Visualizzazione post con etichetta Tom Luongo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tom Luongo. Mostra tutti i post

11/02/20

Turingia – Il paziente zero della rivoluzione tedesca?

Un attento osservatore come Tom Luongo sottolinea un’altra crisi per il governo Merkel: in Turingia i dirigenti locali del suo partito si accordano con AfD e fanno saltare l’alleanza tacita con i Verdi. Gli equilibri della politica tedesca stanno cambiando, le alleanze della Merkel sono sempre più fragili e complesse, mentre il fallimento della politica mercantilista tedesca è alle porte. Il gigante tedesco ha i piedi di argilla e rischia di cadere da un momento all’altro.

 

Di Tom Luongo, 6 febbraio 2020

 

 

La politica tedesca è in subbuglio. Le elezioni dello scorso autunno hanno indebolito la cancelliera Angela Merkel, costringendo la sua Unione dei Cristiani Democratici (CDU) a una coalizione indesiderata in Brandeburgo con i Social Democratici (SPD) e i Verdi.

 

L’ascesa nelle regioni dell’ex Germania est di quella che è la nemesi politica della Merkel, Alternativa per la Germania (AfD), ha complicato una rete di deboli alleanze già di per sé complessa, volta a consentire alla CDU della Merkel di rimanere al potere.

 

L’aumento del sostegno ad AfD ha recentemente raggiunto proporzioni preoccupanti in Turingia. Lo scorso autunno la Linke (31,0%) e AfD (23,4%) sono stati i partiti di maggioranza in Turingia. Anche se entrambi sono euroscettici dichiarati, sono anche come l’acqua e l’olio.

 

La Linke è un partito decisamente di sinistra, mentre AfD è più un partito populista di centrodestra, dipinto dagli istrionici media tedeschi ed europei come lo spauracchio di estrema destra del passato nazista tedesco.

 

La CDU della Merkel è arrivata solo terza (21%).

 

Per mesi da quando ci sono state le elezioni, senza poter intravedere una via che conducesse a un governo di maggioranza perché i partiti dell’establishment si rifiutano di lavorare con AfD, i partiti hanno provato con il massimo sforzo a mettere insieme una coalizione.

 

Dopo due votazioni indicative, lo stallo è stato superato da AfD, che ha appoggiato il candidato dei Liberali Democratici (FDP) Thomas Kemmerlich. Ne è seguito il caos.

 

Mercoledì i loro piani sono stati interrotti a sorpresa quando AfD si è schierata con la CDU e con il partito pro-imprese dei Liberali Democratici (FDP) per battere di poco ai voti la candidatura di Ramelow ed eleggere invece Thomas Kemmerich di FDP.

La mossa ha istantaneamente provocato un'onda d’urto in tutta la Germania, creando una spaccatura tra il ramo CDU della Turingia e il suo centro a Berlino. Il capo della CDU e ministro federale della Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer ha accusato i suoi colleghi di avere rotto i ranghi, infrangendo la pratica usuale del partito di evitare qualsiasi collaborazione con Afd, partito anti-establishment e anti-migranti.

 

AfD ha tolto il sostegno al suo stesso candidato e ha sostenuto Kemmerlich, relegando  i Verdi, che si sono a malapena aggiudicati un seggio,  fuori dal governo.

 

La situazione insostenibile in Turingia è infine scoppiata in faccia alla Merkel. Negare l’esistenza di quasi un quarto dell’elettorato nei colloqui di coalizione è in definitiva un suicidio politico a fuoco lento.

 

Si tratta di un altro esempio dei tentativi disperati delle élite politiche tedesche per rimanere al potere.

 

Sono riuscite a farlo con successo in Brandeburgo, ma solo facendo quello che la Merkel non poteva fare a livello nazionale nel 2017, arrivare a un accordo con la SPD e con i Verdi.

 

AfD non sparirà nel nulla, in particolare nell’ex Germania est. I partiti di sinistra sono fluidi e la Mekel continua a usare lo status nominale di centrodestra della CDU come bastone per forzare i suoi provvedimenti preferiti.

 

Più questo accade, più l’opposizione diventa dura. E in Turingia il risultato è stato che i membri locali della CDU, in rivolta contro la proibizione della Merkel di lavorare con AfD, le hanno disubbidito per ostacolare la coalizione di minoranza Linke/SPD/Verdi che avrebbe dovuto vincere.

 

Alla fin fine, perché la Merkel è così arrabbiata per quanto successo, a parte le ovvie beghe interne al suo partito? Perché ha costretto Kemmerlich a sciogliere il governo e ad andare a elezioni anticipate in Turingia?

 

Il motivo sta nella camera alta del Parlamento tedesco, il Bundesrat. Me ne sono occupato in novembre dopo il voto. La Merkel ha un’alleanza ufficiosa con i Verdi per mantenere il controllo del Bundesrat e, di conseguenza, del Bundestag.

 

Come mi hanno fatto notare gli osservatori politici tedeschi, il gioco che sta giocando la Merkel nel lavorare con la SPD nel Bundestag funziona soltanto se riesce a soddisfare i Verdi nel Bundesrat.

 

Ma a causa della natura del Bundesrat (eletto su base regionale - NdVdE), dove le delegazioni dei singoli stati devono votare in blocco, fino al voto in Turingia i Verdi avevano potere di veto con 37 dei 69 seggi e potevano stoppare qualsiasi legge.

 

Ma ora questi quattro seggi andranno probabilmente a qualcun altro e questa defezione dei membri del partito CDU in Turingia rischia di innescare una crisi costituzionale in Germania, se AfD riesce a entrare nel Bundesrat.

 

Aggiungere i Verdi alla coalizione del Brandeburgo era un modo per bilanciare le potenziali perdite in Turingia. In questo modo l’attuale Bundesrat ha l’aspetto qui sotto con i Verdi che hanno 41 seggi più quattro altri potenziali dalla Turingia.

 



 

Questo rende palese la verità: la Merkel ha usato i Verdi per spingere la propria agenda UE senza darlo a vedere al pubblico. Il gioco le ha dato una copertura politica interna.

 

 

Se i Verdi perdono in Turingia, scendono a 41 seggi.

 

Ma ecco il vero problema, di cui nessuno dei media tedeschi si occuperà ma che sta per presentarsi. AfD ha formalmente contestato la ripartizione dei seggi in Assia, dove la CDU e i Verdi hanno un’alleanza fragile e una maggioranza di un solo seggio.

 

Questa contestazione potrebbe far cadere il governo in Assia, e probabilmente lo farà. Infatti, l’istituzione che deve decidere a riguardo non è politica. È amministrativa. Le leggi sono chiare e una volta che il caso verrà giudicato i cinque seggi dell’Assia saranno rimessi in gioco.

 

Infine, se/quando questo accadrà, mi aspetto che la SPD verrà aggiunta alla coalizione e l’ordine verrà ripristinato, dal punto di vista della Merkel. Ma siccome ci saranno nuove elezioni in Turingia, esiste la possibilità che la situazione per la Merkel si deteriori ancora più velocemente.

 

Già il fatto che l’unica opzione fossero le elezioni anticipate è stato profondamente imbarazzante per l’establishment. Questo favorirà i partiti minori, mentre la SPD continua a ripensare alla sua coalizione con una CDU che sta perdendo il controllo dei suoi membri.

 

La politica tedesca si gioca sul trasmettere un senso di coerenza, secondo il mio punto di vista. I cambiamenti devono essere misurati e graduali. Ma questo si basa sulla stabilità economica e sulla prosperità. Il rapido cambiamento del panorama politico tedesco che ha dato il via a questi eventi mette in dubbio questa tesi.

 

Le cattive condizioni economiche degli stati dell’Est spostano i conservatori tedeschi verso AfD. Il fatto che la Germania venga messa in difficoltà dalla Brexit e dall’ostilità di Trump nei confronti della Merkel non aiuta. Un’Europa incapace di una crescita economica che consenta alle aziende tedesche di esportare è un altro fattore. E le continue sanzioni alla Russia hanno ostacolato il relativo mercato per quasi sei anni.

 

Dopo quasi dieci anni di politiche rovinose della BCE e di insistenza della Merkel nell’obbedire a tutte le sfide e ai cambiamenti sta velocemente montando l'erompere di rivoluzione politica contro di lei.

 

Che succede se AfD vince la maggioranza nelle nuove elezioni? Che succede se i Verdi non riescono ad arrivare al 5% e non guadagnano alcun seggio? Che succede se i membri della sua CDU in Turingia scendono ancora a patti Con AfD?

 

Queste sono domande che Angela Merkel non vuole affrontare, ma la Germania ha bisogno di farlo.

 

 

 

 

30/01/20

L’UE è sopravvissuta in Emilia-Romagna, ma il Movimento 5 Stelle no

Come scrive Tom Luongo su Europe Reloaded, anche se il baluardo estremo del PD ha retto all’assalto del centrodestra, le elezioni in Emilia-Romagna e Calabria hanno confermato lo spostamento del quadro politico italiano. Il dato che più allarma le élite è il collasso repentino del movimento Cinque Stelle, attuale partito di governo e di maggioranza relativa in parlamento e quasi sparito nelle ultime elezioni regionali. Questi risultati non potranno che portare a turbolenze nella maggioranza parlamentare. La Lega si conferma invece un partito anti-establishment, capace di conservare la propria identità e di dettare l’agenda politica italiana, a differenza dell’ormai morente movimento grillino.

 

 

Di Tom Luongo, 27 gennaio 2020

 

 

C’era una vera paura in Europa per quello che poteva accadere lo scorso fine settimana in Italia. Le elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria avrebbero potuto essere terribili per la fragile coalizione di governo tra PD e movimento Cinque Stelle.

 

Ma il centro-sinistra ha retto contro la campagna garibaldina di Matteo Salvini e della sua coalizione guidata dalla Lega.

