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11/12/18

Prime riflessioni sugli "événements de décembre” in Francia

Un breve post sul blog Global Inequality sottolinea due lezioni che possiamo trarre dalla rivolta dei Gilet Jaunes: in primo luogo, l'ipocrisia insita in alcuni aspetti della retorica della "decrescita" (più o meno felice) e dell'ambientalismo, che spesso nasconde un programma di impoverimento generale e di inasprimento delle diseguaglianze; in secondo luogo l'elitismo e la distanza dalla popolazione dei leader incensati dai media in quanto progressisti e vincenti, come Macron e la Clinton. Ora è però necessario vigilare perché il legittimo risentimento popolare non venga dirottato in senso radicale e violento, poiché ciò potrebbe sfociare in un risultato diametralmente opposto.

 

 
Branko Milanovic, 5 dicembre 2018

 

I recenti fatti accaduti in Francia, eventi che visti da fuori appaiono meno drammatici che dall’interno, sollevano due questioni importanti: una nuova, l'altra "storica". È infatti un caso che la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia stata una tassa sul carburante che colpiva soprattutto le aree rurali e suburbane, le popolazioni con redditi relativamente modesti. Apparentemente il punto non era tanto l'entità dell'aumento, ma il fatto che esso ha contribuito a intensificare un sentimento molto diffuso: che oggi, dopo aver già pagato i costi della globalizzazione, delle politiche neoliberiste, della delocalizzazione, della concorrenza con la manodopera straniera più economica e del deterioramento dei servizi sociali, a tutto questo si aggiunga quella che è considerata, probabilmente non in modo del tutto infondato, una tassa elitaria sul cambiamento climatico.

 

Ciò solleva un problema più generale che ho precedentemente discusso nella mia polemica con Jason Hickel e Kate Raworth. I fautori della decrescita, e coloro che sostengono sia necessario prendere provvedimenti drastici per quanto riguarda il cambiamento climatico, sono stranamente evasivi e riservati quando si tratta di precisare a chi toccherebbe sostenere i costi di queste misure. Come ho fatto presente a Jason e Kate durante questa discussione, se fossero seri dovrebbero uscire allo scoperto e dire chiaramente all'opinione pubblica dei paesi occidentali che i loro redditi reali dovrebbero essere dimezzati, e spiegare anche come intendono farlo. Ovviamente i decrescisti sanno che un programma del genere sarebbe un suicidio politico, quindi preferiscono rimanere nel vago e mascherare la questione sotto la retorica "falsamente comunitaria" che [il cambiamento climatico] ci influenzerebbe tutti e che in qualche modo l'economia prospererebbe se tutti prendessimo coscienza del problema - senza mai dirci quali tasse specifiche vorrebbero aumentare o in che modo intendono ridurre i redditi delle persone.

 

La rivolta francese porta ora questo problema allo scoperto. Le classi medie occidentali, già colpite dalle ricadute della globalizzazione, sembrano non voler pagare un’ulteriore tassa sul cambiamento climatico. Si spera che adesso i decrescisti abbiano capito l’importanza di avere piani concreti.

 

Il secondo problema è "storico". È il problema della divisione tra le élite politiche e una parte significativa della popolazione. L’ascesa di Macron si è realizzata su una piattaforma apparentemente anti-mainstream, e il suo eterogeneo partito è stato creato appena prima delle elezioni. Ma le sue politiche sono state fin dall’inizio a favore dei ricchi, una sorta di rivisitazione del thatcherismo. Si è trattato inoltre di politiche molto elitarie, spesso disdegnose dell'opinione pubblica. È alquanto bizzarro che questa presidenza, per sua stessa ammissione "napoleonica”, sia stata glorificata dalla stampa liberal, in particolare quella di lingua inglese, sebbene la sua politica interna fosse fortemente pro-capitalistica, e quindi non dissimile da quella di Trump. Ma poiché la retorica internazionale di Macron (ma solo la retorica) era anti-Trump, la sua politica interna passava in secondo piano.

