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27/01/23

Scomode verità sulla guerra in Bosnia



Su Strategic Culture un ampio resoconto di numerosi documenti declassificati delle forze di pace canadesi di stanza in Bosnia dimostra come le guerre per procura statunitensi siano caratterizzate da un modello ricorrente di operazioni sotto falsa bandiera e messe in scena a scopo propagandistico, con l'obiettivo di sabotare ogni possibile negoziato di pace e spianare la strada ai falchi della guerra della NATO. 


Una serie di file di intelligence inviati dalle forze di pace canadesi espongono operazioni segrete della CIA, spedizioni illegali di armi, importazione di combattenti jihadisti, potenziali 'false flag' e messe in scena su atrocità di guerra.

 

di Kit KLARENBERG e Tom SECKER, 30 dicembre, 2022


Il mito consolidato della guerra in Bosnia  è che i separatisti serbi, incoraggiati e diretti da Slobodan Milošević e dai suoi accoliti a Belgrado, cercarono di impadronirsi con la forza del territorio croato e bosniaco al fine della creazione di una "Grande Serbia" irredentista. Ad ogni passo, hanno epurato i musulmani di quelle terre in un genocidio deliberato e concertato, rifiutandosi a qualsiasi colloquio di pace costruttivo.

Questa narrazione è stata diffusa in modo aggressivo dai media mainstream dell'epoca e ulteriormente legittimata dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia (ICTY) creato dalle Nazioni Unite una volta terminato il conflitto. Da allora nella coscienza occidentale questa storia è diventata assiomatica e indiscutibile, rafforzando la sensazione che il negoziato equivalga invariabilmente ad arrendevolezza, una mentalità che ha consentito ai falchi della guerra della NATO di giustificare molteplici interventi militari negli anni successivi.

Tuttavia, una vasta raccolta di cablogrammi di intelligence inviati dalle truppe di peacekeeping canadesi in Bosnia al quartier generale della difesa nazionale di Ottawa, pubblicato per la prima volta da Canada Declassified all'inizio del 2022, smaschera questa narrazione come una cinica farsa.

I documenti offrono una visione ineguagliabile, di prima mano e in tempo reale della guerra durante il suo svolgersi, con la prospettiva di una pace che rapidamente svaniva, lasciando spazio a uno spargimento di sangue che alla fine ha causato la fine dolorosa della Jugoslavia multireligiosa e multietnica.

I soldati canadesi facevano parte di una più ampia Forza di Protezione delle Nazioni Unite (UNPROFOR) inviata nell'ex Jugoslavia nel 1992, nella vana speranza che le tensioni non si trasformassero in una guerra totale e che le parti potessero raggiungere un accordo amichevole. Questi soldati rimasero fino alla fine, ben oltre il punto in cui la loro missione si ridusse a un miserabile pericoloso fallimento.

L'analisi sempre più cupa della realtà sul campo da parte delle forze di pace fornisce una prospettiva autentica e genuina della storia della guerra che è stata in gran parte nascosta al pubblico. È una storia di operazioni segrete della CIA, provocazioni letteralmente esplosive, spedizioni illegali di armi, combattenti jihadisti importati, potenziali operazioni di false flag e messa in scena di atrocità di guerra.

  

“Interferenze esterne nel processo di pace”

È un fatto poco noto ma apertamente riconosciuto che gli Stati Uniti hanno gettato le basi per la guerra in Bosnia, sabotando un accordo di pace negoziato dalla Comunità Europea all'inizio del 1992. Secondo gli auspici di questo accordo, il Paese sarebbe stato una confederazione, divisa in tre regioni semi-autonome su base etnica. Sebbene l’accordo fosse ancora perfettibile, ciascuna delle parti generalmente otteneva ciò che voleva - in particolare, l'autogoverno - e almeno godeva di un risultato senz’altro preferibile rispetto al conflitto a tutto campo.

Tuttavia, il 28 marzo 1992, l'ambasciatore degli Stati Uniti in Jugoslavia Warren Zimmerman incontrò il presidente bosniaco Alija Izetbegovic, un musulmano bosniaco, per offrirgli il riconoscimento del paese come stato indipendente da parte di Washington. Promise inoltre un sostegno incondizionato nell'inevitabile guerra successiva, se la proposta comunitaria fosse stata respinta. Ore dopo, Izetbegovic si mise sul sentiero di guerra e quasi immediatamente scoppiarono i combattimenti.

Opinione comune vuole che gli americani fossero preoccupati che il ruolo guida di Bruxelles nei negoziati avrebbe indebolito il prestigio internazionale di Washington e avrebbe aiutato la futura Unione europea a emergere come blocco di potere indipendente dopo il crollo del comunismo.

Sebbene tali preoccupazioni fossero senza dubbio sostenute dai funzionari statunitensi, i cablogrammi UNPROFOR rivelano come fosse in opera un'agenda molto più oscura. Washington voleva che la Jugoslavia fosse ridotta in macerie e progettava di mettere in ginocchio i serbi con la violenza, prolungando la guerra il più a lungo possibile. Per gli Stati Uniti, i serbi erano il gruppo etnico più determinato a preservare l'esistenza della fastidiosa repubblica indipendente.

Questi obiettivi sono stati raggiunti molto efficacemente grazie all'assoluta assistenza di Washington ai bosniaci. Era un articolo di fede nel mainstream occidentale dell'epoca, e lo è ancora oggi, che sia stata l'intransigenza serba nei negoziati a bloccare il cammino verso la pace in Bosnia. Tuttavia, i cablogrammi UNPROFOR chiariscono ripetutamente che non era così.

