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15/07/18

Comprendere l'ascesa globale del populismo

Da LSE Ideas un approfondimento sul populismo, fenomeno multiforme e non nuovo nella storia occidentale, del quale l'autore Michael Cox, in maniera intellettualmente onesta e scevra dai pregiudizi liberali, cerca di dare una definizione, tracciare origini e motivazioni storiche e marcare le differenze col passato. Il populismo, sostiene Cox, è anche la reazione occidentale al malgoverno dell'ordine neoliberale, innestatosi sul crollo del comunismo, alle sue élite incapaci e al senso di impotenza provato dalle società dell'Occidente di fronte a repentini cambiamenti che minano la propria sicurezza e coesione. Il populismo, conclude, al momento non è una minaccia alla globalizzazione, ma ha ancora tanta strada da percorrere di fronte a sé.

 

di Michael Cox, 12 febbraio 2018

 

 

Questa è la versione aggiornata di un documento originariamente presentato alla Royal Irish Academy a Dublino il 31 maggio 2017, apparso nel volume 28 di Irish Studies in International Affairs.

 

 

Lo spettro del populismo


 

“Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi” scriveva Karl Marx nel 1848. Oggi sembrerebbe che un altro spettro molto differente infesti l’Europa. Non è il comunismo – che è stato consegnato al proverbiale cestino della storia – ma un altro pericoloso “ismo”, il populismo.

 

Naturalmente c’è stata una grande molteplicità di populismi in passato. La Russia ne ha avuto di propri durante gli anni ’70 e ’80 del diciannovesimo secolo, una versione simile ma politicamente meno radicale crebbe negli Stati Uniti negli anni ’90 del 1800 e da allora è riapparsa diverse volte in molteplici variazioni (il Maccartismo fu a proprio modo una rivolta populista contro il liberalismo), e poi ci sono state le molte varietà di populismo che quando ero studente mi venivano presentate come il principale problema in America Latina negli anni del dopoguerra. Quindi per certi versi lo studio di quello che è conosciuto come populismo non è nuovo. Posso ben ricordare infatti di avere letto il mio primo libro sull'argomento nel 1969, quando studiavo politica, uno studio alquanto pregiato della London School of Economics (LSE), a cura della grande coppia Ernest Gellner e Ghita Ionescu, intitolato Populism: its meanings and national characteristics [Populismo: suo significato e caratteristiche nazionali, ndt].

 

Quindi potremmo dire che non c’è nulla di nuovo. Ma sarebbe sbagliato – chiaramente c’è qualcosa di abbastanza significativo e nuovo che sta accadendo oggi. Per un verso il problema populista (se lo è davvero) sembra essere migrato in Europa, dove prima non aveva una gran presa; e per un altro verso ha assunto una forma molto più diffusa. Mentre i precedenti populismi avevano un carattere specificamente nazionale, questo nuovo populismo ha assunto una forma più internazionale.

 

Se ascoltiamo la maggior parte dei leader europei, il populismo sembrerebbe oggi essere diventato la sfida politica della nostra era. L’ex ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, un uomo che non usa mezzi termini, ha parlato di una marea crescente di “populismo demagogico” che se non viene trattato frontalmente e con decisione potrebbe facilmente compromettere l’intero edificio europeo. Un rapporto della Chatham House è arrivato all'incirca alle stesse conclusioni nel 2011. “La tendenza al crescente sostegno ai partiti populisti estremisti”, scrive il suo autore, “è stato uno degli sviluppi più impressionanti nell’attuale politica europea” (1) – uno sviluppo che rappresenta una sfida non solo all’Europa, ma alla stessa democrazia.

 

Chi è un populista?


 

Ma è un fenomeno solo europeo? Chiaramente no. Attraverso l’Atlantico, negli USA, un dragone simile se non esattamente identico, che emette ogni tipo di suono spiacevole e pestifero, è sorto nella forma di Donald Trump, uno dei pochissimi miliardari che nella storia moderna rivendica anche di essere un “uomo del popolo”. Ma miliardario o meno, questo fenomeno politico davvero straordinario, una combinazione di Gatsby e Howard Hughes con l’aggiunta di un goccio di Randolph Hearst per buona misura, ha portato “sorpresa e spavento” in egual proporzione. Infatti, attingendo allo scontento popolare in quelli che Gavin Essler venti anni fa definì gli “Stati Uniti della Rabbia” (2), Trump ha scosso l’establishment USA (per non menzionare i loro soci europei) dalle fondamenta, dicendo cose che non si dovrebbero dire in compagnia di gentiluomini.

 

Inoltre, si ricorderà che non fu soltanto Trump a inveire contro le élite e i potenti durante la campagna presidenziale USA del 2016. Bernie Sanders potrebbe definirsi un socialista. E potrebbe non aver mai detto molte delle cose scioccanti che ha detto Trump. Ma alcuni dei suoi obiettivi – naturalmente le corporation che, ha sostenuto, hanno tradito i lavoratori americani, e i finanzieri di Wall Street – non erano così dissimili da quelli identificati da Trump. Hillary può aver vinto la nomination democratica alla fine. Ma Sanders ha inspirato i suoi sostenitori come la Clinton non ha mai fatto.

 

Ma se Sanders e Trump possono essere classificati insieme come populisti, allora chi, ci si potrebbe chiedere, non è un populista? E dove passano le linee di faglia ideologiche? Allora anche Jeremy Corbyn dovrebbe essere definito un populista? Dopotutto rivendica di parlare in nome dei “molti” anziché dei “pochi”. Ma lo stesso fa anche la May, che nella sua corsa per ottenere il consenso delle classe bianca lavoratrice ha parlato abbastanza apertamente di governare in favore degli “abbandonati” e di chi è stato ritenuto “da gestire”, per fare della Gran Bretagna un paese che funziona per tutti, non soltanto per i ricchi e i potenti.

 

Questa è stata anche la narrazione dominante di partiti politici come Syriza in Grecia, il Movimento 5 Stelle in Italia, e Podemos in Spagna – e tutti e tre sono di sinistra. Ciò naturalmente non può essere detto del Front National in Francia, ma oggi in Europa non c’è una populista più rampante di Marine Le Pen, che ha fatto campagna contro l’Unione Europea e la sua gemella, la “globalizzazione sfrenata”, che nelle sue parole stanno entrambi “mettendo a rischio” la “civiltà” francese. Infatti, mentre il vittorioso ex banchiere Macron ha fatto appello ai più istruiti nelle città prospere come Lione e Tolosa, la Le Pen ha passato la maggior parte del suo tempo facendo campagna nelle malmesse città del Nord-est, parlando a lavoratori i cui genitori (se non proprio loro) una volta votavano comunista.

