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20/03/19

Selmayrgate: conflitto di interessi, menzogne… e suicidio

Una indagine giornalistica di Jean Quatremer, prestigioso collaboratore del quotidiano francese Libération, rivela il collegamento tra  il suicidio di un alto funzionario dell'ufficio legale della Commissione europea, l'italiana Laura Pignataro,  e la nomina a segretario generale della Commissione del potente tedesco Martin Selmayr, messo alle costole del traballante Juncker per volontà dei tedeschi in violazione di tutte le procedure legali. Il caso del suicidio è stato rapidamente chiuso, ma testimonianze raccolte dal giornalista rivelano come la Pignataro fosse fortemente sotto pressione per essere stata costretta a difendere contro ogni evidenza la legalità delle procedure della nomina davanti al Parlamento europeo.  Un caso che rivela la gestione collusa e opaca, se non decisamente criminale, delle istituzioni europee e il livello umano e morale delle persone che le compongono.

Ora, in seguito a questo articolo di Libération, sembra che si stia muovendo qualcosa. E che in prossimità delle elezioni qualcuno senta l'urgente bisogno di ripristinare la fiducia del popolo nelle istituzioni europee...

 

 

di Jean Quatremer, corrispondente a Bruxelles per Libération — 14 marzo 2019

 

Traduzione per Vocidallestero di Luca Fantuzzi

 

Laura Pignataro si è suicidata il 17 dicembre. Alto funzionario del servizio legale della Commissione europea era stata costretta a difendere la nomina, viziata di irregolarità, di Martin Selmayr (vecchio capo di gabinetto di Jean-Claude Juncker) a segretario generale dell’istituzione.


 

Bruxelles, 17 dicembre 2018, 7,30 di mattina. Laura Pignataro chiede a Lorenza B., l’amica presso cui alloggia da qualche giorno, di accompagnare la figlia di 14 anni alla fermata dello scuolabus. Si giustifica dicendo di non sentirsi bene. Una volta che le due donne si sono allontanate, Laura Pignataro sale all’ultimo piano del palazzo e si getta nel vuoto. Muore sul colpo. La polizia belga conclude rapidamente per un suicidio. Uno in più, in un Paese particolarmente toccato da questo flagello (tra 140 e 200 all’anno, a Bruxelles). Perché questa italiana di 50 anni si è suicidata? Nessuno lo saprà mai con certezza, perché non è stata lasciata neppure una parola.


 

Fine della storia? Non proprio. Perché Laura Pignataro era una che contava, nella «bolla europea». Questa brillante giurista italiana, figlia di un alto magistrato, formatasi in Italia, negli Stati Uniti, in Francia e in Spagna, faceva parte del gruppo assai ristretto degli alti funzionari della Commissione. Direttrice, uno dei primi tre posti della funzione pubblica europea, lavorava dal 1992 alla Commissione e dal 1995 all’interno del suo prestigioso servizio legale (SL). A giugno 2016 è stata promossa a capo della direzione delle risorse umane del SL, chiaramente per garantire la legalità delle nomine. È proprio questa funzione che le ha fatto giocare un ruolo chiave nella gestione dell’affare Martin Selmayr, dal nome del vecchio capo di gabinetto tedesco del Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker che il 21 febbraio 2018 è stato catapultato al posto di segretario generale dell’istituzione, la torre di controllo da cui tutto passa (o… trapassa), in violazione delle regole dello statuto della funzione pubblica europea. Un scandalo, sollevato proprio da Libération, che non smette di provocare reazioni: dopo aver denunciato un vero “colpo di stato” nell'aprile 2018, il 13 dicembre il Parlamento europeo ha chiesto  le dimissioni di Selmayr con una maggioranza schiacciante del 71% dei voti.


 

«Panico».


 

Col suicidio di Laura Pignataro, è un ingranaggio essenziale del caso che scompare. Tutto inizia, per la direttrice del SL, il 28 febbraio 2018, quando la commissione per il controllo del bilancio del Parlamento europeo, di fronte all’ampiezza dello scandalo mediatico, apre un’inchiesta sul «Selmayrgate» e invia una lista di 134 domande alla Commissione. «Si è diffuso il panico all’interno», racconta un eurocrate: «Il problema è che il servizio legale non era stato informato in anticipo della nomina di Selmayr, come peraltro avrebbe dovuto essere […], e questo perché sapevano che si sarebbe opposto a questo inganno.»