Nei cablogrammi inviati nel luglio-settembre 1993, epoca del cessate il fuoco e del rinnovato tentativo di spartire amichevolmente il paese, le forze di pace canadesi attribuiscono ripetutamente un atteggiamento ostinato ai bosniaci, non ai serbi. Come afferma un estratto rappresentativo, l'obiettivo "irraggiungibile" di "soddisfare le richieste musulmane sarà un ostacolo insormontabile in qualsiasi colloquio di pace".

Vari passaggi fanno anche riferimento a come “delle interferenze esterne nel processo di pace” “non hanno aiutato la situazione” e  “nessuna pace” può essere raggiunta “se le parti esterne continuano a incoraggiare i musulmani a essere esigenti e inflessibili nei negoziati”.

Per assistenza "esterna", UNPROFOR ovviamente intendeva Washington. Il suo sostegno incondizionato ai bosniaci li ha motivati a "[negoziare] come se avessero vinto la guerra", che fino a quel momento avevano "perso".

"Incoraggiare Izetbegovic a insistere per ulteriori concessioni" e "il chiaro desiderio degli Stati Uniti di revocare l'embargo sulle armi ai musulmani e di bombardare i serbi sono seri ostacoli alla fine dei combattimenti nell'ex Jugoslavia". Così è stato registrato dalleforze di pace il 7 settembre 1993.

Il giorno successivo, hanno riferito al quartier generale che "i serbi sono stati i più conformi ai termini del cessate il fuoco". Nel frattempo, Izetbegovic stava basando la sua posizione negoziale su "l'immagine che veniva diffusa dei serbi come i cattivi". Dal convalidare questa illusione ne conseguiva un vantaggio, vale a dire, far precipitare gli attacchi aerei della NATO sulle aree serbe. Questo è stato colto dagli operatori delle forze di pace:

“Non ci saranno colloqui seri a Ginevra finché Izetbegovic crederà che saranno lanciati attacchi aerei contro i serbi. Questi attacchi aerei rafforzeranno notevolmente la sua posizione e probabilmente lo renderanno ancor meno collaborativo nei negoziati”.

Allo stesso tempo, i combattenti musulmani "non stavano dando nessuna possibilità ai colloqui di pace, semplicemente ci davano dentro", ed erano molto disposti e pronti ad aiutare Izetbegovic nel suo obiettivo. Durante gli ultimi mesi del 1993, hanno lanciato innumerevoli bordate sul territorio serbo in tutta la Bosnia, in violazione del cessate il fuoco.

A dicembre, quando le forze serbe da parte loro hanno lanciato un loro "grande attacco", un cablogramma di quel mese affermava che dall'inizio dell'estate "la maggior parte dell'attività serba è stata difensiva o in risposta alle provocazioni musulmane".

Un cablogramma dell'UNPROFOR del 13 settembre ha rilevato che a Sarajevo "le forze musulmane continuano a infiltrarsi nell'area del Monte Igman e a bombardare quotidianamente le posizioni della BSA [Esercito serbo-bosniaco] intorno alla città", l'"obiettivo prefissato" è quello di "aumentare la simpatia occidentale provocando un incidente e incolpando i serbi”.

Due giorni dopo, le "provocazioni" dell'esercito serbo-bosniaco (BSA) erano continue, anche se "si dice che il BSA si sta muovendo con moderazione". Quest'area è rimasta un obiettivo bosniaco chiave per qualche tempo anche in seguito. Il volume di luglio-settembre si conclude con un cablogramma minaccioso:

“L'occupazione da parte del BSA del Monte Igman non sta influenzando negativamente la situazione a Sarajevo. È semplicemente una scusa per Izetbegovic per ritardare i negoziati. Sono state le sue truppe a compiere le peggiori trasgressori [enfasi aggiunta] dell'accordo di cessate il fuoco [del 30 luglio]”.


Entrano i mujaheddin: “I musulmani non disdegnano di sparare contro la loro stessa gente o sulle aree delle Nazioni Unite”

Durante il conflitto, i mujaheddin bosniaci hanno lavorato incessantemente per intensificare la violenza. Musulmani provenienti da tutto il mondo si sono riversati nel paese a partire dalla seconda metà del 1992, intraprendendo la jihad contro croati e serbi. Molti avevano già acquisito esperienza sul campo di battaglia afghano negli anni '80 e nei primi anni '90 dopo essere arrivati da gruppi fondamentalisti infiltrati dalla CIA e dal MI6 in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Per loro, la Jugoslavia era il successivo terreno di reclutamento.

I mujaheddin arrivavano spesso con "voli non ufficiali", insieme a un flusso infinito di armi in violazione dell'embargo delle Nazioni Unite. Questa è iniziata come un'operazione congiunta iraniana e turca, con il sostegno finanziario dell'Arabia Saudita, anche se con l'aumento del volume di armi gli Stati Uniti hanno preso il sopravvento, trasportando il carico mortale verso l'aeroporto di Tuzla utilizzando flotte di aerei C-130 Hercules.

Le stime sui numeri dei mujaheddin bosniaci variano notevolmente, ma il loro contributo fondamentale alla guerra civile sembra chiaro. Il negoziatore statunitense per i Balcani Richard Holbrooke nel 2001 dichiarò che i bosniaci "non sarebbero sopravvissuti" senza il loro aiuto, e definì il loro ruolo nel conflitto un "patto con il diavolo" da cui Sarajevo non si sarebbe ripresa.