 

L’Emilia-Romagna è la culla del comunismo italiano, ed è stata un fortino inespugnabile della sinistra per decenni. Anche se Salvini e soci non sono riusciti a vincere la battaglia, questo è un classico esempio di sconfitta che fa fare passi avanti.

 

Si tratta di un enorme passo avanti per il centro-destra italiano che influenzerà il modo in cui la regione viene governata. Ma la questione importante qui riguarda i Cinque Stelle.

 

È altrettanto chiaro che i Cinque Stelle sono al collasso completo come partito di opposizione, avendo ottenuto solo il 3,5% in Emilia-Romagna e il 7,3% in Calabria.

 

A livello nazionale, i sondaggi danno i Cinque Stelle tra il 15 e il 17%, il che significa che stanno dirigendosi verso l’irrilevanza politica se i numeri dovessero scendere ulteriormente. Ma dove andranno a finire questi voti?

 

I Cinque Stelle sono nati come partito di opposizione alla élite politica italiana vecchia e corrotta. In origine erano un partito nettamente euroscettico, ma non hanno gestito bene la transizione da partito emergente che fungeva da pungolo, incanalando la frustrazione degli elettori, in una forza governativa davvero efficace.

 

Mattia Zunianello ha scritto un articolo sul Blog della Scuola Londinese di Economia e Scienze Politiche riguardo al modo in cui la mancanza di coesione interna dei Cinque Stelle li abbia condannati a un volo di Icaro, troppo vicino al sole, destinato a schiantarsi al suolo, mentre la Lega di Salvini continua a essere una forza capace di trasformare la politica italiana per una generazione.

 

 

“Inizialmente i Cinque Stelle sono emersi (e sono rimasti fino al 2018) come partito antisistema che si rifiutava di cooperare con altri partiti del sistema, e si presentava come un polo a parte, in contrapposizione sia al centro-destra sia al centro-sinistra. Al tempo, dichiarava che avrebbe cooperato con gli altri partiti solamente per discutere i singoli problemi e le singole leggi. Il M5S rigettava la legittimità degli altri partiti nella maniera più decisa e una collaborazione a tutto tondo era esclusa a priori.

 

Tuttavia, i partiti antisistema spesso finiscono per integrarsi nel sistema che avevano avversato in precedenza. Questo è particolarmente vero per i partiti populisti, che diventano la "nuova norma" nel sistema europeo dei partiti e dei governi attuali. L’integrazione e la legittimazione dei partiti politici può essere un processo lungo o breve, secondo i vari incentivi del sistema politico e i risultati elettorali, ed è generalmente accompagnata da una serie di riforme organizzative e programmatiche.

 

Il punto più alto dell’integrazione dei partiti populisti è rappresentato dal loro ingresso finale nel governo nazionale. In molti casi, i partiti populisti riescono in realtà a sopravvivere al loro ingresso nel governo, e perfino a guadagnare voti nelle elezioni seguenti. La Lega italiana ne è un chiaro esempio. Dopo una disastrosa prima esperienza al governo (1994), la Lega, nel tempo, ha beneficiato di un "processo di apprendimento". La Lega ora ha una lunga esperienza di partecipazione al governo e domina l’agenda politica italiana. Secondo i sondaggi, il partito di Matteo Salvini è oggi di gran lunga il più forte nel paese (stimato al 32%)."

 

Ecco la ragione per cui il consenso della Lega in Emilia-Romagna è aumentato costantemente nel corso delle ultime tre elezioni in questa zona, ed è stato quasi in grado, in un orizzonte temporale di soli tre anni, di rovesciare l’establishment locale. Solo un’aspra battaglia che ha portato a un’affluenza massiccia, di quasi il 59%, ha impedito all’Emilia-Romagna di diventare “azzurra”.

 

Le elezioni precedenti avevano registrato un’affluenza di appena il 30%. Chi si scomoda a votare quando il risultato è già scontato?

 



 

Se guardate attentamente i risultati, vi accorgerete della cosa che rende inquieti questa mattina i plutocrati italiani. I consensi globali dei Cinque Stelle e del PD sono scesi complessivamente di 20 punti percentuali. Non solo il Movimento Cinque Stelle è in caduta libera, ma sembra anche che il PD potrebbe raggiungerlo presto. Il prossimo governo in Emilia-Romagna non darà gli elettori per scontati, come ha fatto fin qui.

 

La Lega e i Fratelli D’Italia hanno raccolto i sette seggi di governo che ha perso il PD, che non può più governare con una maggioranza bulgara.

 

I risultati in Calabria sono anche peggiori. La coalizione di centro-sinistra ha perso più di 32 punti percentuali rispetto alle elezioni del 2014. E anche se il risultato finale non è mai stato in dubbio alla vigilia, non dovrebbe essere comunque sottovalutato. Come per le elezioni in Umbria dello scorso autunno, questi risultati dicono a tutti che all’orizzonte per l’Italia ci sono grandi cambiamenti.

 

Oggi i mercati hanno tirato un respiro di sollievo. Salvini per il momento è stato ricacciato indietro. Ma per quanto? Certo, la coalizione di governo sopravviverà un altro giorno. Certo, oggi è un po’ più forte di quanto fosse ieri. Ma il Cinque Stelle è un partito avviato verso il collasso e i contrasti tra i suoi membri più importanti continueranno fino a quando la coalizione non si romperà.

 

Salvini ha fatto la mossa giusta in agosto, dissolvendo la coalizione. Mentre l’Italia affonda economicamente e politicamente, lui si trova nella posizione di guidare i populisti, assicurarsi il loro sostegno e guadagnare consensi mentre il governo si prende tutte le colpe.

 

E, come suggerisce Zulianello, dal momento che la Lega è un’organizzazione correttamente costituita e funzionale, quando ritornerà al governo lo farà con un chiaro mandato e obiettivi chiaramente definiti.

 

Il Movimento Cinque Stelle non potrebbe mai riuscire a produrre queste due cose.

 

 

17/12/19

Chi ha paura della grande vittoria-Brexit di Johnson?

Tom Luongo analizza il risultato delle ultime elezioni politiche britanniche. Gli inglesi hanno dato un chiaro mandato ai conservatori di portare a compimento la Brexit, punendo i politici che in questi tre anni l’hanno ostacolata, facendo il gioco dell’Unione Europea. Luongo auspica che il Regno Unito prenda le distanze al più presto dal disastroso progetto europeo, sempre più chiaramente avviato al fallimento.

 

 

Di Tom Luongo, 14 dicembre 2019

 

 

Boris Johnson ha finalmente tagliato il nodo gordiano della politica britannica. Con una vittoria schiacciante nelle elezioni di giovedì, Johnson si è assicurato che il suo Trattato per il Ritiro (dalla UE, NdvdE) passerà indenne dalla Camera dei Comuni e produrrà una qualche versione della Brexit in futuro.

 

La vittoria è stata così larga da risultare imbarazzante per coloro che hanno ostacolato la Brexit negli ultimi tre anni. È stato particolarmente soddisfacente vedere Jo Swinson, leader dei Liberali Democratici, perdere il proprio seggio dopo avere scommesso il futuro del proprio partito sulla revoca dell’articolo 50.

 

Questo singolo fatto è più emblematico di qualsiasi altro della bolla intorno a Westminster in cui vivono i politici del Regno Unito. La Swinson ha sottostimato due cose.

 

Prima di tutto, c’è stata la determinazione del popolo britannico di far sentire la propria voce attraverso le urne.

 

In secondo luogo, l’acume politico di Nigel Farage, leader del partito Brexit. Farage ha ritirato i suoi candidati nei seggi conquistati dai Conservatori (il partito di Johnson, NdvdE) nel 2017, per assicurarsi che la Swinson e il suo manifesto traditore finissero in ginocchio.

 

La Swinson è passata dal cercare di diventare Primo Ministro alle notizie di ieri nel giro di sei settimane. Davvero un bel risultato.

 

Questo risultato ha anche messo in guardia l’intero establishment politico britannico sul fatto che le bugie che hanno raccontato su quanto sarebbe stata terribile la Brexit erano irrilevanti.

 

I Laburisti si sono messi da soli all’angolo, spingendo il loro leader Jeremy Corbyn a una svolta marxista nel suo manifesto. Penso che l’ala Blairiana dei laburisti sapesse che quest’elezione era persa, e ha permesso a Corbyn di impiccarsi da solo con le sue sciocchezze riguardo il sistema sanitario, il pollo al cloro e Donald Trump, in modo da liberarsi di lui una volta per tutte.

 

È stato un colpo da maestro di strangolamento politico, sferrato sia dai Conservatori sia dai globalisti Laburisti, che volevano neutralizzare tutte le minacce al loro potere reale, mentre Johnson si assicurava la maggioranza che proteggerà il nucleo del loro potere per i prossimi cinque anni.

 

Ma per il popolo queste elezioni riguardavano la loro dignità e quella di coloro che sono stati lasciati indietro da due generazioni di politici che li hanno venduti a Bruxelles. Il popolo non si fida di Johnson più di quanto faccia io.

 

Ma sapevano che ci doveva essere un chiaro segnale, anche se il beneficiario del segnale non era perfetto. Quindi, mentre Nigel Farage potrà non aver vinto alcun seggio in queste elezioni, continua a vincere spiritualmente la competizione.

 

Perché “leave” significa “leave”.

 

La Brexit potrebbe causare tempi duri. Potrà essere difficile. E con questo? La campagna paternalistica e condiscendente tenuta dalla folla del Remain è stata così disgustosa da indurre coloro che votarono nel referendum del 2016 a sfidarli di nuovo.

 

Chiunque abbia mezzo cervello poteva accorgersi della doppiezza e viltà di persone come Chukka Amuna e Anna Soubry (e il resto della folla ChangeUK), che cambiavano partito come noi ci cambiamo la biancheria intima, ma si rifiutavano di presentarsi a elezioni anticipate per confermare i loro seggi. E hanno anche perso tutti i loro seggi.

