19/11/19
Intervento di Visco sulla riforma del MES: grandi rischi e piccoli vantaggi
Roma, 15 novembre 2019
Questo seminario si tiene in una congiuntura difficile per l'Europa. La marea della crisi finanziaria globale e della crisi dei debiti sovrani è passata da tempo, ma la sua eredità velenosa e le tensioni geopolitiche stanno alimentando la sfiducia, la paura e anche pregiudizi che si pensavano ormai sepolti. La costruzione europea è a un punto morto, benché ce ne sia una forte necessità nelle aree chiave, dove l'Unione è più brava a proibire che a costruire.
Benché la moneta unica sia stata un passo fondamentale nel cammino verso l'integrazione europea, l'Unione economica e monetaria rimane una costruzione incompiuta. Gli architetti europei lo sapevano e desideravano e prevedevano progressi maggiori per il futuro. Anche prima dell'introduzione dell'euro, lo stato anomalo di una moneta senza Stato era stato sottolineato, così come la solitudine istituzionale della Banca centrale europea (BCE) e i problemi posti dall'imperfetta mobilità del capitale e del lavoro.
I rischi insiti in questa situazione si sono materializzati con violenza imprevista (veramente non del tutto imprevista, ndt) durante la crisi dei debiti sovrani. In questa occasione è venuta a galla tutta l'inadeguatezza della governance economica dell'area dell'euro. Le esitazioni nel definire le procedure per sostenere i Paesi in difficoltà hanno alimentato i timori di una rottura dell'euro. Gli spread sui rendimenti dei titoli di Stato si sono notevolmente allargati, in alcuni casi andando ben oltre ciò che sarebbe stato giustificato dalle condizioni economiche e finanziarie dei Paesi interessati, rendendo così ancora più difficile uscire da tali condizioni.
Le proposte di riforma elaborate dopo il picco della crisi prevedevano il graduale rafforzamento dell'integrazione, prima nell'area finanziaria e poi per le finanze pubbliche. Eppure, sette anni dopo, sono stati compiuti progressi solo parziali. L'unione bancaria è incompleta e non priva di difetti, le regole di base per l'unione di capitali sono ancora in fase di determinazione e l'unione fiscale è stato rinviata a una data futura non meglio specificata.
Le preoccupazioni per le vulnerabilità finanziarie pubbliche e private accumulate durante la crisi e la sfiducia reciproca ostacolano i progressi. Mentre la riduzione e condivisione del rischio dovrebbe andare di pari passo e rafforzarsi reciprocamente, l'incertezza sul come procedere, il disaccordo sulla successione e sugli effetti degli interventi e le paure di ricadute negative producono un arresto nel processo di riforma. Di conseguenza, l''integrazione economica dell'area dell'euro viene frenata e l'area stessa continua a essere esposta a rischi finanziari.
Questo stallo deve essere sbloccato e devono essere create le condizioni per consentire in futuro passi avanti che oggi sembrano impossibili. In questo contesto, vorrei condividere con voi alcune riflessioni, in primo luogo, su come sono affrontati i rischi sovrani e bancari in Europa, e in secondo luogo, sullo stato dell'unione fiscale e dei mercati dei capitali.
Il rischio sovrano e bancario
La diffusa preoccupazione per i debiti pubblici elevati è giustificata. Sono una fonte di rischio sistemico. Anche se fondamentalmente in grado di sostenere il debito, i Paesi fortemente indebitati sono più vulnerabili agli shock di liquidità e ricevere una valutazione negativa da parte dei mercati sull'impegno delle autorità nazionali nel garantire la stabilità finanziaria. Inoltre, in un'area valutaria, una crisi del debito sovrano può avere forti ripercussioni per i paesi vicini, visti gli stretti legami economici e finanziari.
Al momento sta giungendo in porto la riforma del Trattato sul Meccanismo europeo di stabilità (MES), per rafforzare il suo ruolo nella prevenzione e gestione delle crisi sovrane negli Stati membri dell'area dell'euro. Fa parte di uno sforzo volto a ridurre l'incertezza su come e quando un debito sovrano può essere ristrutturato. Chiarire le condizioni e le procedure per la ristrutturazione del debito ridurrebbe certamente la parte del costo di un default del debito sovrano che può essere attribuita all'incertezza sulle modalità e sui tempi della sua soluzione.
Ma questa è solo una piccola parte del costo dell'insolvenza di uno Stato. Si tratta di una questione da gestire con molta prudenza. I piccoli e incerti benefici di un meccanismo per la ristrutturazione dei debiti sovrani devono essere soppesati considerando l'enorme rischio che il semplice annuncio della sua introduzione inneschi una reazione a catena di aspettative di default, che può diventare una profezia che si autoavvera. Dovremmo tutti tenere a mente le terribili conseguenze dell'annuncio del coinvolgimento del settore privato (ovvero della ristrutturazione del debito sovrano della Grecia, ndT) nella risoluzione della crisi greca dopo l'incontro di Deauville alla fine del 2010.