I combattenti mujaheddin non sono mai menzionati esplicitamente nei cablogrammi UNPROFOR, e nemmeno i bosniaci – è usato liberamente il termine “i musulmani”. Tuttavia, i riferimenti indiretti sono abbondanti.

Un rapporto dell'intelligence dell'inverno 1993 osservava che "i sistemi di comando e controllo deboli e decentralizzati" delle tre parti opposte producevano "un'ampia proliferazione di armi e l'esistenza di vari gruppi paramilitari ufficiali e non ufficiali, che spesso hanno agende individuali e locali". Tra quei gruppi "non ufficiali" c'erano i Mujahideen, ovviamente.

Più chiaramente, nel dicembre di quell'anno, le forze di pace hanno registrato come David Owen, un ex politico britannico che ha servito come capo negoziatore della Comunità europea nell'ex Jugoslavia, “era stato condannato a morte per essere responsabile della morte di 130.000 musulmani in Bosnia”, e la sentenza era stata “emessa dalla 'Corte d'Onore dei Musulmani'”. Si sapeva che "45 persone erano impegnate in tutta Europa per eseguire la sentenza".

Owen non era certamente responsabile della morte di 130.000 musulmani, dato che nel corso della guerra non sono stati uccisi neanche lontanamente in totale così tanti bosniaci, croati e serbi. Ciononostante gli estremisti religiosi bosniaci, con la loro rete di agenti in tutto il continente pronti a eseguire la fatwa, nella narrazione sono stati considerati come una "corte d'onore".

In seguito a questo incidente, che non è mai stato rivelato pubblicamente in precedenza, ci sono segnalazioni di "musulmani" che preparano provocazioni sotto falsa bandiera. Nel gennaio 1994, un cablogramma osservava:

“I musulmani non disdegnano di sparare contro la loro stessa gente o aree delle Nazioni Unite e poi affermano che i serbi sono i colpevoli per guadagnarsi ulteriormente le simpatie occidentali. I musulmani spesso posizionano la loro artiglieria estremamente vicino agli edifici delle Nazioni Unite e ad aree sensibili come gli ospedali, nella speranza che il fuoco di controartiglieria serbo colpisca questi siti sotto lo sguardo dei media internazionali”.



Un altro cablogramma registra come "truppe musulmane mascherate da forze delle Nazioni Unite" fossero state avvistate con addosso i caschi blu dell'UNPROFOR e "un abbigliamento da combattimento misto norvegese/britannico", alla guida di veicoli dipinti di bianco e contrassegnati ONU. Il direttore generale delle forze di pace temeva che se tale connivenza fosse diventata "diffusa" o "utilizzata per l'infiltrazione nelle linee croate", avrebbe "aumentato notevolmente le possibilità che le legittime forze delle Nazioni Unite fossero prese di mira dai croati".

"Questo potrebbe essere esattamente ciò che vogliono i musulmani, possibilmente per poter fare ulteriori pressioni per attacchi aerei sui croati", aggiunge il cablogramma.

Quello stesso mese, cablogrammi UNPROFOR ipotizzavano che "i musulmani" avrebbero preso di mira l'aeroporto di Sarajevo, destinazione degli aiuti umanitari ai bosniaci, con un attacco false flag. Poiché in uno scenario del genere "i serbi sarebbero gli ovvi colpevoli, i musulmani ne otterrebbero una buona propaganda ", ed era "quindi molto allettante per i musulmani condurre i bombardamenti e dare la colpa ai serbi.”



 Guerre per procura statunitensi, allora e adesso

In questo contesto, i cablogrammi relativi al massacro di Markale colpiscono in modo particolare. Il 5 febbraio 1994 un'esplosione distrusse un mercato civile, provocando 68 morti e 144 feriti.

La responsabilità dell'attacco - e i mezzi con cui è stato eseguito - sono stati da allora oggetto di accese contestazioni, con indagini ufficiali distinte che hanno prodotto risultati inconcludenti. Le Nazioni Unite all'epoca non sono state in grado attribuire la responsabilità dell’attentato, sebbene allora le truppe dell'UNPROFOR abbiano testimoniato di sospettare che la responsabilità fosse della parte bosniaca.

Di conseguenza, i cablogrammi di questo periodo fanno riferimento ad "aspetti inquietanti" dell'evento, compresi i giornalisti "indirizzati sulla scena così rapidamente" e "una presenza molto visibile dell'esercito musulmano nell'area". 

"Sappiamo che in passato i musulmani hanno sparato sui propri civili e sull'aeroporto per attirare l'attenzione dei media", ha concluso uno. Un promemoria successivo osserva: “Le forze musulmane al di fuori di Sarajevo, in passato, hanno piazzato esplosivi ad alto potenziale nelle loro stesse posizioni e poi li hanno fatti esplodere sotto lo sguardo dei media, rivendicando un bombardamento serbo. Questo è stato poi usato come pretesto per il 'contrattacco' dei musulmani e gli attacchi ai serbi”.



Tuttavia, nella sua sentenza di condanna del 2003 del generale serbo Stanislav Galić per il suo ruolo nell'assedio di Sarajevo, l'ICTY  (International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia) ha concluso che il massacro è stato deliberatamente perpetrato dalle forze serbe, con una sentenza di appello.

Gli autori di questo articolo non esprimono alcun giudizio su ciò che accadde o non accadde a Markale quel fatidico giorno. Tuttavia, l'oscurità che circonda l'evento prefigura uno di quegli eventi cruciali che sono serviti a giustificare l'escalation in ogni successiva guerra per procura occidentale, dall'Iraq alla Libia, alla Siria, all'Ucraina.