 

Anche i Conservatori che hanno negoziato apertamente con le potenze straniere per tradire la volontà del popolo se ne sono andati. Un’intera generazione di politici inetti e riprovevoli sono stati messi alla porta, per non aver sostenuto nuove elezioni perché sapevano quale fosse il reale sentimento della nazione, mentre loro lavoravano alacremente per sovvertirlo.

 

Che piaccia o no, i politici non possono governare senza il consenso del popolo. E il popolo ha appena detto loro: se ci deve essere qualche inconveniente, che così sia. Non illudiamoci, la battaglia non è ancora finita, ma questa è la prima vittoria definitiva della saga-Brexit.

 

Il progetto Europeo ha subito un duro colpo da questi risultati. Anche se io non mi fido di Boris Johnson e delle intenzioni dei conservatori. Le elezioni non riguardavano quello che Johnson farà col suo mandato.

 

Il loro obiettivo era sbarazzarsi del cancro che c’è nel cuore del sistema politico britannico.

 

Quindi, prima le cose importanti, sbarazzarsi di tutti gli azzeccagarbugli i politici in carriera e mettere la Brexit sul cammino della sua attuazione.

 

Riformare la Camera dei Lord, la Corte Suprema e tutte le altre cose, può aspettare. Penso che questi risultati abbiano chiarito anche questo punto.

 

Johnson lo ha menzionato nel suo discorso introduttivo, sapendo che molte persone gli hanno prestato il volto. Sa che questa vittoria può essere fugace.

 

Johnson deve procedere non solo con l’attuare la Brexit. Deve realizzare un cambiamento reale e sostanziale delle politiche della UE che hanno spinto nel fango l’economia del Regno Unito.

 

Deve separare realmente il Regno Unito dalla crisi che ribolle nel continente, perché se lui tradisce su questo stabilendo come Theresa May una “relazione prossima e speciale” con la UE finirà molto rapidamente nel caos.

 

Ciò detto, sento anche che

 

Il fatto che Johnson abbia un mandato elettorale così forte per “compiere la Brexit” gli darà anche una posizione negoziale di forza con l’Unione Europea quando i negoziati ricominceranno a gennaio. Si è liberato con successo del peggio degli elementi “Remain” del partito conservatore e questo mette in guardia Bruxelles, che non potrà più mettere una fazione di Westminster contro l’altra.

 

Per più di tre anni l’establishment politico del Regno Unito e dell’Europa hanno attaccato il voto originale sulla Brexit. Questa opposizione ha fatto emergere e aggravato le divisioni all’interno della società britannica, schierando le sottoculture del Regno Unito l’una contro l’altra.

 

Il grande dubbio è se lui negozierà con Barnier da vincitore o, come Theresa May, da uno che chiede la pace dopo essere stato raso al suolo dai bombardamenti.

 

Si tratta forse della questione più importante che pende ancora sul Regno Unito e sulla Brexit.

 

Barnier e i suoi amici pensano ancora di avere le migliori carte in mano. Giocheranno ancora il loro gioco duro di non negoziare fino all’ultimo momento, cercando di imporre una soluzione ai britannici ribelli che sia umiliante e punitiva.

 

Penso che anche solo per questa ragione, i britannici hanno votato come hanno fatto, giovedì. Era chiaro che il loro parlamento non solo non faceva i loro interessi e li trattava come bambini arroganti, ma anche la UE li guardava con sdegno e ostilità appena nascosta.

 

O, nel caso di Donald Tusk e Guy Verhofstadt, ostilità palese.

 

L’arroganza del pensiero coloniale europeo è stata in bella vista negli ultimi tre anni. Non finirà con questo voto, né arretrerà anche solo di poco.

 

I leader UE stabiliranno nuovi termini di negoziazione per un accordo di libero scambio con il Regno Unito per sterilizzare ogni “vittoria” che Johnson ha ottenuto nel suo nuovo e luminoso Trattato per il Ritiro.

 

Charles Michel, il nuovo Presidente del Consiglio Europeo, sta già parlando in questi termini. Lo stesso vale per il Presidente francese Emmanuel Macron. Il nuovo slogan dell’UE sarà “campo da gioco livellato”.

 

Questo prende il posto dell’”allineamento normativo”. E se vedete Johnson usare quella frase, Farage scatterà come una molla, e giustamente.

 

Per il momento, Johnson ha il vento in poppa. Ha rafforzato i Conservatori, ha neutralizzato l’ERG, sconfitto Corbyn e rimesso Farage nella sua lampada. La Brexit ci sarà.

 

Questa vittoria attirerà una folla di investitori nel Regno Unito e li farà riflettere severamente su quanto sta succedendo nella UE. Anche se penso che l’obiettivo di Johnson sia di ottenere alla fine una BRINO – Brexit solo di facciata – un collasso del sistema bancario europeo potrebbe forzarlo politicamente a tenere le distanze mentre si verifica il disastro.

 

Perché questo fa parte di quanto la gente ha rifiutato col voto di giovedì. Dopo la Brexit, i debiti europei non sono un problema del Regno Unito, nella loro testa.

 

Questo è ciò di cui dovrebbero aver paura i leader UE. E, dal modo in cui stanno giocando le loro carte con il Regno Unito, è chiaro che ne hanno paura.

 

 

Se volete dare un’occhiata seria alla storia su come l’Unione Europea sia diventata la mostruosità che è oggi, procuratevi una copia del libro di Bernard Connolly Il Cuore Malato dell’Europa.

 

06/12/19

La Germania è il cuore marcio dell’Europa

Come riporta Tom Luongo, i problemi europei hanno origine in primo luogo dalla Germania, che ha utilizzato la moneta unica come strumento di colonizzazione dei paesi europei più deboli. Ora il giocattolo ha raggiunto il suo limite ed esploderà non appena finiranno gli effetti espansivi messi in campo dalla BCE, che, anziché risolvere i problemi, li ha lasciati invece aggravarsi a dismisura.

 

 

 

 

Di Tom Luongo, 3 dicembre 2019

 

In Europa la crisi arriverà dalla Germania. La Germania è entrata in un periodo di crisi politica che, al momento, non è ancora esplosa.

 

Ma la pira è stata costruita, le torce sono accese e tutto ciò che rimane da fare è trascinare la cancelliera Angela Merkel sul rogo e dare fuoco.

 

Per coloro che vogliono capire gli impulsi fondamentali che hanno portato l’Unione Europea dove si trova oggi e il ruolo centrale della Germania, è veramente necessario leggere “Il cuore marcio d’Europa” di Bernard Connolly.

 

Si tratta di un libro che condanna praticamente tutti coloro che hanno mono-maniacalmente spinto per il progetto europeo ma, a mio parere, quella che ne esce peggio è in particolare la Germania.

 

Infatti il progetto dell’euro, come moneta, venne guidato dagli industriali tedeschi che puntavano ai vantaggi che avrebbe portato loro una moneta unica.

 

Questo è un concetto che ho sottolineato molte volte: la moneta unica rende più economici i prodotti industriali del Nord Europa, mentre sovrapprezza la capacità produttiva del Sud.

 

Inoltre, aumenta l’effettiva qualità del debito di questi ultimi paesi, portandola a un livello molto più alto del suo valore di mercato. Ciò ha consentito loro di prendere in prestito denaro a tassi molto più bassi di quanto avrebbero mai potuto fare in altre condizioni.

 

Questo ci ha portato esattamente dove siamo oggi: con gli enormi squilibri interni che hanno destabilizzato queste economie ed eroso ulteriormente la loro capacità produttiva e competitività, lasciandoli con una montagna di debito, impossibile da ripagare, che viene utilizzato come ulteriore strumento per estrarre gli ultimi asset realmente di valore dai paesi stessi, quando l’inevitabile crisi colpisce e il debito deve essere ristrutturato.

 

Pensare che questo meccanismo non fosse noto a chi ha progettato l’euro è totalmente da ingenui. Questo ragionamento non viene fatto solo da Connolly, ma anche da Gyorgy Matolcsy, Presidente della Banca Centrale di Ungheria.

 

Grazie a un lettore fisso molto generoso, sto leggendo ora questo libro: “L’impero americano contro il Sogno Europeo”. Matolcsy in apertura sferra un caustico attacco all’euro, sostenendo che non avrebbe mai dovuto essere introdotto, fin dall’inizio.

 

Il fatto è che gli effetti della moneta unica erano perfettamente prevedibili. Ma l'autore tocca un argomento ancora più importante rispetto a quanto fa Connolly nel suo libro. La Germania estrae ricchezza e accumula rendite grazie all'arbitraggio sul tasso di cambio.

 

Sentirlo potrà irritare i miei lettori tedeschi ma, ancora una volta, se pensate che questo non fosse il piano fin dall’inizio, ossia colonizzare paesi come la Grecia, che non si riuscì a conquistare militarmente durante la Seconda Guerra Mondiale, allora non riuscite a capire perché il resto d’Europa si sta arrabbiando.

 

Maltocsy si spinge ancora più in là nella sua critica alla Germania, affermando che se questa estrazione di ricchezza fosse stata distribuita a tutta la UE durante i venti e più anni di euro, sotto forma di investimenti, le cose sarebbero andate molto meglio.

 

Ma la Germania non ha mai abbandonato la sua mentalità mercantilista, preferendo vendere BMW e Porsche agli spagnoli e ai greci, mentre prestava loro i soldi necessari a tassi di interesse calmierati.

 

Poi, quando è arrivato il conto, la Germania ha chiesto loro l’austerità per ripagarlo e nel frattempo ha dato loro dei fannulloni.

 

Ecco perché oggi la Germania è il centro marcio di un presunto impero europeo che cade a pezzi. Ed ecco perché tutti, inclusi i tedeschi, verranno ora impoveriti mentre la montagna di debito impossibile da ripagare collassa.

 

Gli imperi crollano sempre dall’interno.

 

L’impero americano sta affrontando lo stesso identico problema, ma siccome il dollaro è la valuta di riserva mondiale, verrà semplicemente colpito più tardi.