 

Comprendere i populisti


 

Il populismo sembrerebbe così sfidare la facile classificazione politica. Ma su una cosa la maggior parte degli autori sul soggetto sembra essere unita. A loro non piace il populismo e sono stati inclini ad affrontare il soggetto con una misto di enorme sorpresa – chi tra loro ha previsto la Brexit e Trump nel 2016? – mescolata con un forte pizzico di antipatia ideologica.

 

Questo preconcetto non è passato inosservato, naturalmente. Infatti, John Stepek, in un pezzo su MoneyWeek, ha sottolineato molto giustamente che, per quanto ne sapeva, “la maggior parte degli editoriali” che trattavano di populismo tendeva a ricadere in due categorie principali: “beffardo o paternalistico” (3). Il controverso sociologo Frank Furedi è stato ancora più aspro. Populismo, ha sostenuto, è virtualmente diventata un’offesa diretta contro chiunque sia critico dello status quo. Peggio ancora, ciò implica che la rivolta che oggi affronta l’Occidente non è la legittima risposta a problemi profondi, ma piuttosto è il problema stesso (4).

 

Questa è la conclusione a cui chiaramente si arriva in un libro influente sul tema. I populisti possono rivendicare di parlare in nome del popolo, sostiene Jan-Werner Muller nel suo studio dalle buone recensioni What is Populism? [Cos’è il populismo?, ndt] (5). Ma non si dovrebbe farsi raggirare. Quando i populisti prenderanno davvero il potere, avverte, creeranno uno stato autoritario che escluderà tutti quelli che non sono considerati parte del popolo. Pertanto state attenti ai populisti. Possono parlare il linguaggio democratico. Ma nascosto dietro a tutta quella retorica c’è un impulso pericolosamente anti-democratico.

 

Questa avversione nei confronti del populismo può essere comprensibile, dato che molto di quello che i populisti dicono è profondamente preoccupante dal punto di vista liberale. Inoltre, come i loro critici hanno legittimamente sottolineato, le loro politiche possono essere – e hanno dimostrato di essere – molto allarmanti. Tuttavia, siamo di fronte a un dilemma. Da un lato ci sono gli analisti del populismo che tendono per lo più a guardare al fenomeno tenendo sempre il naso all’insù, come se ci fosse un cattivo odore nella stanza. Dall'altro, si sono milioni di “persone comuni” là fuori che votano questi movimenti. Se non altro, dice qualcosa dello stato dell’Occidente il fatto che, mentre la maggior parte degli intellettuali si allinea alla critica del populismo, alcuni di sicuro in modo più corretto di altri, milioni di loro concittadini votano in massa per partiti e individui che la maggior parte degli accademici e degli esperti sembra disapprovare.

 

Trump può non essere il mio genere (o il vostro), ma dopotutto ha vinto le elezioni presidenziali statunitensi. Tuttavia “noi” sembriamo detestare lui e quelli che hanno votato per lui. La Brexit non era la mia opzione preferita, ma ha raccolto più voti del Remain e lo ha fatto perché ha attinto a qualcosa di importante.

 

Il mio punto è semplice, ma importante. Il populismo non ci deve piacere, non dobbiamo andarci d’accordo. E non dovremmo dimenticare il nostro ruolo di critici. Ma dovremmo almeno provare a distanziarci dalle nostre preferenze politiche e ideologiche, e provare ad andare oltre lo sdegno morale nei confronti di qualcosa che a molti di noi può non piacere e cercare invece di capire che cosa sta succedendo. Perché, chiaramente, qualcosa sta accadendo. E cos'è quel qualcosa? Non dovremmo esagerare. Né dovremmo concludere che il mondo che abbiamo conosciuto sta per collassare. Non è così. Ma le placche tettoniche si stanno muovendo. L’umore in Occidente si sta inasprendo. Molti milioni di persone ovviamente sono molto infelici del vecchio ordine e hanno espresso la loro alienazione votando in massa contro l’establishment.

 

Che cos'è il populismo?


 

Ma allora che cos'è il populismo? La risposta a questa semplice domanda non è affatto chiara. Il populismo riflette una profonda diffidenza verso l'establishment predominante; il sospetto che questo establishment, nella visione della maggior parte dei populisti, non governi per il bene comune, ma cospiri contro il popolo; e che il popolo, comunque definito, sia il vero depositario dell’anima della nazione.

 

I populisti tendono per lo più ad essere anche nativisti e sospettosi nei confronti degli stranieri (sebbene sia più probabile constatarlo a destra che a sinistra). Spesso e volentieri sono scettici sui fatti presentati dalla stampa di regime, e nella maggior parte dei casi (e di nuovo ciò è più vero per la destra rispetto alla sinistra) gli intellettuali non piacciono loro molto. Né in generale piacciono loro le grandi città e i tipi metropolitani che ci vivono.

 

I populisti sono (per usare un termine reso popolare da David Goodhart) i “somewheres” – cioè le persone che vogliono essere parte di qualche luogo, al contrario degli “anywheres” [le persone senza radici, i cosmopoliti, ndVdE] (6). Infatti, sostiene l’autore, la linea di faglia in Gran Bretagna (e lo stesso potrebbe essere vero in molti altri paesi Occidentali) è tra coloro che vengono Da Qualche Posto [somewhere in inglese, ndt]: le persone che hanno radici in specifici posti o comunità, di solito una piccola città o la campagna, socialmente conservatrici, spesso meno istruite, e coloro che vengono Da Qualunque Posto [anywhere, in inglese, ndt]: senza legami, spesso metropolitani, socialmente liberali, laureati e che sono inclini a sentirsi a casa quasi dappertutto. Ma sono i “somewheres” che dobbiamo comprendere, poiché sono loro dopotutto a costituire la vera base di quella che vediamo come la rivolta populista.

 

Che cosa ha causato l’ascesa del populismo?


 

Che cosa ha causato questa impennata nel sostegno al populismo? Ci sono almeno tre narrazioni in competizione.

 

1) Una è stata fornita non molto tempo fa da Moises Naim, editore della rivista Foreign Policy. Egli concorda che il populismo va preso sul serio; ma non ha coerenza intellettuale. È soltanto una “tattica” retorica che i demagoghi usano sempre in tutto il mondo, e continueranno ad usarla, per ottenere il potere e quindi tenerlo stretto. Per come la mette Naim:

 

“Il fatto è che il populismo non è un’ideologia. Invece, è una strategia per ottenere e trattenere il potere. È in circolazione da secoli, e di recente sembra riaffiorare in tutta la sua forza, spinto dalla rivoluzione digitale, dalle economie precarie e dalla minacciosa insicurezza di ciò che ci aspetta” (7).


 

Questo tuttavia non rende il populismo meno pericoloso. Infatti, il populismo è invariabilmente divisivo, prospera sul complottismo, trova nemici perfino dove non esistono, criminalizza tutte le opposizioni, esagera le minacce esterne, e soprattutto insiste che i suoi critici in casa stanno soltanto lavorando per governi stranieri. Eppure si perderebbe tempo – suggerisce – cercando delle cause più profonde per questo particolare fenomeno.

