già state discusse le numerose carenze del Policy Insight 91 del CEPR, in questo articolo sostengo che il rischio specifico di insolvenza dei Paesi appartenenti all'eurozona è quello principale che dovrebbe essere coperto da una condivisione dei rischi. Le modeste proposte degli autori su una condivisione dei rischi nel settore pubblico e privato sono insufficienti a questo riguardo. Anzi, andando nel senso di richiedere una maggiore disciplina finanziaria, il rischio di insolvenza potrebbe addirittura essere aumentato. Finora ci sono poche prove che i mercati finanziari possano svolgere un ruolo stabilizzante nell'eurozona.

 

La proposta di porre regole alla spesa pubblica ha i suoi meriti, in quanto si concentra su un obiettivo che i governi possono controllare efficacemente. Ma l'obiettivo del rapporto tra debito e PIL dovrebbe essere ragionevole: la soglia del 60% prevista dal trattato di Maastricht, completamente arbitraria, non dovrebbe essere adottata pedissequamente. Per un compromesso produttivo tra Francia e Germania, è il lato tedesco che dovrebbe fare il primo passo, consentendo almeno il finanziamento a deficit degli investimenti pubblici all'interno delle regole fiscali dell'eurozona.

 

Il rischio specifico di insolvenza legato all'appartenenza all'eurozona

 

Dato l'accento posto sulla "condivisione del rischio", è sorprendente che gli autori non spieghino esplicitamente quali rischi specifici debbano essere condivisi. Le loro proposte si concentrano sul rischio di shock da domanda idiosincratici e sul rischio di una crisi bancaria nazionale. Ma questo trascura proprio il rischio essenziale connesso all'adesione all'eurozona. L'unione monetaria espone i suoi stati membri al rischio di insolvenza che è assente per paesi simili che abbiano la loro valuta nazionale. Quando un paese adotta l'euro, il suo debito viene ridenominato dalla valuta nazionale all'euro. Di conseguenza, gli Stati membri si trovano in una situazione simile a quella delle economie dei mercati emergenti che possono fare prestiti solo in valuta estera ("peccato originale"). In caso di crisi, non possono più fare affidamento sul sostegno della loro banca centrale nazionale.

 

Questo rischio specifico è aggravato dalla facile opzione di uscita che la moneta unica fornisce agli investitori. Se, per esempio, un fondo pensione giapponese non è più disposto a detenere titoli di stato giapponesi e decide invece di detenere titoli del Tesoro USA, deve affrontare il rischio di cambio. Per gli investitori istituzionali, che sono tenuti a detenere attività sicure, questo "muro delle valute" è difficile da superare. All'interno dell'eurozona, invece, questo muro è stato rimosso, e di conseguenza gli investitori possono scambiare obbligazioni nazionali in obbligazioni di altri Stati membri senza affrontare il rischio di cambio.

 

La combinazione del rischio di insolvenza con la facile opzione di uscita porta al "rischio legato alla denominazione" (Bini Smaghi 2018), che si è manifestato nella crisi dell'euro. Solo con l'impegno di Mario Draghi a salvare l'euro "whatever it takes", considerato un'assicurazione implicita contro questo rischio, si è potuta mantenere la stabilità dell'eurozona. È importante notare che questo rischio non è dovuto a "un'architettura fiscale e finanziaria mal concepita", come affermano Benassy-Quéré et al. È dovuto al fatto che l'unione monetaria è un edificio che non è ancora stato finito. Per diventare un edificio stabile richiederebbe più integrazione politica.

 

Soprattutto, la Germania non può non avere un forte interesse a mantenere integra l'eurozona. L'euro ha protetto i produttori tedeschi dagli shock legati ai tassi di cambio nei confronti degli altri Stati membri. Si può anche dare per scontato che il marco tedesco sarebbe stato una valuta più forte rispetto all'euro, e quindi questa protezione è stata efficace anche nei confronti dei paesi esterni all'eurozona. Di conseguenza, ci sarebbe stato da aspettarsi che una proposta degli economisti tedeschi e francesi sulla "condivisione dei rischi" affrontasse  in particolare questo rischio. Ma, così come la Policy Insight nemmeno lo menziona, così le proposte sulla condivisione di questo rischio (Delpla e von Weizsäcker 2010, Consiglio tedesco degli esperti economici 2011) non vengono neppure discusse.