 

Ecco perché il Dow Jones Industriale e lo S&P500 sono ai massimi storici nonostante le ultime bordate del presidente Trump nell’ambito della guerra commerciale con la Cina, mentre il tedesco DAX fa fatica a rimanere sui livelli massimi del 2018.

 

Il Dow Jones risente delle differenze nelle incertezze economiche e politiche tra gli USA e la Germania. Perché…

 

La notizia importante è che i partner di coalizione di Angela Merkel, i Social Democratici (SPD), hanno appena eletto un nuovo leader che è ostile al governo di coalizione, in quanto attribuisce alla Merkel la colpa del collasso elettorale del suo partito a livello nazionale. Questo mette il futuro politico della Merkel in pericolo o, come minimo, assicura che lei avrà meno controllo su un governo tedesco largamente paralizzato.

 

Negli ultimi mesi abbiamo visto in generale i mercati tirare un sospiro di sollievo dopo che la FED e la BCE si sono attivate per immettere liquidità. Ma questo intervento non risolve i problemi sottostanti, li rimanda soltanto, gonfiando per qualche altro mese la curva dei rendimenti, in questo caso degli Stati Uniti e della Germania.

 

Ma l’impulso reflattivo è ora dominante o è una semplice pausa tra crisi, come suggerisce Jeff Snider di Alhambra Partners?

 

Io propendo per la seconda ipotesi, dato che la FED continua ad accumulare Repo (pronti contro termine, NdVdE) sul suo bilancio, ormai più di 208 miliardi di dollari da settembre, e un’altra operazione Repo di 42 giorni ieri è stato sottoscritta per una quantità doppia dell’offerta.

 

Certo, potrebbe trattarsi di semplici trucchetti da fine trimestre, ma perché? E ci chiederemo le stesse cose quando questi Repo da 42 giorni scadranno a fine gennaio?

 

La vera domanda è che cosa sta spingendo le banche USA ad aver bisogno di così tanti dollari per mantenere liquidi i mercati. E perché tutti si sentono agitati dalla mancanza di dollari.

 

La risposta è che tutti si aspettano la stessa cosa, che qualcosa cambierà in maniera decisa, e quando lo farà tutti vorranno dollari, non euro, non sterline, yen o yuan.

 

L’economia tedesca sta rallentando, lo fa da più di un anno.

 

E quando l’impulso reflattivo finirà, i mercati che non hanno toccato i massimi storici saranno molto più vulnerabili a un collasso. L’impero mercantilista multigenerazionale tedesco ha raggiunto il suo zenith. Non può più spingersi oltre senza cedere terreno politico al resto d’Europa o abbandonare proprio quella cosa che ha creato l’impero fin dall’inizio: l’euro.

Ecco il problema principale che sta al cuore del progetto europeo. E non può essere nascosto ancora a lungo.

 

07/09/19

La Brexit si è trasformata in atti di vandalismo istituzionale

Come osserva Tom Luongo, la strategia dei politici remainers nel Regno Unito è ormai equiparabile a una forma di vandalismo istituzionale: sono disposti a tutto pur di NON far prevalere la volontà popolare, perfino a una resa incondizionata del proprio paese all’Unione Europea. Negare al popolo sovrano la libertà di scelta è una forma gravissima di violenza, che non potrà che generare altra violenza.

 

 

Di Tom Luongo, 4 settembre 2019

 

 

Alcuni uomini vogliono solo vedere il mondo bruciare.
–Il Cavaliere Oscuro


 

 

La Brexit ha distrutto la politica britannica. Era questo l’obiettivo della strategia di non-negoziazione della UE. Ed ha avuto un grande successo.

 

Bisogna capire che la mentalità della Gente di Davos e dei loro Quisling (il collaborazionista norvegese di Hitler NdVdE) sparsi per l’Europa è che la UE è inevitabile. L’UE è il futuro e niente che il popolo possa dire o volere cambierà questo destino. E faranno di tutto per arrivarci.

 

Mentre guardavo altre due ore di quel patetico virtue signaling e disperazione stridente che vanno sotto il nome di “parlamento inglese”, sono arrivato all’unica conclusione a cui può giungere una persona razionale.

 

La coalizione del remain nel parlamento del Regno Unito è diventata una banda di vandali.

 

Distruggerebbero tutto: il loro governo, le tradizioni e tutto quello che sanno essere vero fuori dalle stanze di Westminster per assicurarsi che i sogni dei loro padroni diventino realtà.

 

Il fatto che abbiano presentato un disegno di legge che concede alla Commissione Europea un controllo assoluto sui futuri negoziati con la UE è alto tradimento. Punto e basta.

 

Il fatto che poi vogliano mettersi al riparo da un’elezione generale, che sanno che avrebbe ribaltato il loro colpo di stato, è un atto di vandalismo.

 

È il culmine dell’arroganza da parte di persone che inizialmente hanno calpestato i manifesti dei partiti che chiedevano la Brexit, e poi hanno chiesto un “voto del popolo” per fermarla, per mascherarsi e utilizzare le loro ultime briciole di potere per negare a quelle stesse persone l’opportunità di cambiare la loro rappresentanza politica per paura della Brexit.

 

È qui che il fanatico oltrepassa la linea dell’ideologo. Quel momento in cui devi decidere di soggiogare milioni di persone a causa delle tue paure, delle tue idee, della tua volontà, perché tu sì che sei competente.

 

E farlo mentre si sostiene di essere dei campioni della democrazia dimostra soltanto quanto sia manipolabile la lingua inglese.

 

Le persone che hanno passato il segno e votato per impedire a Boris Johnson di attuare la Brexit il 31 di ottobre sono state espulse, come i vandali che si sono dimostrati. Sono persone che hanno cercato in origine di legare il Regno Unito a un Trattato di Ritiro peggiore dell’adesione alla UE come punizione del popolo per avere votato a favore della Brexit nel 2016.

 

Sono persone come Dominic Grieve, Micheal Gove, Ken Clarke e Phillip Hammond. A prescindere da quello che dicono in pubblico, non hanno mai creduto nella Brexit, non la vogliono e non vogliono vederla attuata.

 

Ora, se non otterranno quello che vogliono, daranno fuoco al parlamento e a tutto quello che dovrebbe rappresentare.

 

Perché niente di quello che ha fatto Boris Johnson come Primo Ministro giustifica il tradirlo in questo modo, a meno che la loro fedeltà vada alla UE prima e alla Gran Bretagna solo dopo.

 

Questa è la definizione stessa di vandalo. Queste persone sono piene di invidia e rancore. Odiano avere perso il referendum. Odiano doverlo attuare. Odiano soprattutto il popolo, per averli messi in questa posizione.

 

E le loro minacce non sono altro che dichiarazioni di fedeltà, prima di tutto alla UE e solo dopo a tutto il resto.

 

Perché se la loro fedeltà fosse stata anzitutto al Regno Unito, avrebbero votato per le elezioni. Avrebbero dato fiducia al popolo, perché prendesse la decisione giusta. Ma non lo faranno.

 

Questi Tory ribelli sanno che Boris Johnson e Nigel Farage tornerebbero da trionfatori a Westminster dopo le elezioni e manderebbero in porto la Brexit alle condizioni dell'Inghilterra, senza pensarci due volte.

 

I Labours sanno che potrebbero ritrovarsi talmente lontani dal potere da non potersi più riprendere.

 

Sanno che ormai la gente li odia. Sanno di essere in minoranza. Sanno che il potere sta loro sfuggendo dalle mani.

 

E quindi il vandalismo continua. La spietata lotta di potere continua. Il popolo viene ignorato. Ma non può durare a lungo.

 

Perché il vandalismo genera vandalismo. La violenza genera violenza. E non confondetevi, questi atti in Parlamento, volti a frustrare la volontà del popolo sono violenza. Quello che succederà dopo, se queste persone avranno successo nel fermare la Brexit, non sarà trasmesso in televisione.

 

Ecco cos’è il governo, al suo centro. La nuda, sfrenata forza, brandita come un bastone senza rimorso sulle persone che dovrebbe servire.

 

George Orwell, una persona che sapeva un paio di cose riguardo alla capacità di tirannia britannica, ha scritto questa frase famosa:

 

Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che schiaccia un volto umano – per sempre.

 

Futuro? Scusa George, quel futuro è il presente, e il presente è il prologo.

20/08/19

Salvini frenato non significa Salvini battuto

L’analista americano Tom Luongo analizza su Strategic Culture gli ultimi eventi politici italiani. Al di là degli incredibili resoconti e ricostruzioni proposti sui nostri media, la verità è che il movimento Cinque Stelle è stato messo all’angolo da Salvini. Il partito che poco più di un anno fa aveva una larga maggioranza relativa si ritrova a dover scegliere tra prendere atto di essere stato sopravanzato dalla Lega, consentendo subito nuove elezioni, oppure manipolare gli eventi per rimanere al potere con il decrepito PD, tradendo ulteriormente la fiducia dei propri residui elettori. Più probabilmente, il leader Di Maio farà la scelta peggiore: tenterà un accordo con i Democratici, crollando ulteriormente nei sondaggi, per poi rassegnarsi a tornare al voto, certificando il suicidio politico del proprio partito.

 

 

Di Tom Luongo, 18 agosto 2019

 

 

Il ministro dell'Interno italiano e leader della Lega Matteo Salvini è stato recentemente frenato nel suo tentativo di prendere il controllo della frammentata scena politica italiana. Salvini ha chiesto nuove elezioni, dopo avere dichiarato che il governo di coalizione con il Movimento Cinque Stelle non funziona più.

 

La sua mozione per un voto di sfiducia contro il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stata bocciata al senato italiano, dopo che i suoi precedenti alleati di coalizione hanno appoggiato una proposta degli ex-potenti Democratici.