Non si sottolineerà mai abbastanza l'importanza di politiche di bilancio rigorose a livello nazionale. Ma ridurre il rapporto debito/PIL richiede tempo e c'è il rischio che una crisi possa interrompere il processo, anche se non come diretta conseguenza di decisioni politiche. L'Europa dovrebbe cercare i modi per sostenere e incoraggiare gli sforzi che devono essere intrapresi dagli Stati membri per ridurre il loro debito. Ecco perché è necessaria una qualche forma di assicurazione sovranazionale, ad esempio attraverso la creazione di un Fondo per il rimborso del debito europeo (ERF), finanziato dalle risorse dedicate dei paesi partecipanti.
Il meccanismo può essere progettato in modo da impedire trasferimenti sistematici tra Paesi e riducendo al contempo il rischio di instabilità finanziaria per l'intera area. L'introduzione di un ERF rafforzerebbe l'impegno nazionale per la riduzione del debito (perché la quota del debito nazionale trasferita al fondo sarebbe sostenuta da un flusso di entrate specifiche) e ridurrebbe la rilevanza sistemica del debito nazionale (residuo).
Questo sarebbe utile per migliorare la credibilità della clausola che vieta il bailout e l'esecutività delle regole fiscali europee.
Nel dibattito accademico e politico, l'introduzione di un meccanismo di ristrutturazione del debito sovrano è spesso collegato a proposte sulla introduzione di requisiti prudenziali che limitano le esposizioni verso il debito sovrano delle banche. Qui, è importante tenere a mente che il nesso tra banche e debito sovrano non agisce esclusivamente attraverso l'esposizione diretta delle banche: una crisi di debito sovrano colpirebbe anche le banche attraverso l'aumento dei loro costi di finanziamento (in particolare in caso di downgrade del rating) e, soprattutto, attraverso i suoi effetti sull'economia complessiva. Un forte aumento del rischio percepito sul debito di uno Stato può innescare rapidamente una spirale recessiva, infiammando le tensioni sociali, con risultati imprevedibili. Il colpo per il sistema sistema bancario sarebbe pesante, indipendentemente dalla sua capitalizzazione ed esposizione diretta. Pertanto, se si vuole veramente spezzare il legame tra banche e debito sovrano, bisogna ridurre il rischio incorporato nelle obbligazioni sovrane, non solo gli importi detenuti dalle banche.
Inoltre, il semplice spostare le obbligazioni rischiose dal bilancio delle banche a quello di altri settori non ridurrebbe il rischio complessivo. Infine, dal momento che i requisiti prudenziali sulle esposizioni sovrane non sono imposte in nessun'altra giurisdizione, se dovessimo introdurle in Unione europea o nell'area dell'euro, dovremmo fornire ai mercati finanziari investimenti "risk-free" alternativi, come un qualche tipo di Eurobond - e il fondo di rimborso del debito che ho citato prima sarebbe di valido aiuto.
Ridurre le esposizioni delle banche al debito sovrano così come il rapporto tra le sofferenze (crediti deteriorati) e il totale dei prestiti in essere sono spesso considerati due presupposti per il completamento dell'unione bancaria. Altre importanti fonti di rischio, tuttavia, non sono state sufficientemente considerate. Recenti iniziative del Meccanismo di vigilanza unico per determinare la gestione migliore delle attività illiquide e opache nei bilanci delle banche intendono rispondere a queste preoccupazioni.
Ancora peggio, è stata, ed è tuttora, trascurata la vulnerabilità prodotta da una struttura incompleta per una gestione efficace e ordinata delle crisi bancarie. Da una parte, è cresciuto il consenso attorno all'idea di rimandare l'implementazione del sostegno del MES al Fondo di risoluzione unico fino al 2024, a meno che non siano fatti ulteriori progressi nella riduzione del rischio, misurata esclusivamente in relazione ai volumi di crediti deteriorati (e nella creazione di riserve di disponibilità da utilizzare in caso di crisi). D'altra parte, si accetta una situazione per cui una liquidazione disordinata è l'unico risultato possibile per le crisi di intermediari di piccole e medie dimensioni che, come la maggior parte delle banche europee, non sono soggetti alla risoluzione (anche se - va notato - sono tenuti a contribuire al Fondo di risoluzione unico).