 

Due proposte poco efficaci per la condivisione del rischio politico

 

La proposta di un sistema europeo di assicurazione dei depositi (EDIS) prevede premi assicurativi che prezzano il rischio specifico dei singoli paesi. Richiede inoltre che le prime perdite restino a carico del relativo settore nazionale. I fondi comuni dovrebbero essere forniti solo in caso di "grandi crisi sistemiche che sovraccaricano uno o più settori nazionali". Ma in situazioni simili la condivisione del rischio fornita dall'EDIS (con un obiettivo di dimensione dello 0,8% dei depositi coperti dei sistemi bancari partecipanti) raggiungerebbe presto i suoi limiti. Un sistema assicurativo è efficace solo se i rischi non sono correlati. In "grandi crisi sistemiche" i rischi sono correlati e lo schema si rompe. Per questo solo la BCE, come prestatore di ultima istanza, sarebbe in grado di stabilizzare efficacemente il sistema.

 

La seconda proposta prevede una disponibilità di bilancio europea per "ampie recessioni che colpiscano uno o più stati membri". Gli autori la paragonano a una "assicurazione contro perdite catastrofiche". Ma con un contributo totale annuo dello 0,1% del PIL totale dell'eurozona, la dimensione del fondo è limitata, in quanto la possibilità di prestiti è esplicitamente esclusa. Di conseguenza, anche in una grave recessione, un paese riceverebbe trasferimenti piuttosto limitati. Per un aumento del tasso di disoccupazione nazionale di 4 punti percentuali, è previsto un trasferimento una tantum pari a solo allo 0,5% del PIL nazionale. Ma questo giova a un paese solo se viene colpito dallo shock nei primi cinque anni di esistenza del fondo. Inoltre, a causa delle dimensioni limitate del fondo, lo shock non deve interessare troppi stati membri contemporaneamente. Come ostacolo specifico, l'accesso al fondo richiede che uno Stato membro rispetti non solo le regole fiscali, ma anche le raccomandazioni specifiche per il paese. In una situazione di shock molto grave, questo è estremamente improbabile. E per un paese in condizioni così ideali a quel punto sarebbe possibile finanziarsi temporaneamente con un deficit ciclico ricorrendo al mercato dei capitali, senza grossi problemi.

 

Entrambe le forme di condivisione del rischio ricordano l'idea di costituire un corpo di vigili del fuoco che può essere attivato solo in caso di grandi incendi. Ma allo stesso tempo progettandolo con capacità così limitate che non sarà mai in grado di affrontare incendi di simili dimensioni.

 

I limiti della condivisione del rischio di mercato  

 

In Benassy-Quéré et al. si propone  la condivisione del rischio di mercato  come un altro fattore stabilizzante. Un elemento è il  completamento dell'Unione bancaria e del mercato dei capitali: "I cittadini e le società dell'area dell'euro dovrebbero essere in grado di investire i loro risparmi in strumenti i cui rendimenti sono indipendenti dalla disoccupazione e dal calo di produzione nel loro paese d'origine." Ma questo è già possibile in base agli attuali accordi istituzionali. Come già detto sopra, la moneta unica ha rimosso il "muro della valuta" per gli investitori di portafoglio. Ed è stato un eccesso di prestiti bancari transfrontalieri, soprattutto da parte delle banche tedesche e francesi negli anni 2000-2007, ad avere contribuito alla crisi. Più in generale, non è chiaro in che modo i mercati obbligazionari e azionari possano fornire una significativa condivisione del rischio, data la distribuzione asimmetrica della ricchezza negli Stati membri. Per le famiglie con una ricchezza finanziaria minima o nulla, l'unione del mercato dei capitali non può fornire un'assicurazione efficace contro il rischio di disoccupazione.