 

Alla fin fine, non avrebbe dovuto essere una sorpresa vedere i Cinque Stelle scegliere come strano compagno di letto il partito e l’apparato politico che erano stati creati per combattere. Perché, se avessero sostenuto Salvini, avrebbero dovuto accettare lo status di spalla della Lega, visto che i sondaggi sono diventati in enorme misura loro sfavorevoli nei quattordici mesi del loro governo comune.

 

Ne emerge che, a prescindere da quanto si sia considerati rivoluzionari, in politica mantenere l’accesso al potere rimane la preoccupazione fondamentale. In generale, il primo obiettivo di qualsiasi organizzazione è la sua sopravvivenza e i Cinque Stelle hanno compiuto la Scelta di Hobson di schierarsi con i Democratici di Matteo Renzi, per restare al potere piuttosto che mantenersi saldi sui loro princìpi e rispettare la volontà del popolo italiano, che ora sostiene chiaramente Salvini e la sua Lega.

 

Come ho fatto notare nel mio articolo precedente, la Lega secondo i sondaggi è arrivata a percentuali che i Cinque Stelle non hanno mai raggiunto, 38-40%, mentre il sostegno ai Cinque Stelle è crollato sotto il venti per cento, dopo essere stato superiore al 28% (in realtà superiore anche al 32%, NdVdE) nelle elezioni di marzo 2018.

 

Quindi, il “tradimento” da parte di Salvini dei Cinque Stelle, che si sono impuntati a non attuare tutte le parti del loro contratto di governo volute da Salvini, ha portato direttamente al tradimento di Salvini da parte dei Cinque Stelle.

 

Ma se guardiamo ai sondaggi, è chiaro che il populismo di centro-destra marchiato Salvini è molto popolare. E la decisione del leader dei Cinque Stelle, Luigi di Maio, di andare contro il suo ex alleato non è destinata a portare buoni risultati al suo partito per il futuro.

 

È chiaro che Salvini viene seguito dalla popolazione italiana sulle riforme, sui tagli alle tasse, sulle spese per nuove infrastrutture e sulla fine dell’austerità imposta dalla UE e guidata dalla Germania.

 

Per il futuro prossimo, sembra che Di Maio abbia avuto la meglio sul suo ex partner di coalizione. Il presidente Sergio Mattarella benedirà con gioia un’alleanza PD / Movimento Cinque Stelle, per assicurare che non accada nulla di radicale nei prossimi, decisivi, due anni, durante i quali l’Unione Europea deve affrontare le più grandi sfide per il suo futuro.

 

Questo è particolarmente vero, visto che sembra sempre più probabile che il Regno Unito lascerà la UE la notte di Halloween, anche in assenza di accordi.

 

Ma Di Maio si ritrova ora nella stessa posizione in cui si è trovato un altro riformatore diventato leccapiedi dopo aver tradito il suo paese nel 2015: il greco Alexis Tsipras.

 

Giusto per ricordarlo, Tsipras è stato mandato a casa ed è ora una delle persone più odiate in Grecia. Il suo tradimento del popolo greco è stato così completo, che ha spinto al potere un governo di centro-destra lo scorso luglio.

 

I Cinque Stelle erano nati dal disgusto degli italiani per la loro leadership politica a Roma e per il rovesciamento tecnocratico del governo di Silvio Berlusconi nel 2011.

 

Si trattava di un partito di pura protesta, specialmente quando Beppe Grillo ne era la figura principale. Ora, fa accordi con gli stessi tecnocrati, pur di rimanere al potere.

 

Di Maio farebbe bene a pensare molto attentamente a come si evolveranno le cose da qui in poi. Ricordiamoci che erano stati i Democratici a rifiutare di allearsi con i Cinque Stelle lo scorso anno, portando all’alleanza nominalmente euroscettica tra loro e la Lega che ha cercato di governare dal giugno dello scorso anno.

 

È vero che i Cinque Stelle hanno sofferto da quando si sono alleati con la Lega, ma si è trattato di ferite auto-inflitte, dato che Salvini li ha surclassati, accusandoli di non sostenerlo mentre la sua popolarità cresceva.

 

Quello che sta avvenendo è che se i Cinque Stelle fanno un accordo con Renzi e i Democratici, si tratterà di un tradimento dello stesso ordine di grandezza di quanto Syriza ha fatto in Grecia con Tsipras. E Salvini, che si troverebbe all’opposizione, avrebbe gioco facile a impallinare il governo a ogni occasione mentre Conte, Mattarella e la loro mascotte, il ministro delle Finanze Giovanni Tria, vendono l’Italia a Bruxelles.

 

E sarebbe Salvini a ridere per ultimo, mentre i Cinque Stelle non otterrebbero nulla in cambio dell'essersi venduti, l’Italia verrebbe ulteriormente distrutta, e la carovana di migranti di George Soros riprenderebbe. Di Maio e i Cinque Stelle hanno avuto la loro opportunità di opporsi alla UE mentre questa era in difficoltà, con la crisi dei debiti sovrani e con il sistema finanziario e politico tedesco sotto stress estremo.

 

E hanno fallito.

 

La politica a questo livello è dominata dagli ego. Di Maio non è stato in grado di opporsi al malcontento interno dell’ala di sinistra del suo partito, e a causa di questo non ha potuto onorare le promesse fatte quando la coalizione si è formata.

 

Ora, ha messo il suo partito sulla strada che porta alla distruzione, mentre Salvini se ne va senza avere perso nulla di importante. Le sue politiche in una coalizione con i Cinque Stelle e Conte come presidente del consiglio non sarebbero state implementate.

 

Ora, che lo volesse o meno, ha rivelato tutti loro, inclusi i suoi ex alleati, come gli inutili arrampicatori sociali che sono, invece dei patrioti e ribelli che ostentano di essere, di fronte al popolo italiano.

 

La mossa migliore di Salvini ora è di continuare con i suoi piani e chiedere le elezioni. Forzare i Cinque Stelle e metterli ancora di più in contrasto con l’elettorato. E dopo, aspettare il suo tempo, lavorando sulla posizione della Lega al Parlamento Europeo.

 

Perché, anche si possono manipolare gli eventi nel breve periodo, non si può cambiare la tendenza generale (qualcuno direbbe che non si può fermare il vento con le mani… NdVdE).  Si tratta di un aspetto che sia l’UE sia i “poteri forti” italiani devono ancora imparare.

 

 

14/04/19

Tom Luongo: Salvini prepara l’Italia allo scontro con l’UE

Tom Luongo spiega su Strategic Culture la strategia che intravede nelle mosse del governo italiano. Salvini punta a ottenere un successo alle elezioni europee unendo tutti gli euroscettici sotto la stessa bandiera, per poi sfidare Bruxelles: o cambia o l’Italia se ne va, forte delle sue riserve d’oro, nel frattempo messe al sicuro.

 

 

 

Di Tom Luongo, 10 aprile 2019

 

Al momento, l’italiano Matteo Salvini naviga a gonfie vele. Dopo avere mandato all’aria un paio di pretestuose azioni legali volte a pregiudicare il suo assalto al Parlamento Europeo del prossimo maggio, Salvini lavora per galvanizzare l’euroscetticismo in tutto il continente, per farne una forza politica rilevante.

 

Non si tratta di un lavoro facile.

 

Ma ha perlomeno due importanti alleati. Marine Le Pen del National Rally francese e Viktor Orban, leader ungherese. Salvini e Le Pen si sono incontrati la scorsa settimana per annunciare che faranno campagna elettorale congiunta per le elezioni europee, e per annunciare un grande incontro imminente a Milano.

 

Tuttavia, questo è solo l’inizio.

 

Ormai da un anno sostengo che Salvini dovrà essere la persona che pone le basi per una rivolta totale contro l’Unione europea e la partecipazione dell’Italia all’Eurozona.

 

Il suo partito, la Lega, è aumentato a dismisura nei sondaggi, ribaltando la dinamica con il partner di coalizione, il Movimento Cinque Stelle. Si tratta di una coalizione che spaventa l’establishment politico in Europa, perché non è formata dalla consueta falsa opposizione tra destra e sinistra.
È una coalizione populista con l’obiettivo comune di ribaltare il sistema corrotto e corporativo che molti governi occidentali rappresentano.

 

Da quando è arrivata al potere, lo scorso anno, ci sono stati numerosi tentativi di seminare zizzania tra questi compagni di strada apparentemente mal assortiti. Sono tutti falliti. In parte, questo è dovuto alla popolarità crescente della Lega e di Salvini.

 

Essendo sopravvissuti fino a questo punto e avendo spaventato la Ue diverse volte con “richieste provocatorie” in stile Trump sul bilancio e sulle riforme dell’immigrazione, Salvini e il suo partner populista Luigi di Maio guardano alle elezioni del Parlamento europeo come al primo test importante per il loro governo.

 

Riuscire a mettere insieme gruppi di tutta Europa che si accordano su una piattaforma comune per sfidare l’asse di potere franco-tedesco, li metterebbe in una buona posizione nella seconda metà del 2019 per spingere la situazione ancora più in là, specialmente per quello che riguarda la folle situazione fiscale italiana.

 

Mi sono reso conto da un po’ che Salvini ha due caratteristiche. È sia radicale che metodico. Non sta alimentando un fuoco di paglia di gloria. Sta costruendo la sua strategia contro la Ue lentamente, permettendo alla storia di spingere nella sua direzione.

 

È rimasto defilato dal disastro della Brexit, anche se sa di avere il potere di fermare il tradimento del voto e forzare il divorzio. Ma anziché farlo, è meglio lasciare che il processo prosegua da solo e che riveli interamente la sua dura verità, mentre lui prende nota e si organizza per il prossimo attacco alla Ue.

 

Se gli euroscettici vanno oltre gli attuali sondaggi che li vedono intorno al 30-32% dei seggi e Salvini riesce a trascinarli sotto un’unica bandiera, facendoli diventare il più grande partito del Parlamento europeo, allora manderebbe il giusto messaggio alla sua Italia.

