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23/02/20

Politico – La libertà di circolazione aggrava la crisi dei senzatetto in UE

La libertà di circolazione, come tutte le “conquiste” della Ue, è un bene solo per chi se la può permettere. Molti, illusi dalla prospettiva di cambiare vita, emigrano per trovare qualche lavoro precario e sottopagato, e magari poi finire per strada, senza più i mezzi e i contatti per tornare indietro. Questo articolo di Politico raccoglie le denunce delle associazioni per l’assistenza sociale, che hanno visto in una manciata di anni un incremento vertiginoso dei senzatetto, soprattutto di provenienza Ue. E proprio la Ue viene additata come corresponsabile di questa situazione.

 

 

di Hanne Cokelaere, 19 febbraio 2020

 

Secondo i suoi paladini, la libertà di movimento sarebbe uno dei maggiori successi della Ue. Tuttavia, sta lasciando per strada molti dei suoi cittadini più indigenti.

 

Oggi c'è un numero record di cittadini che vivono e lavorano in un altro paese UE, ma anche il numero di quelli che si spostano altrove per poi finire a vivere per strada è in crescita. Operatori sociali e parlamentari sostengono che è il momento che Bruxelles faccia qualcosa.

 

I lavoratori Ue possono muoversi liberamente all’interno del blocco dei paesi, ma non tutti trovano una vita facile e confortevole una volta arrivati alla loro destinazione. Le procedure per l’ottenimento di un alloggio favoriscono le persone che possono dimostrare di non essere un peso per i sistemi assistenziali locali, e questo significa che le persone più povere, spesso quelle in posizioni precarie e con impieghi sottopagati, rischiano di cadere nel baratro.

 

Il problema della gente che dorme per strada è difficile da ignorare nella capitale belga, dove numerosi senzatetto vivono per le strade e nelle stazioni della metropolitana attorno al “quartiere Ue” della città – sede della Commissione Europea, del Consiglio, del Parlamento e di altre istituzioni. Qui i senzatetto chiedono l’elemosina ai funzionari e diplomatici meglio pagati della Ue.

 

Non sono venuto dalla Romania [in Belgio] solo per ricevere assistenza sociale”, ha detto Nicolae, 59 anni, parlandoci in un affollato caffè del centro, davanti a un tè alla menta. “Voglio lavorare.

 

Sei anni fa Nicolae ha perso il suo monolocale in Molenbeek, un variegato quartiere del centro di Bruxelles, perché non poteva più permettersi di pagare l’affitto. Oggi passa le notti in un rifugio per senzatetto, e le sue giornate nell’area attorno alla stazione Midi di Bruxelles – stazione di destinazione degli Eurostar e di altri treni che attraversano l’Europa. Qui beneficia delle mense per i poveri e degli hotspot Wi-Fi gratuiti.

 

L’aumento dei senzatetto è ben visibile nel blocco dei paesi UE. Secondo un report del 2019 della FEANTSA, organizzazione che lavora per i senzatetto in Ue, almeno 700.000 persone vivono per strada o negli appositi dormitori. Si tratta di un aumento del 70 per cento rispetto a un decennio fa. In Finlandia, paese che ha messo a punto una strategia di lungo termine per offrire casa ai senzatetto, il numero è diminuito.

 

Dormire per strada

 

Non ci sono statistiche ufficiali dei senzatetto in Belgio, ma le organizzazioni che si occupano del problema hanno segnalato un aumento del numero di cittadini provenienti da altri paesi UE che hanno bisogno di aiuto.

 

I dati di Samusocial, organizzazione per gli alloggi di emergenza a Bruxelles, indicano che il 15,3 per cento delle persone che ha cercato un rifugio presso di loro nel 2018 erano cittadini Ue non provenienti dal Belgio. I belgi rappresentano il 16,4 per cento del totale. Il restante 61,6 percento è rappresentato da persone provenienti da altri paesi al di fuori del blocco Ue (le cui origini non sono documentate). Tra gli europei, il 33 per cento viene dai paesi dell’Est.

 

L’organizzazione sociale Diogènes di Bruxelles afferma che il 42 per cento delle persone che chiede aiuto erano belgi, il 43 per cento erano altri cittadini Ue, e il 15 per cento provenienti da paesi terzi. I polacchi da soli rappresentano il 15 per cento delle persone che si sono rivolte all’associazione nel 2019.

 

Altre grandi città europee riportano tendenze simili. Barcellona ha registrato un rapido aumento di uomini senzatetto di provenienza Ue, con una proporzione sul totale che è balzata da un terzo nel 2014 (rispetto a spagnoli ed extra-Ue) al 44 per cento nel 2018. Anche tra le donne, il numero di senzatetto di provenienza Ue (non-spagnola) ha superato il numero delle spagnole e delle donne non-Ue.

 

E se il 49 per cento di quelli che dormivano per strada a Londra tra il 2018 e il 2019 erano britannici, il 31 per cento proveniva dall’Europa dell’Est, e un altro 7 per cento dal resto del blocco dei paesi, secondo la Greater London Authority.

 

Moralmente, la UE ha parte della responsabilità”, ha dichiarato Freek Spinnewijn, direttore della FEANTSA, sottolineando il collegamento tra la libertà di circolazione e i senzatetto. “È un male che chiudano gli occhi di fronte alle conseguenze negative della libertà di circolazione”.

 

Questo problema è grave già da 10 anni, ma è stato fatto ben poco per contrastarlo”, ha aggiunto.

 

L’estensione dell’assistenza sociale a persone provenienti da altri paesi Ue è un argomento scivoloso, perché i parlamentari temono le possibili ripercussioni sul sistema dei servizi sociali.

 

La libertà di circolazione dei lavoratori è una buona cosa per i cittadini europei che stanno cercano opportunità, per l’economia e per la domanda di lavoro nei paesi Ue, ma non deve trasformarsi in libera circolazione del sostegno sociale”, ha detto Gilles Verstraeten, parlamentare di Bruxelles per il partito fiammingo nazionalista N-VA. Questo potrebbe portare a uno “shopping dell’assistenza sociale”, dove i sistemi dei paesi più generosi vengono presi di mira, ha aggiunto.

 

Ma Spinnewijn ha affermato che la UE dovrebbe assicurarsi che le persone vengano guidate nella ricerca di un nuovo lavoro, o altrimenti garantire che possano fare ritorno a un paese dove hanno accesso all’assistenza sociale in modo sostenibile – in questo ha sottolineato la necessità che alcuni paesi UE mettano in piedi un sistema di servizi di questo tipo. Ciò richiederebbe una collaborazione al livello della UE, ha concluso.

 

A Bruxelles, quantomeno, si stanno facendo degli sforzi per venire a capo di questo crescente problema. Alain Maron, ministro dei Verdi per la regione di Bruxelles, ha annunciato una nuova strategia per il problema dei senzatetto a dicembre, con un aumento di 14,8 milioni di euro in finanziamenti per rifugi e progetti preventivi e di riassegnazione di una casa a chi l’ha persa, seguendo l’approccio della Finlandia.

 

Il cambio di paradigma dovrebbe aiutare la città a passare dalle misure di emergenza – come quelle di incrementare i soccorsi durante il periodo invernale – allo sviluppo di strategie più sostenibili nel lungo termine, ha detto Maron alla radio locale. “La gente muore per strada anche d’estate. Vogliamo che gli operatori gestiscano il problema su base annuale.

 

La nuova Commissione ha affermato di ascoltare le chiamate all’azione. “Quello della casa è il fulcro di tutti i problemi sociali”, ha detto il commissario per il lavoro, Nicolas Schmit, al Parlamento Europeo durante un dibattito a gennaio, promettendo uno sforzo comune di governi nazionali e regioni per contrastare il problema dei senzatetto.

 

La trappola di chi si ritrova senzatetto

 

Un grosso ostacolo per gli immigrati a bassa qualificazione provenienti da altri paesi Ue è quella di orientarsi nella burocrazia del paese in cui sono arrivati.

 

Nicolae ha lasciato la regione romena della Transilvania nel 2007, anno in cui il suo paese ha aderito alla UE, per cercare lavoro nella “capitale d’Europa”. A quel tempo aveva poco meno di cinquant’anni, e trovò un lavoro come frutticoltore a Londerzeel, piccolo comune a 20 chilometri a nord di Bruxelles. La sua paga era bassa, ma migliore di quella che avrebbe potuto guadagnare in Romania, e includeva l’alloggio, ci racconta. Il suo datore di lavoro però due anni dopo è morto, e lui si è ritrovato di nuovo per strada.

 

Nel 2011 si è ammalato gravemente. La sua sventura però si è rivelata finanziariamente vantaggiosa, almeno all’inizio. È infatti riuscito a compiere un primo passo nel processo di registrazione in Belgio nel momento in cui il governo federale ha deciso che sarebbe potuto rimanere per ottenere le cure mediche di cui aveva bisogno. E in quanto persona in procinto di acquisire i diritti di soggiorno, ha ricevuto anche un assegno mensile e una somma una tantum per una sistemazione, che ha usato per trasferirsi nel suo appartamento a Molenbeek.

 

Ma la sua sistemazione sarebbe durata poco. Il governo ha in seguito revocato la decisione di lasciarlo restare nel Paese per motivazioni mediche, e gli ha tolto l’assegno. “Tutto quello che avevo: la TV, il letto, il frigorifero...tutto perso”, racconta.

 

Ora, nel mezzo di un procedimento di appello avviato nel 2014, nutre ancora la speranza che la decisione del governo venga rivista. “Se mi avessero detto fin dall’inizio che dovevo tornare in Romania, sarebbe stato meglio”, dice Nicolae. Ora non ha più i mezzi per ritornare, ci dice. I suoi genitori sono morti da quando lui è arrivato in Belgio.

 

Un problema ricorrente è l’inaffidabilità dell’accesso ai servizi sociali per i cittadini UE, dato che i servizi sono spesso riservati ai residenti legali di un dato paese. Questo è esacerbato dall’approccio di neutralità assunto dalla Ue rispetto al modo in cui i diversi governi valutano lo stato di occupazione delle persone nelle loro domande di richiesta di residenza. I paesi propendono spesso per un’interpretazione restrittiva di cosa sia un “vero” lavoro, e i cittadini che si spostano all’estero per occupare posti di lavoro precari e sottopagati sono particolarmente vulnerabili, e rischiano di essere lasciati fuori, secondo la FEANTSA.

 

Questo significa che i senzatetto che provengono da altri paesi Ue rischiano di trovarsi in un circolo vizioso che rende il loro status pressoché permanente: no residenza senza soldi, ma no soldi senza lavoro, e no lavoro senza residenza.

 

Senza un indirizzo non esisti, dunque non hai diritti”, ha spiegato Bran Van de Putte, assitente sociale per Diogènes.

 

Molti paesi Ue sono ben lontani dal rompere questo circolo vizioso.

10/09/19

BBC - Intervista a Carola Rackete

Una intervista alla "capitana" Carola Rackete sulla trasmissione Hard Talk della BBC che sarebbe da studiare e prendere a modello da parte di tutti i giornalisti. Domande senza veli, franche e dirette, danno adito a risposte imbarazzanti arroccate in una monotona difesa ideologica.

 

 

02/07/19

Washington Post - La mafia straniera si diffonde in Italia

Le ultime vicende della Sea Watch hanno riacceso la polemica sull'immigrazione e sulla politica dei porti chiusi che in mezzo a mille difficoltà viene portata avanti dal governo italiano. Il dibattito si polarizza tra coloro che si identificano come "i buoni", che inalberano la bandiera dell'accoglienza, e quelli che vogliono fermare l'ondata, perché magari vivono più da vicino nei quartieri delle loro città  i problemi di un flusso migratorio a lungo incontrollato e mal gestito o comunque prevedono i danni che potranno derivarne.

 

A questo proposito sul Washington Post del 25 giugno troviamo una lunga inchiesta sulla mafia nigeriana, che si è diffusa in Italia in seguito ai flussi di migranti provenienti dall'Africa negli ultimi anni; l'indagine è basata su documenti e relazioni degli investigatori e uomini di giustizia che da anni operano sul territorio, visionati dai due corrispondenti del quotidiano americano, Chico Harlan e Stefano Pitrelli.