Dall'inizio della guerra per procura in Ucraina questo 24 febbraio, crimini di guerra deliberati, incidenti reali interpretati in modo fuorviante come crimini di guerra ed eventi potenzialmente messi in scena, sono praticamente un fenomeno quotidiano, insieme a scambi di accuse e controdeduzioni di colpevolezza. In alcuni casi, i funzionari di una parte sono persino passati dal celebrare e rivendicare il merito di un attacco ad incolpare l'altra parte nel giro di pochi giorni o semplicemente poche ore. Sostanza e spin sono diventati inseparabili, se non simbiotici.

Negli anni a venire, chi ha fatto cosa a chi e quando potrebbe benissimo diventare materia decisa nei tribunali internazionali, secondo il modello dell'ICTY. Ci sono già iniziative per istituire un organismo simile una volta terminata la guerra in Ucraina.

Dei parlamentari nei Paesi Bassi hanno chiesto che Vladimir Putin sia processato all'Aia. Il ministero degli Esteri francese ha chiesto la creazione di un tribunale speciale. La ONG Truth Hounds, con sede a Kiev, raccoglie ogni giorno prove di presunte atrocità russe in tutto il paese, al servizio di un tribunale internazionale.

Non ci possono essere dubbi sul fatto che sia le forze di Kiev che quelle di Mosca abbiano commesso atrocità e ucciso civili in questo conflitto, così come è indiscutibile che tutte e tre le parti nella guerra in Bosnia si siano rese colpevoli di atti atroci e massacri di persone innocenti e/o indifese. È ragionevole presumere che la ferocia diventerà sempre più spietata man mano che la guerra in Ucraina andrà avanti, esattamente come durante la disgregazione della Jugoslavia.

Non è certo quanto dureranno i combattimenti, anche se i funzionari dell'UE e della NATO hanno previsto che potrebbero durare diversi anni e le potenze occidentali intendono chiaramente mantenere attiva la guerra per procura il più a lungo possibile. L'11 ottobre, il Washington Post ha riferito che gli Stati Uniti hanno ammesso privatamente che Kiev non era in grado di "vincere la guerra a titolo definitivo", ma avevano anche "escluso l'idea di spingere o almeno incoraggiare l'Ucraina a sedersi al tavolo dei negoziati".

Ciò evidenzia un altro mito sorto a seguito delle guerre jugoslave e che dura ancora oggi. È opinione diffusa che i negoziati e i tentativi di garantire una soluzione pacifica abbiano solo incoraggiato gli "aggressori" serbi.

Questo pericoloso mito è servito da giustificazione per ogni sorta di distruttivi interventi occidentali. I cittadini di questi paesi vivono ancora oggi le conseguenze di quelle azioni, spesso come migranti fuggiti da città e paesi bruciati dalle guerre per il cambio di regime.

Persiste anche un'altra eredità tossica delle guerre balcaniche: la preoccupazione degli occidentali per la vita umana dipende da quale parte si schiereranno i loro governi in un dato conflitto. Come dimostrano i cablogrammi canadesi dell'UNPROFOR, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno coltivato il sostegno alle loro guerre nascondendo una realtà documentata in dettaglio anche dai loro stessi militari.

 

thegrayzone.com

 

12/04/18

L’occidente e le guerre “umanitarie”

Riprendiamo un attualissimo articolo pubblicato dal Washington Blog nel 2015, che si occupa delle “guerre umanitarie” intraprese dai governi occidentali. Ogni volta che gli USA vogliono cambiare gli equilibri geopolitici di una regione ne destabilizzano i governi, prendendo a pretesto presunte emergenze umanitarie (che poi si rivelano completamente false o enormemente ingigantite, ex-post) e intervengono militarmente, causando molte più vittime di quelle che a parole volevano evitare. Quindi lasciano le regioni dove intervengono tra le rovine e il caos. L’ennesimo esempio è l’attuale situazione in Siria. E per l’ennesima volta i media nostrani tentano di convincere l’opinione pubblica della “necessità” di un'altra “guerra umanitaria”.

 

 

Di Anthony Freda, 4 marzo 2015

 

 

La prima “guerra umanitaria” dell’era post-guerra fredda è avvenuta in Kosovo, Bosnia e Serbia, regioni della ex Jugoslavia (Croazia e Slovenia erano anch’esse regioni della ex Jugoslavia che hanno pure giocato un ruolo nella guerra).

 

Secondo Wikipedia:

 

I “bombardamenti umanitari” sono un’espressione che si riferisce al bombardamento della NATO sulla Repubblica Federale della Jugoslavia (24 marzo – 10 giugno 1999) durante la guerra del Kosovo… L’espressione strettamente connessa “guerra umanitaria” è apparsa contemporaneamente.

 

Infatti, la guerra in Jugoslavia è stato il modello per tutte le seguenti “guerre umanitarie”… in Libia, Siria, Nigeria (pensate a Boko Haram) e altrove.

 

Il leader attivista contro la guerra David Swanson l’ha descritta così:

 

Quello che il vostro governo vi ha raccontato riguardo il bombardamento del Kosovo è falso. Ed è una cosa importante.[…]

 

L’inizio della guerra di aggressione della NATO, la sua prima guerra post-Guerra Fredda per imporre il suo potere… ci fu presentata come un atto di filantropia.