 

C’è qualcosa di grosso che bolle in pentola tra Salvini e Di Maio. In primo luogo, hanno firmato l’iniziativa cinese Belt and Road, il cui secondo incontro importante si terrà alla fine di questo mese. La cosa ha fatto arrabbiare sia Trump che Angela Merkel.

 

Tutto in un solo giorno di lavoro.

 

Ma la novità più grande, secondo me, è il Parlamento italiano che spinge per riprendersi le riserve d’oro della nazione dalla Banca d’Italia. Ci sono due leggi in previsione:

 

la prima, darebbe ordine agli azionisti della banca centrale, in gran parte banche private, di vendere le loro azioni al Tesoro Italiano ai prezzi del 1930.

 

L’altra legge dichiarerebbe il popolo italiano proprietario delle riserve della Banca d’Italia, pari a 2.451,8 tonnellate d’oro, che valgono circa 102 miliardi di dollari ai prezzi attuali.

 

Gli azionisti della Banca d’Italia sono per lo più le banche commerciali italiane che ora sono  insolventi, o a rischio di insolvenza, a causa delle regole bancarie Ue. Ciò le mette a rischio di vedere i propri depositanti espropriati e le banche ristrutturate forzatamente in una notte da parte della Banca centrale europea.

 

Non mi credete? Andate a vedere cosa è successo al Banco Popular spagnolo nel 2017. Venne ceduto a Santander per un dollaro dopo che la BCE lo aveva dichiarato insolvente. Nel giro di un weekend vennero azzerati gli azionisti e tutto continuò come se non fosse successo nulla.

 

Eppure è successo, e questo non ha certo rassicurato gli investitori che ci sia anche solo una minima speranza di riavere indietro i soldi investiti in una banca europea se la BCE può permettersi di agire così. In un certo senso, perché pensate sia così difficile per Deutsche Bank trovare il capitale necessario (da 6 a 10 miliardi di dollari) per fondersi con l’ugualmente insolvente Commerzbank?

 

Se doveste scegliere tra Deutsche e J.P. Morgan Chase, ora, cosa fareste? Il sistema bancario Usa sarà corrotto, ma non abbastanza stupido da buttare via l’unica cosa che assicura il flusso di capitali esteri in cerca di un “porto sicuro”, il fatto che gli investitori vengono per primi.

 

Chase potrà non piacermi, ma scommetterei su di lei e non su Deutsche tutti i giorni della settimana, e specialmente la domenica pomeriggio, quando Mario Draghi va in scena.

 

Se queste banche italiane vengono trattate in maniera analoga al Banco Popular dalla BCE, potremmo facilmente vedere la loro proprietà trasferita ai creditori e quindi, per estensione, il controllo della Banca d’Italia.

 

Ecco che cosa si intende quando si parla di minare la sovranità nazionale!

 

E qual è l’unica cosa di valore nel bilancio di Banca d’Italia? L’oro.

 

La spinta di Salvini e Di Maio sulla Banca d’Italia perché ceda l’oro al governo è una maniera di assicurarsi che le riserve auree italiane rimangano al sicuro e disponibili a garantire una nuova versione della Lira, se le cose dovessero arrivare a questo punto.

 

Come nelle negoziazioni per la Brexit l’opzione nucleare, un divorzio completo, deve essere una minaccia credibile, ossia una Brexit senza accordo e un ritiro unilaterale dall’euro.

 

Questa minaccia degli italiani bolle in pentola da un po’, e ogni volta che emerge la stampa di regime ripete sempre le stesse cose. Minaccia l’indipendenza della banca centrale. L’oro potrebbe venire usato per pagare i programmi di spesa populisti. E bla, bla bla.

 

No, il vero rischio è che con l’oro di proprietà del popolo, il governo italiano ricominciare con una nuova moneta.

 

E questo è il punto fondamentale.

 

Quindi, prima Salvini va al Parlamento europeo con una coalizione solida per sconvolgere le procedure e minare ulteriormente la base di potere di Angela Merkel. Poi, lui e Di Maio riportano questo successo a Roma e lo usano per avviare vere riforme al sistema finanziario Ue.

 

E se non ottengono ciò che vogliono, se la Merkel si impunta sulla sua politica basata su una Germania che depreda l’Europa attraverso l’austerità, allora passano all’offensiva, con 2.410 tonnellate d’oro in saccoccia. Sarebbe una partita vincente se l’economia europea dovesse ulteriormente implodere.

 

La Germania non è nella posizione di ingaggiare una battaglia dura, ora che la sua economia sta rapidamente sprofondando nella recessione.

 

Anche un piccolo shock a questo punto causerebbe una fuga di massa dagli asset europei. Abbiamo appena visto un’enorme fuga verso gli asset sicuri nel mese passato.

 

I mercati obbligazionari europei sono a rischio di una veloce inversione alla prima occasione.

 

Tuttavia, per attuare la sua “rivoluzione” al Parlamento europeo, Salvini e Le Pen dovranno fare i bravi con la Polonia riguardo alla Russia, aspettando a chiedere di togliere le sanzioni, per ora. Unire gli euroscettici nelle prossime sette settimane sarà difficile. Ma Salvini ha già dimostrato flessibilità fino ad oggi, con la sua coalizione.

 

Cosa vi fa pensare che non sia in grado di portare la Polonia dalla sua parte?

 

 

 

08/04/19

Tom Luongo: l'economia tedesca è un morto che cammina

Luongo commenta i dati economici provenienti dalla Germania. L’economia tedesca è vicina a un tracollo, a causa dei problemi strutturali della UE. Gli espedienti con cui per anni sono stati tenuti insieme i cocci di un’unione economica disfunzionale sembrano ormai mostrare la corda: si avvicina il momento della verità. E la Merkel sembra aver già perso la guerra per tenere insieme la UE, qualunque sia l’esito finale della Brexit.

 

Di Tom Luongo, 6 aprile 2019

 

 

La Germania è decisiva per l’economia UE. Non è una novità.

 

La novità è che l’economia tedesca sta collassando. Non rallentando… nemmeno attraversando delle turbolenze.

 

I tedeschi sono una potenza industriale ed esportatrice. E il trend di queste due cose è in declino da più di un anno.

 

La bilancia commerciale degli ultimi due trimestri è stata la peggiore dal 2016. E l’euro si è deprezzato del 13% da gennaio 2018. Questo è possibile perché gran parte delle esportazioni tedesche sono dirette agli altri paesi UE e questi sono pieni di debiti fin sopra i capelli.

 

Inoltre, il dato di marzo del PMI tedesco (Indice gestionale per gli acquisti manifatturieri), ben al di sotto delle attese,  è stato confermato questa settimana dai numeri di aprile, che sono semplicemente orribili. La previsione del 22 marzo ha sbagliato di più di 3 punti, il dato è del 44,7 contro aspettative del 48,0 (qualunque dato sotto il 50 significa una contrazione). Una contrazione si è verificata (sorprendendo ancora una volta i mercati) anche a febbraio.

 

Infatti, non ci sono stati che dati in ribasso, alcuni dei quali analogamente orribili, a partire dall’inizio dello scorso anno.

 



 

Questo è soltanto il più drammatico tra gli gli indici economici tedeschi. Ma i dati sono tutti pessimi.

 



 

Ciò mette la Germania sulla via della recessione.

 



 

Di nuovo, non è una novità per chiunque stesse guardando attentamente i mercati. Ne parlo per smascherare la follia che circonda la Brexit e fornire un contesto sensato.

 

Ho definito la Brexit una minaccia esistenziale per la UE. Lo è, e anche di più. Questo è il motivo per cui tutti, su entrambe le sponde della Manica, stanno lavorando alacremente per sabotarla.

 

Nel mio ultimo articolo per Strategic Culture faccio i nomi dei responsabili.

 

L’UE non vuole la Brexit e se dovesse accadere, infliggerebbe un danno incredibile al sistema politico britannico e alla sua integrità.


 


Non c’è alcuna vera differenza rispetto a quanto accaduto in Grecia nel 2015. Tutto fu pilotato da Angela Merkel allora ed è pilotato dalla Merkel oggi.


 


L’intransigenza della UE nelle negoziazioni, a parte non avere altre alternative, è un bluff elaborato per separare e dividere la classe politica britannica, ora che il popolo ha votato per l’uscita.


 

Trovo patetico vedere la Merkel impegnata questa settimana in un affascinante tour in Irlanda per presentare il suo lato materno e contribuire ad alleviare il dolore dell'aperto tradimento del sistema politico britannico da parte di Theresa May.

 

Ora che la soluzione si avvicina, la Merkel e Donald Tusk stanno giocando la parte del poliziotto buono, mentre Guy Verhofstadt interpreta il poliziotto cattivo con la bava alla bocca.

 

La discesa tedesca nei guai economici è ora il principale problema per la Merkel, anche se dubito che lei sia pienamente consapevole delle implicazioni. Tutti tendono a giudicare erroneamente normale la situazione, e per lei il Progetto Europeo dovrebbe essere abbastanza forte da superare qualsiasi tempesta.

 

Ma se non dovesse esserlo?

 

L'opinione diffusa è che tenere il Regno Unito nella UE, nel ruolo di mucca da mungere, sia importante per assicurare il prolungarsi del dominio tedesco sull’Unione. E penso che questo sia quello di cui sono convinti a Bruxelles.

 

Tuttavia, inizio a credere che la realtà sia differente da quello che pensano i burattinai.

 

Quindi, sostengo che, di fatto, la Germania e la Merkel hanno già perso la guerra per tenere insieme la UE, a prescindere dalla Brexit. La distruzione del sistema politico britannico non renderà gli inglesi più facili da controllare, ma più difficili.

 

Non spaventerà i recalcitranti come l’italiano Matteo Salvini o Marine le Pen in Francia. Li farà infuriare.