 

2) Un secondo – più influente – punto di vista è che il populismo nella sua forma attuale è una ricerca di senso in quel che Tony Giddens ha già definito il “mondo fuori controllo” della globalizzazione – un mondo che secondo Giddens come minimo sta “scuotendo i nostri modi di vivere, non importa dove ci capiti di vivere”. Inoltre, questo mondo, dice Giddens, sta emergendo in “modo anarchico, disordinato… pieno di preoccupazioni, parimenti sfregiato da profonde divisioni e dalla sensazione di essere tutti in preda a forze su cui non abbiamo alcun controllo”(8). In effetti, non è solo che non abbiamo alcun controllo. A causa della velocità e della profondità dei cambiamenti che intervengono attraverso le frontiere tradizionali, molti cittadini si sentono come se il mondo non solo li stesse superando, ma come se minasse la loro consolidata nozione di identità nata in tempi più stabili. Tutti hanno sentito questa perdita. Ma è stata sperimentata soprattutto da una schiera più anziana di persone bianche che vogliono semplicemente riportare indietro le lancette dell’orologio a un tempo in cui le persone nella loro città assomigliavano tutte a loro, sembravano tutte come loro e avevano persino la stessa lealtà della maggior parte di loro: in altre parole un’età in cui c’erano meno immigrati e anche meno mussulmani a vivere in mezzo a loro.

 

La globalizzazione e i fattori socio-economici ovviamente hanno un ruolo in questo racconto, come rende chiaro Giddens. Ma secondo questa narrazione al centro del moderno problema populista non c’è tanto l’economia, quanto l’identità e il senso, motivati da una serie di confuse, ma non per questo meno fondamentali domande su chi sono, cosa sono, vivo ancora nel mio paese circondato da persone che condividono gli stessi valori e la stessa fedeltà?

 

3) C’è comunque un terzo modo di intendere il populismo. E questo sostiene che il moderno populismo è meno il risultato di una crisi di identità in quanto tale e molto più il risultato di ciò che l’economista indiano (ora consigliere del primo ministro indiano Modi) Arvind Subramanian ha definito “iperglobalizzazione” (9). Quest’ultima forma di globalizzazione, egli nota, è cominciata lentamente negli anni ’70 del ventesimo secolo, ha accelerato rapidamente negli anni ’80, è decollata sul serio negli anni ’90 e ha continuato ad accelerare da allora – cioè, fino al crollo del 2008. Per anni i risultati di questa corsa di trent’anni a capofitto verso il futuro sono sembrati soltanto positivi e benefici. Infatti, secondo i molti difensori della globalizzazione, il nuovo ordine economico ha generato un’enorme ricchezza, attratto economie che una volta erano chiuse, fatto crescere il PIL mondiale, incoraggiato lo sviluppo reale in paesi che sono stati poveri per anni, e quel che è più importante di tutto in termini del benessere umano, ha aiutato a ridurre anche la povertà. Non sorprende che l'India, la Cina e i paesi in via di sviluppo abbiano amato questo nuovo ordine mondiale. Erano i suoi beneficiari.

 

Ma per l'Occidente più in generale ha creato nel tempo ogni tipo di problema collaterale. La ricchezza è diventata sempre più concentrata nelle mani di pochi, come dimostrato da Thomas Piketty (10). I redditi della classe media hanno ristagnato. Nel frattempo, molti membri della classe operaia dei paesi occidentali si sono trovati costretti a lasciare il lavoro o perché i posti di lavoro migravano altrove o a causa di un afflusso di merci importate a basso costo in gran parte provenienti dalla Cina. E per aumentare i loro problemi economici, l'immigrazione ha abbattuto il prezzo del loro lavoro. Quindi quello che poteva essere stato grandioso per le grandi aziende e il consumatore - per non parlare dei cinesi - si è trasformato in uno tsunami economico per i tradizionali bastioni del lavoro.

 

Le cause più ampie del populismo


 

L’impatto del neoliberalismo?


 

Una parte cruciale di questa interpretazione “materialista” del populismo è stata fornita più recentemente da James Montier e Philip Pilkington. I due non negano il fatto che la globalizzazione ha importanti svantaggi. Al contrario, la globalizzazione è grande parte della causa del populismo. Ma sviluppano il ragionamento ulteriormente, insistendo sul fatto che ciò che ha portato alla crisi reale dell’Occidente non è solo la globalizzazione in astratto, ma ciò che loro definiscono più precisamente “un sistema guasto di governance economica”.

 

Il sistema che definiscono “neoliberalismo” si è manifestato negli anni ’70 del ‘900 e da allora è stato caratterizzato da quattro “politiche economiche rilevanti”, una delle quali soltanto identificano come globalizzazione, essendo le altre tre:

 

“l’abbandono del pieno impiego come un obiettivo politico desiderabile e la sua sostituzione con un obiettivo di inflazione…; un’attenzione a livello aziendale sulla massimizzazione del valore per gli azionisti, piuttosto che sul reinvestimento e la crescita…; e la ricerca di mercati del lavoro flessibili e la distruzione di sindacati e organizzazioni dei lavoratori” (11).


 

Preso insieme, ritengono gli autori, questo nuovo ordine neoliberale non solo ha inclinato la bilancia verso il capitale, a sfavore del lavoro. Il regime che ha creato ha anche dato origine a inflazione più bassa, tassi di crescita più bassi, tassi d’investimento più bassi, crescita della produttività più bassa, e una propensione gravemente deflazionistica nell'economia mondiale. Inoltre la crisi del 2008, anziché minare questo ordine, ha soltanto reso le cose molto, molto peggiori. E dato tutto questo, non dovremmo essere sorpresi che ci sia stato un contraccolpo sotto forma di populismo. Forse l’unica sorpresa è che non sia successo prima.

 

La fine del comunismo


 

Naturalmente, non si è tenuti a scegliere tra queste diverse narrazioni. Tutte contengono elementi di verità. Tuttavia a mio avviso lasciano fuori anche parti importanti della storia.

 

Una delle cose lasciate fuori – o forse non sottolineata abbastanza – è l’enorme impatto a lungo termine che ha avuto, e ancora ha, sul mondo in cui viviamo il fallimento del comunismo e il collasso dell’URSS. Prima del 1989 e del 1991 sembrava esserci un certo tipo di equilibrio nel mondo: alcuni limiti integrati nel funzionamento del libero mercato. Comunque sia, per la fine degli anni ’90 tutto questo era stato spazzato via. Il biennio 1989-1991 a mio parere ha portato l’Occidente a un livello molto alto di hubris e presunzione. Ora tutto era possibile; e anche se ha causato sofferenze ad alcuni, è valso la pena pagarne il prezzo per il bene generale; e in ogni caso non c’era nessuna seria opposizione. O alcuna alternativa. Così si poteva tirar dritto a prescindere.