 

Le uccisioni non si sono fermate. La NATO continua a espandere i suoi confini e la sua missione, in particolare in posti come l’Afghanistan e la Libia. È importante come tutto è cominciato, perché spetta a noi fermarlo. […]

 

Gli USA si sono adoperati per lo smantellamento della Jugoslavia, hanno impedito a livello internazionale che si arrivasse a un accordo tra le parti, e si sono impegnati in una campagna di bombardamento massiccio… Tutto questo è stato ottenuto con bugie, invenzioni ed esagerazioni riguardo le atrocità (commesse in Jugoslavia NdVdE) e poi giustificate ex-post come una risposta alla violenza che in realtà loro stessi hanno generato.

 

A seguito dei bombardamenti, gli USA hanno consentito ai musulmani bosniaci di ottenere un piano di pace molto simile al piano che gli stessi USA avevano impedito prima della guerra. Ecco cosa ha dichiarato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Boutros Boutros-Ghali:

 

“Nelle sue prime settimane di governo, l’amministrazione Clinton (inteso come Bill NdVdE) ha inflitto un colpo mortale al piano Vance-Owen che avrebbe dato ai serbi il 43% del territorio di uno stato federale. Nel 1995 a Dayton, l’amministrazione si è vantata di un accordo che, dopo circa tre anni di orrore e sofferenza, ha dato ai serbi il 49% di uno stato diviso in due”.

 

Ora che sono passati così tanti anni dovrebbe importarci di quello che ci hanno raccontato riguardo finte atrocità che i ricercatori non sono stati in grado di riscontrare, allo stesso modo in cui non sono stati in grado di trovare le armi di distruzioni di massa in Iraq, o le prove dei piani di sterminio di civili a Bengasi, o le prove dell’utilizzo di armi chimiche del governo siriano. […]

 

La NATO ha davvero dovuto bombardare il Kosovo 15 anni fa per scongiurare un genocidio? Veramente? Perché sabotare le negoziazioni? Perché ritirare gli osservatori?

 

È la Jugoslavia, non l’Iraq o l’Afghanistan, che i guerrafondai continueranno a indicare negli anni a venire come modello per le future guerre – a meno che non li fermiamo.  È stata una guerra che ha aperto una strada…

 

John Pilger è un giornalista molto apprezzato (il direttore della sezione affari internazionali della BBC, John Simpson, ha sottolineato che “un paese che non ha un John Pilger tra i suoi giornalisti è davvero un paese molto debole”). Pilger questa settimana ha scritto:

 

La “Guerra umanitaria” contro la Libia ha dipinto un modello caro ai cuori dei progressisti occidentali, specialmente sui media. Nel 1999, Bill Clinton e Tony Blair hanno mandato la NATO a bombardare la Serbia perché, mentirono, i Serbi stavano commettendo un “genocidio” etnico contro gli albanesi nella provincia secessionista del Kosovo.

 

David Scheffer, ambasciatore Americano itinerante per i crimini di Guerra (sic!), sostenne  che “225.000 persone di etnia albanese tra i 14 e i 59 anni” avrebbero potuto essere stati uccisi. Sia Clinton sia Blair evocarono l’olocausto e lo “spirito della Seconda Guerra Mondiale”.

 

Gli alleati eroici degli occidentali erano l’Armata di Liberazione del Kosovo (KLA), il cui passato criminale venne messo da parte. Il Segretario Britannico per gli Esteri, Robin Cool, disse loro di contattarlo in qualsiasi momento sul suo telefono cellulare.

 

A bombardamenti NATO finiti, e con la maggior parte delle infrastrutture serbe in rovina, insieme alle scuole, gli ospedali, i monasteri e alla stazione della TV pubblica, il team internazionale forense entrò in Kosovo per trovare le prove dell’”olocausto”. L’FBI non fu in grado di trovare neanche una sola fossa comune, e se ne tornò a casa. Il team forense spagnolo fece lo stesso, con il suo leader che denunciò con rabbia “una piroetta semantica della macchina di propaganda di guerra”.

 

Un anno dopo, un tribunale delle Nazioni Unite in Jugoslavia annunciò il conto finale dei morti in Kosovo: 2.788. Il conto includeva i combattenti di entrambe le fazioni e i Serbi e i ROM uccisi dal KLA. Non c’era stato alcun genocidio. L’”olocausto” era un balla. L’attacco NATO era stato illegittimo.

 

Espandere i mercati

 

Dietro la bugia, c’era una motivazione seria. La Jugoslavia era un caso unico, una federazione indipendente e multi-etnica che era resistita nel suo ruolo di ponte politico ed economico durante la Guerra Fredda. La maggior parte delle sue utilities e delle sue fabbriche erano di proprietà pubblica. Ciò non era accettabile per la Comunità Europea in espansione, specialmente per la Germania appena riunita, che aveva cominciato un’espansione ad Est per accaparrarsi il suo “mercato naturale” nelle province jugoslave di Croazia e Slovenia.

 

Quando gli europei si riunirono a Maastricht nel 1991 per stendere i loro piani per la disastrosa eurozona, fu sancito un accordo segreto; la Germania avrebbe riconosciuto la nazione della Croazia,  la Jugoslavia era condannata.

 

A Washington, gli USA fecero sì che all’economia jugoslava in difficoltà venissero negati i prestiti della Banca Mondiale. La NATO, che a quel punto era quasi una reliquia della Guerra Fredda ormai morta, fu rimessa in piedi col ruolo di esecutore imperialista. Ad una conferenza di “pace” sul Kosovo del 1999 a Rambouillet, in Francia, i Serbi furono vittime delle tattiche subdole dell’esecutore.