 

Ma, a quel punto, non c’era altra scelta che chiamarlo in aiuto per cercare di giustificare giuridicamente una nomina puramente politica. Il compito si annuncia impossibile. Come giustificare che Juncker e Selmayr avessero tenuto il segreto per più di due anni sul prepensionamento progettato dal segretario generale uscente, l’olandese Alexander Italianer? Perché la sua decisione di andare in pensione è stata annunciata soltanto il 21 febbraio 2018, in piena riunione del collegio dei 28 commissari, dopo la nomina al posto di segretario generale aggiunto di Martin Selmayr?


 

Una riunione per redigere le risposte è convocata il 24 marzo 2018 alle 2 e mezzo del pomeriggio dal gabinetto Juncker. Attorno alla tavola si trovano sedute 10 persone tra cui, per il servizio legale, lo spagnolo Luis Romero, direttore generale, il tedesco Bernd Martenczuk, suo assistente, e Laura Pignataro. Ma, nel bel mezzo della riunione, Martin Selmayr, accompagnato dalla sua anima nera, Mina Andreeva del servizio stampa, entra in sala. Romero si alza immediatamente, e lascia la sala. Perché l’arrivo del segretario generale in una riunione consacrata a elaborare la sua difesa costituisce un patente conflitto di interessi. L’art. 11-bis dello statuto dei funzionari dispone che «nell’esercizio delle sue funzioni il funzionario non tratta affari in cui abbia, direttamente o indirettamente, un interesse personale». Invece che andarsene, Romero avrebbe dovuto esigere che Selmayr lasciasse la sala, cosa che non ha fatto. E la Pignataro non ha osato seguirlo: «Romero l’ha freddamente abbandonata alla deriva. L’ha lasciata sola», dichiara un testimone. Il fatto che lei fosse stata nominata al suo posto nel giugno 2016 dallo stesso Selmayr probabilmente spiega perché sia rimasta. Lui stesso giurista, è stato Selmayr a dettare le risposte quel 24 marzo…


 

Come era facile attendersi, gli eurodeputati non si sono assolutamente convinti della validità degli argomenti della Commissione. Scrivono una seconda serie di 61 domande. Le risposte sono preparate il 2 aprile 2018 dalla stessa équipe e, come la prima volta, Selmayr è presente. «Laura, uscendo da quelle riunioni, era arrabbiata nera: sapeva di aver partecipato a un conflitto di interessi illegittimo», confida uno dei suoi amici. «È una giurista esageratamente leale con la sua istituzione, una che non è per nulla politica. Ha compreso subito che la nomina di Selmayr era illegale, ma ha cercato comunque di cautelarsi coprendo una violazione della legge. In questo secondo incontro, Laura gli dice chiaramente che quello che stava facendo era uno scandalo, ma che lo stava facendo per l'istituzione. Il Parlamento resta insensibile alle bizzarre spiegazioni di Selmayr e della sua squadra. Nella risoluzione votata il 18 aprile, chiede che la nomina di Selmayr sia «valutata nuovamente». La Commissione rifiuta seccamente: per l’istituzione, «tutto è stato fatto nelle regole».


 

La forzatura del diritto


 

A maggio, è il turno della mediatrice di entrare in gioco. L'irlandese O'Reilly inizia la sua indagine in un'atmosfera di tensione. Chiede l'accesso al server della Commissione. Respinto. Richiede quindi la trasmissione di tutte le e-mail relative alla nomina di Selmayr. Nuovo rifiuto. Ma, a quel punto, Laura Pignataro va oltre: ritiene suo dovere di rispondere alle domande della mediatrice. «"Non posso mentirle, è impossibile, ho dato tutti i dossier alla mediatrice", mi ha raccontato», ricorda uno dei suoi intimi collaboratori. Selmayr non viene immediatamente a conoscenza del «tradimento» di quella che considera il suo scudo legale. Pubblicata il 4 settembre, la relazione della mediatrice è schiacciante: risulta che la nomina di Selmayr a Segretario Generale sia stata preparata nel gennaio 2018 e che non sia mai stata messa in dubbio da coloro che fingevano di partecipare a una procedura di reclutamento fasulla sin dall'inizio. C’è tutto: le mail interne, i documenti Word modificati ora per ora… Per Emily O’Reilly, «lo spirito e la lettera» delle regole dell’Unione sono state violate e la procedura di nomina «manipolata». Selmayr realizza allora che la Pignataro è all’origine della fuga di notizie. La incarica di rispondere alla mediatrice e le impone di non parlarne a nessuno. Eccola di nuovo obbligata a mentire. Il segretario generale la chiama a volte nel bel mezzo della notte per darle le proprie direttive… le risposte sono pubblicate il 4 dicembre. Laura Pignataro non ne può più di violare così la legge e di mentire. Il 12 dicembre, secondo le confidenze fatte al proprio entourage, afferma di aver «sbagliato carriera»: «Sono finita. Non puoi immaginare cosa sono stata obbligata a fare in queste ultime settimane.» Secondo questa fonte, «era terrorizzata dall’ostilità di Selmayr». Il giorno successivo, una delle persone a lei vicina racconta che «le sue parole erano diventate incoerenti».  Laura spiega che «non aveva registrato le sue presenze e la sua carriera era finita». Quattro giorni dopo, si butta nel vuoto. Il direttore generale del servizio legale, Luis Romero, viene a sapere del suo suicidio nel corso di una riunione coi suoi direttori alle 9,25. Non dice nulla e lascia la riunione. Gli eurocrati del servizio legale scoprono il dramma attraverso un messaggio pubblicato sulla loro intranet e non sulla linea generale: «Luis Romero si duole di dover comunicare la triste notizia del decesso di Laura Pignataro.»


