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09/01/18

Politico – La Lettonia, una nazione che sta scomparendo

Politico si occupa della gravissima crisi demografica che ha colpito la Lettonia, portata ad esempio di miracolo economico innescato dall'austerità, da quando è entrata nell'Unione Europea. La bassa natalità, l'alta mortalità, e l'abbandono dei giovani in cerca di opportunità migliori, facilitato dalla libertà di movimento consentita dall'appartenenza alla UE, stanno minacciando l'esistenza stessa del piccolo paese baltico. Indipendentemente dalle ragioni specifiche per le quali l'ingresso nella UE ha avviato l'esodo, viene da domandarsi quale sia il senso di un'appartenenza "europea" che anziché favorire uno sviluppo omogeneo o preferibilmente prioritario per le zone più povere scatena un deflusso di forza lavoro (a basso salario) verso i paesi più ricchi.

 

 

di Gordon J. Sander, 05 gennaio 2018

 

Riga – Atis Sjanits ha un incarico un po’ inusuale per essere un ambasciatore. Il diplomatico lettone infatti non è responsabile delle relazioni con un’altra nazione – ma si deve occupare della diaspora che sta avvenendo nel suo stesso paese.

 

Il compito di Sjanits è quello di reagire all’esodo scatenato dall’entrata della Lettonia nell’Unione Europea. Da quando è entrata nel blocco europeo, infatti, quasi un quinto dei cittadini del paese baltico se n’è andato a cercare lavoro in uno dei maggiori e più ricchi paesi UE: Gran Bretagna, Irlanda, Germania.

 

Nel 2000 la popolazione lettone era di 2,38 milioni di persone. All’inizio di quest’anno era di 1,95 milioni. Nessun altro paese ha avuto un crollo così drastico della propria popolazione – si tratta del 18,2% secondo le statistiche delle Nazioni Unite. Solo la Lituania, paese limitrofo della Lettonia e su una simile traiettoria, con il 17,5% in meno, e la Georgia con il 17,2% in meno, si avvicinano al record lettone.

 

“La realtà è che stiamo vedendo sparire il nostro popolo, e molto velocemente”, ha detto Sjanits in un’intervista nel suo ufficio, all’interno dell’imponente edificio del ministero degli esteri nella capitale.

 

A dire il vero la migrazione economica non è l’unico motivo per il quale la popolazione del paese sta diminuendo. A questo fenomeno contribuiscono anche il tasso di nascite relativamente basso e il tasso di mortalità relativamente alto del piccolo paese baltico.

 

Il risultato finale, dice Sjanits, è nientemeno che una minaccia all’esistenza stessa dello stato lettone. Detto in altre parole, non stanno nascendo abbastanza futuri soldati o futuri contribuenti.

 

“La Lettonia è un paese a bassa densità abitativa”, ha detto Otto Ozols, un importante giornalista e commentatore televisivo. “Andando avanti di questo passo, nel giro di 50 anni o giù di lì la Lettonia potrebbe smettere di essere una nazione”.

 

“Siamo a cinque minuti dalla nostra mezzanotte”, ha detto.

 

L’impatto della crisi demografica lettone è più grave e più evidente nella sua regione più povera, Latgale, nell’angolo sud-orientale del paese, al confine con la Russia. Il salario medio mensile in Lettonia è di 670 euro. Nella regione di Latgale, le persone guadagnano mediamente circa la metà di quella cifra. “Le paghe sono ridicole”, ha detto Aleksandr Rube, giornalista del Latgales Laiks, il giornale locale. “C’è qualcuno che deve chiedersi il perché le persone se ne vogliano andare?”

 

Alcuni giovani si spostano nella capitale, Riga – la cui popolazione è di 640.000 persone, e finalmente ora sta un po’ crescendo dopo un lungo declino. Ma la maggior parte di loro se ne va semplicemente dal paese. Interi quartieri di edifici vuoti a ridosso del centro nel capoluogo regionale di Daugavpils danno alla città il senso di un parziale abbandono.

