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30/11/18

Il debito globale è al suo apice e l’Italia sta meglio di quanto si creda

Un articolo dell’economista Marcello Minenna su Social Europe spiega gli apparenti paradossi del debito, svelati i quali l’Italia appare relativamente “virtuosa” (se questa parola ha un senso) in quasi ogni aspetto, incluso il debito pubblico. In primis, il debito è sia pubblico che privato, ed è il secondo che i “mercati” temono maggiormente. Inoltre, variabili come l’esposizione verso l’estero e la sovranità monetaria sono cruciali per la sostenibilità. Infine, la sostenibilità fiscale e i sistemi pensionistici e sanitari non entrano nel conto del debito pubblico, ma se così fosse molti paesi dell’eurozona risulterebbero ben più “insostenibili” dell’Italia. Nulla di nuovo per chi segue Goofynomics da anni, ma fa piacere notare che queste semplici verità stanno diventando mainstream.

 

 

di Marcello Minenna, 28 novembre 2018

 

Nel secondo trimestre del 2018 le dimensioni globali del debito hanno raggiunto un nuovo massimo, arrivando a 260.000 miliardi di dollari. Al tempo stesso il rapporto globale debito/PIL ha superato per la prima volta la soglia del 320%. Su questo totale, il 61% (160.000 miliardi di dollari) è rappresentato dal debito privato del settore non-finanziario, mentre solo il 23% è rappresentato dal tanto vituperato debito pubblico.

 

Gli USA da soli hanno emesso più del 30% del nuovo debito pubblico, con una notevole accelerazione negli ultimi due anni sotto la gestione Trump. Il ministero del Tesoro statunitense è seguito, in questo, dalle agenzie di debito giapponesi e cinesi e, a grande distanza, dalle maggiori economie dell’eurozona. I valori riportati dalle agenzie pubbliche cinesi vanno valutati con cautela alla luce dei ripetuti casi di falsificazione delle statistiche perfino da parte di funzionari pubblici. È quindi probabile che non solo il debito pubblico di Pechino, ma anche quello delle imprese cinesi, che già è il più elevato al mondo, sia in realtà più allarmante di quanto le stime ufficiali vogliano far credere.

 

Storicamente il debito di un paese, sia pubblico che privato, tende a crescere nel tempo in rapporto costante con la dimensione dell’economia. Fanno eccezione, seppure notevole, i casi di default improvvisi, che cancellano grandi porzioni del debito. Pertanto l’enormità del debito totale non fornisce, di per sé, informazioni sulla sua sostenibilità. Non si può nemmeno dedurre, per contro, che un debito totale più basso sia segno di stabilità finanziaria. In realtà un livello molto basso, o addirittura l’assenza di debito, potrebbe rivelare solo una completa mancanza di fiducia, tale da escludere tutti gli agenti economici nazionali dai mercati internazionali del credito. Questo fu, per esempio, il caso dell’Argentina nei cinque anni successivi al drammatico default del 2002.

 

In una prospettiva adeguata, un'equa valutazione dovrebbe tenere conto della dimensione del debito totale in rapporto al PIL (si veda la figura sotto).

 



 

Da questo punto di vista, usando una misura opportuna, la classifica globale appare rovesciata: il Lussemburgo balza al primo posto con un debito totale pari al 434% del PIL, composto quasi esclusivamente da debiti societari. Ad una certa distanza troviamo il Giappone, con un debito totale che si aggira sul 373 percento del PIL, caratterizzato da una componente preponderante di debito pubblico, il 216%. L’elevata incidenza del debito sia pubblico che privato pone la Francia, la Spagna e il Regno Unito nei primi otto posti della classifica, mentre l’Italia fa la sua comparsa solo al nono posto, con un rapporto di debito totale ben bilanciato, al 265% del PIL, e con bassi livelli di debito delle famiglie e delle imprese, che compensano il più elevato livello del debito pubblico.

 

I paradossi abbondano

 

Ma anche un basso rapporto tra debito totale e PIL non può essere considerato segno di virtù o salute economica. Al fondo della classifica stanno i casi paradossali dell’Argentina e della Turchia. Sebbene entrambi i paesi abbiano debiti totali sotto controllo (il debito privato è praticamente inesistente in Argentina, mentre il debito pubblico in Turchia è appena il 28% del PIL), entrambi i paesi corrono il rischio di perdere l’accesso ai mercati a causa delle loro crisi valutarie e della bilancia dei pagamenti. Per un apparente paradosso, i tassi di interesse a breve termine dell’Argentina, che ha ambiente finanziario a basso indebitamento, sono al 70%, mentre quelli del Giappone, che ha un debito mostruoso, sono stabilmente negativi.

 

Preoccuparsi solo del debito pubblico quando si vuole valutare lo stato di un’economia, magari facendo riferimento a delle soglie arbitrarie, è sempre una cattiva pratica, che porta a conclusioni errate. I criteri usati dai mercati per valutare la solvibilità del debito sono molteplici: la percentuale del debito detenuto da investitori esteri rispetto a quelli interni, il fatto che il debito sia emesso sotto legge nazionale oppure legge estera, la crescita dell’economia, la ricchezza finanziaria dei cittadini, l’efficienza del gettito fiscale, la sovranità monetaria eccetera. Nel caso del Giappone, per esempio, il 90% del debito è nelle mani della sua stessa banca centrale, dei suoi fondi pensione e delle banche giapponesi, ed è quasi perfettamente bilanciato dalla buona salute finanziaria delle istituzioni pubbliche. È quasi impossibile immaginare una crisi di fiducia che semini dubbi sulla solvibilità del governo giapponese.

 

Allo stesso modo, il fatto che i paesi dell'eurozona non possano gestire la propria politica monetaria in modo autonomo fa sì che tutti i debiti pubblici appaiano, di fatto, come soggetti a legge estera, e questa è una condizione che rende il problema enormemente più complesso da gestire. Inoltre, questo debito è in media detenuto per più del 70% da investitori stranieri, una categoria che per definizione è più reattiva sui mercati secondari, e alimenta facilmente il panico in caso di vendita generalizzata.

 

Guai nel cassetto

 

E c’è di più. Le statistiche ufficiali non considerano il problema del “debito implicito”, ovvero il peso legato agli impegni finanziari che i governi si sono assunti rispetto alle pensioni e alla spesa sanitaria. In generale, questi debiti futuri non appaiono nelle cifre dei conti nazionali per fondate ragioni, legate alle difficoltà di stimare l’aumento dei costi su orizzonti temporali così lontani. Se questi debiti impliciti dovessero essere messi nel conto, il debito USA sarebbe, per esempio, quintuplicato, raggiungendo i 100.000 miliardi di dollari. Ma la Spagna, il Lussemburgo e l’Irlanda sarebbero messi ancora peggio, dato che le loro passività aumenterebbero di oltre 10 volte, superando il 1.000% del PIL nel caso irlandese. L’Italia, invece, dal punto di vista del debito implicito, sotto la legislazione attuale, risulterebbe il paese europeo più virtuoso.

 

A livello globale, il debito delle impres è la variabile che i mercati temono maggiormente. Un settore privato pesantemente indebitato è vulnerabile all'aumento dei tassi di interesse, dopo anni in cui i tassi di interesse sono stati mantenuti artificialmente bassi favorendo l’espansione del credito e la riduzione del capitale societario attraverso il massiccio riacquisto di azioni proprie. L’instabilità intrinseca dell'indebitamento rispetto all'apporto di capitale proprio suggerisce che il prossimo rallentamento della crescita potrebbe portare a un congelamento insolitamente forte degli investimenti aziendali. Questo in Italia è già successo durante la Grande Recessione del 2008-2009: per ogni punto percentuale di riduzione della crescita del credito, c’è stata una contrazione di quattro punti negli investimenti nelle imprese più dipendenti dal credito bancario, e due punti di contrazione in quelle finanziariamente più indipendenti. Questo è un disastro economico che non si deve ripetere.