 

Né potevamo immaginarci cosa poteva significare per l’Occidente l’ingresso di enormi economie a basso salario come la Cina nel club del mercato mondiale. Molti economisti vi diranno senza alcun dubbio, e lo fanno, che il libero scambio è sempre un bene sul lungo termine. Lo ha detto Ricardo, lo ha detto Adam Smith, lo ha detto Keynes, lo ha detto anche Milton Friedman. Quindi deve essere la cosa migliore. Inoltre, se pure si sono persi posti di lavoro nella UE e negli USA, questo, ci viene detto, ha poco a che fare col libero scambio e ne ha molto con le nuove tecnologie a minore impiego di manodopera. Infatti, tutti questi posti di lavoro nella manifattura, in Europa e negli Stati Uniti, se ne sarebbero andati comunque a causa della tecnologia e dell’automazione. Ma ci sono ampie prove a suggerire una storia piuttosto differente: che di fatto milioni di posti di lavoro sono andati perduti in Occidente a causa delle economie emergenti che si sono unite al gioco. Non è soltanto un mito nazionalista. In ogni caso, non si dovrebbe essere rimasti sorpresi quando politici come Trump e i suoi equivalenti populisti in Europa hanno lanciato le loro invettive contro la globalizzazione e hanno raccolto i voti.

 

Impotenza


 

Ma non riguarda soltanto l’economia. Direi che il populismo è un’espressione molto occidentale di un senso di impotenza: l’impotenza dei cittadini ordinari di fronte a enormi cambiamenti in corso attorno a loro; ma anche l’impotenza dei leader e dei politici occidentali che non sembrano davvero avere una risposta alle molte sfide che l’Occidente sta affrontando oggi. Molta gente comune potrebbe sentire di non avere il controllo e potrebbe esprimerlo sostenendo i movimenti e i partiti populisti che promettono di ridargli il controllo. Ma in realtà sono i partiti politici tradizionali, i politici tradizionali così come le tradizionali strutture di potere ad essere impotenti in egual misura. Impotenti nel fermare il flusso di migranti dal Medio Oriente e dall'Africa. Impotenti nel controllare le frontiere dei loro stessi stati nazionali. Impotenti quando hanno a che fare con la minaccia terrorista. Impotenti nell'impedire le delocalizzazioni e l’evasione fiscale. E impotenti nel ridurre la disoccupazione in misura significativa nella maggior parte dell'Eurozona.

 

Ora, tutto questo avrebbe anche potuto essere gestito se non fosse stato per altri due fattori: uno, chiaramente, è stato la crisi finanziaria del 2008. Come suggerito sopra, questa non solo ha dato un duro colpo alle economie occidentali e alla UE in particolare; ha anche minato la fiducia nella competenza dell'establishment, dai banchieri agli economisti della LSE. Chi mai crederebbe di nuovo agli esperti dopo il 2008? O penserebbe che possano essere dalla sua parte? L’altro fattore è stato una serie di importanti battute d’arresto nel campo della politica estera che vanno dall'Iraq alla Libia. Queste non solo hanno fatto danni enormi al Medio Oriente, ma hanno esposto l’Occidente e i leader occidentali all'accusa di essere incompetenti e privi di buonsenso strategico. Naturalmente non è stata una coincidenza che uno dei temi su cui Trump è tornato più volte nel tempo sia stata la guerra in Iraq – una chiara dimostrazione, a suo avviso, che non si può affidare la sicurezza dell’America all'”establishment”.

 

Gli spostamenti della potenza globale


 

Infine, mi chiedo anche quanto la diffusa nozione che è in corso uno spostamento della potenza globale all'interno dell’ordine internazionale non abbia anche contribuito all'ascesa del populismo in Occidente. Dopo tutto, negli ultimi anni abbiamo sentito lo stesso mantra, proferito dalla maggior parte del nostri cosiddetti intellettuali: vale a dire, che il “resto del mondo”, visto come l’Asia, la Cina o quell'interessante combinazione conosciuta come i BRIC presto condurrà il mondo.

 

Come ho sostenuto altrove, questa idea di un enorme spostamento di potere che sta conducendo a un mondo o post-americano o post-occidentale o addirittura post-liberale è stata molto esagerata. Cionondimeno, è divenuta per molti la nuova verità della nostra era; quasi il senso comune dei nostri tempi. E ha avuto conseguenze, volute o meno, e una di queste è stata far sentire molte persone che vivono in Occidente profondamente incerte sul proprio futuro. Questo a sua volta ha fatto guardare molte di queste persone a quei politici e movimenti che dicono che difenderanno l’Occidente; o, nel contesto americano, renderanno di nuovo grande l’America. Inoltre, l’opinione che sia avvenuto o sia in corso uno spostamento di potere ha anche aiutato nel Regno Unito a sostenere la Brexit. Infatti in UK l’argomento che la UE in particolare sia nel suo declino terminale, e che si dovrebbe guardare ad altre parti dell’economia mondiale – Cina e India in modo evidente – ha chiaramente giocato un ruolo importante nel mobilitare la causa della Brexit.

 

Il populismo pone una minaccia alla globalizzazione?


 

In che misura, tuttavia, il populismo rappresenta una seria minaccia per la globalizzazione? La risposta più semplice non è quella che alcuni allarmisti potrebbero indurvi a credere - almeno questo è ciò che i "fatti" dicono se misurate la globalizzazione con indicatori quali i flussi finanziari transnazionali, il turismo internazionale e gli investimenti esteri diretti. Secondo ognuna di queste misure, il mondo non si sta de-globalizzando. Né è probabile che lo faccia fino a quando i suoi cinque maggiori attori economici (Unione Europea, Stati Uniti, Cina, India e Giappone) continueranno a sostenere politiche che favoriscono una maggiore integrazione, non minore, catene di approvvigionamento più estese, non meno estese, e a vedere un vantaggio continuo a livello economico nel far parte di un mercato mondiale. A questo punto le forze a favore della globalizzazione sembrerebbero ancora molto più forti di quelle contrarie.

 

La globalizzazione potrebbe essere ancora al sicuro. Tuttavia, le argomentazioni a favore non vengono più usate con la stessa fiducia che vedevamo dieci o quindici anni fa. E se la compromissione di quella che Simon Fraser ha definito "l'ortodossia pro-globalizzazione del periodo post-Guerra fredda" (12) continua, allora potremmo benissimo trovarci di fronte ancora più sfide per l'ordine economico liberale. La reazione populista, si sospetta, ha ancora una lunga strada da percorrere.