 

L'articolo osserva come, in un paese che ha combattutto per decenni contro la propria mafia locale, un nuovo gruppo criminale straniero sta acquistando forza. Si tratta soprattutto dei nigeriani, che su tutto il territorio italiano,  da Nord a Sud, da Torino a Palermo, nel corso di diversi anni di flussi di immigrazione incontrollata hanno reclutato nuovi membri tra i migranti dei centri di accoglienza, concretizzando uno  scenario che i nazionalisti italiani ed europei avevano già previsto e sui cui erano stati già da tempo lanciati preoccupati allarmi.

 

Il giornale descrive la polarizzazione della politica italiana: da una parte  i leader dei nuovi partiti giunti al governo con l'impegno di fermare l'invasione, e dall'altra la sinistra, insieme alla Chiesa cattolica di Papa Francesco, che  sostengono le politiche dell'accoglienza e negano queste paure, affermando che i delinquenti possono trovarsi ovunque, e anzi che la mafia è "made in Italy" e non sono i nigeriani ad averla inventata.

 

Alcuni estratti dell'articolo in cui si descrive la situazione che i due corrispondenti hanno trovato in Italia.

 

"Non esistono stime affidabili di quanti membri della mafia nigeriana operino in Italia. Ma interviste con investigatori, procuratori, operatori umanitari e vittime della tratta degli esseri umani e centinaia di pagine di documenti investigativi mostrano che la mafia nigeriana ha costruito in Italia il suo hub europeo per il contrabbando di cocaina dal Sud America, di eroina dall'Asia, e per il traffico della prostituzione che coinvolge donne africane a decine di migliaia.


 

Gli investigatori italiani dicono che il consorzio nigeriano risponde alla definizione di mafia, piuttosto che di una qualsiasi banda criminale, perché ha un codice di comportamento e utilizza la potenza implicita del gruppo per intimidire e imporre il silenzio. I membri nigeriani sono stati condannati per quegli stessi reati di mafia codificati dall'Italia nella sua lunga lotta contro la mafia locale.


 

Anche se forse meno conosciuto della criminità organizzata dei giapponesi, russi e cinesi, secondo l'agenzia di intelligence italiana quest'anno il gruppo nigeriano è diventato "il più strutturato e dinamico" tra le organizzazioni criminali straniere operanti in Italia. Alcuni nigeriani entrano illegalmente in Italia già con l'intenzione di unirsi al gruppo criminale. Altri vengono reclutati dopo l'arrivo."


 

Il Washington Post prosegue osservando come la mafia nigeriana sia stata presente in tutta Europa sin dagli anni '80, e come tuttavia negli ultimi anni questo gruppo sia cresciuto, diffondendosi proprio in quella parte del territorio italiano in cui nessun gruppo criminale straniero sino ad ora aveva osato entrare, la Sicilia, la porta d'ingresso in Italia per i migranti fino alla politica dei porti chiusi di Salvini dello scorso anno.

 

Per la maggior parte del secolo scorso - si osserva nell'articolo -  i padroni dell'isola erano i membri di Cosa Nostra, specializzati in racket, gioco d'azzardo e omicidi, i quali non erano certo disposti a condividere il controllo del loro territorio con altri gruppi criminali. La Sicilia di oggi però è diversa. Cosa Nostra è azzoppata e i suoi capi sono finiti in carcere, uno dopo l'altro. Il gruppo è diventato più tranquillo, meno apertamente violento, e negli ultimi dieci anni sono emerse le prove che la mafia siciliana starebbe cooperando nel traffico di droga con il gruppo criminale straniero alimentatato dalle centinaia di migliaia di africani arrivati nell'isola, molti dei quali si sono trasferiti in altre parti d'Italia e anche in Europa, mentre alcuni sono rimasti. Questa cooperazione è possibile e si mantiene anche perché la mafia nigeriana ha costruito molto del suo business sulla prostituzione, un terreno in cui Cosa Nostra non ha mai mostrato interesse.

 

 

"Alcuni esperti dicono che ben 20.000 donne nigeriane, alcune delle quali minorenni, sono arrivate in Sicilia tra il 2016 e il 2018, in un traffico coordinato tra i nigeriani in Italia e quelli nel loro paese.


 

'Centinaia di donne, che dal porto si riversavano nel paese ogni giorno', dice Sergio Cipolla, presidente della Cooperazione Internazionale Sud Sud, un'organizzazione no-profit con sede a Palermo che si occupa di migranti, descrivendo quel periodo. 'Le donne venivano portate nei centri di accoglienza. Ma non erano costrette a rimanere lì, quindi fuggivano e si perdevano le tracce'.


 

Secondo quanto risulta dai documenti, dai resoconti degli investigatori e di altre persone, le donne venivano in Italia accettando di pagare una tariffa molto salata – di 20.000 o 30.000 euro - illuse dalla promessa di sistemarsi in Europa con un lavoro. Prima di lasciare la Nigeria, la maggior parte di loro giurava con un rito voodoo di rimborsare quel debito. Le donne però sono arrivate in Italia per poi scoprire che non c'era nessun  lavoro da baby sitter o da parrucchiera che le aspettava."


[...]


A causa di questi giuramenti (in cui credono e di cui hanno paura, ndt), è raro che le donne vadano alla polizia, ma se lo fanno per gli investigatori può essere molto importante. Francesco Del Grosso, capo della sezione criminalità straniera presso l'unità di polizia nazionale di Palermo, nel 2017 era alla sua scrivania quando una donna nigeriana si presentò, dicendo che aveva paura, ma era pronta a parlare. La donna descrisse diversi anni di schiavitù sessuale - una gravidanza, e poi di nuovo costretta a uscire per strada - e disse di essere stata poi aiutata da un gruppo di beneficenza. 


 

La donna diede alcuni dettagli sull'organizzazione di uomini che aveva intorno: strette di mano rituali, abiti blu e gialli codificati per colore. Le rivelazioni riguardavano il gruppo Eiye, uno dei principali clan della mafia nigeriana. Sulla base delle sue rivelazioni, Del Grosso aprì una nuova indagine e diciannove mesi dopo 14 membri di Eiye vennero arrestati per reati di mafia e droga, tra cui il presunto capo Eiye siciliano, Osabuohien Ehigiator. Del Grosso ha detto che tutte le 14 persone arrestate erano arrivate in Italia negli ultimi anni "sui barconi".


 

 

Per inquadrare il tema in un contesto più ampio e significativo rispetto alla polemica  che contrappone i difensori dei confini nazionali ai sedicenti eroi dell'accoglienza, può essere utile anche questo toccante video in cui il leader panafricanista  Mouhamed Konare commenta la crisi della Sea Watch. Konare  afferma che il problema della immigrazione non potrà mai essere veramente risolto se non si affrontano alla radice le cause che portano tanti giovani africani ad emigrare e cadere nella rete dei trafficanti, per poi finire a  lavorare come schiavi o entrare nella criminalità organizzata, i più probabili scenari  futuri che li aspettano dopo essere stati "salvati" dalle anime belle dell'accoglienza.

29/06/19

Dalai Lama: se i migranti non torneranno nella loro terra, l'Europa diventerà musulmana o africana

 

In un'intervista alla BBC,  il Dalai Lama - personalità che non può essere accusata di scarsa attenzione sui temi etici - rilascia alcune dichiarazioni di puro buon senso sull'immigrazione, che nell'Europa offuscata dalla dittatura del politically correct solleverebbero il consueto coro di ipocrita riprovazione. Via Zero Hedge

 

 

Traduzione di Rododak

 

Di Tyler Durden, 29 giugno 2019

 

Il Dalai Lama ha avvertito che "tutta l'Europa alla fine diventerà un paese musulmano e africano" a meno che i rifugiati che sono stati accolti non vengano restituiti ai loro paesi d'origine.

 

Intervistato da Rajini Vaidyanathan della BBC nella sua casa nella città montana di McLeod-Ganj, nel nord dell'India, il leader spirituale di 83 anni ha affermato che, benché l'Europa fosse tenuta ad accogliere coloro che hanno bisogno di aiuto, alla fine devono essere restituiti alle loro terre d'origine.

 

"I paesi europei dovrebbero ricevere questi rifugiati e dare loro un'istruzione e una formazione, con l'obiettivo di farli tornare alla propria terra con determinate competenze", ha detto il Dalai Lama, aggiungendo che "un numero limitato è ok, ma l'intera Europa [finirà] alla fine col diventare un paese musulmano, un paese africano - non è possibile".

 

[i migranti] vengano pure accolti, aiutati, istruiti, ma alla fine dovrebbero tornare per creare sviluppo nei loro paesi.  Penso che l'Europa appartenga agli europei".

 

Ci chiediamo:  i progressisti che tanto ostentano le loro virtù, ora toglieranno dalle loro auto gli adesivi con su scritto "Free Tibet", adesso che al loro idolo mancano solo un paio di pantaloni caki e una torcia per entrare a far parte del movimento identitario europeo?

 

Il Dalai Lama ha cercato rifugio in India, dove ha vissuto in esilio con 10.000 tibetani.

 

"Il suo monastero - che domina le cime innevate della catena montuosa di Dhauladhar sull'Himalaya - è di una bellezza straordinaria. Ma la vista è dolce e amara insieme.

 

"La causa della sua vita - tornare a casa - rimane un sogno lontano, anche se egli insiste che possa ancora accadere. "Il popolo tibetano ha fiducia in me, mi chiedono di venire in Tibet", dice.

 

Ma subito dopo aggiunge che anche l'India è diventata la sua "casa spirituale". Un'accettazione implicita, forse, che il suo obiettivo di un Tibet autonomo è lontano dalla realtà." (BBC)

 

A una domanda sul presidente Trump, il monaco buddista ha risposto che "è privo di principi morali" e che la politica del suo governo "America first" è "sbagliata".

03/03/19

La crisi migratoria è una creazione dell'Europa - Paul Kagame

Dal quotidiano ruandese The New Times riportiamo la traduzione di un'intervista al presidente Paul Kagame, che affronta temi cruciali per l'Africa visti da un'ottica - per una volta - non europeocentrica. Non sorprende che sottolinei il ruolo dell'Europa nell'attirare gli immigrati clandestini, lo scarso effetto dei miliardi di fondi affluiti in Africa (di cui molti avevano "un biglietto di ritorno"), l'atteggiamento ipocrita e presuntuoso tenuto da un'Europa peraltro in crisi. 

 

 

 

Christian Ultsch, 24 dicembre 2018

 

Il presidente Paul Kagame afferma che l'Europa ha investito miliardi in modo sbagliato e ha invitato i migranti. Considera il modello europeo di democrazia inefficiente e le élite africane problematiche.

In un'intervista esclusiva con il quotidiano austriaco Die Presse, il presidente Kagame, che si trovava nel paese europeo per il vertice di alto livello Europa-Africa che si è tenuto nella capitale Vienna, parla a lungo dei legami africani ed europei, del commercio, dell'impegno della Cina in Africa e degli aiuti.

Di seguito è riportata la versione tradotta dell'articolo originariamente pubblicato in tedesco.

 

Perché l'Europa ha riscoperto il suo interesse per l'Africa? A causa della crisi migratoria?

L'Europa ha trascurato l'Africa. L'Africa avrebbe dovuto essere un partner da scegliere anche solo i base alla nostra storia comune. Ma gli europei hanno semplicemente avuto un atteggiamento sbagliato. Sono stati presuntuosi.

L'Europa ha creduto di rappresentare tutto ciò che il mondo ha da offrire; che tutti gli altri potessero solo imparare dall'Europa e chiedere aiuto. Questo è il modo in cui gli europei hanno gestito l'Africa per secoli.

 

E questo sta cambiando ora?

Sta iniziando a cambiare. A causa di alcuni fatti.

 

Quali fatti?