 

 L’accordo di Rambouillet includeva un Annesso B segreto, che la delegazione USA inserì solo l’ultimo giorno. Questo richiedeva l’occupazione militare dell’intera Jugoslavia – un paese con brutti ricordi dell’occupazione nazista – e l’implementazione di una ”economia di libero mercato” con la privatizzazione di tutti gli asset governativi. Nessuno stato sovrano avrebbe potuto accettare. La punizione seguì a ruota: le bombe NATO caddero su uno stato inerme. Era nato il precursore delle catastrofi in Afghanistan e Iraq, Siria, Libia e Ucraina.

 

Leggete anche questo.

 

Jack Cashill scrive:

 

La Commissione di Bengasi della Casa Bianca potrebbe voler chiedere prima di tutto come gli USA siano stati coinvolti in Libia. Quello che scopriranno è che Barack Obama ha preso in prestito una pagina del libro degli schemi di Bill Clinton riguardo al Kosovo, un esercizio letale di falsità ineguagliato nella storia americana recente. […]

 

Nel 1999, le autorità serbe stavano tentando di sopprimere un’insurrezione dell’etnia musulmana albanese nella provincia del Kosovo della loro nazione che si stava frantumando. Come Obama, il presidente Bill Clinton non si era preoccupato di chiedere l’approvazione del congresso prima di scatenare la potenza aerea americana.

 

Per ottenere il consenso dell’opinione pubblica, Clinton e i suoi iniziarono una campagna tambureggiante a base di fosse comuni, pulizia etnica, e genocidio. Come in Libia, non c’era altra giustificazione per questa guerra, oltre che prevenire un genocidio. […]

 

Il Presidente Clinton paragonò quanto fatto dei serbi in Kosovo al “genocidio” tedesco degli ebrei durante l’Olocausto e assicurò all’America che “decine di migliaia di persone” erano state uccise.

 

Prima della guerra, tuttavia, i team internazionali non riuscivano a trovare tracce di genocidio. I morti di etnia albanese erano contati in centinaia, non in centinaia di migliaia. […]

 

Nel 2001, una corte delle Nazioni Unite decretò che “le truppe serbe non perpetrarono un genocidio contro le persone di etnia albanese”.

 

William Blum scrive:

 

Il Kosovo, in larga maggioranza musulmano, era una provincia della Serbia, una delle principali repubbliche dell’ex Jugoslavia. Nel 1998, i separatisti kosovari – i KLA – iniziarono un conflitto armato con Belgrado per separare il Kosovo dalla Serbia. Il KLA era stato considerato per anni un’organizzazione terroristica dagli USA, dal Regno Unito e dalla Francia, molti rapporti dicevano che il KLA aveva contatti con al-Qaeda, riceveva da loro le armi, faceva formare le sue milizie nei campi di al-Qaeda in Pakistan e c’erano persino membri di al-Qaeda nelle file del KLA che combattevano i Serbi [RT TV (Mosca), 4 maggio 2012].

 

Tuttavia, quando le forze NATO-USA iniziarono l’azione militare contro i serbi, il KLA fu depennato dalla lista USA dei terroristi e “ricevette ufficialmente armi e addestramento da USA-NATO”  [Wall Street Journal, 1 novembre 2001], e la campagna di bombardamento USA-NATO si focalizzò infine sullo scacciare le truppe serbe dal Kosovo.

 

Nel 2008 il Kosovo dichiarò unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia, un’indipendenza talmente illegittima e artificiale che la maggioranza delle nazioni mondiali ancora non l’ha riconosciuta. Ma gli USA furono i primi a riconoscerla, proprio il giorno dopo, sostenendo così la dichiarazione unilaterale di indipendenza di una parte del territorio di un’altra nazione.

 

Il KLA era noto per i suoi traffici di donne, eroina, e parti del corpo umano (sic!). Gli USA ovviamente hanno fatto pressione sul Kosovo perché divenisse parte della NATO e dell’Unione Europea.

 

Nota bene: nel 1992 i musulmani bosniaci, croati e serbi raggiunsero un accordo a Lisbona per creare uno stato unico. Il proseguimento di una Bosnia unificata pareva garantito. Ma gli Stati Uniti sabotarono quell’accordo [Wall Street Journal, 1 novembre 2001].

 

La “Guerra Umanitaria” in Libia

 

Lo stesso accadde durante la guerra “umanitaria” in Libia.

 

Pilger spiega:

 

La sodomizzazione pubblica del presidente libico Muammar Gheddafi con la baionetta di un “ribelle” fu accolta dall’allora Segretario di Stato, Hillary Clinton, con le parole “Venimmo, vedemmo, lui morì” (che fa il verso al famoso “veni, vidi, vici” di Cesare, NdVdE). Il suo assassinio, così come la distruzione del suo paese, fu giustificato con la consueta grossa bugia; stava pianificando “un genocidio” contro la sua stessa gente.

 

"Sapevamo… che se avessimo aspettato un solo giorno in più" dichiarò il Presidente Barack Obama Bengasi, una città grande come Charlotte, avrebbe subito un massacro che sarebbe riverberato per tutta la regione e segnato la coscienza del mondo".

 

Questo era l’inganno prodotto dalle milizie islamiste di fronte alla sconfitta per mano delle forze del governo libico. Dissero alla Reuteres che ci sarebbe stato “un vero bagno di sangue, un massacro come quello che abbiamo visto in Ruanda”. Diffusa il 14 marzo 2011, la bugia diede il la all’inferno scatenato dalla NATO, descritto da David Cameron come un “intervento umanitario”. […]

 

Per Obama, Cameron e Hollande, il vero crimine di Gheddafi era l’indipendenza economica della Libia e la sua intenzione dichiarata di smettere di vendere le riserve di petrolio africane in dollari USA. Il petroldollaro è uno dei pilastri del potere imperiale americano.