 

LSE IDEAS è il think tank di politica estera della London School of Economics. Colleghiamo la conoscenza accademica della diplomazia e della strategia con le persone che la usano.

 

Sull'autore

 

Il professor Michael Cox è direttore di LSE IDEAS e docente di Relazioni internazionali. È un noto esperto internazionale, che ha pubblicato numerosi articoli sugli Stati Uniti, le relazioni transatlantiche, l'ascesa dell'Asia e i problemi che affliggono l'UE e l'impatto che questi cambiamenti hanno sulle relazioni internazionali.

 

Bibliografia

 






[1] Matthew Goodwin, 'Right response: understanding and countering populist extremism in Europe', Chatham House, Europe Programme Report, September 2011

 

[2] Gavin Esler, The United States of Anger: people and the American Dream (New York, 1997)

 

[3] John Stepek, 'What's driving populism, and why it matters to investors'MoneyWeek, 4 April 2017

 

[4] Frank Furedi, 'Populism on the ropes? Don't be so sure'Spiked, 15 May 2017, see also 'Populism: a defence', Spiked, 29 November 2016

 

[5] Jan-Werner Muller, What is Populism? (Philadelphia, 2016)

 

[6] David Goodhart, The road to somewhere: the populist revolt and the future of politics (London, 2017)

 

[7] Moses Naim, 'How to be a populist', The Atlantic, 21 April 2017

 

[8] Anthony Giddens, Runaway world: how globalization is reshaping our lives(London, 1999)

 

[9] Arvind Subramanian & Martin Kessler, 'The Hyperglobalizations of Trade and its Future', Peterson Institute for International Economics, Working Paper Series, WP13-6, July 2013

 

[10] Thomas Piketty, Capital in the 21st Century (Paris, 2013)

 

[11] James Montier & Philip Pilkington, 'The deep causes of secular stagnations and the rise of populism', GMO White Paper, March 2017

 

[12] Simon Fraser, 'The tide of globalisation is turning', The World Today, April-May 2016, 38-41: 38








04/11/17

NYT - Sta andando peggio che dopo la Grande Depressione

 

Anche sulla stampa mainstream Usa fa capolino la consapevolezza della gravità e della persistenza della crisi economica, ben lungi dall’essersi risolta. Questo articolo del New York Times commenta un grafico che mostra come l’economia statunitense stia manifestando un andamento peggiore che dopo la crisi del ‘29. E chiede che si applichino politiche di stimolo della domanda aumentando la spesa pubblica per innalzare i salari. Un articolo che dovrebbe insegnare qualcosa ai molti cantori della cosiddetta ripresa italiana, la cui debolezza diventa molto evidente, anche in questo caso, grazie a un grafico.

 

 

 

 

Di David Leonhardt, 12 ottobre 2017

 

 

Dai primi brontolii della crisi finanziaria, nel 2007, la gente si è  consolata ricordando la Grande Depressione e pensando a quanto avrebbe potuto andare peggio. In parte è vero. La crisi economica attuale è stata molto meno grave della Grande Depressione.

Tuttavia, la nostra crisi non è finita. Stando a quasi tutti i parametri - occupazione, reddito, patrimonio netto, produzione totale - l'economia è ancora in sofferenza. E ora siamo arrivati a una cupa pietra miliare:

Confronto tra Grande Depressione e Grande Recessione

Andamento cumulativo percentuale del PIL per adulto in età lavorativa, ogni anno dall'inizio della crisi.



Note: La Grande Depressione è iniziata nel 1929, la Grande Recessione nel 2007. Gli adulti in età lavorativa sono quelli tra i 18 e i 64 anni. Le previsioni per gli anni futuri provengono dall'ufficio di bilancio del Congresso e dall'Ufficio di Censimento. 

Da The New York Times | Fonte: Olivier Blanchard e Larry Summers

 

 

Entro il 2019, una misura basilare della salute dell'economia - il prodotto interno lordo per adulto in età lavorativa - avrà probabilmente recuperato meno nei dodici anni trascorsi dall'inizio della nostra crisi che nei dodici anni che hanno seguito l'inizio della Grande Depressione. Quando ho visto il grafico che mostra questo fatto, in un recente articolo di Olivier Blanchard e Larry Summers, sono rimasto stupefatto. Il grafico è riprodotto sopra.

Il prodotto interno lordo, o PIL, misura la produzione totale della nazione, che determina in gran parte il suo tenore di vita. E il crollo della produzione durante la Grande Depressione è stato chiaramente molto peggiore di quello degli ultimi anni, come si può vedere dalla linea grigia. Ma l'economia, allora, alla poi ha avuto un rimbalzo, prima con una rapida crescita verso la metà degli anni '30 e poi durante la mobilitazione per la guerra all'inizio degli anni '40.

Questa volta invece il Paese non ha mai avuto il 25 per cento di disoccupazione né una percentuale simile di gente in miseria - grazie a Dio - ma dopo la crisi ha sopportato anni di crescita debolissima. Una debolezza che si può vedere nella linea gialla relativamente piatta.

Entro il 2019, il PIL per ogni adulto in età lavorativa probabilmente sarà superiore solo dell'11 per cento rispetto a quando la crisi è iniziata (escludendo un'impennata imprevista della crescita o una nuova recessione). Questo, considerando un periodo di tempo così prolungato, è un tasso di crescita ben misero. Sì, l'economia è andata abbastanza bene negli ultimi uno o due anni, ma non abbastanza da riuscire a compensare minimamente il lungo calo, soprattutto tenendo conto che la crescita era stata mediocre anche nei primi anni dopo il 2000. Non c'è da meravigliarsi che tanti americani siano furenti e frustrati.

Nel loro lavoro, Blanchard (ex economista capo del Fondo Monetario Internazionale) e Summers (ex segretario del Tesoro e consigliere della Casa Bianca) sostengono che è giunto il momento per il Paese di affrontare più seriamente il suo grave malessere.

Come?

Gli economisti dovrebbero rimettere in discussione le teorie che dominano da tempo, come hanno fatto sia dopo la Grande Depressione sia durante la stagflazione degli anni Settanta. La Federal Reserve, che ha sottovalutato già più volte la debolezza dell'economia, dovrebbe prendere in considerazione politiche più coraggiose, come l'ipotesi di fare aumentare l’inflazione. Il Congresso e la Casa Bianca dovrebbero prendere in considerazione l'idea di spendere di più per creare posti di lavoro con stipendi dignitosi, nonostante le legittime preoccupazioni sul debito federale.

E invece, molti politici ed economisti continuano a muoversi come se la Grande Recessione non ci fosse mai stata e continuano a restare attaccati alle loro vecchie teorie. Sono cresciuti nella convinzione che il grande rischio dell'economia sia sempre che si surriscaldi, perché questo è stato il grande problema degli anni '70. Di conseguenza, in molti sono ossessionati dai pericoli legati a un'alta inflazione e ai grandi deficit di bilancio. Si tratta di pericoli reali - ma non sono questi i maggiori pericoli che l'economia deve affrontare adesso.