L'Europa ha capito che le cose non sono così rosee nel suo stesso continente. La migrazione è solo una parte del problema, solo una parte di ciò per cui i cittadini europei sono scontenti. Basta guardare a tutte le proteste e al cambiamento del panorama politico. La rabbia è diretta contro gli errori commessi dalla leadership politica.

 

La popolazione africana raddoppierà entro il 2050. Solo per questa ragione, molte persone potrebbero prendere il cammino dell'Europa nei prossimi anni.

Non è solo una questione di dimensioni della popolazione. Quello che conta è il contesto in cui cresce la popolazione. La Cina ha 1,3 miliardi di abitanti. Tuttavia, non si sono viste legioni di cinesi migrare illegalmente in altri paesi.

Anche se la popolazione dell'Africa non crescesse, in molti posti la povertà sarebbe ancora così grande che le persone cercherebbero alternative. L'Europa ha investito miliardi su miliardi di dollari in Africa. Qualcosa deve essere andato storto.

 

Che cosa è andato storto?

In parte, è che questi miliardi avevano un biglietto di ritorno. Sono fluiti in Africa e poi tornati di nuovo in Europa. Questo denaro non ha lasciato nulla sul terreno in Africa.

 

Alcuni di questi soldi potrebbero essere scomparsi nelle tasche dei leader africani.

Supponiamo per un momento che sia così. L'Europa sarebbe davvero così pazza da riempire di denaro le tasche di ladri? Potrebbe anche esserci un'altra ragione per cui il denaro non ha prodotto risultati: perché è stato investito nel posto sbagliato.

 

Quindi dove dovrebbero andare i fondi per lo sviluppo?

Nell'industria, nelle infrastrutture e nelle istituzioni educative per la gioventù africana, il cui numero sta crescendo rapidamente. Questo è l'unico modo per avere un dividendo demografico.

 

La Cina sta investendo molto nelle infrastrutture. Le aziende cinesi stanno costruendo strade in Ruanda. I cinesi lavorano in modo più intelligente degli europei?

La Cina è attiva in Ruanda, ma non in modo inappropriato. Le nuove strade in Ruanda sono in gran parte costruite con denaro europeo. A volte ci sono subappaltatori cinesi.

 

Ritiene che l'impegno della Cina in Africa sia una buona cosa?

È buono, ma può ancora essere migliorato. Gli africani devono soprattutto lavorare su se stessi. In Ruanda, conosciamo la nostra capacità e quali proposte cinesi dobbiamo accettare, in modo da non sovraccaricarci di debiti. Ma ci sono anche paesi che non hanno fatto buoni accordi e ora si stanno strangolando.

 

Questi paesi sono incappati nella trappola del debito.

Non tutti, ma può succedere. Dipende da noi africani. Perché non sappiamo come negoziare con la Cina? Certamente i cinesi non sono qui solo come filantropi per aiutarci.

 

Quindi lei vede anche un problema relativo alle élite in Africa.

Decisamente. L'Africa è rimasta un continente da cui le persone semplicemente si servono.

 

Quale paese è servito da modello di sviluppo per lei? Singapore?

Abbiamo imparato alcune cose da Singapore. Collaboriamo ancora con Singapore oggi. Ma non abbiamo cercato di copiare nessun altro paese.

 

Quali sono i fattori chiave per lo sviluppo?

La prima cosa e la più importante è investire nella propria gente, nella salute e nell'educazione. In secondo luogo, devi investire denaro in infrastrutture e, in terzo luogo, in tecnologia.

Stiamo cercando di creare sistemi di valore che ci consentano di essere più efficienti: turismo, informatica, energia. Ma soprattutto vogliamo fornire una migliore educazione ai nostri cittadini per favorire l'innovazione e l'imprenditorialità.

 

Ha una visione su dove dovrebbe essere il suo paese tra 20 anni?

Abbiamo iniziato nel 2000 con un piano per il 2020. Ora abbiamo elaborato un nuovo piano dal 2020 al 2050, diviso in due fasi di 15 anni. La nostra visione è quella di costruire un paese stabile, sicuro, prospero e sostenibile, in cui i nostri cittadini possano vivere una vita buona in un ambiente incontaminato.

 

Lei è stato generale, ministro della Difesa e dal 2000 presidente...

Mi manca la mia vita come comandante militare e ministro della Difesa. (Ride). La preferivo alle sciocchezze che spesso devo affrontare.

 

L'ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, la ha fortemente criticata nel 2015 per aver cambiato la costituzione per rimanere in carica più a lungo. Si considera indispensabile per il benessere del suo paese?

Una cosa dovrebbe essere buona o cattiva solo perché Obama la vede in quel modo? In Germania, Angela Merkel ha corso per quattro elezioni. Nessuno si è inquietato. Non ho proposto io di cambiare la costituzione. Non sono stato coinvolto nella decisione, ma l'ho accettata. I ruandesi apprezzano il lavoro che ho svolto.

 

Chiaramente rimprovera all'Occidente di imporre i suoi standard democratici agli altri.

L'ipocrisia degli europei è sorprendente. Predicano ciò che non praticano loro stessi. Perché c'è questo fallimento in Europa? A causa della democrazia? Se democrazia significa fallimento, allora la democrazia europea non è qualcosa che dovrei praticare.

 

Come valuta la gestione europea della crisi dei rifugiati del 2015 ?

L'Europa ha un problema di migrazione perché non è riuscita ad affrontare il problema in anticipo. Invece di aiutare l'Africa, ha ulteriormente impoverito il continente. Non mi fraintenda: non sto dando all'Europa tutta la colpa del problema della migrazione.

È un problema condiviso. Gli africani devono chiedersi perché c'è questo caos con la gente che continua a fuggire dalle proprie terre. Di questo non può essere ritenuta responsabile l'Europa.

Ma gli europei vogliono modellare gli altri a loro immagine. Lamentano costantemente che l'Africa è piena di dittatori. Che è un modo per dire: "Noi sì che siamo liberi, l'Europa è il paradiso, vieni!". Così l'Europa ha invitato gli africani. Fino ad oggi.

 

Alcuni leader dell'opposizione sono stati recentemente rilasciati dal carcere in Ruanda. Espandere lo spazio democratico è una parte della sua strategia di sviluppo?

Non sono sicuro che le persone abbiano la stessa cosa in mente quando parlano di democrazia. E cosa intende per "leader dell'opposizione"? Uno di loro ha infranto ogni tipo di regola quando si è proposta come candidata alla presidenza.

Questa storia è stata poi presentata come se volessi impedirle di partecipare alle elezioni. Questa donna avrebbe avuto zero possibilità di vincere anche alle elezioni come sindaco.

 

Se lei è così popolare, la repressione non dovrebbe essere necessaria.

Che cos'è la democrazia? Permettere ai malfattori di ottenere il sopravvento? L'altra donna che è stata rilasciata era stata condannata per avere collaborato con gli autori di genocidio. In altri paesi sarebbe stata giustiziata.

 

Allora, perché è stata rilasciata?

Abbiamo concesso la clemenza a molti. La nostra stessa gente ci richiama all'ordine, quando vedono assassini per le strade. Non ci fa piacere farlo, ma vogliamo avere un futuro comune nel nostro paese.

 

Quanto è fragile l'equilibrio in Ruanda? Solo 24 anni fa furono massacrate 800.000 persone.

 

Stiamo cercando di guarire la società. Molti parenti delle vittime lo trovano difficile da capire. Parliamo con loro. La politica non è un gioco. Riguarda la vita delle persone.

 

Die Presse

 

05/02/19

La tesi di sinistra contro i confini aperti - II Parte

Il grande business e le lobby del libero mercato, per promuovere aggressivamente i propri interessi, hanno creato un culto fanatico a difesa delle tesi open border - un prodotto fatto proprio da una classe urbana creativa, tecnologica, dei media e della conoscenza, che fa i propri interessi oggettivi di classe per mantenere a buon mercato i propri effimeri stili di vita e salvaguardare le proprie carriere. La sinistra liberale ha rivenduto il prodotto aggiungendovi il ricatto morale e la pubblica vergogna nei confronti dei popoli, accusati di atti inumani verso i migranti. Eppure, una vera sinistra dovrebbe tornare a guardare alle proprie tradizioni e cercar di migliorare le prospettive dei poveri del mondo. La migrazione di massa in sé non ci riuscirà: crea impoverimento per i lavoratori nei paesi ricchi e una fuga di cervelli in quelli poveri. L'unica vera soluzione è correggere gli squilibri dell'economia globale e ristrutturare radicalmente un sistema progettato per aiutare i ricchi a scapito dei poveri, riprendendo il controllo degli stati, delle politiche commerciali e del sistema finanziario globale. Da American Affairs.

 

Qua la prima parte.

 

 

di Angela Nagle

 

 

 

INTERESSI SOCIETARI E RICATTO MORALE

 

Le frontiere aperte non hanno un mandato pubblico, ma le politiche dell'immigrazione che pongono l'onere della loro applicazione sui datori di lavoro anziché sui migranti suscitano un sostegno travolgente. Secondo un sondaggio del Washington Post e di ABC News, il supporto all'utilizzo obbligatorio del sistema federale di verifica dell'occupazione (E-Verify), che impedirebbe ai datori di lavoro di sfruttare il lavoro illegale, è quasi all'80%, più del doppio del sostegno alla costruzione del muro lungo il confine messicano [11]. Allora perché le campagne presidenziali ruotano attorno alla costruzione di un lungo muro di confine? Perché gli attuali dibattiti sull'immigrazione ruotano intorno alle controverse tattiche dell'ICE per colpire i migranti, soprattutto quando il metodo più umano e popolare, imporre ai datori di lavoro l'onere di assumere in primo luogo forza lavoro legale, è anche il più efficace? [12]. La risposta, in breve, è che le lobby delle imprese hanno bloccato e sabotato i tentativi come E-Verify per decenni, mentre la sinistra dei confini aperti ha abbandonato qualsiasi seria discussione su questi temi.

 

Recentemente, la Western Growers Association e la California Farm Bureau Federation [associazioni di categoria degli agricoltori, in California e negli Stati Uniti sud-occidentali, ndr], tra gli altri, hanno bloccato una legge che avrebbe reso obbligatorio l'E-Verify, nonostante diverse concessioni a favore delle aziende [13]. I democratici sono stati totalmente assenti da questo dibattito. Di conseguenza, i lavoratori delle economie devastate dall'agricoltura statunitense continueranno a essere invitati nel paese con la promessa di lavorare, per essere sfruttati come lavoratori a basso costo e illegali. Mancando di pieni diritti legali, sarà impossibile sindacalizzare questi non-cittadini, che saranno tenuti nella costante paura di essere arrestati e criminalizzati.

 

"Non esiste una crisi migratoria" è diventato uno slogan comune adesso tra i sostenitori delle frontiere aperte - e tra molti commentatori tradizionali. Ma che piaccia o no, livelli così alti di migrazione di massa da essere radicalmente rivoluzionari sono impopolari in ogni parte della società e in tutto il mondo. E le persone tra le quali sono impopolari, i cittadini, hanno il diritto di voto. Quindi la migrazione produce sempre più una crisi fondamentale della democrazia. Qualsiasi partito politico che intenda governare dovrà accettare la volontà del popolo, o dovrà reprimere il dissenso per imporre l'agenda dei confini aperti. Molti nella sinistra libertaria sono tra i sostenitori più aggressivi di quest'ultima soluzione. E per cosa? Per fornire una copertura morale allo sfruttamento? Per garantire che i partiti di sinistra, che potrebbero effettivamente affrontare uno qualsiasi di questi temi più approfonditamente a un livello internazionale, rimangano senza potere?

 

Chi vuole diffondere l'immigrazione ha due armi chiave. Una è il grande business e gli interessi finanziari che lavorano tutti dalla loro parte, ma un'arma ugualmente potente - impugnata con più esperienza dai sostenitori dell'immigrazione a sinistra - è il ricatto morale e la vergogna pubblica. Le persone hanno ragione nel vedere come moralmente sbagliati i maltrattamenti ai migranti. Molte persone sono preoccupate per la crescita del razzismo e dell'indifferenza verso le minoranze, che spesso accompagna il sentimento anti-immigrazione. Ma la posizione dei confini aperti non è all'altezza del loro personale codice morale.