 

“È fin troppo semplice”, ha detto Rube. “Le frontiere sono aperte, le informazioni sulla vita negli altri paesi UE sono disponibili e tutti le hanno. Per cui molti dei nostri giovani se ne vanno in Inghilterra, in Irlanda o in Germania”.

 

Di solito non tornano più indietro, se non per fare qualche visita.

 

“Io non voglio tornare”, ha detto Irina Sivakova, 22 anni, che è andata in Inghilterra ormai diversi anni fa ed è tornata nella città natale per fare visita alla sorella. “La situazione qui è troppo brutta”. Alla domanda sull’impatto della Brexit sul modo in cui è stata trattata in Gran Bretagna, però, ha ammesso che “a molti britannici noi non piacciamo”.

 

Le persone come Sivakova sono la disperazione di Vladislavs Stankevics, il nonostante tutto ottimista capo dell’ufficio per lo sviluppo economico di Latgale. “Qui ci sono posti di lavoro”, ha detto nel suo ufficio di epoca sovietica in centro città. “Di base chiunque abbia voglia di lavorare ha la possibilità di restare e di trovare un impiego”.

 

Sebbene insista che i salari aumenteranno, ha ammesso che al momento attuale sono piuttosto bassi. “Inoltre”, ha continuato, riferendosi ai giochi militari tra la NATO e la Russia avvenuti in quella zona durante l’ultimo anno, “tutto questo parlare della guerra, che sia vera o no, non rendono la situazione particolarmente attraente per chi vuole restare”. E allontana anche gli investimenti esteri, ha aggiunto.

 

Ci sono segni del fatto che, sebbene la tendenza non dia alcun segno di volersi capovolgere, stia tuttavia perdendo la sua forza. Secondo l’Ufficio Statistico Centrale della Lettonia, il numero di emigrati che sono tornati nel paese natale nel 2016 era del 40%, a confronto di appena il 26-37% dei precedenti tre anni.

 

“Un sacco di gente qui pensa che sia facile andare all’estero e fare un sacco di soldi”, ha detto Svetlana Lonska, che è tornata dopo molti anni e ha avviato con successo una palestra di Zumba fitness. “Io cerco di spiegare a tutti che farsi una vita in un altro paese è molto più difficile di quanto si creda”.

 

Svetlana cerca anche di parlare agli aspiranti emigranti che c’è più vita che denaro. “Sono orgogliosa di aver saputo guadagnarmi da vivere nel mio paese natio e nel luogo dove sono nata. Questo per me ha un significato”.

 

Ciononostante ha ammesso che “la gente continua ad andarsene”.

04/10/17

La Polonia riduce l’età pensionabile, sfidando il trend europeo

Come riporta Reuters, pare che nel mondo sia possibile essere un’economia più piccola di quella italiana, permettersi una propria moneta, crescere a ritmi del 3,9 per cento, fare politiche demografiche attive e addirittura abbassare l’età della pensione. Fortunatamente ci pensano gli austeri banchieri a ricordare a tutti il più grande pericolo per l’umanità, ossia che gli stipendi dei lavoratori crescano troppo velocemente. E che è proprio un peccato che certi governi tengano addirittura fede alle proprie promesse elettorali.

 

Di Marcin Goettig, 1 ottobre 2017

 

Varsavia (Reuters) – Lunedì la Polonia abbasserà l’età pensionabile, onorando una costosa promessa elettorale che il partito conservatore al governo aveva fatto, e andando controcorrente rispetto alle tendenze europee a incrementare gradualmente l’età della pensione, mentre le persone vivono più a lungo e rimangono più in salute.

 

L’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni per le donne e a 65 per gli uomini è un provvedimento caro soprattutto ai sostenitori del governo di centro-destra (sì, avete letto bene, anche in Polonia è il centro-destra a preoccuparsi degli interessi dei lavoratori NdVdE) del Partito della Legge e della Giustizia (PiS), e inverte un provvedimento che l'aveva portata a 67 anni, approvato nel 2012 dal governo centrista allora in carica.

 

Il provvedimento dovrebbe avere impatti immediati limitati sull’economia, che è in fase di boom, ma potrebbe mettere sotto pressione il bilancio statale in futuro.

