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10/02/19

Münchau - Il colpo di testa di Macron e la crisi franco-italiana

Su Eurointelligence, Wolfgang Münchau offre una piccola rassegna stampa e commenta in prima persona la recente crisi diplomatica tra Francia e Italia. Anche agli occhi degli europeisti convinti, come è Münchau,  l a  mossa di Macron sembrerebbe, per modalità e tempi, un vero e proprio colpo di testa fatto per motivi di politica interna, ed evidenzia la sua debolezza politica e la sua inadeguatezza per il ruolo. Non solo, infatti, compatta il governo italiano, ma toglie anche al presidente francese ulteriore credibilità come leader del fronte europeista alle prossime elezioni europee. Anche gli europeisti convinti dunque non esitano più a definirlo un buffone.

 

 

di Wolfgang  Münchau, 8 febbraio 2019

 

 

La Francia ha richiamato il suo ambasciatore in Italia, una mossa che non ha precedenti dalla Seconda Guerra Mondiale. La causa scatenante è stata l'incontro tra Luigi Di Maio e i gilets jaunes, ma in gioco c'è molto di più.

 

Di Maio e Matteo Salvini stanno attaccando Emmanuel Macron da mesi. Fino ad ora il presidente francese ha ignorato questi attacchi considerandoli insignificanti e ha ribadito che tratta soltanto col primo ministro italiano. Cosa è cambiato? Elevare una crisi politica ad affare di stato è una mossa alquanto straordinaria, che avrà conseguenze politiche. Macron ci ha riflettuto?

 

Per prima cosa esaminiamo la causa scatenante: Di Maio si è incontrato con membri della lista di Ingrid Levavasseur e di un altro dei rappresentanti più espliciti dei gilets jaunes, il controverso Christophe Chalencon. Di Maio ha quindi postato una foto tutti insieme in un tweet entusiasta su Twitter. La Levavasseur non c'era, aveva anche avvertito che Di Maio stava pregiudicando il progetto su cui stavano lavorando e ha ribadito che, anche se erano presenti dei membri della sua lista, la lista non c'entra niente. Quindi questa foto è soltanto un po' di fumo negli occhi, destinato agli elettori Cinque Stelle? La strategia di fomentare il risentimento contro il presidente francese può essere un modo per aumentare la sua visibilità in vista delle elezioni europee? Secondo il canale televisivo italiano La 7, la settimana scorsa Giuseppe Conte avrebbe detto ad Angela Merkel che Di Maio punta ad attaccare la Francia per recuperare il terreno perso in vista delle elezioni europee, poiché è rimasto indietro rispetto a Salvini che ha già dalla sua parte il tema dell'immigrazione.

 

Adesso che Macron ha risposto in modo così pesante, il gioco è cambiato. Il fatto che Chalencon abbia invocato un colpo di stato militare nelle prime settimane dei jilets jaunes aiuta il governo francese a sostenere la tesi per cui questo, dopo tutto, è un affare di stato. Ma non ci sembra un collegamento essenziale. Lo stesso ambasciatore è rimasto sorpreso dalla mossa di Macron di richiamarlo a Parigi. Les Echos cita un ex-ambasciatore in Italia che la considera una reazione eccessiva e pensa che sarà di breve durata.

 

Cosa ne viene a Macron? A livello europeo, Macron può sperare di rianimare il suo fronte anti-populista. Manda un'immagine forte, di un presidente che agisce se provocato. Gli elettori francesi di destra che lo hanno considerato troppo remissivo nei confronti degli interessi tedeschi col trattato di Aachen potrebbero rallegrarsi di questa risposta vigorosa all'Italia.

 

Ma questa messa in scena avrà effetti duraturi? Non gli si ritorcerà contro se cercherà egli stesso di formare un'alleanza transnazionale per le elezioni europee?

 

C'è un intento strategico dietro la decisione di Macron?