 

22/07/18

ZH - Bank of America: il populismo metterà fine all'indipendenza delle banche centrali

L'analista della Bank of America Michael Hartnett sostiene che le politiche delle banche centrali hanno aumentato il divario tra ricchi e poveri: i politici populisti, per far ripartire l'economia globale, affondata (dal modello economico liberista, aggiungiamo noi) nella deflazione secolare di bassi rendimenti e tassi di interesse sotto zero, dovranno forzatamente farla finita col dogma dell'indipendenza delle banche centrali per monetizzare il debito, redistribuire i redditi e abbattere tramite politiche inflazionistiche l'enorme montante di debito privato accumulato. Un'altra recessione globale accelererebbe drammaticamente questa tendenza. Da Zero Hedge.

 

 

di Tyler Durden, 20 febbraio 2018

 

Nel suo ultimo Flow Show settimanale, Michael Hartnett della Bank of America (BofA) tocca un tema familiare: l'ascesa del populismo globale e la sua destinazione finale: "la fine dell'indipendenza della banca centrale", che definisce la politica populista definitiva.

 

Confermando qualcosa che abbiamo detto sin dall'inizio e che spiega - ancora una volta - l'avvento di fenomeni come la Brexit, la reazione europea contro gli immigrati e, naturalmente, Donald Trump, lo stratega di BofA scrive che "le politiche della banca centrale di QE, NIRP [Negative Interest Rate Policy, politica dei tassi d'interesse negativi, ndt], ZIRP [Zero Interest Rate Policy, politica del tasso d'interesse nullo, ndt] hanno senza dubbio aggravato il divario tra Wall Street [la finanza, ndt] e Main Street [l'economia reale, ndt] nell'ultimo decennio".

 

Nel frattempo, la differenza di ricchezza persiste e nell'ultimo trimestre le attività finanziarie del settore privato USA sono diventate 5,5 volte il PIL statunitense, un massimo storico, con la maggior parte delle attività finanziarie detenute da una piccola parte della popolazione.

 

[caption id="attachment_15574" align="aligncenter" width="634"] I patrimoni finanziari detenuti da privati negli USA, come % del PIL - in blu le famiglie e in giallo le attività non finanziarie.[/caption]

 

Mentre il grande divario tra chi ha e chi non ha continua a crescere - nonostante l'elezione di numerosi leader populisti nelle nazioni di tutto il mondo, più recentemente in Malesia, Austria e Messico - BofA avverte che poiché la politica monetaria e fiscale, la ripresa globale sincronizzata e i profitti aziendali record sono incapaci di creare una crescita salariale sostenuta, gli investitori dovranno scontare più protezionismo, ridistribuzione dei redditi e, in definitiva, la monetizzazione del debito attraverso le banche centrali nei prossimi anni. Tutte tendenze che una recessione accelererebbe drammaticamente.

 

Hartnett illustra quindi l'unica classe di attività che a suo avviso sarà la vincitrice finale nelle prossime guerre tra le classi di attività:

 

l'oro è il beneficiario secolare della Guerra alla Disuguaglianza; gli investitori notano che l'oro è sceso al livello più basso dal 2002 rispetto all'indice S&P 500.


 

[caption id="attachment_15575" align="alignnone" width="699"] Quotazione dell'oro rispetto all'indice S&P 500[/caption]

 

Posto dunque che l'oro sarà il "vincitore secolare", il populismo dovrà vincere la guerra contro la disuguaglianza, il che significa anche sconfiggere le banche centrali, e non sarà facile.

 

Quindi cosa fare fino ad allora? Qui Hartnett ha due parole: "Giapponesizzazione" e FAANG [acronimo dei cinque titoli tecnologici più popolari e più performanti del mercato, ovvero Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google Alphabet, ndt], e osserva che nonostante le lodi per il mercato in rialzo, le cose non sono come sembrano, ad esempio:

 

profitti, riduzioni delle imposte, riacquisti azionari in quantità nel 2018 ... eppure solo 9 dei 45 indici azionari nazionali MSCI hanno superato in rendimento i T-bills a 3 mesi (+ 0,8%) da inizio anno; i rendimenti incrociati rimangono scarsi ... Dollaro USA e materie prime 3%, azioni 2%, contanti 1%, titoli di stato e a rendimento elevato -1%, obbligazioni investment grade -3%;


 

C'è un'eccezione alla performance negativa del mercato da inizio anno: "gli invincibili titoli tecnologici statunitensi, che operano come se i tassi di interesse non salissero mai". E forse non lo faranno: usando una tabella mostrata precedentemente, Hartnett nota che i tassi zero della Bank of Japan (BoJ) guideranno una impotente BCE - allo 0% fino al 2036 - mentre ancorano i tassi della Fed attraverso più di 10 trilioni di dollari di debito con rendimento negativo assieme al terrore di una curva di rendimento invertita.

 

[caption id="attachment_15576" align="alignnone" width="656"] La "Giapponesizzazione" dell'Europa. In blu i tassi sui depositi overnight della BoJ (partono da Luglio '85) e in giallo il tasso sui depositi della BCE (RHS, partono da Dicembre '01).[/caption]

 

 

Hartnett conclude quindi con qualcosa di cui abbiamo già discusso: l'apparente infallibilità delle tech e in particolare dei FAANG:

 

finché gli investitori non temono la Fed, c'è poca paura delle azioni FAANG.


 

Il che spiega l'inesorabile ascesa dei FAANG: come ha detto la settimana scorsa lo stratega della tecnologia, "Market Mocks and Loves the Fed" [il mercato prende in giro e ama la Fed, ndt]. Se e quando ciò cambierà, sarà il momento di incassare e infine rendere di nuovo brillante il lucido metallo giallo.

24/08/17

Stiamo viaggiando verso un’altra crisi di debito privato – perché nessuno se n’è accorto?

Dal blog New Statesman un appassionato articolo che denuncia una delle più grosse bugie economiche dei tempi moderni. La crisi del 2008, che ha portato nel mondo una nuova Grande Depressione, non è stata causata dai debiti pubblici di governi spendaccioni, bensì dai debiti privati, saliti a livelli senza precedenti, come nel Regno Unito. Oggi la situazione si sta ripetendo, e i continui richiami al pareggio dei bilanci pubblici non fanno che spingere l’economia mondiale sull’orlo di un nuovo crash finanziario.

 

 

 

Di Anoosh Chakelian, agosto 2017

 

Questa è una richiesta: che si faccia un’inchiesta pubblica sugli attuali livelli di debito privato.

 

Ormai da quasi dieci anni abbiamo vissuto in una menzogna. E questa bugia sta per infliggere enormi danni alla nostra economia. Se non apriamo un dibattito imparziale riguardo a quello che sta davvero accadendo, i risultati potrebbero essere disastrosi.

 

La bugia a cui mi riferisco è l’idea che la crisi finanziaria del 2008 e la seguente “Grande Recessione” siano state causate dalle scriteriate spese dei governi e dal debito pubblico che ne sarebbe derivato. In realtà, la vera causa è l’esatto opposto. La crisi si è verificata a causa di livelli pericolosamente alti di debito privato (in particolare una crisi dei mutui). Inoltre – e questo è quello che non si deve mai dire – il livello del debito pubblico e del debito privato sono inversamente proporzionali.

 

Se il settore pubblico riduce il suo debito, il debito del settore privato complessivamente aumenta. Questo è quello che è accaduto negli anni precedenti il 2008. E ora l’austerità sta ripetendo questo meccanismo. Se non facciamo qualcosa, il risultato sarà inevitabilmente un’altra catastrofe.

 

I vincitori e i perdenti del debito

 

I seguenti grafici illustrano la relazione tra debito pubblico e privato. Sono entrambi previsioni dell’Ufficio per la Responsabilità Fiscale (OBR), prodotti nel 2015 e nel 2017.

 

Ecco quello che sarebbe successo oggi secondo le previsioni fatte dall’OBR nel 2015:

 



(NdVdE: Corporate=aziende, Household=famiglie, Government=pubblico, Rest of World=estero)

 

Quest’anno l’OBR ha completamente cambiato le sue previsioni. Ecco come ora prevede che andranno le cose:

 



 

Anzitutto, notate che entrambi i grafici sono simmetrici. Quello che succede in alto (i settori dell’economia in surplus) riflettono esattamente quello che succede in basso (i settori dell’economia in deficit). Questa è chiamata “identità contabile”.