 

Questa mossa avviene mentre la disoccupazione in Polonia è scesa ai livelli più bassi dai tempi dell’abbandono del comunismo all’inizio degli anni ’90, e potrebbe aumentare la tensione sui salari che stanno già crescendo al ritmo più alto da cinque anni a questa parte (Orrore! I salari crescono e l’età della pensione cala! È proprio vero che fuori dall’eurozona c’è solo l’inferno NdVdE).

 

“Il mercato del lavoro polacco deve affrontare una disponibilità sempre più limitata di lavoratori” ha dichiarato Rafal Benecki, un economista di Varsavia che si occupa dell’Europa Centrale presso ING Bank.

 

La popolazione della Polonia è di 38 milioni di abitanti e sta invecchiando a uno dei ritmi più rapidi all’interno dell’Unione Europea.

 

“Il governo sta buttando via uno degli strumenti più efficaci per aumentare la partecipazione al mercato del lavoro”, ha detto Benecki (commovente come un banchiere si preoccupi che non ci sia abbastanza concorrenza – da parte dei loro nonni - per i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro NdVdE).

 

  • I lavoratori che vengono dall'Ucraina


 

Gli economisti e i banchieri centrali dicono che il crescente afflusso in Polonia di centinaia di migliaia di lavoratori provenienti dall’Ucraina potrebbe ridurre la tensione sui salari (ecco un’altra tendenza che accomuna i banchieri: la tutela degli immigrati quando questi possono fare concorrenza ai lavoratori locali NdVdE).

 

I numeri del ministero del Lavoro mostrano che i datori di lavoro polacchi hanno richiesto più di 900.000 permessi a breve termine per i lavoratori ucraini nella prima metà del 2017, rispetto a 1.260.000 permessi totali nell’anno 2016.

 

“Con l’arrivo di lavoratori dall’Ucraina, finora il problema che alcuni avevano previsto – mancanza di lavoratori, tensioni sul mercato del lavoro – sta diminuendo” ha detto il Governatore della Banca Centrale  Adam Glapinski all’inizio di settembre.

 

Il governo ucraino del partito PiS ha stimato che il costo della riduzione dell’età pensionabile è di circa 10 miliardi di zloty (eh già, perché in Polonia gli euro non ce li hanno, poveri loro… NdVdE), ossia 2,74 miliardi di dollari, nel 2018, all’incirca lo 0,5 per cento del PIL.

 

Da quando è andato al potere, nel 2015, l’attuale governo ha velocemente aumentato la spesa pubblica per tenere fede alle promesse elettorali di aiutare le famiglie e ridistribuire i frutti della crescita economica in modo più equo (già scorgiamo gli austeri anti-populisti nostrani scuotere la testa con veemenza di fronte a questi sciagurati provvedimenti NdVdE).

 

Nonostante la crescita della spesa pubblica, il bilancio pubblico ha registrato il primo surplus da più di due decenni nel periodo gennaio-agosto, principalmente grazie a un intervento governativo contro l’evasione fiscale e grazie ai bonus concessi per i nuovi nati, che hanno alimentato i consumi (intollerabile: non solo la Polonia fa politiche di aiuto alle famiglie per risolvere i problemi demografici, ma addirittura osa sfruttare il moltiplicatore keynesiano! NdVdE).

 

La crescita economica ha raggiunto il 3,9 per cento nel secondo trimestre, ma gli economisti avvertono che l’aumentato costo delle pensioni potrebbe causare problemi, se l’economia dovesse rallentare.

 

“Sono preoccupato di quello che succederà quando il ciclo economico si invertirà” dice Marcin Mrowiec, capo economista presso Bank Pekao.

 

“Potremmo svegliarci con salari superiori a quelli che le società possono permettersi e… spese permanentemente più alte per le pensioni” (fortunatamente invece, nell’eurozona potremo affrontare la prossima recessione con una disoccupazione vicina ai massimi storici, un’età pensionabile sulla soglia della demenza senile e uno stato sociale che ha fatto passi indietro di decenni. Evviva! NdVdE).

