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04/07/19

La Tribune - I populisti sono diventati conservatori?

Su La Tribune una riflessione coincisa ma interessante sulla politica economica dei cosiddetti populisti attualmente al potere in Europa, come Orban, Kazcinsky e Obrador, che ne sottolinea gli sforzi (e i successi) diretti alla riduzione e ri-nazionalizzazione del debito pubblico. 

Lo scopo di questa austerity populista non é tuttavia quello di riconquistare la credibilità o la mitica fiducia dei mercati Internazionali, bensi quello di rendersene indipendenti. 

 

 

di Michel Santi, 26.06.2019

 

Segnalazione e  traduzione per Vocidallestero di Martino Pietrini

 

Per limitare la loro vulnerabilità alle forze centrifughe della globalizzazione, i populisti europei al potere, come Orban o Kaczynski, hanno fatto della disciplina fiscale e di bilancio una linea politica.

 

C’è stato un tempo in cui il termine “populismo” era sinonimo d’irresponsabilità nella gestione delle finanze pubbliche. Oltrepassando i vincoli di bilancio gli esecutivi provenienti da queste formazioni o correnti di pensiero svuotavano le cassaforti del tesoro, esaurivano le riserve e provocavano crisi monetarie segnate da inflazione, fuga di capitali, recessione, se non addirittura bancarotta.

 

Insomma il disprezzo dei fondamentali dell’economia da parte dei populisti giunti al potere finiva sempre male. La situazione oggi sembra invece talmente cambiata,  che i populisti attualmente al potere potrebbero essere quasi tacciati di…conservatorismo!

 

Orban, Kaczynski, Lòpez Obrador: nuovi apostoli del rigore di bilancio

 

In effetti sotto Orban il debito pubblico ha visto una sostanziale correzione, passando dal 75% del PIL a all’incirca al 67% nel 2019. E la Polonia non è certo da meno, visto che Jaroslaw Kaczynski è riuscito a ridurre il rapporto debito/pil sotto l’asticella del 50%, il livello più basso degli ultimi dieci anni. Difficile a credersi,  attualmente Salvini promuove una legge dal carattere inquisitorio mirante a snidare i contenuti delle cassette di sicurezza private in Italia e che accorda un'imposta forfettaria del 15% a coloro che si dichiarano spontaneamente.

 

Per quanto riguarda il Messico, il paese opera, sotto la guida del populista di sinistra Andrés Manuel Lòpez Obrador, una vera e propria politica d’austerità con l’obiettivo di un bilancio positivo per il 2020.

 

Infatti, è la volontà di liberarsi dai vincoli della globalizzazione ad essere all’origine della mutazione della politica economica populista e delle loro scelte di responsabilità fiscale. Sembra infatti che la più grande preoccupazione dei populisti al potere nel 2019 sia quella di liberarsi dai vincoli e dalla dipendenza dai capitali stranieri, puntando sempre più su piani di finanziamento strettamente interno per assicurare il tenore di vita del loro paese.

 

La loro opposizione forte, quando non feroce, alla libera circolazione dei capitali (che va, com’è noto, di pari passo con la globalizzazione), ne fa dunque degli apostoli della disciplina fiscale e di bilancio, la quale permette loro una maggiore autonomia di fronte ai finanziamenti stranieri, diminuendo così la vulnerabilità dei loro paesi alle forze centrifughe della globalizzazione.

 

Contare solo su se stessi

 

È su questo metro che si possono misurare gli sforzi di Orban per rimborsare i creditori stranieri dell’Ungheria e per finanziare i suoi deficit tramite emissione di titoli pubblici destinati agli investitori nazionali. Idem per il debito pubblico polacco, di cui solo il 25% è ormai in mano straniera contro il 40% del 2015. L’esempio supremo di questa ricerca dell’indipendenza finanziaria non è forse la Russia di Vladimir Putin, eretta a modello delle economie di bilancio e delle spese pubbliche pesantemente sotto controllo?

 

È dunque il desiderio di tenere a bada sia la globalizzazione sia la finanza globalizzata ad aver modificato radicalmente l’approccio macroeconomico dei populisti giunti al potere. La loro inattesa virata verso l’ortodossia ed il rigore è dunque motivata dalla loro determinazione a mostrare che non possono - e non devono - contare che su se stessi.

12/06/19

Olivier Blanchard - L'Europa deve riformare le sue regole fiscali

 

Nel campo di battaglia tra il governo italiano e la Commissione europea, una voce di particolare prestigio si aggiunge agli economisti che sostengono  il nostro governo nella sua volontà di ridiscutere i vincoli di bilancio dell'Eurozona. Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo monetario internazionale, dopo avere in passato tardivamente ammesso gli errori commessi nel valutare l'impatto delle misure di austerità imposte alla Grecia, oggi sostiene in un articolo su Project Syndicate la necessità di alleggerire le regole di bilancio dell'eurozona e consentire ai paesi membri di effettuare politiche fiscali espansive tra loro coordinate. Non solo perché sono regole prive di valide ragioni, ma anche (e forse soprattutto) perché, dice, occorre arginare la marea montante dei populisti che potrebbero proporre le loro soluzioni "semplicistiche". 

 

 

 

Di  Olivier Blanchard, 10 giugno 2019

 

In un contesto di tassi di interesse persistentemente bassi e produzione al di sotto del potenziale, i responsabili delle politiche economiche devono ripensare quello che è l'approccio prevalente al debito pubblico. Per la zona euro, questo significa creare un bilancio comune, o almeno riformare le regole fiscali che hanno legato le mani dei governi degli stati membri senza una valida ragione.