 

Il fallimento dell’economia tedesca nel tenere insieme l’Unione colpirà molto velocemente e come un boomerang la leadership tedesca della UE. Già lo vediamo quando il Presidente francese Emmanuel Macron si discosta apertamente dalla Germania sulla Brexit.

 

Moltissime persone, inclusi i Remainer di Londra, sostengono di non poter sopravvivere contro un’economia più grande, più forte come quella della UE, ossia della Germania.

 

Molto di quello che tiene insieme la UE è la volontà di tutti gli altri di sopportate la visione tedesca dell'integrazione fino a quando la Germania è disposta a metterci i soldi.

 

Tuttavia, sembra sempre più che questo non avverrà in futuro. L’UE ha quasi raggiunto il limite sui trasferimenti interni, il che testimonia quanto deboli siano le prospettive economiche di lungo termine per la Germania sotto l’attuale agenda politica.

 

Arriverà un momento in cui una semplice ricaduta in recessione non sarà più un’altra fase ciclica di ribasso che può essere risolta dalla stampante e dalle magie della banca centrale.

 

Diventerà qualcosa che i politici non potranno imporre con la forza e i media non potranno addolcire.

 

La recessione tedesca è arrivata a causa dei problemi strutturali del buco nero fiscale che è la UE. Sta causando ovvie fughe di capitale verso gli asset USA – il dollaro, le azioni e le obbligazioni, tutte insieme.

 

Ha fatto alzare il prezzo degli asset sicuri in Europa a livelli oltre l’assurdo. E ancora, nessuno ha il coraggio di dire che c’è una crisi!

 

Siccome esiste ancora un po’ di margine nell’economia tedesca, ancora non si sono visti gli effetti sui consumatori. Pertanto, esiste sufficiente spazio per tutti per raccontare ancora frottole. Ma i risparmi stanno salendo rapidamente, mentre la spesa dei consumatori è in diminuzione.

 

Le notizie sono ancora sufficientemente contrastanti da non aver ancora iniziato a inguaiare ulteriormente la Merkel a livello politico.

 

Ma aspettate. Succederà.

 

28/03/19

La UE sopravviverà alla sua stessa censura?

Secondo Tom Luongo, l’approvazione della Direttiva sul diritto d’autore (con il solito metodo-Juncker) è l’estremo e futile tentativo di un’oligarchia di eurocrati di controllare l’informazione attraverso la cooptazione delle maggiori piattaforme digitali. In particolare la link-tax e il filtro di upload, oltre ad essere normative liberticide, finiranno per essere del tutto inadeguate allo scopo di  bloccare le informazioni non allineate al mainstream.

 

 

 

di Tom Luongo, 27 marzo 2019

 

 

La nuova, pervasiva, Direttiva UE sul diritto di autore è stata approvata dal Parlamento europeo, garantendo che il modo in cui usiamo internet cambierà in futuro.

 

E non in meglio.

 

Le parti controverse sono l’articolo 11 e 13: la “link tax” e il “filtro di upload”. Per avere un’idea di quanto siano terribili queste nuove regole, potete guardare un po’ ovunque su internet, soprattutto quest’articolo di Gizmodo (che spero non mi addebiti la link tax per aver messo questo link!).

 

Guarderei anche questo video di Dave Cullen, che risiede in Irlanda, vale a dire nella UE, che spiega cosa ne pensa lui.

 

Dave solleva un buon numero di ottimi argomenti sulle conseguenze dell’applicazione degli articoli 11 e 13, che non mi metterò a discutere.

 

L’arroganza e la testardaggine dei Parlamentari UE nel forzare l’approvazione di questa direttiva senza nemmeno ascoltare le motivazioni degli emendamenti la dice lunga su quanto questa legge sia stata comprata e pagata.

 

E sapete chi è l’acquirente. Le stesse persone che  al momento stanno dietro al sabotaggio della Brexit – il popolo di Davos. Non voglio soffermarmi su questo punto, dato che ne ho già parlato di recente (qui) e in passato (qui).

 

Controllando “The Wire”

 

Ma ci sono ragioni molto valide per ritenere che questo blitz finalizzato al controllo del flusso dell’informazione da parte della UE sia un altro esempio del loro disperato tentativo di mantenere il controllo di quello che in passato ho chiamato The Wire:

 

In breve, The Wire è il canale principale attraverso il quale comunichiamo tra di noi. Perfino i soldi sono parte di The Wire. Cosa sono i prezzi, se non informazioni sulle cose per cui siamo disposti a dare in cambio i nostri soldi? Senza The Wire le società moderne falliscono. Pertanto, i governi non possono spegnerlo, ma nemmeno possono permetterne un accesso senza restrizioni.

 

L’elettricità, il commercio, le comunicazioni, tutto viaggia attraverso The Wire.

 

Non è un concetto complicato, ma come tutti i concetti importanti, una volta che ti viene spiegato non puoi più smettere di esserne consapevole.

 

Il controllo di The Wire è l’unica battaglia che conta o che è mai contata nella società. Internet è The Wire ad ampio spettro. Pertanto, ha perfettamente senso che il suo controllo sia di primaria importanza per mantenere il controllo sulla società in generale.

 

Gli oligarchi delle multinazionali temono per i loro progetti. Vogliono disperatamente mantenere il controllo. Hanno lavorato decenni per far evolvere gli stati-nazione nel nuovo scintillante sovrastato transnazionale che la UE esemplifica.

 

La nuova Direttiva sul diritto d’autore è progettata per erigere barriere all’entrata e silenziare l’opposizione, e la sua esecuzione viene data in appalto alle piattaforme che ospitano il materiale.

 

E queste piattaforme sono ben felici di farlo, perché possono eliminare ogni concorrenza. Quindi, anche se i loro costi aumentano un po’,  diventano immuni alla concorrenza che nel tempo potrebbe ridurre i loro margini di profitto a zero, come succederebbe in qualsiasi libero mercato.

 

Ricordatevi che in ogni comportamento umano, il profitto è sempre sfuggente. Con gli incentivi giusti, qualcuno viene sempre attratto dal profitto che qualcun altro sta realizzando, e troverà sempre il modo di costruire una trappola migliore capace di estrarre quel profitto.

 

Se si può cortocircuitare questo processo controllando The Wire, si può garantire un profitto per il lavoro fatto molto più duraturo.

 

In breve, ci si assicura una rendita.

 

False proprietà, scelte false

 

Ecco perchè l’industria della musica e dei film vogliono che i loro IP siano protetti dalle politiche di fair use (utilizzo equo). Vedono ridursi i propri margini e vogliono continuare a ricaricare un profitto ad ogni uso/visualizzazione/ascolto delle cose su cui hanno i diritti d’autore, ben al di là di quanto il pubblico sia disposto a pagarli.

 

Per queste compagnie è troppo costoso venire a cercarci individualmente. Questo approccio non funziona, se non in casi molto isolati. Certo, possono escludere dalle loro piattaforme Alex Jones o Sargon di Akkad, ma, prevedibilmente, questi comportamenti hanno un ritorno  di immagine negativo.

 

E tuttavia consacrare il meccanismo in un testo di legge lo porta ad un altro livello. Si tratta di un’altra "Scelta di Hobson" (ossia una scelta obbligata, NdVdE) di fronte alla quale si mette la gente, che o accetta le regole di queste aziende erogatrici di servizi di pubblica utilità – assicurando il loro regime di monopolio –o altrimenti internet diventerà inutilizzabile.

 

Questa direttiva è puro protezionismo dei grandi produttori di media, che siano notizie, musica, film, ecc., i cui modelli di business non sono semplicemente collassati, ma sono letteralmente sussidiati da altre industrie profittevoli, per esempio il Washington Post è, di fatto, una società di Amazon.

 

Quindi, di fatto, gli articoli 11 e 13 sono un regalo alle grandi società, almeno in teoria.

 

Ma sono completamente negativi? Il futuro sarà fatto di leggi e controlli di questo tipo?

 

Probabilmente no.

 

La deflazione degli IP (Internet Protocol)

 

Analizziamo in particolare la link tax. Per farlo guardiamo allo scenario peggiore, dove la UE disconosce tutti i trattati internazionali e le questioni relative all’imposizione fiscale e il nostro governo (ossia il governo USA, NdVdE) va avanti con queste assurdità.

 

Allora, voglio fare un link a un articolo di Der Speigel per dire alcune cose di Angela Merkel.

 

Per farlo, in accordo all’articolo 13, devo ottenere la licenza per fare un link al loro sito, e pagare un certo importo. Diciamo che l’importo sia di 100 dollari. Invece di pagare, la mia reazione naturale sarebbe quella di non mettere il link e fare un semplice riferimento.

 

Metterò un estratto dell’articolo e non il link.

 

Se la cosa non funziona e WordPress elimina il mio post, farò uno screenshot alla sezione dell’articolo che mi interessa e non metterò il link. Questa pratica richiede un algoritmo più sofisticato per accorgersi di quello che ho fatto.

 

E nel peggiore dei casi, se se ne accorgono, semplicemente non metterò nessun riferimento. Scriverò l’articolo in modo da non averne bisogno. Lo Spiegel non otterrà più le visite che avrebbe avuto dal mio link. E nemmeno incasserà i 100 dollari.

 

Il risultato è che il loro ranking nelle ricerche di Google peggiorerà.

 

E io riuscirò a tenere alto il mio traffico e il mio pubblico soddisfatto.
Chi vince? Io o loro?

 

Io.

 

Specialmente se tengo il costo per linkare i miei contenuti al suo vero valore, ossia zero.

 

Per quel che mi riguarda, un link è pubblicità gratuita. So che ogni link è un regalo che paga grandi dividendi. Ringrazio le persone che mi contattano per avere il permesso di citare il mio lavoro.

 

Il significato di quello che faccio è raggiungere un’audience più ampia possibile. Perché mai dovrei mettere qualche barriera?