 

 

15/07/17

Bloomberg - I poveri italiani triplicati in un decennio, mentre l'economia crolla

Da Bloomberg, una foto impietosa della relazione tra crisi demografica e crisi economica italiana, basata sul rapporto Istat pubblicato questa settimana. Dopo aver perso il 25% della produzione industriale nella crisi più profonda dalla Seconda Guerra Mondiale, con la disoccupazione ufficiale all'11% e la popolazione in povertà assoluta triplicata nell'ultimo decennio e arrivata a quasi 5 milioni di persone, non è difficile capire perché gli italiani facciano meno figli: fare un figlio significa diventare poveri. La demografia è ormai il nuovo campo della lotta di classe in Italia.

 

di Lorenzo Totaro e Giovanni Salzano, 13 luglio 2017

 

 

 

Gli italiani che vivono al di sotto del livello di povertà assoluta sono quasi triplicati nell'ultimo decennio, mentre il paese attraversava una doppia recessione di durata record.

 

L'agenzia statale di statistica, Istat, oggi ha dichiarato che i poveri assoluti, ovvero coloro che non sono in grado di acquistare un paniere di beni e servizi necessari, hanno raggiunto i 4,7 milioni l'anno scorso, dai quasi 1,7 milioni nel 2006. È il 7,9% della popolazione, e molti di questi poveri sono concentrati nelle regioni meridionali dell'Italia.

 

[caption id="attachment_12020" align="alignnone" width="1024"] Italia più povera. Gli italiani che non possono permettersi un livello accettabile di vita sono quasi triplicati dal 2006. Percentuale di povertà assoluta.[/caption]

 

Mentre l'Italia tra il 2008 e il 2013 attraversava la sua più profonda recessione, e quindi la più lunga, dalla Seconda Guerra Mondiale, più di un quarto della produzione industriale nazionale è stato spazzato via. Nello stesso periodo, anche la disoccupazione è aumentata, con il tasso di disoccupazione cresciuto fino al 13% nel 2014, partendo da un livello basso, del 5,7%, nel 2007. La disoccupazione era all'11,3% nell'ultima rilevazione di maggio.

 

Per decenni l'Italia ha lottato con un basso tasso di fertilità: solo 1,35 bambini per donna rispetto a una media di 1,58 in tutta l'Unione Europea a 28 paesi nel 2015, l'ultimo anno per il quale sono disponibili dati comparabili.

 

"Il rapporto sulla povertà mostra che è inutile domandarsi per quale motivo ci siano meno neonati in Italia", ha dichiarato Gigi De Palo, presidente del Forum delle Associazioni Familiari. "Fare un figlio significa diventare poveri, sembra che in Italia i bambini non siano visti come un bene comune".

 

Il numero di poveri assoluti è aumentato l'anno scorso tra le classi sociali più giovani, raggiungendo il 10% nel gruppo di quelli tra i 18 e i 34 anni. Il rapporto Istat ha mostrato anche che tra i più anziani è sceso, arrivando al 3,8% nel gruppo degli ultra65enni.

 

All'inizio di quest'anno, il Parlamento italiano ha approvato un nuovo strumento contro la povertà chiamato "reddito di inclusione", che sostituisce le misure esistenti per il sostegno al reddito. Sarà utile a 400.000 famiglie, per un totale di 1,7 milioni di persone, secondo quanto riferisce Il Sole 24 Ore citando documenti parlamentari. Il programma quest'anno sarà finanziato con risorse per circa 2 miliardi di euro, che dovrebbero salire a quasi 2,2 miliardi di euro nel 2018, secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore.

 

Anche l'incidenza della povertà relativa in Italia, calcolata sulla base della spesa media di consumo e che interessa un numero di persone più grande, è aumentata l'anno scorso.

 

Secondo  il rapporto dell'Istat, gli individui poveri in termini relativi sono quasi 8,5 milioni, il 14% della popolazione, con una incidenza maggiore nelle famiglie con un numero maggiore di bambini e nei gruppi di età inferiore ai 34 anni.