 

Non si può negare che la decisione francese di richiamare il suo ambasciatore dall'Italia rappresenti una grave crisi europea. Come ricordano i giornali italiani, questa è la prima volta che accade dal 1940 - quando si verificò per ovvie e differenti ragioni. I media italiani riportano che la decisione non è stata preceduta da una telefonata. Il ministro degli esteri lo ha appreso da un comunicato stampa, come chiunque altro. L'effetto immediato della mossa di Emmanuel Macron è quello di creare coesione tra il governo italiano e i suoi critici. Prendete Lucia Annunziata, direttrice dell'Huffington Post Italia e nota ospite dei talk show televisivi, una persona che abbiamo sempre reputato vicina a Matteo Renzi. Di seguito la sua analisi di stamani:

 

"Improvvisamente, in un primo pomeriggio qualunque di febbraio, siamo entrati in "guerra" con la Francia. Ma il conflitto arriva in un precipitare di dichiarazioni, risposte, e ragioni esposte e negate, che si susseguono in un percorso affrettato, imprevisto, caotico: nessun passo formale fra i governi delle due nazioni, nessun passaggio istituzionale o telefonata fra i vertici dei due paesi. Precipitiamo in uno scontro frontale Italia-Francia per via extraistituzionale, come se si trattasse di uno scontro fra due partiti. Che, alla fine, è esattamente quello di cui si tratta: due campagne elettorali che si incrociano e che esplodono nello spazio comune europeo."


 

Annunziata non si schiera con le tattiche di Luigi Di Maio, ma riserva gran parte della sua critica a Macron. Considera la sua decisione un segno di debolezza, visto il fallimento nel procurarsi il necessario sostegno alla sua visione europea.

 

In Italia, la generale reazione politica è stata contenuta. Il Primo Ministro Giuseppe Conte ha detto di essere semplicemente sbalordito - senza parole, più che arrabbiato. I politici Cinque Stelle hanno interpretato la reazione di Macron come un colpo di cannone che dà inizio alla campagna per le elezioni europee, e promettono di farlo anche loro. La Lega ha cercato di prendere le distanze dai Cinque Stelle, mentre la rivalità tra i due partiti cresce in vista delle elezioni europee. E, come suggerisce un articolo del Corriere di stamani, questo conflitto ha risollevato il profilo pubblico dei Cinque Stelle,  rimasto sotto tono rispetto a quello della Lega. In un colpo solo, i Cinque Stelle sono di nuovo sulla ribalta.

 

Nikolas Busse offre una prospettiva diversa nel suo commento sul Frankfurter Allgemeine. Non si concentra tanto sul fatto che Macron abbia ragione o torto ad agire in questo modo, quanto sull'impatto negativo che i populisti italiani hanno già avuto sulla cultura del dialogo politico in Europa. L'intera idea dell'integrazione europea è quella di risolvere le differenze legittime in modo civile, attraverso le negoziazioni. Quando un ministro italiano dialoga con dimostranti violenti, incluso un uomo che invoca una dittatura militare in Francia, ha attraversato una linea rossa. I teppisti di destra e di sinistra in Europa sono riusciti a distruggere le relazioni bilaterali tradizionalmente buone tra gli stati membri, in un breve periodo di tempo.

 

Scrive Wolfgang Münchau:

 

Macron ha trasformato un confronto politico transfrontaliero in un confronto tra stati. Supporrei, ma non posso esserne certo, che ci siano altri calcoli dietro questa mossa, oltre a quello che ci è stato detto. Suppongo anche, ma non posso esserne certo, che abbia una strategia d'uscita. Ha considerato se diventerà più facile o più difficile per lui dar vita a un'alleanza in un paese dove non ha alleati naturali nello spettro politico - eccezion fatta per Matteo Renzi, il lupo solitario della politica italiana? Un'altra domanda è come questa storia finirà nei paesi più piccoli della UE, che tradizionalmente sono sensibili alle prepotenze da parte dei paesi UE più grandi. I politici come Sebastian Kurz si schiereranno con il vicino italiano o con Macron?

 

Mi chiedo anche come Angela Merkel consideri questa situazione. Suppongo che Macron non l'abbia nemmeno consultata sulla decisione - poiché non si è nemmeno preoccupato di avvisare né Conte né il Presidente italiano Sergio Mattarella. Mattarella ha agito in modo molto professionale e si è offerto come mediatore nella disputa. Per quale motivo Macron non lo ha cooptato prima di prendere la decisione? La mossa di Macron coincide con un'altra: cancellare la sua partecipazione alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco per concentrarsi sui temi interni. Sono solidale con la posizione francese sul Nord Stream 2, ma non è stupido attaccare l'Italia e la Germania nello stesso giorno? In Inghilterra, ricordo che fino a non molto tempo fa il concetto di "diplomazia tedesca" era considerato un ossimoro. In questi giorni, se volete vedere reazioni diplomatiche impulsive, dovete guardare a sud delle Alpi e a ovest del Reno. La modalità delle decisione, la mancanza di coordinamento e la breve cronistoria della presidenza Macron mi portano a concludere che sia stato un atto impulsivo, fatto nel contesto della politica interna, senza alcuna considerazione per il bene e gli interessi della UE. La tragedia degli europeisti come noi è che il nostro rappresentante politico più illustre nella UE agisce come un buffone.