 

Il secondo elemento della condivisione del rischio di mercato è la creazione di investimenti sicuri nell'area dell'euro (ESBies). Gli autori ritengono che una "forma di investimento sicura nell'area dell'euro creerebbe domanda rivolta al debito sovrano dell'area dell'euro che non sia vulnerabile ai mutamenti nell'orientamento del mercato." Ma ammettono anche che questo sarebbe valido solo "fino a che i titoli di stato non perdono accesso al mercato, dal momento che questo innesca l'esclusione dal pool di garanzie sulle nuove emissioni". E vedono il rischio che "potrebbe essere difficile trovare acquirenti per le tranche junior in tempo di crisi". In altre parole, il loro schema di condivisione del rischio di mercato fallirebbe esattamente nella situazione in cui si manifesta il rischio di insolvenza principale dell'area.

 

Disciplina di mercato: i governi sotto il controllo dei mercati? 

 

Gli autori considerano la condivisione del rischio e la disciplina di mercato come pilastri complementari per l'architettura dell'eurozona. Ma ciò solleva la questione se la "disciplina di mercato" possa essere considerata come uno stabilizzatore. Per Benassy-Quéré et al., questo sembra fuori discussione. Ma già quasi 20 anni fa il Rapporto Delors arrivò alla seguente valutazione:

 

"[...] l'esperienza suggerisce che la percezione dei mercati non fornisca necessariamente segnali forti e convincenti e che l'accesso a un grande mercato dei capitali possa perfino in qualche occasione facilitare anche il finanziamento degli squilibri economici. Anziché portare ad un graduale adattamento dei costi di finanziamento, le opinioni dei mercati sull'affidabilità creditizia dei debitori ufficiali tendono a cambiare improvvisamente e comportano la chiusura dell'accesso ai finanziamenti sui mercati. I vincoli imposti dalle forze di mercato potrebbero essere troppo lenti e deboli o troppo repentini e dirompenti ".

 

Quanto avvenuto in seguito alla creazione dell'euro ha confermato questa previsione. La reazione dei mercati alla cronica mancanza di disciplina fiscale in Grecia è stata molto ritardata nel 2010, e a quel punto così repentina e dirompente che il sistema ha potuto essere salvato solo dall'intervento di Mario Draghi. Più in generale, è sorprendente che la fiducia degli economisti nella disciplina imposta dai mercati possa essere sopravvissuta alla crisi finanziaria quasi intatta.

 

Inoltre, è necessario chiedersi se "disciplina di mercato" sia un concetto adeguato per l'organizzazione dell'eurozona. Nel contesto del settore bancario può avere i suoi meriti, ma nel contesto dell'unione monetaria implica che ai mercati venga assegnato un ruolo disciplinare sugli Stati. Questo capovolge la tradizionale relazione tra Stato e mercati. In passato c'era consenso tra gli economisti sul fatto che i mercati dovessero sottostare al controllo dei governi. Mentre la disciplina di mercato richiede governi sottoposti al controllo dei mercati. Questo concetto è particolarmente discutibile in quanto i mercati finanziari sono dominati da giocatori potenti, come Goldman Sachs o Blackrock.

 

Tirando le somme, l'intera idea di stabilizzare l'eurozona, combinando una rafforzata disciplina finanziaria con elementi omeopatici di condivisione dei rischi non è convincente. Mentre gli elementi di condivisione del rischio non affrontano quello più importante dell'area dell'euro, il rischio di insolvenza, il rafforzamento della disciplina di mercato ha il potenziale persino per aumentarlo. Gli autori sono consapevoli di questa difficoltà, ma la considerano solo un problema di transizione: "La lezione principale è che il 'problema di transizione' - raggiungere uno stato di disciplina di mercato più efficace e una maggiore stabilità, senza innescare una crisi durante il percorso - ha bisogno di essere riconosciuto e affrontato con fermezza nelle proposte per accrescere la disciplina di mercato ".