 

Ci sono molti vantaggi e svantaggi economici in alti livelli di immigrazione, ma è più probabile che abbiano un impatto negativo sui lavoratori indigeni poco qualificati e a basso salario, mentre se ne avvantaggiano i lavoratori nativi più ricchi e il settore delle imprese. Come ha sostenuto George J. Borjas, funziona come una sorta di redistribuzione della ricchezza verso l'alto [14]. Uno studio del 2017 dell'Accademia Nazionale delle Scienze intitolato "Le conseguenze economiche e fiscali dell'immigrazione" ha rilevato che le attuali politiche sull'immigrazione hanno provocato effetti negativi in misura sproporzionata sui poveri e le minoranze americane, una scoperta che non sarebbe stata una sorpresa per personaggi come Marcus Garvey o Frederick Douglass. Senza dubbio anche loro, in base agli attuali standard, dovrebbero essere considerati "anti-immigrati"  per il fatto di aver richiamato l'attenzione sulle conseguenze.

 

In un discorso pubblico sull'immigrazione, Hillary Clinton ha dichiarato: "Credo che quando avremo milioni di immigrati laboriosi che contribuiscono alla nostra economia, sarebbe controproducente e disumano cercare di cacciarli" [15]. In un discorso privato, tenuto per i banchieri latino-americani, è andata oltre: "Il mio sogno è un mercato comune emisferico, con scambi aperti e confini aperti, ad un certo punto nel futuro, con un'energia che sia il più sostenibile e verde possibile" [16] (anche se in seguito dichiarò che intendeva che i confini fossero aperti solo per l'energia). Queste affermazioni, naturalmente, hanno fatto impazzire la destra anti-immigrazione e pro-Trump. Forse più rivelatrice, tuttavia, è la convergenza tra la sinistra dei confini aperti e la "rispettabile" destra pro-business, che è stata incarnata nelle dichiarazioni della Clinton. In un recente articolo di National Review in risposta al "nazionalismo" di Trump, Jay Cost ha scritto: "Per dirla senza mezzi termini, non dobbiamo piacerci l'un l'altro, purché continuiamo a fare soldi l'uno con l'altro. Questo è ciò che ci manterrà uniti". In questo mostruoso sub-thatcherismo, i Buckleyiti [i conservatori americani - da William Buckley, intellettuale e scrittore americano, ritenuto uno dei padri della Nuova Destra, ndt] parlano esattamente come i "cosmopoliti" liberali - ma senza il fascino o l'estro dell'autoinganno morale.

 

Come figlia di migranti, e avendo trascorso la maggior parte della mia vita in un paese con livelli di emigrazione persistentemente elevati - l'Irlanda - ho sempre considerato la questione della migrazione in modo diverso rispetto ai miei benintenzionati amici di sinistra nelle grandi economie che dominano il mondo. Quando l'austerità e la disoccupazione hanno colpito l'Irlanda, dopo che miliardi di denaro pubblico sono stati utilizzati per salvare il settore finanziario nel 2008, ho visto il mio intero gruppo di amici andarsene e non tornare mai più. Questo non è solo un problema tecnico. Tocca il cuore e l'anima di una nazione, come una guerra. Significa la costante emorragia di giovani generazioni idealistiche ed energiche, che normalmente ringiovaniscono e ri-prefigurano una società. In Irlanda, come in ogni paese ad alta emigrazione, ci sono sempre state campagne e movimenti anti-emigrazione, guidati dalla sinistra, che chiedevano la piena occupazione in tempi di recessione. Ma raramente sono abbastanza forti da resistere alle forze del mercato globale. Nel frattempo, le élite al potere durante un periodo di rabbia popolare, colpevoli e nervose, sono fin troppo felici di vedere una generazione potenzialmente radicale disperdersi in tutto il mondo.

 

Sono sempre stupito dall'arroganza e dalla strana mentalità imperiale dei progressisti britannici e americani pro-open border che credono di compiere un atto di carità illuminata quando "accolgono" i dottori di ricerca provenienti dall'Europa orientale o dal Centro America, portandoli a giro e servendo loro cibo. Nelle nazioni più ricche, la difesa delle frontiere aperte sembra funzionare come un culto fanatico tra veri credenti - un prodotto del grande business e delle lobby del libero mercato fatto proprio da un gruppo più ampio della classe urbana creativa, tecnologica, dei media e della conoscenza, che sta facendo i propri interessi oggettivi di classe per mantenere a buon mercato i propri effimeri stili di vita e intatte le proprie carriere, ripetendo a pappagallo l'ideologia istituzionale delle proprie aziende. La verità è che la migrazione di massa è una tragedia, e la classe medio-alta che ci moralizza sopra è una farsa. Forse gli ultra-ricchi possono permettersi di vivere in un mondo senza confini di cui sono aggressivi sostenitori, ma la maggior parte della gente ha bisogno - e vuole -  un'organizzazione politica coerente e sovrana per difendere i propri diritti di cittadini.

 

DIFENDERE GLI IMMIGRATI, OPPORSI ALLO SFRUTTAMENTO SISTEMATICO

 

Se le frontiere aperte sono "una proposta dei fratelli Koch", a cosa somiglierebbe una autentica posizione di sinistra sull'immigrazione? In questo caso, invece di canalizzare Milton Friedman, la sinistra dovrebbe orientarsi sulla base delle sue antiche tradizioni. I progressisti dovrebbero concentrarsi sull'affrontare lo sfruttamento sistemico alla radice della migrazione di massa piuttosto che ritirarsi verso un moralismo superficiale che legittima queste forze di sfruttamento. Ciò non significa che la sinistra debba ignorare le ingiustizie nei confronti degli immigrati. Dovrebbe difendere vigorosamente i migranti dai trattamenti inumani. Allo stesso tempo, qualsiasi sinistra sincera deve prendere una linea dura contro gli attori societari, finanziari e di altro tipo che creano le circostanze disperate alla base della migrazione di massa (che, a sua volta, produce la reazione populista contro di essa). Solo una forte sinistra nazionale nei paesi piccoli e in via di sviluppo - agendo di concerto con una sinistra impegnata a porre fine alla finanziarizzazione e allo sfruttamento del lavoro globale nelle grandi economie - potrebbe avere qualche speranza di affrontare questi problemi.

 

Per cominciare, la sinistra deve smettere di citare la propaganda più recente del Cato Institute e ignorare gli effetti dell'immigrazione sul lavoro nazionale, in particolare sui lavoratori poveri che rischiano di soffrire in modo sproporzionato a causa dell'ampliamento dell'offerta di lavoro. Le politiche dell'immigrazione dovrebbero essere progettate per garantire che il potere contrattuale dei lavoratori non sia messo significativamente a repentaglio. Ciò è particolarmente vero in periodi di stagnazione salariale, sindacati deboli ed enorme disuguaglianza.

 

Per quanto riguarda l'immigrazione clandestina, la sinistra dovrebbe sostenere gli sforzi per rendere obbligatorio l'E-Verify e spingere per sanzioni severe ai datori di lavoro che non lo rispettano. I datori di lavoro, non gli immigrati, dovrebbero essere al centro delle attività di controllo. Questi datori di lavoro approfittano di immigrati privi dell'ordinaria protezione legale al fine di perpetuare una corsa al ribasso dei salari, evitando allo stesso tempo di pagare i contributi ed erogare altri benefici. Tali incentivi devono essere eliminati se tutti i lavoratori devono essere trattati in modo equo.

 

Trump si è lamentato in modo alquanto ignobile delle persone provenienti dai "cesso di paesi" del terzo mondo e ha portato i norvegesi come esempio di immigrati ideali. Ma i norvegesi venivano in America in gran numero una volta, quando erano poveri e disperati. Ora che hanno una democrazia sociale prospera e relativamente egualitaria, costruita sulla proprietà pubblica delle risorse naturali, non vogliono più venire [17]. In definitiva, la motivazione all'immigrazione di massa persisterà fino a quando i problemi strutturali che ne sono alla base rimarranno.

 

Ridurre le tensioni causate dalle migrazioni di massa richiede quindi di migliorare le prospettive dei poveri del mondo. La migrazione di massa in sé non ci riuscirà: crea una corsa verso il basso per i lavoratori nei paesi ricchi e una fuga di capacità e competenze in quelli poveri. L'unica vera soluzione è correggere gli squilibri nell'economia globale e ristrutturare radicalmente un sistema di globalizzazione progettato per aiutare i ricchi a scapito dei poveri. Ciò comporta, per cominciare, cambiamenti strutturali delle politiche commerciali che impediscono il necessario sviluppo, guidato dallo stato, nelle economie emergenti. Si devono contrastare anche gli accordi commerciali anti-lavoro come il Nafta. È ugualmente necessario affrontare un sistema finanziario che incanala il capitale dai paesi in via di sviluppo nelle bolle patrimoniali nei paesi ricchi, che aumentano le diseguaglianze. Infine, sebbene le sconsiderate politiche estere dell'amministrazione di George W. Bush siano state screditate, sembra continuare a vivere la tentazione di impegnarsi in crociate militari. Ci si dovrebbe opporre. Le invasioni straniere guidate dagli Stati Uniti hanno ucciso milioni di persone in Medio Oriente, creato milioni di rifugiati e migranti e devastato infrastrutture basilari.

 

Oggi,  mentre assistiamo all'ascesa di vari movimenti identitari in tutto il mondo, dovrebbe risuonare l'argomentazione di Marx secondo cui la classe lavoratrice inglese dovrebbe vedere la nazione irlandese come un potenziale complemento alla sua lotta, piuttosto che come una minaccia alla sua identità. La confortante illusione che gli immigranti vengano qui perché amano l'America è incredibilmente naif - naif quanto sostenere che gli immigrati irlandesi del XIX secolo descritti da Marx amassero l'Inghilterra. La maggior parte dei migranti emigra per necessità economiche e la stragrande maggioranza preferirebbe avere migliori opportunità a casa propria, con la propria famiglia e coi propri amici. Ma tali opportunità sono impossibili all'interno dell'attuale forma di globalizzazione.

 

Proprio come nella situazione descritta da Marx dell'Inghilterra dei suoi tempi, politici come Trump galvanizzano la propria base suscitando sentimenti anti-immigrazione, ma raramente, se non mai, affrontano lo sfruttamento strutturale - sia in patria che all'estero - e cioè la causa che sta alla radice della migrazione di massa. Spesso, aggravano questi problemi, ampliando il potere dei datori di lavoro e del capitale contro il lavoro, mentre indirizzano la rabbia dei loro sostenitori - spesso le vittime di questi poteri - contro altre vittime, gli immigrati. Ma nonostante tutte le spacconate anti-immigrazione di Trump, la sua amministrazione non ha fatto praticamente nulla per espandere l'implementazione di E-Verify, preferendo invece vantarsi di un muro di confine che non sembra materializzarsi mai [18]. Mentre le famiglie vengono separate al confine, l'amministrazione chiude un occhio sui datori di lavoro che usano gli immigrati come pedine in un gioco di arbitraggio del lavoro.

 

D'altra parte, i fautori della sinistra dei confini aperti potrebbero cercare di convincersi che stanno adottando una posizione radicale. Ma in pratica stanno solo sostituendo la ricerca dell'eguaglianza economica con la politica del grande business, mascherata da virtuoso identitarismo. L'America, che è ancora uno dei paesi più ricchi del mondo, dovrebbe essere in grado non solo di giungere alla piena occupazione, ma a un salario dignitoso per tutti, compresi quei lavori che i sostenitori delle frontiere aperte dichiarano che "gli americani non vogliono fare". Dovrebbero essere condannati i datori di lavoro che sfruttano illegalmente i migranti per il lavoro a basso costo - con grande rischio per i migranti stessi - non i migranti che stanno semplicemente facendo ciò che le persone hanno sempre fatto quando affrontano le avversità economiche. Fornendo una involontaria copertura agli interessi della élite al potere, la sinistra rischia una significativa crisi esistenziale, poiché le persone comuni si orientano sempre di più verso i partiti di estrema destra. In questo momento di crisi, la posta in gioco è troppo alta per continuare a sbagliare.