 


10/08/17

Politico - Quel che Trump dovrebbe conoscere della storia della Corea del Nord

Lungi dall'essere governata da un folle irrazionale, nella recente crisi con gli USA la Corea del Nord non fa altro che continuare a perseguire il suo obiettivo principale: la riunificazione delle due Coree e la fine dei "principi di governo" che da secoli sottomettono la penisola agli equilibri tra le potenze straniere. Un obiettivo strumentale alla dinastia Kim per mettere in secondo piano i propri fallimenti economici, e irrealizzabile perché nessuna tra le grandi potenze nel resto del mondo e in Asia, nemmeno la Corea del Sud, lo vuole. Tuttavia, la via di uscita non è la guerra o il cambio di regime, che innescherebbero esiti imprevedibili, né un illusorio accordo di disarmo nucleare della Corea del Nord, ma consiste nell'incoraggiare i coreani del nord ad accettare il sistema della divisione che caratterizza la penisola dal secondo dopoguerra, aiutandoli assieme alla Cina ad aver successo dentro di esso. Da Politico.

 

di Sheila Miyoshi Jager*, 09/08/2017

 

 

 

Se fino ad ora non fosse stato ufficiale, la Corea del Nord oggi è la più grande crisi di politica estera che l'amministrazione Trump sta affrontando. "La Corea del Nord farebbe meglio a non minacciare ulteriormente gli Stati Uniti. Sperimenteranno fuoco e furia come il mondo non ne ha mai viste", ha detto martedì il presidente Donald Trump durante un incontro sulla dipendenza dagli oppioidi, al suo campo da golf a Bedminster, New Jersey. Il regime di Pyongyang ha risposto con un'altra minaccia delle sue, dicendo che il suo esercito "sta esaminando il piano operativo" per un attacco missilistico nei pressi del territorio statunitense di Guam. Mentre il regime di Pyongyang continua a sfidare le sanzioni internazionali e persevera con i suoi test missilistici, nella penisola il problema della guerra e della pace diventa sempre più urgente. Gli Stati Uniti dovrebbero rischiare la guerra con la Corea del Nord, che in ultima analisi potrebbe portare a una guerra e un caos ancora maggiori nella regione? Dovrebbero perseguire una pace che mantenga intatto un regime dittatoriale, da combattere un altro giorno? Gli analisti, gli esperti e gli osservatori della Corea del Nord a Washington hanno girato intorno a questi punti negli ultimi 15 anni. L'escalation di ieri ci ha scosso dall'impressione che la questione potrebbe andare avanti indefinitamente, irrisolta.

 

Cosa vuole veramente il Nord? E come può Trump affrontare un leader apparentemente così irrazionale? Molti degli odierni commentatori della Corea del Nord possono essere suddivisi in tre campi principali: i Sostenitori del Cambio di Regime, che vogliono sbarazzarsi di Kim; i Grandi Contrattatori, che vogliono un trattato di pace in cambio della denuclearizzazione; e gli Incoraggiatori della Cina, che vogliono che la Cina si assuma il ruolo principale nello spingere la Corea del Nord verso un accordo. Ma tutte e tre le posizioni ignorano qualcosa di importante: una visione di lunga durata della storia della Corea del Nord che comprenda la posizione dei coreani nel mondo e il punto di vista del regime del Nord. Questo passato, rispetto al momento presente, può fornire una finestra più appropriata per comprendere la nostra attuale difficile situazione con la Corea del Nord, e se Trump o i suoi consiglieri non stanno considerando la Corea nel lungo periodo, sono destinati ad unirsi all'interminabile lista di leader che, non comprendendola, l'hanno pericolosamente offesa.

