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17/11/18

Il vaso di Pandora dell’olocausto nucleare: l'erosione del controllo degli armamenti

Al di là delle strategie economiche e politiche, gli Stati Uniti sono ormai da vari anni, già prima dell'amministrazione Trump, avviati su una traiettoria di strategia geopolitica che sembra mirata ad alzare l'asticella della corsa agli armamenti, accantonando gli obiettivi di disarmo che avevano fatto seguito alla caduta del bipolarismo USA-URSS, e quindi alla fine della Guerra Fredda. Questa lucida analisi fa chiarezza sulle recenti mosse della Casa Bianca e le reazioni degli altri paesi che nutrono ambizioni di egemonia globale o regionale, e sulle preoccupanti implicazioni di queste mosse sulla sicurezza globale.

 

Resta da chiedersi se a livello geopolitico, e quindi tralasciando per una volta l'analisi puramente economica e utilitaristica, tali sviluppi siano il frutto di una "stanchezza imperiale" da parte degli Stati Uniti nel rappresentare il polo unico di una potenza senza rivali, o se siano il tentativo di annichilire i potenziali rivali spingendoli verso una insostenibile corsa agli armamenti. Allo stato dei fatti, entrambe le ipotesi rivelerebbero un'analisi insufficiente, superficiale e di corto respiro delle dinamiche storiche che portano all'ascesa e al declino degli imperi, e che in quanto tale ci lascia insoddisfatti. Come si dice in linguaggio accademico, "sarabbero necessarie ulteriori ricerche".

 

 

di Conn Hallinan, 6 novembre 2018

 

La decisione dell'amministrazione Trump di ritirarsi dall'accordo Intermediate Nuclear Force (INF) sembra essere parte di una più ampia strategia volta a liquidare oltre 50 anni di accordi per il controllo e la limitazione delle armi nucleari, e tornare a un'era caratterizzata dalla proliferazione incontrollata di armi di distruzione di massa.

 

La risoluzione del trattato INF, che vieta i missili balistici e da crociera terrestri con un raggio compreso tra 300 e 3400 miglia, non costituiusce, in sé e per sé, un colpo fatale all’insieme di trattati e accordi risalenti al trattato del 1963 che vietò i test di armi nucleari nell’atmosfera. Ma congiuntamente ad altri eventi, come la decisione di George W. Bush di ritirarsi dal Trattato anti-balistico dei missili (ABM) nel 2002 e il programma dell'amministrazione Obama di potenziamento delle infrastrutture nucleari, contribuisce a indebolire ulteriormente l’architettura di accordi che finora ha, almeno in parte, limitato queste terrificanti opere.

 

"L’abbandono dell'INF", afferma Sergey Rogov dell'Istituto di Studi statunitensi e canadesi, "potrebbe far crollare l'intera struttura del controllo degli armamenti".

 

Lynn Rusten, ex consigliere generale per il controllo degli armamenti nel National Security Agency Council, avverte che: "Ciò aprirà le porte a una corsa agli armamenti a tutto campo".

 

La giustificazione di Washington per uscire dal Trattato INF è che i russi avrebbero implementato il missile da crociera 9M729, che secondo gli Stati Uniti violerebbe l'accordo, anche se Mosca lo nega e le prove non sono state rese pubbliche. La Russia controbatte che il sistema ABM degli Stati Uniti - Aegis Ashore - schierato in Romania e pianificato per la Polonia, potrebbe essere utilizzato per lanciare missili simili a medio raggio.

 

Se questo fosse un mero disaccordo sulla gittata delle armi, basterebbero delle ispezioni per risolvere la questione. Ma la Casa Bianca, in particolare il Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, si preoccupa meno delle ispezioni che di tirare fuori gli Stati Uniti da accordi che limitino in qualche modo il dispiegamento del potere americano, sia esso militare o economico. Quindi, Trump ha abbandonato l'accordo nucleare con l’Iran, non perché l'Iran stia costruendo armi nucleari o abbia violato l'accordo, ma perché l'amministrazione vuole usare sanzioni economiche per perseguire il cambio di regime a Teheran.

 

In un certo senso, l'accordo INF è un colpo basso. Il trattato del 1987 vietava solo i missili a medio raggio terrestri, non quelli lanciati dal mare o dall'aria, dove gli americani detengono un forte vantaggio, e riguardava solo gli Stati Uniti e la Russia. Altri paesi dotati di armi nucleari, in particolare Cina, India, Corea del Nord, Israele e Pakistan hanno dispiegato numerosi missili a medio raggio con armi nucleari. Uno degli argomenti portati da Bolton per uscire dall'INF è che così facendo gli Stati Uniti potrebbero contrastare i missili a medio raggio della Cina.

 

Ma se la preoccupazione fosse il controllo dei missili a raggio intermedio, il percorso ovvio sarebbe quello di estendere il trattato ad altre nazioni e includere armi lanciate via aria e mare. Non che ciò sia facile. La Cina dispone di molti missili a raggio intermedio, perché la maggior parte dei suoi potenziali antagonisti, come il Giappone o le basi statunitensi in Asia, sono all'interno del raggio di tali missili. Lo stesso vale per Pakistan, India e Israele.

 

Le armi a raggio intermedio - a volte chiamate missili "tattici" - non minacciano il continente americano come gli analoghi missili statunitensi minacciano la Cina e la Russia. Pechino e Mosca possono essere distrutti dai missili intercontinentali a lungo raggio, ma anche da missili tattici lanciati da navi o aerei. Una delle ragioni per cui gli europei sono così contrari al ritiro dall'INF è che, in caso di guerra nucleare, la presenza di missili a medio raggio sul loro territorio ne farebbe un bersaglio.

 

Ma supposte violazioni del trattato non sono il motivo per cui Bolton e i suoi collaboratori si oppongono all'accordo. Bolton aveva già chiesto di ritirarsi dal trattato INF tre anni prima che l'amministrazione Obama accusasse i russi di barare. Infatti, Bolton si è opposto a tutti gli sforzi per limitare le armi nucleari e ha già annunciato che l'amministrazione Trump non rinnoverà il Trattato di riduzione delle armi strategiche (START) alla sua scadenza nel 2021.

 

START stabilisce il tetto per le testate nucleari di Stati Uniti e Russia a 1550, un numero esiguo.

 

Il ritiro dell'amministrazione Bush dal trattato ABM del 1972 nel 2002 è stato il primo grande colpo alla struttura del trattato. I missili anti-balistici sono intrinsecamente destabilizzanti, perché il modo più semplice per sconfiggere tali sistemi è di sopraffarli espandendo il numero di lanciatori e testate. Bolton, nemico di lunga data dell'accordo ABM, si è vantato di recente che la risoluzione del trattato non ha avuto alcun effetto sul controllo degli armamenti.

 

Ma la fine del trattato ha accantonato i colloqui di START, ed è stato lo schieramento di ABM nell'Europa orientale - insieme all'espansione della NATO fino ai confini russi - a spingere Mosca a dispiegare il missile da crociera ora in discussione.

 

Sebbene Bolton e Trump siano più aggressivi sulla risoluzione degli accordi, è stata la decisione dell'amministrazione Obama di spendere 1,6 triliardi di dollari per aggiornare e modernizzare le armi nucleari degli Stati Uniti a compromettere ora uno dei pilastri centrali del trattato sul trattato nucleare, il Comprehensive Test Ban Treaty del 1996 (CTBT).

 

Quell'accordo poneva fine ai test sulle armi nucleari, rallentando lo sviluppo di nuove armi, in particolare la miniaturizzazione e le testate di minima portata. La prima consente di porre più testate su ciascun missile, le seconde aumentano la possibilità di usare armi nucleari senza avviare uno scontro nucleare su vasta scala.

 

I razzi sono difficili da progettare, ragion per cui non possono essere implementati senza un test preventivo. Gli americani hanno aggirato alcuni degli ostacoli creati dal CTBT usando simulazioni computerizzate come quelle della National Ignition Facility. La testata Mod 11 B-61, che sarà prossimamente dispiegata in Europa [principalmente in Italia, N.d.T.], era stata originariamente pensata per combattimenti urbani, ma i laboratori di Livermore, in California, e di Los Alamos e Sandia, in New Mexico, la hanno trasformata in un bunker buster, capace di attaccare i centri di controllo e comando nascosti nel sottosuolo.

 

Tuttavia, l'esercito e l'establishment nucleare - che vanno da aziende come Lockheed Martin e Honeywell International a centri di ricerca universitari - da tempo si sentivano ostacolati dal CTBT. A ciò si aggiunge l'ostilità dell'amministrazione Trump a tutto ciò che limita la potenza degli Stati Uniti, e il CTBT potrebbe essere il prossimo sulla lista.

 

Il ripristino dei test nucleari porrà fine ai controlli sulle armi di distruzione di massa. E poiché l'articolo VI del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT) prevede lo smantellamento di armi di distruzione di massa da parte delle potenze nucleari, anche questo accordo potrebbe fallire. In pochissimo tempo paesi come la Corea del Sud, il Giappone e l'Arabia Saudita si aggiungerebbero al club nucleare, seguite a ruota da Sud Africa e Brasile. Gli ultimi due paesi hanno studiato la produzione di armi nucleari negli anni '80, e il Sud Africa ne ha già testata una.

 

La fine dell'accordo INF spingerà il mondo più vicino alla guerra nucleare. Poiché i missili a medio raggio riducono il tempo di preavviso per un attacco nucleare da 30 minuti a 10 minuti o meno, i paesi si terranno pronti a rispondere al fuoco. "Se non si usano non servono" è la filosofia che spinge le tattiche della guerra nucleare.

 

Nell'ultimo anno, la Russia e la NATO hanno svolto esercitazioni militari molto estese ai rispettivi confini. I caccia russi, statunitensi e cinesi di solito giocano a braccio di ferro. Ma cosa succederebbe se uno di quei "giochi" andasse storto?

 

Gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica sono arrivati ​​ai limiti di una guerra accidentale in almeno due occasioni e, con così tanti attori e così tante armi, sarà solo una questione di tempo prima che un paese interpreti un'immagine radar in modo errato e si posizioni in DEFCON 1 - imminente guerra nucleare.

 

Il Trattato INF è nato a causa della forte opposizione e delle grandi manifestazioni in Europa e negli Stati Uniti. Questo tipo di pressioni, unite all'impegno dei paesi a non dispiegare tali armi, saranno nuovamente necessari per evitare che l’intero sistema di accordi che ha tenuto a bada l'orrore della guerra nucleare vada in pezzi.

12/04/18

L’occidente e le guerre “umanitarie”

Riprendiamo un attualissimo articolo pubblicato dal Washington Blog nel 2015, che si occupa delle “guerre umanitarie” intraprese dai governi occidentali. Ogni volta che gli USA vogliono cambiare gli equilibri geopolitici di una regione ne destabilizzano i governi, prendendo a pretesto presunte emergenze umanitarie (che poi si rivelano completamente false o enormemente ingigantite, ex-post) e intervengono militarmente, causando molte più vittime di quelle che a parole volevano evitare. Quindi lasciano le regioni dove intervengono tra le rovine e il caos. L’ennesimo esempio è l’attuale situazione in Siria. E per l’ennesima volta i media nostrani tentano di convincere l’opinione pubblica della “necessità” di un'altra “guerra umanitaria”.

 

 

Di Anthony Freda, 4 marzo 2015

 

 

La prima “guerra umanitaria” dell’era post-guerra fredda è avvenuta in Kosovo, Bosnia e Serbia, regioni della ex Jugoslavia (Croazia e Slovenia erano anch’esse regioni della ex Jugoslavia che hanno pure giocato un ruolo nella guerra).

 

Secondo Wikipedia:

 

I “bombardamenti umanitari” sono un’espressione che si riferisce al bombardamento della NATO sulla Repubblica Federale della Jugoslavia (24 marzo – 10 giugno 1999) durante la guerra del Kosovo… L’espressione strettamente connessa “guerra umanitaria” è apparsa contemporaneamente.

 

Infatti, la guerra in Jugoslavia è stato il modello per tutte le seguenti “guerre umanitarie”… in Libia, Siria, Nigeria (pensate a Boko Haram) e altrove.