 

Come in qualsiasi foglio di gestione contabile, i crediti e i debiti devono corrispondere. La maniera più facile per capire questo meccanismo è immaginare che esistano solo due attori: il governo e il settore privato. Se il governo si indebita di 100 sterline, e le spende, allora il debito del governo sale di 100 sterline. Ma spendendole, inietta 100 sterline aggiuntive nell’economia privata. In altre parole: 100 sterline in meno per il governo, 100 sterline in più per tutti gli altri sul grafico.

 

Analogamente, se il governo tassa qualcuno di 100 sterline, allora il governo sarà più ricco di 100 sterline, ma 100 sterline vengono sottratte all’economia privata (100 sterline in più per il governo, 100 sterline in meno per tutti gli altri attori del grafico).

 

Quali sono le implicazioni di questi conti sull’economia nel suo complesso? La morale è che se il governo tende a essere in surplus, allora tutti gli altri dovranno tendere al deficit.

 

Noi siamo abituati a pensare ai soldi come a un pugno di fiches da poker che sono già disposte sul tavolo: ma le cose non stanno così. I soldi possono essere creati. E vengono creati quando le banche concedono prestiti. O il governo si indebita e inietta soldi nell’economia, oppure i privati cittadini si indebitano con le banche. Queste banche non prendono i soldi dai risparmi degli altri cittadini o da qualche altra parte: semplicemente, li creano. Tutti possono firmare un “pagherò”, una cambiale. Ma solo le banche possono emettere “cambiali” che il governo accetta come pagamento delle tasse. (In altre parole, esiste davvero l’albero magico dei soldi! Ma solo le banche possono usarlo).

 

Ci sono altre cose da notare. Il Regno Unito ha un enorme deficit commerciale (colore blu), ciò significa che il settore governativo (giallo) deve andare in deficit (stampare denaro o, più correttamente, farlo stampare alle banche) anche per iniettare soldi nell’economia allo scopo di pagare tutte le importazioni cinesi, americane e tedesche. La somma totale dei soldi può anche cambiare. Ma il punto importante è che meno il governo si indebita, e più devono indebitarsi gli altri. Le misure di austerità porteranno necessariamente a livelli crescenti di debito provato. Ed è esattamente quello che è accaduto.

 

Se tutto questo sembra molto lontano dalla maniera in cui i politici parlano di questa questione, la ragione è semplice: molti politici non ne capiscono nulla. Un recente sondaggio ha mostrato che il 90 percento dei parlamentari non capisce nemmeno da dove vengano i soldi (pensano che questi vengano stampati dal Conio Reale). In realtà, il debito è denaro. Se nessuno dovesse niente agli altri non ci sarebbero soldi e l’economia si arresterebbe.

 

Ma naturalmente il debito è nelle mani di qualcuno. E questi grafici mostrano chi è in debito e chi è in credito.

 

La crisi del debito privato

 

Una volta capito questo, riguardiamo i grafici – con attenzione particolare al blu scuro, che rappresenta il debito delle famiglie. Nella prima versione, quella del 2015, l’OBR prendeva diligentemente nota che il debito delle famiglie andava aumentando negli anni che hanno portato alla crisi del 2008. È una cosa importante, perché si è trattato della prima volta nella storia della Gran Bretagna in cui il debito totale delle famiglie ha superato il risparmio totale delle famiglie, pertanto il settore delle famiglie era complessivamente in deficit. (Le imprese, nel frattempo, stavano accumulando enormi profitti). Ma l’OBR prevedeva che questa situazione non si sarebbe ripetuta.

 

Certo, diceva l'OBR. L’austerità e la riduzione del deficit del governo significavano che i livelli del debito privato dovevano salire. Tuttavia, gli economisti dell’OBR ritenevano che questo non fosse un problema perché l’aggiustamento non sarebbe ricaduto sulle famiglie, ma sulle imprese. Le politiche favorevoli al business dei Tories, dicevano, avrebbero causato un boom nell’espansione delle imprese, il che avrebbe significato che queste si sarebbero indebitate (quell’enorme rigonfiamento rosso sotto lo zero nel primo grafico, che doveva compensare completamente la riduzione del deficit pubblico). Le normali famiglie non avevano nulla di cui preoccuparsi.

 

Ma era una fantasia totale. Non c'è stato alcun boom.

 

Nel secondo grafico, due anni dopo, l’OBR è stato costretto ad ammetterlo. Le imprese stanno solo accumulando profitti e tenendoseli. Le famiglie, dall’altra parte, sono dirette verso la catastrofe. L’austerità ha significato stipendi in calo, meno spese governative per servizi sociali (o altro) e tasse di fatto più alte. Questo ha strizzato il budget delle famiglie e le persone sono state costrette ad indebitarsi. Di conseguenza, non solo le famiglie sono complessivamente tornate in deficit per la seconda volta nella storia della Gran Bretagna, ma la situazione è persino peggiore di quella che avevamo negli anni precedenti il 2008.

 

E ricordate: è stata un crisi dei mutui a far scoppiare la bolla del 2008, che ha quasi distrutto l’economia mondiale e sprofondato milioni di persone nella povertà. Non una crisi del debito pubblico. Una crisi del debito privato.

 

Un’indagine

 

Nel 2015, più o meno quando sono uscite le previsioni originale dell’OBR, ho scritto un articolo per il Guardian, prevedendo che l’austerità e il tentativo di bilanciare il budget avrebbe creato una disastrosa crisi di debito privato. Ora questa sta avvenendo così innegabilmente, così chiaramente che perfino l’OBR non può negarlo.

 

Penso che sia arrivato il momento di avviare un’indagine pubblica – una investigazione formale – per chiarire come ciò sia potuto accadere. Dopo il crash del 2008, gli economisti del Tesoro e della Banca d’Inghilterra potevano quantomeno sostenere plausibilmente di non aver completamente capito la relazione tra il debito privato e l’instabilità finanziaria. Ma adesso non hanno più scuse.

 

A cosa diavolo serve un'istituzione chiamata "Ufficio per la responsabilità fiscale", se si immagina come un credulone un'abbuffata di indebitamenti da parte delle aziende, per suggerire che il pareggio di bilancio statale non avrà alcun effetto negativo? Vi sembra un comportamento responsabile? Perfino il secondo grafico è estremamente strano. Fino al 2017, la parte alta e bassa del grafico sono state l’esatto specchio l’una dell’altra, come è giusto che sia. Tuttavia, nelle previsioni degli anni dopo il 2017, la parte sotto lo zero è molto più piccola di quella sopra, facendo sospettare che si stia seriamente sottostimando il futuro valore sia dell’indebitamento del governo, sia di quello privato. In altre parole, i numeri non tornano.

 

L’OBR ha dichiarato a New Statesman che a loro non risultavano errori nelle loro previsioni del 2015 riguardo all’indebitamento netto del settore delle imprese, e che le previsioni erano basate sui dati disponibili allora. Ha sostenuto che le previsioni per gli investimenti delle imprese sono state riviste al ribasso a causa delle incertezze legate alla Brexit.

 

Tuttavia, se l’”Ufficio per la responsabilità fiscale” facesse fede al proprio nome, dovrebbe suonare un chiaro campanello d’allarme esattamente adesso. Ma finora tutto quello che abbiamo è una menzione del debito privato e un tiepido allarme riguardo all’aumento dei debiti personali da parte della Banca d’Inghilterra - che comunque non ha messo in relazione il problema con l’austerità – e una dichiarazione piuttosto forte da parte di un editorialista coraggioso del Daily Mail. Per il resto, silenzio.

