Il giornale britannico The Independent riassume i risultati di un report del CEPR, think tank statunitense, che alza coraggiosamente la voce contro l’illegalità delle sanzioni che gli Stati Uniti hanno messo in atto da due anni contro il Venezuela per rovesciarne il governo, e che appaiono strettamente correlate con un forte aumento della mortalità e con la diffusione della miseria nel Paese. Simili posizioni erano state recentemente esposte anche dall’ONU. Sono affermazioni importanti, perché espresse all’interno dei paesi occidentali, e significative, perché contrastano con la visione continuamente propagandata dai nostri media, secondo i quali l’unico, esclusivo e indiscutibile responsabile di ogni emergenza umanitaria in Venezuela sarebbe il presidente Maduro.
di Andrew Buncombe, 26 aprile 2019
Potrebbe ammontare a 40.000 il numero delle persone morte in Venezuela a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, che hanno reso più difficile per la gente comune avere accesso al cibo, ai medicinali e alle apparecchiature mediche, secondo quanto descritto da un nuovo report.
Il rapporto, pubblicato dal Centre for Economic and Policy Research (CEPR), un centro studi di ispirazione progressista con sede a Washington, sostiene che queste morti sarebbero avvenute in seguito all’imposizione delle sanzioni a partire dall’estate del 2017. Sostiene inoltre che la situazione è probabilmente peggiorata con l’imposizione di ulteriori e più dure sanzioni all’inizio di quest’anno, sanzioni che hanno colpito l’industria del petrolio, di vitale importanza per il Venezuela, e che rappresentano parte dello sforzo compiuto dall’amministrazione Trump per cacciare il presidente Nicolas Maduro.
“Le sanzioni stanno privando i venezuelani di medicinali salvavita, apparecchiature mediche, cibo e altri beni di importazione essenziali”, dice il report firmato da Jeffrey Sachs, noto economista della Columbia University, e Mark Weisbrot. “Questo è illegale sia secondo le leggi statunitensi sia secondo quelle internazionali, ed è illegale in base ai trattati firmati dagli stessi USA. Il Congresso dovrebbe decidersi a fermare tutto questo”.
Gli autori del report basano le loro stime sui dati relativi all’aumento della mortalità secondo l’indagine nazionale venezuelana sulle condizioni di vita, nota con la sigla “Encovi”. L’indagine sulle condizioni di vita viene condotta annualmente da tre diverse università del Venezuela. Da questa indagine si evince un aumento del 31 per cento nella mortalità generale tra il 2017 e il 2018, con un totale di oltre 40.000 morti in più.
Weisbrot, co-fondatore del CEPR, ha detto all’Independent che gli autori non possono dimostrare direttamente che queste morti “in eccesso” siano la conseguenza delle sanzioni. Tuttavia afferma che questo aumento è stato parallelo all’imposizione delle sanzioni e al crollo della produzione di petrolio, che da decenni è un pilastro dell’economia venezuelana.
“Non è possibile dimostrare uno scenario controfattuale”, dice Weisbrot, “però queste morti in eccesso nel periodo considerato non hanno nessun'altra spiegazione identificabile”.
Le sanzioni dell’agosto 2017 hanno impedito al governo venezuelano di prendere denaro in prestito dai mercati finanziari statunitensi, e hanno impedito la ristrutturazione del debito estero, dice il report.
“A seguito dell’ordine esecutivo dell’agosto 2017 la produzione di petrolio è crollata, diminuendo di oltre tre volte rispetto al tasso dei venti mesi precedenti”, ha aggiunto. “Questo è ciò che ci si può aspettare a seguito della perdita dell’accesso al credito e conseguentemente della possibilità di coprire le spese di manutenzione e le operazioni, e di attuare gli investimenti necessari a mantenere i livelli di produzione. Questo declino accelerato nella produzione di petrolio avrebbe causato una perdita di sei miliardi di dollari nei proventi petroliferi durante l'anno seguente”.
Il report afferma che dall’inizio dell’imposizione delle nuove sanzioni contro l’industria del petrolio, la situazione si è fatta più difficile per la gente comune.
Gli Stati Uniti hanno rapporti tesi col Venezuela da decenni, nonostante il paese sudamericano sia storicamente uno dei maggiori fornitori di greggio. Le relazioni si sono compromesse sempre di più dopo l’elezione di Donald Trump.
All’inizio dell’anno Trump ha riconosciuto il leader dell’opposizione Juan Guaidò come legittimo presidente del Paese e lo ha sostenuto nel tentativo di formare un governo parallelo.
Gli Stati Uniti hanno ammesso che le sanzioni dovevano servire alla cacciata di Maduro, che ha ottenuto un secondo mandato come presidente con le elezioni dello scorso anno, elezioni che però non sono state riconosciute da molti paesi occidentali, nonostante diversi osservatori indipendenti ne abbiano giudicato corretto e legittimo lo svolgimento.
I critici del leader venezuelano dicono che Maduro è stato a guardare mentre l’economia crollava e più di tre milioni di persone hanno abbandonato il paese per sfuggire alla mancanza di generi alimentari e al caos. Il governo Maduro è stato accusato di essere sempre più autocratico e di basarsi sulla lealtà politica in cambio di generi di sussistenza e altri beni.