 

Il leader attivista contro la guerra David Swanson l’ha descritta così:

 

Quello che il vostro governo vi ha raccontato riguardo il bombardamento del Kosovo è falso. Ed è una cosa importante.[…]

 

L’inizio della guerra di aggressione della NATO, la sua prima guerra post-Guerra Fredda per imporre il suo potere… ci fu presentata come un atto di filantropia.

 

Le uccisioni non si sono fermate. La NATO continua a espandere i suoi confini e la sua missione, in particolare in posti come l’Afghanistan e la Libia. È importante come tutto è cominciato, perché spetta a noi fermarlo. […]

 

Gli USA si sono adoperati per lo smantellamento della Jugoslavia, hanno impedito a livello internazionale che si arrivasse a un accordo tra le parti, e si sono impegnati in una campagna di bombardamento massiccio… Tutto questo è stato ottenuto con bugie, invenzioni ed esagerazioni riguardo le atrocità (commesse in Jugoslavia NdVdE) e poi giustificate ex-post come una risposta alla violenza che in realtà loro stessi hanno generato.

 

A seguito dei bombardamenti, gli USA hanno consentito ai musulmani bosniaci di ottenere un piano di pace molto simile al piano che gli stessi USA avevano impedito prima della guerra. Ecco cosa ha dichiarato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Boutros Boutros-Ghali:

 

“Nelle sue prime settimane di governo, l’amministrazione Clinton (inteso come Bill NdVdE) ha inflitto un colpo mortale al piano Vance-Owen che avrebbe dato ai serbi il 43% del territorio di uno stato federale. Nel 1995 a Dayton, l’amministrazione si è vantata di un accordo che, dopo circa tre anni di orrore e sofferenza, ha dato ai serbi il 49% di uno stato diviso in due”.

 

Ora che sono passati così tanti anni dovrebbe importarci di quello che ci hanno raccontato riguardo finte atrocità che i ricercatori non sono stati in grado di riscontrare, allo stesso modo in cui non sono stati in grado di trovare le armi di distruzioni di massa in Iraq, o le prove dei piani di sterminio di civili a Bengasi, o le prove dell’utilizzo di armi chimiche del governo siriano. […]

 

La NATO ha davvero dovuto bombardare il Kosovo 15 anni fa per scongiurare un genocidio? Veramente? Perché sabotare le negoziazioni? Perché ritirare gli osservatori?

 

È la Jugoslavia, non l’Iraq o l’Afghanistan, che i guerrafondai continueranno a indicare negli anni a venire come modello per le future guerre – a meno che non li fermiamo.  È stata una guerra che ha aperto una strada…

 

John Pilger è un giornalista molto apprezzato (il direttore della sezione affari internazionali della BBC, John Simpson, ha sottolineato che “un paese che non ha un John Pilger tra i suoi giornalisti è davvero un paese molto debole”). Pilger questa settimana ha scritto:

 

La “Guerra umanitaria” contro la Libia ha dipinto un modello caro ai cuori dei progressisti occidentali, specialmente sui media. Nel 1999, Bill Clinton e Tony Blair hanno mandato la NATO a bombardare la Serbia perché, mentirono, i Serbi stavano commettendo un “genocidio” etnico contro gli albanesi nella provincia secessionista del Kosovo.

 

David Scheffer, ambasciatore Americano itinerante per i crimini di Guerra (sic!), sostenne  che “225.000 persone di etnia albanese tra i 14 e i 59 anni” avrebbero potuto essere stati uccisi. Sia Clinton sia Blair evocarono l’olocausto e lo “spirito della Seconda Guerra Mondiale”.

 

Gli alleati eroici degli occidentali erano l’Armata di Liberazione del Kosovo (KLA), il cui passato criminale venne messo da parte. Il Segretario Britannico per gli Esteri, Robin Cool, disse loro di contattarlo in qualsiasi momento sul suo telefono cellulare.

 

A bombardamenti NATO finiti, e con la maggior parte delle infrastrutture serbe in rovina, insieme alle scuole, gli ospedali, i monasteri e alla stazione della TV pubblica, il team internazionale forense entrò in Kosovo per trovare le prove dell’”olocausto”. L’FBI non fu in grado di trovare neanche una sola fossa comune, e se ne tornò a casa. Il team forense spagnolo fece lo stesso, con il suo leader che denunciò con rabbia “una piroetta semantica della macchina di propaganda di guerra”.

 

Un anno dopo, un tribunale delle Nazioni Unite in Jugoslavia annunciò il conto finale dei morti in Kosovo: 2.788. Il conto includeva i combattenti di entrambe le fazioni e i Serbi e i ROM uccisi dal KLA. Non c’era stato alcun genocidio. L’”olocausto” era un balla. L’attacco NATO era stato illegittimo.

 

Espandere i mercati

 

Dietro la bugia, c’era una motivazione seria. La Jugoslavia era un caso unico, una federazione indipendente e multi-etnica che era resistita nel suo ruolo di ponte politico ed economico durante la Guerra Fredda. La maggior parte delle sue utilities e delle sue fabbriche erano di proprietà pubblica. Ciò non era accettabile per la Comunità Europea in espansione, specialmente per la Germania appena riunita, che aveva cominciato un’espansione ad Est per accaparrarsi il suo “mercato naturale” nelle province jugoslave di Croazia e Slovenia.

 

Quando gli europei si riunirono a Maastricht nel 1991 per stendere i loro piani per la disastrosa eurozona, fu sancito un accordo segreto; la Germania avrebbe riconosciuto la nazione della Croazia,  la Jugoslavia era condannata.

 

A Washington, gli USA fecero sì che all’economia jugoslava in difficoltà venissero negati i prestiti della Banca Mondiale. La NATO, che a quel punto era quasi una reliquia della Guerra Fredda ormai morta, fu rimessa in piedi col ruolo di esecutore imperialista. Ad una conferenza di “pace” sul Kosovo del 1999 a Rambouillet, in Francia, i Serbi furono vittime delle tattiche subdole dell’esecutore.

 

 L’accordo di Rambouillet includeva un Annesso B segreto, che la delegazione USA inserì solo l’ultimo giorno. Questo richiedeva l’occupazione militare dell’intera Jugoslavia – un paese con brutti ricordi dell’occupazione nazista – e l’implementazione di una ”economia di libero mercato” con la privatizzazione di tutti gli asset governativi. Nessuno stato sovrano avrebbe potuto accettare. La punizione seguì a ruota: le bombe NATO caddero su uno stato inerme. Era nato il precursore delle catastrofi in Afghanistan e Iraq, Siria, Libia e Ucraina.

 

Leggete anche questo.

 

Jack Cashill scrive:

 

La Commissione di Bengasi della Casa Bianca potrebbe voler chiedere prima di tutto come gli USA siano stati coinvolti in Libia. Quello che scopriranno è che Barack Obama ha preso in prestito una pagina del libro degli schemi di Bill Clinton riguardo al Kosovo, un esercizio letale di falsità ineguagliato nella storia americana recente. […]

 

Nel 1999, le autorità serbe stavano tentando di sopprimere un’insurrezione dell’etnia musulmana albanese nella provincia del Kosovo della loro nazione che si stava frantumando. Come Obama, il presidente Bill Clinton non si era preoccupato di chiedere l’approvazione del congresso prima di scatenare la potenza aerea americana.

 

Per ottenere il consenso dell’opinione pubblica, Clinton e i suoi iniziarono una campagna tambureggiante a base di fosse comuni, pulizia etnica, e genocidio. Come in Libia, non c’era altra giustificazione per questa guerra, oltre che prevenire un genocidio. […]

 

Il Presidente Clinton paragonò quanto fatto dei serbi in Kosovo al “genocidio” tedesco degli ebrei durante l’Olocausto e assicurò all’America che “decine di migliaia di persone” erano state uccise.

 

Prima della guerra, tuttavia, i team internazionali non riuscivano a trovare tracce di genocidio. I morti di etnia albanese erano contati in centinaia, non in centinaia di migliaia. […]

 

Nel 2001, una corte delle Nazioni Unite decretò che “le truppe serbe non perpetrarono un genocidio contro le persone di etnia albanese”.

 

William Blum scrive:

 

Il Kosovo, in larga maggioranza musulmano, era una provincia della Serbia, una delle principali repubbliche dell’ex Jugoslavia. Nel 1998, i separatisti kosovari – i KLA – iniziarono un conflitto armato con Belgrado per separare il Kosovo dalla Serbia. Il KLA era stato considerato per anni un’organizzazione terroristica dagli USA, dal Regno Unito e dalla Francia, molti rapporti dicevano che il KLA aveva contatti con al-Qaeda, riceveva da loro le armi, faceva formare le sue milizie nei campi di al-Qaeda in Pakistan e c’erano persino membri di al-Qaeda nelle file del KLA che combattevano i Serbi [RT TV (Mosca), 4 maggio 2012].

 

Tuttavia, quando le forze NATO-USA iniziarono l’azione militare contro i serbi, il KLA fu depennato dalla lista USA dei terroristi e “ricevette ufficialmente armi e addestramento da USA-NATO”  [Wall Street Journal, 1 novembre 2001], e la campagna di bombardamento USA-NATO si focalizzò infine sullo scacciare le truppe serbe dal Kosovo.

 

Nel 2008 il Kosovo dichiarò unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia, un’indipendenza talmente illegittima e artificiale che la maggioranza delle nazioni mondiali ancora non l’ha riconosciuta. Ma gli USA furono i primi a riconoscerla, proprio il giorno dopo, sostenendo così la dichiarazione unilaterale di indipendenza di una parte del territorio di un’altra nazione.

 

Il KLA era noto per i suoi traffici di donne, eroina, e parti del corpo umano (sic!). Gli USA ovviamente hanno fatto pressione sul Kosovo perché divenisse parte della NATO e dell’Unione Europea.

 

Nota bene: nel 1992 i musulmani bosniaci, croati e serbi raggiunsero un accordo a Lisbona per creare uno stato unico. Il proseguimento di una Bosnia unificata pareva garantito. Ma gli Stati Uniti sabotarono quell’accordo [Wall Street Journal, 1 novembre 2001].

 

La “Guerra Umanitaria” in Libia

 

Lo stesso accadde durante la guerra “umanitaria” in Libia.

 

Pilger spiega:

 

La sodomizzazione pubblica del presidente libico Muammar Gheddafi con la baionetta di un “ribelle” fu accolta dall’allora Segretario di Stato, Hillary Clinton, con le parole “Venimmo, vedemmo, lui morì” (che fa il verso al famoso “veni, vidi, vici” di Cesare, NdVdE). Il suo assassinio, così come la distruzione del suo paese, fu giustificato con la consueta grossa bugia; stava pianificando “un genocidio” contro la sua stessa gente.

 

"Sapevamo… che se avessimo aspettato un solo giorno in più" dichiarò il Presidente Barack Obama Bengasi, una città grande come Charlotte, avrebbe subito un massacro che sarebbe riverberato per tutta la regione e segnato la coscienza del mondo".

 

Questo era l’inganno prodotto dalle milizie islamiste di fronte alla sconfitta per mano delle forze del governo libico. Dissero alla Reuteres che ci sarebbe stato “un vero bagno di sangue, un massacro come quello che abbiamo visto in Ruanda”. Diffusa il 14 marzo 2011, la bugia diede il la all’inferno scatenato dalla NATO, descritto da David Cameron come un “intervento umanitario”. […]

 

Per Obama, Cameron e Hollande, il vero crimine di Gheddafi era l’indipendenza economica della Libia e la sua intenzione dichiarata di smettere di vendere le riserve di petrolio africane in dollari USA. Il petroldollaro è uno dei pilastri del potere imperiale americano.

 

Gheddafi stava audacemente progettando di fondare una moneta africana legata all’oro, stabilire una banca panafricana e promuovere un’unione economica tra i paesi poveri dotati di risorse preziose. Che questo potesse riuscire o no, il solo pensiero era intollerabile per gli USA, che si preparavano a “entrare” in Africa e corrompere i governi africani con “alleanze” militari.

 

A seguito dell’attacco della NATO, coperto da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, Obama, secondo Garikai Chendu, "confiscò 30 miliardi di dollari dalla Banca Centrale della Libia, che Gheddafi aveva eletto come istituto della banca centrale africana e della valuta africana legata all’oro".

