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17/05/20

VoxEU – Finanziamenti per la crisi pandemica: monetizzate ora!




Un nuovo articolo su VoxEU esorta a una monetizzazione esplicita e schietta (più di quanto già fatto finora) del deficit del bilancio publico in risposta all’emergenza pandemica. Da organo stampa della UE, VoxEU lo fa alla sua maniera: proponendolo in stile “helicopter money” piuttosto che incoraggiando piani di opere pubbliche, e rigorosamente limitato alla emergenza. Ciononostante, questo articolo rivela per l’ennesima volta quali siano le posizioni sempre più insistenti dentro il mainstream internazionale. L’Italia, speriamo noi, dovrebbe e potrebbe resistere alla trappola del MES perché la monetizzazione del deficit non è più un tabù, anzi è propugnata da parti crescenti e autorevoli dello stesso establishment.


di Refet Gürkaynak e Deborah Lucas, 14 maggio 2020

L’attuale scenario di politica macroeconomica nelle economie avanzate è dominato da tre sfide interconnesse: finanziare rapidamente le necessità di spesa senza precedenti per rispondere alla crisi da COVID-19, e contemporaneamente cercare di tenere il debito pubblico entro livelli sostenibili ed evitare la deflazione. Questo articolo sostiene che la monetizzazione di una parte del debito legato alla pandemia sarebbe il modo migliore per risolvere tutti e tre questi problemi contemporaneamente, nonostante qualche rischio di oltrepassare in futuro il livello target di inflazione. L’articolo propone un meccanismo particolare per la monetizzazione del debito, coi proventi impiegati a finanziare per tramite del sistema bancario una parziale compensazione dei salari e redditi perduti. Il meccanismo proposto monetizzerebbe efficacemente i costi del programma, al contrario degli attuali programmi di acquisto del debito da parte delle banche centrali, che per la maggior parte non hanno ancora comportato un’effettiva monetizzazione.

23/04/20

VoxEU - Fare spazio allo stimolo fiscale attraverso la conversione deldebito

Su VoxEU, Vesa Vihriälä, economista di spicco in Finlandia, afferma che tutti gli strumenti finanziari (MES, SURE, BEI) messi in campo dalla UE per fornire linee di credito agli stati membri durante la crisi del coronavirus sono quantitativamente inadeguati all'eccezionalità della crisi e non farebbero che aumentare il debito sovrano di chi li richiede. Inoltre, sostiene che la proposta dei coronabond, un aggiornamento degli eurobond, non ha possibilità di trovare consenso politico tra i paesi del nord a causa dei timori di mutualizzazione permanente del debito. Considera quindi più accettabile la soluzione di creare spazio per l'espansione fiscale nei paesi fortemente indebitati, come l'Italia, attraverso un programma di acquisto e conversione dei titoli detenuti dalla BCE in debito perpetuo a tasso zero: insomma, il finanziamento monetario o monetizzazione del debito, proposta analoga a quella avanzata in Italia dagli economisti della Lega Borghi e Bagnai. Secondo Vihriälä, questa misura avrebbe il non deprecabile vantaggio di evitare una futura ristrutturazione del debito italiano, che innescherebbe una crisi finanziaria molto temibile anche per i paesi creditori.  


di Vesa Vihriälä*, 15 aprile 2020

Sintesi: L’alto livello di debito pubblico nell’eurozona e i dubbi sulla sua sostenibilità in alcuni degli stati membri stanno a significare che l’espansione fiscale necessaria per contrastare la crisi del COVID sarà ardua e difficile. Questo articolo sostiene che l'alleggerimento del debito da parte della BCE permetterebbe a tutti gli stati membri di finanziare le misure necessarie in maniera normale. Sebbene di fatto la remissione dei debiti passati creerebbe aspettative che ciò possa succedere di nuovo in futuro, questo azzardo morale dovrebbe essere valutato in relazione a quel che è probabile che accada senza questo sostegno.


12/04/20

Blanchard e Pisani-Ferry – Monetizzazione del debito: niente panico



In un articolo su VoxEU inusitatamente chiaro, Olivier Blanchard (ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale) e Jean Pisany-Ferry (già consigliere del governo francese) spiegano la monetizzazione del debito. L’emissione di moneta da parte di uno Stato è uno strumento assolutamente naturale per fronteggiare determinate circostanze, ed è già stato esplicitamente dichiarato da Gran Bretagna e Stati Uniti. Anche l’eventualità (assolutamente remota al momento) di un episodio inflattivo potrebbe essere considerata accettabile per la riduzione del peso del debito. Questo articolo contribuisce (confermando quello che nel dibattito in Italia abbiamo sentito in modo forte e coerente solo da Borghi e da Bagnai) a distruggere molti dogmi sulla moneta, il debito e il finanziamento pubblico, e apre anche a una monetizzazione del debito nell'Eurozona, caratterizzata dalla condivisione del rischio sui diversi titoli sovrani, sulla quale tuttavia, dicono i due economisti, non ci dovrebbero essere motivi di panico. 