Durante un comizio a Miami, in febbraio, Trump ha esortato i vertici dell’esercito venezuelano alla diserzione. “Maduro non è un patriota venezuelano, è un burattino di Cuba”, ha detto Trump.
Non è la prima volta che viene levata una voce di denuncia sull’impatto umanitario delle sanzioni USA. In gennaio un report speciale dell’ONU firmato da Idriss Jazairy aveva detto che le sanzioni “possono portare alla fame, alla mancanza di medicinali, e non sono la risposta alla crisi in Venezuela”.
“La coercizione, sia essa militare o economica, non deve mai essere usata per cercare di cambiare un governo in uno stato sovrano”, ha detto. “L’uso delle sanzioni da parte di potenze esterne al fine di rovesciare un governo eletto è una violazione di tutte le norme del diritto internazionale”.
Nel frattempo Alfred de Zayas, ex relatore speciale dell’ONU, che ha finito il mandato in marzo, ha accusato gli USA di essersi impegnati in una “guerra economica” contro il Venezuela, che secondo lui ha danneggiato l’economia e ucciso molti venezuelani.
Alla richiesta di commentare il report secondo il quale le sanzioni di Washington avrebbero ucciso decine di migliaia di persone, il dipartimento di Stato USA ha dichiarato che “come gli stessi autori ammettono, il rapporto è basato su speculazioni e congetture”.
“La situazione economica in Venezuela è in peggioramento da decenni, come gli stessi venezuelani confermano, a causa dell’inettitudine e della cattiva gestione di Maduro. Quest’ultimo assieme ai suoi amici corrotti sono gli unici responsabili delle sofferenze del popolo venezuelano e della fuga di oltre tre milioni di cittadini verso altri paesi, oltre agli innumerevoli morti”, ha dichiarato il portavoce del dipartimento di Stato.
“Le nostre sanzioni sono state una risposta alla corruzione, alla cattiva gestione, agli abusi, e stanno servendo a togliere al regime di Maduro i fondi che questo usa per reprimere il popolo del Venezuela”.
Il report del CEPR afferma che: “[Le sanzioni USA] rispecchiano esattamente la definizione di pena collettiva inflitta a una popolazione civile, così come descritta sia dalla convenzione internazionale di Ginevra che da quella dell'Aia, di cui gli Stati Uniti sono sottoscrittori. Queste sanzioni sono illegali secondo il diritto internazionale”.
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10/05/19
15/11/18
The Independent - Perché Macron fallirà come ha fallito Renzi
L’illustre professore Ashoka Mody su The Independent conferma nel caso di Macron quanto già vissuto da Renzi e altri leader europei: seguire le ricette economiche europee porta inevitabilmente alla perdita irrimediabile del consenso politico interno. Oltre a essere un monito per Macron e per gli altri leader politici dopo di lui, questa evidenza mette a nudo la contraddizione inconciliabile tra i fondamenti della costruzione europea e le democrazie dei singoli paesi europei. La sopravvivenza di una delle due cose passerà dalla soppressione dell’altra. Ogni cittadino è libero di scegliere tra la democrazia e la fede incondizionata nel “sogno” europeo.
Di Ashoka Mody, 12 novembre 2018
Nel maggio del 2017, il trentanovenne Emmanuel Macron è stato eletto Presidente Francese con un largo consenso del 62%.
The Guardian descrisse la vittoria come un voto alla speranza. Celebrando il pro-europeismo di Macron, il giornale tedesco Handelsblatt scrisse: “C’è una rinnovata speranza per il Progetto Europeo.” La copertina di The Economist mostrava Macron che camminava sull’acqua.
Macron generò l’aspettativa che avrebbe risollevato l’economia francese moribonda e, a partire da questo punto di forza interna, avrebbe portato nuovo vigore all’integrazione europea.
Al contrario, 18 mesi dopo, il suo consenso è precipitato sotto il 30%. I sondaggi stanno iniziando a riflettere questo consenso personale in declino. Anche se Macron sta facendo piani grandiosi di guidare una nuova forza politica al Parlamento Europeo il prossimo anno, il suo tallone d’Achille in patria continua a indebolirlo.
In maggio, il movimento guidato da Macron “La République En Marche! (LREM)/Mouvement Democrate (MoDem)”, che era dato al 27% dei consensi, aveva 10 punti di vantaggio rispetto all’estrema destra del Rassemblement National (RN); oggi, il LREM/MoDem è dato al 19% ed insegue il RN che è invece al 21%.
Nonostante venga ancora osannato all’estero, le fortune di Macron in patria sono finite, perché ha seguito discutibili politiche “trickle-down”, che hanno ripetutamente fallito nell’intento di riportare ottimismo tra i cittadini alle prese con difficoltà e incertezze economiche. Di conseguenza, in modo piuttosto opportunistico, Macron ha tentato di appagare gli ansiosi collegi elettorali nazionali con politiche strettamente nazionalistiche.
Queste hanno anche messo fine a qualsiasi possibilità che Macron possa portare avanti un’agenda pro-Europa. Macron farebbe bene a imparare la lezione dalla discesa negli abissi politici dell’ex primo ministro italiano Matteo Renzi.
Anche Renzi aveva 39 anni quando divenne primo ministro. La cancelliera tedesca Angela Merkel lo accolse come un “mattatore”. Lui si immerse nella parte, vestendo come un ribelle alla moda con jeans e giacca di pelle.