 

La verità su quanto accaduto a Bengasi non è bella:

 

Secondo un rapporto del 2007 del centro occidentale per la lotta la terrorismo, la città libica di Bengasi era uno dei principali quartier generali di al-Qaeda – e la base per mandare i combattenti di Al-Qaeda in Iraq – prima dell’eliminazione di Gheddafi.

 

L’Hindustan Times scrisse nel 2011:

 

“Non c’è dubbio che l’affiliato libico di al-Qaeda, il Gruppo Combattente Islamico della Libia, è parte dell’opposizione”, dichiarò all’Hindustan Times Bruce Riedel, ex funzionario della CIA ed esperto di terrorismo.

 

È sempre stato il peggior nemico di Gheddafi e il suo quartier generale è a Bengasi.[…]

 

Gheddafi stava per invadere Bengasi nel 2011, quattro anni dopo che il rapporto del West Point aveva citato Bengasi come la culla dei terroristi di Al-Qaeda. Gheddafi sosteneva – a ragione, come risultò poi – che Bengasi fosse un fortino di Al-Qaeda e una delle principali fonti della ribellione libica. Ma gli aerei della NATO lo fermarono, e protessero Bengasi.

 

In altre parole, l’unico “bagno di sangue” che sarebbe avvenuto, se a Gheddafi fosse stato concesso di prendere Bengasi, sarebbe stato tra i membri di Al-Qaeda.

 

Cashill scrive:

 

Per il conflitto libico, Alan Kuperman, Democratico e autore di The Limits of Humanitarian Intervention (I limiti dell’intervento umanitario), fece i calcoli che i media si rifiutarono di fare. Appena due settimane dopo la dichiarazione del Presidente sulla Libia, Kuperman sostenne semplicemente che “la migliore evidenza che Gheddafi non progettava un genocidio a Bengasi è che non lo fece nelle altre città che aveva riconquistato”. Citò i dati provenienti dall’Osservatorio dei Diritti Umani di Misurata, una città di 400.000 abitanti che le forze di Gheddafi avevano recentemente ripreso. Lì, in circa due mesi di guerra, erano state uccise solo 257 persone, inclusi i soldati. A titolo di paragone, in Ruanda più di 800.000 Tutsi furono uccisi in soli novanta giorni.

 

Quello che è successo in Libia, ha spiegato Kuperman, è che le forze ribelli, temendo l’imminente sconfitta, hanno simulato una crisi umanitaria. Il 14 marzo, un portavoce dei ribelli dichiarò alla Reuters che se Gheddafi avesse attaccato Bengasi, ci sarebbe stato “un vero bagno di sangue, un massacro come quello che abbiamo visto in Ruanda”. Il 21 marzo, David Kirkpatrick del New York Times scrisse che: ”I ribelli non sentono l’esigenza di aderire alla verità nel creare la loro propaganda, inventano vittorie sul campo inesistenti, sostengono che stanno ancora combattendo in una città chiave giorni dopo che questa è stata presa dalle forze di Gheddafi, e fanno affermazioni enormemente esagerate sul comportamento barbaro di Gheddafi”.

 

Ma tant'è, l’esercito USA aveva già iniziato i bombardamenti. Un mese dopo, Obama metteva anche la sua firma su una lettera che sosteneva che “il bagno di sangue che lui aveva promesso di infliggere ai cittadini della città assediata è stato evitato”. Nel raccontare la favola, il “lui” che faceva la promessa era Gheddafi. In realtà, le sole persone che avevano promesso bagni di sangue erano i portavoce dei ribelli e i leader occidentali. A quell’epoca, Obama doveva ormai sapere che il pretesto per muovere guerra era falso, ma continuò a perseguirla per altri sei mortali mesi.

 

Mentre l’insurrezione montava, gli insorti iniziarono a diffondere il mito che Gheddafi stesse utilizzando mercenari africani. Questa falsità, scrisse il Times, “veniva ripetuta dai ribelli in continuazione”. Aizzati da voci su mercenari neri che perpetravano stupri, imbottiti di Viagra, i ribelli si misero a fare pulizia etnica in  proprio. Patrick Cockburn dell’Indipendent ne fu testimone da vicino. “Ogni libico dalla pelle scura accusato di lottare per il vecchio regime rischiava di avere poche chance di sopravvivenza”, concluse. Obama fece finta di nulla. Questi giovani uomini avrebbero forse potuto avere un aspetto simile a suo figlio, ma non venivano uccisi in un paese diventato campo di battaglia durante l’anno delle elezioni (chiaro riferimento alla vicenda di Trayvon Martin, NdVdE).

 

Il 20 ottobre 2011, i membri della milizia presero prigioniero Gheddafi, lo sodomizzarono con un coltello senza troppi complimenti, e registrarono tutto in un video. Poi buttarono Gheddafi, che ancora respirava, su un camioncino. Quando questo partì, Gheddafi cadde giù. Un Obama a cuor leggero dichiarò in un discorso al Rose Garden, in uno stile a metà tra Keystone Cops e Mad Max: “Le ombre oscure della tirannia sono state eliminate”. Nel rivendicare la vittoria, Obama si batteva per i vincitori e rendeva la Libia una sua storia di successo personale. Ciò avrebbe avuto conseguenze non molto dopo.

 

Se i media mainstream non vedevano l’ora di abbracciare la favola raccontata da Obama, Alan Kuperman non era dello stesso avviso. Nel 2013, mentre scriveva per il giornale di sicurezza internazionale della Scuola Harvard Kennedy, Kuperman distruggeva la rete di inganni che i ribelli siriani e i loro alleati avevano intessuto. “Il più grande inganno riguardo l’intervento della NATO” scrisse Kuperman, “è che questo abbia salvato vite e beneficiato la Libia e i suoi paesi limitrofi”.

 

Di fatto, Gheddafi non aveva attaccato persone che protestavano pacificamente. Erano stati i ribelli a iniziare la violenza, e Gheddafi aveva risposto. Appena sei settimane dopo che la ribellione era iniziata, Gheddafi l’aveva praticamente soppressa al costo di circa  cento vite umane. Poi Obama autorizzò l’intervento NATO. Quell’intervento prolungò la guerra per sei mesi e costò circa seimila altre vite umane. Alla fine della guerra, i ribelli uccisero decine di ex nemici in rappresaglie e esiliarono circa 30.000 africani neri.

 

Le guerre umanitarie significano… sostenere Al-Qaeda?

 

Incredibilmente, sia in Jugoslavia che in Libia, gli americani e i loro alleati sostennero i terroristi di Al-Qaeda, in modo che questi potessero rovesciare il governo.

 

È stato confermato più e più volte che gli USA hanno sostenuto Al-Qaeda per sopraffare Gheddafi.

 

E Cashill scrive:

 

Riforniti e addestrati segretamente dalle SAS inglesi, molti dei “ribelli” sarebbero poi diventatati dell’ISIS, il cui ultimo video pubblicato mostra la decapitazione di 21 cristiani copti che lavoravano a Sirte, la città distrutta per loro conto dai bombardieri della NATO […]

 

Durante l’insurrezione, l’amministrazione Obama ha continuato a incanalare denaro in direzione del Qatar per aiutare le bande armate ribelli libiche.

 

Come scrisse il Times più di un anno dopo gli avvenimenti, “le armi e i soldi provenienti dal Qatar hanno rafforzato i gruppi militanti in Libia, permettendo loro di diventare una forza destabilizzante fino alla caduta del governo di Gheddafi”.

 

In Jugoslavia, il professore di strategia del College Naval War ed ex analista di intelligence della NSA e funzionario del controspionaggio John R. Schindler ha documentato che gli USA hanno sostenuto Bin Laden e altri terroristi di Al-Qaeda in Bosnia.

 

Fa notare Blum:

 

Il primo novembre 2001, meno di due mesi dopo gli attacchi dell’11 settembre, il Wall Street Journal ha dichiarato:

 

“Possiamo tranquillamente affermare che la nascita di Al-Qaeda come forza sulla scena mondiale può essere ricondotta direttamente al 1992, quando il governo musulmano della Bosnia di Alija Izebegovic ha emesso un passaporto nella sua ambasciata di Vienna a Osama Bin Laden… negli ultimi dieci anni i leader più eminenti di Al-Qaeda hanno visitato i Balcani, incluso lo stesso Bin Laden in tre occasioni tra il 1994 e il 1996. L’ex chirurgo egiziano diventato leader terrorista Ayman Al-Zawahiri ha diretto campi di addestramento di terroristi, fabbriche di armi di distruzione di massa e reti di riciclaggio di denaro e di traffico di droghe attraverso l’Albania, il Kosovo, la Macedonia, la Bulgaria, la Turchia e la Bosnia. Tutto questo è proseguito per un decennio”.

 

Pochi mesi dopo, il Guardian scriveva riguardo “l’intera storia dell’alleanza segreta tra il Pentagono e i gruppi radicali islamici del Medio Oriente, imbastita per assistere i musulmani bosniaci – alcuni degli stessi gruppi che il Pentagono sta ora combattendo nella “guerra al terrorismo”.

 

Nel 1994 e 1995 le forze USA/NATO hanno bombardato la Bosnia per danneggiare la capacità militare dei Serbi e migliorare quella dei bosniaci musulmani. Nella decennale guerra civile dei Balcani i Serbi, considerati da Washington “l’ultimo governo comunista in Europa”, sono sempre stati il nemico principale.

 

Guerra umanitaria… un vecchio stratagemma

 

Il concetto di “guerra umanitaria” ha ingannato un sacco di gente per un sacco di tempo.

 

Nell’annunciare la sua invasione della Polonia, Hitler dichiarò:

 

Ho ordinato all’Air Force tedesca di condurre una guerra umanitaria [in Polonia]…

 

Fa notare Michael Mandel:

 

Il concetto di “Guerra umanitaria” avrebbe fatto suonare allarmi nelle orecchie dei redattori della Carta delle Nazioni Unite, come qualcosa di Hitleriano, perché era proprio la giustificazione usata dallo stesso Hitler per l’invasione della Polonia appena sei anni prima.

 

Anche dopo tutti questi anni, il concetto di “guerra umanitaria” inganna ancora i progressisti e i liberali e distrugge posti come la Siria – anche se le cose non finiscono mai bene. E leggete anche questo.

 

09/04/18

Il Pentagono sta pianificando una "lunga guerra" su tre fronti contro Cina e Russia

Mentre, immersi in un mondo di propaganda, siamo spinti ogni giorno a pensare in termini di "pericolo russo" o "pericolo cinese", nella politica estera militare degli Stati Uniti è in atto un profondo quanto largamente ignorato riorientamento strategico. L'attuazione di una immensa linea di contenimento militare delle superpotenze concorrenti su tre fronti (India-Pacifico, Europa, Medio Oriente) minaccia di portare a una nuova corsa agli armamenti e a una rischiosa riedizione della Guerra Fredda in versione ventunesimo secolo. Ne parla in un documentato articolo pubblicato su "Foreign Policy In Focus" l'esperto di geopolitica e politica energetica Michael Klare.

 

 

 

Di Michael Klare, 4 aprile 2018.

 

 

Se pensavate che con la "guerra globale al terrorismo" una singola potenza si fosse spinta decisamente troppo in là, aspettate.

 

Bisogna vederla come la più importante operazione di pianificazione militare in atto sulla Terra in questo momento.

 

Ma chi ci sta anche solo prestando attenzione, tra i continui avvicendamenti alla Casa Bianca, gli ultimi tweet, le rivelazioni sugli scandali sessuali e le inchieste di ogni tipo? Eppure è sempre più evidente che, grazie all'attuale pianificazione del Pentagono, sia iniziata la versione della Guerra Fredda del ventunesimo secolo (con pericolosi nuovi rivolgimenti) e praticamente nessuno se ne è neanche reso conto.

 

Nel 2006, quando il Dipartimento della Difesa definì il suo ruolo futuro nel campo della sicurezza, stabilì solo una missione prioritaria: la "lunga guerra" contro il terrorismo internazionale. "Con i suoi alleati e partner, gli Stati Uniti devono essere pronti a condurre questa guerra in molte località contemporaneamente e per diversi anni a venire", spiegò quell'anno la Quadrennial Defense Review del Pentagono.

 

Dodici anni dopo, il Pentagono ha ufficialmente annunciato che quella  lunga guerra volge al termine - anche se continuano a  imperversare almeno sette conflitti nati per sedare insurrezioni nel Grande Medio Oriente e in Africa - e una nuova lunga guerra è iniziata: una campagna permanente per contenere la Cina e la Russia in Eurasia.