"Avere una scarsità eccessiva di domanda", come dichiara Summers, "oggi è diventato un problema uguale all'averne troppa".

Gli economisti a volte utilizzano come metafora dell'economia una fascia di gomma. Quanto più viene tirata in una direzione, con tanta più forza ritorna nell'altra. Ma è una metafora che andava bene negli anni '30. Oggi non è più corretta. Dopo la peggior crisi in 70 anni, l'economia americana, come quella di gran parte del mondo, è afflitta da una crescita bassissima.

E non c'è ragione di accettare questa crescita asfittica come la nuova normalità.

Nota: Blanchard e Summers presentano oggi il loro grafico in una conferenza intitolata  "Rethinking Macroeconomic Policy" ("Ripensare la politica macroeconomica"), cui parteciperanno Ben Bernanke e altri importanti economisti. Entro giovedì, si potranno leggere qui gli articoli della conferenza.

 

17/10/17

Il sistema di mutui più folle che ho mai visto

Da ZeroHedge un articolo di Simon Black, di Sovereignman, spiega con chiarezza come la crisi dei mutui subprime - che nel 2008 ha travolto il sistema finanziario mondiale - è nata da miriadi di prestiti ipotecari concessi senza scrupoli per specularci sopra a Wall Street. E mostra come l'attuale generale sovraindebitamento negli Usa oggi lasci presagire l'avvicinarsi ineluttabile di una nuova grande crisi (in controluce, tutto l'orrore di una società che costringe i ragazzi poveri a indebitarsi fino al collo per studiare all'Università).

 

 

 

Di Simon Black, 11 ottobre 2017

 

Il motivo per cui c’è stata la grande crisi finanziaria è che Wall Street stava concedendo mutui per comprare la casa anche a persone che non potevano permetterseli.

 

Fino alla esplosione della crisi, gli investitori erano voracemente affamati di debito garantito da ipoteche immobiliari con rating "AAA". E così le società finanziarie concedevano molti prestiti anche a mutuatari a rischio (“subprime”) per poi rivenderli a Wall Street. Wall Street ne impacchettava tanti insieme e una delle agenzie di rating più importanti (come Moody's o Standard & Poor's) certificava questi mucchi di rifiuti fumanti con una AAA.

 

AAA secondo la definizione di Moody significa che l'investimento "dovrebbe sopravvivere all'equivalente della Grande Depressione degli Stati Uniti". In altre parole, è solido come la roccia.

 

Il ragionamento era questo: un singolo mutuo subprime è in effetti rischioso. Ma se si mettono insieme i mutui di migliaia di persone, a questo punto il pacchetto può ottenere un rating AAA. Perché non è possibile che non rimborsino il prestito tutti quanti. E poi, bè, sul mercato immobiliare i soldi non vanno mai perduti…

 

In realtà però le agenzie di rating non erano così stupide come sembravano ... Le indagini effettuate dopo la crisi hanno mostrato una quantità di email incriminanti, come questa, di un dirigente di Standard & Poor’s:

 

"Signore aiuta la nostra fottuta truffa… questo deve essere il posto più stupido in cui ho mai lavorato ".

 

Come tutti gli altri, stavano al gioco perché volevano fare soldi.

 

Per generare ipoteche sufficienti per soddisfare la domanda, i finanziatori avrebbero fatto di tutto...

 

- Vendere una casa senza chiedere il minimo anticipo in contanti.


- Offrire tassi di ingresso trappola (con rate mensili temporaneamente più basse, che nel giro di qualche tempo però si adeguano alle tariffe di mercato).


- E persino offrirsi di pagare parte del mutuo per un paio di mesi (la maggior parte dei piccoli istituti di credito era in grado di rivendere il prestito a Wall Street nel giro di un mese o due, cancellando così la loro responsabilità: se le commissioni sul prestito erano superiori alle loro spese, ci guadagnavano comunque).


I peggiori prestiti subprime erano soprannominati "NINJAs", che stava per "No income, No job, No assets" (Nessuna entrata, nessuno stipendio, nessuna garanzia).

 

Quando non furono più in grado di emettere sufficienti mutui per soddisfare la richiesta, a Wall Street sono diventati creativi. Hanno cominciato a impacchettare pacchetti di ipoteche, che venivano chiamati ”CDO (Collateralized Debt Obligation) al quadrato” (CDO aventi come garanzia altri CDO, ndVdE). Quindi hanno creato “CDO sintetici”, che erano solo derivati ​​di altri mutui subprime e di altri CDO (essenzialmente un
modo per le persone di giocare sul mercato dei mutui senza che ci fossero dietro nuovi mutui reali).

 

Come tutti sappiamo, è finita a disastro... perché le persone che avevano sottoscritto i mutui benché non potessero permettersi di acquistare case costose hanno smesso di pagare le rate. E i CDO, i CDO al quadrato e i CDO sintetici (che erano stati diffusi in tutto il mondo) hanno fatto bancarotta.

 

Ma ricordiamolo: tutto è iniziato con la vendita di case a persone che non potevano permettersele.

 

Il che mi riporta a oggi...

 

Negli Stati Uniti il debito contratto dagli studenti ha raggiunto un livello record, pari a 1,4 trilioni di dollari. E i millennials stanno facendo fatica a pagarli.

L'Associazione Nazionale degli Agenti immobiliari ha svolto un sondaggio tra 2.000 millennials tra i 22 e i 35 anni sul debito contratto per studiare e la proprietà della casa... Solo il 20% degli intervistati possedeva una casa... Degli 8 su 10 che non la possedevano, l'83% ha affermato che la ragione era il debito contratto per studiare. E l'84% ha risposto che avrebbe dovuto rinviare l’acquisto della casa per diversi anni (la mediana era sette anni).

 

E questo è un guaio per l'attività di vendita immobiliare. Ma, di nuovo, i finanziatori stanno diventando creativi ...

 

L’impresa edilizia di Miami Lennar Homes ha recentemente annunciato che avrebbe pagato una grande parte del prestito studentesco per qualsiasi mutuatario che comprasse una casa da loro.

 

Attraverso la sua controllata Eagle Home Mortgage, l'azienda si farà carico di una quota del prestito studentesco dell’acquirente, pari a ben il 3% del prezzo di acquisto della casa, fino a 13.000 dollari.

Il debito è diventato a tal punto la chiave di volta della nostra società, che l'unico modo in cui possiamo permetterci qualcosa è scambiando un tipo di debito che non possiamo permetterci, con un altro tipo di debito.