 

Né Martin Selmayr, né Günther Oettinger, il commissario all’amministrazione, né Jean-Claude Juncker riterranno utile inviare le loro condoglianze alla famiglia, o assistere (o almeno farsi rappresentare) alla cremazione, che ha luogo il 21 dicembre a Bruxelles. In compenso, «quel giorno tutti i funzionari hanno ricevuto un messaggio di Selmayr che augurava a tutti buone feste. Eravamo scioccati», racconta uno degli amici di Laura Pignataro. Stessa assenza il 31 gennaio, alla cerimonia organizzata in sua memoria… Eppure Selmayr conosceva Pignataro, avendola nominata nella posizione che ricopriva e avendoci lavorato insieme per 10 mesi. E tutti ricordano che Juncker non ha esitato ad assistere, il 27 ottobre 2016, alle esequie di Maria Ladenburger, la figlia di un consigliere giuridico della Commissione, stuprata e assassinata da un richiedente asilo afgano. Per Laura, solo indifferenza. Una volta scoperta la sua morte, i servizi di sicurezza della Commissione mettono il suo ufficio sotto chiave. Lo è ancora oggi. Peraltro, l’inchiesta della polizia  belga è stata completata in pochi giorni. L’esecutivo della UE rifiuta di dire se sono state portate avanti delle indagini interne sulle ragioni di questo suicidio: burn-out? Mobbing? Problemi personali? Domande che ogni datore di lavoro si dovrebbe porre, tanto più che il servizio legale ha conosciuto 6 suicidi in 12 anni (su 250 persone circa). «Dal punto di vista umano, la Commissione è un luogo orribile», confida un direttore dell’istituzione. A dicembre 2017 Selmayr dichiarava a Libération: «Si esagera molto la mia brutalità, quando invece la brutalità è parte integrante della casa.»


 

Alle nostre domande, Alexander Winterstein, portavoce aggiunto, ha risposto: «Si tratta di una questione interamente privata. Non ho alcun commento da fare.» Abbiamo mandato una seconda serie di domande. La risposta, da parte di un Luis Romero devastato, è stata più umana: «Laura Pignataro era una eccellente e brillante giurista e una collega molto apprezzata in seno alla Commissione europea. Il suo decesso è stato uno choc per tutti i colleghi che hanno avuto il privilegio e la fortuna di conoscerla e di lavorare con lei.» Ma nulla sull’assenza di condoglianze o l’eventuale mobbing di cui potrebbe essere stata vittima Laura Pignataro : «Non vogliamo fare commenti su queste speculazioni senza fondamento che sollevi nel tuo messaggio.»