I recenti inviti della Germania al completamento dell'unione bancaria sono uno sviluppo da accogliere con favore, in quanto dimostrano la volontà di mantenere aperto il dialogo. Però non affrontano alcuni dei problemi che ho appena menzionato. I rischi bancari sono di nuovo identificati esclusivamente con i crediti deteriorati e l'esposizione al debito sovrano. Inoltre, quando si considera una revisione del trattamento prudenziale di quest'ultimo, non si fa menzione della necessità introdurre uno strumento di investimento sicuro a livello europeo, il che è particolarmente in contrasto con i riferimenti frequenti al modello americano, in cui il ruolo del debito federale come strumento sicuro è fondamentale.
Una capacità fiscale adeguata e implementare l'unione del mercato dei capitali
Se la gestione dei rischi sovrani e bancari è fonte di preoccupazione, passare allo stato della discussione sull'unione fiscale e sull'implementazione dell'unione del mercato dei capitali non ci sarà di consolazione. La politica monetaria è stata l'unica linea di difesa contro il rischio di frammentazione finanziaria dell'area dell'euro durante la crisi del debito sovrano e contro i rischi di deflazione emersi negli anni successivi. Il Consiglio direttivo della BCE ha dimostrato la sua disponibilità a utilizzare tutti gli strumenti disponibili e, se necessario, a introdurne di nuovi per perseguire l'obiettivo della stabilità dei prezzi. Ha avuto un notevole successo, ma le sue azioni avrebbero potuto essere ancora più efficaci se fossero state accompagnate da altre politiche economiche.
L'inflazione nell'area dell'euro rimane a livelli ancora troppo bassi e questi bassi livelli stanno ancora una volta deprimendo le aspettative di inflazione a breve termine. È riemerso il rischio di un disancoraggio delle aspettative a medio-lungo termine. La risposta del Consiglio direttivo è stata tempestiva, adeguata e proporzionata. Ma ancora una volta stiamo vedendo che per sfruttare al massimo il potenziale espansivo delle misure di politica monetaria, altre politiche dovrebbero muoversi nella stessa direzione.
Le politiche fiscali a sostegno dell'attività economica nell'area dell'euro possono consentire un ritorno più rapido alla stabilità dei prezzi. Per garantire una crescita sostenuta e più elevata, sono necessarie riforme che rimuovano gli ostacoli allo sviluppo, favoriscano l'innovazione e aiutino a modernizzare il sistema produttivo. Agendo in modo isolato, la politica monetaria non può fare altro che proseguire lungo il percorso di misure "non convenzionali". Ciò aumenta il rischio di effetti collaterali negativi, che a loro volta devono essere tenuti sotto controllo utilizzando strumenti di natura sempre più amministrativa.
Come ha recentemente ricordato l'ex presidente della BCE, "abbiamo bisogno di una capacità fiscale nell'area dell'euro di dimensioni e progettazione adeguate: sufficientemente ampie da stabilizzare l'unione monetaria". Questa non è un'affermazione sovversiva. La teoria economica e l'esperienza concreta di altre unioni monetarie di successo, in particolare gli Stati Uniti, suggeriscono che l'area dell'euro trarrebbe grandi benefici dalla creazione di una capacità fiscale sovranazionale. In effetti, un rapporto sull'appello per un'unione fiscale - il rapporto MacDougall - fu pubblicato già nel 1977 per conto della Commissione europea, e persino il rapporto Werner del 1970 vi fa riferimento. Successivamente, i documenti tecnici allegati al Rapporto Delors del 1989 hanno discusso l'argomento in maniera approfondita.
Il 3 maggio 1998, quando l'Europa stava completando gli ultimi passi prima dell'adozione della moneta unica, Tommaso Padoa Schioppa scrisse in un articolo del Corriere della Sera: “l'Unione ha piena competenza per la politica microeconomica […], ma la sua capacità di intervento in politica macroeconomica è, ad eccezione del campo monetario, embrionale e sbilanciata: può evitare danni (disavanzi eccessivi), ma non può fare cose buone (una politica fiscale adeguata). [...] È quindi giusto non solo applaudire il passo compiuto ieri, ma anche sottolinearne la natura incompiuta, i rischi che comporta e la sua imprevidenza".
Ciononostante, sono stati compiuti ben pochi progressi nella direzione di porre rimedio all'asimmetria di una politica monetaria unica in presenza di più bilanci nazionali, forse per la paura di una condivisione dei debiti che potrebbe derivare dall'unione fiscale. Tuttavia, come ho già osservato, una capacità fiscale comune può essere strutturata in modo tale da evitare trasferimenti sistematici tra paesi, conciliando così il pieno esercizio della stabilizzazione macroeconomica con l’equilibrio dei conti pubblici in ciascun paese. L'unione fiscale consentirebbe di attuare politiche coerenti con le condizioni del ciclo economico nei vari Stati membri e nell'area dell'euro nel suo insieme, prontamente e senza dubbi in merito alla loro legittimità. La moneta unica ha la necessità di interagire con una politica fiscale unica.