 

 

NOTE

 

[11] Immigration, DACA, Congress, and Compromise,” Washington Post, Oct. 20, 2017.

 

[12] Pia M. Orrenius and Madeline Zavodny, “Do State Work Eligibility Verification Laws Reduce Unauthorized Immigration?,” IZA Journal of Migration 5, no. 5 (December 2016).

 

[13] Dan Wheat, “Ag Groups Split over Latest House Labor Bill,” Capital Press, July 17, 2018.

 

[14] George Borjas, “Yes, Immigration Hurts American Workers,” Politico, September/October 2016.

 

[15] Borjas.

 

[16] Chris Matthews, “What’s Important about the Clinton Campaign’s Leaked Emails on Free Trade,” Fortune, Oct. 11, 2016.

 

[17] Krishnadev Calamur, “Why Norwegians Aren’t Moving to the U.S.,” Atlantic, Jan. 12, 2018.

 

[18] Tracy Jan, “Trump Isn’t Pushing Hard for This One Popular Way to Curb Illegal Immigration,” Washington Post, May 22, 2018.

27/01/19

La tesi di sinistra contro i confini aperti - I Parte

Com'è stato possibile che in questi ultimi anni la sinistra sia diventata propugnatrice delle tesi open border, nate all'interno dei circoli anarco-capitalisti e da sempre sostenute dai think tank della destra economica radicale? Come può non rendersi conto che la libertà di migrare, lungi dall'essere un diritto inviolabile dell'uomo, non è altro che una delle quattro libertà fondamentali di circolazione alla base della dottrina economica neoclassica - nello specifico quella della forza lavoro - e che come tale viene fortemente sostenuta proprio dal grande business? Questo lungo articolo tratto da American Affairs, che presentiamo in due puntate, cerca di spiegare i sommovimenti storici e culturali - che gettano come sempre le radici nella svolta reazionaria neoliberale degli anni '80, innescata dalle politiche di Reagan e della Tatcher - che hanno prodotto questa mutazione antropologica della sinistra, passata dalle tradizionali posizione anti-immigrazioniste legate al movimento operaio e sindacale all'accettazione dogmaticamente moralistica dei confini aperti.

 

Qua la Parte II

 

 

di Angela Nagel

 

 

Prima del "Costruite il muro!", c'era il "Butti giù questo muro!". Nel suo famoso discorso del 1987, Ronald Regan chiese che la "cicatrice" del Muro di Berlino fosse cancellata e ribadì che l'oltraggiosa restrizione alla circolazione che esso rappresentava equivaleva niente di meno che a una "questione di libertà per tutto il genere umano". Continuò dicendo che quelli che "rifiutavano di unirsi alla comunità della libertà" sarebbero "stati superati" come risultato dell'irresistibile forza del mercato globale. E così fu. Per celebrare, Leonard Bernstein ha diretto una rappresentazione dell'"Inno alla gioia" e Roger Waters si è esibito in "The Wall". Le barriere alla mobilità del lavoro e dei capitali crollarono in tutto il mondo; fu dichiarata la fine della storia; e seguirono decenni di globalizzazione dominata dagli Stati Uniti.

 

Nei suoi 29 anni di esistenza, circa 140 persone sono morte cercando di superare il Muro di Berlino. Nel mondo promesso della libertà e della prosperità economiche globali, sono morte 412 persone soltanto l'anno scorso nel tentativo di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti, e più di tremila sono morte l'anno prima nel Mediterraneo. Delle canzoni pop e dei film di Hollywood sulla libertà non c'è traccia. Cosa è andato storto?

 

Naturalmente, il progetto reaganiano non si concluse col crollo dell'Unione Sovietica. Reagan - e i suoi successori di entrambi i partiti - ha usato la stessa retorica trionfalistica per vendere lo svuotamento dei sindacati, la liberalizzazione delle banche, l'espansione delle esternalizzazioni, e la globalizzazione dei mercati lontano dal peso morto degli interessi economici nazionali.

 

Per questo progetto è stato centrale l'attacco neoliberale alle barriere nazionali alla circolazione della forza lavoro e dei capitali. In casa, Reagan sovrintese a una delle più significative riforme a favore dell'immigrazione nella storia americana, il "Reagan Amnesty" del 1986, che ampliò il mercato del lavoro permettendo a milioni di migranti illegali di ottenere uno status legale.

 

Inizialmente, i movimenti popolari che lottavano contro differenti elementi di questa visione post-Guerra Fredda insorsero da sinistra, nella forma di movimenti anti-globalizzazione e successivamente di Occupy Wall Street. Ma, mancando del potere negoziale per sfidare il capitale internazionale, questi movimenti di protesta non si risolsero in nulla. Il sistema economico globalizzato e finanziarizzato ha tenuto nonostante tutte le devastazioni che ha provocato, anche durante la crisi finanziaria del 2008.

 

Oggi, il movimento anti-globalizzazione di gran lunga più visibile ha preso la forma di una forte reazione contro i migranti, guidata da Donald Trump e altri "populisti". La sinistra, nel frattempo, non sembra avere altre opzioni che ritrarsi inorridita dal "Muslim ban" di Trump e dalle nuove storie sull'ICE che bracca le famiglie di migranti; può soltanto reagire contro qualsiasi cosa Trump stia facendo. Se Trump è a favore dei controlli sull'immigrazione, la sinistra chiederà l'opposto. E così oggi i discorsi sui "confini aperti" sono entrati nel dibattito liberale mainstream, quando una volta erano confinati ai think tank radicali del libero mercato e ai circoli anarco-libertari.

 

Anche se nessun importante partito politico di sinistra sta offrendo proposte concrete per una società realmente senza confini, accogliendo gli argomenti morali della sinistra open-border e gli argomenti economici dei think tank del libero mercato, la sinistra si è messa all'angolo. Se "nessun essere umano è illegale!", come affermano i canti di protesta, la sinistra sta implicitamente accettando la tesi morale a favore di nessuna frontiera o sovranità nazionale. Ma quali implicazioni avrà l'immigrazione illimitata su progetti come la sanità e l'educazione pubbliche universali, o la garanzia dei lavori federali? E come potranno i progressisti spiegare questi obiettivi in modo convincente all'opinione pubblica?

 

Durante la campagna delle primarie democratiche del 2016, quando il redattore di Vox Ezra Klein suggerì le politiche open border a Bernie Sanders, il senatore com'è noto dimostrò la sua età rispondendo: "Confini aperti? No. Quella è una proposta dei fratelli Koch" [1]. Questo per un attimo portò confusione nella narrazione ufficiale, e Sanders fu velocemente accusato di "parlare come Donald Trump". Sotto le differenze generazionali rivelate da questo scambio, in ogni caso, c'è un tema più grande. La distruzione e l'abbandono delle politiche del lavoro implicano che, al momento, i temi dell'immigrazione possano essere messi in scena soltanto all'interno della cornice di una cultura di guerra, combattuta interamente sul terreno morale. Nelle intense emozioni del dibattito pubblico americano sulla migrazione, prevale una semplice dicotomia morale e politica. È "di destra" essere "contro l'immigrazione" e "di sinistra" essere "a favore dell'immigrazione". Ma l'economia della migrazione racconta una storia diversa.

 

GLI UTILI IDIOTI

 

La trasformazione della posizione open border in una posizione di "sinistra" è un fenomeno del tutto nuovo ed è in contrasto con la storia della sinistra organizzata in diversi modi fondamentali. I confini aperti sono da lungo tempo un grido di battaglia per la destra degli affari e del libero mercato. Attingendo da economisti neoclassici, questi gruppi hanno sostenuto la liberalizzazione della migrazione sulla base della razionalità del mercato e della libertà economica. Si oppongono ai limiti alla migrazione per le stesse ragioni per cui si oppongono alle restrizioni sui movimenti di capitali. Il Cato Institute, finanziato dai Koch, che promuove anche l'abolizione delle restrizioni legali sul lavoro minorile, ha prodotto una difesa radicale delle frontiere aperte per decenni, sostenendo che il sostegno alle frontiere aperte è un principio fondamentale del libertarismo e "Dimenticate il muro, è già tempo che gli Stati Uniti abbiano confini aperti" [2]. L'Adam Smith Institute ha fatto lo stesso, sostenendo che "le restrizioni all'immigrazione ci rendono più poveri" [3].

 

Seguendo Reagan e figure come Milton Friedman, George W. Bush ha sostenuto la liberalizzazione della migrazione prima, durante e dopo la sua presidenza. Grover Norquist, zelante difensore dei tagli fiscali di Trump (e di Bush e di Reagan), per anni si è scagliato contro l'intolleranza dei sindacati, ricordandoci che "l'ostilità verso l'immigrazione è stata tradizionalmente una causa sindacale" [4].

 

Non ha torto. Dalla prima legge che limitava l'immigrazione nel 1882 a Cesar Chavez e ai famosi lavoratori multietnici della United Farm che protestavano contro l'uso e l'incoraggiamento, da parte dei datori di lavoro, dell'emigrazione illegale nel 1969, i sindacati si sono spesso opposti alla migrazione di massa. Videro l'importazione deliberata di lavoratori illegali a basso salario come un indebolimento del potere contrattuale della forza lavoro e come forma di sfruttamento. Non c'è modo di aggirare il fatto che il potere dei sindacati dipende per definizione dalla loro capacità di limitare e ritirare l'offerta di lavoro, cosa che diventa impossibile se un'intera forza lavoro può essere sostituita facilmente ed economicamente. Le frontiere aperte e l'immigrazione di massa sono una vittoria per i padroni.

 

E i padroni la supportano quasi universalmente. Il think tank e organizzazione di lobbying di Mark Zuckerberg, Forward, che promuove la liberalizzazione delle politiche migratorie, elenca tra i suoi "fondatori e finanziatori" Eric Schmidt e Bill Gates, nonché amministratori delegati e dirigenti di YouTube, Dropbox, Airbnb, Netflix, Groupon, Walmart , Yahoo, Lyft, Instagram e molti altri. La ricchezza personale cumulata rappresentata da questa lista è sufficiente a influenzare pesantemente la maggior parte delle istituzioni di governo e dei parlamenti, se non a comprarli del tutto. Sebbene spesso celebrati dai progressisti, le motivazioni di questi miliardari "liberali" sono chiare. Non dovrebbe sorprendere la loro generosità verso i repubblicani dogmaticamente schierati contro il lavoro, come Jeff Flake della famosa "Gang of Eight".

 

Certo, l'opposizione sindacale alla migrazione di massa nelle epoche precedenti è stata a volte mescolata con il razzismo (che era presente in tutta la società americana). Ciò che viene omesso nei tentativi dei libertari di diffamare i sindacati come "i veri razzisti", tuttavia, è che ai tempi dei sindacati forti, questi erano in grado di usare il loro potere anche per organizzare campagne di solidarietà internazionale con i movimenti dei lavoratori in tutto il mondo. I sindacati hanno aumentato i salari di milioni di membri non bianchi, mentre oggi si stima che la de-sindacalizzazione costi ai maschi neri americani 50 dollari a settimana [5].

 

Durante la rivoluzione neoliberale di Reagan, il potere sindacale subì un duro colpo dal quale non si è mai più ripreso e i salari sono rimasti fermi per decenni. Sotto questa pressione, la sinistra stessa ha subito una trasformazione. In assenza di un potente movimento operaio, è rimasta radicale nella sfera della cultura e della libertà individuale, ma può offrire poco più di proteste inoffensive e appelli al noblesse oblige nella sfera dell'economia.

 

Con le immagini oscene di migranti a basso reddito che vengono braccati come criminali dall'ICE, di altri che affogano nel Mediterraneo, e la preoccupante crescita del sentimento anti-immigrazione in tutto il mondo, è facile capire perché la sinistra vuole impedire che i migranti illegali diventino bersagli e vittime. E con ragione. Ma agendo sulla base del giusto impulso morale a difendere la dignità umana dei migranti, la sinistra ha finito per trascinare la linea del fronte troppo indietro, difendendo efficacemente lo stesso sistema di sfruttamento della migrazione.

