08/11/17

USA: un simulacro di democrazia

Questo articolo di Counterpunch denuncia apertamente gli USA come una democrazia finta, votata al dominio militare e capace di tenere soggiogata o destabilizzare buona parte del mondo. Per affrontare la situazione occorre però riconoscere che questo processo non è nato con Trump, ma è in atto da decenni. Lo stesso Obama, proprio perché godeva di credito tra il popolo, è stato particolarmente efficace nel portarlo avanti con grandi danni per la classe media e immensi guadagni per i ricchissimi.

 

 

Di John Steppling, 26 ottobre 2017

 

 

"…una nazione nella quale l’87% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni (secondo un sondaggio del 2002) non è capace di identificare sulla cartina del mondo l’Iraq o l’Iran, e l’11% non riesce nemmeno a indicare gli Stati Uniti (!) non è semplicemente “intellettualmente pigra”. Sarebbe più corretto chiamarla idiota, pronta a essere ingannata e portata a credere qualunque cosa…”


 

Morris Berman


 

 

Non riesco a ricordare alcun momento storico in cui la cultura USA sia stata così compromessa come oggi dal controllo della classe dominante. Hollywood sforna un film razzista o sciovinista o guerrafondaio dopo l’altro. I notiziari sono completamente controllati dalle stesse forze che dirigono Hollywood. La classe liberale ha completamente capitolato di fronte agli interessi di una élite USA sempre più fascista. Tutto questo non è iniziato con Donald Trump. Quantomeno bisogna risalire a Bill Clinton, e in realtà bisogna andare indietro alla fine della Seconda guerra mondiale. La traiettoria ideologica si è formata sotto i fratelli Dulles (uno ex segretario di stato degli USA e l'altro direttore civile della CIA a partire dagli anni ’50, NdVdE) e il complesso industriale  militare – che rappresenta gli interessi degli affaristi USA ed esprime l’esigenza di egemonia globale. Ma una volta collassata l’Unione Sovietica, il progetto ha accelerato e si è intensificato.

 

Un’altra origine può essere identificata con l’operazione fallimentare della Baia dei Porci del 1960, o con l’assassinio di Patrice Lumumba da parte della CIA (e del MI6) nel 1961. Oppure con il discorso di Kennedy del 1962 all’Università Americana che chiedeva la fine della “Pax americana”. Sappiamo cosa è successo a Kennedy subito dopo. Scegliete pure uno di questi incidenti. Ma è stata la caduta dell’URSS a indicare alla classe dominante, la classe dei proprietari, che l’ultimo vero ostacolo alla dominazione globale era stato rimosso. Nell’intermezzo, possiamo trovare l’affare Iran/Contras e l’invasione dell’Iraq. Penso che il significato vero e simbolico dell’Unione Sovietica oggi sia stato dimenticato. Specialmente il suo ruolo per i paesi in via di sviluppo.

 

Il successivo esperimento è stato l’attacco di Clinton all’ex Jugoslavia. Si è trattato di una prova generale dell’espansione della NATO. E ha funzionato. La macchina della propaganda non è mai stata così efficace come quando ha demonizzato i Serbi e Milosevic. Poi è arrivato l’11 settembre. E la macchina ben rodata della propaganda ha vomitato un fuoco di sbarramento di retorica ultra-patriottica e di disinformazione. Il fatto che gli Stati Uniti rappresentino un’eccezione nel mondo ha assunto piena credibilità. E ricordate Colin Powell e i suoi fumetti visual-didattici esposti alle Nazioni Unite? Nessuno ha osato discutere. Certamente non la classe liberale bianca. E Hollywood ha alzato la posta nello sfornare fantasie militari. O nello sfornare fandonie in generale. Un genere che si è prestato a fantasie neo-coloniali. Entro il 2007, quando Barack Obama ha annunciato che si candidava per la carica di Presidente, la narrazione dominante americana era saldamente radicata. Il più grande successo di Hollywood di quel periodo era Avatar (2009), una fiaba neo-coloniale che si adattava perfettamente alla riconquista di Obama dell’Africa.

 

Dan Glazebrook ha scritto recentemente:

 

Il 2009, due anni prima dell’assassinio di Gheddafi, è stato fondamentale per le relazioni USA-Africa. Prima di tutto, perché la Cina ha sorpassato gli USA nel ruolo di principale partner commerciale del continente; e poi perché Gheddafi è stato eletto presidente dell’Unione Africana. L’importanza di questi fatti per il declino dell’influenza USA sul continente non potrebbe essere più chiara. Mentre Gheddafi portava avanti tentativi per unire politicamente l’Africa, impegnando ingenti quantità di petrolio libico per rendere realtà questo sogno, la Cina stava tranquillamente distruggendo il monopolio dell’occidente sui mercati dell’export e degli investimenti finanziari. L’Africa non era più costretta a presentarsi col cappello in mano davanti al Fondo Monetario Internazionale per chiedere prestiti, accettando ogni genere di condizioni a lei sfavorevoli che le venissero imposte, ma poteva rivolgersi alla Cina – o in realtà alla Libia – per gli investimenti. E se gli USA la minacciavano di tagliarla fuori dai suoi mercati, la Cina avrebbe volentieri accettato di acquistare qualunque cosa venisse offerta. La dominazione economica occidentale dell’Africa era in pericolo come mai prima di allora.


 

La risposta USA è stata di aumentare la costruzione di basi militari, incrementare l’AFRICOM, e poi uccidere Gheddafi. I film di punta di Hollywood in questo periodo includono “The Hurt Locker” e “Il Cavaliere Oscuro”. Nel frattempo, in politica interna, Obama acconsentiva a militarizzare i dipartimenti di polizia in tutto il Paese. D’altra parte, come scrive Danny Haiphong:

 

Quello che non viene sottolineato a sufficienza è come Obama ha lavorato senza pause per proteggere e servire gli interessi delle multinazionali della sanità. Nel 2009 ha collaborato con l’industria monopolistica delle assicurazioni sanitarie e con le controparti della farmaceutica per reprimere la richiesta di un sistema sanitario a “pagatore unico” (ossia un sistema sanitario pubblico, pagato dal solo Stato per tutti i cittadini NdVdE). In quel momento le condizioni sembravano ottime per approvare un sistema del genere. Il malcontento popolare nei confronti del Partito Repubblicano era al suo culmine. Un movimento relativamente organizzato in favore del sistema a “pagatore unico” era rappresentato da organizzazioni come “Healthcare Now”.  Il Partito Democratico aveva la maggioranza necessaria in entrambi i rami del Parlamento.


 

Obama era arrivato al potere mentre Wall Street implodeva, nel 2008. Ma invece di portare speranza e cambiamento, abbiamo avuto 5mila miliardi di dollari diretti al top 1% dell’élite finanziaria. La povertà è aumentata ogni singolo anno sotto la presidenza Obama, e lo stesso ha fatto la disuguaglianza. Il film ”The Social Network” è uscito nel 2010 e ”Wolf of Wall Street” nel 2013. Entrambi hanno avuto un grande successo. Il messaggio proveniente da Hollywood non è mai cambiato. E una parte di quel messaggio è che la ricchezza giustifica se stessa ed è un simbolo di virtù. Hollywood, e i liberali USA gravitano naturalmente intorno ai ricchi.

 

Obama ha attaccato l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, il Sudan, la Somalia e lo Yemen (e l’Ucraina, è il caso di aggiungere NdVdE). Forse proprio lo Yemen è l’esempio che si rivelerà più significativo. Armare, addestrare e coordinare l’aggressione Saudita (e adesso siamo arrivati a soldati con i piedi sul territorio Yemenita) contro l’indifeso Yemen ha causato la più grande catastrofe umanitaria degli ultimi 50 anni.

 

Gli USA sono a un passo dal criminalizzare il dissenso, specialmente se il dissenso è rivolto verso Israele.

 

Niente di tutto questo significa che ci sia un legame diretto tra l’azione politica e i prodotti cinematografici. Ma il messaggio principale di Hollywood sia al cinema che in tv serve a validare l’eccezionalità americana. E a confinare le critiche a insignificanti e deboli proteste. Ma il problema non è solo Hollywood, ma anche il teatro, la letteratura e tutte le altre arti. L’eliminazione della classe lavoratrice è la verità più evidente nella cultura americana attuale.

 

Non esistono più i Clifford Odets (uno studente che ha abbandonato le scuole superiori); sono stati rimpiazzati da un flusso incessante di accondiscendenti post-laureati. Per lo più provenienti dalle élite e da scuole molto costose. Hemingway e James Baldwin non avevano finito il college, né Tennessee Williams, figlio di un venditore ambulante di scarpe. Perfino autori più recenti, come Thomas Pynchon, avevano abbandonato il college (per entrare in Marina), ma la cosa importante è che oggi la cultura di massa viene controllata molto attentamente. Dreisler aveva abbandonato il College e Twain era un apprendista correttore di bozze. Altri come Faulkner sono andati all’università, ma intanto lavoravano. Faulkaner in particolare era un postino. La stessa professione di Henry Miller e Charles Bukowski. Stephen Crane e Hemingway lavoravano come giornalisti, quando quella era una professione ancora onorevole.

 

I burattinai della cultura di massa sono fermamente ancorati nell’ethos del Partito Democratico (considerate cose come House of Cards, Madame Secretary, o Veep). Se qualcuno si informa attraverso canali come MSNBC o FOX o CNN  allora attingerà praticamente alla sola propaganda. Rachel Maddow ha costruito una carriera basata sul ripetere a pappagallo spunti di discussione e conclusioni del Comitato Nazionale Democratico. Bill Maher, il cui show è in onda su HBO, recentemente ammicca alla guerra. I talk show della domenica non invitano mai voci di sinistra, neanche una volta. Non ci sono Michael Parenti o Ajamu Baraka o Glen Ford Mike Whitney o Ed Curtin o Dan Glazebrook o Stephen Gowans. No, ci sono invece un sacco di generali in pensione e politici. Questi sono media che esercitano un controllo assoluto dei messaggi che passano al pubblico.

 

La scomparsa della classe lavoratrice, della diversità di classe, è stata di gran lunga il colpo più duro alla salute della nostra cultura. Si potrebbe sostenere che la cultura sia sempre stata, durante l’era moderna, un’emanazione della borghesia. Ma ora si è verificato un cambiamento importante. Gli americani vengono scoraggiati a pensare in termini di classi. Ragionano in termini di individualismo e identità. Datemi più donne dirigenti, invocano… il che ci darebbe altre versioni di Zero Dark Thirty, credo.

 

L’uguaglianza di genere è importante, lo ripete ogni paese socialista della storia. Una cosa che Chavez ha pensato di scrivere nella costituzione boliviana fin dal primo giorno. Chavez, un uomo che il liberale-avatar Bernie Sanders ha liquidato come un “dittatore comunista morto”. Chavez, che la femminista-avatar Hillary Clinton ha combattuto incessantemente, per toglierlo dal potere.

 

Le persone sono scioccate… veramente scioccate, di sapere che soldati USA sono stati uccisi in Niger. Maledetto Donald Trump. Quando si fa notare che è stato Obama a mandare là le truppe per presidiare l’Africa, ti guardano con occhi persi nel vuoto. La preoccupazione per i soldati americani che muoiono è semplicemente incredibile nella sua ipocrisia e nel suo cieco eccezionalismo. Voglio dire: basterebbe contare il numero di civili morti a causa degli attacchi di droni USA in appena un anno. Scegliete pure l’anno che volete.

 

Sotto Obama, il Commando Africano USA (AFRICOM) è penetrato in TUTTI gli stati africani eccetto Zimbabwe e Eritrea. L’AFRICOM ha costretto le nazioni africane all’asservimento militare. Nel 2014, gli USA hanno condotto in Africa 674 operazioni militari. Secondo un recente atto di libertà di informazione richiesto da Intercept, gli USA hanno attualmente forze speciali impiegate in più di venti Nazioni africane.