 

L’unica spiegazione possibile è che istituzioni come il Tesoro, l’OBR, e per certi versi anche la Banca d’Inghilterra non possono, per definizione, metterci in guardia rispetto ai pericoli dell’austerità, per quanto allarmante sia la situazione, perché sono stati strutturati come sono proprio per giustificare l’austerità. È importante sottolineare che la maggior parte degli economisti professionisti non hanno mai appoggiato le politiche dei conservatori da questo punto di vista. Queste politiche sono state adottate perché piacevano ai politici; le istituzioni sono state create per sostenerle; alcuni economisti sono stati assunti perché si inventassero argomenti in favore dell’austerità, anziché giudicare se essa sia davvero una buona idea.Oggi questa situazione ci ha portati sull’orlo del baratro.

 

L’ultima volta che c’è stato un crash finanziario, la Regina ha chiesto: perché nessuno è stato in grado di prevederlo? Ora abbiamo gli strumenti per farlo. Forse il più importante compito di un’inchiesta pubblica sarebbe quello di chiedere finalmente: qual è il vero compito delle istituzioni che dovrebbero prevedere queste cose, fino a che punto sono state politicizzate, e che cosa bisognerebbe fare per trasformarle in istituzioni che possano almeno dirci se stiamo guardando in faccia le luci del treno che sta per investirci?

 

11/08/17

Business Insider - Gli americani hanno il debito da carte di credito più alto di sempre

Qualche giorno fa, il debito derivante dalle carte di credito negli Stati Uniti ha toccato un nuovo record, superando il precedente registrato poco prima dell'inizio della crisi Lehman Brothers, come riportato da Business Insider. E assieme al debito stanno crescendo anche le insolvenze; "stranamente", se si considera che il tasso di disoccupazione è al minimo storico, ma coerentemente col fatto che la crescita del credito è andata ben oltre l'anemica crescita dei salari da lavoro, in una ripresa chiaramente guidata dal debito e non dai salari. L'arrivo della prossima stretta del credito o lo scoppio della prossima bolla troverà quindi gli USA con un'economia che, lungi dall'essere in boom come dicono le statistiche ufficiali, è già ampiamente sotto stress.

 

di Akin Odeyele, 08/08/2017

 

 

A giugno, il debito da carta di credito negli Stati Uniti è salito, superando il picco raggiunto prima della crisi finanziaria del 2008.

 

Il credito revolving, o rotativo, da rimborsare, che include il debito da carte di credito, è salito a 1,02 bilioni di dollari nel mese di giugno, secondo un rapporto mensile della Federal Reserve rilasciato lunedì.

 

I mancati pagamenti del debito sono diminuiti dall'epoca della recessione, quando diverse case sono state pignorate perché i loro proprietari avevano ottenuto prestiti per i quali non sarebbero stati qualificati con regole più severe.

 

Ma le insolvenze stanno aumentando di nuovo per carte di credito e prestiti auto. La Federal Reserve di New York ha osservato un aumento del 7,5% della quota dei saldi di carte di credito seriamente inadempienti, ovvero con debiti non pagati da almeno 90 giorni, nel primo trimestre.

 

"Semplicemente non possiamo continuare a sottoscrivere debiti da carte di credito per sempre, senza causare grossi problemi", ha detto Matt Schulz, analista senior di CreditCards.com. "E' probabile che il record attuale non sarà un serio punto di non ritorno, ma probabilmente questo non è troppo lontano dal presentarsi".

 

[caption id="attachment_12397" align="alignnone" width="1024"] Credito revolving al consumo da rimborsare (in miliardi di dollari)[/caption]

 

Oltre alla Fed di New York, molti fornitori di carte di credito stanno riferendo un aumento delle insolvenze. Synchrony Financial, uno dei maggiori fornitori delle carte fedeltà, ha dichiarato che i propri accantonamenti per le perdite sui prestiti - quelli che vengono usati per coprirsi dai pagamenti mancati - sono saliti del 30% anno su anno, a 1,33 miliardi di dollari nel secondo trimestre. Questo in parte perché ha prestato più dollari.

 

Ad American Express, gli accantonamenti per le perdite sui prestiti sono aumentati del 26% rispetto allo scorso anno. E Capital One ha dichiarato che il suo tasso di storno, o la percentuale di saldi che non è stata in grado di recuperare, è salito al 5,1% nel secondo trimestre, dal 4,07% dell'anno precedente.

 

"È preoccupante che si stiano cominciando a vedere tassi di insolvenza che iniziano ora a crescere, pure con il tasso di disoccupazione al minimo del ciclo", ha detto martedì in una nota David Rosenberg, il principale economista di Gluskin Sheff.

 

"Ciò mi dice che stiamo vedendo un crescente stress del credito che ha poco a che spartire con un'economia soltanto indebolita - prova che ancora una volta, in questo ciclo sono stati estesi prestiti molto rischiosi a mutuatari marginali se non sospetti".

 

Rosenberg ha dichiarato che la crescita del credito è andata ben oltre la crescita dei salari da lavoro. E se le banche stringono i loro standard per i prestiti, ciò potrebbe ridurre il contributo che i consumi danno alla crescita economica.

 

"Questo record dovrebbe servire da sveglia per gli americani, perché si concentrino sui loro debiti da carta di credito", ha detto Schulz.

 

16/07/17

MPI - Il crescente legame tra migrazioni e microcredito

In anni recenti una pletora di ricerche ha cercato di documentare gli impatti sulla riduzione della povertà del microcredito (il prestito di piccole somme di denaro a tassi agevolati a famiglie povere, per lo sviluppo di microimprese sostenibili a livello locale). Molto meno conosciuti sono gli studi, come quello che qui traduciamo, che evidenziano un'altra realtà: il microcredito, in un'incredibile eterogenesi dei fini, in anni recenti sta incrementando l'emigrazione dai paesi in via di sviluppo verso quelli ricchi. Fornisce infatti accesso al credito alle famiglie che prima non lo avevano e che lo usano per coprire i costi dell'emigrazione nell'aspettativa di future, preziose rimesse dai propri familiari nei paesi di destinazione. Indebitarsi per l'emigrazione è una strategia sviluppata dalle stesse famiglie, per ottenere accesso a nuovo credito e mitigare i rischi di insuccesso dell'impresa locale o mantenere costanti le possibilità di investimento e consumo. Gli istituti di microfinanza sono stati cooptati in questa strategia e iniziano a supportarla per espandere i propri servizi finanziari, in alcuni casi aiutati da programmi governativi che vedono nelle rimesse un mezzo alternativo o complementare agli investimenti diretti esteri per lo sviluppo del proprio paese. Tutti questi fattori creano una forte pressione verso l'emigrazione, rendendo raramente possibile ciò che molti emigranti (e gli istituti di microcredito con loro) affermano di volere: la possibilità di guadagnarsi da vivere a casa propria.

 

di Maryann Bylander, 13 giugno 2013

 

 

 

Negli ultimi tre decenni, il mondo in via di sviluppo ha visto una rivoluzione nell'accesso al credito. Ciò è avvenuto in gran parte attraverso l'espansione del microcredito - prestiti relativamente piccoli, accessibili principalmente alle famiglie povere per realizzare investimenti e microimprese. Il microcredito è cresciuto sensibilmente e costantemente in tutto il mondo in via di sviluppo: oggi circa 100 milioni di persone in più di 90 paesi prendono prestiti dagli istituti di microfinanza (IMF). La maggioranza di questi prestiti è rivolta alle donne nelle zone rurali, e ai poveri.

 

L'emigrazione tipicamente trova poco spazio nei ragionamenti sulla microfinanza, poiché ciò che questa dovrebbe fare è proprio consentire alle persone di rimanere a casa. La maggior parte degli IMF afferma che i prestiti di microcredito sono sia impiegati sia restituiti dalle microimprese locali - e molte istituzioni hanno strategie esplicite in questo senso per la concessione dei prestiti. Tutte queste strategie e aspettative riguardano il modo in cui la microfinanza si propone di ridurre la povertà: permettendo alle famiglie povere di investire in attività che generano reddito a casa loro.