di Olivier Blanchard e Jean Pisani-Ferry, 10 aprile 2020

Le operazioni straordinarie che sono in atto nella gran parte dei paesi in risposta allo shock da COVID-19 hanno fatto sorgere il timore che una monetizzazione del debito su ampia scala finisca per innescare un grande episodio inflattivo. Questo articolo sostiene che, fino a ora, non ci sia evidenza che le banche centrali abbiano rinunciato o si accingano a rinunciare al loro mandato sulla stabilità dei prezzi. Sebbene ovviamente sia il caso di prestare attenzione, le banche centrali stanno facendo la cosa giusta e gli autori di questo articolo non vedono alcuna ragione di panico.


19/05/18

De Grauwe - Conseguenze fiscali del programma di acquisto bond della BCE

Data l'attualità dell'argomento in seguito all'ipotesi, ventilata in una prima formulazione del contratto di governo Lega-M5S, di una cancellazione o quanto meno una non contabilizzazione della parte del debito pubblico italiano detenuta dalla BCE, riproponiamo un articolo dell'economista Paul De Grauwe, una autorità riconosciuta a livello internazionale nel campo della politica monetaria, in cui il docente della London School of Economics illustra nei dettagli tecnici le conseguenze dell'acquisto titoli pubblici da parte di una banca centrale, soffermandosi  poi in particolare sul caso specifico della banca centrale di un'unione monetaria tra paesi privi di unione fiscale, come è l'eurozona.   Come spega De Grauwe, una  ipotesi di questo genere non avrebbe nulla di tecnicamente od economicamente infattibile, in quanto non comporta oneri o perdite a carico di nessuno, se non la rinuncia al lucro sugli interessi  dei titoli della BCE che vengono redistribuiti tra i paesi dell'unione in percentuale della quota di capitale di ciascuno.  Evidentemente lo scandalo di queste ore attiene a considerazioni più che altro legate ad una resistenza politica a gestire in maniera coordinata e condivisa quel pasticciaccio brutto che si è rivelata l'unione monetaria. 

 

 

 

di Paul De Grauwe, Yuemei Ji, 14 giugno 2013


Traduzione di Ugo Sirtori


 

 

La connessione tra politica fiscale e monetaria è attualmente sotto l’esame della Corte Costituzionale Tedesca, nel contesto del programma OMT di acquisto titoli da parte della BCE. Questo articolo sostiene che molte analisi in merito sono profondamente compromesse dall’errata applicazione  alla BCE dei principi di fallimento dei privati. Quando la BCE compra bond, trasforma debito pubblico in base monetaria, e trasforma il rischio di fallimento sovrano in rischio di inflazione. La vera domanda è: qual è il limite all’espansione della base monetaria oltre il quale si causa inflazione? Ciò dipende dal contesto economico e il limite è molto più alto nell’attuale situazione di trappola della liquidità.

 

C’è molta confusione sulle implicazioni fiscali del programma di acquisto di bond – noto anche come OMT, Outright Monetary Transactions – che la BCE ha annunciato lo scorso anno.

 



  • La confusione ha origine principalmente dall’applicazione dei principi di solvibilità delle società private (banche incluse) alle banche centrali.


 

 

 








  • Il livello di confusione è così alto che il presidente della Bundesbank si è rivolto alla Corte Costituzionale Tedesca sostenendo che il programma OMT della BCE esporrebbe i cittadini tedeschi al rischio di dover pagare tasse per coprire potenziali perdite generate dalla BCE.


 

 

 

 


  • In questo articolo sosteniamo che la paura che i contribuenti tedeschi possano dover coprire le perdite della BCE è mal posta. Essa è basata su una errata interpretazione dei problemi di solvibilità delle banche centrali.


 

 

 

In realtà, i contribuenti tedeschi sono i principali beneficiari del programma di acquisto di bond.

 

 

La solvibilità delle banche centrali rispetto agli agenti privati: la differenza essenziale.

 

Le società private si ritengono solvibili quando il valore del loro patrimonio netto è positivo, ossia quando il valore dei loro asset è superiore a quello del debito. La solvibilità di una società privata può anche essere espressa come il massimo ammontare di perdite che una società può assorbire in un dato momento. Pertanto, una società privata si dice solvibile quando le sue perdite non sono superiori al patrimonio netto. Siccome in un mercato efficiente questo equivale al valore attuale dei profitti futuri, arriviamo al vincolo che le perdite odierne non devono eccedere il valore attuale dei profitti futuri attesi.