È stato sostenuto che le politiche fiscali nazionali potrebbero assorbire gli effetti delle fluttuazioni cicliche negli Stati membri e che i mercati finanziari potrebbero fornire un'assicurazione analoga a quella che sarebbe fornita da un'unione fiscale. Tuttavia, effetti di ricaduta tra paesi potrebbero ridurre l'efficacia delle iniziative nazionali e, nella situazione attuale, diversi bilanci nazionali hanno poco spazio di manovra a causa degli elevati debiti pubblici. Inoltre, i mercati finanziari europei sono lungi dall'essere perfettamente integrati, il che limita chiaramente la loro efficacia come ammortizzatori.
Negli Stati Uniti, in Canada e in altri stati federali, una parte significativa delle fluttuazioni del reddito dei singoli Stati è compensata dal sistema fiscale federale (le stime basate su metodi diversi sono in media del 10-15% sia per gli Stati Uniti che per il Canada). La differenza tra l'area dell'euro e le federazioni vere e proprie in termini di capacità di assorbimento degli shock è ancora maggiore quando guardiamo ai mercati dei capitali.
Il buon funzionamento di un'area valutaria richiede un mercato unico dei capitali che faciliti l'accesso ai finanziamenti per le imprese. Inoltre, un mercato integrato aiuta ad assorbire gli shock macroeconomici locali, aumenta la solidità del sistema economico e rafforza la stabilità finanziaria. Ciò contribuirebbe ovviamente anche alla trasmissione efficace e rapida delle misure di politica fiscale e monetaria.
Ma è uno sforzo complesso. Implica un'azione decisiva in direzione dell'armonizzazione delle normative in materia di società, valori mobiliari, procedure fallimentari e fisco, nonché di procedure di vigilanza. Mentre tale armonizzazione può partire con delle modifiche alle legislazioni nazionali che si concentrino su quelle aree che possono produrre effetti più ampi, l'obiettivo finale deve essere quello di raggiungere una regolamentazione unica. Soprattutto, un mercato unico dei capitali richiede un asset sicuro comune. Affrontare questo divario sosterrebbe il mercato bancario e dei capitali, creando un prodotto omogeneo di alta qualità e dimensioni significative che potrebbe diventare un punto di riferimento per gli investitori e migliorare l'integrazione finanziaria.
* * *
Non credo di incontrare difficoltà a convincervi della mancanza di progressi significativi nella costruzione europea. C'è stato un sostanziale trasferimento di sovranità in materia economica e finanziaria, specialmente negli ultimi anni. È davvero illusorio credere che possiamo dirigere il corso dell'economia e della finanza, fenomeni palesemente globali, all'interno degli stretti confini dei singoli paesi europei. La costruzione, tuttavia, è sbilenco e incompleta; la sua stessa sostenibilità richiede che gli elementi mancanti siano incorporati al più presto.
Oggi, procedere con dei compromessi sta diventando sempre più difficile. La sfiducia porta al disaccordo, e nella ricerca esasperata di una rassicurazione reciproca e di guadagni a breve termine, i passi necessari sono difficili da prendere. Il raggiungimento concreto dell'unione monetaria, dell'unione bancaria, dell'unione dei mercati dei capitali e anche la prospettiva di una politica fiscale comune richiedono tutti un salto di qualità. L'Europa deve rimanere un'ancora di stabilità in un mondo che appare sempre più instabile e politicamente imprevedibile.
L'introduzione di un asset sicuro nell'area dell'euro è un obiettivo chiaro e immediato. È un’impresa di tipo tecnico, ma è anche il denominatore comune delle tre unioni (bancaria, del mercato dei capitali, fiscale) che devono affiancare l'unione monetaria. Sostituendo parzialmente i titoli di stato nazionali, uno strumento di debito europeo potrebbe contribuire a diversificare le esposizioni sovrane degli istituti finanziari. Potrebbe ridurre il rischio di fuga verso le attività più sicure da parte degli investitori nei periodi di tensione del mercato e consentire al mercato finanziario di svolgere un ruolo efficace come ammortizzatore, migliorando così anche l'efficacia della politica monetaria. Potrebbe essere uno strumento per finanziare stabilizzatori automatici condivisi nell'ambito di una capacità fiscale comune.
Come ho già detto, è possibile progettare meccanismi che consentano l'introduzione di un asset sicuro dotato delle garanzie necessarie contro il rischio di comportamenti opportunistici. Ma a parte le regole, il requisito essenziale per la fattibilità di questa soluzione risiede in un rinnovato e convinto impegno da parte di tutti per il progetto europeo e nella volontà di perseguire soluzioni comuni per problemi comuni.