 

Tuttavia, sempre più spesso ci sono fili del discorso che legano l'emigrazione alla microfinanza. Gli IMF (talvolta con il sostegno delle istituzioni per lo sviluppo) si rivolgono alle famiglie degli emigrati con una varietà di servizi di microfinanza, inclusi i prestiti. Queste organizzazioni, nonché alcuni accademici e decisori politici, considerano gli istituti di microfinanza attori ideali attraverso i quali emancipare le famiglie degli emigrati.

 

Inoltre, c'è la crescente consapevolezza che l'emigrazione e la microfinanza stiano già interagendo in modi inaspettati e talvolta problematici. Alcune famiglie utilizzano il microcredito come anticipo sulle rimesse attese da parte dei familiari all'estero; altre utilizzano prestiti per finanziare i costi dell'emigrazione. Ci sono anche prove che l'emigrazione viene utilizzata come meccanismo di copertura per gestire il debito quando le microimprese falliscono, spingendo all'estero chi ha preso il prestito, alla ricerca di migliori opportunità economiche. Queste connessioni evidenziano che il collegamento tra emigrazione e microfinanza può espandere le opportunità degli emigranti e delle loro famiglie, ma anche generare o aggravarne le vulnerabilità.

 

Questo articolo esplora le connessioni tra microcredito ed emigrazione, analizzando nei suoi diversi risvolti il suggerimento che il microcredito possa supportare l'emigrazione all'interno di una strategia di sviluppo e sviscerando le domande che dovrebbero essere poste riguardo a questa possibilità. Aggiornato con uno studio qualitativo condotto in una comunità rurale cambogiana con forti legami con la Thailandia, l'articolo descrive come le famiglie stiano già utilizzando il microcredito in combinazione con l'emigrazione e affronta domande critiche su chi benefici di questo legame - e quali vulnerabilità potrebbe creare per gli emigranti.

 

Microfinanza: sfruttare l'emigrazione internazionale per lo sviluppo?

 

L'ottimismo sulla microfinanza, come mezzo per sostenere gli emigranti (e la emigrazione come strategia di sviluppo), si basa sulle rimesse - gli utili che gli emigranti mandano nei loro paesi d'origine.

 

Negli ultimi dieci anni, i paesi in via di sviluppo, inclusa la Cambogia, hanno visto un notevole aumento delle rimesse ricevute dagli emigrati all'estero. Le stime della Banca Mondiale suggeriscono che il livello dei flussi di rimesse nei paesi in via di sviluppo (in aumento di 400 miliardi di dollari nel 2012) è grande quasi quanto gli investimenti diretti esteri e più del doppio rispetto ai flussi di aiuti verso questi paesi. Questa straordinaria crescita, unitamente al dominio delle idee neoliberiste, ha portato a un rinnovato interesse politico intorno all'idea di sfruttare l'emigrazione per lo sviluppo. Di conseguenza, i politici, i governi e le istituzioni internazionali hanno investito in una serie di strategie volte a utilizzare le rimesse per generare uno sviluppo sostenibile.

 

Gli IMF vengono percepiti come attrezzati unicamente per supportare i programmi di sviluppo basati sulle rimesse. Tendono infatti ad essere localizzati nelle stesse aree povere rurali dove l'emigrazione è comune, e stanno già fornendo servizi finanziari in questi contesti. Per questo motivo sono adatti a diventare fornitori di prodotti finanziari destinati alle famiglie degli emigranti.

 

Lo strumento principale attraverso cui gli IMF si stanno già impegnando nello sviluppo basato sulle rimesse sono i prodotti per il trasferimento di denaro. In gran parte del mondo in via di sviluppo gli emigrati inviano denaro attraverso reti informali, pagando commissioni elevate e con poca sicurezza nel garantire che il denaro arrivi a destinazione. Dove gli emigrati possono utilizzare istituti di microfinanza per trasferire il denaro a casa, l'ipotesi è che il trasferimento sia più economico, più facile e più affidabile, consentendo così a chi è emigrato di tenersi una maggior parte dei suoi risparmi.

 

Gli IMF sono sempre più interessati a lavorare con gli emigranti in modo maggiormente significativo, in particolare con i sistemi riferibili al credito. La maggior parte degli IMF è interessata a continuare ad espandere i suoi portafogli di prestiti, sfruttando nuovi mercati e offrendo una gamma più ampia di prodotti. Gli emigranti - e le potenziali rimesse che rappresentano - offrono un nuovo mercato lucrativo.

 

Di conseguenza, gli IMF stanno prendendo in considerazione non solo i servizi di trasferimento di denaro per chi emigra, ma anche prodotti di credito fatti specificatamente su misura per le famiglie degli emigranti. Programmi di questo tipo sono già stati testati in America Latina con il sostegno di istituzioni internazionali per lo sviluppo, e sono presi in considerazione altrove. In questi tipi di programmi di credito mirati agli emigranti, le rimesse vengono considerate come una fonte stabile di reddito e sono essenzialmente trattate come prova del merito di credito. Gli IMF possono quindi sia aiutare gli emigrati a inviare denaro a casa sia aspettarsi che queste rimesse siano utilizzate come mezzo per rimborsare i prestiti.

 

Questi tipi di programmi di microcredito mirati agli emigranti sono relativamente nuovi e ancora molto rari. Tuttavia, gli IMF sono già in linea di principio collegati alla emigrazione in modi meno evidenti, spesso trascurati e che sollevano domande decisive sul microcredito come strategia di utilizzo dell'emigrazione per ottenere lo sviluppo. In tutto il mondo in via di sviluppo, le prove suggeriscono che almeno alcuni istituti di microfinanza prestano regolarmente a famiglie che già hanno un familiare che lavora all'estero o intendono inviare qualcuno all'estero poco dopo aver ricevuto il prestito. In entrambi i casi, i prestiti che sembrano destinati ad essere rimborsati attraverso l'impresa locale vengono in realtà rimborsati grazie alle rimesse. Presi insieme, li si può considerare come migra-prestiti - prestiti ottenuti da istituti di microfinanza che vengono poi utilizzati insieme a strategie di emigrazione internazionale.

 

Migra-prestiti: emigrazione e microfinanza in Cambogia

 

Uno studio condotto in Cambogia dall'autore, dal 2008 al 2010, ha indagato in dettaglio i modelli e le pratiche dei migra-prestiti. La Cambogia è un caso di studio rivelatore per capire come il settore in espansione del microfinanziamento abbia incontrato (e forse modellato) schemi di emigrazione internazionale, perché si tratta di un paese in cui sia la emigrazione internazionale sia la microfinanza sono cresciute sensibilmente negli ultimi due decenni.

 

Sia i microfinanziamenti sia gli schemi contemporanei di emigrazione internazionale possono essere ricondotti all'inizio degli anni '90, quando la Cambogia cominciò finalmente a riprendersi dalla devastazione lasciata dal regime dei Khmer Rossi (1975-79), concluso con un numero stimato tra 1,5 e 2 milioni di cambogiani morti per esecuzioni, fame e malattie.

 

La successiva occupazione vietnamita è durata il decennio successivo, fino a quando nel 1991 è arrivata nel paese un'autorità di transizione sostenuta dalle Nazioni Unite, che ha promosso elezioni democratiche, organizzate due anni dopo. La maggior parte delle istituzioni sociali e finanziarie contemporanee, e molti dei modelli demografici che si vedono oggi in Cambogia, hanno mosso i primi passi in questo periodo di nuova stabilità. Prima di questo periodo, le istituzioni finanziarie ufficiali erano praticamente inesistenti: i Khmer Rossi durante il loro breve governo abolirono anche i soldi (così come la proprietà privata, i mercati, i sistemi sanitari ed educativi).

 

La microfinanza in Cambogia è iniziata nel 1992, inizialmente come piccolo progetto sostenuto a livello internazionale, finalizzato alla creazione di posti di lavoro per i soldati smobilizzati. I modelli contemporanei (più commerciali), oggi prevalenti, si sono evoluti nel tempo, ma fin dai primi anni 2000 la microfinanza ha avuto una crescita veramente esplosiva (vedi tabella 1). Oggi la Cambogia è tra i primi cinque paesi al mondo per numero totale di mutuatari verso istituti di microfinanza come percentuale della popolazione e le dimensioni medie dei prestiti degli IMF superano il livello del reddito nazionale lordo (RNL) pro capite, secondo le statistiche del MIX Market, la piattaforma Microfinance Information Exchange per la trasmissione delle informazioni sulla microfinanza.