 

Ma come dovrebbe essere gestita la transizione? Gli autori propongono di introdurre il nuovo regime "in un momento in cui i debiti di tutti i paesi dell'eurozona che dipendono dall'accesso al mercato - in particolare quelli dei paesi ad alto indebitamento - siano ampiamente sostenibili con alta probabilità [...]". Dato che una simile situazione è molto improbabile per il prossimo futuro, sembra assai simile a una clausola di salvaguardia per gli economisti francesi.

 

Una regola di spesa imposta da uomini e donne saggi 

 

Un terzo elemento del rapporto è un nuovo quadro per la politica fiscale. La proposta si basa sulla valutazione che le regole fiscali "non hanno funzionato bene". Mentre questo è vero per la Grecia, che ha pubblicato statistiche errate, per i grandi Stati membri questo non è così evidente. Confrontando i saldi fiscali di Germania, Francia e Italia da una parte e di Giappone, Regno Unito e Stati Uniti dall'altra, i deficit molto più bassi degli Stati membri parlano di una pronunciata disciplina fiscale.


Bilancio fiscale di alcuni grandi Stati membri dell'eurozona confrontato con Giappone, Regno Unito e Stati Uniti (% del Pil)

 

Gli autori propongono un approccio a due pilastri, con un obiettivo di debito a lungo termine "come il 60% del PIL, o un obiettivo più ritagliato su misura" e una regola operativa basata sulla spesa per raggiungere questo obiettivo. A questo fine, si dovrebbe istituire un consiglio fiscale indipendente a livello nazionale, che proponga un obiettivo di riduzione del debito a medio termine, tracci un percorso di spesa a medio termine coerente e lo usi per fissare un massimale di spesa nominale per l'anno successivo. Se un paese supera l'obiettivo tracciato, tutte le spese eccessive dovranno essere finanziate da obbligazioni sovrane junior.

 

Non vi è dubbio che le regole di spesa hanno i loro meriti, in quanto sono più facili da seguire rispetto alle norme sul deficit. Ma non è chiaro perché la regola dovrebbe essere stabilita da un consiglio di esperti e non da un governo o da un parlamento eletti. Gli economisti non sono scevri da pregiudizi ideologici, che influenzano i loro giudizi, dati i limiti della scienza economica. Pertanto, la nomina di esperti specifici per il consiglio ha una forte influenza sul risultato dell'obiettivo di debito e del corrispondente percorso di spesa.

 

Inoltre, è tutt'altro che evidente che l'obiettivo di debito del 60% rispetto al Pil sia un obiettivo ragionevole a medio termine per la politica fiscale. Per il trattato di Maastricht fu scelto in quanto livello medio del debito degli stati membri in quel momento. Il tentativo di Reinhart e Rogoff (2010) di ottenere un obiettivo di rapporto debito/Pil con basi scientifiche è fallito. Rinomati economisti hanno sostenuto la necessità di una economia basata sulle prove. David Eddy (1990), che coniò il termine "medicina basata sulle prove", la definisce come segue:

 

"Descrivere esplicitamente le prove disponibili che riguardano una determinata strategia e legare la strategia alla prova. Agganciare consapevolmente una strategia, non alle pratiche correnti o alle convinzioni degli esperti, ma a prove sperimentali. La strategia deve essere coerente con le prove e supportata da queste. Le relative prove devono essere identificate, descritte e analizzate. I responsabili delle strategie devono determinare se queste sono giustificate dalle prove."

 

L'obiettivo del 60% di Maastricht è ovviamente basato sulle pratiche correnti e sulle convinzioni degli esperti ed è privo di prove pertinenti (ad esempio, nel Regno Unito la media storica a lungo termine dal 1700 al 2016 è 99,5%; Figura 2). E quindi qualsiasi strategia che cerchi di rendere più stabile l'area dell'euro dovrebbe comportare un'analisi approfondita di un obiettivo di debito adeguato per gli Stati membri. Sostituire l'obiettivo del 60% con un obiettivo più vicino, per esempio, al livello del rapporto debito/Pil degli Stati Uniti potrebbe cambiare radicalmente la percezione della solidità finanziaria degli Stati membri.