08/11/19
ZH - Nuovo piano di Unione bancaria del Ministro delle finanze tedesco per salvare l'UE (e Deutsche Bank)
Anche il sito Zero Hedge collega la gravissima esposizione di Deutsche Bank, vicina al fallimento e con la quotazione delle azioni prossima allo zero, alla nuova disponibilità del ministero delle Finanze tedesco nei confronti del completamento dell'Unione bancaria, sinora sempre osteggiata per il timore dei tedeschi di doversi caricare i problemi dei sistemi bancari altrui, Italia in primo luogo. E tuttavia il piano, dice Zero Hedge, potrebbe essere osteggiato dall'Italia. [E c'è da sperarlo, aggiungiamo noi, perché le condizioni poste dai tedeschi per la condivisione dei (loro) rischi costringerebbero l'Italia a una "ristrutturazione preventiva" del debito pubblico, una "calamità immane, un colpo di pistola alla tempia" per il nostro Paese, come dichiarato nella sua audizione alla Camera da Giampaolo Galli, il quale avverte come siano rimaste solo poche settimane per fermare la pericolosa ondata. Non si può tacere sul carattere tardivo di questa giusta preoccupazione, ma meglio tardi che mai.]
Zero Hedge, 6 Novembre 2019
Meno di un anno dopo aver fallito nel suo tentativo di salvare il colosso bancario tedesco Deutsche Bank, prossimo al fallimento (tramite la fusione tra Commerzbank e Deutsche Bank, che nelle intenzioni avrebbe dovuto dar vita a un nuovo campione nazionale), il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha intrapreso una campagna per convincere l'Unione europea a portare a termine l'unione bancaria.
Molti hanno sostenuto che la mancanza di un quadro normativo bancario globale europeo rende il sistema particolarmente vulnerabile al caos e alle infiltrazioni da parte di gruppi criminali (come dimostra lo scandalo del riciclaggio di denaro che ha coinvolto diversi giganti bancari dell'Europa settentrionale).
E con la Brexit che si sta finalmente avvicinando alla conclusione, o almeno così sembra, Scholz sostiene che la posizione globale dell'Europa sarebbe a rischio se non si portasse a compimento l'integrazione del settore finanziario dell’eurozona, visto che l'Ue sta perdendo uno dei suoi principali centri finanziari.
Il piano per centralizzare il controllo delle banche della zona euro fu concepito anni fa in risposta alla crisi del debito che all'inizio del decennio minacciava di destabilizzare l'intero continente. Molti sostenevano che il sistema contribuirebbe a evitare i salvataggi pubblici pagati dai contribuenti, con un nuovo sistema di garanzia dei depositi progettato per aiutare a mantenere aperti i rubinetti della liquidità. Tuttavia, alcuni criticavano il piano (specialmente in Germania) come uno schema che farebbe gravare sui contribuenti tedeschi la cattiva gestione delle banche straniere.
In un lungo editoriale pubblicato sul FT il 5 di novembre, Scholz ha sostenuto che è giunto il tempo di porre fine alle divisioni politiche che hanno sinora impedito di realizzare l'unione bancaria. Il progetto è fondamentale per garantire che le banche dell'Ue possano essere ristrutturate in sicurezza senza un salvataggio pubblico. Nell'editoriale, Scholz cerca di collegare la tempistica di questa proposta alla Brexit.
In realtà, possiamo individuare un'altra ragione per cui la Germania vorrebbe iniziare a sostenere l’unione bancaria.
Si tratta di Deutsche Bank, il colosso del credito tedesco in difficoltà con un'esposizione sui derivati di decine di trilioni di dollari. DB è una banca che, grazie ad anni di cattiva gestione e di criminali reati societari, è diventata il più grande domino dell’estremamente instabile sistema finanziario europeo. DB ha continuato a perdere una quantità sbalorditiva di denaro ogni trimestre, mentre tentava di ridurre le spese riducendo drasticamente il personale.
Nel frattempo, la persistente crisi della banca ha spinto il prezzo delle sue azioni costantemente al ribasso, in direzione "0".
Come spiega il FT, la componente più controversa del piano di Scholz non è ancora stata colta dai suoi connazionali. È uno schema di deposito che in caso di un crollo bancario dovrebbe proteggere i depositanti. A prima vista, sembra qualcosa che i tedeschi non potrebbero mai prendere in considerazione.
Benché la politica stia ora affrontando una strada in salita, il piano ha già ottenuto il sostegno del nuovo presidente della Commissione europea Ursula von der Layen (anche se secondo Reuters il piano non è stato formalmente discusso dal governo tedesco, e non è chiaro se il cancelliere Angela Merkel lo sosterrà).
