02/08/19

L’altra periferia dell’Unione Europea

L’Off-Guardian racconta la storia della periferia europea meno nota, quella dei paesi dell’Europa Centrale e Orientale. Si tratta di una storia che ricorda quella raccontata in un libro a noi molto caro. L’ingresso dei paesi ex-comunisti all’interno dell’Unione Europea non serve ad elevare lo standard di vita di questi al livello dei paesi occidentali: serve a sfruttarne tutte le risorse, in primis una manodopera qualificata a basso costo, a costo di impoverire e desertificare paesi già più deboli.

 

 

Di Frank Lee, 27 luglio 2019

 

 

Partiamo dai dieci paesi più poveri per reddito pro capite dell’Europa, in ordine crescente:

 



 

La media generale di reddito pro capite in Europa è di 37.317 dollari (dati 2018).

 

Quello che salta all’occhio è che la maggior parte di questi paesi è o nei Balcani o nel Sud-Est Europa. Ma questo non è tutto.

 

Il Portogallo, il paese più povero dell’Europa occidentale, con un PIL di 238 miliardi di dollari, è di poco superato dalla Repubblica Ceca (che è in realtà al centro dell’Europa), la migliore esponente dell’Est e il cui reddito nazionale è di 240 miliardi di dollari.

 

Pertanto, in termini di reddito pro-capite, la Repubblica Ceca è l’unico rappresentante dei paesi ex-sovietici in Europa. Questa scissione geopolitica non potrebbe essere più marcata. Queste due eurozone replicano la divisione tra il Sud e il Nord esistente in America con gli USA e il Canada da una parte e l’America Centrale e Latina dall’altra.

 

Gran parte dell’attenzione allo sviluppo europeo – o della sua assenza – si è concentrata sul divario tra l’Europa dell’Est e del Sud. La scissione attuale è attribuibile a strategie economiche provate, testate e fallite promulgate dalle varie istituzioni pro-globalizzazione: il FMI, la World Bank, il WTO eccetera.

 

La moneta unica, l’euro, è diventata a corso legale il primo gennaio 1999 ed è stata adottata dalla maggior parte dei paesi dell’Europa. Ma si è rivelata una rovina per la economia politica del Sud.

 

Quando stati sovrani differenti sono responsabili delle loro stesse strategie economiche e sono in grado di stampare e dare corso alla loro propria moneta sui mercati mondiali, ogni distorsione e cattiva allocazione delle bilance commerciali viene compensata da cambiamenti del tasso di cambio – in breve, dalla svalutazione. Questo si spera aggiusti gli sbilanciamenti e riporti all'equilibrio commerciale.

 

Tuttavia, questa strategia oggi non è più disponibile per gli stati europei del Sud, dal momento che non hanno più la loro propria moneta e, inoltre, sono sotto tutela della BCE. La periferia del Sud usa ora la stessa moneta del blocco del Nord, l’euro, e la BCE le chiede di adottare una politica economica che vada bene per tutti.

 

Pertanto, le svalutazioni sono escluse.

 

Dati i livelli più alti di produttività e i costi più bassi della Germania, dell’Olanda, della Svezia, della Francia eccetera, gli stati della periferia del Sud hanno iniziato ad accumulare cronici deficit di bilancia dei pagamenti. L’unica via d’uscita per loro disponibile è quella che viene definita “svalutazione interna” – vale a dire l'austerity.

 

Questo provoca bassa crescita, alta disoccupazione, intensa emigrazione, spopolamento, tagli alla spesa pubblica e tutte le altre strategie di aggiustamento strutturale del FMI – strategie fallite praticamente ovunque.

 

Se ci occupiamo dell’Europa dell’Est, facciamo luce su un differente ordine di problemi. La maggior parte dei paesi europei dell’Est, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia hanno mantenuto la loro moneta; salvo casi specifici come la Lettonia il cui governo, a differenza del suo popolo, è entrata dove osano le aquile – nell’eurozona e nell’euro

 

(NB Alcuni paesi europei occidentali, come per esempio il Regno Unito, la Danimarca, la Svizzera e la Norvegia, hanno – saggiamente – mantenuto le loro monete).