 

In più, poco saggiamente, Macron ha approfondito la separazione tra sé e la gente comune, sia per le sue abitudini patrizie che per la tendenza a dispensare lezioni paternalistiche, che a volte sono degenerate nell'assurdo (come quando ha passato diversi minuti a insegnare a un bambino di 12 anni il modo corretto di rivolgersi al presidente). Nel momento in cui più che mai i ceti popolari occidentali si aspettavano dai politici che mostrassero almeno un minimo di empatia, Macron ha scelto la prospettiva opposta di colpevolizzare le persone per la loro incapacità di avere successo o di trovare un lavoro (dicendo loro che per fare ciò bastava uscire di casa). Ha quindi commesso lo stesso errore di Hillary Clinton con il suo infelice commento sui "deplorables". Non sorprende che i sondaggi sul suo gradimento abbiano subìto un crollo, e, a quanto pare, neanche questi colgono appieno l'entità del disprezzo in cui è tenuto da molti.

 

È in tali condizioni che si sono verificati "gli eventi". Il pericolo è tuttavia che un’ulteriore radicalizzazione, e in particolare se violenta, comprometta i loro obiettivi originari. Non dimentichiamo che le manifestazioni del maggio 1968, dopo aver spinto de Gaulle a rifugiarsi a Baden-Baden, pochi mesi dopo gli consegnarono una delle più grandi vittorie elettorali, a causa della violenza dei manifestanti e degli errori commessi nella gestione di quella grande opportunità politica.

23/11/17

La Germania, l’ambiente e l’ipocrisia

La presunta superiorità tedesca cade anche su un altro tema: le politiche per il clima. Nonostante la Merkel tenti di ergersi a paladina delle politiche ambientali, le sue azioni di governo contraddittorie e ballerine su nucleare e carbone, unite allo sproporzionato peso dell’industria manifatturiera tedesca, condannano la Germania ad essere una delle nazioni più inquinanti del pianeta, con tendenza al peggioramento. Non esiste differenza tra le sue politiche e quelle di Trump, salvo il fatto che l’americano è più sincero a riguardo.

 

 

 

Di Mike Mish Shedlock, 19 novembre 2017

 

Chi ha fatto peggio in tema di ambiente, il Presidente Trump o la Cancelliera tedesca Angela Merkel? Cerchiamo di chiarirlo.

 

Le dichiarazioni di Trump e i suoi risultati

 

Lo scorso 19 settembre, mentre si diceva che Trump avrebbe potuto invertire la rotta riguardo i cambiamenti climatici, la CNBC ha riferito che Trump intende sempre ritirarsi dagli Accordi di Parigi.

 

Ieri il LA Times ha riferito che, mentre l’amministrazione Trump promuove il carbone alle Nazioni Unite, gli stati e le città USA mettono nel mirino i cambiamenti climatici.

 

Politico ha commentato proprio oggi che i colloqui di Bonn riguardo al clima sono sopravvissuti a Trump.

 

È il sottotitolo di Politico che riporta la notizia importante: “La Casa Bianca ha suscitato indignazione sostenendo il carbone, ma i negoziatori USA per lo più hanno mantenuto la vecchia linea tracciata con l’accordo di Parigi del 2015”.


 

Pertanto, a dispetto di tutto il tam-tam mediatico, e a prescindere da quale parte ci si voglia schierare, non è cambiato molto negli USA sulla questione dei cambiamenti climatici.

 

Le dichiarazioni della Merkel e i suoi risultati

 

Secondo il report di Eurointelligence del 16 novembre, la Merkel predica l'adesione agli obiettivi climatici di Parigi, ma le sue politiche non fanno nulla per raggiungerli:

 

“Jasper von Altenbockum sottolinea la monumentale ipocrisia delle politiche ambientaliste di Angela Merkel – a seguito del suo discorso di ieri al summit di Bonn sul clima. Emmanuel Macron è riuscito a prendere l’impegno per la Francia di dismettere la produzione di energia proveniente dal carbone entro il 2020. La ragione per cui Macron è in grado di farlo è la lunga e stabile dipendenza della Francia dall’energia nucleare. La Germania non può fare altrettanto perché la stessa Merkel ha insistito per l’uscita del Paese dall’energia nucleare, e di conseguenza il Paese continua ad affidarsi al carbone. Quindi, la Germania ha fatto tutto al contrario. Ecco perché siamo nella situazione assurda in cui la Merkel condanna Donald Trump per essersi ritirato dagli accordi di Parigi, mentre lei stessa non intraprende le azioni necessarie per onorare i suoi impegni a riguardo.”