 

"Non il terrorismo, ma la grande competizione per il potere si è delineata come sfida centrale per la sicurezza e la prosperità degli Stati Uniti", ha  dichiarato a gennaio il  tesoriere del Pentagono David Norquist, presentando una richiesta di finanziamento di 686 miliardi di dollari. "È sempre più evidente che Cina e Russia vogliono dare al mondo una forma coerente con i loro modelli autoritari e, in questo processo, sostituire l'ordinamento libero e aperto che ha consentito la sicurezza globale e la prosperità dalla Seconda guerra mondiale."

 

Naturalmente, il modo in cui il Presidente Trump è impegnato a preservare questo "ordinamento libero e aperto" rimane discutibile, data la sua determinazione ad abolire i trattati internazionali e innescare una guerra commerciale globale. Allo stesso modo, se Cina e Russia cercano veramente di minare l'ordine mondiale esistente o semplicemente vogliono renderlo meno incentrato sugli Stati Uniti è una domanda che merita attenzione: ma  oggi non ne ottiene.

 

La ragione è piuttosto semplice. I titoli a caratteri cubitali che avremmo dovuto leggere su qualsiasi giornale (ma non li abbiamo letti) sono questi: l'esercito americano ha deciso per il nostro futuro. Ha impegnato se stesso e la nazione in una lotta geopolitica su tre fronti per controbattere alle mire espansive della Cina e della Russia in Asia, Europa e Medio Oriente.

 

Per quanto questo cambiamento strategico possa essere importante, non ne sentirete parlare dal presidente, un uomo privo dell'attenzione necessaria a un progetto strategico a lungo raggio e che vede il russo Vladimir Putin e il cinese Xi Jinping come "amici-nemici" piuttosto che avversari temibili. Per cogliere pienamente i cambiamenti epocali che si stanno verificando nella pianificazione militare degli Stati Uniti, è necessario immergersi nel mondo dei documenti del Pentagono: i documenti di bilancio e le "dichiarazioni di posizione" annuali dei comandanti delle aree regionali, che già supervisionano l'implementazione dell'appena nata strategia su tre fronti.

 

La nuova scacchiera geopolitica

 

Questa rinnovata enfasi della pianificazione militare degli Stati Uniti su Cina e Russia riflette il modo in cui i più alti ufficiali militari stanno ora riesaminando l'equazione strategica globale, in un processo iniziato molto prima che Donald Trump entrasse alla Casa Bianca. Sebbene dopo l'11 settembre i comandanti di alto grado avessero abbracciato in pieno l'approccio "lunga guerra contro il terrore", il loro entusiasmo per le interminabili operazioni di antiterrorismo che non portavano da nessuna parte, in aree remote e talvolta strategicamente insignificanti del mondo, negli ultimi anni ha cominciato a calare, mentre guardavano la Cina e la Russia modernizzare le loro forze militari e usarle per intimidire i vicini.

 

Mentre la lunga guerra contro il terrore alimentava una vasta e ininterrotta  espansione delle Special Operations Forces (SOF) del Pentagono - ora un esercito segreto di 70.000 uomini all'interno del più grande establishment militare - forniva sorprendentemente pochi obiettivi o lavoro vero alle forze "pesanti" dell'esercito: i corpi di carri armati, i battaglioni della Marina, gli squadroni di bombardieri dell'Air Force e via dicendo. Sì, l'Air Force in particolare ha svolto un ruolo di supporto nelle recenti operazioni in Iraq e in Siria, ma i militari regolari sono stati in gran parte emarginati e sostituiti, lì e altrove, dalle forze SOF e dai droni con equipaggiamento leggero.

 

La pianificazione di una "vera guerra" contro un "avversario di pari forza" (cioè con forze e armamenti simili ai nostri) fino a poco tempo fa aveva una priorità molto più bassa rispetto ai conflitti interminabili del Paese in tutto il Grande Medio Oriente e l'Africa. Questo allarmava e perfino irritava i militari regolari, il cui momento, a quanto pare, ora è finalmente arrivato.

 

"Oggi stiamo emergendo da un periodo di atrofia strategica, consapevoli che il nostro vantaggio competitivo si è eroso",  recita la nuova Strategia di difesa nazionale del Pentagono. "Siamo di fronte a un crescente disordine globale, caratterizzato dal declino del vecchio ordine internazionale basato sulle regole" - un declino attribuito per la prima volta ufficialmente non ad al-Qaeda né all'ISIS, ma al comportamento aggressivo di Cina e Russia. Anche Iran e Corea del Nord sono identificate come minacce importanti, ma di natura nettamente secondaria rispetto alla minaccia rappresentata dalle due grandi potenze concorrenti.

 

Non dovrà sorprendere che questo cambiamento richieda non solo una maggiore spesa per materiale militare costoso e ad alta tecnologia, ma anche un ridisegno della mappa strategica globale, che vada a vantaggio delle forze militari regolari. Durante la lunga guerra al terrore, la geografia e i confini apparivano meno importanti, dato che le cellule terroristiche sembravano in grado di operare in qualsiasi luogo in cui l'ordine costituito stesse sgretolandosi. L'esercito americano, convinto di dover essere ugualmente agile, si preparò a schierarsi (più spesso con le forze speciali) in campi di battaglia lontani in tutto il pianeta, lasciando perdere i confini.

 

Nella nuova mappa geopolitica, invece, l'America si trova ad affrontare avversari ben armati con l'intenzione di proteggere i propri confini, così le forze statunitensi vengono ora schierate in una versione aggiornata della più vecchia e familiare linea su tre fronti.

 

In Asia, gli Stati Uniti e i loro alleati chiave (Corea del Sud, Giappone, Filippine e Australia) devono opporsi alla Cina, lungo una linea che si estende dalla penisola coreana alle acque del Mar Cinese Meridionale e Orientale e dell'Oceano Indiano. In Europa, gli Stati Uniti e i loro alleati della Nato si comporteranno allo stesso modo con la Russia, su un fronte che si estende dalla Scandinavia e dalle Repubbliche baltiche verso sud fino alla Romania e poi a est attraverso il Mar Nero fino al Caucaso. Tra questi due teatri di contesa si trova il sempre più turbolento Grande Medio Oriente, con gli Stati Uniti e i suoi due alleati cruciali, Israele e Arabia Saudita, che fronteggiano un punto di appoggio russo in Siria e un Iran sempre più assertivo, nonché in avvicinamento a Cina e Russia .

 

Dal punto di vista del Pentagono, questa sarà la mappa strategica per il futuro prevedibile. Possiamo aspettarci che la maggior parte dei prossimi investimenti e delle iniziative militari si concentrino sul rafforzamento della forza navale, aerea e terrestre degli Stati Uniti sul lato interno di queste linee, nonché sull'attaccare i punti deboli di Russia e Cina lungo le linee stesse.

 

Non c'è modo migliore per cogliere le dinamiche di questa prospettiva strategica modificata che immergersi nelle "dichiarazioni di posizione" annuali dei capi dei "comandi combattenti unificati del Pentagono" , o delle sedi unite di esercito/marina/aeronautica/corpo dei marine, che coprono i territori intorno a Cina e Russia: il Pacific Command (PACOM), con la responsabilità di tutte le forze statunitensi in Asia; il Comando europeo (EUCOM), che copre le forze statunitensi dalla Scandinavia al Caucaso; e il Central Command (CENTCOM), che supervisiona il Medio Oriente e l'Asia centrale, dove sono ancora in corso tante guerre anti-terrorismo combattute dagli Usa.

 

I comandanti di più alto grado di queste meta-organizzazioni sono i più potenti funzionari statunitensi nelle loro aree di responsabilità ed esercitano molto più potere di qualsiasi ambasciatore americano di stanza nella regione (e spesso anche di capi di Stato locali). Questo rende le loro dichiarazioni - e le liste della spese per armi che invariabilmente le accompagnano - davvero significative per chiunque voglia cogliere la visione del Pentagono sul futuro militare globale americano.

 

Il fronte indo-pacifico

 

Il comandante del PACOM è l'ammiraglio Harry Harris Jr., aviatore navale di lunga data. Nella sua annuale dichiarazione sulla posizione, consegnata alla Commissione per i servizi armati del Senato il 15 marzo, Harris ha dipinto un quadro fosco della posizione strategica dell'America nella regione dell'Asia-Pacifico.

 

Oltre ai pericoli posti da una Corea del Nord dotata di armi nucleari, ha affermato, la Cina sta emergendo come una formidabile minaccia per gli interessi vitali dell'America. "La rapida evoluzione dell'Esercito popolare di liberazione (PLA) in una moderna forza di combattimento ad alta tecnologia continua ad essere al tempo stesso impressionante e preoccupante", ha affermato. "Le capacità del PLA stanno progredendo più velocemente che in qualsiasi altra nazione al mondo, beneficiando di finanziamenti solidi e in posizione di priorità".

 

L'aspetto più minaccioso, a suo avviso, è il progresso cinese nello sviluppo di missili balistici a raggio intermedio (IRBM) e di navi da guerra avanzate. Questi missili, spiega, possono colpire le basi statunitensi in Giappone o sull'isola di Guam, mentre la marina cinese in espansione può sfidare la Marina degli Stati Uniti in mari al largo della costa cinese e un giorno forse la supremazia dell'America nel Pacifico occidentale. "Se questo programma [di costruzione navale] continuerà", dichiara, "la Cina supererà la Russia diventando la seconda flotta più grande del mondo entro il 2020, se misurata in termini di sottomarini e navi di classe fregata o più grandi".

 

Per contrastare questi sviluppi e contenere l'influenza cinese è necessario, ovviamente, spendere ancora più dollari dei contribuenti per sistemi d'arma avanzati, in particolare missili di precisione. L'ammiraglio Harris ha richiesto un enorme aumento degli investimenti in armamenti di questo tipo, per sopraffare le capacità cinesi attuali e future e garantire il predominio militare statunitense sullo spazio aereo e marittimo cinese. "Per scoraggiare potenziali avversari nell'Indo-Pacifico", ha dichiarato, "dobbiamo costruire una forza più micidiale, investendo nei mezzi critici e sfruttando l'innovazione".

 

La sua lista dei desideri sul fronte dei finanziamenti è stata impressionante. Soprattutto, ha parlato con grande entusiasmo degli aerei e dei missili di nuova generazione - i cosiddetti sistemi "anti-accesso/interdizione" nel gergo del Pentagono - in grado di colpire le batterie IRBM cinesi e altri sistemi destinati a mantenere le forze americane a distanza di sicurezza dal territorio cinese.

 

Ha anche accennato al fatto che non gli dispiacerebbe disporre di nuovi missili con armi nucleari per questo scopo - missili, ha suggerito, che potrebbero essere lanciati da navi e aerei e che in questo modo eviterebbero [le restrizioni poste da, ndt] il Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio, di cui gli Stati Uniti sono un firmatario, che vieta i missili nucleari a medio raggio terrestri. (Per dare un'idea dell'arcano linguaggio sul nucleare del Pentagono, ecco come si è espresso: "Dobbiamo continuare ad ampliare le capacità di attacco in teatri conformi al Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio per contrastare efficacemente le capacità 'anti-accesso/interdizione' [A2/AD] e le tattiche di conservazione delle forze dell'avversario")

 

Infine, per rafforzare ulteriormente la linea di difesa degli Stati Uniti nella regione, Harris ha chiesto un rafforzamento dei legami militari con vari alleati e partner, tra cui Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia. L'obiettivo del PACOM, ha affermato, è di "mantenere una rete di alleati e partner che la pensano come noi, per coltivare reti di sicurezza di principio, che rafforzano l'ordine internazionale aperto e libero". Idealmente, ha aggiunto, questa rete comprenderà l'India, estendendo ulteriormente l'accerchiamento della Cina.

 

Il teatro europeo

 

La visione di un futuro altrettanto battagliero, anche se popolato da attori diversi in un paesaggio diverso, è stato offerto dal generale dell'esercito Curtis Scaparrotti, comandante dell'EUCOM, in una  deposizione tenuta davanti alla commissione per i servizi armati del Senato l'8 marzo.