 

Escludendo la Russia, ovviamente, questi Stati Europei dell’Est – chiamate “economie di transizione” – si sono impantanati nella stagnazione economica che è stata molto spesso difficile se non impossibile da superare. Questi ostacoli sono specifici della periferia dell’Est.

 

L’Unione Europea ora è composta da 28 stati. Non meno di 10 di questi erano ex stati del Blocco dell’Est, e questa proporzione è destinata a crescere con l’imminente adesione di alcune nazioni balcaniche minori. Sebbene la Georgia e l’Ucraina siano in lista per aderire alla UE, dovrebbero anche aderire alla NATO, come è diventata consuetudine per gli stati aspiranti UE.

 

Tuttavia, che ottengano l’adesione è materia di congetture, in quanto questo significherebbe quasi certamente violare una linea rossa con la Russia, risultando un una importante crisi geopolitica. Il centro di gravità dell’Europa si sta spostando. E mentre il processo di adesione all’Unione Europea sta guidando il cambiamento all’interno di questi paesi, sta anche modificando la natura stessa dell’Europa.

 

DOV'È LA MIA PORSCHE?


 

Questi stati dell'Europa orientale emersi dalla disgregazione dell'Unione Sovietica sono stati indotti a credere che venisse loro offerto un nuovo mondo luminoso, con tenore di vita pari a quello dell'Europa occidentale, livelli salariali più elevati e alti tassi di mobilità sociale e consumi (somiglia molto a “con l’euro lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più”, NdVdE).

 

Purtroppo, è stata venduta loro un'illusione (un fogno? NdVdE): il risultato della transizione finora sembra essere stato la creazione di un territorio con salari bassi, un'economia di confine ai margini del nucleo europeo altamente sviluppato; una versione in euro del NAFTA e delle maquiladora, ossia unità di produzione a bassa tecnologia, bassi salari e basso costo che si trovano in Messico, appena varcati i confini meridionali degli Stati Uniti.

 

Questo ha avuto conseguenze politiche e sociali più ampie per l'intero progetto europeo. Il Brave New World previsto non aveva altri principi guida o progetti se non le solite prescrizioni neoliberali di privatizzazione-deregolamentazione-liberalizzazione; la triade politica ben collaudata del manuale neoliberale.

 

Al centro dell’attuazione di queste politiche c'era una controversa prescrizione, chiamata "shock-therapy". Il fatto che questa politica fosse già stata tentata in Russia e avesse fallito in modo spettacolare non sembrava preoccupare i passacarte. Con le credenze religiose accade sempre così.

 

La dottrina stessa era diventata popolare tra gli ingenui e gli opportunisti delle vecchi "repubbliche dei lavoratori". La terapia d'urto è stata progettata per eliminare tutte le vecchie nozioni fuori moda come l'interventismo dello stato, lo stato sociale, la protezione sociale e nazionale; le misure comprendevano l'improvvisa rimozione delle sovvenzioni statali, la svendita di beni statali (privatizzazione) e la brusca eliminazione dei controlli e delle sovvenzioni che in precedenza erano stati applicati ai salari e ai prezzi.

 

Ma i militanti neoliberisti insistettero su una politica di "liberazione" dei mercati che, secondo loro, massimizzerebbe la crescita e lo sviluppo. Come era prevedibile, naturalmente, queste strategie politiche spalancarono questi paesi alla massima penetrazione e influenza occidentale, spesso predatoria.

 

Lo shock fu programmato per avvenire prima della creazione di mercati finanziari all'interno della regione e, in assenza di capitale d'investimento, gli sforzi di ristrutturazione si concentrarono sulla manodopera, sulla riduzione del costo unitario del lavoro, per diventare "competitivi". Si deve comprendere che nell'economia neoliberale, dal lato dell'offerta, la strada verso la ricchezza e la prosperità comportava politiche che in realtà rendono le loro popolazioni più povere. Sembra esserci un sentore leggermente orwelliano in questo. "La povertà è ricchezza."

 

L'ondata di disoccupazione di massa che questa ha generato all'inizio degli anni '90 va ben oltre le esperienze delle recessioni britanniche degli anni '80, con la disoccupazione che  in alcune regioni raggiunse l'80%. La terapia d'urto ha deliberatamente progettato un crollo nelle economie della regione, distruggendo i legami economici della regione e creando poi una massiccia recessione interna.