Renzi si vantava che un’Italia dinamica sarebbe stata “una dei leader d’Europa”. The Guardian considerava Renzi come l’uomo che avrebbe “salvato l’anima dell’Europa”. Ma Renzi adottò anche politiche interne fallimentari e compromise le coalizioni necessarie per portare avanti la sua agenda.
Una cosa che li accomuna, e fonte in definitiva fonte comune di sconfitta, è che Macron, e forse ancor di più Renzi, avevano in mano delle brutte carte. Avevano ereditato economie in cattiva salute che alimentavano il malcontento sociale e politico.
Il reddito pro capite francese è rimasto allo stesso livello dell’inizio della crisi globale finanziaria del 2007; la disoccupazione è appena al di sotto del 9% e la disoccupazione giovanile è persistente.
Per molti cittadini francesi, il sistema scolastico fa molto poco per aiutarli a scalare il sistema sociale. In tutti questi aspetti, i problemi italiani sono molto più profondi. Non c’è alcuna prova che le politiche di Macron aiuteranno la crescita. Egli usa un mantra usurato di fare pomposi proclami riguardo le agevolazioni fiscali che prevede per i francesi ricchi: “se vuoi condividere una torta, la prima cosa necessaria è avere la torta”.
Se i tagli alle tasse (ai ricchi NdVdE) producano crescita è da stabilire, ma aumentano sempre il senso di ingiustizia sociale. Le “riforme” del mercato del lavoro di Macron - che rendono più semplice licenziare i lavoratori - aumentano i lavori precari e di breve durata, da alcuni mesi a poche ore. Le imprese perdono qualsiasi incentivo ad investire nei propri dipendenti, e la crescita della produttività scende. Il senso di ingiustizia sociale e di vulnerabilità economica aumenta. E ora, la tassa pro-ecologista che ha proposto sulle auto diesel ha provocato un’altra tempesta.
Il leader conservatore dell’opposizione, Laurent Wauquiez, si è affrettato ad alimentare la rabbia interna: “Bisogna essere completamente staccati dalla realtà per non capire che tassare i diesel significa tassare i francesi che lavorano”. Gli scioperi nazionali previsti per sabato hanno il sostegno del 78% della popolazione francese. Ormai etichettato come il “presidente dei ricchi”, la base del consenso di Macron si è ristretta a pochi professionisti istruiti e di successo che lavorano e vivono nelle grandi città.
A discapito della sua giovane età, Macron fatica ad attirare la gioventù francese. I tentativi del governo di Macron di implementare maggiore equità nel sistema di istruzione francese è la miglior speranza di crescita e maggiore giustizia. Tuttavia, la riforma del sistema scolastico è un compito generazionale. Lo sforzo è reso più duro dall’incapacità politica di tagliare i privilegi radicati e riallocare le spese governative verso l’istruzione.
Quindi, le probabilità che Macron si rivelasse un salvatore europeo sono sempre state scarse. Nonostante i suoi discorsi tanto celebrati, Macron affronta l’integrazione europea con un occhio di riguardo verso la politica interna francese.
Questa situazione ha prevedibilmente aggravato le divisioni europee. Macron si è inimicato i governi dell’est Europa, cercando di limitare i “lavoratori distaccati”: in genere dipendenti di fornitori di servizi provenienti dall’est Europa. Nonostante il numero di questi lavoratori sia decisamente basso, Macron ha affermato che il loro piccolo pacchetto retributivo costituiva un “dumping sociale”, e pertanto danneggiava i lavoratori francesi.
Sulla questione estremamente divisiva dell’immigrazione, la polizia francese sale a bordo dei treni che arrivano dall’Italia per cercare e respingere gli immigrati, ridepositandoli oltre la frontiera italiana.
L’ispezione dei treni in arrivo mette a repentaglio anche il sistema di Schengen che permette di passare da un paese all’altro dell’Europa senza passaporto. Il recente discorso di Macron contro un’Europa “ultra-liberale” è un altro tentativo di ottenere consenso politico interno. Il suo proclama, “serve un’Europa che protegge”, o è solo uno slogan vuoto, oppure richiede di ripensare profondamente l’attuale sistema di frontiere aperte dell’Europa.
Per peggiorare le cose, il suo tormentare cinicamente i leader italiani per il loro rifiuto di adempiere alle loro responsabilità umanitarie verso gli immigrati e il suo accusare i leader dell’Europa dell’est di promuovere il proprio interesse nazionale, Macron ha peggiorato il problema enormemente difficile di condividere gli immigrati tra le nazione europee. Con una statura nazionale fortemente ridotta e pochi alleati in Europa, l’iniziativa tanto lodata di Macron di rafforzare le difese dell’eurozona durante le crisi finanziarie si è prevedibilmente arenata.
Nonostante la Cancelliera tedesca Angela Merkel abbia consentito, in linea di principio, di cooperare con Macron, il rinato sentimento nazionalista tedesco e l’opposizione all’interno del suo circolo conservatore, limitano fortemente quello che la Merkel può fare. Altri paesi del nord con una tendenza conservatrice in materia fiscale, in particolare l’Olanda, e le nazioni dell’Est Europa, si sono opposti ad ogni iniziativa che richieda loro di finanziare altri governi europei. L’agenda europea di Renzi era limitata ma legittima: voleva ammorbidire le regole fiscali che richiedono austerità durante le recessioni economiche e, quindi, approfondiscono le recessioni. Tuttavia, le Sante Regole sono rimaste fermamente incastonate sul loro piedistallo.