 

Un recente studio della Pew Charitable Trust ha mostrato che il 41% delle famiglie americane ha meno di 2.000 dollari di risparmi: un buon terzo ha zero risparmi (tra cui una su dieci delle famiglie con oltre 100.000 dollari di reddito). Un altro studio ha mostrato che il 70% degli americani ha meno di 1.000 dollari di risparmi.

 

Il punto è che l'America è sul lastrico... Una singola spesa imprevista come un pneumatico che esplode o una visita del medico manderebbe a gambe all’aria la maggior parte delle persone.

 

E sta solo peggiorando.

 

Nel mese di agosto, ho calcolato l’ammontare del conto medio delle famiglie nella Bank of America (che ha 592 miliardi di dollari in depositi di cittadini privati, 46 milioni di famiglie) ... È di solo 12.870 dollari per famiglia... E questo include risparmi, investimenti, piani di pensionamento... TUTTO.

E bisogna anche tenere a mente che questa è la media... resa più alta dai titolari di conti con saldi  enormi.

Non c'è da meravigliarsi che gli americani abbiano 1.021 trilioni di dollari di debiti contratti con la carta di credito - la somma più alta della storia.

Anche i finanziamenti per l’acquisto di auto hanno toccato il record di 1,2 trilioni di dollari.

E non dimentichiamo il governo americano, che è sotto di più di 20 trilioni di dollari.

 

Il debito statunitense è ora del 104% del PIL ... E il debito totale è cresciuto del 48% dal 2010.

Nel bilancio economico la colonna dei debiti continua ad allungarsi. Nel frattempo, gli attivi e la produttività non stanno tenendo il passo.

Ma la gente continua a comprare case, automobili, televisioni e pagare le tasse dell’Università indebitandosi sempre di più... E ora, scambiando un tipo di debito con un altro.

La ricchezza è basata sul risparmio e sulla produzione. Non sul fabbricare trucchetti con le carte e sprofondare sempre di più nei debiti.

Non posso dirti quando questo castello di carte crollerà. Ma ti assicuro che precipiterà.

 

 

 

24/08/17

Stiamo viaggiando verso un’altra crisi di debito privato – perché nessuno se n’è accorto?

Dal blog New Statesman un appassionato articolo che denuncia una delle più grosse bugie economiche dei tempi moderni. La crisi del 2008, che ha portato nel mondo una nuova Grande Depressione, non è stata causata dai debiti pubblici di governi spendaccioni, bensì dai debiti privati, saliti a livelli senza precedenti, come nel Regno Unito. Oggi la situazione si sta ripetendo, e i continui richiami al pareggio dei bilanci pubblici non fanno che spingere l’economia mondiale sull’orlo di un nuovo crash finanziario.

 

 

 

Di Anoosh Chakelian, agosto 2017

 

Questa è una richiesta: che si faccia un’inchiesta pubblica sugli attuali livelli di debito privato.

 

Ormai da quasi dieci anni abbiamo vissuto in una menzogna. E questa bugia sta per infliggere enormi danni alla nostra economia. Se non apriamo un dibattito imparziale riguardo a quello che sta davvero accadendo, i risultati potrebbero essere disastrosi.

 

La bugia a cui mi riferisco è l’idea che la crisi finanziaria del 2008 e la seguente “Grande Recessione” siano state causate dalle scriteriate spese dei governi e dal debito pubblico che ne sarebbe derivato. In realtà, la vera causa è l’esatto opposto. La crisi si è verificata a causa di livelli pericolosamente alti di debito privato (in particolare una crisi dei mutui). Inoltre – e questo è quello che non si deve mai dire – il livello del debito pubblico e del debito privato sono inversamente proporzionali.

 

Se il settore pubblico riduce il suo debito, il debito del settore privato complessivamente aumenta. Questo è quello che è accaduto negli anni precedenti il 2008. E ora l’austerità sta ripetendo questo meccanismo. Se non facciamo qualcosa, il risultato sarà inevitabilmente un’altra catastrofe.

 

I vincitori e i perdenti del debito

 

I seguenti grafici illustrano la relazione tra debito pubblico e privato. Sono entrambi previsioni dell’Ufficio per la Responsabilità Fiscale (OBR), prodotti nel 2015 e nel 2017.

 

Ecco quello che sarebbe successo oggi secondo le previsioni fatte dall’OBR nel 2015:

 



(NdVdE: Corporate=aziende, Household=famiglie, Government=pubblico, Rest of World=estero)

 

Quest’anno l’OBR ha completamente cambiato le sue previsioni. Ecco come ora prevede che andranno le cose:

 



 

Anzitutto, notate che entrambi i grafici sono simmetrici. Quello che succede in alto (i settori dell’economia in surplus) riflettono esattamente quello che succede in basso (i settori dell’economia in deficit). Questa è chiamata “identità contabile”.

 

Come in qualsiasi foglio di gestione contabile, i crediti e i debiti devono corrispondere. La maniera più facile per capire questo meccanismo è immaginare che esistano solo due attori: il governo e il settore privato. Se il governo si indebita di 100 sterline, e le spende, allora il debito del governo sale di 100 sterline. Ma spendendole, inietta 100 sterline aggiuntive nell’economia privata. In altre parole: 100 sterline in meno per il governo, 100 sterline in più per tutti gli altri sul grafico.

 

Analogamente, se il governo tassa qualcuno di 100 sterline, allora il governo sarà più ricco di 100 sterline, ma 100 sterline vengono sottratte all’economia privata (100 sterline in più per il governo, 100 sterline in meno per tutti gli altri attori del grafico).

 

Quali sono le implicazioni di questi conti sull’economia nel suo complesso? La morale è che se il governo tende a essere in surplus, allora tutti gli altri dovranno tendere al deficit.

 

Noi siamo abituati a pensare ai soldi come a un pugno di fiches da poker che sono già disposte sul tavolo: ma le cose non stanno così. I soldi possono essere creati. E vengono creati quando le banche concedono prestiti. O il governo si indebita e inietta soldi nell’economia, oppure i privati cittadini si indebitano con le banche. Queste banche non prendono i soldi dai risparmi degli altri cittadini o da qualche altra parte: semplicemente, li creano. Tutti possono firmare un “pagherò”, una cambiale. Ma solo le banche possono emettere “cambiali” che il governo accetta come pagamento delle tasse. (In altre parole, esiste davvero l’albero magico dei soldi! Ma solo le banche possono usarlo).

 

Ci sono altre cose da notare. Il Regno Unito ha un enorme deficit commerciale (colore blu), ciò significa che il settore governativo (giallo) deve andare in deficit (stampare denaro o, più correttamente, farlo stampare alle banche) anche per iniettare soldi nell’economia allo scopo di pagare tutte le importazioni cinesi, americane e tedesche. La somma totale dei soldi può anche cambiare. Ma il punto importante è che meno il governo si indebita, e più devono indebitarsi gli altri. Le misure di austerità porteranno necessariamente a livelli crescenti di debito provato. Ed è esattamente quello che è accaduto.