Rapporto debito/Pil nel Regno Unito, 1700 - 2016

Fonte: Bank of England, "A millennium of macroeconomic data"

 

La strada per andare avanti



 

L'instabilità dell'architettura dell'eurozona non è dovuta a una "architettura fiscale e finanziaria mal progettata". Riflette l'edificio incompiuto, con una politica monetaria sovranazionale e 19 politiche fiscali nazionali indipendenti. Di conseguenza, l'unico modo per renderla stabile è portare avanti l'integrazione politica. Ciò consentirebbe una completa mutualizzazione del debito, che eliminerebbe il rischio specifico di insolvenza dei membri della zona euro. Con il trasferimento delle responsabilità della politica fiscale a livello sovranazionale, la disciplina fiscale degli Stati membri sarebbe applicata da un ministro delle finanze dell'eurozona democraticamente legittimato e non da miopi investitori finanziari. Nella situazione attuale i progressi verso un'integrazione della politica fiscale non sono molto probabili. Ma questo non è un buon pretesto per gli economisti perché non rendano esplicito quello che è realmente necessario per stabilizzare l'architettura dell'eurozona.

 

Per un produttivo compromesso franco-tedesco, la parte tedesca deve fare il primo passo consentendo una certa flessibilità riguardo al pareggio di bilancio. Ciò consentirebbe più spazio per la golden rule nel Patto di stabilità e crescita, in modo che fosse possibile un finanziamento a deficit, almeno limitatamente agli investimenti pubblici. Come ulteriore passo avanti, si potrebbero prevedere progetti con vaste estensioni alla grande area dell'euro (infrastrutture, difesa, ricerca, politica industriale, ambiente), finanziati da obbligazioni con responsabilità solidale. Infine, un'analisi approfondita e aperta degli obiettivi adeguati per il rapporto tra debito pubblico e Pil sarebbe molto utile.

 

La Policy Insight 91 del CEPR invita a "modificare il metodo nell'eurozona per conciliare la prudenza fiscale con le politiche per sostenere la domanda e le regole con la libertà di fare politica". Ma presenta un quadro che limita la portata delle strategie di sostegno alla domanda con l'introduzione di regole fiscali e degli oneri sulla concentrazione del debito sovrano (regole per limitare l'acquisto di titoli di Stato da parte delle banche della stessa nazione, ndt) . E riduce la discrezionalità delle politiche nazionali non solo attraverso l'istituzione di consigli fiscali indipendenti, ma anche esponendo i governi a una maggiore "disciplina di mercato". La proposta potrebbe davvero portare a un "mutamento di rotta", ma nella direzione sbagliata.

 

 

Bibliografia

 

Bénassy-Quéré, A, M Brunnermeier, H Enderlein, E Farhi, M Fratzscher, C Fuest, P-O Gourinchas, P Martin, J Pisani-Ferry, H Rey, I Schnabel, N Véron, B Weder di Mauro, and J Zettelmeyer (2018), “Reconciling risk sharing with market discipline: A constructive approach to euro area reform”, CEPR Policy Insight No. 91.

 

Bini Smaghi, L (2018), “A stronger euro area through stronger institutions”, VoxEU.org, 9 April

 

Buti, M, G Giudice, J Leandro (2018), “Deepening EMU requires a coherent and well-sequenced package”, VoxEU.org, 25 April

 

Delpla, J and J von Weizsäcker (2010), “The Blue Bond Proposal”, Bruegel Policy Brief, May

 

Eddy, D (1990), “Anatomy of a Decision”, Journal of the American Medical Association 263(3).

 

German Council of Economic Experts (2011), “European Redemption Pact”, in Annual Report 2011/12.

 

Micossi, S (2018), “The crux of disagreement on euro area reform”, VoxEU.org, 5 April

 

Pisani-Ferry, J and J Zettelmeyer (2018), “Messori and Micossi’s reading of the Franco-German 7+7 paper is a misrepresentation”, CEPS Commentary, 19 February.

 

Reinhart, C M and K S Rogoff (2010), “Growth in a Time of Debt”, American Economic Review 100(2): 573-78.