 

I benintenzionati attivisti di oggi sono diventati gli utili idioti del grande business. Adottando la difesa dei "confini aperti" - e un feroce assolutismo morale che considera ogni limite alla migrazione come un male indicibile - qualsiasi critica al sistema di sfruttamento delle migrazioni di massa viene effettivamente respinta come bestemmia. Persino politici saldamente di sinistra, come Bernie Sanders negli Stati Uniti e Jeremy Corbyn nel Regno Unito, sono accusati di "nativismo" dai critici se riconoscono a un certo punto la legittimità delle frontiere o delle restrizioni sulla migrazione. Questa radicalismo delle frontiere aperte in definitiva giova alle élite dei paesi più potenti del mondo, indebolisce ulteriormente il lavoro organizzato, deruba il mondo in via di sviluppo di professionisti di cui ha disperato bisogno e mette i lavoratori contro i lavoratori.

 

Ma la sinistra non ha bisogno di credermi sulla parola. Basta chiedere a Karl Marx, la cui posizione sull'immigrazione lo farebbe bandire dalla sinistra moderna. Anche se la velocità e le dimensioni attuali dei fenomeni di migrazione sarebbero stati impensabili ai tempi di Marx, egli espresse una visione estremamente critica degli effetti della migrazione che si verificò nel diciannovesimo secolo. In una lettera a due dei suoi compagni di viaggio americani, Marx sosteneva che l'importazione di immigrati irlandesi poco pagati in Inghilterra li costringeva a una concorrenza ostile con i lavoratori inglesi. Lo vedeva come parte di un sistema di sfruttamento, che divideva la classe operaia e che rappresentava un'estensione del sistema coloniale. Scrisse:

 

A causa della concentrazione sempre crescente delle locazioni, l'Irlanda invia costantemente il proprio surplus umano al mercato del lavoro inglese, e quindi fa scendere i salari e riduce la posizione materiale e morale della classe operaia inglese.


 

E la cosa più importante di tutte! Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra ora possiede una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. Il comune lavoratore inglese odia il lavoratore irlandese come un concorrente che abbassa il suo tenore di vita. Rispetto all'operaio irlandese, si considera membro della nazione dominante e conseguentemente diventa uno strumento dell'aristocrazia e dei capitalisti inglesi contro l'Irlanda, rafforzando così il loro dominio su se stesso. Ama i pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro il lavoratore irlandese. Il suo atteggiamento nei suoi confronti è molto simile a quello dei "bianchi poveri" verso i negri negli ex stati schiavisti degli Stati Uniti. L'irlandese lo ripaga con gli interessi nella propria moneta. Vede nell'operaio inglese sia il complice che lo stupido strumento dei governanti inglesi in Irlanda.


 

Questo antagonismo è artificialmente tenuto in vita e intensificato dalla stampa, dal pulpito, dai fumetti, in breve, da tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell'impotenza della classe operaia inglese, nonostante la sua organizzazione. È il segreto con cui la classe capitalista mantiene il suo potere. E quest'ultima è abbastanza consapevole di questo [6].


 

Marx continuava dicendo che la priorità per l'organizzazione dei lavoratori in Inghilterra era "far capire agli inglesi che per loro l'emancipazione nazionale dell'Irlanda non è una questione di giustizia astratta o di sentimento umanitario, ma la prima condizione della loro emancipazione sociale". Qui Marx ha indicato la strada per un approccio che oggi difficilmente si trova. L'importazione di manodopera sottopagata è uno strumento di oppressione che divide i lavoratori e beneficia chi ha il potere. La risposta adeguata, quindi, non è un moralismo astratto sull'accoglienza di tutti i migranti come un atto immaginario di carità, ma piuttosto affrontare le cause profonde della migrazione nel rapporto tra le economie grandi e potenti e le economie più piccole o in via di sviluppo da cui le persone migrano.

 

IL COSTO UMANO DELLA GLOBALIZZAZIONE

 

I sostenitori delle frontiere aperte spesso trascurano i costi della migrazione di massa per i paesi in via di sviluppo. In effetti, la globalizzazione crea spesso un circolo vizioso: le politiche commerciali liberalizzate distruggono l'economia di una regione, che a sua volta porta all'emigrazione di massa da quella zona, erodendo ulteriormente il potenziale del paese di origine e deprimendo i salari per i lavoratori meno pagati nel paese di destinazione. Una delle principali cause della migrazione di manodopera dal Messico agli Stati Uniti è stata la devastazione economica e sociale causata dall'Accordo Nord Americano di Libero Scambio (NAFTA). Il Nafta costrinse gli agricoltori messicani a competere con l'agricoltura americana, con conseguenze disastrose per il Messico. Le importazioni messicane sono raddoppiate e il Messico ha perso migliaia di allevamenti di suini e coltivatori di mais a favore della concorrenza statunitense. Quando i prezzi del caffè sono scesi al di sotto del costo di produzione, il Nafta ha proibito l'intervento statale per mantenere a galla i coltivatori. Inoltre, alle società statunitensi è stato permesso di acquistare infrastrutture in Messico, tra cui, ad esempio, la principale linea ferroviaria nord-sud del paese. La ferrovia quindi interruppe il servizio passeggeri, determinando la decimazione della forza lavoro ferroviaria dopo aver schiacciato uno sciopero selvaggio. Nel 2002, i salari messicani erano diminuiti del 22%, anche se la produttività degli operai aumentava del 45% [7]. In regioni come Oaxaca, l'emigrazione devastò le economie e le comunità locali, mentre gli uomini emigrarono per lavorare nelle fattorie e nei macelli dell'America, lasciandosi alle spalle donne, bambini e anziani.

 

E che dire della consistente forza lavoro qualificata e dei colletti bianchi emigrati? Nonostante la retorica sui "paesi cesso" o sulle nazioni "che non mandano i migliori", il prezzo della fuga di cervelli per le economie in via di sviluppo è stato enorme. Secondo le cifre del Census Bureau per il 2017, circa il 45% dei migranti che sono arrivati ​​negli Stati Uniti dal 2010 ha un'istruzione superiore [8]. I paesi in via di sviluppo stanno lottando per far restare i propri cittadini qualificati e i professionisti, spesso istruiti con un costo elevato per le finanze pubbliche, perché economie più ricche e più grandi che dominano il mercato globale hanno la ricchezza per prenderli. Oggi il Messico è anche uno dei maggiori esportatori al mondo di professionisti istruiti, e la sua economia soffre di un persistente "deficit di occupazione qualificata". Questa ingiustizia nello sviluppo non è certamente limitata al Messico. Secondo la rivista Foreign Policy, "ci sono più medici etiopi che praticano a Chicago oggi che in tutta l'Etiopia, un paese di 80 milioni di persone" [9]. Non è difficile capire perché le élite politiche ed economiche dei paesi più ricchi del mondo vorrebbero che il mondo "mandasse il suo meglio", indipendentemente dalle conseguenze per il resto del mondo. Ma perché la sinistra moralista a favore dei confini aperti fornisce un volto umanitario a questo puro e semplice egoismo?

 

Secondo le migliori analisi dei flussi di capitali e della ricchezza globale di oggi, la globalizzazione sta arricchendo le persone più ricche dei paesi più ricchi a spese dei più poveri, e non viceversa. Alcuni lo hanno chiamato "aiuti al rovescio". Miliardi di pagamenti di interessi sul debito passano dall'Africa alle grandi banche di Londra e New York. La grande ricchezza privata viene generata ogni anno in industrie estrattive di materie prime e attraverso l'arbitraggio del lavoro, e rimpatriata verso le nazioni ricche in cui sono basate le multinazionali. Fughe di capitali di trilioni di dollari si verificano perché le multinazionali approfittano dei paradisi fiscali e delle giurisdizioni segrete, rese possibili dalla liberalizzazione per mano dell'Organizzazione Mondiale del Commercio dei regolamenti sulla fatturazione "inefficienti per il commercio" e di altra politiche [10].

 

La disuguaglianza della ricchezza globale è il principale fattore di spinta che guida la migrazione di massa e la globalizzazione del capitale non può essere separata da questa materia. C'è anche l'effetto di richiamo dei datori di lavoro sfruttatori negli Stati Uniti, che cercano di trarre profitto da lavoratori non sindacalizzati e con salari bassi in settori come l'agricoltura, nonché attraverso l'importazione di una grande forza lavoro impiegatizia già addestrata in altri paesi. Il risultato netto è una popolazione stimata di undici milioni di persone che vivono illegalmente negli Stati Uniti.

 

NOTE

[1] Ezra Klein, “Bernie Sanders: The Vox Conversation,” Vox, July 28, 2015.

[2] Jeffrey Miron, “Forget the Wall Already, It’s Time for the U.S. to Have Open Borders,” USA Today, July 31, 2018.

[3] Sam Bowman, “Immigration Restrictions Make Us Poorer,” Adam Smith Institute, April 13, 2011.

[4] Grover G. Norquist, “Samuel Gompers versus Reagan,” American Spectator, Sept. 25, 2013.

[5] Bhaskar Sunkara, “What’s Your Solution to Fighting Sexism and Racism? Mine Is: Unions,” Guardian, Sept. 1, 2018.

[6] David L. Wilson, “Marx on Immigration,” Monthly Review, Feb. 1, 2017.

[7] David Bacon, “Globalization and nafta Caused Migration from Mexico,” People’s World, Oct. 15, 2014.

[8] Gustavo López, Kristen Bialik, and Jynnah Radford, “Key Findings about U.S. Immigrants,” Pew Research Center, Sept. 14, 2018.

[9] Kate Tulenko, “Countries without Doctors?,” Foreign Policy, June 11, 2010.

[10]Jason Hickel, “Aid in Reverse: How Poor Countries Develop Rich Countries,” Guardian, Jan. 14, 2017.

25/09/18

Il conflitto Merkel-Seehofer non è un equilibrio di poteri, ma di debolezze

Il governo tedesco è ormai dilaniato internamente dalla questione dell’immigrazione. Mentre la CSU (Seehofer) sente sul collo il fiato del partito anti-immigrazione AfD, la cancelliera Merkel non vuole spostarsi a destra, anche per non perdere l’alleato SPD. Di conseguenza il governo è entrato in una fase di totale stallo. E questo rende impossibile il rilancio dell’Europa che qualche mese fa sognavano la Merkel e Macron, a sua volta alle prese con enormi problemi di consenso elettorale.

 

 

 

Di Moritz Koch, 20 settembre 2018

 

Horst Seehofer durante la sua lunga carriera politica ha raggiunto molti traguardi, ma era difficile pensare che potesse contrastare la forza di gravità, almeno finora. E invece Seehofer non ha potuto evitare le dimissioni del suo confidente Hans-Georg Maassen, ma ha potuto evitare la sua caduta.

 

La teorica vittima ha abbandonato il suo precedente incarico di presidente dell’Ufficio Federale per la Protezione della Costituzione per approdare alle alte sfere del ministero dell’Interno. Gli è stata evitata una dura caduta in ritiro temporaneo forzato.

 

Seehofer ha sottolineato che Maassen ha reso un ottimo servizio al paese, specialmente nella lotta al terrorismo. Ma non occorre metterlo in discussione, per sostenere che Maassen ha minato la fiducia in lui e nella sua autorità nelle ultime due settimane. Se il capo del servizio di intelligence interna mette in allarme il pubblico con speculazioni poco credibili, nessuno dovrebbe sorprendersi se il prossimo allarme terrorismo non verrà preso seriamente. Il comportamento di Maassen dopo le schermaglie a sfondo neonazista a Chemnitz è stata la ragione delle sue dimissioni. Il premio: una promozione alla segreteria di Stato con uno stipendio aumentato del 20 per cento (in sostanza, Maassen si è rifiutato di dipingere l’episodio come un rigurgito neonazista, e ha quindi violato il politicamente corretto NdVdE).