Secondo il FT, il piano di Scholz prevede molte garanzie volte a proteggere il popolo tedesco dal pericolo di doversi caricare il peso del salvataggio delle banche straniere dei paesi con sistemi finanziari più deboli. Ma queste stesse garanzie potrebbero comportare una riduzione del sostegno da parte dell’Italia.
A parte lo schema dei depositi, il piano di Scholz prevede anche la modifica delle regole UE sul capitale bancario che elimini gli incentivi per le banche ad acquistare grandi quantità del debito sovrano del loro paese, oltre a proporre norme europee comuni sulla tassazione delle società.
Scholz vuole anche che l'Ue armonizzi le leggi sull'insolvenza bancaria, sostenendo che l'attuale combinazione di norme nazionali mini i tentativi dell'Ue di assicurarsi che i creditori senior condividano i costi dei fallimenti bancari.
Finora, il piano ha ricevuto una "accoglienza tiepida", secondo un altro rapporto di Reuters. Secondo quanto riferito, sia la BCE che la Commissione, entrambe sotto una nuova guida, hanno dichiarato di sostenere il completamento dell'unione bancaria del Continente, e pur con alcune divergenze hanno elogiato il piano di Scholz come "un'ottima base di partenza" per ulteriori colloqui.
15/01/18
Foreign Affairs: l'Euro è in declino?
di Kathleen R. McNamara, 12 gennaio 2018
Quando l'euro fu creato circa 15 anni fa, c’era l’ipotesi che la nuova valuta avrebbe potuto sfidare il dominio del dollaro USA come valuta internazionale di riserva. Ma il guardiano dell'euro, la Banca Centrale Europea (BCE), aveva poco desiderio per tale ruolo. Allo stesso modo, i mercati valutari hanno mostrato scarso sostegno all’idea di soppiantare l'egemonia del dollaro con l'euro, nonostante il passaggio a obbligazioni denominate in euro e un rafforzamento del valore dell'euro negli anni 2000. Ciò ha significato che l'UE, in gran parte, ha svolto un ruolo di "supporto" all'egemonia finanziaria statunitense, nel periodo postbellico fino ad oggi.
Ma ora, lo status di "assistente" dell'Europa potrebbe essere in discussione. Le forze populiste che sono emerse in tutto il continente mettono alla prova la legittimità dell'euro e minacciano le fondamenta sia istituzionali che ideologiche su cui poggia. Con questa incertezza, sorge la possibilità che l'UE si trasformi in un "generatore di rischio" all'interno dell'ordine finanziario globale o, forse ancora peggio, in un "saccheggiatore" del sistema stesso.
UNO SVILUPPO POLITICO INCOMPLETO
L'autorità sovrana della BCE è fondamentale per la più ampia stabilità del sistema finanziario globale. Ma una delle sue principali debolezze riguarda le particolarità dell’architettura dell'euro: a differenza di ogni altra valuta di successo, a livello europeo c'è solo la BCE, mentre mancano le più ampie istituzioni sociali e politiche necessarie a dare fondamenta stabili e durature alle valute. Sono quattro i ruoli per cui questo ampio assetto dell'autorità politica risulta necessario : funzionare da generatore affidabile di fiducia e liquidità per il mercato; fornire una solida regolamentazione del rischio finanziario; costruire meccanismi di redistribuzione fiscale e aggiustamento economico; creare la solidarietà necessaria ad affrontare tempi difficili. È questa mancanza di un governo più ampio che mette in pericolo l'euro e lo rende un potenziale "predone" del sistema finanziario internazionale, non le sue carenze come valuta ottimale, come hanno sostenuto alcuni economisti come Paul Krugman.
Per quanto riguarda il primo elemento, che serve come supporto visibile e a prova di bomba per rassicurare i mercati finanziari, la zona euro sta facendo relativamente bene. Sebbene in origine fosse stata creata come banca centrale iper-indipendente, dotata di un mandato ristretto per combattere l'inflazione e proteggere il valore dell'euro, la BCE nel corso del tempo si è dimostrata più innovativa nel fornire fiducia e liquidità di quanto immaginassero i suoi creatori quando si incontrarono a Maastricht nei primi anni '90. In particolare, la BCE, sotto la guida di Mario Draghi, ha emesso centinaia di miliardi di euro in prestiti di emergenza alle banche europee negli anni successivi all'implosione dell'economia greca a seguito della recessione globale del 2008. La politica monetaria rispecchia in qualche misura la decisione del Tesoro statunitense e della Federal Reserve nel 2008 di salvare le banche americane attraverso il Troubled Assets Relief Program [Programma di Aiuto agli Asset in Difficoltà, ndt]. Anche le Long Term Refinancing Operations [operazioni di rifinanziamento a lungo termine, ndt] della BCE, che prestano denaro a tassi di interesse molto bassi agli stati membri in difficoltà, rappresentano un significativo allontanamento dall'immagine della BCE come istituzione che non agisce per sostenere le entità in difficoltà finanziarie. Gli LTRO si sono dimostrati relativamente efficaci nel calmare i mercati e dare agli stati membri indebitati un certo spazio per fare le riforme, anche se le richieste di politica di austerità sono state gravemente dannose.