 

[caption id="attachment_12033" align="alignnone" width="829"] L'espansione del microcredito in Cambogia, 1997-2011. Colonne da sinistra a destra: anno di riferimento; numero di IMF nel paese; numero di uffici/filiali delle IMF; numero di persone che hanno ricevuto prestiti; prestito medio per mutuatario (in dollari); prestito medio per mutuatario come percentuale del RNL pro-capite.[/caption]

 

Accanto all'espansione del credito formale, anche la emigrazione internazionale è cresciuta in importanza e portata. Circa 250.000 cambogiani vivono e lavorano in Thailandia (la destinazione principale dell'emigrazione per i cambogiani), un numero aumentato significativamente nel corso degli ultimi dieci anni. La maggior parte sta emigrando da aree rurali emarginate, luoghi in cui la recente crescita dell'economia cambogiana non ha avuto ricadute tali da migliorare sostanzialmente i mezzi di sussistenza.

 

Gli emigranti partono a causa di povertà, disoccupazione, emergenza ambientale, desiderio di mobilità o semplicemente per la mancanza di scelte migliori. In molte comunità l'emigrazione è diventata normale, di modo che i giovani che raggiungono la maggiore età crescono con gli occhi rivolti verso la Thailandia - immaginando che il proprio futuro comporti necessariamente dover andare a lavorare all'estero.

 

Lo studio qualitativo dell'autore (in una comunità cambogiana rurale in cui l'emigrazione in Thailandia è comune) ha evidenziato come le famiglie utilizzano l'emigrazione e la microfinanza in combinazione. Alcune famiglie hanno utilizzato esplicitamente prestiti di microfinanza per finanziare i costi dell'emigrazione; per gli altri, l'emigrazione era una strategia di copertura del rischio per gestire gli shock che causano un indebitamento eccessivo. Più comunemente, i prestiti di microfinanza sono stati ottenuti dalle famiglie che ricevono rimesse o da quelle che se le aspettano. In questo caso le rimesse sono state considerate come un mezzo stabile per rimborsare i prestiti a basso costo recentemente disponibili, utilizzati per svariati scopi, tra cui la costruzione di abitazioni e l'acquisto di articoli di consumo di grandi dimensioni, come le moto. Questi migra-prestiti costituivano una specie di strategia di risparmio autoimposto, che garantiva alle famiglie di essere in grado di acquistare o di investire a casa, prima ancora di avere i soldi in mano per farlo.

 

L'uso di prestiti di microfinanza in coordinamento con l'emigrazione internazionale è stato sia normale sia percepito come strategico. Al contrario, i prestiti erano considerati rischiosi se utilizzati per la microimpresa locale. Poiché era difficile ottenere un profitto consistente attraverso i sistemi di sostentamento locale, per ottenere un prestito spesso l'emigrazione è stata vista come necessaria. Un ex emigrante ha descritto il legame in questo modo: "Il problema più grande è che qui non possiamo guadagnarci da vivere... se non guadagniamo abbastanza, la nostra unica scelta è di prendere in prestito denaro da banche private, e poi come facciamo a ripagarlo? Così emigriamo". Un non-emigrante, non-mutuatario ha risposto più semplicemente: "Possiamo farcela al villaggio, se non siamo indebitati. Se però abbiamo debiti, non c'è via di uscita".

 

I legami tra microcredito ed emigrazione sono stati visti dai soggetti intervistati sia come fonte di maggiori possibilità sia come problematici. Ad esempio, l'uso dei prestiti come anticipo sulle rimesse è stato visto come una strategia innovativa che ha cooptato creativamente gli obiettivi e le politiche stabilite dagli IMF (presumibilmente orientati a microimprese localmente sostenibili). Inoltre hanno sia incoraggiato il risparmio (nelle parole di un intervistato, questa strategia "ha fatto spendere poco per la birra") sia incrementato il consumo delle famiglie nei momenti per loro importanti.

 

Tuttavia, questi prestiti generavano spesso anche pressioni sui membri della famiglia, spingendoli a inviare più soldi dall'estero, spendere meno o emigrare, poiché l'imperativo di pagare il debito era significativamente più potente del desiderio di risparmiare. Di conseguenza, i giovani sono stati spinti molto presto ad abbandonare la scuola ed emigrare per rimborsare i debiti contratti con gli IMF.

 

Inoltre nei casi in cui l'emigrazione non va a buon fine per qualche motivo (ad esempio perché gli emigranti vengono espulsi, ingannati e privati del salario, o fermati dalla polizia), il debito delle famiglie verso gli IMF può  rapidamente diventare problematico, ispirando una serie di strategie di copertura alternativa che riducono le risorse delle famiglie.

 

Emigrazione e microcredito oltre la Cambogia: libertà in espansione o esasperazione delle debolezze?

 

Recenti osservazioni suggeriscono che i legami tra emigrazione e microfinanza sono presenti anche in altri paesi. Nel 2012 l'antropologo David Stoll ha pubblicato un ampio esame etnografico su come il microcredito abbia aiutato l'emigrazione clandestina dal Guatemala negli Stati Uniti. Similmente ai risultati dell'autore in Cambogia, il lavoro di Stoll evidenzia che le famiglie in Guatemala utilizzano il microcredito in modi sia inaspettati sia non intenzionali da parte di chi lo promuove, e che i migra-prestiti generano nuove vulnerabilità e pressioni sulle famiglie che li ottengono. È importante notare che ciò non riguarda solo la necessità di rimborsare i debiti, ma anche le vulnerabilità inerenti alla posizione degli emigranti nei paesi di destinazione, soprattutto quando arrivano senza i regolari permessi.

 

Un certo numero di studi recenti ha accennato a simili modelli in altri paesi. Ad esempio, la geografa Amelia Duffy-Tumasz, attraverso il lavoro etnografico in Senegal, descrive come le famiglie utilizzino il microcredito come anticipo in contanti sulle rimesse dei parenti che vivono all'estero. La studiosa suggerisce che il microcredito in questo contesto non è visto come una fonte di credito a basso costo per l'espansione dell'impresa finanziata, ma piuttosto come un mezzo per sostenere la famiglia quando le rimesse sono irregolari.

 

Marcus Taylor, sociologo che studia la microfinanza nell'Andhra Pradesh, in India, nota anche la predominanza delle famiglie che utilizzano le rimesse per rimborsare i prestiti degli IMF e sostiene che il microcredito può anche diventare il motivo  dell'emigrazione, dato che le famiglie devono fare fronte all'onere del debito e all'incapacità di rimborsare i prestiti attraverso le strategie di sostentamento locale.

 

Anche i volontari di Kiva, una piattaforma online entrata in servizio nel 2005 che funziona come intermediario per i prestiti da pari a pari, hanno documentato - anche in blog pubblici - i collegamenti tra emigrazione e microcredito. Meg Gray, che ha lavorato a Nagarote, in Nicaragua, come Socio Kiva, ha raccontato nel suo blog, nel novembre 2009, che occasionalmente gli IMF hanno persino clienti che inviano direttamente le rimesse agli agenti di prestito, con istruzioni per usare i soldi per ripagare i prestiti a carico dei familiari. Rosalind Piggot, lavorando in Tagikistan anche in questo caso come Socio Kiva, ha notato nel giugno 2010 che, durante il periodo peggiore della recente crisi finanziaria, solo i mutuatari degli IMF con membri della famiglia che inviavano rimesse dalla Russia potevano permettersi di ripagare le loro rate mensili.