 

Danny Haiphong


 

 

Tutti oggi sono terrorizzati dalla prospettiva di essere accusati di complottismo. Nessun singolo termine dispregiativo ha mai esercitato un potere così sproporzionato. Esiste anche una posizione nascosta associata a questo termine. Un’identità mascolina, legata all’immagine di chi accetta la versione ufficiale dei fatti. Si tratta di un atteggiamento del tipo “niente stravaganze, sono una persona matura, un tipo duro”. Solo i deboli e i confusi (gli effemminati, è chiaro) mettono in discussione la narrativa ufficiale di... bè, di qualsiasi cosa. È davvero incredibile constatare come siano pochi coloro che chiedono come mai è giusto assassinare le persone senza un processo. Perché coloro che denunciano, che dicono la verità, vengono emarginati e umiliati? Perché ci sono più di 900 basi militari USA in giro per il mondo? Perché, alla luce della crescente povertà negli USA, abbiamo bisogno di un arsenale nucleare aggiornato che ci costerà migliaia di miliardi? Perché abbiamo bisogno di un budget per la difesa di più di 4 miliardi al giorno? La classe istruita e liberale non sembra interessarsi a queste domande. Non parliamo poi di chiedersi se gli USA stanno armando i jihadisti takfiri in Siria. La maggior parte di quello che la gente chiama complotto è soltanto uno scetticismo perfettamente razionale, considerando anche una storia che include COINTELPRO, Operation Northwoods, Gladio, MKUltra, e Operation AJAX. Tutto questo è importante anche alla luce della guerra che sta nascendo contro le “fake news”. Un’idea portata avanti da Obama e ora, in un’entusiasmante operazione Orwelliana, da Facebook, Youtube e Google. Nel Regno Unito, Theresa May ha annunciato con orgoglio che il governo DOVREBBE controllare quello che la gente può vedere su internet. La censura viene presentata come protezione.

 

E arriviamo alla NATO e all’Europa. Ci si potrebbe anzitutto chiedere perché esiste la NATO. Voglio dire, ormai l’URSS non esiste più. A dire il vero ci si sta cercando di inventare un buon motivo da alcuni anni ormai, e la risposta è la straordinaria propaganda anti-Putin degli USA. La “Minaccia Russa” è ormai un argomento accettato nel dibattito pubblico. O la disinformazione anti-iraniana. In effetti, l’Iran è molto più democratico e molto meno pericoloso (in realtà non rappresenta ALCUN pericolo globale) di alleati degli USA come Israele e l’Arabia Saudita. Il che ci riporta allo Yemen. La brutale distruzione dello Yemen: il paese arabo più povero del mondo, e ormai il paese con la più grande epidemia di colera della storia, non era un pericolo per NESSUNO. Certamente non per gli Stati Uniti. Dobbiamo veramente credere che la Casa dei sovrani Sauditi debba essere sostenuta? Decapitano omosessuali e streghe, in Arabia Saudita. Il leader del Regno dell’Arabia Saudita è un trentaduenne psicopatico chiamato Mohammed Bin Salman. Qualcuno mi può spiegare perché gli USA sostengono questo paese?

 

Oppure, il Venezuela. Gli USA hanno sostenuto varie campagne contro le nazioni sovrane per più di dieci anni ormai. Una democrazia. Ma disobbediente. Dovè l’indignazione?Mentre intanto la gente continua a parlare di Harvey Weinstein, un produttore di film troglodita di cui letteralmente tutti sapevano che era un abusatore seriale, immagino che invece le donne del Venezuela non contino. O quelle della Libia, o di Haiti, o di Porto Rico, o – diamine – le donne di Houston proprio in questo momento. Donne povere. Ah, ma questa è ancora una questione di classe. Ora, forse tutta la questione sorta intorno a Weinstein avrà delle conseguenze positive, e ne risulterà una certa protezione collettiva per le donne e forse anche una unione di tipo sindacale per limitare il potere dei ricchi uomini. Ne dubito, ma non si sa mai. Tuttavia, considerando che oggi la classe liberale applaude l’idea di rendere accettabile che una donna possa bombardare villaggi indifesi in Afghanistan o in Iraq o in Yemen, proprio come fanno gli uomini, e considerando che molti di coloro che sono disgustati da Weinstein erano e tuttora sono grandi sostenitori di Hillary Clinton e del partito democratico, e profferiscono vibranti adulazioni di personaggi come Maddie Albright, è difficile immaginarselo.

 

Come dice David Rosen:

 

"Gli abusi sessuali e la violenza negli USA sono vecchi come lo stesso paese. La cultura patriarcale americana ha a lungo legittimato l’abuso sessuale e la violenza nei confronti delle donne – e dei bambini – sia che fossero perpetrati al lavoro, a casa, in un nightclub o in una strada deserta. Durante i primissimi giorni della nazione, l’abitudine agli abusi sessuali e alla violenza era legittimata attraverso il concetto di “castigo”. Si trattava di una caratteristica della common law anglo-americana che riconosceva il marito come capo della “sua” famiglia e, pertanto, gli era concesso di sottoporre la “sua” moglie a punizioni corporali, incluso lo stupro, fintanto che non le infliggeva danni permanenti. L’abuso sessuale era istituzionalizzato nello stupro delle schiave africane e più tardi afro-americane. Come ci fa notare la professoressa legale Adrienne Davis, “la schiavitù USA costringeva le donne nere schiave a lavorare in tre mercati: produttivo, riproduttivo e schiavista – cruciali per l’economia politica”.


 

Vale appena la pena di notare la violenza sessuale che ha luogo nell’esercito USA (leggere a riguardo La Guerra Invisibile di Kirby Dick). Ma non è questo il volto dell’esercito che ci viene mostrato nei serial televisivi come SEAL Team o Valor o The Brave. L’ultimo film di Tom Cruise, American Made, è una specie di commedia riguardo a Barry Seal che lavorava come pilota per la CIA, e per vari cartelli malavitosi del Sud America. Ma certo, non c’è niente di più divertente che distruggere un governo socialista come quello del Nicaragua. Nel film non c'è un singolo personaggio che parla spagnolo che non sia o ubriaco, o un sadico, o almeno incompetente. Questo revisionismo incredibilmente razzista viene definito “vibrante e vigoroso” dall’Hollywood Reporter.

 

La classe liberale prenderà sempre le parti dello status quo. Sempre. Non le importa se lo status quo è fascista. E sarà sempre felice di sparare veleno sugli abusi dei maschi sulle donne, fintanto che questo non significa doversi districare nella complessità della condizione delle donne in nazioni non turistiche come lo Yemen o la Libia o l’Honduras. Proprio come il fatto che i dipartimenti di polizia interna hanno ucciso più di un migliaio di uomini neri nel 2015. E continuano a farlo, incluso un numero crescente di donne nere. Soltanto che questa non è una storia “vibrante e vigorosa”, credo. Obama non si è mai sentito a suo agio nel parlare dei neri o ai neri. Recentemente però è riuscito a rimproverare Colin Kaepernick (un giocatore di football americano che ha recentemente fatto causa a tutti i proprietari delle squadre della NFL, NdVdE), per il dolore che lui, ovvero Kaepernick, potrebbe causare. Il dolore dei miliardari bianchi che possiedono squadre sportive, suppongo. Il vizio di comportarsi come lo “Zio Tom” di quella che Glen Ford ha definito la “cattiva guida” nera non è mai stato più evidente. E questo è un altro crimine che possiamo attribuire, in larga parte, a Barack Obama.

 

Il parlamento USA ha votato all’unanimità a favore di sanzioni contro l’Iran e la Corea del Nord, un’assurdità e un crimine, che tuttavia non è stato nemmeno menzionato sui media. Cosa avranno mai fatto l’Iran e la Corea del Nord per fare del male a qualcuno negli Stati Uniti? Sono l’Arabia Saudita e Israele che temono uno stato democratico come l’Iran e la sua influenza nella regione. L’Iran è accusato di fomentare l’instabilità, ma non ne viene mai portata alcuna prova. La Russia viene accusata di controllare l’opinione pubblica USA, ma non ne viene mai portata alcuna prova. Gli USA non provano nemmeno a incolpare di qualcosa il Venezuela, perché è già parte della saggezza tramandata che i venezuelani siano *cattivi*. Così come Castro era cattivo, o Gheddafi, o Aristide, come chiunque altro si dimostri indipendente. Secondo i nostri media, il mondo è fatto di uomini buoni e uomini cattivi. Mike Pompeo, capo della CIA, ha recentemente dichiarato che la sua agenzia gradirebbe una “CIA molto più cattiva” nel combattere i suoi nemici. È davvero difficile immaginare come potrebbe apparire una Cia più cattiva, vista la sua storia. Peggiore delle uccisioni coi droni e delle torture ai neri? Ricordiamo che sono stati gli USA e la loro Scuola d’America che hanno addestrato gli squadroni della morte in America Centrale. Hollywood ci fa sopra film comici.

 

In ogni caso nessuno si lamenta a Hollywood. Così come nessuna delle attrici molestate da Weinstein (e moltissimi altri) aveva detto nulla per paura di perdere opportunità di carriera. Così come nessuno si lamenta del razzismo nella demonizzazione dei musulmani o dei serbi o dei nordcoreani o dei russi, per paura di perdere il lavoro. La coercizione silenziosa è data per scontata. Ed è assoluta. La maggior parte degli attori e dei registi non ci fa nemmeno caso, e molti non sanno nulla al di fuori di quello che sentono nei notiziari mainstream o che leggono sul New York Times. Ma lo capisco. La gente deve pur mangiare, deve pur mantenere la propria famiglia. Il vero problema è che il potere si consolida. La distribuzione dei film è un monopolio. E per la maggior parte degli americani, la politica estera è semplicemente un grosso buco nero del quale sanno pochissimo. Di' a qualcuno che Milosevic era in verità un brav’uomo e ti rideranno dietro (queste cose accadono ancora anche a sinistra, in maniera molto deprimente). Digli che la Russia non è un pericolo per gli USA o per l’Europa, e ti rideranno dietro. Prova a spiegargli cos’è e cosa significa l’imperialismo, e vedrai sempre quello stesso sguardo stanco e irritato. Una buona regola approssimativa è che se gli USA mettono nel mirino un paese o un leader, allora conviene mettere in dubbio tutto quello che dicono i media occidentali mainstream con la loro propaganda riguardo a quel paese o leader (pensate alla Siria, a Gheddafi, Aristide, Milosevic, l’Iran, la Corea del Nord). Ma gli USA non mettono nel mirino i paesi che danno il benvenuto ai capitali occidentali.

 

Una delle cose che ho notato dei film di Hollywood è il livello straordinario di autocommiserazione di molti personaggi. Autocommiserazione, prepotenza e sarcasmo. Le persone che producono o fanno film e tv oggi, per larga parte, si autocensurano. Alcuni non hanno bisogno di farlo, naturalmente. Ma c’è al lavoro una coscienza di gruppo. E influenza il modo in cui sono scritte le trame. Il modello sono i problemi dei bianchi ricchi. Pochi esaminano il mondo intero, e per lo più quando lo fanno lo vedono come un mondo di pericolo e minaccia. Un posto non civilizzato, che ha bisogno di guida da parte dell’occidente civilizzato (viene in mente The Lost City of Z, che ha infilato tutte le note anti-coloniali pur riuscendo a produrre comunque una narrazione coloniale). Ma il problema è ancora più sottile. Tutto sembra uno studio televisivo; le discussioni politiche, anche se vengono tenute all’aperto, sembrano dirigenti degli studi televisivi che discutono dei profitti del week end o dello share di Neilson. E siccome la stessa Hollywood assomiglia sempre di più a Wall Street, o a una qualche sede di multinazionale, ecco che il mondo prende sempre di più questo aspetto. C'è una profonda perdita di immaginazione. Gli occidentali sembrano sempre più simili ai melodrammi girati a Santa Monica o a New York. I mondi fantastici sembrano sempre di più le sedi delle multinazionali o i loro week-end motivazionali. È un mondo creato da scrittori sotto i trenta, per la maggior parte, e sicuramente sotto i quarant’anni. Sono mondi creati da persone che non sanno granché del mondo stesso. E ne sanno ancora meno di dover lavorare per vivere. L’intero universo dei film è completamente privo di coscienza di classe. La storia viene semplificata il più possibile per attirare un pubblico più vasto. Tutto sembra e suona simile. Ed è mortificante. Ci sono film che vengono dall’Europa, e perfino dal Regno Unito, che sono validi, presentano sensibilità diverse, al contrario di quello che esce da Hollywood. Come durante le conferenze stampa della Casa Bianca, l’idea è di non cambiare il messaggio. I personaggi neri sembrano bianchi (o gli viene dato un dialetto e un dialogo caricaturale *nero*), i latinoamericani sembrano bianchi (o gli vengono attribuiti dialetti caricaturali), e i musulmani sembrano pericolosi e devianti. Gli asiatici sembrano presi dai serial Fu Manchu o Charlie Chan. È strano sentire la gente che prende in giro i vecchi cliché etnici degli anni ’40, perché oggi non è cambiato nulla (basta controllare la recente incarnazione televisiva della venerabile saga di Star Trek dove i cattivi Klingoniani sono molto scuri, vivono in astronavi scure, e usano un linguaggio gutturale di fantasia, il tutto suggerisce un che di razzista, che assomiglia a un ritratto di selvaggi che vengono dalle zone più nere e inesplorate dell’Africa).