 

Per lui, la Russia è l'altra Cina. Come ha riportato in una descrizione agghiacciante, "la Russia cerca di modificare l'ordinamento internazionale, spezzare la NATO e minare la leadership USA per proteggere il suo regime, riaffermare il dominio sui paesi confinanti e ottenere una maggiore influenza in tutto il mondo... La Russia ha dimostrato la volontà e capacità di intervenire nei paesi confinanti e di proiettare verso l'esterno il suo potere, specialmente in Medio Oriente".

 

Questa, non c'è bisogno di dirlo, non è la prospettiva che mostra di condividere il presidente Trump, che è apparso da tempo riluttante a criticare Vladimir Putin o a dipingere la Russia come un avversario a tutti gli effetti. Per i funzionari militari e dell'intelligence americani, tuttavia, la Russia rappresenta senza dubbio la principale minaccia per gli interessi della sicurezza degli Stati Uniti in Europa. Oggi se ne parla in un modo che dovrebbe riportare alla memoria l'era della Guerra Fredda. "La nostra massima priorità strategica", ha affermato Scaparrotti, "è di impedire alla Russia di impegnarsi in ulteriori aggressioni e di esercitare un'influenza maligna sui nostri alleati e partner. [A tal fine,] stiamo... aggiornando i nostri piani operativi per fornire opzioni di risposta militare in difesa dei nostri alleati europei contro l'aggressione russa".

 

La punta di diamante della spinta anti-russa dell'EUCOM è l'European Deterrence Initiative (EDI), un progetto che il presidente Obama ha avviato nel 2014, in seguito all'annessione russa della Crimea. Originariamente noto come  European Reassurance Initiative, l'EDI ha lo scopo di rafforzare le forze USA e NATO dispiegate negli "Stati in prima linea" - Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia - di fronte alla Russia sul "fronte orientale" della NATO. Secondo la lista dei desideri del Pentagono presentata a febbraio, intorno ai 6,5 miliardi di dollari dovranno essere destinati all'EDI nel 2019. La maggior parte di questi fondi sarà utilizzata per accumulare munizioni negli Stati in prima linea, migliorare l'infrastruttura di base dell'aeronautica, condurre più esercitazioni militari congiunte con le forze alleate e fare avvicendare ulteriori forze appoggiate dagli Stati Uniti nella regione. Inoltre, circa 200 milioni di dollari saranno devoluti a una missione "informazione, addestramento ed equipaggiamento" del Pentagono in Ucraina.

 

Come il suo omologo nel teatro del Pacifico, anche il generale Scaparrotti ha una esosa lista di desideri riguardante futuri approvvigionamenti di armi, compresi aerei avanzati, missili e altre armi ad alta tecnologia che, sostiene, neutralizzeranno le forze russe che si sono modernizzate. Inoltre, riconoscendo l'abilità della Russia nella guerra informatica, chiede un investimento sostanziale nella tecnologia informatica e, come l'ammiraglio Harris, accenna in modo criptico alla necessità di maggiori investimenti in armi nucleari di un tipo che potrebbe essere "utilizzabile" in un futuro campo di battaglia europeo .

 

Tra est e ovest: il comando centrale

 

La supervisione di una sorprendente serie di guerre contro il terrorismo nella vasta e sempre più instabile regione che si estende dal confine occidentale del PACOM a quello orientale dell' EUCOM è affidata al  Comando centrale degli Stati Uniti.

 

Per gran parte della sua storia moderna, il CENTCOM si è concentrato sull'antiterrorismo e le guerre in Iraq, Siria e Afghanistan in particolare. Ora, tuttavia, mentre la precedente lunga guerra continua, il Comando sta già iniziando a posizionarsi in vista di una nuova versione della lotta perpetua, rivisitata, della Guerra Fredda, un piano - per far risorgere una parola datata - per  contenere sia la Cina sia la Russia nel Grande Medio Oriente.

 

In una recente testimonianza davanti al Comitato sui servizi armati del Senato, il comandante del CENTCOM, generale dell'esercito Joseph Votel, si è concentrato sullo stato delle operazioni USA contro l'ISIS in Siria e contro i talebani in Afghanistan, ma ha anche affermato che il contenimento della Cina e della Russia è diventato parte integrante della futura missione strategica del CENTCOM: "La Strategia nazionale di difesa recentemente resa pubblica giustamente identifica il risorgere della grande competizione di potere come nostra principale sfida alla sicurezza nazionale e vediamo gli effetti di quella competizione in tutta la regione".

 

Grazie al sostegno dato al regime siriano di Bashar al-Assad e agli sforzi per esercitare la sua influenza su altri attori chiave nella regione, la Russia, ha affermato Votel, sta giocando un ruolo sempre più cospicuo nell'area di responsabilità del CENTCOM. E anche la Cina sta cercando di accrescere il suo peso geopolitico sia economicamente sia attraverso una presenza militare, piccola ma in crescita. Di particolare interesse, ha affermato Votel, è il porto gestito dai cinesi a Gwadar in Pakistan sull'Oceano Indiano e una nuova base cinese a Gibuti sul Mar Rosso, di fronte allo Yemen e all'Arabia Saudita. Tali strutture, ha affermato, contribuiscono alla "posizione militare e alla proiezione della forza" della Cina nell'area di responsabilità del CENTCOM e segnalano una sfida futura per l'esercito americano.

 

In queste circostanze, ha testimoniato Votel, è necessario per il CENTCOM unirsi al PACOM e all'EUCOM nella resistenza contro l'assertività cinese e russa. "Dobbiamo essere preparati ad affrontare queste minacce, non solo nelle aree in cui si trovano, ma anche nelle aree in cui hanno influenza". Senza fornire dettagli, ha proseguito affermando: "Abbiamo sviluppato... ottimi piani e processi su come lo faremo."

 

Che cosa ciò significhi non è del tutto chiaro. Ma nonostante la campagna elettorale di Donald Trump sul ritiro degli Stati Uniti dall'Afghanistan, dall'Iraq e dalla Siria dopo la sconfitta dell'ISIS e dei talebani, sembra sempre più chiaro che l'esercito americano si sta preparando a schierare le sue forze in quei paesi (e forse altri) dell'area di responsabilità del CENTCOM a tempo indeterminato - combattendo il terrorismo, naturalmente, ma assicurando anche che ci sarà una presenza militare statunitense permanente in aree che potrebbero vedere un'intensificazione della competizione geopolitica tra le maggiori potenze.

 

Un invito al disastro

 

In modo relativamente rapido, i comandanti militari americani hanno dato seguito all'affermazione che gli Stati Uniti sono entrati in una nuova lunga guerra, abbozzando i contorni di una linea di contenimento che si estenderebbe dalla penisola coreana intorno all'Asia attraverso il Medio Oriente in parti dell'ex Unione Sovietica nell'Europa orientale e fino ai paesi scandinavi. Secondo il loro piano, le forze militari americane - supportate dagli eserciti di fidati alleati - dovrebbero presidiare ogni segmento di questa linea, uno schema grandioso per bloccare gli ipotetici progressi dell'influenza cinese e russa che, nella sua portata globale, fa tremare l'immaginazione. Gran parte della nostra storia futura potrebbe essere modellata da un simile sforzo sproporzionato.

 

Le domande per il futuro includono se questa sia una politica strategica solida e veramente sostenibile. Il tentativo di contenere la Cina e la Russia in questo modo provocherà indubbiamente delle contromosse, alcune delle quali sono sicuramente difficili da sostenere, compresi gli attacchi informatici e vari tipi di guerre economiche.

 

E se pensavate che con la "guerra globale al terrorismo" in enormi aree del mondo una singola potenza si fosse spinta decisamente troppo in là, aspettate. Mantenere forze ampie e ben equipaggiate su tre fronti estesi si rivelerà estremamente costoso e andrà certamente in conflitto con le priorità di spesa interne, provocando discussioni divisive sul mantenimento del progetto.

 

Tuttavia, la vera domanda - al momento non posta a Washington - è: in primo luogo, perché seguire una politica simile? Non ci sono altri modi per affrontare l'acuirsi di comportamenti provocatori da parte di Cina e Russia? Quello che appare particolarmente preoccupante, in questa strategia dei tre fronti, è la sua immensa capacità di scontri, calcoli sbagliati, escalation e, infine, di vera e propria guerra, e non semplicemente grandiosi piani di guerra.

 

In più punti lungo questa linea globale - il Mar Baltico, il Mar Nero, la Siria, il Mar Cinese Meridionale e il Mar Cinese Orientale, per citarne solo alcuni - le forze degli Stati Uniti e della Cina o della Russia sono già in contatto in misura significativa , spesso sgomitando per la posizione in modo potenzialmente ostile. In qualsiasi momento uno di questi contatti potrebbe provocare uno scontro a fuoco, che a sua volta potrebbe portare a un'escalation involontaria e, infine, a un possibile combattimento a tutto campo. E da lì, potrebbe svilupparsi praticamente tutto, incluso l'uso di armi nucleari.

 

È chiaro che a Washington si dovrebbe riflettere seriamente prima di impegnare gli americani in una strategia che renderà questo sempre più probabile e potrebbe trasformare quella che è ancora solo la pianificazione di una lunga guerra, in una vera lunga guerra, con conseguenze letali.

 

 

 

Michael T. Klare,  collaboratore fisso di TomDispatch , è docente di Studi sulla pace e la sicurezza mondiale all'Hampshire College (Amherst, Massachusetts) e autore, tra i suoi libri più recenti, di The Race for What's Left. Una versione sotto forma di film documentario del suo libro Blood and Oil è disponibile presso la Media Education Foundation. Seguilo su Twitter su @mklare1.

29/01/17

Gli Ultimi Giorni dell'Ideologia Liberal

In un articolo documentato quanto aspramente ironico, l'antropologo Maximilan Forte annuncia sul suo blog Zeroanthropology il crollo imminente dell'ideologia liberal progressista. E dei Democratici, che all'ideologia progressista hanno legato le loro fortune. Una minuziosa disamina degli errori commessi durante la campagna elettorale della Clinton, delle scomposte reazioni dei Democratici alla sconfitta, della complicità della grande stampa - che crea fake news sostenendo di lottare contro le fake news - e di una classe accademica elitista che si è trasformata in una sorta di nuova aristocrazia. Forte mostra i sedicenti campioni del pensiero progressista come una nuove élite devota alla meritocrazia - e di conseguenza indifferente alla solidarietà - che ha preteso di insegnare al popolo che cosa era buono e giusto, a dispetto di quello che il popolo stesso sperimenta nella propria vita: ed è quindi stata abbandonata dal popolo, che ha votato altrove. 

 

di Maximilian Forte, 18 gennaio 2017

traduzione di @gr_grim

Come l’ortodossia, il professionalismo e politiche indifferenti hanno definitivamente condannato un progetto del diciannovesimo secolo

Che spettacolo eccezionale. Questi sono gli ultimi giorni, presto inizierà il conto alla rovescia delle ultime ore per lo sconfitto progetto politico liberal, ereditato dal XIX secolo. Il centro – se ce n’è mai stato uno – alla fine non ha potuto reggere (citazione del “Secondo Avvento” di W.B.Yeats - NdT). Che meraviglia vedere una delle ideologie dominanti, colonna portante del sistema internazionale, portata in trionfo sin dalla fine della Guerra Fredda con una boria e una certezza sconfinate, precipitare a faccia in giù nella pattumiera della storia. È caduta di schianto, come se una folla inferocita l’avesse spinta da dietro, anche se i suoi difensori sosterranno che sono stati semplicemente commessi degli “errori”, come se fossero scivolati sulla più grande buccia di banana della storia. E che spettacolo: chi si sarebbe mai aspettato una simile mancanza di dignità, una così patetica isteria, insulti così infondati, minacce così vuote provenire da coloro che si auto-incensavano come valorosi statisti, che parlavano come se avessero il monopolio della “ragione”. E anche se questa rovinosa caduta avrebbe potuto essere ben peggiore, non sono mancate violenza, minacce, boicottaggi, e persino denunce di tradimento, fatte apposta per delegittimare la scelta degli elettori.