 

«Un posto orribile»

 

Ci sono ragioni diverse da quelle professionali che avrebbero potuto spiegare il suo gesto? Coloro che abbiamo intervistato descrivono una donna amante della vita, ambiziosa, sportiva. «Il suo gesto è difficile da comprendere, era serena, forte ed energica, ricorda uno dei suoi vecchi responsabili, Giuliano Marenco, direttore generale aggiunto del servizio legale, oggi in pensione. Non dava l’impressione di essere sopraffatta da alcunché.» La sua situazione personale era complicata. Il marito, Michel Nolin, un francese funzionario del servizio legale, era da anni in guerra con la Commissione ritenendo di non aver avuto la carriera che si sarebbe meritato. Ha addirittura fatto ricorso innanzi alla Corte di giustizia (e ha perso). Ora, sua moglie era stata nominata in un posto dove rischiava di dover trattare il caso del marito, posizione quantomeno non confortevole. I rapporti della coppia si erano talmente deteriorati che Laura Pignataro si era rifugiata a casa della sua amica con la figlia pochi giorni prima il suo gesto fatale. La figlia, d’altronde, non è stata affidata al padre, ma al fratello della defunta. Il bando per il posto della Pignataro è stato pubblicato il 4 marzo, quasi tre mesi dopo la sua morte. Sappiamo già che Selmayr nominerà uno dei suoi fedelissimi, tedesco come lui. Il nuovo direttore sarà il primo ad avere accesso al computer di Laura Pignataro.

14/02/17

Sapir: DECODEX e il Ministero della Verità

 Jacques Sapir su Russeurope denuncia lo stile orwelliano del "Decodex", un particolare motore di ricerca recentemente lanciato dal sito del quotidiano francese Le Monde, che pretende di indicare ai lettori quali siti di informazione sono affidabili e quali no, con un sistema a quattro colori: rosso, arancione, blu, verde. Con il risultato prevedibile che verdi, cioè "affidabili", sono solo i siti in sintonia con la posizione ideologica del giornale. Mentre impazza in Europa e negli Usa la nuova caccia alle streghe contro le presunte fake-news - paradossale, in un contesto in cui la menzogna domina nei media ufficiali più importanti - avvenimenti come il lancio di questo Decodex ne rivelano con chiarezza sempre maggiore lo scopo reale.

 

di Jacques Sapir, 9 febbraio 2017

Il sito web del quotidiano Le Monde ha lanciato nei giorni scorsi, uno "strumento" chiamato "Decodex", che dovrebbe consentire agli utenti dei diversi siti di discernere la verità dalla menzogna.

Nessuno qui contesta la necessità di verificare le fonti. Si potrebbe supporre che questo strumento sia un onesto tentativo di aiutare il lettore. Ma in realtà quello che risulta è che si tratta di uno strumento ideologico, che serve sia all'autopromozione del quotidiano (il che si può anche capire, senza per questo approvarlo), sia, ed è su questo punto che l'intera operazione è molto più discutibile, come uno strumento di vaglio ideologico. Sostenendo di combattere contro quelle che sono chiamate le "fake news", cioè la moltiplicazione di notizie false, i giornalisti di Le Monde non hanno trovato di meglio da fare che reinventare l'Indice dei libri proibiti del Vaticano. A quando l' imprimatur?

Il Decodex si presenta come un motore di ricerca utilizzabile da chiunque. Il sistema classifica i siti da verdi (garanzia di informazione "buona") a rossi (sito ritenuto pericoloso), passando per l'arancione (sito poco serio) e il blu (sito di satira). Sennonché, per far funzionare un sistema come Decodex, è necessario preliminarmente fare un elenco dei siti di informazione ritenuti o meno raccomandabili e una lista dei criteri da usare per valutare e giudicare la credibilità di questo o quel sito. E qui entriamo in un territorio in cui gioca alla grande la soggettività ideologica dei giornalisti di Le Monde. Attribuendo i colori - che sia verde, arancione o rosso - Le Monde si arroga il diritto di ergersi a giudice, mentre lui stesso non è che - e nessuno glielo rimprovera - un giornale d'opinione, giornale che difende le sue idee, ma idee che rappresentano solo la sua soggettività. Quello che infastidisce, quello che sorprende di questa invenzione di Le Monde è che il giornale si è così attribuito il ruolo di censore del Web, delle informazioni online. Si appropria così di un potere che potrebbe, al limite, appartenere a una commissione indipendente, o al CSA (Conseil supérieur de l'audiovisuel, Consiglio superiore dell'audiovisivo, ndt), ma certamente non a un giornale che è una parte in gioco nel campo dell'informazione e non può quindi pretendere di avere l'imparzialità necessaria per una simile funzione.