 

LA SHOCK-THERAPY – TUTTO SHOCK E NIENTE TERAPIA


 

In ogni caso, lo spettacolo deve continuare. La religione neoliberale adottata da molti di questi stati, spesso da ex membri della nomenklatura comunista, che ha portato ad alti livelli di disoccupazione strutturale, era in realtà destinata a farlo, almeno a breve termine. Pur dolorosa che fosse, questa è stata la scossa necessaria ad una forza lavoro inefficiente e confusa e quindi la precondizione assoluta che avrebbe trasformato queste economie precedentemente arretrate in concorrenti agili ed efficienti sui mercati europei e sarebbe stato il preludio ad un ingresso nelle economie sviluppate sul modello dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti. Sì, come no.

 

Nel mondo reale Michael Hudson[1] ha analizzato come questo processo ha funzionato in Lettonia.

 

Come altre economie post-sovietiche, i Lettoni volevano raggiungere la prosperità che vedevano nell'Europa occidentale. Se la Lettonia avesse seguito le politiche che hanno costruito i paesi industrializzati, lo Stato avrebbe tassato progressivamente ricchezza e reddito, per investire nelle infrastrutture pubbliche.

 

Invece, il miracolo baltico della Lettonia assunse forme in gran parte predatorie di ricerca di rendite e di privatizzazioni privilegiate. Accettando il consiglio degli Stati Uniti e della Svezia di applicare le politiche fiscali e finanziarie neoliberali più estreme al mondo, la Lettonia ha imposto le tasse più pesanti sul lavoro. I datori di lavoro dovevano pagare una tassa del 25% sui salari più un 24% dell'imposta sui servizi sociali, mentre i salariati pagano un'altra tassa dell'11%. Queste tre imposte arrivavano al 60% di tasse prima delle detrazioni personali.

 

Inoltre, al fine di rendere il lavoro costoso e non competitivo, i consumatori devono pagare un'IVA del 21% (aumentata bruscamente dal 7%) dopo la crisi del 2008. Nessuna economia occidentale tassa salari e consumi a questo livello.

 

Se da una parte abbiamo una forte tassazione del lavoro in Lettonia, dall’altra c’è invece appena il 10% di tassazione sui dividendi, sugli interessi e su altre rendite e l'aliquota fiscale più bassa sulla proprietà di qualsiasi altra economia. Pertanto, la politica fiscale lettone ha ritardato la crescita e l'occupazione, sovvenzionando contemporaneamente una bolla immobiliare che è la caratteristica principale del "miracolo baltico" lettone.

 

Ora la Lettonia doveva aprire la sua economia agli afflussi di capitale esteri – denaro bollente – da filiali bancarie straniere, principalmente scandinave, il cui interesse principale era quello di finanziare il boom immobiliare. Naturalmente, questi flussi di cassa dovevano essere remunerati e così divennero una tassa finanziaria sul lavoro e sull'industria della nazione. Altre fonti per remunerare i soldi esteri sono state le privatizzazioni delle aziende del settore pubblico lettone. La Svezia è diventata una fonte importante di questi afflussi di denaro in cerca di rendita.

 

Ma nonostante tutto il denaro che fluiva in Lettonia, non è stato fatto alcuno sforzo per ristrutturare l'industria e l'agricoltura, per generare attivi con l’estero per l'importazione di capitali e beni di consumo non prodotti in patria. Dopo aver perso le potenzialità di esportazione durante il periodo COMECON, i legami di produzione esistenti sono stati sradicati, gli impianti industriali sono stati smantellati per il loro valore catastale o trasformati in speculazione immobiliare.

 

Il miracolo del Baltico non è stato altro che una bolla di debito immobiliare finanziata dagli afflussi di capitali esteri. Quando i flussi hanno invertito la direzione, l'entità della deflazione del debito, la deindustrializzazione e lo spopolamento (vedi sotto) sono diventati evidenti.