 

Questi e altri studi suggeriscono che il microcredito, anche se ha il fine di porsi come strategia autonoma di sviluppo, può essere considerato dai potenziali mutuatari più utile se utilizzato in combinazione con l'emigrazione, non come un suo sostitutivo. In altre parole, il contesto conta. In aree caratterizzate da scarse infrastrutture, mancanza di accesso ai mercati e/o precarietà ambientale, è improbabile che il credito da solo (o le rimesse da sole) porterà a opportunità di investimento redditizie o ad uno sviluppo sostenibile basato su risorse locali.

 

Da una prospettiva di microfinanza, l'utilizzo dell'emigrazione in combinazione con il prestito non è problematico, finché i prestiti sono rimborsati. Infatti, molti agenti di prestito intervistati dall'autore in Cambogia consideravano l'emigrazione come il mezzo ideale per il rimborso del prestito, poiché era molto più facile guadagnare denaro in Thailandia che in zone povere rurali della Cambogia. Chiaramente ciò rende problematici gli obiettivi di sviluppo locale che gli IMF spesso rivendicano.

 

Tuttavia, i migra-prestiti pongono domande dalla prospettiva dell'emigrante: cosa succede quando l'emigrazione è l'unico (o il miglior) mezzo sicuro di rimborso dei prestiti di microcredito? I debiti portano spesso a turbolenze emigratorie? Dove gli emigranti rimborsano i prestiti tramite lavoro salariato all'estero, i posti di lavoro all'estero offrono protezione, sicurezza, un livello minimo di diritti e stabilità? Gli emigranti che detengono prestiti rischiano di essere espulsi, riducendo così la loro capacità di rimborsare il debito con successo?

 

Poiché molti IMF sono sovvenzionati da fondi per lo sviluppo, sembra particolarmente importante chiedersi come questi prestiti stiano promuovendo lo sviluppo sostenibile e come potrebbero generare o esacerbare vulnerabilità tra coloro che intendono aiutare.

 

Impatti della rivoluzione del credito sull'emigrazione e la mobilità

 

L'espansione dell'accesso al credito attraverso la microfinanza - che ormai è un settore che vale molti miliardi di dollari - ha portato a cambiamenti profondi in tutto il mondo in via di sviluppo. Eppure, mentre una pletora di ricerche ha cercato di documentare gli impatti del microcredito sulla riduzione della povertà, si sono esplorati poco gli impatti sociali della rivoluzione del credito - o in particolare il suo impatto sulla mobilità.

 

La ricerca dell'autore ha evidenziato che le famiglie di emigranti cambogiani in gran parte hanno visto il credito recentemente disponibile come un modo per integrare l'emigrazione - il modo più redditizio e sicuro per garantire il rimborso del debito. Sebbene in alcuni casi questo abbia funzionato abbastanza bene, molti cambogiani hanno sentito gli effetti della dipendenza migratoria: lunga separazione dai membri della famiglia; pressioni intense alla emigrazione per garantire il benessere delle loro famiglie; e problemi di rimborso del debito quando la strategia di emigrazione è fallita. La microfinanza è stata considerata utile, ma solo in una certa misura. È stata considerata anche potenzialmente pericolosa, perché crea un rischio finanziario tanto spesso quanto lo media. La cosa più importante è che raramente ha reso possibile ciò che molti emigranti hanno affermato di volere: la possibilità di guadagnarsi da vivere a casa propria.

 

L'espansione dell'accesso al credito può spostare, modellare, limitare e generare opportunità di emigrazione. Può aumentare le possibilità di investimento o mettere gli emigranti in situazioni rischiose. Di conseguenza è necessario indagare ulteriormente come l'espansione dell'accesso al credito interagisce con modelli di emigrazione preesistenti e quali tutele dovrebbero essere istituite per garantire che i programmi destinati ad utilizzare la microfinanza per sfruttare le rimesse lo facciano in modo che aiuti e protegga gli emigranti.

 

Fonti

 

Duffy-Tumasz, Amelia. 2009. Paying back comes first: why repayment means more than business in rural Senegal. Gender and Development 17(2):243-54.

 

Piggot, Rosalind. 2010. How Useful is Microfinance (Migration v. Microfinance). Hosted on Kiva Fellows Blog: Stories from the Field. June 28 2010. Disponibile online.

 

Gray, Meg. 2009. Microfinance, Migration, and a Constant Stream of Remittances. Hosted on Kiva Fellows Blog: Stories from the Field. November 24, 2009. Disponibile online.

 

O'Connell Davidson, Julia. 2013. Troubling freedom: migration, debt and modern slavery. Migration Studies 1(1): doi:10.1093/migration/mns002

 

Shaw, Judith. 2005. Ed. Remittances, Microfinance and Development: building the links. Brisbane: The Foundation for Development Cooperation.

 

Stoll, David. 2012. El Norte or Bust. How Migration Fever and Microcredit Produced a Financial Crash in a Latin American Town. Rowman & Littlefield.

Taylor, Marcus. 2011. Freedom from Poverty is Not for Free: Rural Development and the Microfinance Crisis in Andhra Pradesh, India. Journal of Agrarian Change 11(4):484-504.

USAID. 2008. Remittances and Microfinance in Latin America and the Caribbean: Steps forward on a long road ahead. Microreport #118: USAID.

04/06/17

Counterpunch: Dai peones del debito agli schiavi salariati

Negli USA, per far fronte a rette universitarie in crescita, sono sempre di più gli studenti che devono accedere a prestiti per potersi garantire un'istruzione superiore. Prestiti che andranno ad aggiungersi a quelli per la casa e che nell'economia del lavoro precario e del salario minimo difficilmente saranno ripagati. L'alleanza tra finanza e settore dell'istruzione sta così creando una classe di schiavi salariati: una "società più istruita" non significa più una forza lavoro con migliori possibilità di impiego, ma con meno possibilità, perché una parte sempre maggiore dei redditi sarà usata non per comprare beni e servizi, ma per pagare il settore finanziario e la classe dei rentier. E' semplicemente una società più indebitata, un'economia che soccombe alla deflazione da debito, all'austerità e alla disoccupazione. Da Counterpunch.

 

 

 

di Michael Hudson, 2 giugno 2017

 

Gli studenti di solito non pensano a loro stessi come a una classe sociale. Sembrano una "pre-classe", perché non sono ancora entrati nella forza lavoro. Possono solo sperare di diventare parte della classe media dopo la laurea. E questo significa diventare un salariato -  in quella che poco cortesemente  è chiamata la classe lavoratrice.

 

Ma non appena contraggono un debito studentesco, diventano parte dell'economia. In questo senso, sono una classe debitrice. Ma per essere un debitore, bisogna avere dei mezzi per pagare - e i mezzi che hanno gli studenti per pagare sono gli stipendi e i salari che potranno guadagnare dopo laureati. Dopo tutto, la ragione per cui la maggior parte degli studenti ottiene un titolo di studio è perché in questo modo possono qualificarsi per un lavoro da classe media.

 

La classe media in America è composta dal settore in espansione della classe lavoratrice che ha i titoli per ottenere prestiti bancari - non solo prestiti a breve termine a tassi usurari, ma per una vita intera di debiti. Quindi la classe media oggi è una classe debitrice.

 

Piangendo lacrime di coccodrillo per la lenta crescita dell'occupazione statunitense nella depressione post-2008 (la "permanent Obama economy" in cui solo le banche vengono salvate, non l'economia), la classe finanziaria ritiene che il ruolo dell'industria e dell'economia in generale sia quello di pagare i propri dipendenti abbastanza perché possano farsi carico di un volume di debito crescente in maniera esponenziale. Gli interessi e le commissioni (le commissioni e le penali oggi rendono alle società delle carte di credito più di quanto esse ricevono in interessi) sono saliti alle stelle, e l'economia dei beni e servizi viene abbandonata alla depressione.