La democrazia liberal è stata ridotta a un guscio vuoto, più un mero nome che una realtà meritevole di questo nome. Per molti anni l'ideologia liberal si è identificata con l'autoritarismo liberale, o post-liberalismo, o neo-liberalismo, con un disprezzo elitista della democrazia e una diffusa paura delle masse, ovunque. Le promesse di inclusione, giustizia sociale e welfare sono state sostituite da trucchi retorici solo in apparenza sensibili e da concessioni puramente formali. Narcisismo morale, ostentazione di pubbliche virtù, politiche identitarie e costruzione di patchwork rattoppati di inclusività sono stati all’ordine del giorno. Le proteste venivano incoraggiate all’estero, contro nazioni-bersaglio, al fine di “promuovere la democrazia” – mentre in patria venivano represse da una polizia sempre più militarizzata. Si davano lezioni sulla trasparenza e sulla responsabilità in giro per il mondo, mentre in patria c’era solo sorveglianza di massa, spionaggio interno, e una stretta su chi denuncia da dentro quello che non va nelle istituzioni. I leader progressisti si dipingevano come difensori della pace e dell’ordine, mentre moltiplicavano le guerre. Lo stesso Obama è personalmente responsabile per l’omicidio di migliaia di persone, molte delle quali civili – nel solo 2016, gli Stati Uniti hanno sganciato una media di 72 bombe al giorno, ogni giorno, in guerre combattute in sette Paesi. Obama ha supervisionato la rapida accelerazione del trasferimento della ricchezza (dai poveri agli ultra-ricchi, ovviamente - NdT) e dell’aumento della povertà nazionale, mentre veniva lodato da accademici e scrittori di pseudosinistra per aver “governato bene”, e averlo fatto con professionalità ed eleganza. La sinistra nordamericana ed europea, che ha fatto pace e si è accordata con l’imperialismo liberale, affonda assieme a quelli che, alla fine, l’hanno ricompensata così poco. Ancora una volta, l’imperialismo sociale sinistrorso si rivela un fallimento, mentre getta le fondamenta per chi lo rimpiazzerà.

E non è una cosa da poco quella che si è schiantata al suolo, non è stata la semplice sconfitta di Hillary Clinton e il rifiuto dell’“eredità” di Obama da parte degli americani. No, stiamo assistendo all’irreparabile sgretolamento di una serie di istituzioni, di una classe di “esperti” e di una rete di alleanze politiche e corporative. Ci troviamo nei primissimi giorni di una transizione di carattere storico, quindi non è ben chiaro che cosa ci aspetta dopo, e le etichette che stanno proliferando dimostrano solo confusione ed incertezza – populismo, nativismo, nazionalismo ecc. Avvicinandoci al mio campo professionale, stiamo iniziando a essere testimoni del fatto che, in coerenza con l’ignominiosa sconfitta della classe degli “esperti”, l’antropologia statunitense – esercitando la propria egemonia su scala internazionale – non verrà risparmiata dalla mattanza. Nel giro di pochi anni, l’antropologia professionista e istituzionale raggiungerà quella “linea zero” di cui questo sito (https://zeroanthropology.net/ - NdT) parla da molti anni ormai,  linea oltre la quale il potere e l’influenza scompaiono, mentre il supporto imperiale all’antropologia statunitense si indebolisce o crolla.

Di sicuro, il liberalismo progressista non scomparirà completamente, e nemmeno istantaneamente. Le idee non muoiono mai davvero, vengono solo archiviate. Il liberalismo progressista  rimarrà nei libri di testo sugli scaffali delle biblioteche, sarà ricordato e difeso dai suoi sostenitori viventi, ed elementi specifici del suo vocabolario potranno continuare a vivere. Alcuni cercheranno di resuscitare il progetto politico liberal, e in alcuni ambienti sembrerà persino ritornare in auge, ma questi sforzi saranno isolati e relativamente di breve durata.

Quella che Francis Fukuyama definiva “fine della Storia” si è rivelata essere più simile a un canto del cigno per il liberalismo progressista, anche se nemmeno lontanamente così splendido. Se, come la storiografia dominante ha sentenziato, “il comunismo ha fallito”, allora il liberalismo sarà il prossimo. Nonostante tutti gli sforzi affannosi per appropriarsi indebitamente del significato di “fascismo” per assegnarlo a Trump, nemmeno il fascismo rappresenta un movimento praticabile. Piuttosto che la fine dell’ideologia, sembra più l’aprirsi di qualcosa di nuovo – non c’è da stupirsi che molti di noi abbiano notato che il dibattito attuale trascende le dinamiche “destra contro sinistra”, e che la questione cruciale è ormai “globalismo contro nazionalismo”. Per ora, voglio semplicemente osservare il momento in cui ci troviamo, e provare a organizzare e analizzare le principali caratteristiche di questo collasso.

Un colossale fallimento nel convincere

I Democratici, un partito che ha legato le sue “fortune” a quelle dell'ideologia liberal, sembrano persi in una spirale di negazione di responsabilità per la loro sconfitta elettorale, accoppiata alla negazione della realtà. I leader del partito hanno accuratamente evitato le riflessioni su come sia stato possibile proporre e sostenere un candidato gravemente carente come Hillary Clinton – come se quest’ultima fosse una sorta di “scelta naturale”, in quanto apice di un processo evolutivo il cui punto terminale era stato predetto – e candidarla a prescindere dal fatto che l’elettorato la volesse o meno, come se non ci potessero essere obiezioni o alternative. Osservando come i Democratici hanno perso si capisce anche perché dovevano perdere. Improvvisamente, hanno fatto finta di ignorare che qualsiasi campagna presidenziale seria negli Stati Uniti, oltretutto orchestrata da consulenti ed “esperti” pagati profumatamente, è una campagna progettata per vincere il collegio elettorale, non il voto popolare. E infatti, durante i giorni dorati in cui i media parlavano soltanto dei sondaggi, ogni volta che Trump sembrava guadagnare terreno la replica immediata era “ma tanto non riuscirà mai a superare lo scoglio del collegio elettorale”, e la discussione finiva lì. Alcune delle previsioni più sconclusionate che assegnavano la vittoria alla Clinton, pronosticavano che avrebbe vinto il doppio dei voti del collegio elettorale di quelli che alla fine si è realmente aggiudicata nelle elezioni – ma il collegio elettorale in sé non è mai stato messo in discussione. Trump era considerato come destinato alla sconfitta proprio per via del collegio elettorale; ma quando ha vinto le doglianze erano tutte perché aveva vinto per via del collegio elettorale. La logica dei perdenti è una logica perdente.

Invece di affrontare i fatti che li avevano condotti alla sconfitta – e io avevo previsto che sarebbe andata così sin dal 9 novembre (il giorno dopo le presidenziali USA - NdT) – nel giro di pochi giorni i Democratici hanno iniziato a inventarsi la narrazione degli “hacker russi” e delle “notizie false” (“fake news”) orchestrate dai russi: loro non avevano perso contro Donald Trump, no, avevano perso contro Vladimir Putin! Ancora una volta: osservare come i Democratici hanno perso le elezioni rende evidente perché dovevano perderle. Una vera e propria escalation melodrammatica delle pericolose minacce contro la Russia già presenti nella campagna della Clinton, che ha comportato tra le altre cose la messa in moto di una nuova Guerra Fredda e la riproposizione della prospettiva di un olocausto nucleare (una cosa che i sostenitori della Clinton o hanno affrontato con leggerezza o magari consideravano un’alternativa più appetibile della sconfitta). I Democratici, nella loro caccia alle streghe per scovare “traditori”, creando una teoria del complotto dopo l’altra, si comportano come dei nuovi McCarthy, mentre i loro lacchè nei media si inventano un diluvio di menzogne e notizie false proprio mentre affermano di combattere le “fake news”.
Nel frattempo, Obama ci ha chiesto contemporaneamente di essere preso sul serio e di non essere preso sul serio: da un lato era furioso per l’“hacking dei russi”, mentre dall’altro lato faceva l’innocente, come se non si fosse accorto che questo evento certo (“lo fanno tutti”, diceva Obama riferendosi all’hacking) si stava per verificare, e in questo modo non ha dato alcuna spiegazione del perché il suo governo aveva fatto così poco per impedirlo, fermarlo o contrastarlo. Prima del giorno delle elezioni, Obama ha respinto le voci preoccupate di una votazione truccata, definendole “piagnistei” di quelli che riteneva sarebbero stati i perdenti – mentre dopo le elezioni, era lui il perdente che ha cominciato con i piagnistei. Da una parte, Obama afferma di avere informazioni sull’hacking russo; dall’altra, offre al pubblico solo asserzioni senza prove e pretese di credibilità che richiedono la fede degli astanti, invocando credito e fiducia,  senza offrire alcuna prova. E questi sarebbero i migliori rappresentanti della classe degli “esperti”, che fanno asserzioni scollegate dai fatti e ricorrono al “se non mi credete siete stupidi”?

Obama dichiarava orgogliosamente che la sua amministrazione era stata del tutto esente da scandali, eppure eccolo lì, a sostenere che un potere estero aveva interferito con un’elezione chiave e, che ci crediate o meno, per lui era stato impossibile impedirlo: abbastanza scandaloso. In una conferenza stampa cui ho assistito ai primi di dicembre, Obama faceva il suo predicozzo ai soliti “giornalisti” leccapiedi: una delle sue facce diceva agli astanti che le e-mail di John Podesta (Responsabile della campagna elettorale di Hillary Clinton - NdT) pubblicate da Wikileaks erano semplice gossip; poco dopo, l’altra faccia si lamentava che Wikileaks aveva alterato il corso delle elezioni.

Ma stiamo comunque parlando di Obama, con la sua coerente incoerenza, la sua comunicazione biforcuta, le sue due facce che si davano il cambio in quasi ogni discorso pubblico. Non è uno statista “sfaccettato”, la sua non è “complessità”, è semplicemente disonesto e falso. Fossi stato il solo ad accorgermene avrebbe avuto ben poca importanza, ma a quanto pare se ne sono accorti anche decine di milioni di elettori americani.

Hollywood e i PR

Questo colossale fallimento nel convincere gli elettori si è manifestato anche in altre aree critiche. I VIP di Hollywood sono stati coinvolti in almeno tre round di sfilze di video di personaggi celebri nelle quali gli elettori venivano esortati, con i toni più pressanti che degli impostori professionisti e pagati riuscissero a produrre, a fare l’unica scelta morale corretta: votare per la persona che aveva demonizzato milioni di elettori definendoli deplorevoli, bamboccioni e superpredatori sessuali, la stessa persona responsabile di aver favorito la distruzione dello stato libico e di tutte le conseguenze che ciò ha comportato – l’esplosione del terrorismo in tutto il Nord Africa, rifugiati in fuga, una guerra civile durata anni. Una persona dotata di un curriculum comprovato nella creazione di pericoli. L’intimidazione degli elettori da parte degli attori di Hollywood e, ancora peggio, delle loro controparti più giovani su MTV, ha fallito miseramente.

E non è stata solo Hollywood a fallire, ma anche la maggior parte dei media mainstream, che a loro volta si trovano di fronte a livelli di fiducia da parte del pubblico in crollo verticale. Hanno fallito in modo eclatante, tanto quanto i media, anche tutta una serie di istituti di sondaggi, agenzie per le relazioni pubbliche, pubblicitari professionisti e consulenti di comunicazione strategica, e questo nella medesima società che ha inventato i PR e le Relazioni Pubbliche. Hillary Clinton si è autodefinita una leader del “soft power”, della capacità di convincere: ed ecco qui l’intera architettura del “soft power” che va a picco, non (solo) all’estero ma, incredibilmente, in patria.

Il New York Times ha recentemente riportato che una conferenza dell’Associazione Internazionale dei Consulenti Politici “sembrava una sessione di terapia per un settore professionale psicologicamente in caduta libera”. Una delle conclusioni dell’articolo del NYT è che “l’esercito di consulenti della Clinton è stato sconfitto da un candidato scatenato, in apparenza privo di qualsivoglia coreografia che, secondo i dati più recenti, ha speso più soldi in magliette, cappelli, cartelloni e altri oggetti simili di quanti ne abbia spesi in consulenza sul campo, liste di elettori, e analisi di dati”.