 

Per quanto possano essere corrette le critiche a Maassen, sarebbe sbagliato ridurre il cosiddetto caso-Maassen alla sua persona. All’ex capo dello spionaggio tedesco potrà anche piacere porsi al centro dell’attenzione nelle sue interviste, ma in fin dei conti è una figura di poco conto. La cancelliera ha recentemente sottolineato che la coalizione “non si romperà per il capo di un’agenzia sussidiaria”. È corretto. Tuttavia allo stesso tempo Angela Merkel ha taciuto l’argomento sul quale il suo governo potrebbe spaccarsi: le sue contraddizioni interne e le lotte di potere irrisolte. La grande coalizione è composta dal partito Socialdemocratico, che vuole governare solo a certe condizioni, e un’alleanza di centrodestra che ha poteri limitati per governare. Il risultato è un equilibrio instabile, che ha prodotto due crisi esistenziali in sei mesi.

 

Non è una coincidenza che le controversie avvengano al ministero dell’Interno. Sotto la guida di Seehofer qui si sta formando una sorta di governo di opposizione. Nel suo futuro ruolo di segretario di stato per la sicurezza, Maassen incontrerà il suo vecchio amico Dieter Romann, capo della polizia federale, con cui condivide la posizione di netto rifiuto della politica della Merkel sui rifugiati. Con questi uomini, una cosa è certa: i conflitti non diminuiranno all’interno della coalizione in crisi della Merkel.

 

Tuttavia il principale problema della cancelliera è Seehofer, che non ha mai voluto seguire le sue direttive per determinare la politica sui rifugiati. Quando parla di fare marcia indietro sulla politica del diritto d’asilo, non si riferisce a una classica revisione per mostrare l’impronta di un nuovo ministro nel tempo. Intende umiliare la sua rivale. La politica del governo è caratterizzata da un’impasse tra la Merkel e Seehofer. Questa è la situazione. C’è un equilibrio di poteri che è in realtà un equilibrio di debolezze. Seehofer è stato duramente colpito dalla sconfitta del suo partito nelle elezioni nazionali dello scorso anno. Non ha la forza di disarcionare la cancelliera. Ma anche la Merkel non è più abbastanza forte per liberarsi del suo avversario.

 

Gli alleati della Merkel sperano in una sconfitta della CSU in Baviera


 

Il risultato è una continuazione dell’attuale conflitto riguardo alla politica sui rifugiati. La Merkel prende tempo. I suoi alleati sperano che il problema-Seehofer si risolva da solo dopo le elezioni in Baviera. Si profila una sconfitta storica per la CSU, e molti daranno la colpa al capo del partito Seehofer. Ma quello che verrà dopo non si sa. Anche se la CSU dovesse inviare un nuovo ministro a Berlino, la disputa ideologica fondamentale rimane, per decidere se i due partiti gemellati – la CDU della Merkel e la CSU di Seehofer – debbano rimanere ancorati al centro o debbano andare verso lo spettro conservatore. Questo è precisamente il nocciolo della questione dei rifugiati.

 

In mezzo al fronte CDU/CSU sta la SPD, che in realtà avrebbe voluto posizionare il Vice Cancelliere Olaf Scolz come alternativa alla Merkel e che improvvisamente si trova ad essere la guardia del corpo della cancelliera. I Socialdemocratici si prendono la maggior parte delle colpe per il cambiamento di guida dell’importante ministero di Seehofer. Anziché celebrare i successi del lavoro del governo – la legge per migliorare i centri diurni di guardia che è appena stata approvata, o la riduzione dei contributi di disoccupazione, per esempio – la SPD viene utilizzata come uno sparring partner. Non c’è da stupirsi che i rivali della coalizione si sentano rassicurati. Il discontento della base potrebbe rapidamente trasformarsi in rivolta.

 

Ci si è quasi dimenticati nel frattempo che l’accordo di coalizione era stato proclamato “una nuova partenza per l’Europa”.  La speranza era che un asse franco-tedesco potesse condurre l’Europa in un momento di incertezza. Sei mesi dopo, nessuno a Berlino sembra rendersi conto che il presidente riformatore, Emmanuel Macron, è in grossi guai. Mentre il governo tedesco è assorbito dai suoi problemi interni, un’opportunità storica sta sfumando. I nemici dell’Europa, sia interni sia esterni, si rallegrano aspettando che accada il peggio.

 

 

23/09/18

Dibattito sull'immigrazione: una sconfitta del pensiero di sinistra?

Un editoriale dell'Obs illustra la svolta della sinistra europea sul problema dell'immigrazione, a partire dal movimento Aufstehen di Sahra Wagenknecht. L'autrice lega la sopravvivenza stessa di un'Europa democratica alla capacità della sinistra - ormai in agonia - di risintonizzarsi con l'elettorato popolare. Benché sembri scordare che si può essere democratici senza essere necessariamente di sinistra, l'articolo discute un tema cruciale nel dibattito politico odierno, su cui la sinistra sconta l'avere aderito con miope rigidità - non scevra da ipocrisia - a uno schema ideologico in realtà modellato sugli interessi del grande capitale e delle classi privilegiate.

 

 

di Sara Daniel, 19 settembre 2018

 

Non si è ancora calmata l'onda provocata dall'annuncio da parte della musa della sinistra tedesca radicale, Sahra Wagenknecht, della nascita all'inizio di settembre del suo movimento Aufstehen ("Alzati"). Sfidando il dogma "frontiere aperte" del suo partito, Die Linke, la Wagenknecht ha effettivamente scoperchiato un tabù e dato uno scossone a una sinistra che finora ha eluso l'argomento, anche nelle istruzioni date ai suoi dirigenti. Ed ecco qua: la sinistra europea è ridotta all'agonia, e c'è chi nei suoi ranghi  ritiene di non potersi più risparmiare questo dibattito, lasciando all'estrema destra il suo cavallo di battaglia.

 

I cittadini europei hanno in gran parte sequestrato le loro più recenti elezioni nazionali per trasformarle in altrettanti referendum sull'immigrazione, e gli osservatori concordano nel prevedere che questo si ripeterà su scala continentale alle elezioni europee del maggio 2019.

 



Riconquistare i voti dell'elettorato popolare


 

Di fronte all'abbandono da parte dei loro elettori, dopo essere stati accusati di avere tradito il popolo in nome di un mondo senza frontiere al servizio di un devastante ultra-liberismo invece che dell'internazionale socialista, i partiti di sinistra e alcuni movimenti al loro interno, sono ormai divisi sulla strategia da adottare per riconquistare i voti dell'elettorato popolare. Alcuni hanno già rifatto il loro Bad Godesberg (o... "good" Godesberg, dipende dai punti di vista), vale a dire hanno ripetuto quello che avvenne in Germania al congresso del Partito socialdemocratico tedesco (SPD) di Bad Godesberg, che nel 1959 ha sancito la rottura con il marxismo e l'adesione all'economia di mercato.

 

L'obiettivo è non rimanere eternamente all'opposizione e riconquistare gli elettori che, come spiega Sahra Wagenknecht "non sono tutti razzisti". Un'idea condivisa da Jeremy Corbyn in Gran Bretagna e ancora in Francia da Jean-Luc Mélenchon, che dice di volersi rivolgere "agli arrabbiati e non ai fascisti" (gioco di parole tra i termini con suono simile " fâchés", arrabbiati, e "fachos", fascisti, ndt), fustiga il grande capitale che fa a pezzi il proletariato dei migranti e abbraccia il concetto di sovranità nazionale. Da parte loro, i socialdemocratici svedesi e danesi hanno fatto la loro rivoluzione, propugnando dapprima il contenimento dell'immigrazione e poi l'assimilazione totale dei nuovi arrivati.

 

È una sconfitta della linea di pensiero "non bisogna mettere gli uni contro gli altri i lavoratori francesi e stranieri, invece di prendere di mira i padroni canaglia, che sono francesi", come ha dichiarato Benoît Hamon in un'intervista a "L'Obs"  ? Gli elettori di sinistra, che conoscono la loro storia, potrebbero dire che una cosa non esclude l'altra. Così Marx aveva fatto notare che l'Irlanda, mandando la sua popolazione in eccedenza in Inghilterra, "provocò un calo dei salari e un peggioramento delle condizioni morali e materiali della classe lavoratrice inglese". E, aggiunse, questo antagonismo tra gli operai inglesi e irlandesi "è il segreto attraverso il quale la classe capitalista mantiene il suo potere".



Per la sopravvivenza dell'Europa democratica


 

Naturalmente, si comprendono le esitazioni della sinistra a intraprendere il pericoloso cammino della rinegoziazione verso il basso delle condizioni di quell'accoglienza, di cui ha fatto una bandiera. Eppure, a ogni grande crisi, in ogni periodo travagliato, la sinistra francese è stata attraversata dalle stesse divisioni che osserviamo oggi nella sinistra europea.

 

Ricordiamo qui solo quello che ancora oggi paralizza la discussione (in Francia, ndt): l'esclusione nel novembre 1933 da parte di Leon Blum dei neo-socialisti della SFIO, che finiranno con il collaborare con il regime di Vichy. Allo stesso modo furono banditi i partigiani di Marcel Deat. E chi pensava che la guerra avesse segnato i limiti dell'internazionale, come Adrien Marquet, che scrisse: "Il 2 agosto 1914 il concetto  di classe è crollato di fronte al concetto di Nazione. Che cosa significa questo concetto di classe che scompare al momento della tragedia?" O chi, come Henri de Man nel suo libro "Oltre il marxismo", riteneva che il capitalismo guidasse la classe padrona verso l'internazionalismo, mentre spingeva la classe lavoratrice verso il nazionalismo.

 

Possiamo davvero criticare oggi la sinistra, nel contesto degradato che conosciamo, perché prende in considerazione le paure e l'esasperazione delle classi lavoratrici, cercando di prendere le necessarie precauzioni per tornare all'umanesimo fondante dei valori europei ? Perché è il fallimento stesso del liberalismo, incapace di gestire politicamente il movimento migratorio che promuove economicamente, a spiegare perché l'opinione pubblica si sia opposta, sicuramente più della crisi economica o persino dell'aggravamento delle disuguaglianze sociali.

 

Nel "Destino d'Europa", il politologo bulgaro Ivan Krastev scrive: "Il rifiuto dei liberali ad ammettere che le ondate migratorie possano avere il minimo effetto negativo è all'origine di questa reazione di ostilità verso l'establishment che scuote la vita politica di tante democrazie oggi".

 

Se si vuole una sopravvivenza dell'Europa democratica, la sinistra deve indubbiamente misurare anche il fallimento della strategia di disprezzo di classe nei confronti degli elettori che cedono alle sirene del populismo.

 

16/09/18

Time - Intervista a Salvini, il volto nuovo dell'Europa

Dal Time, l'intervista a tutto campo rilasciata al settimanale dal Ministro dell'Interno italiano Matteo Salvini, su immigrazione, sicurezza, Europa, Trump e Russia, in cui Salvini viene presentato come il volto nuovo dell'Europa e uno dei leader europei  potenzialmente più determinanti, dato il suo obiettivo di trasformare le istituzioni europee. L'intervista è la trascrizione riadattata per lunghezza e chiarezza di un video in lingua italiana, riportato anch'esso sul Time.

 

di Vivienne Walt, 13 settembre 2018


 

 

Matteo Salvini potrà non essere il Primo Ministro italiano. Ma ci sono pochi dubbi sul fatto che il ministro degli interni italiano è il politico più influente nel paese. E se ci riesce, potrebbe diventare uno dei leader più potenti in Europa.

 

Salvini è a capo della Lega, il partito nazionalista di estrema destra che ha ottenuto il 17,4% dei voti nelle elezioni dello scorso marzo, promuovendo una linea aggressivamente anti-immigrazione. Dopo aver contribuito a costruire una coalizione con l' anti-establishment Movimento Cinque Stelle, è diventato Ministro degli Interni con responsabilità sulla sicurezza, l'ordine pubblico e l'immigrazione.