 

La fissazione per i crimini di Trump ci distrae da un sistema del quale il crimine è parte integrante. Clinton, Bush, Obama e Trump. Sono solo figuranti che portano acqua al sistema. E il sistema è governato dalla classe dominate. La gente vota come se la cosa contasse, e votano per chi gli piace. Non in base alle politiche proposte, perché la maggior parte non hanno idea di quali siano queste politiche. Trump è un bersaglio facile, ma questo in un certo senso è un problema. L’America non è diventata razzista e violenta da un giorno all’altro. Le spinte all’instabilità sociale si sono accumulate per decenni. Trump era inevitabile. La sua carenza di cultura di base riflette la nazione che formalmente governa, e la sua volgarità riflette quella dell’America, così come la sua misoginia e il suo razzismo. Nel frattempo i consulenti della presidenza non sono cambiati e, se Hillary avesse vinto, gli stessi teppisti apertamente fascisti che applaudono Trump starebbero commettendo crimini di odio. Trump ha dato loro potere? Fino a un certo punto sì. Ma una vittoria di Hillary avrebbe dato loro sufficienti motivazioni di diverso genere e si sarebbe manifestata la stessa violenza. Un livello come il nostro di disuguaglianza non è sostenibile per un paese. E mentre su di noi si abbattono altri super-uragani, mentre la bio-sfera collassa, tutto questo potrebbe non essere nemmeno importante. C’è qualcosa di preoccupante, in effetti, in tutti questi continui attacchi a Trump. È un po’ come prendersela con un ragazzino che ha bisogno dell’insegnante di sostegno. Dov’erano tutta questa costernazione e questo sdegno, prima? Voglio dire che l’”America di Trump”, una definizione che continuo a sentire, è semplicemente l’America. Negli USA ci sono più di due milioni di persone in galera. Siamo i primatisti mondiali, e con un bel distacco. Mentre la mortalità infantile vede gli USA tra il 26mo e il 51mo posto al mondo, a seconda dei rilevamenti. Non esiste una sanità universale gratuita, non ci sono tutele sindacali per i lavoratori, nessun congedo per la maternità, l’istruzione non è gratuita. Perché, esattamente, dovremmo sentirci così speciali, quindi?

 

Trump era molto popolare nel suo programma tv di reality idiota. Mi viene da pensare che parecchi tra quelli che ora sono scandalizzati dalla sua buffoneria reazionaria guardassero quel programma. Insomma, è durato 15 anni, credo. Chi pensavano che fosse? Non c’è niente di sbagliato nell’identificare i crimini dell’amministrazione Trump. Ma sarebbe enormemente sbagliato non riconoscere che si tratta di una continuazione delle politiche precedenti. Certo, in molte cose siamo peggiorati. Per esempio nelle politiche per l’ambiente. Ma giova ripetere che il 47% dell’inquinamento mondiale è causato delle armi. E gli USA hanno un esercito più grande delle altre dieci nazioni più militarizzate al mondo. Tutti i presidenti, a partire dal primo Bush, hanno aumentato il budget militare. L’incubo non è iniziato con il giuramento di Donald Trump. Ma a nessuno piace Trump. Mentre a molti piaceva Obama. E questo è il motivo per cui Obama è riuscito a combinare tanti danni. Trump è pericoloso non per quello che pensa (sostanzialmente spesso non pensa), ma per la sua ignoranza e debolezza (e paura). E questa debolezza lo ha reso così accogliente nei confronti del Pentagono. La politica estera è realmente nelle mani di un uomo soprannominato “Cane Pazzo”. Non si può dare la colpa di questa situazione catastrofica a un solo uomo. Si tratta della creazione della storia americana.

 

 

07/11/17

I tedeschi orientali sono ancora vittime del colonialismo culturale

Dopo la riunificazione della Germania (sulla quale vi consigliamo un video che può aiutare a capire come è andata realmente), il divario tra Est e Ovest è ben lungi dall’essere sanato. In questo articolo tratto dal sito dell’emittente tedesca DW Thomas Krüger, uno dei pochissimi politici tedeschi di alto livello tra gli ex cittadini della Germania orientale, parla di un vero e proprio colonialismo culturale a danno degli ex cittadini della DDR.

 

 

 

 

Di Ben Knight, 1° novembre 2017

 

Il direttore dell'Agenzia federale per l’educazione civica ritiene che i tedeschi dell'Est si sentano ancora estranei al corpo della società. E sostiene che questo nella ex Germania orientale porta molti a diffidare del governo e persino della democrazia.

 

Ventisette anni dopo la riunificazione della Germania, le istituzioni politiche del paese stanno ancora lottando per abbattere ciò che i tedeschi chiamano "il muro in testa, secondo il direttore dell'Agenzia federale tedesca per l'educazione civica (Bundeszentrale für politische Bildung - bpb).

"Il dominio dei tedeschi occidentali nelle élite è ancora percepito come una forma di colonialismo culturale", ha dichiarato mercoledì al quotidiano Berliner Zeitung Thomas Krüger, che è l'unico ex tedesco orientale a dirigere un dipartimento governativo non direttamente associato agli affari della Germania orientale. "E questo, sì, è un problema."

Thomas Krüger, che ha 58 anni, ha aggiunto che il fatto che un ex cittadino della Germania orientale, Angela Merkel, occupi la più alta posizione politica nel paese serve solo a camuffare la mancanza di una rappresentanza tedesca orientale in tutti i livelli di governo - anche quelli della ex Germania orientale stessa.

 

 

Fiducia nella democrazia


Questo, secondo Krüger, sta contribuendo a un sentimento di crescente estraneità verso le istituzioni statali e la democrazia stessa in stati come la Sassonia e la Turingia. "La distanza quando si guarda dall'esterno aumenta ancora di più, se ci si aggiunge la sottorappresentazione di un determinato gruppo", ha detto. "C'è, semplicemente, una mancanza di persone in grado di mediare tra le differenze culturali, per questo un approccio positivo alle istituzioni diventa più difficile. E, per inciso, è esattamente lo stesso problema che colpisce i gruppi di immigrati".

 
L’assenza di una rappresentanza tedesca orientale in politica è un problema, ha dichiarato Thomas Krüger

Le affermazioni di Krüger sono supportate dai risultati delle elezioni nell'ex Repubblica democratica tedesca comunista (DDR), dove i partiti che si oppongono al sistema politico ed economico tedesco hanno spesso ottenuto buoni risultati. Fino a poco tempo fa ne ha tratto vantaggio la sinistra, con il partito socialista, ma nelle ultime elezioni di settembre il partito di estrema destra AfD è diventato il secondo più grande partito nell'ex Germania dell’Est, con il 21,9% dei voti, a fronte di un 12,6% in tutta la Germania.

 

Gero Neugebauer, politologo di Berlino che ha trascorso la sua infanzia in Germania orientale prima di trasferirsi in Occidente nel 1957, concorda con Krüger che "c'è una mancanza di accettazione e conseguente riconoscimento delle differenze culturali" che colpisce in particolare i cittadini dell'ex DDR". Aggiunge, tuttavia, che non è "la mediazione tra le differenze culturali" a essere necessaria, ma la loro "rimozione".

 

"Questo è più che un obiettivo generazionale: così come provenire da una classe socialmente più debole può spesso essere un ostacolo nell'ascesa sociale, allo stesso modo provenire dalla ex DDR può spesso rappresentare un ostacolo per raggiungere determinate posizioni", ha aggiunto Neugebauer. Dopo la riunificazione, sostiene, molti tedeschi occidentali hanno ricevuto posti di ruolo nelle Università della Germania orientale – e questo anche al di fuori del suo campo, Scienze politiche.

 

Non può sorprendere, quindi, che uno studio del 2016 dell'Università di Lipsia abbia dimostrato che i tedeschi orientali sono ancora sottorappresentati nella leadership politica e commerciale della Germania orientale. Lo studio, commissionato dall'emittente pubblica MDR, ha riscontrato che nel 2016, nei cinque governi locali degli stati tedeschi dell'Est, c'erano meno dirigenti di origine tedesca orientale, rispetto al 2004, con una percentuale crollata dal 75 al 70 percento.

 

Non solo: la quota di tedeschi orientali che sono dirigenti nelle 100 maggiori aziende della Germania orientale si è ridotta dal 35,1% al 33,5% nello stesso periodo. Nel 2016 in tutta la Germania, solo l’1,7 per cento delle posizioni di leadership in politica, nelle aziende o nelle università erano occupate da persone originarie  della Germania orientale.

 

 

Aiutare la Germania dell’Est a recuperare


I commenti di Krüger hanno anche toccato un nervo politico scoperto, perché arrivano nel mezzo dei nuovi negoziati per la coalizione governativa in cui uno dei potenziali partner - il partito filoaziendale liberaldemocratico (FDP) - vuole abolire alla prima opportunità che si presenta la "tassa di solidarietà".

 
La tassa di solidarietà doveva aiutare la Germania orientale

 

La tassa, introdotta in seguito al ricongiungimento allo scopo specifico di rinforzare l'economia dell'Est tedesco, rappresenta uno spinoso problema fiscale da molti anni. La tassa porta in cassa ogni anno 20 miliardi di euro allo Stato tedesco, anche se non è chiaro se tutti questi fondi siano investiti nella Germania orientale. Tuttavia, l'Unione Cristiano Democratica della Merkel (CDU) è favorevole ad abolire gradualmente questa tassazione fiscale a partire dal 2020, mentre l'altro partner nei colloqui in corso, i Verdi, è contrario all'abolizione della tassa.

 

Presentando una sorta di pro memoria, i leader dei governi della Germania orientale martedì hanno inviato una lettera alla Merkel, chiedendole, nella formazione del quarto governo, di tenere a mente gli interessi della regione. Scritta da Stanislaw Tillich, presidente uscente dello stato della Sassonia, per conto di tutti i cinque presidenti degli stati tedeschi orientali, la lettera afferma che la regione soffre ancora "di una debolezza strutturale quasi generalizzata".

 

"Una brusca fine del sostegno strutturale dato alla Germania orientale metterebbe in pericolo i successi del passato", ha scritto Tillich, che ha annunciato due settimane fa l’intenzione di andare in pensione. Ha invitato la cancelliera ad adoperarsi perché la Germania orientale ottenga miglioramenti sul fronte dei collegamenti ferroviari, dei trasporti aerei e delle reti telefoniche.

 

La lettera ha anche segnalato alla cancelliera il pericolo che la regione si ritrovi presa in mezzo tra le regioni altamente sviluppate della Germania occidentale e l'Europa orientale sovvenzionata dall'UE.

 

Circa 16 degli 83 milioni di abitanti della Germania attualmente vivono nell’ex Germania dell’Est. Nei primi 13 anni dopo la riunificazione, l'Oriente ha perso quasi il 9 % della sua popolazione, mentre gli Stati occidentali tedeschi sperimentano un continuo aumento. Sebbene tale effetto si sia attenuato nell'ultimo decennio, la Germania orientale nel suo complesso continua a registrare un declino della popolazione.

 

06/11/17

ZH: Preparatevi al collasso della UE

Zero Hedge rilancia un articolo che spiega come il caso catalano, dal punto di vista politico, sia l'ennesima inevitabile disfatta politica della UE. Nonostante qualcuno abbia ravvisato nella secessione catalana un obiettivo di frammentazione dello stato nazionale perseguito dai vertici europei, infatti, la situazione attuale non fa altro che esporre per l'ennesima volta la totale inettitudine delle istituzioni unioniste di Bruxelles. Nel frattempo il paese più potente, il vero egemone, la Germania, lascia fare per pura indifferenza. Qualunque cosa succeda, l'esito sarà quello di una conflittualità interna che nessuna istituzione superiore avrà l'autorità di mediare o ricomporre. Nel frattempo le forze armate tedesche si preparano al "caso peggiore", quello di crollo della UE.

 

 

di Raul Ilargi Meijer via The Automatic Earth blog, 05 novembre 2017

 

Se c'è una cosa che la diatriba tra Spagna e Catalogna può servire a ricordare è la Turchia. Per la UE si tratta di un problema molto più grosso di quanto si pensi.

 

Innanzitutto Bruxelles non può più continuare a insistere sul fatto che si tratti di un problema interno della Spagna, almeno non da quanto il presidente catalano Puidgemont è... a Bruxelles, dove si trovano anche altri quattro membri del suo governo.