Creare una coalizione per cambiare l’Europa è quasi impossibile. Tuttavia, come nel caso di Macron, il vero fallimento di Renzi è stato in patria, dove anche lui ha seguito la tradizionale ricetta europea di “riforme del mercato del lavoro”. Renzi ha rapidamente perso consenso interno, specialmente tra gli italiani giovani. Ancora sofferenti per gli alti tassi di disoccupazione della brutale crisi economica italiana, pochi italiani hanno creduto che l’aumento del numero di nuovi lavori altamente precari sarebbe diventato una pietra angolare di un’economia stabile. La fine di Renzi è arrivata in fretta.
Nel dicembre 2016, votando per un referendum per approvare le riforme costituzionali da lui proposte, i cittadini italiani umiliarono Renzi, portandolo alle dimissioni. Circa l’80% dei cittadini tra i 18 e i 24 anni votarono contro di lui.
Macron può godere di importanti vantaggi istituzionali rispetto a Renzi. In quanto presidente con un mandato quinquennale e una solida maggioranza parlamentare, può rimanere in carica. Ma la stessa impudenza che lo ha portato così rapidamente al potere sta ora portando anche i suoi più ferventi ammiratori a distaccarsi da lui. Ultimamente, il ministro dell’interno Gerard Collomb, il “primo poliziotto” francese, ha rassegnato le dimissioni dopo un diverbio pubblico con Macron. Il dimissionario Collomb ha accusato Macron di “arroganza” e “mancanza di umiltà”.
Riguardo le politiche economiche, gli economisti a lui favorevoli Jean Pisani-Ferry e Philippe Martin lo hanno messo in guardia, esortandolo ad agire più direttamente sulla disuguaglianza e il diffuso senso di mancanza di giustizia sociale. Macron deve cambiare sia il suo stile, sia le priorità politiche. Altrimenti il delicato tessuto sociale francese si lacererà ulteriormente e Macron potrebbe perdere bruscamente tutta la sua efficacia politica, allo stesso modo di molti suoi predecessori a partire dall’illustre Charles de Gaulle.
Il caso vuole che il predecessore di Macron, Francois Hollande, venne umiliato alle elezioni parlamentari europee del 2014, un fallimento da cui non si riprese più. Le incombenti elezioni parlamentari europee del maggio 2019 – a cui Macron ha attribuito grande importanza – potrebbero rivelarsi la sua rovina.
Ashoka Mody è professore a contratto di politica economica internazionale all'Università di Princeton ed ex vice direttore dei dipartimenti del Fondo Monetario Internazionale della Ricerca e dell’Europa. Il suo ultimo libro è Eurotragedia: un dramma in nove atti.
Di Ashoka Mody, 12 novembre 2018
Nel maggio del 2017, il trentanovenne Emmanuel Macron è stato eletto Presidente Francese con un largo consenso del 62%.
The Guardian descrisse la vittoria come un voto alla speranza. Celebrando il pro-europeismo di Macron, il giornale tedesco Handelsblatt scrisse: “C’è una rinnovata speranza per il Progetto Europeo.” La copertina di The Economist mostrava Macron che camminava sull’acqua.
Macron generò l’aspettativa che avrebbe risollevato l’economia francese moribonda e, a partire da questo punto di forza interna, avrebbe portato nuovo vigore all’integrazione europea.
Al contrario, 18 mesi dopo, il suo consenso è precipitato sotto il 30%. I sondaggi stanno iniziando a riflettere questo consenso personale in declino. Anche se Macron sta facendo piani grandiosi di guidare una nuova forza politica al Parlamento Europeo il prossimo anno, il suo tallone d’Achille in patria continua a indebolirlo.
In maggio, il movimento guidato da Macron “La République En Marche! (LREM)/Mouvement Democrate (MoDem)”, che era dato al 27% dei consensi, aveva 10 punti di vantaggio rispetto all’estrema destra del Rassemblement National (RN); oggi, il LREM/MoDem è dato al 19% ed insegue il RN che è invece al 21%.
Nonostante venga ancora osannato all’estero, le fortune di Macron in patria sono finite, perché ha seguito discutibili politiche “trickle-down”, che hanno ripetutamente fallito nell’intento di riportare ottimismo tra i cittadini alle prese con difficoltà e incertezze economiche. Di conseguenza, in modo piuttosto opportunistico, Macron ha tentato di appagare gli ansiosi collegi elettorali nazionali con politiche strettamente nazionalistiche.
Queste hanno anche messo fine a qualsiasi possibilità che Macron possa portare avanti un’agenda pro-Europa. Macron farebbe bene a imparare la lezione dalla discesa negli abissi politici dell’ex primo ministro italiano Matteo Renzi.
Anche Renzi aveva 39 anni quando divenne primo ministro. La cancelliera tedesca Angela Merkel lo accolse come un “mattatore”. Lui si immerse nella parte, vestendo come un ribelle alla moda con jeans e giacca di pelle.