 

L'abbreviazione moderna per la Corea del Nord è il "regno eremita", ma questo non è un capriccio della famiglia Kim: la Corea si è tagliata fuori dal mondo e l'isolamento è diventato il principio cardinale della sua politica estera durante l'anno 1637. Quella data segna la fine delle invasioni Manchu dalla Cina, l'ultima di una serie di catastrofiche guerre straniere nella penisola. Nel 1254, ad esempio, i mongoli massacrarono 200.000 uomini, donne e bambini coreani, poiché si erano imbarcati nella loro politica di fare terra bruciata col fine di rendere la Corea uno stato tributario. Una catastrofe ancora peggiore arrivò dal Giappone alla fine del XVI secolo, quando quasi due milioni di coreani, uno sconcertante 20% dell'intera popolazione, perirono nel tentativo di fermare la campagna giapponese di sottomissione della penisola coreana. I coreani riuscirono a battere i giapponesi, ma solo pochi decenni dopo, furono costretti a sottomettersi alla dinastia cinese Qing, che ha imposto il proprio sistema diplomatico alla nazione coreana. In cambio della protezione militare dei Qing, il re coreano si sottomise al principio di governo del "Servire il Grande", per cui, come Stato tributario, abbandonava il controllo della politica estera del suo paese. Il sistema si rivelò notevolmente stabile: la pace ha regnato sulla penisola coreana per i successivi due secoli e mezzo.

 

Ma l'antico ordine mondiale confuciano cominciò a sgretolarsi alla fine del XIX secolo sotto la pressione delle cannoniere giapponesi e dell'espansione russa. I grandi vicini della Corea cercavano di neutralizzare la minaccia posta dalle altre grandi potenze, assicurandosi il predominio sulla penisola. La risposta della Corea fu di iniziare il pericoloso gioco di metterle l'una contro l'altra. Il gioco intensificò soltanto la reciproca diffidenza e la belligeranza tra le tre potenze che circondano la Corea: la Cina, il Giappone e la Russia. La paura era che, in ogni momento, la Corea avrebbe potuto minare la posizione di una potenza allineandosi con un'altra. Ne seguirono due grandi guerre, la prima guerra sino-giapponese e la guerra russo-giapponese. La "soluzione definitiva" del problema coreano del Giappone - l'eliminazione dell'indipendenza del paese, mettendo la penisola saldamente sotto il controllo giapponese - fu sancita con l'approvazione di una nuova potenza in ascesa: quella del presidente Theodore Roosevelt, gli Stati Uniti d'America.

 

La Corea moderna è il prodotto dell'ultimo grande scontro tra potenze sulla penisola: la guerra coreana. Dopo la seconda guerra mondiale, i leader sovietici e americani hanno accettato di dividere la penisola lungo il 38° parallelo, nella speranza che le due grandi potenze potessero giungere a degli accordi sulla penisola e garantire così una pace praticabile. Questo non avvenne, e ne seguì un'altra guerra. Ma dopo il 1953 l'incerta tregua ha retto. Così la Corea ha sofferto tre basilari "principi di governo" imposti da potenze esterne per assicurare la stabilità della penisola: il principio del "Servire il Grande" sotto i Qing, l'annessione diretta della Corea da parte del Giappone e la divisione della penisola tra gli americani e i sovietici. Sebbene nessuno di questi principi di governo fosse ritenuto soddisfacente dal punto di vista dei coreani, in ogni caso, non avevano altra scelta che accettarli.

 

Il sistema della divisione, legato alla guerra fredda, si è rivelato notevolmente stabile, con un problema fondamentale: ha funzionato molto meglio per il Sud che per il Nord. I coreani del sud hanno prosperato sotto un sistema che garantiva la sicurezza della nazione e la presenza militare degli Stati Uniti come scudo protettivo contro le tre grandi potenze asiatiche e contro le intenzioni aggressive della Corea del Nord. Questo è uno dei motivi per cui nel 1976 il piano del presidente Jimmy Carter per il ritiro delle truppe statunitensi dalla penisola trovò la ferma opposizione di tutti, anche dell'Unione Sovietica e della Cina. Pechino, paranoica sulla minaccia sovietica, vedeva la rimozione delle forze americane come una lusinga ai sovietici perché riaffermassero i loro interessi di lunga data sulla penisola. I sovietici volevano una continua presenza americana in Corea del Sud per impedire a Kim Il Sung di iniziare un'altra guerra.

 

La Corea del Nord, però, non se l'è passata bene sotto il sistema della divisione, per una serie di ragioni politiche ed economiche. Il sistema che ha assicurato una pace praticabile al resto dell'Asia e ha portato prosperità alla Corea del Sud è da lungo tempo considerato dai coreani del nord come il principale impedimento alla realizzazione del destino della loro nazione: l'unificazione della penisola. Da qui, l'interminabile impegno rivoluzionario della Corea del Nord per raggiungere la "vittoria finale" della nazione: una guerra per l'unificazione della patria e la fine dei "termini di pace" imposti dalla divisione.