 

Questa situazione sposta le decisioni dal sistema giudiziario spagnolo alla sua controparte belga. E le due parti non sono esattamente gemelle, nonostante si tratti di due paesi che fanno parte della UE. Questo porta alla luce un problema europeo piuttosto importante: la mancanza di omogeneità nei sistemi giudiziari. I cittadini dei paesi UE sono liberi di spostarsi e di lavorare in tutti i paesi della UE, ma sono comunque soggetti a diversi sistemi legislativi e a diverse costituzioni.

 

Il modo in cui il governo spagnolo sta cercando di mettere le mani su Puidgemont è esattamente lo stesso in cui il presidente turco Erdogan sta cercando di catturare il suo presunto arcinemico, Fethullah Gülen, che da tempo è residente in Pennsylvania. Ma gli Stati Uniti non sono disposti a estradare Gülen, nemmeno ora che la Turchia mette sotto arresto il personale delle ambasciate statunitensi. Gli americani ne hanno avuto abbastanza di Erdogan.

 

Erdogan accusa Gülen di organizzazione di un colpo di stato. Il primo ministro spagnolo Rajoy accusa il governo catalano esattamente della stessa cosa. Non si tratta, però, dello stesso tipo di colpo di stato. Quello turco è stato caratterizzato da violenza e morte. Quello spagnolo invece non lo è stato, o almeno non lo è stato da parte di chi oggi viene accusato di aver condotto questa azione.

 

Bruxelles avrebbe dovuto intervenire nel caos catalano già da molto tempo, invocando un incontro e una composizione pacifica, anziché insistere sul fatto che tutto questo non avesse a che vedere con la UE, come invece è stato vigliaccamente e facilmente affermato. O sei un'Unione oppure non lo sei. Se lo sei, allora è tua responsabilità garantire il benessere di tutti i tuoi cittadini. Non puoi fare distinzioni e preferenze, devi essere coerente.

 

Oggi il giornale belga De Standaard ha fatto una curiosa distinzione. Ha detto che al sistema giudiziario belga non è stato chiesto di "estradare" (uitlevering) Puidgemont in Spagna, ma di cederlo (overlevering). È questo l'assurdo lessico del legalese.

 

L'articolo ha anche affermato che il caso sarà portato davanti a tre diverse corti giudiziarie, ciascuna delle quali avrà 15 giorni per annunciare una propria decisione. Per questo motivo Puidgemont è al sicuro per almeno un mese e mezzo. Poi, per il 21 dicembre, Rajoy ha indetto le elezioni in Catalogna. In vista di queste si dice che voglia bandire come illegali diversi partiti. Non sorprendetevi se tra questi ci sarà il partito di Puidgemont.

 

Peraltro, se anche il presidente catalano democraticamente eletto dovesse perdere tutti i ricorsi a sua disposizione, potrebbe sempre chiedere asilo politico al Belgio (a quanto pare il Belgio è l'unico paese UE a cui i cittadini UE possano chiedere asilo politico). A quel punto ci troveremmo in una situazione giudiziaria alquanto caotica, che vedrà la Spagna contro il Belgio contro la UE. In un certo senso questo sarebbe un fatto positivo, perché metterebbe alla prova un sistema che non è affatto preparato a tutte queste divergenze.

 

Ma che ennesimo disastro sarebbe, per la UE! Ha già mostrato zero capacità di leadership in questo caso politico, sia da parte dei suoi vertici come il capo della Commissione Europea, Juncker, sia da parte di Angela Merkel, il suo capo di stato più potente. Come potremmo non pensare che l'Unione Europea sia completamente alla deriva? Da questo punto di vista si tratta di una situazione non meno grave della crisi dei rifugiati o della decapitazione dell'economia greca.

 

La minaccia di infliggere condanne a 30 anni di prigione a persone che hanno solamente organizzato un'elezione pacifica non è esattamente ciò per cui la UE dovrebbe battersi. E adesso che sta avvenendo, questo minaccia la sua stessa sopravvivenza. L'Europa non può essere la terra di Francisco Franco o di Erdogan. Non può voltarsi dall'altra parte e pretendere di andare avanti.

 

Potrebbe essere questo il motivo per il quale le forze armate tedesche, la Bundeswehr, hanno preparato un rapporto che considera gli scenari futuri per l'Europa, inclusi i peggiori. L'articolo di Der Spiegel è scritto solo in tedesco, e il mio tedesco è un po' arrugginito, ma la traduzione via Google sembra terribilmente accurata. Ho dovuto cambiare solo poche parole.

 

Gli autori non immaginano che l'opzione peggiore si verifichi in Spagna o in Grecia, ma forse dovrebbero. Ad ogni modo, le loro proiezioni sono abbastanza chiare e danno da pensare.

 

Gli strateghi militari pensano che il crollo della UE sia possibile:

 

Secondo le informazioni di Der Spiegel, la Bundeswehr avrebbe esaminato per la prima volta scenari che seguono le tendenze della società e della politica fino al 2040. Gli strateghi stanno cercando di definire anche il peggiore degli scenari possibili. La Bundeswehr ritiene che la fine dell'Occidente nella sua forma attuale sia una possibilità che potrebbe verificarsi entro i prossimi decenni. Tutto questo secondo le informazioni che Der Spiegel ha ottenuto da "Prospettive strategiche 2040", un documento che è stato adottato alla fine di febbraio dai vertici del Ministero della Difesa e che da allora è stato tenuto sotto silenzio.


Per la prima volta nella storia, questo documento di 102 pagine della Bundeswehr mostra come le tendenze nella società e i conflitti internazionali possano influenzare le politiche di sicurezza tedesche dei decenni a venire. Lo studio definisce il quadro entro il quale la Bundeswehr dovrà probabilmente muoversi nel prossimo futuro.


Il documento non fornisce alcuna decisione specifica sugli equipaggiamenti e le forze in campo. In uno dei sei scenari ("La disintegrazione della UE e la Germania in modalità reattiva") gli autori ipotizzano una serie di "contrapposizioni multiple". Le proiezioni future descrivono un mondo nel quale l'ordine internazionale sarà eroso dopo "decenni di instabilità", i sistemi di valori globali divergeranno e la globalizzazione avrà termine.


"L'ampliamento della UE è stato un obiettivo per lo più abbandonato, già altri paesi hanno lasciato il blocco UE e l'Europa ha perso la sua competitività globale", scrive uno stratega della Bundeswehr. "Un mondo sempre più caotico e propenso al conflitto ha mutato drasticamente il contesto della difesa per la Germania e l'Europa". Nel quinto scenario ("Oriente contro Occidente"), alcuni paesi della UE orientale hanno bloccato il processo di integrazione europea mentre altri hanno già "aderito al blocco orientale".


Nel quarto scenario ("competizione multipolare") l'estremismo è in crescita e ci sono paesi UE che "occasionalmente sembrano avvicinarsi al modello russo" di capitalismo statale. Il documento non fa espressamente alcuna previsione, ma tutti gli scenari sembrano "verosimili entro il 2040", scrivono gli autori. Le simulazioni sono state sviluppate da studiosi del Federal Armed Forces Planning Office.


 

È abbastanza divertente notare che le "proiezioni future" assomigliano proprio alla UE di oggi, almeno per come la vedo io, non a quella del 2040.

 

C'è un lungo articolo a pagamento di Der Spiegel su questo, ma tutto ciò dovrebbe essere quantomeno argomento di discussione. Angela Merkel può anche passare tutto il suo tempo a pronunciare discorsi pro-UE, e così possono fare anche tutti gli altri leader europei, ma il suo esercito ha dei seri dubbi su tutto ciò. E di fronte alla palude che si è aperta col caso catalano, chi potrebbe più dubitare che abbiano ragione ad avere dubbi?

 

Il movimento DiEM25 di Yanis Varoufakis è completamente indirizzato alla democratizzazione della UE, ma si tratta davvero di un obiettivo realistico? Quanto deve divergere un'Unione prima di decidere che è meglio lasciarla andare al suo destino? La Polonia, l'Ungheria e la Repubblica Ceca perseguono obiettivi completamente diversi da quelli dei Paesi Bassi e della Germania. Il nuovo presidente francese Macron si sta rendendo sempre più conto che tutto ciò che può fare è ciò che la Merkel gli permette di fare.

 

E ora ecco che arriva la Spagna e cerca di comminare leggi franchiste e violenza ai suoi cittadini. Bruxelles non fa nulla, Berlino non fa nulla. I rifugiati possono restarsene a marcire sulle isole greche se i paesi dell'Est non li vogliono, e le nonne catalane vengono massacrate dalle truppe franchiste mentre Bruxelles non trova proprio niente da ridire.

 

Il modo in cui la UE funziona oggi non è un caso, così come non lo sono i suoi recenti sviluppi. La Bruxelles di oggi è il culmine di 50-60 anni di progressiva istituzionalizzazione. Non è cosa che si possa cambiare con un'elezione qua o là.

 

La Catalogna sarà la fine dei giochi per Bruxelles? O lo sarà invece la crisi dei rifugiati? Lo sarà la Brexit? E' impossibile dirlo, ma ciò che è sicuro è che allo stato attuale l'Unione non ha futuro, e al tempo stesso non c'è alcuna soluzione in vista. I poteri attualmente in essere sono ben radicati, e non hanno alcuna intenzione di abdicare solo perché lo vuole qualche paese, o parte di qualche paese, o qualche partito politico, o qualche gruppo di elettori.

 

La UE è profondamente antidemocratica e ha tutta l'intenzione di rimanerlo.

 

Immaginate che il Belgio "ceda" Puidgemont, l'uomo il cui movimento ha portato la nonviolenza a un livello nuovo e moderno, e immaginate che Rajoy lo condanni a 30 anni di carcere, e che lo stesso individuo il giorno dopo sieda a qualche meeting a Bruxelles. Che quadro verrebbe dipinto davanti agli occhi di 500 milioni di cittadini europei?

 

Sono pazzi se pensano di cavarsela in questo modo.

 

In Germania entra in vigore la legge contro l'hate speech e le fake news

Dal 1° ottobre in Germania è entrata in vigore la legge contro l'incitamento all'odio e le notizie false sui social network, ampiamente criticata da più parti. Facendo infatti riferimento ad un'ampia gamma di reati elencati nel Codice penale tedesco, alcuni molto vaghi, ed attribuendo l'onere dell'interpretazione alle società che gestiscono i social network, con multe molto salate in caso di inadempienza, la legge rischia infatti di forzare società come Facebook alla censura eccessiva, mettendo a rischio la libertà di espressione. E' un anticipo di quello che si sta preparando in Italia?

 

 

 

di Evelyn Douek, 31 ottobre 2017

 

 

La Legge tedesca per Migliorare l'Applicazione del Diritto nei Social Networks (conosciuta come Legge di Applicazione del Diritto nella Rete o NetzDG), che è rivolta ai crimini di odio online e alle notizie false, è entrata in vigore il 1 ottobre 2017. Sia il ministero della giustizia che le società dei social media sono alle prese con le disposizioni del provvedimento, prima che la legge assuma piena efficacia il 1° gennaio 2018. Il NetzDG ha una notevole importanza perché si tratta di una mossa audace da parte di uno dei numerosi legislatori che in tutto il mondo stanno cercando di mitigare i problemi creati dalle nuove reti di comunicazione online. La legge minaccia pesanti sanzioni, tra cui 50 milioni di euro di multa ai social network che non riescano a rimuovere i contenuti offensivi entro le 24 ore.

 

 

Molto criticata fin dall'inizio, la NetzDG comporta il rischio che, per evitare le multe, le aziende eccedano nella censura dei propri utenti . Questo articolo descrive l'architettura di base della legge ed esamina le preoccupazioni principali su come potrebbe funzionare in pratica.

 

 

A chi si applica la legge?

 

 

La Sezione 1 della legge definisce in generale le "reti sociali". La legge si applica a qualsiasi fornitore di servizi che gestisca "piattaforme internet che sono progettate per consentire agli utenti di condividere qualsiasi contenuto con altri utenti o di rendere disponibili al pubblico tali contenuti". Tuttavia, esistono deroghe per alcune piattaforme: imprese non profit, editoriali e giornalistiche, e piattaforme progettate per consentire la comunicazione individuale (ad esempio le applicazioni di messaggistica) o la diffusione di contenuti specifici (ad esempio siti di incontri).

 

 

La legge esonera anche le reti con meno di due milioni di utenti tedeschi registrati. L'onere dell'applicazione della legge di conseguenza ricadrà principalmente sulle reti sociali più conosciute. Tuttavia, gli elevati costi per assicurare la conformità ai requisiti della legge e l'applicabilità della stessa sulla base del più ampio criterio degli utenti tedeschi registrati, e non degli attivi, potrebbero soffocare la competizione da parte dei social network più piccoli, poiché rendono la crescita un peso da sostenere.