E per quanto riguarda l’asserto “il sesso vende”, quest’elezione ha sconfitto anche questa ovvietà. Ogni giorno, settimana dopo settimana, ed eclissando quasi completamente qualsiasi altra notizia (incluse le pubblicazioni delle mail di John Podesta da parte di Wikileaks), la maggior parte dei media mainstream hanno martellato incessantemente Trump con storie sempre più scabrose di palpeggiamenti sessuali e commenti sessisti. Quando si sono scontrati in un dibattito faccia a faccia per la prima volta, la Clinton ha tentato immediatamente di screditare Trump riportando il racconto esagerato, unilaterale e farsesco di una ex Miss Venezuela. E i social media sono stati anche più gretti, diffondendo voci di incesto troppo disgustose per riportarle qui, anche in parafrasi. Tutto ciò, con che effetto?

Per coloro che si dedicano allo studio di media, pubbliche relazioni, propaganda ed imperialismo culturale, il risultato di queste elezioni avrà un significato duraturo, soprattutto perché hanno messo in discussione parecchie cose che venivano date per scontate.

Finanziatori corporate, supporto internazionale

Si è dibattuto a lungo durante le elezioni sul ruolo dei finanziatori, e del denaro che erogano ai candidati, nella politica elettorale statunitense. Hillary Clinton ha raccolto senza dubbio la maggior parte dei finanziamenti e delle donazioni, spendendo circa il doppio di Trump per la sua campagna elettorale, quasi il triplo in pubblicità televisiva. La “verità” consolidata che il denaro garantisce il raggiungimento dei risultati politici desiderati è stata spazzata via. Ciò non vuol dire che il denaro non conti più niente nel processo elettorale, significa invece che avere un sacco di soldi da spendere non garantisce affatto un risultato certo. La Clinton poteva anche contare sull’appoggio della maggioranza degli Amministratori Delegati delle Aziende nella Fortune 500 (lista delle 500 più grandi aziende americane per fatturato, pubblicata annualmente dalla rivista Fortune – NdT), alcuni dei quali, come l’AD di HP, sono arrivati a indire conferenze stampa nelle quali accusavano Trump di essere un “fascista”, paragonandolo ad Adolf Hitler e a Benito Mussolini. È di pubblico dominio, inoltre, che milioni di dollari sono entrati nelle casse della Clinton Foundation, versati da governi stranieri e corporation transnazionali. Ma anche se la Clinton si è dannata a raccogliere fondi e donazioni persino negli ultimi giorni della campagna elettorale, tutto ciò non è servito a niente. Nemmeno la miriade di endorsement subdoli, indiretti e talvolta espliciti da parte di leader stranieri e capi di istituzioni internazionali, dal Consiglio dell'Unione europea alla Commissione per i Diritti umani delle Nazioni Unite fino alla NATO, ha avuto un impatto sufficiente. Neanche i moniti di “prudenza”, con ovvie implicazioni, da parte dei direttori delle principali istituzioni finanziarie multilaterali sono riusciti a spostare il risultato delle elezioni in favore della Clinton.

Libri venduti

Un’altra prova del fallimento di Hillary Clinton nel vendere il suo messaggio è nel fatto che il suo libro non è stato capace di vendere copie, e questo durante il picco della campagna elettorale, quando l’interesse pubblico avrebbe dovuto essere alle stelle. Il New York Times, una voce non certo ostile alla Clinton, ha riportato che il suo ultimo libro, Stronger Together, “ha venduto solo 2.912 copie nella sua prima settimana nelle librerie”, quando solitamente le vendite nella prima settimana dalla pubblicazione costituiscono un terzo del totale di copie vendute, e concludeva: “I dati di vendita... rendono il libro quello che l’industria editoriale chiamerebbe un flop”. La Clinton si è fermata un istante a riflettere, magari a considerare questo fatto un segno, tenendo conto anche dei suoi rendimenti decrescenti duranti gli anni? Stronger Together (2016) ha venduto meno copie di Hard Choices (2014), che deluse a sua volta le aspettative, e vendette anche esso meno copie del libro precedente, Living History (2003). Ogni libro pubblicato dalla Clinton ha venduto sempre meno copie del precedente. Negli uffici dei Democratici i grafici di vendita li fanno tutti con linee rosso fuoco che vanno solo verso l’alto?

Mondo Accademico, antropologia, e invenzione dell'opinione pubblica “Anti-conoscenza”

Molti accademici hanno scritto saggi via via più aspri e risentiti per lamentarsi dell’opinione pubblica, del popolo – ovvero, di coloro che costituiscono la loro clientela e da cui dipendono i loro finanziamenti. Un cosiddetto “stato d’animo anti-conoscenza” è la comoda invenzione usata per spiegare perché una larga parte della popolazione (una maggioranza, nel caso della Brexit e del referendum italiano) si rifiuta di ascoltare i loro oscuri moniti sull’inevitabile sventura derivante da soluzioni nazionali in un mondo ormai “inevitabilmente”, “irreversibilmente” globalizzato. Questo è il classico caso degli “esperti”, membri della quasi-casta dei professionisti, che rivendicano un monopolio speciale non solo sulla conoscenza, ma sulla verità. È già acclarato che costoro hanno tentato di monopolizzare la conoscenza, disincentivando l’istruzione superiore, con numerose barriere erette lungo tutto il cammino per accedervi. Ma ora sostengono non solo di sapere di più, ma di sapere cosa è meglio. Il sistema attuale, lo status quo che stavano difendendo, secondo loro andava bene per la maggior parte delle persone – anche se la maggior parte delle persone aveva accesso all’informazione, ed esperienze personali, che ridicolizzavano le cheerleader accademiche. E ancor peggio che ridicolizzarli, questa divisione rendeva evidente da che parte stavano gli accademici: “anti-conoscenza” è uno slogan elitista, ovvero anti-popolo.

Gli economisti, come al solito, sanno meglio di tutti cosa è vantaggioso per il popolo e tentano di convincerlo che la realtà che vive non è rilevante. Come una caricatura degli stalinisti, gli economisti neoliberisti partono da una semplice ipotesi: la teoria ha sempre ragione, è il popolo ad avere torto. Come potevano questi Soloni spiegare la bontà del progetto neoliberista di Obama, che ha prodotto i risultati riportati di seguito (come da rilevazioni della stessa Federal Reserve americana)? Questo è un riassunto dell’“eredità” socio-economica di Obama:

(1) Calo dei redditi delle famiglie



(2) Calo del tasso di partecipazione della popolazione civile alla forza lavoro



 

(3) Calo del tasso di chi vive in case di proprietà



(4) Aumento del numero di persone che percepiscono aiuti alimentari dal governo (food stamps)



 

(5) Aumento del prezzo delle polizze sanitarie

 



 

(6) Aumento del debito degli studenti universitari



 

(7) Aumento della disuguaglianza di reddito per gli afro-americani

 



 

(8) Aumento della stampa di denaro



(9) Massiccio aumento del debito pubblico



Quindi, mentre i giornalisti si inventavano lo spauracchio delle fake news – e producevano a loro volta notizie false per combattere la pericolosa minaccia che il costante calo della fiducia da parte dell’opinione pubblica comportava per i loro profitti – nel mondo accademico il concetto parallelo era l’“anti-conoscenza”. E il veicolo principale di questi punti di vista negli USA e nel Regno Unito sono stati i periodici scientifici The Times Higher Education, Inside Higher Ed, e The Conversation (l’ultimo dei quali è finanziato da una serie di banche e fondazioni).

L’antropologia statunitense continua a offrire testimonianze del suo fallimento nel convincere. A questo proposito, l’antropologia mainstream negli USA, considerato il suo allineamento al partito Democratico, ha qualcosa di abbastanza significativo in comune con il programma militare Human Terrain System (HTS) dell'esercito degli Stati Uniti (programma di supporto che reclutava esponenti delle scienze sociali per fornire ai comandanti militari una conoscenza delle popolazioni presenti nelle regioni in cui erano distaccati - NdT), criticato dai leader statunitensi della disciplina. Il primo indizio per i leader militari che il programma HTS era inutilizzabile come mezzo di contro-insurrezione e pacificazione avrebbe dovuto essere il fallimento dell’HTS nel convincere persino i suoi stessi componenti – e per “suoi stessi componenti” intendo i colleghi accademici tra i quali veniva effettuato il reclutamento. Se non sei in grado di “pacificare” i colleghi universitari, dei quali conosci bene linguaggio, usi e costumi, come puoi pretendere di sconfiggere i talebani? Allo stesso modo, se gli antropologi statunitensi comprendono così poco la loro stessa società di appartenenza che l’elezione di Trump li ha presi completamente alla sprovvista, come possono pretendere di insegnare a comprendere società diverse dalla loro? Invece, nel totale disprezzo della massa degli elettori della classe operaia, gli antropologi statunitensi si sono ri-dedicati con rinnovato vigore alle politiche di occultamento di classe. E quindi hanno proposto un “incontro di lettura antropologica” focalizzato in parte sui problemi del razzismo, per protestare contro l’insediamento di Trump.

Un altro esempio del fallimento nel convincere i loro stessi membri emerge dal voto tenuto tra i membri della Associazione Antropologica Americana, per approvare boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele. Dopo un primo ottimismo, il voto non ha raccolto un supporto sufficiente da parte dei membri dell’associazione. Quelli che avevano proposto la mozione e avevano spinto per la sua approvazione allora si sono messi a dare la colpa “a ingerenze esterne” (vi ricorda niente?). Nemmeno una volta si sono fatti la domanda se ci fosse qualcosa che non andava nel loro messaggio, o nel contesto in cui veniva promosso. Invece, dovevamo credere che qualche membro dell’intelligence israeliana dall’altro capo del mondo aveva avuto più successo nel convincere degli antropologi statunitensi, di altri antropologi statunitensi. Per quanto riguarda l’accusa di “ingerenza esterna”: è esilarante che essa provenga proprio dagli antropologi USA, dato che “ingerenza esterna” è esattamente quello che loro stanno facendo nei confronti di Israele.

L’attaccamento degli antropologi USA a Obama e Clinton, del tutto scollegato dal loro effettivo operato, caratterizzato dall’incremento della diseguaglianza e dall’aumento delle guerre, ha seguito la stessa politica di occultamento di classe. Uno di loro si è sperticato in lodi romantiche alla “coalizione dei diversi”, attribuendo al “meticciato” bellezza e valore sociale a scapito dei vituperati lavoratori bianchi (e prevedendo la vittoria della Clinton). Un altro antropologo statunitense dell’Università di Chicago ha pubblicato un lungo, verboso mattone esoticista che esaltava le virtù della “marronificazione” della società, esaltava le popolazioni importate rispetto agli autoctoni, e di fatto dichiarava che la maggioranza della classe lavoratrice è irrilevante, spregevole e sostituibile. Che questo articolo sia apparso in una pubblicazione finanziata in larga parte dall’Open Society Institute di George Soros non dovrebbe sorprendere nessuno.

Gli accademici che avevano avuto ben poco, o niente, da dire sul neoliberalismo adesso escono dalle loro tane – e scrivono saggi di critica concentrati esclusivamente su Trump. Hanno scoperto adesso lo “stato corporativizzato”. Quelli che si oppongono all’insediamento di Trump non si sono mai opposti all’insediamento di Obama, nonostante tutta la loro presunta consapevolezza teorica critica. Bruno Latour, il guru degli antropologi americani (dopo essere stato ridicolizzato in Europa), ha rimediato all’assenza della sua opinione nelle discussioni riguardanti le elezioni americane: ha aspettato che fossero finite in modo da tentare di sembrare saggio con uno sforzo minimo, mantenere felice la sua clientela americana, tenere alte le vendite dei suoi libri, e assicurarsi una continua presenza alle conferenze che contano. La Los Angeles Review of Books ha prontamente pubblicato il suo minuscolo “contributo”.