 

Antenbockum mette a nudo il fatto che la politica energetica della Germania è un caos totale, con dozzine di riforme che interagiscono l'una con l’altra in maniera misteriosa. Non c’è alcuna possibilità che la Germania riesca a raggiungere le varie soglie obiettivo per il 2030 e il 2050. La ragione, come chiarisce, è che l’intera struttura industriale della Germania – e in particolare l’industria automobilistica – è incompatibile con gli obiettivi degli accordi climatici di Parigi. In altre parole, la Germania ha problemi con gli obiettivi di Parigi molto simili a quelli che hanno gli USA, con la sola differenza che la Germania finge di aderire agli accordi, mentre gli USA no.

 

L’ipocrisisa tedesca sui cambiamenti climatici

 

Il 17 di questo mese, Eurointelligence ci ha offerto questa edizione speciale sul fallimento dei colloqui per la coalizione di governo tra CDU/CSU, i Verdi e FDP (il grassetto è mio):

 

“Una cosa risultata assolutamente chiara durante i colloqui per la formazione della coalizione è che CDU, CSU e FDP desiderano seguire una politica sui cambiamenti climatici del tutto simile a quella di Donald Trump. La sola vera differenza con Trump è che quest’ultimo è stato più onesto a riguardo, ritirandosi completamente dagli accordi di Parigi”.

 

Al momento la Germania è sulla strada di fallire tutti i suoi obiettivi sul clima, sia nel prossimo futuro (2020) sia nel lungo periodo (2030). E la Merkel ha subito un’enorme sconfitta diplomatica ieri al summit sui cambiamenti climatici a Bonn, dove il governo tedesco si è trovato a fronteggiare l’iniziativa di 20 altri paesi, inclusi il Regno Unito, la Francia, l’Italia e il Canada, per un’uscita dalle centrali energetiche alimentate a carbone. Il Canada produce la maggior parte della sua energia dal vento. Il Regno Unito si è impegnato a uscire entro il 2025, ma il carbone rappresenta attualmente solo il 15% della sua produzione energetica. Sarà sufficiente incrementare i settori del gas naturale e del nucleare.

 

Il dilemma della Germania sono, naturalmente, le conseguenze della decisione della Merkel di uscire dalla produzione di energia nucleare entro il 2022, prima di eliminare gradualmente il carbone, come anche il peso notevole della sua industria manifatturiera rispetto alla produzione economica complessiva. Al momento il 40% della produzione energetica tedesca deriva dal carbone. Gli obiettivi climatici richiedono o un’enorme deindustrializzazione, o un cambiamento delle decisioni riguardo l’energia nucleare.

 

Le lotte sui cambiamenti climatici

 

Altra notizia di oggi, secondo Bloomberg il carbone si prende una rivincita nella battaglia ai cambiamenti climatici, dopo che la Germania e la Polonia sono scese in campo per difendere il più sporco dei combustibili fossili.

 

Il carbone è emerso come il vincitore a sorpresa delle due settimane di colloqui sul clima in Germania, con il leader del paese ospitante e della vicina Polonia che si uniscono a Donald Trump per difendere il più sporco dei combustibili fossili.

 

Mentre più di 20 nazioni, guidate da Gran Bretagna e Canada, hanno richiesto di fermare la combustione del carbone, la cancelliera tedesca Merkel ha difeso l’uso del combustibile da parte del suo paese e la necessità di difendere i posti di lavoro delle industrie tedesche.

 

Nel frattempo l’uso continuo ed estensivo di carbone da parte della Polonia ha suscitato preoccupazioni sul fatto che il prossimo incontro, che si terrà nel cuore minerario della Polonia, potrebbe ostacolare qualsiasi passo avanti.