 

E sull'ultimo tema non ha perso tempo per lasciare il segno. Ha provato a sospendere completamente le procedure di asilo fino a che nella UE non si raggiunga un accordo per una distribuzione equa dei rifugiati. Ha fatto imbestialire i leader UE impedendo alle barche coi migranti tratti in salvo di attraccare nei porti italiani - ad agosto, per esempio, ha rifiutato di autorizzare una nave della Guardia Costiera Italiana, la Diciotti, a sbarcare 177 migranti soccorsi nel Mediterraneo.

 

Questo approccio deciso del "non si fanno prigionieri" gli  ha fatto conquistare nuovi consensi in Italia; i sondaggi adesso indicano che la Lega ha il sostegno del 30% degli elettori. E Salvini ha solo allargato la sua sfera di influenza. Il 7 settembre, l'ex direttore della campagna elettorale di Trump, Steve Bannon, si è incontrato con Salvini per coinvolgerlo nella sua nuova organizzazione a Bruxelles, che mira a una forte affermazione dei partiti populisti di destra alle elezioni europee del prossimo anno.

 

Salvini adesso ha nel mirino niente di meno che l'obiettivo di trasformare l'unione politica ed economica. "Cambiare l'Europa è un grande obiettivo", ha detto l TIME in una intervista esclusiva nel suo ufficio di Roma il 4 settembre. "Ma penso che sia alla nostra portata".

 

Qui di seguito la trascrizione riadattata per lunghezza e chiarezza.

 

TIME: Immagini che domani ci sia un altro incidente come quello della Diciotti. Cosa farà?

 

SALVINI: Stiamo lavorando per non avere un altro caso come quello. Ma se accadrà di nuovo, ci comporteremo esattamente allo stesso modo.

 

Quindi non permetterebbe nuovi sbarchi sui lidi italiani. È questo che sta dicendo? Perché l'Unione Europea, le ONG, stanno dicendo che ciò è contro il diritto del mare, contro i diritti umani, contro le convenzioni che l'Italia ha firmato.

 

Sono padre di due bambine, quindi anche dalla Diciotti abbiamo permesso lo sbarco di bambini, malati, donne. Ma fermare il traffico di essere umani è troppo importante per noi e per il loro futuro.

 

Le Figaro, il giornale francese, questa settimana ha scritto che lei vuole "far esplodere l'Unione Europea". È quello che vuole fare?

 

No. No. Al contrario, penso che la storia ci affidi il ruolo di salvare i valori europei - dalle radici giudaico-cristiane al diritto al lavoro, il diritto alla sicurezza, il diritto alla vita. Questa unione è cresciuta troppo, e troppo velocemente, senza radici comuni, soltanto con una moneta comune. Quindi stiamo lavorando per rifondare lo spirito europeo che è stato tradito da coloro che governano l'unione.

 

Quindi perché non spingere per far uscire l'Italia dall'Unione europea? Lei ha esitato su questo tema. Molti dei suoi sostenitori con cui ho parlato dicono "non vogliamo stare nella UE". Lei è d'accordo?

 

Io ho scelto di cambiare le cose dall'interno. Questo probabilmente è più difficile, più lungo e più complicato, ma è una soluzione più concreta. Lavorare dall'interno per cambiare le politiche monetarie, finanziarie, agricole, commerciali, industriali. Stiamo crescendo, e ci stiamo alleando con altri paesi europei per cambiare la UE dall'interno. Se abbandonassimo, sarebbe la fine della speranza.

 

Lei ha forze potenti contro, il Presidente francese Emmanuel Macron, e la Cancelliera tedesca Angela Merkel. Pensa di poter fare abbastanza cambiamenti da soddisfare i suoi sostenitori e convincerli che vale la pena rimanere nella UE?

 

Penso di sì. Stiamo lavorando con amici da Francia, Germania, Polonia, Romania, Bulgaria, Olanda, Belgio, Austria per creare un'alleanza alternativa al duopolio dei Cristiano Democratici e dei Socialisti che ha sempre governato l'Europa. È chiaro che devo cambiare le dinamiche europee per creare un luogo migliore per italiani, francesi, austriaci e spagnoli.

 

L'obiettivo è creare un'alleanza senza i Socialisti, quindi senza Macron, senza [l'ex Primo Ministro italiano Matteo] Renzi. Questa alleanza deve cambiare gli equilibri nel Parlamento europeo e nella Commissione europea. Sono stato eletto segretario della Lega quattro anni e mezzo fa, il partito era al 3% nei sondaggi. Oggi i sondaggi ci danno al 30%. Quindi cambiare l'Europa è un grande obiettivo, ma penso che sia alla nostra portata.

 

Vuole chiudere i confini europei?

 

I confini esterni. Penso che questo adesso sia l'obiettivo di quasi tutti i leader europei, anche quelli di sinistra, come Pedro Sanchez in Spagna. La protezione dei confini esterni ci permetterebbe di riaprire i confini interni che adesso sono chiusi. Mi piacerebbe la libera circolazione all'interno della UE, come risultato della protezione delle frontiere esterne.

 

Lei è incredibilmente concentrato sull'immigrazione. Alcuni la chiamerebbero ossessione. Perché è così deciso a controllare l'immigrazione?

 

Il problema più grande in Italia è il lavoro. E un'immigrazione fuori controllo danneggia il mercato del lavoro, perché gli italiani non possono competere con lavoratori illegali che vengono sfruttati. Quindi per ridare dignità al lavoro dobbiamo controllare l'immigrazione.

 

Non è l'unico problema. Il Ministro degli Interni ha la responsabilità della sicurezza. Quindi ci stiamo dedicando alla lotta alla Mafia, alle droghe, alla violenza contro le donne. Ma l'immigrazione è uno dei temi.

 

Quando parla di crimini e migranti, la gente dice che lei è un razzista o un nazista. Questo non sembra preoccuparla.

 

Gli immigrati regolari in Italia sono cinque milioni, l'8% della popolazione. Sono i benvenuti. ll problema è l'immigrazione irregolare, che porta crimine e conflitto sociale. Se riuscirò a ridurre il numero di questi crimini e la presenza di immigrati illegali, possono chiamarmi razzista quanto vogliono. Andrò avanti e la gente continuerà a sostenermi. Anche gli elettori di sinistra vogliono più sicurezza e più rigore in questo campo. Altrimenti non si spiegherebbe perché la Lega sia data al 30% nei sondaggi.

 

Per molti americani lei ricorda molto il Presidente Trump. Lui dice "Prima l'America", mentre lo slogan della sua campagna è stato "Prima gli Italiani". Lei è andato ad incontrarlo quando era un candidato presidenziale. In che modo l'ha ispirata?

 

Ovviamente siamo paesi diversi, con storie diverse, economie diverse e siamo due persone diverse. Ma ho apprezzato le sue proposte sulla sicurezza e specialmente sull'economia, e il fatto che ha mantenuto questi impegni dopo le elezioni - anche su temi caldi, come spostare la capitale di Israele a Gerusalemme. Mi piace il fatto che abbia mantenuto gli impegni fatti sulla protezione delle frontiere, sulla riduzione delle tasse, sugli investimenti. La situazione economica degli Stati Uniti è assolutamente positiva.

 

Io penso che anche se sono più piccolo e l'Italia è più piccola, condivido con il Presidente americano gli attacchi dal mondo mainstream del politicamente corretto: attori, cantanti, registi, giornalisti. E questo significa che stiamo lavorando bene.

 

Lei è anche un utente appassionato di social media, anche se su Facebook piuttosto che sul mezzo preferito di Trump, Twitter. Cosa ha imparato da questo?

 

All'inizio non volevo nemmeno avere Facebook. Ho installato Whatsapp un mese fa per lavorare al ministero. Ma attraverso i social media ho un contatto personale diretto. Per esempio, il video che ho fatto in montagna durante l'episodio della Diciotti ha raggiunto otto milioni di persone. Un numero molto più grande di quello dei media tradizionali.

 

È d'accordo con l'opinione del Presidente Trump, che molti dei media mainstream sono quelli che lui definisce fake news?

 

No. Penso che le persone adesso abbiano abbastanza opportunità per informarsi: da Internet, dalla radio, dai giornali e dalle televisioni. L'informazione in Italia è sbilanciata a favore della sinistra, ma questo è sempre stato vero, anche se non influenza più l'opinione pubblica. Non penso ci siano cospirazioni.

 

Pensa che lei e Trump siate parte dello stesso movimento globale?

 

Direi di si. La storia ha dei cicli. Questo è un ciclo che più che il confronto tra destra e sinistra rappresenta il confronto tra élite e popolo. Quindi valori popolari, famiglia, lavoro, sicurezza, benessere, bambini, contro le imposizioni di finanza, multinazionali, pensiero unico. Non so quanto durerà.

 

Penso che sia una storia simile. Non solo negli Stati Uniti o in Europa, ma anche in altri luoghi. I cambiamenti sono in Russia, in Cina. È un fattore comune: il confronto tra popolo e élite.

 

Sostiene di porre fine alle sanzioni contro la Russia? E considera Putin un alleato o no?

 

Ho sempre detto che le sanzioni non sono utili per raggiungere gli scopi per le quali erano state imposte e sono un costo economico per l'Italia, l'Europa e la Russia. Preferisco il dialogo alle sanzioni. Ho incontrato Putin solo una volta. Non ci sono legami economici o rapporti commerciali. Voglio soltanto delle buone relazioni tra Russia e Europa. C'è un accordo tra la Lega e il partito [di Putin] Russia Unita. Spero di mettere fine a questo regime di sanzioni il prima possibile, perché non c'è bisogno di combattere.

 

Il Presidente Putin in effetti ha detto, per come è stato tradotto in inglese, che gli è piaciuto come sono andate le cose dopo le elezioni in Italia. Pensa che i russi abbiano interferito con le elezioni come sembra che abbiano fatto negli Stati Uniti, in Francia e Germania?

 

No, non c'è stata assolutamente interferenza, e nessun tipo di collegamento economico o mediatico. Cercano hacker russi dappertutto. Gli italiani pensano con la propria testa. Non so cosa abbiano fatto o se hanno fatto qualcosa in America o in Francia. Ma, per come la vedo io, questa storia delle interferenze russe è ridicola. Le fake news sono già distribuite 24 ore al giorno dalle compagnie televisive ufficiali italiane pagate dai contribuenti italiani, e non dagli hacker russi. Non ho mai incontrato un hacker russo. Sarei curioso di incontrarne uno.

 

Steve Bannon ha detto di averla consigliata prima delle elezioni e vi siete riuniti per ore. Lui l'ha consigliata di formare la coalizione con il Movimento Cinque Stelle. Come è stata la discussione con lui? È stata utile?

 

Abbiamo parlato al telefono e ci siamo incontrati prima e dopo le elezioni, discutendo ognuno le idee dell'altro. Ha un'idea interessante per sviluppare i legami tra i paesi occidentali. Poi ovviamente in Italia abbiamo la nostra sensibilità, le nostre necessità, che non sono sempre vicine a quelle degli altri paesi. Ha un'idea interessante dell'evoluzione politica futura. L'ho incontrato, e probabilmente lo incontrerò di nuovo, poiché mi ritengo fortunato ad incontrare altri liberi pensatori, ad allargare i miei orizzonti.

 

Ci stiamo avvicinando alle elezioni europee del prossimo maggio. Quale sarà la sua richiesta di fondo in questa campagna europea? E cosa succederà se non otterrà quel che vuole a Bruxelles? Che tipo di influenza ha?

 

L'Italia è la seconda potenza industriale europea, un membro fondatore [della UE]. Siamo 60 milioni. Paghiamo 6 miliardi [di euro] all'anno al bilancio europeo. Quindi pensiamo di avere buone ragioni per essere ascoltati. Saremo ascoltati, perché l'Europa senza l'Italia non esiste.

 

Altri hanno provato e fallito. Qual è il suo piano B?

 

Porta sempre sfortuna rivelare il piano B. Lo terrò per la prossima intervista.

 

Quindi, nessuna uscita dalla UE?

 

No. Vogliamo cambiare le cose dall'interno.