 

 

22/04/18

FT - La Germania sta frustrando le grandiose ambizioni di Macron

Sul Financial Times, Wolfgang Munchau certifica che l'agenda di riforma dell'eurozona voluta da Macron non ha alcuna possibilità di vedere la luce. Con l'uscita di scena di Martin Schultz, infatti, anche l'SPD, ridotta all'osso dalle ultime elezioni, ha abbandonato il sostegno al progetto, e anzi i suoi ministri di spicco all'interno della grande coalizione sposano quella che fu la linea di Schauble. Mentre il governo tedesco è pressato dalle istanze euroscettiche dei vincitori delle elezioni, i Liberal Democratici e Alternativa per la Germania. Così, mentre la Germania si mette ancora più di traverso all'integrazione europea (quando non sia favorevole agli interessi nazionali tedeschi), la Francia si scopre sempre più subalterna, in una unione monetaria nella quale la sua voce conta poco e in una situazione geopolitica nella quale il suo partner più affidabile, il Regno Unito, è ormai fuori dalla UE.

 

 

 

di Wolfgang Munchau, 15 aprile 2018.

 

La luna di miele franco-tedesca è finita. All'inizio dell'anno Angela Merkel, la cancelliera tedesca, e Martin Schulz, l'ex leader del Partito Social Democratico (SPD), concordavano che la Germania avrebbe iniziato un dialogo significativo con Emmanuel Macron, il presidente francese, sulla riforma dell'eurozona.

 

A quanto pare, il programma sull'eurozona era un progetto personale di Schultz, non dell’SPD. Quando a febbraio è stato deposto dal ruolo di presidente del partito, quest'ultimo ha perso interesse per il progetto. La grande coalizione è di nuovo al potere, ma ora senza il solo progetto interessante che ne avrebbe giustificato l'esistenza.

 

Olaf Scholz, ministro delle finanze dell’SPD e nuovo uomo forte del partito, è particolarmente indifferente. È scettico tanto quanto il suo predecessore, Wolfgang Schauble, sull'importante tema del sistema europeo di assicurazione dei depositi.

 

L'opposizione alla riforma dell'eurozona all'interno del partito della Merkel, la CDU, e del suo partito fratello bavarese, la CSU, è forte come sempre. Il gruppo CDU/CSU al Bundestag rigetta tutti i temi, tranne uno, del programma di riforma di Macron. Non vogliono un Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM) allargato, l'ombrello di salvataggio, né un bilancio unico dell'eurozona. E, come Scholz, non vogliono un sistema europeo di assicurazione dei depositi fino a che le banche italiane non saranno riuscite a sbarazzarsi della maggior parte dei crediti deteriorati iscritti nei loro bilanci.

 

Non vogliono nemmeno la riduzione del debito per la Grecia. L'unica idea tra quelle della riforma verso la quale c'è un tiepido sostegno è quella di una protezione fiscale per il fondo di risoluzione bancario, cosa che sarebbe dovuta avvenire molto tempo fa.

 

Il messaggio è chiaro: la Germania sta dicendo no a Macron sulla riforma dell'eurozona, almeno nella sostanza. Potrebbero ancora esserci accordi simbolici, forse un minuscolo bilancio dell'eurozona senza alcun valore macroeconomico. Per aggiungere al danno la beffa, la Merkel ha anche preventivamente escluso il coinvolgimento della Germania nell'azione militare contro il regime siriano.

 

Mi chiedo come saranno ricevuti questi due messaggi scollegati. La Francia adesso è esattamente nella posizione sulla quale Marine Le Pen, la leader del Fronte Nazionale di estrema destra, aveva messo in guardia: in una unione monetaria nella quale la voce della Francia conta poco e in una situazione geopolitica nella quale è il Regno Unito il partner più affidabile.

 

Il sostegno entusiasta di Macron all'integrazione europea contrasta con l'immutata realtà politica che Francia e Germania non sono più alleati naturali. Diversamente che in Francia, i partiti europeisti in Germania sono in ritirata. Il partito della Merkel ha perso un milione di voti, andati ai Liberal Democratici e ad Alternativa per la Germania, che propugnano entrambi politiche che porterebbero alla distruzione dell'eurozona. Sessanta parlamentari della CDU/CSU hanno votato contro il programma di sostegno alla Grecia nel 2015. Se affrontasse una ribellione simile oggi, la grande coalizione non avrebbe più una maggioranza.