 

Il peso del carbone nella produzione energetica





Questi grafici sono del 2015, presi dall’articolo su “Energy Matters” dell’ottobre 2016 dal titolo “Confronti sull’Energia Primaria nell’Unione Europea e negli USA

 

Nel 2015 la produzione di energia della UE proveniente da carbone era del 20%, contro il 22% degli USA. La Germania è al 40%, e in salita.

 

I posti di lavoro derivanti dal carbone

 

Gli USA possono creare altri posti di lavoro dal carbone senza più usare il carbone.

 

Come?

 

Considerate per cortesia che l’export di carbone USA vola, promuovendo l’agenda energetica di Trump.

 

L’export di carbone USA è aumentato di più del 60% quest’anno a causa di un incremento della richiesta dall’Europa e dall’Asia, secondo quanto riporta Reuters su dati governativi, permettendo all’amministrazione del Presidente Donald Trump di sostenere che gli sforzi per rivitalizzare dalla crisi il relativo settore industriale stanno avendo effetto.

 

L'aumento dell'export giunge mentre l’Unione Europea e altri alleati USA criticavano l’amministrazione Trump e il suo ritiro dagli accordi di Parigi, un patto concordato da circa 200 Paesi per tagliare le emissioni di anidride carbonica derivante dalla combustione di combustibili fossili come il carbone.

 

La più grande centrale a carbone europea

 



 

Stavolta non date la colpa a Trump

 

Deutsche Welle riporta che l’accordo USA-Polonia sull’energia sfida il trend anti-carbone.

 

“Il commerciante di carbone polacco Weglokoks deve ricevere il suo primo carico dagli USA dopo che Donald Trump ha promesso al governo polacco, favorevole al carbone, l’energia USA. La mossa avviene dopo che 19 nazioni hanno firmato un patto per uscire dal carbone”.

 

Diciannove stati della UE hanno firmato questo accordo. La Germania e la Polonia non l’hanno fatto.

 

La Germania è probabilmente uno dei posti più sicuri dove usare energia nucleare, al contrario di regioni soggette a terremoti come il Giappone.

 

Ma la Merkel ha ceduto alle pressioni e ha decretato la fine del nucleare. Il che significa che l’utilizzo tedesco di carbone dovrà aumentare.

 

Possiamo dare la colpa a Trump perché è disposto a vendere carbone USA all’Europa?

 

Anidride carbonica e altri inquinanti

 

Le attenzioni riservate all’anidride carbonica sono decisamente eccessive secondo me. Ma non così altre considerazioni.

 

Il carbone è la più grande fonte di diossido di zolfo, un inquinante maleodorante che produce pioggia acida. Il carbone produce inoltre ossidi di azoto, che possono bruciare il tessuto polmonare e aggravare l’asma.

 

Il carbone inoltre rilascia mercurio e particolato nell’aria. Il mercurio causa danni al cervello (pensate al Cappellaio Matto), mentre il particolato ostruisce la visibilità e contribuisce alla bronchite cronica, all’asma e alla morte prematura.

 

Anche se uno pensa che il riscaldamento globale sia una truffa, ci sono diverse ragioni per essere preoccupati dal carbone.

 

Gasolio contro Benzina

 

Il dibattito tra gasolio e benzina va avanti da tempo. Alcuni punti sono ormai assodati. Il primo è che il gasolio produce un po’ meno anidride carbonica. Il secondo è che gli altri inquinanti del gasolio sono peggiori di quelli della benzina.

 

Ecco qui un estratto del “Conversion Fact Check”: Verifica: le macchine a gasolio inquinano di più di quelle a benzina?

 

Il vecchio piano che coinvolgeva quasi tutta l’UE, di incoraggiare le persone a comprare macchine a gasolio negli anni passati, è un altro esempio della mancata connessione tra le politiche per l’inquinamento dell’aria e quelle per i cambiamenti climatici, e la difficoltà di considerare le emissioni di anidride carbonica in maniera separata dalle altre migliaia di composti che vengono emessi dalle attività umane. Rimpiazzare le macchine a benzina con quelle a gasolio riduce effettivamente le emissioni di anidride carbonica e gli impatti climatici, ma ha chiaramente un impatto ben peggiore sulla salute umana.