 

Gheddafi stava audacemente progettando di fondare una moneta africana legata all’oro, stabilire una banca panafricana e promuovere un’unione economica tra i paesi poveri dotati di risorse preziose. Che questo potesse riuscire o no, il solo pensiero era intollerabile per gli USA, che si preparavano a “entrare” in Africa e corrompere i governi africani con “alleanze” militari.

 

A seguito dell’attacco della NATO, coperto da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, Obama, secondo Garikai Chendu, "confiscò 30 miliardi di dollari dalla Banca Centrale della Libia, che Gheddafi aveva eletto come istituto della banca centrale africana e della valuta africana legata all’oro".

 

La verità su quanto accaduto a Bengasi non è bella:

 

Secondo un rapporto del 2007 del centro occidentale per la lotta la terrorismo, la città libica di Bengasi era uno dei principali quartier generali di al-Qaeda – e la base per mandare i combattenti di Al-Qaeda in Iraq – prima dell’eliminazione di Gheddafi.

 

L’Hindustan Times scrisse nel 2011:

 

“Non c’è dubbio che l’affiliato libico di al-Qaeda, il Gruppo Combattente Islamico della Libia, è parte dell’opposizione”, dichiarò all’Hindustan Times Bruce Riedel, ex funzionario della CIA ed esperto di terrorismo.

 

È sempre stato il peggior nemico di Gheddafi e il suo quartier generale è a Bengasi.[…]

 

Gheddafi stava per invadere Bengasi nel 2011, quattro anni dopo che il rapporto del West Point aveva citato Bengasi come la culla dei terroristi di Al-Qaeda. Gheddafi sosteneva – a ragione, come risultò poi – che Bengasi fosse un fortino di Al-Qaeda e una delle principali fonti della ribellione libica. Ma gli aerei della NATO lo fermarono, e protessero Bengasi.

 

In altre parole, l’unico “bagno di sangue” che sarebbe avvenuto, se a Gheddafi fosse stato concesso di prendere Bengasi, sarebbe stato tra i membri di Al-Qaeda.

 

Cashill scrive:

 

Per il conflitto libico, Alan Kuperman, Democratico e autore di The Limits of Humanitarian Intervention (I limiti dell’intervento umanitario), fece i calcoli che i media si rifiutarono di fare. Appena due settimane dopo la dichiarazione del Presidente sulla Libia, Kuperman sostenne semplicemente che “la migliore evidenza che Gheddafi non progettava un genocidio a Bengasi è che non lo fece nelle altre città che aveva riconquistato”. Citò i dati provenienti dall’Osservatorio dei Diritti Umani di Misurata, una città di 400.000 abitanti che le forze di Gheddafi avevano recentemente ripreso. Lì, in circa due mesi di guerra, erano state uccise solo 257 persone, inclusi i soldati. A titolo di paragone, in Ruanda più di 800.000 Tutsi furono uccisi in soli novanta giorni.

 

Quello che è successo in Libia, ha spiegato Kuperman, è che le forze ribelli, temendo l’imminente sconfitta, hanno simulato una crisi umanitaria. Il 14 marzo, un portavoce dei ribelli dichiarò alla Reuters che se Gheddafi avesse attaccato Bengasi, ci sarebbe stato “un vero bagno di sangue, un massacro come quello che abbiamo visto in Ruanda”. Il 21 marzo, David Kirkpatrick del New York Times scrisse che: ”I ribelli non sentono l’esigenza di aderire alla verità nel creare la loro propaganda, inventano vittorie sul campo inesistenti, sostengono che stanno ancora combattendo in una città chiave giorni dopo che questa è stata presa dalle forze di Gheddafi, e fanno affermazioni enormemente esagerate sul comportamento barbaro di Gheddafi”.

 

Ma tant'è, l’esercito USA aveva già iniziato i bombardamenti. Un mese dopo, Obama metteva anche la sua firma su una lettera che sosteneva che “il bagno di sangue che lui aveva promesso di infliggere ai cittadini della città assediata è stato evitato”. Nel raccontare la favola, il “lui” che faceva la promessa era Gheddafi. In realtà, le sole persone che avevano promesso bagni di sangue erano i portavoce dei ribelli e i leader occidentali. A quell’epoca, Obama doveva ormai sapere che il pretesto per muovere guerra era falso, ma continuò a perseguirla per altri sei mortali mesi.

 

Mentre l’insurrezione montava, gli insorti iniziarono a diffondere il mito che Gheddafi stesse utilizzando mercenari africani. Questa falsità, scrisse il Times, “veniva ripetuta dai ribelli in continuazione”. Aizzati da voci su mercenari neri che perpetravano stupri, imbottiti di Viagra, i ribelli si misero a fare pulizia etnica in  proprio. Patrick Cockburn dell’Indipendent ne fu testimone da vicino. “Ogni libico dalla pelle scura accusato di lottare per il vecchio regime rischiava di avere poche chance di sopravvivenza”, concluse. Obama fece finta di nulla. Questi giovani uomini avrebbero forse potuto avere un aspetto simile a suo figlio, ma non venivano uccisi in un paese diventato campo di battaglia durante l’anno delle elezioni (chiaro riferimento alla vicenda di Trayvon Martin, NdVdE).