 

Ciò rende impossibile la riforma dell'eurozona? Non penso. La scadenza di giugno per le riforme dell'eurozona è stata scelta perché a Macron serve qualcosa di concreto da mostrare prima delle elezioni europee di maggio 2019.

 

Come sostenitore di lunga data della riforma dell'eurozona, mi trovo nella posizione inusuale di preferire una ritirata tattica. Sarebbe meglio attendere un momento migliore per spingere i due temi che realmente contano, nessuno dei quali è in agenda ora: la creazione di un unico asset sicuro, ovvero il bond dell'eurozona; e la separazione legale e politica dei governi nazionali dalle loro banche.

 

I riformatori dovrebbero sfruttare il fatto che ampi e persistenti surplus delle partite correnti nei paesi settentrionali dell'eurozona li rendono vulnerabili ad un'improvvisa interruzione dei flussi commerciali. Solo una crisi esistenziale che minacci la sopravvivenza ultima dell'eurozona ha il potenziale di destare l'attenzione nei paesi del Nord. Un surplus delle partite correnti molto ampio rende forti in tempi buoni, ma deboli in tempi cattivi. Adesso è il momento di ottenere concessioni dalla Germania e dall'Olanda.

 

L'alternativa è sprecare capitale politico scarso su riforme deboli. Dovremmo anche accettare condizioni che possono aumentare l'instabilità finanziaria, come la richiesta tedesca di una ristrutturazione semi-automatica del debito o tetti alla quantità di bond sovrani detenuti dalle banche. Se l'alternativa è un grande salto nella direzione sbagliata, stare fermi costituirebbe un progresso relativo.

 

14/09/17

Francesi in piazza contro la riforma del lavoro, mentre Macron rimprovera i “fannulloni”


  1. Nonostante tanti piccoli, inutili ritocchi negli anni passati, i governi francesi continuano a voler indebolire le protezioni dei lavoratori. Come riporta France 24, ancora una volta i sindacati scendono in piazza, ma questa volta sono divisi, e Macron intende approfittarne. I francesi iniziano a rendersi conto di quale sia il mandato del loro presidente: risolvere il conflitto interno tra lavoro e capitale a tutto vantaggio del capitale.


 

Di NEWS WIRES, 13 settembre 2017

 

Decine di migliaia di sindacalisti di sinistra hanno marciato per le strade delle città francesi per protestare contro la riforma del lavoro del presidente Emmanuel Macron, anche se le presenze sono sembrate minori rispetto alle dimostrazioni degli anni scorsi.

 

Come risposta alla dichiarazione di Macron, che non avrebbe dato retta ai “fannulloni”, alcuni a Parigi portavano cartelli con scritto “fannullone in sciopero”, mentre a Bordeaux i dimostranti cantavano “Macron sei fregato, i fannulloni sono scesi nelle strade”.

 

La prefettura di Parigi ha parlato di 24.000 manifestanti nella capitale, dove la polizia anti-sommossa si è scontrata con i giovani incappucciati in schermaglie isolate ai bordi della marcia organizzata dal sindacato CGT, legato al Partito Comunista.

 

Si tratta di un numero inferiore ai 28.000 stimati dalla polizia durante le proteste di marzo 2016.

 

I sindacati avevano mandato a vuoto i tentativi precedenti di indebolire la legge francese del lavoro, ma questa volta Macron è posizionato meglio, dato che altri due sindacati, incluso il più grande, la CFDT, non si sono uniti alla protesta.

 

“Sono vent’anni che fanno passare leggi per indebolire il diritto del lavoro. La risposta (alla disoccupazione) non sta nell’indebolirlo ulteriormente”, ha dichiarato Maxime Durand, un macchinista in sciopero.