 

Gli unici che vanno a gasolio

 

C’è rimasto solo un paese  a sostenere il diesel: la Germania.

 

Non solo la Germania è rimasta molto indietro sui motori a benzina, è indietro anche sulle macchine elettriche.

 

E ricordiamoci da dove la Germania prende l’energia elettrica: dal carbone.

 

Tuttavia, la Merkel ha la sfrontatezza di criticare Trump riguardo all’ambiente mentre nel frattempo l’UE importa carbone americano.

 

La Merkel ha superato il suo apice

 

L’apice della Merkel è arrivato e se ne è andato ormai da tempo. È avvenuto con la crisi dei rifugiati.

 

Potrebbe non sopravvivere a questo caos. Se i Verdi e la CSU non riescono a scendere a patti, nuove elezioni potrebbero essere all’orizzonte.

 

Per i dettagli a riguardo si veda anche: “Uragano in Germania: la coalizione è sul punto di collassare. Nuove Elezioni?”.

 

05/06/17

L'accordo sul clima di Parigi non è uno studio scientifico, è un documento politico


Al di là delle polemiche dell'ultimo periodo sulla decisione di Trump di ritirarsi dagli accordi sul clima di Parigi, esistono motivazioni oggettive per essere alquanto scettici su un accordo opaco, di dubbio valore scientifico, che rischia di essere l'ennesimo strumento di austerità artificiale a detrimento della popolazione mondiale. Questo articolo, tratto da Zero Hedge  e suggerito nel post di Orizzonte 48 sul TINA dell'accordo di Parigi,  illustra alcuni tra i temi generalmente assenti dalle discussioni pubbliche sul clima e sull'opportunità ed il rapporto costi-benefici di adottare le misure prescritte dall'accordo. Qui un ulteriore approfondimento sulla pretestuosità dell'argomento ecologico, brandito a giustificazione di nuovi preoccupanti schieramenti geopolitici (da leggere con tutti i link).  

 

 

 

di Tyler Durden, 2 giugno 2017

 

Traduzione di Margherita Russo

 

Redatto da Ryan McMaken via The Mises Institute

 

A seguito della dichiarazione dell’amministrazione Trump a proposito della sua intenzione di tirarsi fuori dall’accordo di Parigi sul clima, alcuni critici hanno affermato che chiunque apprezzi la "scienza" avrebbe sostenuto l’accordo.

 

Non a caso, Neil deGrasse Tyson si è precipitato dire che Trump è a favore del ritiro perché la sua amministrazione "non ha mai imparato cos’è la Scienza né come e perché funziona.

 

 



 

 

 

Ma che c’entra la “Scienza” (che Tyson per qualche motivo scrive in maiuscolo) con tutto ciò?

 

Che Tyson ritenga il riscaldamento globale un problema è cosa ben nota. Sappiamo inoltre che molti altri fisici sono della stessa opinione.

 

Tuttavia, da ciò non consegue logicamente che trovarsi in accordo con Tyson sulla questione dei cambiamenti climatici debba necessariamente significare essere a favore dell’accordo di Parigi sul clima.

 

Dopo tutto, l’accordo di Parigi sul clima non è uno studio scientifico. È un documento politico che stabilisce una specifica agenda di politiche pubbliche.

 

Essere o meno d’accordo con il contenuto dell’accordo può essere un indizio sulle proprie opinioni sulla scienza del clima. Oppure no. Si può anche essere d’accordo sull’esistenza del cambiamento climatico e sul ruolo preponderante degli esseri umani nel fenomeno. Ma un consenso a tal proposito non implica necessariamente che si debba essere d’accordo anche con le politiche delineate nel documento di Parigi.

 

Si tratta di due fenomeni completamente indipendenti.

 


Scienza e politica non sono la stessa cosa


 

Questo punto può essere ulteriormente chiarito con un’analogia:

 

La ricerca scientifica ci dice che l’obesità fa male alla salute. Immaginiamo allora che, per contrastare l’aumento del tasso di obesità, un gran numero di politici si incontrino e firmino un accordo — chiamiamolo il Patto di Londra per Contrastare l’Obesità (London Obesity Avoidance Deal, o LOAD). I politici a favore sostengono che il patto ridurrà l’obesità e che il mancato rispetto dell’accordo comporterà una crisi sanitaria per l’umanità.