Renzi si vantava che un’Italia dinamica sarebbe stata “una dei leader d’Europa”. The Guardian considerava Renzi come l’uomo che avrebbe “salvato l’anima dell’Europa”. Ma Renzi adottò anche politiche interne fallimentari e compromise le coalizioni necessarie per portare avanti la sua agenda.
Una cosa che li accomuna, e fonte in definitiva fonte comune di sconfitta, è che Macron, e forse ancor di più Renzi, avevano in mano delle brutte carte. Avevano ereditato economie in cattiva salute che alimentavano il malcontento sociale e politico.
Il reddito pro capite francese è rimasto allo stesso livello dell’inizio della crisi globale finanziaria del 2007; la disoccupazione è appena al di sotto del 9% e la disoccupazione giovanile è persistente.
Per molti cittadini francesi, il sistema scolastico fa molto poco per aiutarli a scalare il sistema sociale. In tutti questi aspetti, i problemi italiani sono molto più profondi. Non c’è alcuna prova che le politiche di Macron aiuteranno la crescita. Egli usa un mantra usurato di fare pomposi proclami riguardo le agevolazioni fiscali che prevede per i francesi ricchi: “se vuoi condividere una torta, la prima cosa necessaria è avere la torta”.
Se i tagli alle tasse (ai ricchi NdVdE) producano crescita è da stabilire, ma aumentano sempre il senso di ingiustizia sociale. Le “riforme” del mercato del lavoro di Macron - che rendono più semplice licenziare i lavoratori - aumentano i lavori precari e di breve durata, da alcuni mesi a poche ore. Le imprese perdono qualsiasi incentivo ad investire nei propri dipendenti, e la crescita della produttività scende. Il senso di ingiustizia sociale e di vulnerabilità economica aumenta. E ora, la tassa pro-ecologista che ha proposto sulle auto diesel ha provocato un’altra tempesta.
Il leader conservatore dell’opposizione, Laurent Wauquiez, si è affrettato ad alimentare la rabbia interna: “Bisogna essere completamente staccati dalla realtà per non capire che tassare i diesel significa tassare i francesi che lavorano”. Gli scioperi nazionali previsti per sabato hanno il sostegno del 78% della popolazione francese. Ormai etichettato come il “presidente dei ricchi”, la base del consenso di Macron si è ristretta a pochi professionisti istruiti e di successo che lavorano e vivono nelle grandi città.
A discapito della sua giovane età, Macron fatica ad attirare la gioventù francese. I tentativi del governo di Macron di implementare maggiore equità nel sistema di istruzione francese è la miglior speranza di crescita e maggiore giustizia. Tuttavia, la riforma del sistema scolastico è un compito generazionale. Lo sforzo è reso più duro dall’incapacità politica di tagliare i privilegi radicati e riallocare le spese governative verso l’istruzione.
Quindi, le probabilità che Macron si rivelasse un salvatore europeo sono sempre state scarse. Nonostante i suoi discorsi tanto celebrati, Macron affronta l’integrazione europea con un occhio di riguardo verso la politica interna francese.
Questa situazione ha prevedibilmente aggravato le divisioni europee. Macron si è inimicato i governi dell’est Europa, cercando di limitare i “lavoratori distaccati”: in genere dipendenti di fornitori di servizi provenienti dall’est Europa. Nonostante il numero di questi lavoratori sia decisamente basso, Macron ha affermato che il loro piccolo pacchetto retributivo costituiva un “dumping sociale”, e pertanto danneggiava i lavoratori francesi.
Sulla questione estremamente divisiva dell’immigrazione, la polizia francese sale a bordo dei treni che arrivano dall’Italia per cercare e respingere gli immigrati, ridepositandoli oltre la frontiera italiana.
L’ispezione dei treni in arrivo mette a repentaglio anche il sistema di Schengen che permette di passare da un paese all’altro dell’Europa senza passaporto. Il recente discorso di Macron contro un’Europa “ultra-liberale” è un altro tentativo di ottenere consenso politico interno. Il suo proclama, “serve un’Europa che protegge”, o è solo uno slogan vuoto, oppure richiede di ripensare profondamente l’attuale sistema di frontiere aperte dell’Europa.
Per peggiorare le cose, il suo tormentare cinicamente i leader italiani per il loro rifiuto di adempiere alle loro responsabilità umanitarie verso gli immigrati e il suo accusare i leader dell’Europa dell’est di promuovere il proprio interesse nazionale, Macron ha peggiorato il problema enormemente difficile di condividere gli immigrati tra le nazione europee. Con una statura nazionale fortemente ridotta e pochi alleati in Europa, l’iniziativa tanto lodata di Macron di rafforzare le difese dell’eurozona durante le crisi finanziarie si è prevedibilmente arenata.
Nonostante la Cancelliera tedesca Angela Merkel abbia consentito, in linea di principio, di cooperare con Macron, il rinato sentimento nazionalista tedesco e l’opposizione all’interno del suo circolo conservatore, limitano fortemente quello che la Merkel può fare. Altri paesi del nord con una tendenza conservatrice in materia fiscale, in particolare l’Olanda, e le nazioni dell’Est Europa, si sono opposti ad ogni iniziativa che richieda loro di finanziare altri governi europei. L’agenda europea di Renzi era limitata ma legittima: voleva ammorbidire le regole fiscali che richiedono austerità durante le recessioni economiche e, quindi, approfondiscono le recessioni. Tuttavia, le Sante Regole sono rimaste fermamente incastonate sul loro piedistallo.