La dimensione ideologica dell'operazione si rivela quando si esamina un po' questo Decodex. Si constata allora che le fonti dell'establishment dei media (i giornali con cui Le Monde ha collaborazioni, apertamente o implicitamente) sono sempre verdi. Gli altri sono di colore arancione e rosso, in particolare le fonti cosiddette alternative. È qui che si rivela la dimensione "monopolista"  dell'operazione. In un mondo dove il giornalismo tradizionale è messo in discussione, perché chiunque può, a suo piacimento, creare un sito d'informazione, l'operazione Decodex si rivela come lo sforzo un po' puerile ed evidentemente disperato di alcuni giornalisti per assicurarsi il monopolio dell'informazione. Sarebbe stato più utile, e più vantaggioso per tutti, che questi cosiddetti giornalisti si interrogassero sulle ragioni della loro perdita di lettori. Ma su questo tipo di autocritica, è meglio non illudersi: chiaramente, non ne sono capaci.

Vediamo un esempio eloquente. Il mio blog ha ottenuto, come il blog di Olivier Berruyer, la classifica di arancione. Olivier però ha risposto in modo pungente ai guardiani di Decodex. La classificazione è stata motivata con un esempio di "notizie false" che Le Monde presenta in questo modo: " ... a volte riferisce informazioni false, negando la presenza di truppe russe in Ucraina nel 2014, benché fosse stata accertata." Se questi "giornalisti" avessero fatto il loro lavoro, avrebbero potuto constatare che non avevo affatto negato la presenza di soldati russi a Donetsk e Lugansk, ma che, citando in particolare un generale americano di stanza presso la NATO, avevo segnalato che la presenza di militari russi non era in grado di spiegare le vittorie riportate dalle forze della DNR e LNR nel settembre 2014. Ma è chiaro che qui la verità importa poco ai giornalisti di Le Monde. Chi vuole annegare il suo cane lo accusa di avere la rabbia.

Sarebbe facile anche ribattere che lo stesso Le Monde ha pubblicato notizie false o non confermate, come ha dimostrato Vincent Glad in un articolo sul sito di  Libération [1]. Lo stesso Le Monde ha ripreso recentemente la notizia falsa di un'azione di hackeraggio dei russi contro una centrale elettrica negli Stati Uniti. Allora perché non attribuire allo stesso Le Monde l'arancione nella classifica di Decodex ?

Aude Lancelin si è scagliata contro questa operazione di Le Monde, e si può pensare che probabilmente finirà con lo screditare in misura anche maggiore la stampa tradizionale. In realtà, una rapida scorsa dei diversi siti coinvolti mostra che i potenziali utenti del Decodex lo utilizzano in modo opposto rispetto a quello che volevano i giornalisti di Le Monde. I contatti di questi blog sembrano essere aumentati e tutto sembra mostrare che il lettore consideri "sospetta" una classificazione verde che dovrebbe segnalare la "buona" informazione, e ricerchi proprio i siti segnalati da Decodex come "sospetti". Se questo è confermato, avremmo il risultato paradossale di un'operazione organizzata di diffamazione, per usare il linguaggio del Ministero della giustizia, che si ritorce contro i suoi stessi autori...

Al di là di questo, Decodex pone un problema fondamentale. Nessuno può certificare la "verità". Alcuni fatti possono essere ragionevolmente stabiliti, ma sempre sapendo che resta comunque un margine di incertezza.

L'interpretazione di questi fatti, però, si differenzia a seconda delle opinioni, della soggettività di ciascuno, delle diverse ricerche che possono essere fatte. Qui rimando il lettore ai miei molti post sul tema della disoccupazione in Francia, e sull'abuso da parte dei giornalisti della famosa "categoria A" della DARES (una categoria di disoccupati utilizzata dall'istituto francese di statistica - DARES, Direction de l'animation de la recherche des études et des statistiques ndt). Nessuno può decidere di avere il monopolio della verità e dell' informazione; non si può certificare una "verità", né metterla sotto diritto d'autore. È per questo che l'intera operazione Decodex si rivela in realtà abbastanza nauseante, per quello che descrive dell'immaginario dei suoi autori. Non ci si deve, dunque, meravigliare del costante calo di lettori di questa stampa che continua a screditarsi in modo così costante e regolare. Questa stampa che ormai è arrivata a mescolare il ridicolo alla vergogna.

A nessuno può sfuggire il sapore "orwelliano" del Decodex. C'è un "Ministero della Verità" all'opera in quello che hanno fatto i giornalisti di Le Monde.

 

[1] Glad, V. " Qui décodexera le Décodex? De la difficulté de labelliser l'information de qualité" ("Chi decodexerà il Decodex? Sulla difficoltà di certificare l'informazione di qualità"), post del 3 febbraio 2017.