 

Allora vuol dire che qualsiasi politico che rifiuti di firmare l’accordo è un un “negazionista dell'obesità”? La mancata approvazione dell’accordo dimostra forse che i dissidenti non credano che l’obesità sia un problema?

 

Chiaro che no.

 

Chiunque rifiuti di firmare l’accordo potrebbe essere dell’idea che il LOAD faccia ben poco per ridurre effettivamente l’obesità. Oppure, i dissidenti potrebbero ritenere che, nell’imposizione delle sue direttive, il patto ometta di confrontare adeguatamente costi e benefici. Gli oppositori potrebbero ritenere che “la cura sia peggio del male.”

 

In ogni caso, dissentire dal patto non è lo stesso che negare l’esistenza dell’obesità o la scientificità degli studi in materia.

 

 

Il problema con Parigi


 

Lo stesso vale per l'accordo di Parigi. Coloro che non lo condividono potrebbero anche dissentire — e probabilmente dissentono — dalle specifiche disposizioni del patto che possano effettivamente risultare più costose per la gente, ma non dal presunto riscaldamento globale in sé.

 

Invece, fisici come Tyson — quelli, cioè, che non sanno nulla di economia o di scienze politiche — credono che le politiche pubbliche funzionino come i trucchi di un prestigiatore. Un gruppetto di politici si incontrano, dichiarano di voler risolvere il problema X, ed il problema X magicamente viene risolto, basta solo che tutti appoggino la “soluzione”.

 

E se le indicazioni politiche dei delegati di Parigi fossero sbagliate? Oppure, se la cura si rivelasse peggio della malattia?

 

L’accordo dovrebbe presumibilmente migliorare l’esistenza degli esseri umani del mondo reale, migliorando il loro tenore di vita.

 

Se ciò fosse vero, l’accordo di Parigi dovrebbe realizzare parecchie cose:

 

1. Essere scientificamente fondato.


2. Prevedere con accuratezza gli effetti dei cambiamenti climatici sugli standard di vita.


3. Sostenere politiche pubbliche che agiscano per mitigare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici sugli standard di vita.


4. Essere in grado di dimostrare che queste politiche pubbliche riescano a mitigare di fatto gli effetti del cambiamento climatico.


5. L’accordo deve dimostrare che i costi delle stesse politiche pubbliche auspicate siano inferiori ai costi del cambiamento climatico.


 

Se l’accordo di Parigi non consegue alcuni di questi risultati, è da rigettare. Se l’effetto netto dell’accordo consiste nel rendere le persone più povere, si tratta di un accordo senza valore.

 

Ora, senza in alcun modo voler giudicare la scienza del clima in sé stessa, si nota subito che basta dare un’occhiata all’accordo di Parigi per poterlo tranquillamente rigettare sulla base dei punti numero due, tre, quattro e cinque nella nostra lista. (ma anche la sua base di scientificità risulta controversa, ndVdE)

 

Dopo tutto, l’accordo si basa su previsioni politiche altamente speculative. Si cerca di fare previsioni sull’economia globale con decenni di anticipo (un’impresa notoriamente inaffidabile) e non si tiene seriamente conto dei costi reali dell’imposizione di costi energetici notevolmente superiori su gran parte delle classi meno abbienti e lavoratrici — che è proprio ciò che l’accordo farebbe.

 

In realtà, l’accordo non fa neanche menzione del costo che le famiglie si troverebbero ad affrontare in seguito ai maggiori costi energetici previsti dall’accordo. Gli unici costi menzionati sono i costi di adattamento ai cambiamenti climatici. In altre parole, l’accordo sembra dare per scontato che non vi siano svantaggi per le famiglie nelle disposizioni dell’accordo. E questo è un importante campanello d’allarme.