Creare una coalizione per cambiare l’Europa è quasi impossibile. Tuttavia, come nel caso di Macron, il vero fallimento di Renzi è stato in patria, dove anche lui ha seguito la tradizionale ricetta europea di “riforme del mercato del lavoro”. Renzi ha rapidamente perso consenso interno, specialmente tra gli italiani giovani. Ancora sofferenti per gli alti tassi di disoccupazione della brutale crisi economica italiana, pochi italiani hanno creduto che l’aumento del numero di nuovi lavori altamente precari sarebbe diventato una pietra angolare di un’economia stabile. La fine di Renzi è arrivata in fretta.
Nel dicembre 2016, votando per un referendum per approvare le riforme costituzionali da lui proposte, i cittadini italiani umiliarono Renzi, portandolo alle dimissioni. Circa l’80% dei cittadini tra i 18 e i 24 anni votarono contro di lui.
Macron può godere di importanti vantaggi istituzionali rispetto a Renzi. In quanto presidente con un mandato quinquennale e una solida maggioranza parlamentare, può rimanere in carica. Ma la stessa impudenza che lo ha portato così rapidamente al potere sta ora portando anche i suoi più ferventi ammiratori a distaccarsi da lui. Ultimamente, il ministro dell’interno Gerard Collomb, il “primo poliziotto” francese, ha rassegnato le dimissioni dopo un diverbio pubblico con Macron. Il dimissionario Collomb ha accusato Macron di “arroganza” e “mancanza di umiltà”.
Riguardo le politiche economiche, gli economisti a lui favorevoli Jean Pisani-Ferry e Philippe Martin lo hanno messo in guardia, esortandolo ad agire più direttamente sulla disuguaglianza e il diffuso senso di mancanza di giustizia sociale. Macron deve cambiare sia il suo stile, sia le priorità politiche. Altrimenti il delicato tessuto sociale francese si lacererà ulteriormente e Macron potrebbe perdere bruscamente tutta la sua efficacia politica, allo stesso modo di molti suoi predecessori a partire dall’illustre Charles de Gaulle.
Il caso vuole che il predecessore di Macron, Francois Hollande, venne umiliato alle elezioni parlamentari europee del 2014, un fallimento da cui non si riprese più. Le incombenti elezioni parlamentari europee del maggio 2019 – a cui Macron ha attribuito grande importanza – potrebbero rivelarsi la sua rovina.
Ashoka Mody è professore a contratto di politica economica internazionale all'Università di Princeton ed ex vice direttore dei dipartimenti del Fondo Monetario Internazionale della Ricerca e dell’Europa. Il suo ultimo libro è Eurotragedia: un dramma in nove atti.
22/08/18
La privatizzazione dei servizi pubblici nel Regno Unito: storia di un fallimento
Vista la grande attenzione intorno alle concessioni e privatizzazioni, riprendiamo un pezzo dell’Independent dello scorso anno riguardante le privatizzazioni anglosassoni. Nel Regno Unito i progressisti sanno perfettamente che le privatizzazioni dei servizi essenziali che sono monopoli naturali sono enormi regali agli azionisti, che drenano ricchezza e qualità dei servizi altrimenti nelle mani di tutti i cittadini. L’immotivata difesa dei concessionari privati allinea la “sinistra” italiana alla destra anglosassone.
Di John McDonnell, 6 giugno 2017
La maniera in cui le nostre compagnie ferroviarie, dell’energia e dell’acqua sono state gestite da quando sono state privatizzate dai conservatori è uno scandalo assoluto. L’impegno del Manifesto dei Laburisti a riprendere il controllo dell’acqua e delle ferrovie, e ad intervenire per correggere il mercato dell'energia, è decisamente emozionante e porterà a un vero cambiamento.
Quando queste industrie furono privatizzate da Margaret Thacher, ci fu promesso che l’efficienza sarebbe aumentata, che la proprietà si sarebbe allargata e che il processo avrebbe generato investimenti. Ma è accaduto l’esatto contrario. E anziché imparare dai propri errori, i governi conservatori hanno venduto anche il Servizio Postale per una frazione del suo valore, danneggiando i contribuenti ed estendendo ulteriormente l’influenza delle compagnie private e della finanza sulla vita di tutti i giorni.
A quasi trent’anni dalla vendita della gestione dell’acqua, la proprietà delle azioni è oggi saldamente in mano a un piccolo gruppo di investitori internazionali – molti dei quali hanno sede in paradisi fiscali. Nel frattempo, i prezzi sono aumentati del 40% e più di un quarto di quanto i consumatori pagano in bolletta finisce a ripagare gli interessi sui debiti delle società private e in dividendi agli azionisti.
I nuovi investimenti sono stati finanziati con nuovo debito anziché coi soldi degli azionisti. Quando l’acqua è stata privatizzata, il governo si è generosamente fatto carico di tutto il debito del settore – 4,9 miliardi di sterline – in modo da lasciare i nuovi proprietari senza debiti. I nuovi proprietari ne hanno approfittato, accumulando sino al 2016 l'incredibile ammontare di 46 miliardi di sterline di debiti .