 

Sembra strano, ma vederla a questo modo è rendersi conto che l'interruzione della pace è stata l'obiettivo strategico principale della Corea del Nord dal 1950, quando ha invaso la Corea del Sud. A partire dalla metà degli anni Sessanta, Kim Il Sung ha avviato una serie di azioni provocatorie contro la Corea del Sud e gli Stati Uniti in un disperato tentativo di incoraggiare una rivoluzione sudcoreana, forzare il ritiro delle truppe americane e raggiungere la riunificazione sotto il suo controllo. I lanci di prova dei missili balistici intercontinentali da parte di Kim Jong Un sono perciò semplicemente un'estensione teatrale di una strategia tutt'ora in corso per portare il caos in un sistema contro cui la Corea del Nord ha inveito per decenni.

 

Non tutti gli esperti della Corea del Nord vedono l'unificazione come obiettivo primario del regime dei Kim, ma è uno che gli stessi coreani del nord si sono costantemente dati come obiettivo principale. Quello che il regime vuole e ha sempre voluto è un trattato di pace con gli Stati Uniti: un grande accordo che porterebbe all'eventuale ritiro delle truppe americane dalla penisola coreana e che potrebbe essere visto come un vero passo verso tale obiettivo. "Se le truppe statunitensi si allontanano dalla Corea del Sud e una figura democratica con coscienza nazionale arriva al potere", ha dichiarato Kim Il Sung durante un discorso nel 1970, "garantiremo fermamente una pace duratura in Corea e risolveremo con successo la questione della riunificazione della Corea tra noi coreani". La retorica del regime di Kim Jong Un non è diversa, quando il 28 luglio ha annunciato il test missilistico con una promessa di "ottenere la vittoria finale". La" vittoria finale" nella propaganda nord-coreana oggi significa la stessa cosa che significava quando Kim Il Sung usò l'espressione alla fine degli anni '40: l'unificazione in una sola Corea.

 

E così lo scontro continuerà. Il regime nordcoreano non sarà mai indotto a barattare le sue armi nucleari, la sua unica merce di scambio. Né sarà represso dalle minacce di un attacco militare o da pressioni economiche da parte di Pechino. L'idea è sempre stata quella di liberarsi dal giogo dei "principi di governo" delle grandi potenze - tutte - per raggiungere la riunificazione e l'indipendenza della Corea ai propri termini.

 

Il problema è che è nell'interesse del resto del mondo mantenere lo status quo: la divisione ha un record di stabilità di 70 anni, e uscirne mette a rischio destabilizzazione la penisola nei termini in cui i critici del piano di ritiro del presidente Carter si espressero 40 anni fa. Anche la Corea del Sud non ha alcun interesse reale nel riunirsi. E la denuclearizzazione della Corea del Nord con la forza - con i bombardamenti o il cambiamento del regime - innescherebbe la guerra su una penisola densamente popolata, le cui conseguenze sarebbero inconoscibili, e terrificanti.

 

Nonostante la posizione ideologica della Corea del Nord, il suo problema contemporaneo non è realmente l'influenza delle grandi potenze: la nazione ha perfino prosperato per un certo tempo come stato cliente dell'Unione Sovietica. Il problema è quanto se l'è passata male nel sistema della divisione, un imbarazzo che costringe il regime a gettare colpe ovunque e a dirigere la sua energia verso obiettivi irraggiungibili e una retorica selvaggia sulla sconfitta degli Stati Uniti. Il mantenimento del sistema della divisione dovrebbe essere il nostro obiettivo dichiarato in modo chiaro, e il modo più sereno per raggiungerlo è quello di lavorare con i cinesi nell'incoraggiare i coreani del nord ad accettare il sistema della divisione e aiutarli ad aver successo dentro di esso. Non è impensabile: l'economia della Corea del Nord, con il tacito incoraggiamento della Cina, sta crescendo.

 

Per gli Stati Uniti, questo significa continuare a dimostrare il nostro costante impegno per la difesa della Corea del Sud, costruendo sistemi difensivi americani e sudcoreani, incluso la schieramento dei quattro elementi THAAD rimanenti in Corea del Sud. Purtroppo, la Corea del Nord è già uno stato nucleare e la prospettiva più ragionevole non è un disarmo violento, o un accordo illusorio, ma un allentamento delle sanzioni - sì, anche per un regime odioso - e il supporto alla guida della Cina nel riportare la Corea del Nord nella famiglia delle nazioni come parte di un paese diviso.

 

*Sheila Miyoshi Jager è professoressa di storia e studi est asiatici all'università di Oberlin e autrice di "Fratelli in guerra: il conflitto ininterrotto in Corea".