 

Anche se i libri di testo su moneta e sistema bancario dicono che tutti gli interessi (e le commissioni) sono un compenso per il rischio, qualsiasi banchiere che si assuma un rischio effettivo viene rapidamente licenziato. Le banche non assumono rischi. Per quello ci sono i governi (socializzare il rischio, privatizzare i profitti). Prevedendo che l'economia statunitense non si sarebbe ripresa, sotto il peso dei mutui spazzatura e di altri debiti in sofferenza che l'amministrazione Obama ha lasciato sui libri contabili nel 2008, le banche hanno insistito sul fatto che il governo garantisse tutti i debiti studenteschi. Hanno anche insistito che il governo garantisse la miniera d'oro finanziaria sepolta sotto tale debito: gli interessi di mora che continuano ad accumularsi. Quindi, che gli studenti riescano effettivamente a diventare lavoratori salariati o no, nell'emergente e fittizia economia del "come se", le banche riceveranno i loro pagamenti. Il governo pagherà le banche "come se" ci fosse una reale ripresa.

 

E se ci fosse una ripresa, allora questo significherebbe che le banche si stavano assumendo un rischio - un rischio abbastanza grande da giustificare gli elevati tassi di interesse sui prestiti agli studenti.

 

Tutto questo è semplicemente un replay di quel che le banche hanno negoziato sui mutui immobiliari. Gli studenti che riescono ad ottenere un lavoro sperano di farsi una famiglia, o almeno di entrare nella classe media. Nel mondo di oggi, il criterio più tipico per definire una vita da classe media (oltre ad avere una formazione universitaria) è il possesso di una casa. Ma quasi nessuno può comprare una casa senza prendere un mutuo. E il prezzo di un mutuo del genere è di pagare fino al 43% del proprio reddito per trent'anni, vale a dire la propria vita lavorativa potenziale (nel mondo "come se" di oggi, che presume la piena occupazione, non un'economia dei lavoretti precari).

 

Le banche sanno quanto è improbabile che i lavoratori siano davvero in grado di guadagnare abbastanza da far fronte al costo della loro istruzione e del debito immobiliare. Il costo della casa è così alto, il prezzo dell'istruzione è così elevato, l'ammontare del debito che i lavoratori devono pagare su ogni stipendio è così alto che la forza lavoro americana costa troppo per i mercati mondiali  (ad eccezione dei materiali militari venduti ai Sauditi e agli altri protettorati statunitensi). Quindi le banche insistono che il governo faccia finta che i mutui e i prestiti per l'istruzione non comportino alcun rischio per i banchieri.

 

La Federal Housing Authority (l'autorità federale per gli alloggi, ndt) garantisce mutui che assorbono fino al suddetto 43% del reddito del sottoscrittore. Oggigiorno i redditi non crescono, ma la disoccupazione sì. Quelli che una volta erano lavori da classe media sono stati ridotti a lavori da salario minimo (come da MacDonald's e altri fast food) o a lavoro precario (Uber). Anche in questi casi, le penalità crescono rapidamente quando ci sono insolvenze - tutte coperte dal governo, come se queste compensassero le banche per dei rischi che invece è il governo stesso ad assumersi.

 

Dai peones del debito agli schiavi salariati

 

Tenuto conto del fatto che un'istruzione universitaria è una condizione preliminare per entrare a far parte della classe lavoratrice (ad eccezione dei miliardari che abbandonano gli studi), la classe media è una classe di debitori - così fortemente indebitata che una volta finalmente ottenuto un lavoro, non ha alcun margine per poter scioperare, tanto meno per protestare contro le cattive condizioni di lavoro. Questo è ciò che Alan Greenspan ha descritto come l' "effetto lavoratore traumatizzato" prodotto dal debito.

 

Gli studenti pensano al loro futuro in questi termini? Cosa pensano del proprio posto nel mondo?

 

Gli studenti sono i nuovi NINJA (No Income, No Jobs, No Assets): nessun reddito, nessun lavoro, nessun patrimonio. Ma i loro genitori hanno dei beni, e sono questi ora ad essere portati via, anche i beni dei pensionati. Prima di tutto, il governo ha risorse - il potere di tassare (soprattutto i lavoratori, di questi tempi) e anche qualcosa di  meglio: il potere di  semplicemente stampare moneta (principalmente oggi il Quantitative Easing per cercare di reflazionare i prezzi delle abitazioni, delle azioni e dei titoli). La maggior parte degli studenti spera di diventare indipendente dai propri genitori. Ma, gravati dal debito e dovendo affrontare un mercato del lavoro difficile, vengono lasciati ancor più in condizioni di dipendenza. Ecco perché tanti devono continuare a vivere a casa dei genitori.

 

Il problema è che, anche se ottengono un lavoro e diventano indipendenti, restano dipendenti dalle banche. E per pagare le banche, devono essere ancor più miserevolmente alle dipendenze dei loro datori di lavoro.

 

Potrebbe essere illuminante vedere le cose dal punto di vista dei banchieri. Dopo tutto, hanno 1300 miliardi di dollari di crediti agli studenti. Infatti, nonostante il fatto che le rette universitarie stiano crescendo in tutti gli Stati Uniti, anche più dell'assistenza sanitaria (assistenza sanitaria finanziarizzata, non socializzata), le banche spesso finiscono con l'avere più spese per l'istruzione delle stesse università. Questo perché qualsiasi debito a interesse ha un tempo di "raddoppiamento", e un prestito studentesco al tasso, per esempio, del 7%, significa che i pagamenti per interessi arrivano al doppio del valore del prestito originale in soli 10 anni. (La regola del 72 fornisce un modo semplice per calcolare il tempo che un debito a interesse ci mette a "raddoppiare". Basta dividere 72 per il tasso di interesse e si ottiene il tempo di raddoppiamento).

 

E' emersa una simbiosi fatale tra il sistema bancario e l'istruzione superiore in America. I banchieri siedono nei consigli di amministrazioni delle principali università - non semplicemente   comprandosi la carica  con le donazioni, ma perché finanziano la trasformazione delle università in società immobiliari. La Columbia e la New York University sono tra i maggiori proprietari immobiliari a New York City. Come le chiese, non pagano imposte immobiliari o sul reddito, poiché si ritiene che abbiano un ruolo sociale di vitale importanza. Ma dal punto di vista privilegiato dei banchieri, il loro ruolo è quello di fornire un mercato per il debito la cui grandezza ora supera anche quella delle carte di credito!

 

A New York, Citibank ha siglato quello che è stato considerato un accordo d'interesse con l'Università di New York, che spinge gli studenti in arrivo verso la banca per farsi finanziare gli studi. Nel mondo di oggi una scuola può far pagare l'istruzione tanto quanto le banche sono disposte a prestare agli studenti - e le banche sono disposte a prestare tanto quanto i governi garantiranno di coprire, senza fare domande. Così i banchieri nei consigli di amministrazione delle scuole sostengono i costi gonfiati dell'istruzione, sapendo che quanto più le università li aumenteranno, tanto più i banchieri riceveranno in interessi e penalità.

 

E' la stessa cosa per le case, naturalmente. Quanto più il proprietario di una casa riceverà con la vendita, tanto più la banca guadagnerà grazie agli interessi sul mutuo. È per questo che tutta la crescita dell'economia statunitense sta finendo nel settore FIRE ("Finance, Insurance and Real Estate", cioè finanza, assicurazioni e proprietà immobiliari, ndt), detenuto principalmente dall'Un Per Cento.

 

In questi termini, una "società più istruita" non significa una forza lavoro con più possibilità di impiego. Significa una società con meno possibilità d'impiego, perché una parte sempre maggiore degli stipendi e dei redditi dei consumatori è usata non per comprare beni e servizi, non per mangiare in ristoranti o acquistare i prodotti dell'industria, ma per pagare il settore finanziario e la classe alleata dei rentier. Una società più istruita, sotto queste regole, è semplicemente una società più indebitata, un'economia che soccombe alla deflazione da debito, all'austerità e alla disoccupazione, salvo l'occupazione al minimo salariale.

 

Per mezzo secolo gli americani hanno immaginato di diventare sempre più ricchi indebitandosi per acquistare le proprie case e istruire i propri figli. La loro ricchezza si è rivelata ricchezza per le banche, gli obbligazionisti e altri creditori, non per i debitori. Quella che era applaudita come la "classe media" si è rivelata essere semplicemente una classe lavoratrice indebitata.