 

Il problema comincia quando questo vincolo viene applicato alle banche centrali.

 

  • L’applicazione impropria dei principi validi per il settore privato ad una banca centrale  ha portato alcuni a concludere che le perdite che la BCE (o qualsiasi altra banca centrale) può sopportare non dovrebbero eccedere il valore attuale dei futuri guadagni di signoraggio attesi (vedere Corsetti e Delada 2013).


 

 

 

 

  • Analogamente, è stato a volte sostenuto che una banca centrale necessiti di un patrimonio netto positivo per essere considerata solvibile (Stella, 1997, Bindseil e al. 2004).


 

 

 

Questi vincoli di solvibilità non dovrebbero essere applicati alle banche centrali; le banche centrali non possono fallire.

 

Una banca centrale può emettere un qualunque ammontare di moneta che gli consenta di “ripagare i suoi creditori”, ossia i possessori di moneta. Questo “rimborso” significa soltanto convertire vecchie monete in nuove monete.

 

Al contrario delle società private, i debiti delle banche centrali non rappresentano un diritto sugli asset delle banche centrali. Questo era vero durante il periodo del “gold standard”, quando le banche centrali promettevano di convertire le proprie obbligazioni in oro a un prezzo prefissato. Analogamente, in un sistema a cambi fissi, le banche centrali promettono di convertire le proprie obbligazioni in moneta estera a un prezzo fisso.

 

La BCE e altre banche centrali moderne che sono in un regime di cambio flessibile non sono vincolate a promesse del genere. Pertanto, il valore degli asset della banca centrale non ha influenza sulla sua solvibilità. La sola promessa che una banca centrale fa quando ha a disposizione una moneta fluttuante sul mercato è che il denaro sarà convertibile in un paniere di beni e servizi a un prezzo più o meno fisso. In altri termini, la banca centrale fa una promessa di stabilità dei prezzi. Tutto qui.

 

 

Il signoraggio non è un limite

 

Quindi non ha senso dire che il limite alle perdite di una banca centrale in un certo momento è calcolabile come il valore attuale dei futuri profitti (signoraggio). Non esiste un tale limite. La banca centrale può assorbire qualsiasi perdita, a patto che questa perdita non comprometta la stabilità dei prezzi.

 

Non è nemmeno corretto affermare che la banca centrale ha bisogno di mantenere un patrimonio netto positivo per “restare solvibile”. Una banca centrale non necessita di un patrimonio netto. Perciò l’affermazione che una banca centrale con un patrimonio netto negativo necessiti di essere ricapitalizzata dal tesoro non ha alcun senso.

 

Per essere chiari:

 

  • La banca centrale (che non può fallire) non ha bisogno di alcun sostegno fiscale dal governo (che invece può fallire).


 

 

 

  • L’unico sostegno di cui la banca centrale necessita da parte del governo è che mantenga il monopolio sull’emissione di moneta in tutto il territorio su cui ha giurisdizione.


 

 

 

Nel momento in cui tale potere è garantito dallo stato, la banca centrale è libera da qualsiasi vincolo di solvibilità.

 

Applichiamo ora questi primi principi alla questione di come un programma di acquisto titoli di stato possa avere implicazioni fiscali. Discuteremo prima la situazione di una banca centrale che fa riferimento a un solo stato. Poi, discuteremo il problema di una banca centrale in un’unione monetaria con più stati sovrani.

 

La banca centrale di un solo stato

 

Considereremo il caso di una banca centrale che compra titoli di stato nel mercato secondario.  Comprando i titoli di stato, la banca centrale trasforma la natura del debito del settore pubblico. Quando la banca centrale compra il debito del proprio governo, il debito si trasforma: il debito governativo, che porta con sé un tasso di interesse e un rischio default, diventa una passività della banca centrale (base monetaria) che è priva di rischio default ma soggetta a rischio di inflazione.

 

Per comprendere le conseguenze fiscali di questa trasformazione, è importante consolidare la banca centrale e il governo (in fondo sono branche separate del settore pubblico).

 

Dopo la trasformazione, il debito governativo detenuto dalla banca centrale viene cancellato. Esso è un attivo in un ramo dello stato (la banca centrale) e un passivo nell’altro ramo (il governo). Quindi, scompare. La banca centrale può ancora tenerlo a bilancio, ma esso non ha più alcun valore economico. Di fatto la banca centrale può sbarazzarsi di questo artificio ed eliminarlo dal suo bilancio, e il governo può quindi eliminarlo dall'ammontare del suo debito. Esso non ha più valore in quanto è stato rimpiazzato da una nuova forma di debito, ossia la moneta, che comporta un rischio inflattivo anziché un rischio di default.