 

Il 20 ottobre 2011, i membri della milizia presero prigioniero Gheddafi, lo sodomizzarono con un coltello senza troppi complimenti, e registrarono tutto in un video. Poi buttarono Gheddafi, che ancora respirava, su un camioncino. Quando questo partì, Gheddafi cadde giù. Un Obama a cuor leggero dichiarò in un discorso al Rose Garden, in uno stile a metà tra Keystone Cops e Mad Max: “Le ombre oscure della tirannia sono state eliminate”. Nel rivendicare la vittoria, Obama si batteva per i vincitori e rendeva la Libia una sua storia di successo personale. Ciò avrebbe avuto conseguenze non molto dopo.

 

Se i media mainstream non vedevano l’ora di abbracciare la favola raccontata da Obama, Alan Kuperman non era dello stesso avviso. Nel 2013, mentre scriveva per il giornale di sicurezza internazionale della Scuola Harvard Kennedy, Kuperman distruggeva la rete di inganni che i ribelli siriani e i loro alleati avevano intessuto. “Il più grande inganno riguardo l’intervento della NATO” scrisse Kuperman, “è che questo abbia salvato vite e beneficiato la Libia e i suoi paesi limitrofi”.

 

Di fatto, Gheddafi non aveva attaccato persone che protestavano pacificamente. Erano stati i ribelli a iniziare la violenza, e Gheddafi aveva risposto. Appena sei settimane dopo che la ribellione era iniziata, Gheddafi l’aveva praticamente soppressa al costo di circa  cento vite umane. Poi Obama autorizzò l’intervento NATO. Quell’intervento prolungò la guerra per sei mesi e costò circa seimila altre vite umane. Alla fine della guerra, i ribelli uccisero decine di ex nemici in rappresaglie e esiliarono circa 30.000 africani neri.

 

Le guerre umanitarie significano… sostenere Al-Qaeda?

 

Incredibilmente, sia in Jugoslavia che in Libia, gli americani e i loro alleati sostennero i terroristi di Al-Qaeda, in modo che questi potessero rovesciare il governo.

 

È stato confermato più e più volte che gli USA hanno sostenuto Al-Qaeda per sopraffare Gheddafi.

 

E Cashill scrive:

 

Riforniti e addestrati segretamente dalle SAS inglesi, molti dei “ribelli” sarebbero poi diventatati dell’ISIS, il cui ultimo video pubblicato mostra la decapitazione di 21 cristiani copti che lavoravano a Sirte, la città distrutta per loro conto dai bombardieri della NATO […]

 

Durante l’insurrezione, l’amministrazione Obama ha continuato a incanalare denaro in direzione del Qatar per aiutare le bande armate ribelli libiche.

 

Come scrisse il Times più di un anno dopo gli avvenimenti, “le armi e i soldi provenienti dal Qatar hanno rafforzato i gruppi militanti in Libia, permettendo loro di diventare una forza destabilizzante fino alla caduta del governo di Gheddafi”.

 

In Jugoslavia, il professore di strategia del College Naval War ed ex analista di intelligence della NSA e funzionario del controspionaggio John R. Schindler ha documentato che gli USA hanno sostenuto Bin Laden e altri terroristi di Al-Qaeda in Bosnia.

 

Fa notare Blum:

 

Il primo novembre 2001, meno di due mesi dopo gli attacchi dell’11 settembre, il Wall Street Journal ha dichiarato:

 

“Possiamo tranquillamente affermare che la nascita di Al-Qaeda come forza sulla scena mondiale può essere ricondotta direttamente al 1992, quando il governo musulmano della Bosnia di Alija Izebegovic ha emesso un passaporto nella sua ambasciata di Vienna a Osama Bin Laden… negli ultimi dieci anni i leader più eminenti di Al-Qaeda hanno visitato i Balcani, incluso lo stesso Bin Laden in tre occasioni tra il 1994 e il 1996. L’ex chirurgo egiziano diventato leader terrorista Ayman Al-Zawahiri ha diretto campi di addestramento di terroristi, fabbriche di armi di distruzione di massa e reti di riciclaggio di denaro e di traffico di droghe attraverso l’Albania, il Kosovo, la Macedonia, la Bulgaria, la Turchia e la Bosnia. Tutto questo è proseguito per un decennio”.

 

Pochi mesi dopo, il Guardian scriveva riguardo “l’intera storia dell’alleanza segreta tra il Pentagono e i gruppi radicali islamici del Medio Oriente, imbastita per assistere i musulmani bosniaci – alcuni degli stessi gruppi che il Pentagono sta ora combattendo nella “guerra al terrorismo”.

 

Nel 1994 e 1995 le forze USA/NATO hanno bombardato la Bosnia per danneggiare la capacità militare dei Serbi e migliorare quella dei bosniaci musulmani. Nella decennale guerra civile dei Balcani i Serbi, considerati da Washington “l’ultimo governo comunista in Europa”, sono sempre stati il nemico principale.

 

Guerra umanitaria… un vecchio stratagemma

 

Il concetto di “guerra umanitaria” ha ingannato un sacco di gente per un sacco di tempo.

 

Nell’annunciare la sua invasione della Polonia, Hitler dichiarò:

 

Ho ordinato all’Air Force tedesca di condurre una guerra umanitaria [in Polonia]…

 

Fa notare Michael Mandel:

 

Il concetto di “Guerra umanitaria” avrebbe fatto suonare allarmi nelle orecchie dei redattori della Carta delle Nazioni Unite, come qualcosa di Hitleriano, perché era proprio la giustificazione usata dallo stesso Hitler per l’invasione della Polonia appena sei anni prima.

 

Anche dopo tutti questi anni, il concetto di “guerra umanitaria” inganna ancora i progressisti e i liberali e distrugge posti come la Siria – anche se le cose non finiscono mai bene. E leggete anche questo.