 

 

Anche se in Germania la NetzDG è comunemente chiamata "legge Facebook" - forse perché il ministro della giustizia, spiegando la legge, ha specificamente parlato di Facebook nei suoi commenti - interesserà una vasta gamma di fornitori di servizi. Der Spiegel ha riferito che il ministero della giustizia controllerà reti sociali come Reddit, Tumblr e Vimeo. Stando a quel che viene riportato, anche il social network russo VK e la piattaforma di microblogging gab.ai hanno un'alta priorità nell'attività di monitoraggio della conformità, dato che hanno standard più permissivi e consentono post (come l'hate speech) che sarebbero vietati su altre piattaforme.

 

 

Quali contenuti devono essere rimossi?

 

 

I social network, entro 24 ore dalla ricezione di un reclamo da parte di un utente, devono rimuovere o bloccare l'accesso ai contenuti "manifestamente" illegali. Altri contenuti illegali devono essere rimossi entro sette giorni. Non esiste alcuna indicazione sul significato di "manifestamente".

 

 

Qualsiasi utente può presentare un reclamo; per un social network, non riuscire a fornire una "procedura facilmente riconoscibile, direttamente accessibile e permanentemente disponibile" per presentare reclami è una trasgressione. Così, mentre le società non hanno l'obbligo di trovare di propria iniziativa contenuti potenzialmente illegali, devono rendere semplice agli utenti che intendono farlo segnalare i contenuti.

 

 

La NetzDG non crea nuove categorie di contenuti illegali, ma definisce l'ambito della legge facendo riferimento a 20 sezioni del Codice Penale tedesco. Queste disposizioni includono i divieti più chiaramente definiti sulla propaganda nazista e la pornografia infantile. Inoltre, rientrano nella NetzDG crimini più generali: insulti, diffamazione, istigazione all'odio, e la diffusione di immagini violente, così come disposizioni più vaghe come la falsificazione sediziosa e la violazione della quiete pubblica con la minaccia di commettere reati.

 

 

Notoriamente, la Germania contempla divieti di vasta portata sull'istigazione all'odio, ma l'incorporazione delle altre disposizioni mostra l'ampiezza dell'applicazione prevista per la NetzDG. Quando la proposta della NetzDG era in esame nelle commissioni parlamentari, il disegno di legge veniva presentato come diretto ai crimini che sui social media pongono "un grave pericolo alla coesistenza pacifica di una società libera, aperta e democratica" e richiamava l'attenzione sulle "esperienze nella campagna elettorale statunitense", chiamando in causa le notizie false.  Queste preoccupazioni vanno molto oltre l'hate speech, l'apparente preoccupazione fondamentale.

 

 

La legge in pratica

 

 

La NetzDG richiede che i social network creino un semplice meccanismo di notifica attraverso il quale qualsiasi membro del pubblico possa segnalare contenuti che potenzialmente ricadono dentro le numerose disposizioni del codice penale, e le società devono rimuovere qualsiasi contenuto offensivo in un arco di tempo estremamente ristretto. In pratica, lo spazio per una decisione significativa e ponderata sul contenuto segnalato è ridotto, i costi di una censura troppo moderata sono elevati e i costi della censura eccessiva in ogni caso sono bassi, in particolare perché ogni competitore nel mercato tedesco si trova di fronte allo stesso calcolo del rischio. Come la stessa Facebook ha affermato in una dichiarazione,  "nella misura in cui i social network fronteggiano una minaccia così sproporzionata di multa, la NetzDG offre un incentivo a cancellare contenuti che non sono chiaramente illegali".

 

Pertanto, i legislatori tedeschi hanno esternalizzato l'interpretazione del codice penale tedesco a delle società (principalmente estere e con sede negli Usa) che hanno un incentivo politico ed economico a rimuovere i contenuti. Il ricorso giurisdizionale contro le decisioni è menzionato solo una volta, nella Sezione 4 della NetzDG; può essere richiesto quando il governo cerchi di infliggere un'ammenda per non aver eliminato un contenuto illegale. Questo riflette la tendenza generale a forzare queste aziende a farsi carico della responsabilità e dei costi, sia economici che politici, della regolamentazione sulla libertà di parola. Il ministro tedesco della giustizia Heiko Maas espone questo obiettivo dicendo che nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge, "nemmeno Facebook", e che "l'esperienza ha mostrato che senza la pressione politica i gestori di grandi piattaforme non soddisferanno i propri obblighi".

 

 

Parte di questa spinta alla responsabilità delle piattaforme implica l'imposizione di una maggiore trasparenza. La NetzDG prevede anche obblighi significativi di segnalazione a carico delle reti sociali. Secondo la Sezione 2, i social network interessati devono produrre dei rapporti semestrali - pubblicati sia nella Gazzetta Federale Tedesca che sui propri siti web - che specifichino nel dettaglio il loro impegno per eliminare le attività criminali sulle loro piattaforme, i criteri applicati nelle decisioni di rimozione dei contenuti, il numero di reclami ricevuti e come sono stati trattati.

 

 

Critiche

 

 

La NetzDG ha attirato diffuse critiche. David Kaye, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione, ha scritto una lettera aperta al governo tedesco affermando che il divieto di diffusione di informazioni sulla base di "criteri vaghi e ambigui", come "insulto" o "diffamazione", è incompatibile con l'articolo 19 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici relativo alla libertà di espressione. Kaye ha criticato i divieti come "fortemente dipendenti dal contesto, ... che le piattaforme non sono in condizione di valutare". Data questa ambiguità, le brevi scadenze e le sanzioni severe, Kaye ha sostenuto che la NetzDG potrebbe portare i social network a un eccesso di regolamentazione sulla libera espressione. Ha anche sottolineato la mancanza di controllo giudisdizionale. Anche l'osservatorio sui media dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ha  espresso la preoccupazione che la legislazione "molto ampia" avrà un effetto repressivo sulla libertà di espressione.

 

 

Anche le organizzazioni non governative sono state esplicite nelle loro preoccupazioni riguardo alla NetzDG. Reporter Senza Frontiere ha ripetutamente criticato la legge e ha espresso la preoccupazione che sarà un precedente pericoloso in Europa e altrove. Ha riaffermato queste critiche quando la "legislazione draconiana" della Germania è stata utilizzata come modello per una legge in Russia.

 

 

Cosa c'è di nuovo?

 

 

I prossimi sviluppi che occorrerà monitorare si presenteranno quando la legge avrà piena efficacia, il 1 ° gennaio. Il costo di applicazione della nuova legge sarà enorme, su entrambi i lati. Il ministero della giustizia tedesco sta riunendo un team di 50 persone per lavorare sull'applicazione della legge. Questa squadra non è niente di fronte alle risorse che le società che gestiscono i social media dovranno dedicare all'attività. Le risposte iniziali da parte di Facebook indicano che entro la fine dell'anno la società avrà più di 700 dipendenti che lavoreranno a Berlino sulla revisione dei contenuti.

 

 

La NetzDG migliorerà la trasparenza, almeno in via generale (se non in casi specifici), attraverso i significativi obblighi di segnalazione che impone alle società. L'obbligo di riferire ogni sei mesi sui propri sforzi per far rispettare la NetzDG e sulle denunce ricevute rappresenterà certamente un cambiamento per un settore tipicamente opaco.

 

 

Come ha rilevato uno studio legale, una volta che la NetzDG entrerà in vigore, verranno sollevati inevitabili ricorsi presso la Corte Costituzionale Federale Tedesca o la Corte Europea di Giustizia sulla base del fatto che la NetzDG viola la libertà di espressione. Queste battaglie legali daranno una forma alla più ampia dinamica della regolamentazione dei social media - e del tuo feed di notizie.

04/11/17

NYT - Sta andando peggio che dopo la Grande Depressione

 

Anche sulla stampa mainstream Usa fa capolino la consapevolezza della gravità e della persistenza della crisi economica, ben lungi dall’essersi risolta. Questo articolo del New York Times commenta un grafico che mostra come l’economia statunitense stia manifestando un andamento peggiore che dopo la crisi del ‘29. E chiede che si applichino politiche di stimolo della domanda aumentando la spesa pubblica per innalzare i salari. Un articolo che dovrebbe insegnare qualcosa ai molti cantori della cosiddetta ripresa italiana, la cui debolezza diventa molto evidente, anche in questo caso, grazie a un grafico.

 

 

 

 

Di David Leonhardt, 12 ottobre 2017

 

 

Dai primi brontolii della crisi finanziaria, nel 2007, la gente si è  consolata ricordando la Grande Depressione e pensando a quanto avrebbe potuto andare peggio. In parte è vero. La crisi economica attuale è stata molto meno grave della Grande Depressione.

Tuttavia, la nostra crisi non è finita. Stando a quasi tutti i parametri - occupazione, reddito, patrimonio netto, produzione totale - l'economia è ancora in sofferenza. E ora siamo arrivati a una cupa pietra miliare:

Confronto tra Grande Depressione e Grande Recessione

Andamento cumulativo percentuale del PIL per adulto in età lavorativa, ogni anno dall'inizio della crisi.



Note: La Grande Depressione è iniziata nel 1929, la Grande Recessione nel 2007. Gli adulti in età lavorativa sono quelli tra i 18 e i 64 anni. Le previsioni per gli anni futuri provengono dall'ufficio di bilancio del Congresso e dall'Ufficio di Censimento. 

Da The New York Times | Fonte: Olivier Blanchard e Larry Summers

 

 

Entro il 2019, una misura basilare della salute dell'economia - il prodotto interno lordo per adulto in età lavorativa - avrà probabilmente recuperato meno nei dodici anni trascorsi dall'inizio della nostra crisi che nei dodici anni che hanno seguito l'inizio della Grande Depressione. Quando ho visto il grafico che mostra questo fatto, in un recente articolo di Olivier Blanchard e Larry Summers, sono rimasto stupefatto. Il grafico è riprodotto sopra.

Il prodotto interno lordo, o PIL, misura la produzione totale della nazione, che determina in gran parte il suo tenore di vita. E il crollo della produzione durante la Grande Depressione è stato chiaramente molto peggiore di quello degli ultimi anni, come si può vedere dalla linea grigia. Ma l'economia, allora, alla poi ha avuto un rimbalzo, prima con una rapida crescita verso la metà degli anni '30 e poi durante la mobilitazione per la guerra all'inizio degli anni '40.

Questa volta invece il Paese non ha mai avuto il 25 per cento di disoccupazione né una percentuale simile di gente in miseria - grazie a Dio - ma dopo la crisi ha sopportato anni di crescita debolissima. Una debolezza che si può vedere nella linea gialla relativamente piatta.

Entro il 2019, il PIL per ogni adulto in età lavorativa probabilmente sarà superiore solo dell'11 per cento rispetto a quando la crisi è iniziata (escludendo un'impennata imprevista della crescita o una nuova recessione). Questo, considerando un periodo di tempo così prolungato, è un tasso di crescita ben misero. Sì, l'economia è andata abbastanza bene negli ultimi uno o due anni, ma non abbastanza da riuscire a compensare minimamente il lungo calo, soprattutto tenendo conto che la crescita era stata mediocre anche nei primi anni dopo il 2000. Non c'è da meravigliarsi che tanti americani siano furenti e frustrati.

Nel loro lavoro, Blanchard (ex economista capo del Fondo Monetario Internazionale) e Summers (ex segretario del Tesoro e consigliere della Casa Bianca) sostengono che è giunto il momento per il Paese di affrontare più seriamente il suo grave malessere.

Come?

Gli economisti dovrebbero rimettere in discussione le teorie che dominano da tempo, come hanno fatto sia dopo la Grande Depressione sia durante la stagflazione degli anni Settanta. La Federal Reserve, che ha sottovalutato già più volte la debolezza dell'economia, dovrebbe prendere in considerazione politiche più coraggiose, come l'ipotesi di fare aumentare l’inflazione. Il Congresso e la Casa Bianca dovrebbero prendere in considerazione l'idea di spendere di più per creare posti di lavoro con stipendi dignitosi, nonostante le legittime preoccupazioni sul debito federale.

E invece, molti politici ed economisti continuano a muoversi come se la Grande Recessione non ci fosse mai stata e continuano a restare attaccati alle loro vecchie teorie. Sono cresciuti nella convinzione che il grande rischio dell'economia sia sempre che si surriscaldi, perché questo è stato il grande problema degli anni '70. Di conseguenza, in molti sono ossessionati dai pericoli legati a un'alta inflazione e ai grandi deficit di bilancio. Si tratta di pericoli reali - ma non sono questi i maggiori pericoli che l'economia deve affrontare adesso.