 

Dopo settimane di negoziati, lo scorso mese il governo ha adottato misure che includono una limitazione agli indennizzi per i licenziamenti senza giusta causa e una maggiore libertà per le aziende di assumere e licenziare.

 

Le riforme non si riferiscono direttamente alle 35 ore settimanali, un pilastro del diritto del lavoro, ma danno alle imprese maggiore flessibilità nel determinare i salari e le condizioni di lavoro. Il governo prevede di adottare nuove misure, da implementare per decreto il 22 settembre.

 

Durante un viaggio ad Atene, lo scorso venerdì, Macron ha dichiarato alla comunità francese locale: “Sono molto determinato e non cederò, né ai fannulloni, né ai cinici né agli estremisti”.

 

Macron ha poi detto che la parola “fannulloni” si riferiva a quanti non sono riusciti a imporre le riforme in passato, anche se gli avversari politici e qualche sindacato lo hanno interpretato come un attacco ai disoccupati o ai lavoratori che si avvantaggiano delle protezioni del lavoro.

 

“Faremo desistere Macron” ha detto Jean-Luc Melenchon, esponente di estrema sinistra, che è diventato il più acceso detrattore di Macron in parlamento, durante le proteste a Marsiglia.

 

Diritti molto a cuore

 

I lavoratori francesi hanno avuto molto a cuore e a lungo i diritti sanciti nel codice del lavoro, ma le aziende si sono lamentate che scoraggiano gli investimenti e la creazione di nuovi posti di lavoro, e che hanno depresso la crescita economica.

 

La disoccupazione è stata superiore al 9% per quasi dieci anni.

 

Le riforme di Macron vengono tenute d'occhio dalla Germania, come banco di prova della sua decisione nel rimodellare la seconda economia dell’eurozona, necessaria se Macron vuole conquistare l’appoggio di Berlino a riforme più ampie dell’unione monetaria.

 

La CGT è il secondo sindacato francese, anche se la sua influenza sta calando. Il suo leader Philippe Martinez ha dichiarato che le proteste nazionali di martedì erano la “prima fase”, e che altre sarebbero seguite. Ha detto che il riferimento ai “fannulloni” di Macron era un insulto ai lavoratori.

 

“Il presidente dovrebbe ascoltare le persone, capirle, anziché causare divisioni” ha dichiarato Martinez alla televisione France 2.

 

I lavoratori CGT nei settori ferroviario, petrolifero ed energetico hanno partecipato allo sciopero, ma nel pomeriggio non c’è stato alcun impatto evidente sulla produzione di potenza elettrica o di prodotti raffinati, secondo i portavoce delle aziende EDF e Total.

 

Solo l’11% dei lavoratori di EDF, che gestisce i 48 reattori nucleari francesi, ha partecipato allo sciopero, ha affermato un portavoce della società di utility posseduta dal governo.

 

Sindacati divisi

 

Macron è atterrato ai Caraibi francesi martedì per un sopralluogo sulle devastazioni dell’uragano Irma sul territorio di Saint Martin.

 

Governi di destra e di sinistra hanno provato per decenni a riformare il codice del lavoro di 3.000 pagine, ma hanno finito per annacquare i propri piani a causa delle dimostrazioni di piazza.

 

Macron è stato ministro dell’economia per il governo socialista del presidente Francois Hollande, il cui tentativo di riformare il codice del lavoro ha portato a settimane di protesta che al picco hanno portato 400.000 persone sulle strade, e hanno provocato una ribellione nel suo stesso partito.

 

Hollande fu costretto a diluire le sue proposte, ma finora non ci sono segnali che Macron farà lo stesso.

 

Un sondaggio pubblicato il primo settembre ha indicato che gli elettori hanno un’opinione discordante sulle riforme. Circa sei intervistati su dieci hanno detto di opporsi al decreti di Macron sul lavoro. Ma quando sono stati interrogati sulle singole misure, la maggior parte di esse aveva il sostegno della maggioranza.

 

Mentre la crescita economica sta accelerando, la disoccupazione è su un trend al ribasso e con i sindacati divisi nella risposta alle riforme, non è chiaro se le proteste otterranno un consenso significativo.