 

Mettete tutto questo in prospettiva. Il 95% delle notizie che leggete è una riformulazione di un comunicato stampa di un governo o di un’azienda. Se pensate che qualcuno non possa riscrivere i comunicati dei governi o delle agenzie per meno di 100 dollari l’uno, siete pazzi.

 

Funziona come nelle vendite al dettaglio. Amazon sta facendo fallire i venditori locali perché le merci che si possono facilmente trasportare vengono semplicemente consegnate in maniera più efficiente se non si deve tenere in piedi un negozio fisico. Il costo del suo mantenimento e le persone che vi si recano sono uno spreco di capitale scarso e prezioso.

 

E’ un modello vecchio senza futuro.

 

Le società di informazione che non aggiungono nulla ma diffondono soltanto le stesse notizie con qualche piccola variante non potranno chiedere nemmeno un centesimo per i loro link. In pratica, per il 95% delle notizie, esiste qualche differenza tra Yahoo, MSN, la CNN o FOX?

 

No.

 

Se invece produci qualcosa con un valore aggiunto, le persone riusciranno a trovare una giustificazione al fatto di dover pagare. La pubblicità copre parte di quel costo. Se la gente non paga, non si tratta di un mancato introito, ma di introiti che non sono mai esistiti a quel prezzo.

 

Nel business di internet, i visitatori sono tutto. Perdere visitatori a causa della link tax significa gestire male il proprio business.

 

L’ultima battaglia

 

Quindi la UE ha dato a queste industrie sclerotiche e morenti tutto quello che volevano. Ma, alla lunga, la cosa si ritorcerà contro di loro e incentiverà un’intera generazione di cittadini giornalisti a riempire le nicchie e fare ricerca di prima mano.

 

Inoltre, la direttiva sarà inapplicabile a un qualsivoglia livello pratico, come sottolinea Dave Cullen. La UE si tirerà addosso un crollo del traffico da e verso i suoi intervalli IP.

 

Mentre il costo di The Wire per ogni megabyte di traffico diminuisce, pensate al 5G, lo stesso succede al costo di resistere al controllo. Un costo inferiore della banda rende possibile il networking peer-to-peer e le organizzazioni autonome decentralizzate, che perfino i più incalliti cripto-entusiasti non hanno ancora concepito.

 

E una volta che non ci saranno più corpi intermedi a cui rivolgersi per far applicare la politica sul diritto d’autore, ritorniamo al punto di partenza: andare a cercare i singoli individui. A quel punto la partita è conclusa.

 

Questo scenario è lontano nel tempo e il presente sarà difficile da affrontare, ad essere ottimisti. Ma non ce ne staremo fermi. Mi dispiace per persone come Dave Cullen, che hanno costruito ottimi contenuti e ora devono affrontare ostacoli veri.

 

Non li invidio per nulla.

 

Ma a me questa sembra l’ennesima mossa disperata da parte di uomini vecchi che combattono l’ultima battaglia per mantenere il controllo di The Wire, che gli sta scivolando tra le dita, e che scrivono leggi già superate prima ancora che vengano implementate.

 

22/02/18

La Merkel sta formando una coalizione col partito sbagliato

Come scrive Tom Luongo, è chiaro che la Merkel sta tentando di formare una coalizione di cui i tedeschi sono stufi. Il vero obiettivo è tentare di impedire un altro giro di elezioni, che darebbe ancor più peso al partito nazionalista AfD. Con le elezioni italiane alle porte che potrebbero portare al governo una coalizione battagliera con Berlino e Bruxelles, il peso di AfD potrebbe essere decisivo per innescare la disgregazione dell’eurozona.

 

 

Di Tom Luongo, 20 febbraio 2018

 

L’ultima volta che ho dato un’occhiata allo squallore delle trattative per la formazione della coalizione di governo tedesca, il dato importante era che il vento soffiava contro i Social Democratici (SPD). Oggi l’ultimo sondaggio conferma che più la Merkel prova a formare una coalizione con Martin Schultz e la SPD, più la coalizione perde consensi.

 

DI recente ci sono stati due sondaggi, e uno di questi,  finito su tutte le prime pagine,  mostra Alternative for Deutschland (AfD), il partito anti-immigrazione ed euroscettico,  davanti all’SPD a livello nazionale, con il 16% contro il 15,5%. Un altro mostra AfD che guadagna due punti portandosi al 14%, ma ancora 4 punti sotto l’SPD. Il dato importante di questi sondaggi non è se AfD sia più o meno popolare della SPD, a questo punto. Combinando questi risultati con l’incremento sorprendente del partito di Angela Merkel, di 2 punti in entrambi i sondaggi, emerge un chiaro segnale dall’elettorato tedesco.

 

I tedeschi vogliono che venga formato un governo, perché non sono abituati a stare senza, ma non vogliono un’altra “Gross Koalition” tra la Merkel e l’SPD.

 

Si tratterebbe del classico governo amorfo, allergico alle opinioni, di cui i tedeschi sono stufi. L’hanno avuto negli ultimi quattro anni e tutto quello che hanno ottenuto è un ulteriore asservimento a Bruxelles e a Washington.

 

Da quando la Merkel ha fermato il flusso di migranti in Germania – per favorire la sua campagna elettorale – la sua leadership è, al momento, accettabile allo scopo. Ma quello che i tedeschi stanno dicendo a tutti è che vogliono che lei si sposti ancor più a “destra”, anziché spostarsi a sinistra per far contenta l’SPD.

 

E questo significa una coalizione con AfD, che, naturalmente, è impossibile data l’attuale leadership politica tedesca. Ed ecco perché AfD continua a prendersi una fetta sempre più grande della torta elettorale.

 

Non credete ai numeri

 

Un nuovo articolo sull’”American Conservative” di Doug Bandow entra nel dettaglio delle dinamiche in gioco. Sottolinea correttamente che i tedeschi sono insoddisfatti dell’attuale status quo.

 

“Anche se nessuno mette in discussione la leadership della Merkel, questa è al servizio di obiettivi che sono in contrasto coi desideri dei tedeschi. Il rifiuto tedesco di Schultz, apertamente pro-Bruxelles, ne costituisce una prova evidente. Il fatto che Schultz ottenga significative concessioni dalla Merkel nelle trattative per la coalizione può essere un vantaggio per i politici dell’SPD solo a breve termine.

 

Otterranno miliardi da distribuire in programmi governativi con cui comprarsi dei voti. Ma tutto questo avverrà al prezzo di cedere un maggior controllo a Bruxelles sul futuro della Germania, dal momento che Schultz è risolutamente a favore del modello degli Stati Uniti d’Europa.”

 

Allo stesso tempo però, penso che Bandlow faccia l’errore di prendere alla lettera gli attuali sondaggi. Come detto, parte del sostegno alla Merkel deriva dalla sua volontà di creare una qualche forma di governo di maggioranza.

 

Pertanto, se questo tentativo fallisce perché l’SPD vota contro il governo di coalizione, non aspettiamoci che il 30-32% della CDU possa essere confermato. Altri sondaggi hanno mostrato che più di due terzi dei tedeschi vogliono che la Merkel rinunci al mandato di Cancelliere.

 

Secondo Bandow i tedeschi non otterranno quello che vogliono con nuove elezioni, perché i sondaggi indicano dei risultati simili a quelli che abbiamo già visto. Io non sono d’accordo.

 

Perché non credo che i poteri che stanno dietro le quinte in Europa permetteranno che la Merkel si faccia da parte. Continueranno a proporre ai tedeschi scelte fasulle, nella speranza che possano arrivare a un risultato accettabile.

 

Questa è stata la strategia del 2017, quando  Schultz, che era già detestato, è stato usato come sparring partner della Merkel per aiutarla ad arrivare al traguardo di un consenso appena sufficiente per confermarsi come Cancelliera. Ha quasi funzionato. Il problema è stato che AfD e gli altri partiti di minoranza hanno assorbito le perdite della SPD, non l’Unione dei Cristiani Democratici (CDU).

 

E oggi assistiamo allo stesso trend.

 

Pertanto, il risultato più probabile è che il consenso per AfD aumenterà di almeno 3 o 4 punti (se non di più), mentre il sostegno per la CDU collasserà. E questo è il minimo. Se la Merkel non si farà da parte, il travaso di consensi sarà ancora maggiore, con AfD che viaggerà tranquillamente sopra la soglia del 20%, erodendo consensi all’Unione.

 

L’Unione Divisa

 

A questo punto il leader della CSU (affiliato Bavarese alla CDU, NdVdE) e Governatore della Baviera, Horst Seehofer, dovrà prendere una decisione importante. Potrebbe separare la CSU dalla CDU e potrebbe avvenire un’importante riorganizzazione del comitato direttivo.

 

Stiamo andando incontro all’iceberg delle elezioni italiane, che avrà un’enorme influenza sulla dinamica politica tedesca. I tedeschi non vogliono salvare l’Italia, né nessun altro. E in Italia tra due settimane il risultato delle elezioni potrebbe facilmente portare al potere una coalizione determinata a un confronto serrato con la Germania sulla situazione del debito italiano, che è insostenibile.

 

Come ho detto un mese fa:

 

“Pertanto, a meno che esista la volontà politica di consolidare tutto il debito dell’Europa sotto un unico tetto, questo problema è interamente sulle spalle della BCE, della Bundesbank e della farsa che è la politica tedesca.

 

Ciò mette nelle mani della Troika –  BCE, FMI e Commissione Europea  –  la decisione se procedere direttamente a un salvataggio o buttare l’Italia fuori dall’euro. E questa è una mossa politica intelligente. Far apparire Bruxelles come il poliziotto cattivo. E Salvini sta già interpretando perfettamente la parte. Se sono davvero svegli, avranno pronta da impiegare la Lira se le cose si mettessero davvero male.

 

Quindi, un secondo giro di elezioni che rafforzi i nazionalisti tedeschi è esattamente quello che la Merkel e Schultz stanno tentando di evitare, con la farsa della grande coalizione. E il popolo tedesco sta cominciando a capire chiaramente come stanno le cose.