"Avere una scarsità eccessiva di domanda", come dichiara Summers, "oggi è diventato un problema uguale all'averne troppa".

Gli economisti a volte utilizzano come metafora dell'economia una fascia di gomma. Quanto più viene tirata in una direzione, con tanta più forza ritorna nell'altra. Ma è una metafora che andava bene negli anni '30. Oggi non è più corretta. Dopo la peggior crisi in 70 anni, l'economia americana, come quella di gran parte del mondo, è afflitta da una crescita bassissima.

E non c'è ragione di accettare questa crescita asfittica come la nuova normalità.

Nota: Blanchard e Summers presentano oggi il loro grafico in una conferenza intitolata  "Rethinking Macroeconomic Policy" ("Ripensare la politica macroeconomica"), cui parteciperanno Ben Bernanke e altri importanti economisti. Entro giovedì, si potranno leggere qui gli articoli della conferenza.

 

03/11/17

Tutto quello che sapete sul neoliberalismo è sbagliato

In un articolo su Social Europe, gli autori di "Riconquistare lo Stato: una visione progressista della sovranità nazionale per un mondo post-neoliberale" sfatano una serie di miti che circondano il neoliberalismo odierno, in primo luogo il fatto che la globalizzazione sia una evoluzione necessaria indotta dall'avanzamento tecnologico, che riduce all'impotenza le sovranità nazionali imponendo nei fatti la riduzione dell'intervento pubblico nell'economia. È questo l'argomento tipico con cui la cosiddetta sinistra giustifica le "cessioni di sovranità" come inevitabili e necessarie. In realtà, gli autori argomentano come la globalizzazione non sia affatto una realtà consolidata, ma un processo attivamente promosso dai governi, frutto di scelte politiche precise a favore e nell'interesse del grande capitale. Si può quindi ben affermare che nel neoliberalismo gli stati non riducono affatto la loro presa sull'economia e sulla società, bensì impongono in modo anche pervasivo e autoritario le regole del capitale, tra cui fondamentale è la cosiddetta "depoliticizzazione" del processo decisionale nazionale, al fine che i rappresentanti non possano tener fede ad eventuali mandati "populistici"  dei loro elettori. 

 

 

 

di William Mitchell e Thomas Fazi, 20 Ottobre 2017

 

Diciamolo: nell'economia internazionale odierna, sempre più complessa e interdipendente, la sovranità nazionale è diventata irrilevante. La crescente globalizzazione economica ha reso i singoli Stati sempre più impotenti nei confronti delle forze del mercato. L'internazionalizzazione della finanza e la sempre maggiore importanza delle multinazionali hanno eroso la capacità dei singoli stati di perseguire autonomamente delle proprie politiche sociali ed economiche - in particolare quelle di tipo progressista - e di assicurare la prosperità ai propri popoli. Pertanto, la nostra unica speranza di conseguire qualsiasi cambiamento significativo è che i paesi "mettano insieme" le loro sovranità e le trasferiscano ad istituzioni sovranazionali (come l'Unione europea) che siano abbastanza grandi e potenti da far ascoltare la loro voce, riconquistando così a livello sovranazionale la sovranità persa a livello nazionale. In altre parole, per preservare la loro sovranità "reale", gli stati devono limitare la loro sovranità formale. Se questi argomenti vi suonano familiari (e persuasivi), è perché li abbiamo ascoltati per decenni. I progressisti spesso sottolineano come il neoliberalismo abbia comportato (e comporti) una "riduzione", uno "svuotamento" o un "esaurimento" dello stato, concetto che a sua volta ha alimentato l'idea che oggi lo stato sia "sopraffatto" dal mercato. Questo è comprensibile, considerando che la filosofia politica ed economica di ideologi di avanguardia come Margaret Thatcher e Ronald Reagan ha sottolineato la riduzione dell'intervento pubblico, il libero mercato e la libertà d'impresa. Questo è riassunto bene dalla famosa frase di Reagan: "Il governo non è la soluzione al nostro problema; il governo è il problema".

 

Questo, però, non rappresenta la realtà degli ultimi decenni. Un rapido sguardo al tasso di spesa pubblica nei paesi OCSE, ad esempio, dimostra che la riduzione della dimensione dello Stato in percentuale al PIL è stata scarsa o nulla; caso mai, c'è stata una tendenza all'aumento (l'unica vera eccezione è l'Europa post-2008). Anche i presunti governi neoliberali - come quelli di Thatcher e Reagan - non hanno ridotto la loro spesa pubblica e anzi sono stati associati a disavanzi relativamente elevati. Come osservato da Miguel Centeno e Joseph Cohen, "i dati disponibili suggeriscono che le politiche e i cambiamenti macroeconomici realizzati nel quadro del regime politico neoliberale siano più complessi di quanto spesso si supponga". Innanzitutto, il punto fondamentale è che i principali paesi capitalisti non sono stati caratterizzati da una riduzione dello stato. Nei fatti è vero il contrario. Anche se il neoliberalismo come ideologia deriva dal desiderio di ridurre il ruolo dello Stato, il neoliberalismo come realtà politico-economica ha prodotto apparati statali sempre più potenti, interventisti e sempre più vasti - addirittura autoritari.

 

L'attuazione del neoliberalismo ha comportato un ampio e permanente intervento statale, tra cui: la liberalizzazione dei mercati delle merci e dei capitali, la privatizzazione delle risorse e dei servizi sociali, la deregolamentazione degli affari e dei mercati finanziari in particolare, la riduzione dei diritti dei lavoratori (in primo luogo, il diritto alla contrattazione collettiva) e, più in generale, la repressione dell'attivismo sindacale, l'abbassamento delle imposte sulla ricchezza e sul capitale, a scapito delle classi medie e dei lavoratori, l'abbandono dei programmi sociali, e così via. Queste politiche sono state sistematicamente perseguite in tutto l'Occidente (e imposte ai paesi in via di sviluppo) con una determinazione senza precedenti e con il sostegno di tutte le principali istituzioni internazionali e dei partiti politici. In questo senso, l'ideologia neoliberale, almeno nella sua veste ufficiale anti-statale, dovrebbe essere considerata poco più che un comodo alibi per quello che è stato ed è sostanzialmente un progetto politico dello stato, diretto a consegnare le leve di comando della politica economica "nelle mani del capitale e soprattutto degli interessi finanziari", scrive Stephen Gill. Il capitale oggi resta dipendente dallo stato come lo era nel "Keynesismo" - per la repressione delle classi lavoratrici, il salvataggio delle grandi imprese che altrimenti sarebbero fallite, aprire i mercati esteri, ecc. Nei mesi e negli anni successivi al crash finanziario del 2007-2009, la continuità della dipendenza dallo Stato da parte del capitale - e del capitalismo - nell'epoca del neoliberalismo è diventata evidente, dato che i governi degli Stati Uniti e dell'Europa, e altrove, hanno salvato le rispettive istituzioni finanziarie a colpi di trilioni di euro / dollari. In Europa, a seguito dello scoppio della cosiddetta "crisi dell'euro" nel 2010, tutto questo si è accompagnato ad un attacco su più fronti al modello sociale ed economico europeo del dopoguerra, finalizzato alla ristrutturazione e alla riorganizzazione delle società e delle economie europee  nella direzione più favorevole al capitale.

 

Tuttavia, la nozione (sbagliata) che il neoliberalismo comporti una riduzione dello Stato continua a rimanere nella retorica della sinistra. Concetto ulteriormente confermato dall'idea che lo stato sia stato reso impotente dalle forze della globalizzazione. L'opinione più diffusa ritiene che la globalizzazione e l'internazionalizzazione della finanza abbiano posto fine all'era degli Stati nazionali e alla loro capacità di perseguire politiche non conformi ai diktat del capitale globale. Ma l'affermazione che la sovranità nazionale sia realmente giunta alla fine dei suoi giorni è confermata dai fatti? L'affermazione che la fase attuale del capitalismo mini alle fondamenta la possibilità di sopravvivenza dello Stato nazione spesso si riferisce al famoso trilemma dell'economista di Harvard Dani Rodrik. Alcuni anni fa, Rodrik ha descritto un suo teorema, noto come il "teorema dell'impossibilità", che afferma che «la democrazia, la sovranità nazionale e l'integrazione economica globale sono reciprocamente incompatibili: possiamo combinare due a scelta delle tre, ma non avere tutte e tre contemporaneamente nella loro pienezza» : in parole semplici, poiché gli Stati nazione impongono costi di transazione, se si vuole una vera integrazione economica internazionale, bisogna essere pronti a rinunciare alla sovranità nazionale (creando un sistema di federalismo regionale/globale, per far coincidere l'ambito della politica democratica con l'ambito dei mercati globali).

 

Nel corso degli anni, le forze politiche trasversali all'intero spettro elettorale hanno abilmente utilizzato il trilemma di Rodrik per presentare le politiche neoliberali - che implicano sia una riduzione della democrazia partecipativa che della sovranità nazionale - come "il prezzo inevitabile da pagare per la globalizzazione". Anche coloro che a sinistra pretendono di opporsi al neoliberalismo spesso invocano il teorema dell'impossibilità per giustificare la tesi che lo stato nazionale sia "finito". Ma questo non è ciò che Rodrik intendeva. Contrariamente all'opinione comune, egli riconosce che l'integrazione economica internazionale è ben lungi dall'essere "reale"; infatti, essa rimane "notevolmente limitata". Anche nel nostro presunto mondo globalizzato, nonostante la fioritura delle imprese e delle catene di approvvigionamento globali, esiste ancora una significativa incertezza del tasso di cambio; ci sono ancora grandi differenze culturali e linguistiche che escludono la piena mobilità delle risorse attraverso le frontiere nazionali, come dimostra il fatto che i paesi industriali avanzati presentano in genere una forte "preferenza nazionale" (home bias); vi è ancora una forte correlazione tra i tassi di investimento nazionali e i tassi di risparmio nazionali; vi sono ancora gravi restrizioni alla mobilità internazionale del lavoro; e i flussi di capitali tra popoli ricchi e poveri risultano notevolmente inferiori rispetto a quelli previsti dai modelli teorici. Gli stessi argomenti possono essere portati avanti anche oggi (quasi 20 anni dopo la pubblicazione dell'articolo di Rodrik). Pertanto, il trilemma è vero da un punto di vista teorico, ma ha poca attinenza con la realtà, a parte funzionare da strumento politico o da profezia autoavverante.

 

Più in generale, come spieghiamo nel nostro nuovo libro "Riconquistare lo Stato: una visione progressista della sovranità nazionale per un mondo post-neoliberale", la globalizzazione, anche nella sua forma neoliberale, non è stata (è) il risultato di qualche dinamica intrinseca al capitale o all'innovazione tecnologica che inevitabilmente comporta una riduzione del potere statale, come spesso viene affermato. Al contrario, è stato (è) un processo che è stato (è) attivamente creato e promosso dagli stati. Tutti gli elementi che noi associamo alla globalizzazione neoliberale - delocalizzazione, deindustrializzazione, libera circolazione delle merci e del capitale, ecc. - sono stati (sono), in molti casi, il risultato di scelte fatte dai governi. Più in generale, gli stati continuano a svolgere un ruolo cruciale nella promozione, nell'attuazione e nel sostegno di un quadro internazionale neoliberale, nonché nello stabilire le condizioni interne che consentano al meglio l'accumulazione globale. Allo stesso tempo, non si può negare che per molti aspetti - la capacità di promuovere le industrie locali nei confronti di quelle straniere, gestire il disavanzo di bilancio, gestire l'emissione di moneta, imporre dazi e tassazione, regolamentare l'importazione e l'esportazione di beni e di capitali, ecc. - la sovranità economica, comprese le economie capitalistiche avanzate, oggi è più sottoposta a vincoli che nel passato.