 

Si ignora anche il costo opportunità dell’adozione dell’accordo. Nel mondo reale l’adozione delle indicazioni politiche dell’accordo finirebbe per rallentare la crescita, poiché ridurrebbe l’accesso a risorse energetiche essenziali. Oltre a ridurre la ricchezza delle famiglie, si avrebbe una diminuzione delle entrate fiscali. I soldi spesi in maggiori costi energetici sono soldi che non possono essere spesi per altre cose — come le cure mediche, e la ricerca di tecniche di agricoltura più efficienti. Ciononostante, l’accordo prevede contemporaneamente una massiccia redistribuzione della ricchezza e ingenti somme di spesa pubblica in vari programmi come “preparazione alle emergenze” ed “assicurazioni” governative addizionali per coprire gli effetti dei disastri naturali.

 

Quindi l’accordo prevede maggiori spese, mentre riduce la capacità dei settori sia pubblico che privato di sostenere quelle stesse spese. Si tratta di un’impresa autolesionista.

 

Un altro costo opportunità consiste nell’impatto sulla produzione di acqua dolce. Come facevo notare in un articolo del 2015:

 

"Un secondo fattore del fabbisogno energetico è l’acqua dolce. La siccità in California ha riportato all’attenzione come l’acqua dolce sia una risorsa scarsa, anche se il governo preferisce non considerarla tale. Ma se una popolazione più numerosa ha bisogno di più acqua, l’acqua dolce può essere prodotta utilizzando energia tramite desalinizzazione ed acquedotti a pompa.


Oggi tali schemi sono in larga parte ancora anti-economici perché il problema della scarsità d’acqua si può generalmente risolvere con mezzi meno dispendiosi, come l’importazione di derrate alimentari da zone più umide, e con sistemi idrici più economici basati prevalentemente sulla gravità.


In futuro, però, quando l’acqua sarà sempre più scarsa per via della crescita demografica, la risposta più logica sarà certamente guardare a soluzioni a maggiore intensità energetica.


Centralizzando e limitando artificialmente l’utilizzo energetico, tuttavia, l’intenzione della lobby del riscaldamento globale sembra essere quella di aumentare i costi di trattamento dell’acqua, e, limitandone l’uso, di inibire anche il progresso tecnologico, impedendo l’esperienza pratica dell’utilizzo di tecniche di trattamento dell’acqua e di produzione di acqua dolce."


 

I sostenitori dell’accordo sul clima di Parigi potranno sicuramente controbattere che le disposizioni dell’accordo in qualche modo eviteranno magicamente la necessità di spendere di più per avere acqua pulita in futuro, grazie ad una riduzione delle temperature globali. Ma sulla base di quali prove? Forse in base ad un modello informatico di ciò che potrebbe accadere tra alcuni decenni?

 

Con delle prove talmente inconsistenti, è facile vedere come sarebbe più saggio continuare con le attuali politiche, che possono verosimilmente darci l’uovo oggi — piuttosto che la fantomatica gallina domani di cui l’accordo di Parigi si limita a vagheggiare.

 

Sappiamo già che possiamo aiutare i poveri oggi con energia a basso costo, una maggiore capacità produttiva, ed un’economia più robusta. L’accordo di Parigi promette soltanto di aiutare un’ipotetica popolazione futura sulla base di un regime di politiche pubbliche puramente teorico e mai testato.

 

La prudenza suggerirebbe quindi di scegliere la prima alternativa.

 

Per di più, molti tra gli stessi lobbisti del riscaldamento globale negano che l’accordo di Parigi possa in ogni caso avere un effetto significativo nel ridurre le temperature. La prudenza detterebbe dunque di rinnovare l’interesse negli investimenti tecnologici ed in misure per alleviare la povertà (come incoraggiare il commercio e gli investimenti) poiché si sa che queste possono aiutare i più poveri adesso. Adottare politiche che limitino la capacità di investire in tali misure — come prescrive l’accordo di Parigi — non farebbe che peggiorare le cose.

 

Tuttavia, nel fantastico mondo dei fisici e dei climatologi, che non sono in grado di comprendere la complicata realtà dell’economia e delle politiche pubbliche, basta desiderare qualcosa perché si avveri. Se i nostri desideri sono abbastanza intensi, tutti i problemi si risolveranno, dopo tutto quelle brave persone al governo esaudiranno sicuramente i nostri desideri.