 

Perciò non ha senso dire che le banche centrali vanno in perdita quando il prezzo di mercato dei titoli di stato scende. Se anche ci fosse una perdita per la banca centrale, sarebbe bilanciata da un guadagno equivalente da parte del governo (perché il valore del suo debito scenderebbe in uguale proporzione). Non ci sono perdite per il settore pubblico.

 

Arriviamo a una conclusione importante:

 

  • Quando una banca centrale ha acquisito titoli di stato, un declino nel prezzo di mercato di questi titoli non ha alcuna conseguenza fiscale.


 

 

La perdita in una branca del settore pubblico (la banca centrale) è compensata da un guadagno equivalente in un’altra branca (il governo), e non rimane niente da pagare per il contribuente.

 

Un’altra maniera per vedere questo effetto, è guardare ai flussi di interesse sottostanti ai bond. Supponiamo per esempio che la banca centrale abbia comprato un miliardo di euro in titoli di stato. Questi hanno una cedola, diciamo, del 4%. Perciò la banca centrale che ha in portafoglio i titoli riceve 40 milioni di euro all’anno da parte del governo. Questo viene contabilizzato come un profitto per la banca centrale. Alla fine dell’anno, la stessa banca centrale dovrà girare i propri profitti al governo. Assumendo che il costo marginale della gestione di questi bond sia pari a zero, la banca centrale girerà al governo i 40 milioni di euro. Perciò la mano sinistra paga la mano destra, per così dire.

 

Questa pratica contabile ha portato alla percezione che gli incassi per interessi siano da considerare come signoraggio. Sbagliato. Non c’è alcun profitto per il settore pubblico. Il profitto della banca centrale è esattamente compensato da una perdita del governo. Entrambi potrebbero eliminare questa scrittura convenzionale perché a questi profitti e a queste perdite non è associata alcuna sostanza economica.

 

  • E’ letteralmente vero che la banca centrale potrebbe gettare al macero i titoli di stato. Niente verrebbe perso.


 

 

Nel nostro esempio, la banca centrale non riceverebbe più 40 milioni di euro l’anno, e non dovrebbe più rigirarli al governo ogni anno.

 

Cosa succede se il governo fa default sui suoi bond in scadenza?

 

  • Il default causa delle perdite ai detentori privati dei titoli.Ma è irrilevante per i titoli detenuti dalla banca centrale. Infatti questi ora non valgono più nulla, ma erano già privi di valore anche prima del default. Si tratta della mano destra che si fa ripagare dalla sinistra.


 

 

 

 

Pensiamoci in termini di flusso di interessi. Dopo il default, la banca centrale non riceve più il pagamento degli interessi dal governo, ma allo stesso tempo smette anche di ridare indietro gli interessi al governo. Per il settore pubblico, non è successo nulla. Perciò la perdita della banca centrale a causa del default non ha alcuna conseguenza fiscale.

 

 

La stabilità dei prezzi e il default del settore pubblico

 

Esiste una questione riguardo la stabilità dei prezzi e il suo legame con un default governativo. Se la banca centrale mantiene le sue passività (la base monetaria) sotto controllo, il default di per se stesso non porta a maggiore inflazione. Questa aumenterà solo se il governo dovesse forzare la banca centrale ad espandere la base monetaria, per esempio per finanziare dei deficit di bilancio che dopo il default il governo non può più finanziare sul mercato.

Ogni tanto si sostiene che se la banca centrale non ha asset (a causa di un default governativo), allora non ha più strumenti per ridurre l'ammontare di moneta. Questa operazione può talvolta essere necessaria per ridurre la pressione inflattiva. Questo ragionamento non è fondato. Ci sono 2 modi per una banca centrale senza asset di ridurre la moneta.


Primo, la banca centrale può emettere titoli che generano interessi e venderli sul mercato. Questo ha l’effetto di ridurre la liquidità (la base monetaria).


 

Secondo, la banca centrale può aumentare i requisiti di riserva minima.  Come risultato, lo stock esistente di liquidità viene “disattivato”, cosa che produce lo stesso effetto di un calo della base monetaria.

 

 

 

La banca centrale di un’unione monetaria

 

Le cose sono più complicate in un’unione monetaria che non sia anche un’unione fiscale. Qui le conseguenze fiscali di un acquisto di titoli della banca centrale sono più complesse. Il punto è l’esistenza di “n” stati sovrani. Nell’eurozona, n=17 (presto 18 con la Lettonia).

 

  • Se potessimo consolidare la BCE e i 17 stati sovrani in un unico settore pubblico, l’analisi rimarrebbe la stessa di prima.