 

Il programma di austerità... che la Lettonia aveva subito aveva comportato il più rapido crollo dei prezzi delle case al mondo nel giro di un anno, prezzi che avevano raggiunto il picco nel 2007. Nonostante nel 1991 fosse priva di debiti, la Lettonia era diventata il paese più indebitato d'Europa, senza aver utilizzato parte del credito preso in prestito per modernizzare la sua industria o l'agricoltura. [2]"

 

Ciò che era vero per la Lettonia, lo era in generale anche nel resto dell'Europa orientale. Così nel 2008 era diventato evidente che le economie post-sovietiche non erano realmente cresciute, ma erano state finanziarizzate e indebitate.

 

L'economista di Forbes Adomanis ha calcolato nel 2014 che se la convergenza di queste economie con quelle occidentali...

 

...continuasse allo stesso ritmo del periodo 2008-13 (circa lo 0,37% all'anno) ci vorrebbero oltre 100 anni perché i nuovi membri dell’UE raggiungano il livello medio di reddito dei maggiori paesi... considerando che la più rapida e sostenuta convergenza dell'Europa centrale ha coinciso con una bolla del credito che è altamente improbabile si ripeta, sembra più probabile che la convergenza delle regioni sarà più lenta in futuro rispetto al passato." [3]

 

AMICO, MI ALLUNGHI UN EURO?


 

Con la decimazione dell'industria autoctona, il ruolo della finanziarizzazione e del debito è diventato cruciale, in quanto le nuove economie capitalistiche richiedevano un'industria dei servizi finanziari che potesse sostenere le crescenti tendenze verso la speculazione immobiliare e la manipolazione degli asset.

 

Diverse vulnerabilità sono nate dalle azioni di diverse istituzioni, ma l'effetto complessivo è stato quello di creare dipendenza statale dagli investimenti diretti esteri (IDE), e dal sostegno della Banca mondiale, del FMI e della Banca Europea appositamente creata per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS).

 

La finanziarizzazione generale della regione ha portato a un enorme aumento del debito, sia personale che istituzionale. Le banche occidentali di un certo numero di Stati più piccoli, in particolare Austria e Svezia, hanno cercato di aumentare i loro profitti aumentando la loro quota di mercato nella regione dell'Europa centrale e orientale (PECO), con prestiti aggressivi alle famiglie.

 

Basandosi sull'aspettativa generale dell'adesione dei PECO all'UE sui mercati monetari all'ingrosso e approfittando della deregolamentazione finanziaria e degli standard di protezione dei consumatori nella regione, le banche prestavano denaro denominato in euro, franchi svizzeri e yen giapponesi. Ciò ha permesso loro di offrire ai consumatori tassi di interesse più bassi rispetto a quelli disponibili per il prestito in valute nazionali. E questo prestito ha causato un enorme aumento nei livelli di debito personale delle famiglie, in particolare in Ungheria, Romania, Bulgaria e negli stati baltici.

 

Un'altra conseguenza della terapia d'urto è stata la pressione che avrebbe generato sull'Unione Europea verso un'apertura dei mercati dell'Europa occidentale ai PECO. Il modello adottato dagli Stati periferici, di economie a basso salario basate sulle esportazioni, dipendeva dall'accesso ai mercati dell'UE.

 

Tuttavia, per vendere sui mercati dell'UE, è necessario avere qualcosa da esportare. Ma questi Stati semplicemente non avevano e non hanno la capacità industriale e/o finanziaria di competere con gli Stati dell'Europa occidentale e non l’avranno probabilmente nel prossimo futuro. L’essere subordinato a una serie di regole imposte da istituzioni globali, il FMI, il WB, l’OMC – neoliberali – rende impossibile questo sviluppo.

 

Naturalmente, c'è stato qualche investimento occidentale nei PECO, ma senza voler essere cinici – Io? Non sia mai! – non tutto è stato a beneficio dei PECO, la maggior parte era puramente predatorio.

 

Ad esempio, il Conglomerato transnazionale degli Stati Uniti, la General Electric, dopo avere fiutato opportunità utili per fare soldi facili ha deciso di acquistare una società di illuminazione, la Tungsram, in Ungheria. Ha quindi rapidamente chiuso le linee di prodotti redditizi, riuscendo così a rimuovere una fonte di concorrenza interna dal mercato.