 

In larga misura, tuttavia, questo è il risultato di una limitazione deliberata e consapevole dei poteri sovrani statali da parte delle élite nazionali, attraverso un processo conosciuto come depoliticizzazione. Le varie politiche adottate dai governi occidentali a tal fine includono: (i) ridurre il potere dei parlamenti rispetto all'esecutivo e rendere i rappresentanti sempre meno rappresentativi (ad esempio passando dai sistemi parlamentari proporzionali a quelli maggioritari); ii) rendere le banche centrali formalmente indipendenti dai governi; (iii) adottare "l'obiettivo dell'inflazione" - un approccio che sottolinea la bassa inflazione come obiettivo primario della politica monetaria, escludendo altri obiettivi politici, come la piena occupazione - come obiettivo dominante delle politiche della banca centrale; (iv) adottare politiche economiche vincolate a delle regole - sulla spesa pubblica, sul debito in percentuale del PIL, sulla concorrenza, ecc, limitando così quello che i politici possono fare per rispettare il mandato dei loro elettori; v) subordinare i settori della spesa pubblica al controllo di tesoreria; vi) ri-adozione di sistemi di cambio fissi, come l'euro, che limitano severamente la capacità dei governi di esercitare un controllo sulla politica economica; (vii) limitare la capacità dei governi di porre delle regole nell'interesse pubblico, mediante i cosiddetti meccanismi di ISDS (mecanismi di risoluzione delle controversie tra investitori e stati), oggi inclusi nella maggior parte dei trattati di investimento bilaterali (di cui oltre 4.000 operativi) e accordi commerciali regionali (come il FTAA e il TPP); e, soprattutto, (viii) cedere le prerogative nazionali alle istituzioni sovranazionali e alle burocrazie sovra-statali come l'UE.

 

La ragione per cui i governi hanno scelto di "legarsi le mani" sono ovvie: come dimostra il caso europeo, la creazione di "vincoli esterni" autoimposti ha permesso ai politici nazionali di ridurre i costi politici della transizione neoliberale - che chiaramente comporta l'attuazione di politiche impopolari - "gettando le colpe" sulle regole istituzionalizzate e le istituzioni "indipendenti" o internazionali, che a loro volta sono state presentate come risultato inevitabile della nuova, dura, realtà della globalizzazione, preservando così le politiche macroeconomiche dalla contestazione popolare. La guerra alla sovranità è stata in sostanza una guerra alla democrazia. Questo processo è stato portato alle sue conclusioni più estreme nell'Europa occidentale, dove il Trattato di Maastricht (1992) ha incorporato il neoliberalismo nel tessuto sociale dell'UE, effettivamente mettendo fuori legge le politiche "keynesiane", che erano state dominanti negli ultimi decenni.

 

Data la guerra del neoliberalismo contro la sovranità e gli effetti nefasti della depoliticizzazione, non dovrebbe sorprendere che "la sovranità sia diventata il punto fondamentale della politica contemporanea", come nota Paolo Gerbaudo. Allo stesso modo, è naturale che la rivolta contro il neoliberalismo assuma innanzitutto la forma di richieste di ripoliticizzazione dei processi decisionali nazionali - vale a dire, di un controllo più democratico sulla politica (e soprattutto sui flussi globali distruttivi scatenati dal neoliberalismo), che necessariamente può essere esercitato solo a livello nazionale, in assenza di efficaci meccanismi sovranazionali di rappresentanza. L'UE non è ovviamente un'eccezione: in realtà, essa è (correttamente) considerata da molti come l'incarnazione del dominio tecnocratico e dell'allontanamento elitario dalle masse, come dimostrato dal voto per la Brexit e dal diffuso euroscetticismo che pervade il continente. In questo senso, come sosteniamo nel libro, la gente di sinistra non dovrebbe vedere la Brexit - e più in generale l'attuale crisi dell'Unione europea e dell'unione monetaria - come un motivo di disperazione, ma piuttosto come un'occasione unica per abbracciare (di nuovo) una visione progressista ed emancipatoria della sovranità nazionale, per respingere la camicia di forza neoliberale dell'UE ed attuare una vera e propria piattaforma socialdemocratica (che sarebbe impossibile all'interno dell'UE, per non parlare all'interno della zona euro). Per far ciò, tuttavia, bisogna accettare il fatto che lo Stato sovrano, lungi dall'essere impotente, ha ancora le risorse per un controllo democratico dell'economia e delle finanze di una nazione - che la lotta per la sovranità nazionale è, in definitiva, una lotta per la democrazia. Questo non deve avvenire a scapito della cooperazione europea. Al contrario, consentire ai governi di massimizzare il benessere dei loro cittadini, potrebbe e dovrebbe costituire la base di un rinnovato progetto europeo, basato sulla cooperazione multilaterale tra Stati sovrani.

01/11/17

EconoMonitor - John Maynard Keynes: per una politica macroeconomica che funzioni

Dal prestigioso blog di macroeconomia di Nouriel Roubini EconoMonitor traiamo un'autorevole analisi su uno dei concetti forse più trascurati della teoria macroeconomica keynesiana, la preferenza degli agenti economici per la liquidità. Questo concetto viene rivalutato qui come una chiave di lettura utile per spiegare la persistenza dell'attuale crisi economica globale, e le misure raccomandate da Keynes per una tale eventualità, se applicate, vengono indicate come la soluzione più rapida ed efficace per stimolare un'autentica ripresa. Sfortunatamente questo concetto, sommerso dalla predominanza di politiche mainstream di stampo liberista, e trascurato anche dai fan keynesiani dell'ultima ora, non si è ancora affermato come sarebbe auspicabile, né le politiche raccomandate sono state mai applicate. Per questo motivo riteniamo importante aprire anche  qui un dibattito che possa accendere i riflettori sull'argomento.


 

 

 

 

Di Biagio Bossone, 25 luglio 2017

 

 

Il fantasma di John Maynard Keynes…torna a perseguitarci”, così commentava Martin Wolf (2008) alla vigilia della crisi finanziaria globale, individuando nelle lezioni del padre della macroeconomia la strada migliore per comprendere la crisi e ristabilire la salute dell’economia mondiale.

 

 

La gravità della crisi ha effettivamente convinto molti economisti a rivalutare gli insegnamenti di Keynes, che per decenni erano scomparsi dalla teoria e pratica economica mainstream. E se a marzo del 2008, durante l’incontro annuale dell’American Economic Association, gli economisti ostentavano ancora scetticismo verso l’idea di combattere una recessione con stimoli fiscali, solo pochi mesi dopo, nel meeting del gennaio 2009, tutti si dichiaravano praticamente a favore di tali misure (Uchitelle 2009).

 

 

Tuttavia, questo rinnovato interesse da parte della professione economica alle politiche di intervento sulla domanda di Keynes non ha tenuto sufficientemente in conto la teoria keynesiana della preferenza per la liquidità come chiave per spiegare perché in un’economia capitalistica possa esistere disoccupazione involontaria permanente, e in che misura le politiche monetarie e fiscali possano essere efficaci per stimolare la ripresa economica.

 

 

 

 

La teoria keynesiana della preferenza per la liquidità (LPT)

 

 

L’analisi di Keynes smontava l’importanza di produttività ed austerità come basi della teoria neoclassica dei tassi d’interesse. Nel riconoscere il ruolo chiave svolto dall’incertezza – e non soltanto dal rischio calcolato – per tutte le decisioni economiche, a differenza dalla teoria neoclassica, la LPT non considera il tasso d’interesse una ricompensa per la pazienza, o l’astinenza, ma piuttosto un premio agli agenti disposti a separarsi dalla liquidità, e dunque una sorta di metro della loro riluttanza a privarsi del controllo sulla loro liquidità in un mondo dominato dall’incertezza. In qualsiasi momento il tasso d’interesse deve essere tale da far cessare al margine la propensione generale a detenere beni liquidi piuttosto che in altra forma, in base alla quantità di liquidità disponibile nell’economia (Keynes (1971-89), Vol. 7, 167).

 

 

Per Keynes il tasso d’interesse è determinato non sulla base di scelte di risparmio, ma dei livelli di liquidità del risparmio preferiti dagli agenti. Queste preferenze riguardano lo stock dei risparmi (ricchezza), non i flussi di risparmio, e il tasso d'interesse è determinato dalla domanda e dall’offerta dei beni in cui la ricchezza può essere collocata, non dall’offerta e dalla domanda di (flussi di) risparmio - come accade nella teoria neoclassica dei fondi di credito che è a tutt’oggi alla base dei modelli macroeconomici (Woodford 2003) mainstream (neo-Wickselliani). A tal proposito, è importante che l'LPT venga intesa in termini generali e non identificata esclusivamente con la domanda di moneta. L’LPT riguarda la domanda di beni a vari livelli di liquidità, e il tasso d’interesse dipende sia dalla domanda che dall’offerta di beni in tutto questo spettro.

 

 

Di conseguenza, i tassi d’interesse futuri sulle attività finanziarie sono determinati da valutazioni di mercato influenzate dalla psicologia di massa, e dalla misura in cui queste si ripercuotono sulle preferenze di liquidità degli agenti. Per l’LPT, il tasso d’interesse è un fenomeno convenzionale, il cui valore è largamente disciplinato dall’aspettativa prevalente del suo plausibile valore, e che può permanere a livelli cronicamente troppo elevati per permettere la piena occupazione [1].

 

 

Non esiste pertanto un livello d’interesse unico (‘naturale’) che consenta al sistema di adattarsi automaticamente all'equilibrio (‘naturale’) di piena occupazione, ma esiste un qualsiasi livello d’interesse che possa soddisfare le convenzioni dei mercati finanziari in qualsiasi momento (Bibow 2005). Capovolgendo la visione neoclassica, l’LPT ha mostrato come sia la sfera dell’economia reale a doversi adattare a qualsiasi livello d’interesse in cui il sistema finanziario possa trovarsi. [2]

 

 

 

 

LPT e politica monetaria

 

 

Nel rimuovere il risparmio e la produttività come punti fermi reali del tasso d’interesse, l’LPT ha lasciato questi ultimi alla mercé delle convinzioni convenzionali popolari. [3] Eppure, proprio la natura convenzionale del tasso d’interesse, come incapsulato nell’LPT, ha aperto la strada al riconoscimento del ruolo centrale svolto dalle aspettative nella creazione di politiche economiche. In presenza di questa fondamentale indeterminatezza dell'equilibrio macroeconomico - nel contesto di una moltitudine di possibili equilibri - la gestione attiva delle aspettative attraverso la politica monetaria (in combinazione con l'uso dei tassi a breve termine) è diventata lo strumento fondamentale della banca centrale per influenzare le convinzioni (e quindi i tassi d’interesse) e orientare l’economia verso il suo equilibrio ottimale (piena occupazione e bassa inflazione).

 

 

Secondo Keynes, l’efficacia delle politiche dipende in larga misura dalla credibilità delle azioni intraprese e delle istituzioni che le intraprendono. Oggi a questi requisiti andrebbe aggiunto un canale di comunicazione con gli strumenti di politica economica, necessario alle banche centrali per poter guidare le aspettative del mercato in linea con gli obiettivi politici. Lungi dall'essere un fattore neutro, la moneta può essere usata per guidare l'attività economica reale e l'accumulazione verso livelli socialmente ottimali.

 

 

Resta aperta la questione se le banche centrali siano sempre in grado di assolvere a tale compito. Keynes riteneva che, laddove le autorità conducano una politica equilibrata e la perseguano costantemente, rassicurando i mercati sul fatto che esse sanno bene cosa va fatto e che perseguono i loro scopi con fermezza, allora sono in grado di influenzare le aspettative degli agenti nella direzione desiderata (Aspromourgos 2006).

 

 

Keynes prevedeva anche la possibilità di situazioni estreme - come una recessione persistente in maniera ostinata  - in cui l'andamento dell'economia provoca una maggiore incertezza, un clima di sfiducia in campo finanziario e aspettative eterogenee. In questi casi, raccomandava alle banche centrali di ricorrere a “misure straordinarie”, come ad esempio operazioni di mercato aperto su titoli a lungo termine, [4] che ricordano molto da vicino delle politiche non-convenzionali (bilancio della banca centrale) ante litteram (Bossone 2013a, b).

 

 

Esistono limiti a tali politiche?

 

 

Keynes ha ripetutamente richiamato la possibilità di un certo limite assoluto che impedisca l’adeguamento al ribasso dei tassi d'interesse (per quanto non fosse del tutto convinto della rilevanza concreta di tale possibilità [5]), dovuto all’incertezza che spinge gli investitori a spostarsi verso la liquidità. Ad un certo punto si raggiunge un plateau, dove le spinte a vendere causate dallo spostamento verso la liquidità dei titolari di titoli annulla la pressione sui prezzi data delle operazioni di mercato aperto. A quel punto, il potere di controllo della banca centrale perde efficacia: il sistema si trova in una trappola della liquidità. Keynes, infatti, ha indicato che questa condizione potrebbe emergere a qualunque livello del tasso d’interesse che possa essere considerato “abbastanza sicuro” (e non necessariamente al limite inferiore pari a zero). Pertanto, esiste una molteplicità di trappole della liquidità. Questo problema non si presenterebbe se le autorità riuscissero a spostare lo stato delle aspettative nella direzione desiderata, o almeno così si pensava.