 

 

  • Ma non possiamo, in quanto l’eurozona non è un’unione fiscale.  Perciò un programma di acquisto di titoli comporterà trasferimenti tra i paesi che partecipano all’unione monetaria.


 

 

 

Per chiarire le idee sul problema, immaginiamo che la BCE acquisti 1 miliardo di titoli spagnoli a un tasso del 4%. Le conseguenze fiscali sono ora le seguenti.

 

La BCE riceve 40 milioni di euro in interessi annuali dal tesoro spagnolo.  La BCE restituisce questi 40 milioni di euro tutti gli anni alle banche centrali nazionali dell’eurozona.  La distribuzione avviene proporzionalmente alla quota di capitale nella BCE (vedere BCE 2012).  La banca centrale nazionale trasferisce poi quanto ricevuto al proprio tesoro nazionale.

 

Per esempio, la BCE trasferirà l’11.9% dei 40 milioni al Banco de España. Il resto andrà alle banche centrali degli altri paesi membri. Chi riceverà di più è la Bundesbank tedesca; che con una quota di capitale del 27.1%, riceverà quindi 10.8 milioni di euro.

 

Perciò in un’unione monetaria (e in assenza di un’unione fiscale) un programma di acquisto di titoli di stato porta a trasferimenti all’interno dell’unione – ma non a quelli comunemente percepiti dall’opinione pubblica, specialmente in Germania.

 

  • Un programma di acquisto titoli della BCE porta a un trasferimento annuale dai paesi i cui titoli vengono acquistati verso tutti gli altri.


 

 

 

Va notato che la BCE potrebbe implementare un programma di acquisto titoli che non comporti trasferimenti fiscali, comprando titoli di stato nazionali nell’esatta proporzione della partecipazione al capitale della BCE del corrispondente paese. In effetti, questo approccio è stato talvolta proposto. Questo però non eliminerebbe completamente i trasferimenti, dato che il tasso di interesse sui titoli di stato non è uguale per tutti. In un programma simile, i paesi con tassi di interesse più alti sarebbero pagatori netti nei confronti dei paesi con tassi di interesse inferiori. Perciò persino questo programma di acquisto ponderato sulle quote di capitale si tradurrebbe in un trasferimento fiscale dai paesi più deboli (debitori) verso i paesi più forti (creditori).

 

Cosa succede in caso di default sovrano?

 

Si sente dire spesso nei paesi creditori che, nel caso di default di un paese i cui titoli di stato sono nel bilancio della BCE, essi (i creditori) sarebbero i primi a rimetterci. Questa è una conclusione sbagliata.

 

Ritornando al nostro esempio di acquisto di 1 miliardo di euro di titoli di stato spagnoli da parte della BCE, consideriamo un default spagnolo su questi titoli.

 

  • Il governo spagnolo smetterebbe di pagare 40 milioni di euro all’anno alla BCE.  La BCE smetterebbe di versare questi 40 milioni di euro alle banche centrali “pro rata”.  Il contribuente tedesco, per esempio, non riceverebbe più il compenso annuale di 10.8 milioni di euro.  Non si può assolutamente concludere che il contribuente tedesco, o qualsiasi altro contribuente dell'eurozona, dovrebbe pagare per coprire il default spagnolo – se non nel senso stretto che dovrebbe rinunciare alla rendita annua degli interessi.


 

  • C’è ovviamente la possibilità di una “tassa da inflazione”.  Abbiamo notato prima che il programma di acquisto titoli trasforma il debito gravato da interessi in passività monetarie della BCE (base monetaria).


.

Questo di per sé potrebbe generare inflazione, e quindi una “tassa da inflazione” che si applicherebbe a tutti i possessori di euro. Questo conduce alla questione di quanto grande possa essere il programma di acquisto titoli della BCE senza generare inflazione aggiuntiva.

 

 

(Sulla tassazione da inflazione rimandiamo all'articolo pubblicato originariamente su blogspot. ... Anche perché possiamo star tranquilli: anche a detta di Draghi la mitica inflazione è  tenuta a bada da forze occulte...)

 

 

 

25/07/14

De Grauwe: Rivisitando “the pain in Spain”

 Su Voxeu un articolo di Paul De Grauwe ribadisce in maniera molto chiara le differenze nella dinamica del debito tra Spagna e Regno Unito, l'una ancorata ad un'unione monetaria che impone austerità, e l'altro un paese dotato di politica autonoma. Per unire i puntini e capire le ragioni per cui l'austerità è connaturata all'unione monetaria, ricordiamo questo fondamentale contributo.