Diana Johnstone ha fatto ottime osservazioni riguardo il fallimento dell’establishment accademico, che vale la pena citare per intero.
“La triste immagine degli americani come cattivi perdenti, incapaci di affrontare la realtà, deve essere attribuita in parte al fallimento etico della cosiddetta generazione di intellettuali del 1968. In una società democratica il primo dovere di uomini e donne dotati di tempo, inclinazione e capacità di studiare la realtà in maniera seria, è condividere la loro conoscenza con chi non ha i loro stessi privilegi. La generazione di accademici la cui coscienza politica fu temporaneamente incrementata dalla tragedia della guerra del Vietnam avrebbe dovuto rendersi conto che era suo dovere utilizzare la sua posizione per educare il popolo americano, soprattutto sul mondo che Washington voleva ridisegnare e la sua storia. Invece, la nuova fase del capitalismo edonista ha offerto agli intellettuali le migliori opportunità per manipolare le masse, invece di educarle. Il marketing della società del consumo ha persino inventato una nuova fase delle politiche identitarie, creando il mercato dei giovani, il mercato dei gay, e così via. Nelle università, una massa critica di accademici ‘progressisti’ si è ritirata nel mondo astratto del postmodernismo, finendo per canalizzare l’attenzione della gioventù sul come reagire alla vita sessuale delle altre persone, o sulla ‘identità di genere’. Questa roba esoterica alimenta la sindrome ‘pubblica o muori’ ed evita agli accademici delle scienze sociali di dover insegnare qualsiasi cosa che possa essere considerata una critica alla spesa militare americana o agli sforzi falliti degli Stati Uniti per affermare il loro eterno dominio sul mondo globalizzato. L’argomento più controverso uscito dalle università americane è una discussione su chi dovrebbe usare quale toilette.

“Se gli snob intellettuali sulle fasce costiere degli USA possono deridere con così tanto autocompiacimento i poveri ‘deplorevoli’ dell’entroterra americano, è perché loro stessi hanno abdicato al loro principale dovere sociale: la ricerca e la condivisione della verità. Rimproverare il popolo per i suoi atteggiamenti ‘sbagliati’ mentre si dà un esempio sociale di sfrenata promozione personale produrrà solamente la reazione anti-élite chiamata ‘populismo’. Trump rappresenta la vendetta del popolo che si sente manipolato, dimenticato, e disprezzato”.

E questo ci porta alla sconfitta dei professionisti

La caduta della classe dei professionisti

Abi Wilkinson ha scritto su Jacobin: “Che nessuno sia fisicamente in grado di portare a termine un lavoro meglio dei professionisti è uno dei dettami cardine dell’élite liberal”, aggiungendo:
“Sospettosa sulla democrazia di massa e ringalluzzita dalla caduta dell’Unione Sovietica, l’élite liberal arrivò alla conclusione che eravamo giunti alla fine della Storia: ogni altro ordine sociale era stato tentato e si era rivelato inferiore. Si presumeva che la democrazia capitalista, supportata da esperti preparati, acuti e benintenzionati, fosse emersa dalla mischia come vincitrice incontestata. Queste persone non potevano spiegarsi il crescente rifiuto dello status quo politico ed economico   se non come un’improvvisa epidemia di irrazionalità e di autolesionismo. Certo, c’è sempre spazio per migliorare, dicevano, ma a chi mai verrebbe in mente di abbattere o alterare in maniera significativa un sistema eccellente come quello che già abbiamo?

“Se la politica altro non è che l’efficace amministrazione del sistema vigente – se non richiede altro che affidarsi all’abilità di un buon pilota – allora sono l’esperienza e la capacità tecnica i requisiti principali. Le differenze ideologiche sono immateriali, gli interessi contrapposti sono obsoleti”.

Wilkinson ha scritto queste parole per mettere in luce l’elitismo racchiuso in una recente, famosa vignetta del New Yorker, che (di nuovo) rappresenta l’elettore medio pro-Trump o pro-Brexit come “anti-conoscenza”, come non qualificato per governare.



(“Questi tronfi piloti hanno perso completamente il contatto con la realtà dei passeggeri come noi. Chi pensa che debba guidare io l’aereo?”)

Wilkinson quindi procede a smontare completamente la metafora dell’aeroplano:
“(nella vignetta) si dà per scontato che gli attuali piloti abbiano sempre fatto un buon lavoro. E se invece avessero fatto schiantare l’aereo a intervalli regolari, rifiutandosi di riparare i danni prima di decollare di nuovo? E se, per la negligenza degli addetti alla manutenzione, le persone in classe economica fossero costrette a reggersi ai sedili con tutta la loro forza per non essere spazzati via, dato che alcuni dei loro finestrini sono sfondati? E se, in altre parole, ai piloti non sembra importare granché del benessere e della sicurezza dei passeggeri in classe economica perché sono troppo occupati ad accontentare i passeggeri di prima classe? Questa descrizione è molto più vicina alla realtà dei fatti”.

Vale la pena leggere Listen Liberal (“Ascolta, Liberal”) di Thomas Frank, che ha attirato l’attenzione durante le elezioni USA, soprattutto per il capitolo dedicato alla “Teoria della Classe Liberal”, dove vengono riportati numerosi scritti di sociologi e scienziati politici. Il libro si apre con una citazione del libro di David Halberstam’s del 1972 “The Best and the Brightest” che parla di “un’élite speciale, una certa razza di uomini che si autoperpetua. Uomini legati l’uno all’altro piuttosto che legati allo Stato; nella loro testa costoro diventano responsabili dello Stato, ma non rispondono ad esso”.

Invece di concentrarsi sull’“un percento” degli ultra-ricchi, Frank ci chiede di osservare in maniera critica il “dieci percento”, che include “le persone al vertice della gerarchia nazionale dello status professionale”, dai cui ranghi proviene il laureato dell’Ivy League Obama (L’Ivy League è un gruppo di otto università del Nord-est degli USA considerate le migliori del Paese - NdT), nonché  la maggior parte dei laureati Ivy League che componevano il suo gabinetto, e che spiega la pletora di commenti autoassolutori e autoadulatori di Obama su coloro che hanno le “qualifiche”, che sono “qualificati” per  governare, quelli che “sanno di cosa parlano”. I professionisti apprezzano le competenze e i curriculum, e tendono ad ascoltarsi solo l’uno con l’altro. Esercitano un monopolio sul potere di diagnosticare e su quello di prescrivere, consultandosi a vicenda: “I professionisti sono autonomi; a loro non è richiesto di prestare attenzioni alle voci che provengono dall’esterno del loro raggio di esperienza” (Frank, 2016, pag.23). I professionisti enfatizzano la “cortesia” nei rapporti reciproci (da qui l’incessante richiamo a “moderare i toni”), e dimostrano un sommo disprezzo per le persone di rango inferiore, inclusi i professionisti precari. I tecnocrati post-industriali, quelli che osannano “l’economia della conoscenza” e “l'istruzionecome soluzione di tutti i problemi sociali, hanno generato la loro ideologia personale: il professionalismo. Frank nota che, come ideologia politica, il professionalismo è “intrinsecamente a-democratico, dato che assegna la priorità all’opinione degli esperti rispetto a quelle del pubblico” (pag. 24). Anche se di solito affermano di agire in nome dell’interesse pubblico, Frank osserva che i professionisti hanno abusato sempre più di frequente del loro potere monopolistico per tutelare i loro interessi, agendo sempre di più come una classe sociale (pag.25), una “classe di manager illuminati”, quasi un’aristocrazia (pag. 26). La critica di Frank delinea come i Democratici siano diventati il partito della classe dei professionisti, sbarazzandosi dei lavoratori lungo la strada (pag.28). E come conseguenza di ciò non si interessano minimamente della disuguaglianza, dato che è su di essa che si fonda il loro benessere. La disuguaglianza è essenziale per il professionalismo (pag.31). La meritocrazia si oppone alla solidarietà (pag.32).

Il Collasso dell'Ideologia Liberal

Tutto quanto fin qui detto si aggiunge alle ragioni in base alle quali sto sostenendo che non è stata solo Hillary Clinton, né solo i Democratici ad essere sconfitti, ma qualcosa di molto più vasto. Troppe “grandi” istituzioni hanno fallito i loro compiti fondamentali, troppo è caduto, con così tanto in palio, ad esempio: la globalizzazione, le basi militari USA, il commercio, le classi sociali, il sistema giudiziario, l’istruzione, la sanità ecc. Sì, i Democratici sono stati ridotti a un partito di sindaci, la cui “sopravvivenza” si registra solamente a livello comunale, dopo che hanno perso la Presidenza, il Senato, la Camera dei Rappresentanti, la maggior parte dei Governatori e la maggior parte dei Parlamenti statali. L’ampiezza e la profondità della sconfitta, e l’intera architettura utilizzata per diffondere e difendere la loro ideologia hanno fallito così miseramente, che non possiamo far altro che concludere che è stata la loro stessa ideologia a essere respinta, assieme al progetto sociale ed economico che essa sosteneva. Con questo rifiuto così assoluto, avvenuto contro tutte le aspettative, si deve supporre che il danno apportato sia irreparabile. I prodi difensori dell’attuale ordine globale che si esprimono sempre in termini di “irreversibilità” e “inevitabilità”, applicheranno questi medesimi concetti alla loro sconfitta? Un collasso di questa portata spalanca troppe porte che prima erano invisibili per essere liquidato come semplice singhiozzo momentaneo del sistema.

Qui in Canada, dove l’evoluzione politica va generalmente al traino degli Stati Uniti, assistiamo a un replay del collasso del progetto liberal che tenta di nascondere le differenze di classe e lo sfruttamento di classe sotto l’egida della “diversità” e delle politiche identitarie. Dal Gay Pride al Forum Economico Mondiale a Davos, l’itinerario del Primo Ministro Justin Trudeau rispecchia spesso quello che ormai è diventato lo standard dell’élite liberal. Questa non è una coincidenza: come abbiamo appreso dalle e-mail di Podesta, Trudeau è un surrogato della Clinton. Egli veniva identificato in questo modo: “Il Primo Ministro Trudeau è un alleato di vecchia data del CAP [Center for American Progress, alleato del Partito Democratico]...un partner attivo ed impegnato del nostro programma per il progresso globale”. Ad un’altra email era allegata una foto in cui John Podesta sussurrava nell’orecchio di Trudeau. Nell’oggetto della mail, Trudeau viene definito “Mr.Canada”. Mentre “Mr.Canada” dichiara di sostenere il “femminismo,” non ha avuto niente da offrire ad una madre lavoratrice in difficoltà che viene ridotta alla povertà e buttata in mezzo alla strada dalle tasse sulle emissioni, in un Paese ricco di materie prime che potrebbe essere energicamente indipendente per i prossimi due secoli, se la sua energia non fosse drenata per essere venduta sul mercato mondiale. Mr.Canada dichiara fiero di sostenere la “diversità,” eppure aderisce al monolinguismo in Quebec, con un arrogante disprezzo per una anglofona quebeckiana preoccupata per la sua tutela sanitaria. Si spertica in lodi per il suo nuovo Ministro per gli affari esteri, elogiandone la padronanza della lingua russa, mentre minimizza il fatto che a quello stesso ministro è vietato l’ingresso in Russia, grazie alle controsanzioni russe contro il Canada, che abbiamo inutilmente causato. Adesso, il Canada pretende di diventare il portabandiera del progetto imperialista liberal di Obama e Clinton, mettendosi sulla buona strada per diventare l’ultimo perdente a difendere la globalizzazione, nell’apparente convinzione di poter perseguire una globalizzazione composta da un unico Paese.

Oggi la classe dei professionisti, sostenitori del liberalismo morente, la trovate sui media a denunciare un’immaginaria ingerenza russa. Non che si siano improvvisamente uniti ai ranghi degli anti-imperialisti: non hanno detto una parola sulle più di 80 elezioni estere nelle quali gli Stati Uniti  hanno interferito, per non parlare delle dozzine di colpi di stato sostenuti e sponsorizzati dagli USA, e per non parlare del fatto che gli Stati Uniti hanno un’infrastruttura istituzionale (il National Endowment for Democracy, il National Democratic Institute, l’International Republican Institute, la  CIA, L’Ufficio per le Iniziative di Transizione) dedicata all’interferenza negli affari esteri, armata di decenni di politiche, leggi, e documenti strategici che guidano il corso e la profondità dell’intervento politico all’estero. È particolarmente ironico che un “hacker” (nel senso di apportatore di una tale ingerenza negli affari esteri-NdT) si lamenti così rumorosamente di essere stato, una volta tanto, hackerato a sua volta. In realtà, sono stati colpiti proprio nei campi che si rifiutano di riconoscere: che Putin è dieci volte più statista di un Obama; che i russi eccellono nella diplomazia; e che la Russia ha importanti lezioni antropologiche da insegnarci sulle relazioni internazionali…cose che ovviamente i nostri professionisti liberal hanno ignorato – e quindi hanno perso, punto e basta.