Mentre accumulavano debiti a discapito dei contribuenti, le compagnie private dell’acqua pagavano miliardi agli azionisti in dividendi. Il totale di 18,8 miliardi di profitti al netto delle tasse degli ultimi 10 anni è stato tutto distribuito agli azionisti, salvo 700 milioni di sterline. Ciò significa che più di 18 miliardi di sterline sono entrati nelle tasche degli azionisti anziché essere utilizzati per diminuire le bollette e migliorare i servizi. Tre società hanno addirittura pagato più dividendi di quanto siano stati i loro profitti al lordo delle tasse. Si tratta di una situazione semplicemente insostenibile.
Questa rapina alla luce del sole sta avvenendo anche nel settore energetico. Nel 2016-17, la Rete Nazionale ha ottenuto un profitto di 1,9 miliardi di sterline sulla distribuzione dell’elettricità e del gas. Circa 660 milioni sono stati usati per pagare dividendi, cosa che rappresenta un costo nascosto per i consumatori del 12%.
I benefici promessi grazie alla concorrenza del mercato non si sono mai visti: le grandi “sei sorelle” dell’energia hanno sfruttato i consumatori, addebitando agli utenti nel 2015 ben 2 miliardi di sterline. Le persone non vogliono essere costrette a vagliare le diverse opzioni per trovare un contratto decente; vogliono soltanto energia sicura e a un prezzo accessibile.
Dobbiamo fare cambiamenti drastici nel nostro sistema energetico entro pochi anni se vogliamo avere la possibilità di affrontare i cambiamenti climatici. Trasferendo la proprietà e la responsabilità delle nostre utilities a organismi di proprietà pubblica e alle comunità locali che devono rispondere ai cittadini, saremo in grado di creare un sistema energetico sostenibile e a basso utilizzo di carbone, adatto al ventunesimo secolo.
Più importante ancora, la proprietà pubblica metterebbe fine al flusso di denaro dei contribuenti che va a sostenere i profitti privati delle società e dei loro azionisti, mentre i prezzi aumentano, i servizi peggiorano, e i debiti si accumulano.
Riportare le utilities sotto controllo pubblico rimetterebbe i profitti nelle tasche dei cittadini e nei servizi stessi, abbassando la bolletta media di 220 sterline all’anno per famiglia e consentendo di investire altri risparmi nelle infrastrutture e per migliorare i servizi.
Inoltre, ponendo un freno agli aumenti dei biglietti dei treni – che sono aumentati del 27% a partire dal 2010 – i laburisti farebbero risparmiare ai passeggeri una media di 1.014 sterline all’anno sui biglietti.
Si è molto parlato di quanto costerebbe tutto questo, ma i commentatori, pronti a sparare grandi cifre, mostrano tutta la loro ignoranza in economia, e anche in storia. Quando nel 1977 l’industria della costruzione navale venne nazionalizzata, questo fu fatto scambiando le azioni con titoli di stato – una mossa che non ebbe alcun effetto sull’erario.
Nel mondo negli ultimi anni c’è stata un’inversione del processo delle privatizzazioni. Negli Stati Uniti, l’85% delle forniture di acqua proviene dal settore pubblico, e l’80% della rete di distribuzione elettrica tedesca è ora posseduta e gestita dalle autorità regionali e locali.
Una delle più grandi beffe della privatizzazione britannica – che fu dettata da una profonda perdita di fiducia nella capacità dello stato di gestire queste cose – è che molti dei nostri tesori nazionali sono finiti nelle mani di società pubbliche straniere. I piani di rinazionalizzazione dei laburisti assicureranno la supervisione democratica locale sui servizi, mettendo il potere nelle mani delle comunità.
Al di là delle chiacchiere sul rigore dei conti, i conservatori sono più interessati ad aiutare i ricchi evasori a fare soldi facili di quanto non lo siano a fermare l’emorragia di soldi del popolo britannico. Come ho recentemente sottolineato durante un dibattito con Damian Green all’Andrew Marr show, questa posizione ha qualcosa a che fare con il fatto che molti finanziatori dei conservatori, ed effettivamente anche alcuni parlamentari e ministri conservatori, hanno ottenuto profitti dalle privatizzazioni.
E’ tempo di mettere fine a questa truffa dei conservatori. I laburisti chiuderanno il rubinetto che versa miliardi di sterline nelle tasche degli azionisti e si assicureranno che questi servizi vitali siano gestiti nell’interesse della maggioranza, non di pochi.
Di John McDonnell, 6 giugno 2017
La maniera in cui le nostre compagnie ferroviarie, dell’energia e dell’acqua sono state gestite da quando sono state privatizzate dai conservatori è uno scandalo assoluto. L’impegno del Manifesto dei Laburisti a riprendere il controllo dell’acqua e delle ferrovie, e ad intervenire per correggere il mercato dell'energia, è decisamente emozionante e porterà a un vero cambiamento.
Quando queste industrie furono privatizzate da Margaret Thacher, ci fu promesso che l’efficienza sarebbe aumentata, che la proprietà si sarebbe allargata e che il processo avrebbe generato investimenti. Ma è accaduto l’esatto contrario. E anziché imparare dai propri errori, i governi conservatori hanno venduto anche il Servizio Postale per una frazione del suo valore, danneggiando i contribuenti ed estendendo ulteriormente l’influenza delle compagnie private e della finanza sulla vita di tutti i giorni.