C’è stata una grande differenza tra la Spagna ed il Regno Unito nella fase post crisi. Questo articolo spiega come nonostante l’”Outright Monetary Transactions” della BCE sia stato determinante nel calo dei rendimenti spagnoli, esso tuttavia non ha migliorato la sostenibilità delle finanze iberiche. Nonostante il Regno Unito abbia fatto meno austerità rispetto alla Spagna dall’inizio della crisi, un grande deprezzamento della valuta l’ha aiutato a ridurre il suo rapporto debito/PIL.
La differenza nella dinamica dell’aggiustamento macroeconomico tra la Spagna – un membro di un unione monetaria – ed il Regno Unito – un paese autonomo – è netta. Paul Krugman ha reso popolare questo contrasto sul blog del New York Times con il titolo “The pain in Spain” (2009 e 2011) e commentando una mia analisi in De Grauwe (2011).

27/04/13

Ancora una volta su debito pubblico e crescita economica.

Nuovo post di  Presbitero e Panizza su Voxeu a proposito del caso Reinhardt/Rogoff, e a seguire un commento di Alex, molto arguto ed opportuno, per  chiarirne il senso generale.



Traduzione di Alex
di Ugo Panizza, Andrea F Presbitero, 25 aprile 2013
 
Alti livelli di debito pubblico sono dannosi per la crescita economica? Nella tanto pubblicizzata baruffa Rogoff-Reinhart si è molto discusso su aspetti non rilevanti. Questo articolo  riesamina i dati disponibili su ciò che è più rilevante. Si suggerisce che il legame debito-crescita è più complesso di quanto comunemente si pensi. Se da un lato  vi è evidenza  che il debito pubblico risulti negativamente correlato con la crescita economica, non esiste uno studio in cui si  possa stabilire con sufficiente sicurezza  un nesso causale tra i due. 

17/04/13

Ma i tedeschi sono davvero meno ricchi di Spagnoli, Italiani e Greci?

Sempre a proposito dei "poveri tedeschi" che adesso dovrebbero pagare i salvataggi dei ricchi periferici, un importante articolo di De Grauwe e Yumei Ji su Voxeu rimette i puntini sulle "i" al fine di riportare il dibattito su binari meno assurdi e strumentali.

Copertina di Der Spiegel:

“Parlate tanto di chi si toglie la vita ma siete più ricchi di noi”

di Paul De Grauwe, Yuemei Ji, 16 Aprile 2013
 Traduzione di Alex

Una recente indagine della BCE sulla ricchezza delle  famiglie è stata ripresa dai media a riprova del fatto che i poveri  tedeschi non dovrebbero farsi carico dei debiti dell'Europa  meridionale. In questo articolo intendiamo dare un’occhiata ai dati.  Se da un lato  è vero che, stando ai valori della mediana,  le famiglie tedesche risultano meno abbienti rispetto a quelle dell'Europa meridionale, dall’altro la Germania di per sè, è  ricca. È importante sottolineare che questa ricchezza è distribuita in modo molto diseguale, ma ciò sembra non filtrare molto  attraverso la  stampa. La qualità del dibattito  in Germania tende a diffondere tra le classi meno abbienti una scorretta percezione di iniquità a riguardo  di eventuali trasferimenti. 

18/01/13

Paolo Manasse: La Crisi dell'Eurozona Non è Finita

In un articolo su Voxeu il professore di Macroeconomia e Politica Economica Internazionale all'Università di Bologna Paolo Manasse afferma che la crisi dell'eurozona non è affatto finita e anzi volge al peggio: a differenza degli USA, l'eurozona rimane bloccata in uno shock di tipo permanente e man mano che ad ogni trimestre di stagnazione le tensioni aumentano, le prospettive di soluzione sembrano allontanarsi sempre di più. 



 
Così Manasse: 
 
Nonostante l'apparente calma sui mercati finanziari, non bisogna farsi illusioni su una prossima fine della tempesta. Infatti, sembra che siamo ancora nell'occhio del ciclone.
Quando Mario Draghi ha giurato che l'euro era un progetto irreversibile, è tornata una certa calma. Eppure, le forze che in futuro potrebbero portare a un crollo della zona euro non solo non sono sotto controllo, ma si stanno rafforzando. In parte a causa di errori politici gravi commessi dai leader europei, gli "shock asimmetrici" sono cresciuti dall'inizio della crisi, e la zona euro ancora manca di strumenti credibili per affrontarli ex post'.

 

25/11/12

La prossima crisi che incombe sull'Argentina

Un lettore mi ha suggerito questo pezzo di Voxeu (segnalato qui da Goofy in un commento), dove si esprime una visione equilibrata sul tema caldo Argentina...



di Eduardo Levy Yeyati, 7 Novembre 2011

I problemi economici dell'Argentina sono sempre un argomento di attualità, e un esempio particolarmente rilevante per l'attuale crisi dell'Eurozona. Questo articolo valuta con uno sguardo equilibrato l'outlook dell'Argentina dopo le elezioni.