 

All'inizio di quest'anno, ho sostenuto che nei paesi in cui i tassi di interesse sono estremamente bassi e il debito pubblico è considerato sicuro dagli investitori - ed è così reso meno costoso sia dal punto di vista fiscale che economico - potrebbero essere necessari maggiori deficit fiscali per compensare i limiti della politica monetaria. L'eurozona ha ora raggiunto questa fase.

 

Dopo la crisi finanziaria del 2008 e la successiva crisi dell'euro, la politica monetaria ha svolto un ruolo chiave per stabilizzare e rilanciare la zona euro. Ci sono voluti pragmatismo, creatività e talento politico da parte del presidente della Banca centrale europea Mario Draghi per realizzare questa impresa. Ma benché la politica monetaria non sia ancora esaurita, non ci si può aspettare che svolga di nuovo lo stesso ruolo.

 

Per contro, la politica fiscale, l'altra componente chiave di una sana gestione macroeconomica keynesiana, è stata sottoutilizzata, con il risultato che la produzione della zona euro non è ancora al suo livello potenziale. Questo è un problema urgente che non può essere risolto da un solo paese; richiede una risposta concertata della zona euro. Ma benché la necessità di un bilancio comune nella zona euro da cui attingere per finanziare ulteriori spese sia più urgente rispetto al passato, ciò comporterebbe una condivisione del rischio tra gli Stati membri politicamente difficile.

 

Tuttavia, ci sono altre misure che la zona euro potrebbe perseguire, a partire da una modifica delle regole fiscali. Con tassi di interesse così bassi, un limite del rapporto debito/PIL del 60% non è l'obiettivo giusto (se mai si cominciasse a perseguirlo). Non solo dovrebbe essere più alto, ma dovrebbe essere anche allentato il requisito secondo cui gli stati membri che superano il limite si debbano adeguare ad esso a una determinata velocità. Inoltre, poiché i responsabili delle politiche monetarie hanno poco spazio di manovra, l'Unione europea deve concedere ai governi maggiore libertà di stimolare la domanda attraverso la politica fiscale. Ciò significa anche allentare il limite del 3% del PIL sui deficit di bilancio.

 

Per sicurezza, ai governi non dovrebbe essere data carta bianca; ma nemmeno dovrebbero avere le mani legate così strettamente. Ciò di cui l'UE ha bisogno è una nuova filosofia delle regole. L'eurozona si è spinta così oltre nel porre vincoli su vincoli, partendo dal presupposto che i governi si comportino sempre in modo scorretto o cerchino sempre di imbrogliare, che a volte il risultato è incomprensibile.

 

Come primo passo, la Commissione europea dovrebbe smettere di gestire nel dettaglio le politiche fiscali degli stati membri. La Commissione dovrebbe intervenire solo quando un governo sta tendenzialmente accumulando un debito veramente insostenibile (cosa che può certamente accadere sotto una leadership irresponsabile). In caso contrario, il compito principale della Commissione dovrebbe essere quello di fornire informazioni ai mercati sulla salute dell'economia degli Stati membri e sul loro tendenziale percorso di indebitamento.

 

In questo modo, deciderebbero i mercati. Lo spazio fiscale, dopo tutto, è sotto gli occhi dell'investitore. Il Giappone ha un grosso debito pubblico, ma gli investitori non sembrano preoccupati; per l'Italia, dove gli investitori stanno chiedendo un grande premio per il rischio, è un'altra questione. La sfida per un governo di uno stato membro, quindi, non sarebbe più quella di compiacere la Commissione, ma di convincere gli investitori che sta operando in modo responsabile rispetto al debito.

 

(A questo proposito riportiamo per inciso la fondamentale osservazione di Wolfgang Munchau nella rassegna stampa di Eurointelligence sul pezzo di Blanchard: "Una cosa che manca all'analisi di Blanchard è la consapevolezza che lo spazio fiscale non dipende solo dagli investitori, ma dipende in maniera cruciale dal sostegno della banca centrale. Non è certo un caso che gli investitori non sembrino preoccupati per il grande stock di debito del Giappone. La banca centrale giapponese ha un impegno inequivocabile ad acquistare il debito del suo governo.")

 

Come secondo passo, la zona euro deve migliorare il coordinamento della politica fiscale e monetaria. (In realtà, questo sarebbe sempre stato necessario, ma ora la questione è particolarmente urgente.) In questa fase, la politica monetaria non può fare il lavoro da sola. Lo stimolo deve assumere la forma di un'espansione fiscale che compensi ciò che la BCE non può fare. Tuttavia nessun paese ha un incentivo a fare questo in maniera isolata, perché, con gli Stati membri così profondamente integrati, una parte dell'eventuale espansione fiscale andrebbe inevitabilmente persa sotto forma di maggiori importazioni.

 

Ciò che è necessario, quindi, è o un dispositivo di coordinamento attraverso il quale ogni paese si impegni a una maggiore espansione fiscale autofinanziata, o, preferibilmente (ma è una questione più controversa), un bilancio comune, finanziato da eurobond, che possa essere utilizzato per finanziare maggiori spese in ogni paese, quando e se necessario.

 

La posta in gioco è alta. Senza aumentare i limiti sul debito e senza un migliore coordinamento - attraverso un nuovo dispositivo o un bilancio comune - la politica fiscale resterà troppo restrittiva, l'attività economica troppo depressa e il rischio che i populisti vengano fuori con soluzioni semplicistiche è troppo elevato. Questa è l'ultima cosa di cui la zona euro ha bisogno.