A quasi trent’anni dalla vendita della gestione dell’acqua, la proprietà delle azioni è oggi saldamente in mano a un piccolo gruppo di investitori internazionali – molti dei quali hanno sede in paradisi fiscali. Nel frattempo, i prezzi sono aumentati del 40% e più di un quarto di quanto i consumatori pagano in bolletta finisce a ripagare gli interessi sui debiti delle società private e in dividendi agli azionisti.
I nuovi investimenti sono stati finanziati con nuovo debito anziché coi soldi degli azionisti. Quando l’acqua è stata privatizzata, il governo si è generosamente fatto carico di tutto il debito del settore – 4,9 miliardi di sterline – in modo da lasciare i nuovi proprietari senza debiti. I nuovi proprietari ne hanno approfittato, accumulando sino al 2016 l'incredibile ammontare di 46 miliardi di sterline di debiti .
Mentre accumulavano debiti a discapito dei contribuenti, le compagnie private dell’acqua pagavano miliardi agli azionisti in dividendi. Il totale di 18,8 miliardi di profitti al netto delle tasse degli ultimi 10 anni è stato tutto distribuito agli azionisti, salvo 700 milioni di sterline. Ciò significa che più di 18 miliardi di sterline sono entrati nelle tasche degli azionisti anziché essere utilizzati per diminuire le bollette e migliorare i servizi. Tre società hanno addirittura pagato più dividendi di quanto siano stati i loro profitti al lordo delle tasse. Si tratta di una situazione semplicemente insostenibile.
Questa rapina alla luce del sole sta avvenendo anche nel settore energetico. Nel 2016-17, la Rete Nazionale ha ottenuto un profitto di 1,9 miliardi di sterline sulla distribuzione dell’elettricità e del gas. Circa 660 milioni sono stati usati per pagare dividendi, cosa che rappresenta un costo nascosto per i consumatori del 12%.
I benefici promessi grazie alla concorrenza del mercato non si sono mai visti: le grandi “sei sorelle” dell’energia hanno sfruttato i consumatori, addebitando agli utenti nel 2015 ben 2 miliardi di sterline. Le persone non vogliono essere costrette a vagliare le diverse opzioni per trovare un contratto decente; vogliono soltanto energia sicura e a un prezzo accessibile.
Dobbiamo fare cambiamenti drastici nel nostro sistema energetico entro pochi anni se vogliamo avere la possibilità di affrontare i cambiamenti climatici. Trasferendo la proprietà e la responsabilità delle nostre utilities a organismi di proprietà pubblica e alle comunità locali che devono rispondere ai cittadini, saremo in grado di creare un sistema energetico sostenibile e a basso utilizzo di carbone, adatto al ventunesimo secolo.
Più importante ancora, la proprietà pubblica metterebbe fine al flusso di denaro dei contribuenti che va a sostenere i profitti privati delle società e dei loro azionisti, mentre i prezzi aumentano, i servizi peggiorano, e i debiti si accumulano.
Riportare le utilities sotto controllo pubblico rimetterebbe i profitti nelle tasche dei cittadini e nei servizi stessi, abbassando la bolletta media di 220 sterline all’anno per famiglia e consentendo di investire altri risparmi nelle infrastrutture e per migliorare i servizi.
Inoltre, ponendo un freno agli aumenti dei biglietti dei treni – che sono aumentati del 27% a partire dal 2010 – i laburisti farebbero risparmiare ai passeggeri una media di 1.014 sterline all’anno sui biglietti.
Si è molto parlato di quanto costerebbe tutto questo, ma i commentatori, pronti a sparare grandi cifre, mostrano tutta la loro ignoranza in economia, e anche in storia. Quando nel 1977 l’industria della costruzione navale venne nazionalizzata, questo fu fatto scambiando le azioni con titoli di stato – una mossa che non ebbe alcun effetto sull’erario.
Nel mondo negli ultimi anni c’è stata un’inversione del processo delle privatizzazioni. Negli Stati Uniti, l’85% delle forniture di acqua proviene dal settore pubblico, e l’80% della rete di distribuzione elettrica tedesca è ora posseduta e gestita dalle autorità regionali e locali.
Una delle più grandi beffe della privatizzazione britannica – che fu dettata da una profonda perdita di fiducia nella capacità dello stato di gestire queste cose – è che molti dei nostri tesori nazionali sono finiti nelle mani di società pubbliche straniere. I piani di rinazionalizzazione dei laburisti assicureranno la supervisione democratica locale sui servizi, mettendo il potere nelle mani delle comunità.
Al di là delle chiacchiere sul rigore dei conti, i conservatori sono più interessati ad aiutare i ricchi evasori a fare soldi facili di quanto non lo siano a fermare l’emorragia di soldi del popolo britannico. Come ho recentemente sottolineato durante un dibattito con Damian Green all’Andrew Marr show, questa posizione ha qualcosa a che fare con il fatto che molti finanziatori dei conservatori, ed effettivamente anche alcuni parlamentari e ministri conservatori, hanno ottenuto profitti dalle privatizzazioni.
E’ tempo di mettere fine a questa truffa dei conservatori. I laburisti chiuderanno il rubinetto che versa miliardi di sterline nelle tasche degli azionisti e si assicureranno che questi servizi vitali siano gestiti nell’interesse della maggioranza, non di pochi.
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