L'Argentina tende a provocare visioni estreme da parte di analisti economici e commentatori, che vanno dagli appassionati che gridano meraviglie di fronte alle prestazioni inaspettate del paese, al punto di proporre una "soluzione argentina" per i problemi europei, agli scettici che continuano a prevedere un arresto improvviso della "bonanza" in corso. Tuttavia, come Paul Krugman (da appassionato) ha sottolineato di recente (Krugman 2011), la regola sembra essere quella di mantenere "un tono in genere negativo nel riferire sull'Argentina". "Scommettere su un altro default argentino può essere troppo. Tuttavia, scommettere su un atterraggio duro potrebbe non esserlo", ha concluso un recente articolo sul Financial Times.


03/11/12

AUSTERITA' AUTOLESIONISTA?



 
di Dawn Holland e Jonathan Portes, 1 Novembre 2012 - I governi dell'UE hanno ciascuno singolarmente adottato severi programmi di austerità, nel tentativo di evitare di diventare il prossimo Portogallo. Questo articolo presenta i risultati del National Institute Global Econometric Model, i quali suggeriscono che le politiche, pur razionali se considerate singolarmente, stanno portando alla follia collettiva. Il ''paradosso della parsimonia" di Keynes è in pieno svolgimento, in quanto le nazioni dell'UE continuano a comportarsi come piccole economie aperte, mentre in realtà sono una grande economia chiusa.

25/10/12

La dottrina della banca centrale alla luce della crisi

Un importante articolo di VOXEU di qualche anno fa che alla luce della crisi demolisce dalle fondamenta il mito dell'indipendenza della banca centrale: la politica monetaria non è un fatto tecnico, ma ha importanti implicazioni distributive, e quindi va controllata democraticamente.



di Axel Leijonhufvud, 13 maggio 2008
La Federal Reserve ha utilizzato strumenti non ortodossi di politica economica per ridurre le recenti turbolenze sui mercati finanziari. In questo articolo, l'autore del CEPR Policy Insight 23 sostiene che la crisi pone delle fondamentali domande sui principi basilari della moderna ortodossia monetaria - l'inflation targeting e l'indipendenza della banca centrale.


20/09/12

De Grauwe: Quel che la Germania dovrebbe temere di più è la sua stessa paura

Su Voxeu un interessante articolo di De Grauwe sui famigerati squilibri Target2: quelli dovuti ai surplus commerciali la Germania se li è voluti - quelli relativi ai flussi speculativi non sono un problema. Timori e tremori  per nulla?  (hat tip al Grande Bluff)


di Paul De Grauwe e Yuemei Ji, 18 settembre 2012

Il grande accumulo di crediti TARGET2 da parte della Germania ha creato la paura che, se l'Eurozona dovesse crollare, la Germania rischia di subire grandi perdite. Dopo aver chiarito la questione utilizzando i fondamentali principi economici, questo articolo mostra che la Germania potrebbe evitare queste grandi perdite di ricchezza limitando la possibilità di conversione euro-marco ai soli residenti tedeschi.

La grande espansione dei crediti e dei debiti TARGET2 dall'inizio della crisi del debito sovrano ha portato a timori che, se l'eurozona si disgrega, paesi come la Germania subirebbero grandi perdite (Sinn e Wollmershäuser 2012) 11.

25/08/12

Il 'Questa volta è Diverso' dell'Italia

Su Voxeu  Charles Wyplosz (professore di economia internazionale a Ginevra) risponde a Giavazzi: è il momento dell'Italia, che ha già oltrepassato il punto di non ritorno. E anche se la tentazione di negare la china che ci si para davanti è forte,  i politici farebbero meglio ad ammetterlo, per  ridurre i costi economici e sociali della crisi.  (Dobbiamo ancora trovare questi politici ...)



di Charles Wyplosz, 15 Agosto, 2012
 
Alcuni sostengono che l'Italia e la Spagna rischiano di perdere l'accesso al mercato sui loro titoli di stato, nonostante il calo dei rendimenti. Un recente articolo su Vox di Francesco Giavazzi ha suggerito che l'Italia potrebbe e dovrebbe evitare un salvataggio. Questo articolo sostiene invece che, nonostante tutte le sue mirabili risorse umane ed economiche, l'Italia è già entrata in un "cattivo equilibrio" da cui è molto improbabile che riesca a uscire.