 

 

Può la politica monetaria, da sola, garantire efficacemente questo risultato?

 

 

L’esperienza della crisi finanziaria globale del 2007-09 e la successiva crisi del debito in Europa hanno mostrato i gravi limiti della politica monetaria. Dopo un breve periodo, durante il quale i governi delle economie più avanzate avevano utilizzato la leva fiscale (in concorrenza con la praticamente illimitata disponibilità di liquidità della banca centrale) come misura tampone rispetto al rischio di crisi finanziaria, alle autorità monetarie è stato lasciato il compito di risollevare l’economia dalla recessione, proprio nel momento in cui le politiche fiscali tendevano nuovamente verso l’austerità, per evitare la crescita eccessiva del debito pubblico. Poiché in tutti i paesi le autorità monetarie si sono comportate di conseguenza, l’effetto generale delle loro politiche è stato che ci è voluto un periodo di tempo eccessivamente lungo per consentire la ripresa economica, sempre che tale ripresa si sia effettivamente realizzata.

 

 

L’LPT spiega questo risultato evidenziando come, anche quando le politiche non convenzionali possono riuscire a fare abbassare i tassi, la preferenza per la liquidità guidata da aspettative pessimistiche può essere così forte e persistente da rendere i tassi d’interesse  inefficaci o comunque insufficienti a spostare le preferenze degli agenti dalla liquidità verso  i consumi e gli investimenti. Infatti, se si tiene conto di quanto siano importanti le aspettative convenzionali, ulteriori riduzioni dei tassi d’interesse non fanno altro che segnalare un'ulteriore fragilità economica e alimentare nel mercato sentimenti ancor più pessimistici, piuttosto che incoraggiare la domanda.

 

 

L’unica cosa che le banche centrali possono ottenere attraverso la continua espansione del loro bilancio e l’adozione di politiche di orientamento espansivo, è di cambiare lentamente le aspettative pessimistiche, segnalando la loro ostinata determinazione a contrastare la recessione e combattere la deflazione (Bossone 2017). Nel lungo periodo, il mercato finisce con l’adeguarsi; tuttavia, questa è una strategia politica molto indiretta e che richiede tempo, perché i soldi iniettati nell’economia attraverso operazioni di mercato aperto non raggiungono direttamente coloro che hanno più propensione a spendere. D’altra parte, l’esperienza dimostra che, laddove sono stati adottati tassi d'interesse negativi per stimolare la domanda aggregata, i canali di trasmissione non hanno funzionato come previsto, dato che l’elevata preferenza per la liquidità li ha effettivamente congelati, con risultati complessivamente insoddisfacenti (Jobst e Lin 2016).

 

 

 

 

Politica monetaria e fiscale

 

 

In condizioni di trappola della liquidità, le politica fiscale si rivela essere più efficace, soprattutto se coordinata con adeguate politiche monetarie. All’indomani della Grande Recessione, molti economisti mainstream (in particolare Krugman 2016 e Delong e Summers 2012) raccomandavano le politiche fiscali come la migliore via d’uscita dalle trappole della liquidità [6]. Anche altri, infrangendo tutti i tabù, raccomandavano misure come il finanziamento monetario dei disavanzi fiscali (Bernanke 2002, 2017, Caballero 2010, Turner 2013, 2015) o la distribuzione pubblica di moneta emessa dalla banca centrale (Blyth e Lonergan 2014, Muellbauer 2014).

 

 

Qui, Friedman (1969) e il suo concetto di ‘helicopter money’ si applicano in maniera più pertinente rispetto a Keynes. Tuttavia, l’analisi LPT di Keynes e l’analisi sul moltiplicatore del reddito forniscono un forte incentivo all’utilizzo congiunto di politiche monetarie e fiscali, al fine di massimizzare il loro impatto sulla domanda aggregata riducendo al minimo l'effetto delle aspettative pessimistiche sulla preferenza per la liquidità (Bossone 2017). Di conseguenza, la Banca Centrale e il Tesoro dovrebbero coordinare le loro azioni in modo da:

 

 

- consentire al governo di finanziare nuove spese, riduzioni fiscali o programmi di welfare sociale appositamente progettati per attivare i più elevati moltiplicatori di reddito senza emettere nuovo debito (il che è particolarmente utile per i paesi con un ambito fiscale fortemente vincolato);

 

 

- distribuire denaro direttamente alla gente, senza doversi affidare a canali di credito bancari, poiché né le banche né il pubblico sono rispettivamente propensi a prestare e ad indebitarsi.

 

 

Tali impieghi concomitanti di politiche monetaria e fiscale rappresentano un “free lunch” (Bossone (2016) e funzionano sempre (Buiter 2014), ma non sono mai stati messi in pratica, probabilmente perché non è stato mai capito a fondo che una forte e persistente preferenza per la liquidità:

 

 

- congela il normale funzionamento di un'economia di produzione monetaria - oggetto della teoria di Keynes

 

 

- e richiede il coordinamento di politiche monetarie e fiscali come unica strategia per intervenire direttamente sulla domanda aggregata (e senza ripercussioni sul debito) e per cambiare rapidamente le aspettative mostrando risultati visibili e una crescita dell’occupazione [7].

 

 

 

 

Conclusioni

 

 

La crisi che ha afflitto le economie avanzate nell’ultimo decennio ha portato nuovamente alla ribalta la teoria macroeconomica di John Maynard Keynes. Oltre che essere stata forse troppo effimera, tale rinascita ha in realtà coinvolto il dibattito specialistico molto meno di quanto un serio processo di rivalutazione avrebbe dovuto adeguatamente richiedere. Una rilettura troppo superficiale della portata rivoluzionaria del pensiero di Keynes ha portato molti tra i suoi recenti simpatizzati a trascurare il ruolo centrale della teoria della preferenza per la liquidità nello spiegare perché le economie capitalistiche possano trovarsi intrappolate in equilibri di sotto-occupazione, e nell’individuare nelle politiche monetarie e fiscali la soluzione al loro malessere.

 

 

Note

 

 

Aspromourgos T (2006) “Keynes, Public Debt and the Complex of Interest Rates”, mimeo.

Balls E, J Howat, e A Stansbury (2016) “Central Bank Independence Revisited: After the financial crisis, what should a model central bank look like?”, M-RCBG Associate Working Paper No. 67, Mossavar-Rahmani Center for Business & Government, Harvard Kennedy School.

Bernanke B (2003) “Some thoughts on monetary policy in Japan”, Interventi presso la Japan Society of Monetary Economics, Tokyo, 31 maggio.

Bernanke, B (2017), “Some Reflections on Japanese Monetary Policy”, presentata alla Bank of Japan, 24 maggio, 2017.

Blyth M ed E Lonergan (2014) “Print Less but Transfer More: Why Central Banks Should Give Money Directly to the People”, Foreign Affairs, Essay, edizione settembre/ottobre 2014

Bibow J (2005) “Liquidity Preference Theory Revisited—To Ditch or to Build on It?,

The Levy Institute Economics Institute Bard College, Working Paper No. 427, agosto.

Boianovsky M (2004) “The IS-LM Model and the Liquidity Trap Concept: From Hicks to Krugman”, History of Political Economy (2004) 36 (Suppl 1), 92-126.

Bossone, B (2013a) “Unconventional Monetary Policies Revisited (1a parte)”, VoxEu, 4 ottobre.

Bossone, B (2013a) “Unconventional Monetary Policies Revisited (2a parte)”, VoxEu, 5 ottobre.

Bossone B (2015) “Helicopter Money, Central Bank Independence and the Unlearned Lesson From the Crisis”, EconoMonitor, 4 settembre.

Bossone B (2016) “The true costs of helicopter money”, VoxEu, 5 settembre 2016.

Bossone B (2017) “Secular stagnation (and policy options) from a liquidity perspective”, in fase di pubblicazione (disponibile su richiesta presso l’autore).

Buiter W H (2014) “The simple analytics of helicopter money: why it works – always”, Economics, Vol. 8, 2014-28.

Caballero R (2010) “A helicopter drop for the Treasury”, VoxEu, 30 agosto.

Delong J B, and L H Summers (2012) “Fiscal Policy in a Depressed Economy”, Brookings Papers on Economic Activity, Spring, The Brookings Institution.

Friedman M (1969) “The Optimum Quantity of Money”, in Milton Friedman, The Optimum Quantity of Money and Other Essays, Chicago: Adline Publishing Company, 1-50.

Lansing K J (2017) “R-star, Uncertainty, and Monetary Policy”, FRBSF Economic Letters, 30 maggio,

Muellbauer J (2014) “Combatting Eurozone deflation: QE for the people”, VoxEu, 23 dicembre.

Jobst A and H Lin (2016) “Negative Interest Rate Policy (NIRP): Implications for Monetary Transmission and Bank Profitability in the Euro Area”, IMF WP/16/172, International Monetary Fund.

Keynes J M (1971-89) “The Collected Writings of John Maynard Keynes”, 30 vols, London: Macmillan for the Royal Economic Society.

Krugman P (2015) “John and Maynard’s Excellent Adventure”, New York Times Blog, 14 marzo 14.

Krugman P (2016) “What Have We Learned From The Crisis?”, lezione tenuta presso il Picciotto Prize, Graduate Institute, Geneva, 20 settembre.

Tily G (2012) “Keynes’s monetary theory of interest”, in Threat of fiscal dominance?, BIS Papers No. 65, Bank for International Settlements, maggio.

Turner, A (2013), “Debt, money and Mephistopheles: how do we get out of this mess”, Cass Business School Lecture, 6 febbraio.

Turner, A (2015), The Case for Monetary Finance – An Essentially Political Issue

16th Jacque Polak Annual Research Conference, 6 novembre.

Uchitelle L (2009) “Economists Warm to Government Spending but Debate Its Form”. New York Times. 6 gennaio.

Wolf M (2008) “Keynes offers us the best way to think about the financial crisis”, Financial Times, 23 dicembre.

Woodford M (2003) “Interest and prices: Foundations of a theory of monetary policy”, Princeton, New Jersey: Princeton University Press.

[1] Keynes (1971-89), Vol. 7, 203-204. È interessante sottolineare che Lansing (2017) prevede una correlazione fortemente negativa tra tasso di interesse "naturale" ("r-star") e indice di incertezza macroeconomica.

[2] A dettare le regole è il tasso d’interesse sulla liquidità, fissando “lo standard che l’efficienza marginale di un’attività di capitale deve raggiungere per essere sostenibile.” (Keynes (1971-89), Vol. 7, 222.)

[3] Keynes notava:

“Nel mio Treatise on Money ho definito un presunto tasso d’interesse unico, che ho chiamato il saggio d'interesse naturale...lo ritenevo un’evoluzione e un chiarimento del “tasso d'interesse naturale” di Wicksell ...

Avevo però trascurato il fatto che in ogni singola società esiste...un diverso tasso d’interesse naturale per ogni ipotetico livello di occupazione ... analogamente, per ogni tasso d’interesse esiste un livello di occupazione per il quale tale tasso è il "naturale" , nel senso che il sistema sarà sempre in equilibrio con quel tasso d'interesse e quel livello di occupazione. Parlare di tasso d’interesse naturale, o suggerire che la definizione di cui sopra fornisse un valore unico per il tasso d’interesse indipendentemente dal livello di occupazione era dunque un errore. In quel momento non avevo ancora capito che, a determinate condizioni, il sistema potrebbe essere in equilibrio anche con livelli di occupazione parziali.

Non sono più del parere che il concetto di tasso d’interesse "naturale"...sia utile o significativo per contribuire alla nostra analisi ...

Se anche un tale tasso d'interesse esistesse...si tratterebbe del tasso che potremmo definire il saggio d’interesse neutro, vale a dire un tasso naturale che, nel senso sopraindicato, sia coerente con la piena occupazione, tenendo in conto gli altri parametri del sistema; per quanto in questo caso lo si

dovrebbe forse denominare come tasso ottimale.” (Keynes (1971-89), Vol. 7, 242-3)


[4] Si veda ad esempio Keynes (1971-89), Vol. 6, 334.

[5] Keynes (1971-89), Vol. 7, 207.

[6] Come riconosciuto da Krugman (2015), questa linea di pensiero si basa più sulla reinterpretazione di Keynes di Sir John Hicks che sulla teoria originale di Keynes. Si veda anche Boianovsky (2004).

[7] Sul coordinamento fiscale monetario si veda, Bossone (2015) e Balls et al (2016).