Queste nuove politiche e questi programmi sono stati accompagnati da una serie di dichiarazioni molto più energiche e apertamente politiche da parte dei dirigenti della BCE. Nell'estate del 2012, i commenti muscolari di Draghi che impegnavano la sua istituzione a fare "tutto il necessario" per salvare l'euro hanno ricevuto molta attenzione in Europa e negli Stati Uniti, ma è stata soltanto una delle molte dichiarazioni che sono venute dalla BCE durante la crisi della zona euro. In termini sia della sua capacità istituzionale che del suo ruolo nel dibattito politico, la BCE ha svolto un ruolo essenziale e inaspettato in quanto prestatore non ufficiale di ultima istanza, riducendo così il ruolo di potenziale "generatore di rischio" dell'UE.
Tuttavia, il secondo fattore, che richiede un'unione bancaria e finanziaria europea, è quello dove l'UE ha mostrato maggiore debolezza. La profonda integrazione finanziaria tra gli stati europei richiede un quadro onnicomprensivo per proteggersi dal contagio di crisi bancarie. Sebbene ci sia stato qualche movimento verso una tale struttura di unione bancaria, essa rimane incompiuta. La Commissione Europea, con il sostegno della BCE, ha avuto successo nell'ottenere un accordo su un meccanismo unico di vigilanza per le banche della zona euro. Questa iniziativa è guidata dalla BCE e fornisce un regolamento unico per tutte le banche. L'Autorità Bancaria Europea, creata nel 2011, è un nuovo importante attore che disciplina gli Stati della zona euro e quelli non appartenenti all'euro come parte del Sistema Europeo di Vigilanza Finanziaria. Questi sviluppi normativi e istituzionali, tuttavia, devono ancora includere elementi cruciali come l'assicurazione comune sui depositi, che proteggerebbe da una corsa catastrofica agli sportelli in tutta l'UE, e le regole di risoluzione bancaria devono ancora essere attuate per far fronte alle future crisi bancarie.
Il terzo elemento – l’unione fiscale ed economica - rimane il più irraggiungibile per l’UE. Anche se alcuni hanno sostenuto che l'UE ha bisogno solo dell'unione bancaria, politicamente più praticabile, l'unione fiscale rimane fondamentale per gestire gli inevitabili alti e bassi di una valuta comune, fornendo meccanismi per la redistribuzione fiscale e l'aggiustamento economico. Un'unione fiscale comporta la capacità di ricavare gettito attraverso le tasse, di redistribuire il denaro attraverso la spesa pubblica e di raccogliere fondi aggiuntivi attraverso strumenti di debito pubblico. L'UE attualmente non ha nessuna di queste funzioni esplicite, sebbene (meno visibilmente) redistribuisca fondi attraverso il suo Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e il Fondo Sociale Europeo. Le proposte degli "eurobond" e di altri modi di mutualizzare il debito nell'eurozona si sono rivelate politicamente provocatorie perché implicano un'integrazione politica molto più profonda di quella che molti in Europa sono disposti ad accettare, mentre in Germania suscitano in alcuni il timore di rimanere invischiati nelle spese dissolute dei loro vicini. Al posto di un'unione fiscale, la dirigenza dell'UE e i capi di stato e di governo hanno aggressivamente cercato di imporre programmi di austerità, che comportano riduzione del deficit e del debito, su società che stanno ancora barcollando per le conseguenze negative della crisi finanziaria. Tali sforzi sembrano molto più simili ai programmi di prestito condizionale ai prestiti di aggiustamento strutturale del FMI che ad un sistema amministrativo integrato che potrebbe tenere insieme un'unione monetaria. Questi programmi di austerità mettono a repentaglio il futuro dell'UE e, quindi, la stabilità nel più ampio ordine finanziario globale.