21/08/12

Un prestito limitato e condizionato della BCE non e 'quello che ci vuole'

Su Voxeu un articolo di Piero Ghezzi discute dell'intervento della BCE, affermando che i prestiti condizionati e limitati non escludono il rischio default, soprattutto nella situazione molto probabile di mancanza di una ripresa dell'economia 



di Piero Ghezzi, 19 Ago 2012

Il presidente della BCE, Mario Draghi, ha detto che avrebbe fatto "tutto il necessario per salvare l'euro". Questo articolo chiede cosa significa 'tutto il necessario', e se la BCE è pronta ad arrivare a tanto. Esso sostiene che un prestito limitato e condizionato migliora le probabilità di successo, ma non rappresenta un cambiamento decisivo.

Vi è un ampio consenso sul fatto che la BCE sarà l'attore principale nella potenziale risoluzione della crisi del debito periferico. In linea di principio, ci sono due strade che la BCE potrebbe perseguire nei suoi sforzi di evitare una vera e propria crisi. In primo luogo, potrebbe allentare la politica monetaria in misura sufficiente a indebolire l'euro e generare inflazione per facilitare la crescita. Pensiamo che questo percorso non sarebbe sufficiente a breve termine e la BCE può considerarlo come una violazione del suo mandato. Di conseguenza, non è al centro delle attenzioni del mercato o della BCE. Un secondo compito più immediato è quello di abbattere il circolo vizioso dei rendimenti elevati e peggioramento del debito che sta interessando le economie periferiche europee con rilevanza sistemica. La BCE può raggiungere questo obiettivo?

07/08/12

Un alto debito pubblico è dannoso per la crescita?

Su Voxeu Panizza e Presbitero entrano nel dibattito sull'austerità con uno studio che smonta il luogo comune che un debito elevato è da abbattere perché riduce la crescita di un paese: è vero invece che un debito riduce la crescita quando si applicano misure di austerità...




di Ugo Panizza e Andrea Presbitero
I paesi con un alto debito pubblico tendono a crescere lentamente - una correlazione usata spesso per giustificare l'austerità. Questo articolo presenta nuove dimostrazioni che sfidano questo punto di vista. Gli autori sottolineano che la correlazione non implica causalità - potrebbe essere che sia la crescita lenta a causare un debito elevato. Essi sostengono che i politici dovrebbero essere prudenti – perchè ancora non si è mai visto che il taglio del debito stimoli la crescita.

Non è quello che non sai che ti mette nei guai. E' proprio quello che sai per certo che lo farà.
-
Mark Twain
 

14/02/12

La scommessa da un trilione di euro della BCE


Il Grande Bluff mi segnala un articolo interessante di Charles Wyplosz su Voxeu.org, in cui  si sostiene che la cura Draghi (LTRO) è un colpo da maestro, ma se non riesce potrebbe anche uccidere il malato....(e segue qualche considerazione finale)


di Charles Wyplosz - Gli spreads sul debito pubblico della zona euro - con l'eccezione della Grecia - stanno calando in modo deciso e veloce. L'articolo sostiene che questo è in gran parte dovuto alla efficace garanzia sui debiti governativi della zona euro da parte della BCE. Ma avverte che in tal modo, la banca centrale sta assumendo dei rischi enormi.

Con immensa modestia, il Presidente della BCE, Mario Draghi, sta dando il merito del calo degli spreads sul debito pubblico della zona euro alle coraggiose riforme annunciate in un certo numero di paesi, specialmente quelli in cui ex economisti accademici fungono da Primo Ministro.
Oh, quanto ci piacerebbe accogliere l'interpretazione di Mario Draghi! Tuttavia simultaneità non vuol dire causalità, è difficile non vedere un collegamento tra il calo impressionante degli spreads sui bonds e le operazioni di rifinanziamento della BCE a lungo termine (LTRO).

07/02/12

A cosa potrebbe somigliare l’Europa senza l’eurozona e senza l’UE

Questa volta aprofitto della traduzione fatta dal prof Bagnai - (tra l'altro consiglio a chi non lo conoscesse ancora di visitare regolarmente il suo frizzante Goofynomics) - di un articolo di un professore Svizzero molto bravo che, dall'alto delle sue montagne, guarda all'Europa con un  ottimismo e un distacco che ci fa bene poter ritrovare...



di Bruno S Frey - Voxeu.org
3 febbraio 2012
Che succederebbe se l’euro collassasse? Per molti, la risposta è: un assoluto disastro. Ma questo articolo sostiene che identificare l’Europa con l’UE e con l’euro, come molti politici fanno, è del tutto fuorviante. Un eventuale crollo dell’euro e dell’UE può essere visto come un’opportunità per l’evoluzione di una migliore Europa futura.

I politici devoti alla causa europea amano proclamare: “Se cade l’euro, cade l’UE, e poi l’Europa”. Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, continua a ripetere questa affermazione. Questo è un esempio di quanto Carmassi e Micossi (2010) chiamano una “affermazione incauta”.