 

Se tutto questo sembra molto lontano dalla maniera in cui i politici parlano di questa questione, la ragione è semplice: molti politici non ne capiscono nulla. Un recente sondaggio ha mostrato che il 90 percento dei parlamentari non capisce nemmeno da dove vengano i soldi (pensano che questi vengano stampati dal Conio Reale). In realtà, il debito è denaro. Se nessuno dovesse niente agli altri non ci sarebbero soldi e l’economia si arresterebbe.

 

Ma naturalmente il debito è nelle mani di qualcuno. E questi grafici mostrano chi è in debito e chi è in credito.

 

La crisi del debito privato

 

Una volta capito questo, riguardiamo i grafici – con attenzione particolare al blu scuro, che rappresenta il debito delle famiglie. Nella prima versione, quella del 2015, l’OBR prendeva diligentemente nota che il debito delle famiglie andava aumentando negli anni che hanno portato alla crisi del 2008. È una cosa importante, perché si è trattato della prima volta nella storia della Gran Bretagna in cui il debito totale delle famiglie ha superato il risparmio totale delle famiglie, pertanto il settore delle famiglie era complessivamente in deficit. (Le imprese, nel frattempo, stavano accumulando enormi profitti). Ma l’OBR prevedeva che questa situazione non si sarebbe ripetuta.

 

Certo, diceva l'OBR. L’austerità e la riduzione del deficit del governo significavano che i livelli del debito privato dovevano salire. Tuttavia, gli economisti dell’OBR ritenevano che questo non fosse un problema perché l’aggiustamento non sarebbe ricaduto sulle famiglie, ma sulle imprese. Le politiche favorevoli al business dei Tories, dicevano, avrebbero causato un boom nell’espansione delle imprese, il che avrebbe significato che queste si sarebbero indebitate (quell’enorme rigonfiamento rosso sotto lo zero nel primo grafico, che doveva compensare completamente la riduzione del deficit pubblico). Le normali famiglie non avevano nulla di cui preoccuparsi.

 

Ma era una fantasia totale. Non c'è stato alcun boom.

 

Nel secondo grafico, due anni dopo, l’OBR è stato costretto ad ammetterlo. Le imprese stanno solo accumulando profitti e tenendoseli. Le famiglie, dall’altra parte, sono dirette verso la catastrofe. L’austerità ha significato stipendi in calo, meno spese governative per servizi sociali (o altro) e tasse di fatto più alte. Questo ha strizzato il budget delle famiglie e le persone sono state costrette ad indebitarsi. Di conseguenza, non solo le famiglie sono complessivamente tornate in deficit per la seconda volta nella storia della Gran Bretagna, ma la situazione è persino peggiore di quella che avevamo negli anni precedenti il 2008.

 

E ricordate: è stata un crisi dei mutui a far scoppiare la bolla del 2008, che ha quasi distrutto l’economia mondiale e sprofondato milioni di persone nella povertà. Non una crisi del debito pubblico. Una crisi del debito privato.

 

Un’indagine

 

Nel 2015, più o meno quando sono uscite le previsioni originale dell’OBR, ho scritto un articolo per il Guardian, prevedendo che l’austerità e il tentativo di bilanciare il budget avrebbe creato una disastrosa crisi di debito privato. Ora questa sta avvenendo così innegabilmente, così chiaramente che perfino l’OBR non può negarlo.

 

Penso che sia arrivato il momento di avviare un’indagine pubblica – una investigazione formale – per chiarire come ciò sia potuto accadere. Dopo il crash del 2008, gli economisti del Tesoro e della Banca d’Inghilterra potevano quantomeno sostenere plausibilmente di non aver completamente capito la relazione tra il debito privato e l’instabilità finanziaria. Ma adesso non hanno più scuse.

 

A cosa diavolo serve un'istituzione chiamata "Ufficio per la responsabilità fiscale", se si immagina come un credulone un'abbuffata di indebitamenti da parte delle aziende, per suggerire che il pareggio di bilancio statale non avrà alcun effetto negativo? Vi sembra un comportamento responsabile? Perfino il secondo grafico è estremamente strano. Fino al 2017, la parte alta e bassa del grafico sono state l’esatto specchio l’una dell’altra, come è giusto che sia. Tuttavia, nelle previsioni degli anni dopo il 2017, la parte sotto lo zero è molto più piccola di quella sopra, facendo sospettare che si stia seriamente sottostimando il futuro valore sia dell’indebitamento del governo, sia di quello privato. In altre parole, i numeri non tornano.

 

L’OBR ha dichiarato a New Statesman che a loro non risultavano errori nelle loro previsioni del 2015 riguardo all’indebitamento netto del settore delle imprese, e che le previsioni erano basate sui dati disponibili allora. Ha sostenuto che le previsioni per gli investimenti delle imprese sono state riviste al ribasso a causa delle incertezze legate alla Brexit.

 

Tuttavia, se l’”Ufficio per la responsabilità fiscale” facesse fede al proprio nome, dovrebbe suonare un chiaro campanello d’allarme esattamente adesso. Ma finora tutto quello che abbiamo è una menzione del debito privato e un tiepido allarme riguardo all’aumento dei debiti personali da parte della Banca d’Inghilterra - che comunque non ha messo in relazione il problema con l’austerità – e una dichiarazione piuttosto forte da parte di un editorialista coraggioso del Daily Mail. Per il resto, silenzio.

 

L’unica spiegazione possibile è che istituzioni come il Tesoro, l’OBR, e per certi versi anche la Banca d’Inghilterra non possono, per definizione, metterci in guardia rispetto ai pericoli dell’austerità, per quanto allarmante sia la situazione, perché sono stati strutturati come sono proprio per giustificare l’austerità. È importante sottolineare che la maggior parte degli economisti professionisti non hanno mai appoggiato le politiche dei conservatori da questo punto di vista. Queste politiche sono state adottate perché piacevano ai politici; le istituzioni sono state create per sostenerle; alcuni economisti sono stati assunti perché si inventassero argomenti in favore dell’austerità, anziché giudicare se essa sia davvero una buona idea.Oggi questa situazione ci ha portati sull’orlo del baratro.

 

L’ultima volta che c’è stato un crash finanziario, la Regina ha chiesto: perché nessuno è stato in grado di prevederlo? Ora abbiamo gli strumenti per farlo. Forse il più importante compito di un’inchiesta pubblica sarebbe quello di chiedere finalmente: qual è il vero compito delle istituzioni che dovrebbero prevedere queste cose, fino a che punto sono state politicizzate, e che cosa bisognerebbe fare per trasformarle in istituzioni che possano almeno dirci se stiamo guardando in faccia le luci del treno che sta per investirci?