Infine, all'Unione europea manca anche un'unione politica più ampia, che costituisce il fondamento legittimo di tutte le altre valute. Sebbene negli ultimi 50 anni l'UE sia diventata notevolmente istituzionalizzata, con un quadro giuridico di tipo costituzionale e una serie di politiche e pratiche che incidono profondamente sulla vita quotidiana di tutti gli europei, non ha tutte le strutture amministrative di stampo statale che supportano tutte le altre valute nazionali. A scapito della stabilità europea e globale, semplicemente l'UE non ha creato la solidarietà sociale e le istituzioni politiche legittime per integrare adeguatamente l'euro in un quadro politico più ampio.
Poiché i meccanismi politici per stabilizzare l'economia europea rimangono elusivi, la crisi dei flussi di rifugiati e il reinsediamento dei migranti, la Brexit e l'ascesa di gruppi populisti anti-UE hanno gettato seri dubbi sul più ampio progetto europeo e hanno così trasformato il ruolo dell'Europa, da “assistente" a "generatore di rischio" nell'ordine finanziario globale.
IL DECLINO DEL NEOLIBERALISMO
Ma le configurazioni istituzionali non sono l'unico fattore importante nel considerare la sicurezza del ruolo dell'UE nell'ordine finanziario globale. Anche le idee sono dispositivi essenziali e inevitabili di legittimazione. In effetti, l’iper-indipendente e politicamente isolata BCE è in parte il risultato della più ampia cultura del neoliberalismo, un insieme di idee che comprende una serie di politiche, come la rigida delega del controllo sull'offerta di denaro ad esperti scollegati dalla democrazia rappresentativa. Il razionale teorico alla base di questa idea è semplice: i politici che inseguono i voti probabilmente cercheranno di manipolare l'economia in modi che rendono felice la popolazione nel breve termine, ignorando la possibilità che le loro politiche monetarie generino problemi economici a lungo termine. L'isolamento delle banche centrali dall'influenza diretta dei funzionari eletti è stato uno dei cambiamenti di governo più importanti a livello globale negli anni '90. La BCE, istituita nel 1999, ha portato l'indipendenza della banca centrale all'estremo, avendo soltanto deboli canali di rappresentanza e supervisione politica.
L'indipendenza della banca centrale ha raggiunto uno status formidabile nella vita politica contemporanea, con pochi dubbi sulla sua logica o efficacia. Ma le prove a sostegno dell'indipendenza della banca centrale sono sempre state contrastanti, nel migliore dei casi. Questa contraddizione può essere spiegata da ciò che chiamo diffusione di una "narrativa razionale". I governi come quelli della zona euro scelgono di delegare il potere finanziario per acquisire importanti proprietà legittimanti e simboliche, che sono particolarmente allettanti in tempi di incertezza o difficoltà economiche.
Questa dinamica è razionale e strumentale, ma solo se inserita in un contesto culturale e storico molto specifico che legittima quella delega, la cultura del neoliberismo. Invece, il passaggio a una banca centrale indipendente sembra solo proteggere la politica monetaria dalla politica. Infatti, come ha sostenuto Jacqueline Best in Foreign Affairs, cementa un insieme specifico di ideologie e posizioni partigiane che favoriscono determinati gruppi sociali, in particolare gli investitori, rispetto ad altri, come i lavoratori. La BCE ha beneficiato del forte consenso sulla desiderabilità dell'indipendenza della banca centrale, che è stata parte integrante della svolta neoliberale dagli anni '90 in poi.
La domanda è questa: dopo diversi decenni di bassa inflazione e crescita lenta, questa legittimazione delle banche centrali indipendenti potrà continuare? Questo è tutt'altro che chiaro, poiché gli effetti disastrosi delle politiche di austerità imposte ai paesi debitori come Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna hanno creato profonde divisioni politiche e hanno alimentato le fiamme della reazione populista contro l’isolata tecnocrazia europea. Mentre partiti euroscettici emergono in tutta l'UE per sfidare il consenso liberale ortodosso che ha governato l'UE, non è chiaro se i fondamenti che legittimano la BCE e l'euro oggi siano ancora validi. Se la giustificazione dell'indipendenza della BCE è messa in discussione, ma la configurazione istituzionale dell'UE non è aggiornata per dare all'euro l'autorità politica di cui ha bisogno, è molto probabile che l'UE avrà moltissime difficoltà.
Proprio come gli osservatori ora temono che gli Stati Uniti siano in una posizione strutturalmente indebolita a causa dell’apparente rifiuto del ruolo di "nazione indispensabile" degli Stati Uniti da parte del presidente Donald Trump, lo sviluppo politico incompleto dell'UE e la reazione contro l'ideologia che legittima la BCE mettono in discussione la capacità dell'Europa di affrontare crisi future. Questi fattori rendono l'UE un "generatore di rischio" come minimo e un potenziale "saccheggiatore" nell'ordine finanziario globale nel peggiore dei casi. Il sistema finanziario globale non può permettersi un simile esito.