 

Analogamente, l'industria del cemento ungherese è stata acquistata da proprietari stranieri, che hanno poi impedito ai loro affiliati ungheresi di esportare; e un produttore siderurgico austriaco ha acquistato un importante impianto siderurgico ungherese solo per chiuderlo e conquistare il suo ex mercato ex-sovietico per la casa madre austriaca. Per un appetito vorace vediamo invece il caso Volkswagen.

 

VW ha preso il controllo di SEAT nel 1986, rendendola il primo marchio non tedesco dell'azienda, e il controllo di Skoda (vedi sotto) nel 1994, di Bentley, Lamborghini e Bugatti nel 1998, Scania nel 2008 e di Ducati, MAN e Porsche nel 2012.

 

Ma lo shopping di VW non si è fermato qui.

 

Studio di un caso: l’acquisizione VW di Skoda


 

Cinque mesi dopo la caduta del comunismo e prima che la shock therapy iniziasse, Citroen, General Motors, Renault e Volvo volevano intensamente impadronirsi di Skoda. VW vinse l'offerta offrendo 7,1 miliardi di marchi, promettendo di aumentare la produzione a 450.000 auto all'anno entro il 2000. Le parti del motore dovevano essere prodotte in Boemia e si promise di utilizzare fornitori cechi. La forza lavoro ceca doveva essere mantenuta. Il governo ceco fu favorevole a questo tipo di investimenti diretti esteri (IDE) e diede a VW una posizione protetta nel mercato interno, oltre a un bonus fiscale di due anni che cancellava i debiti di Skoda.

 

Le cose però si misero al peggio, quando VW ripudiò i suoi debiti e le sue promesse. L'investimento iniziale di 7,1 miliardi di marchi fu ridotto a 3,8 miliardi, non ci sarebbe stato un impianto per motori cechi e nessun impegno a produrre 450.000 automobili entro il 2000. La forza lavoro si sarebbe ridotta a 15.000 persone a seguito di un aumento degli esuberi, e VW si sarebbe sempre più rivolta a fornitori di ricambi tedeschi piuttosto che a filiali ceche, portando 15 imprese di questo tipo a sostituire i loro concorrenti cechi. [4]

 

Questi sono esempi dei modi in cui è stato imposto lo status di "economia periferica" della regione PECO (Paesi dell’Europa Centrale e Orientale). Un rapporto di sfruttamento tra Oriente e Occidente. L'esperienza Skoda con il risultato negativo derivante dall'apertura dei principali settori dell'apparato produttivo del paese target (Repubblica Ceca) alla strategia globale di una multinazionale occidentale non è unica ed è una caratteristica comune dei flussi di Investimenti Diretti Esteri.

 

Dopo appena un paio di anni di "shock-therapy", gran parte dell'infrastruttura industriale di base degli stati periferici era caduta nelle mani di società multinazionali, dalle catene di negozi, agli impianti di produzione di energia elettrica alle acciaierie. Due fenomeni politici/sociali sono risultati dell'accaparramento di asset (scusate, volevo dire investimenti produttivi).

 

POLITICO


 

Dall'avvento della terapia d'urto, ci si sarebbe aspettato che gli elettori dell'Europa orientale avrebbero votato in massa per i partiti di sinistra per le solite ragioni. Vale a dire per mitigare i peggiori effetti sociali ed economici della transizione capitalista.

 

Ma questi stessi partiti avevano seguito la linea di Blair, si erano cioè fortemente impegnati nella "terza via" pseudo-riformista in linea con le ortodossie dell'economia neoliberale, in quanto questo era visto come parte del loro impegno per l'adesione all'Europa. Nel vuoto ideologico sono emersi nella regione i movimenti populisti e di destra, in Polonia e Ungheria, in particolare, nonché semifascisti nei paesi baltici, dove hanno sempre avuto un presidio.

 

Questi gruppi hanno cercato di sfruttare il malcontento della gente. Le forze politiche che fiorivano ai tempi dell'impero austro-ungarico sono riemerse – come il "socialismo cristiano" antisemita e il "liberalismo nazionale" patriottico. E, forse più importante, è arrivata la migrazione di massa e lo spopolamento in tutta l'area...

 

SPOPOLAMENTO


 

“Lo spopolamento dell'Europa orientale è collegato non solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989, negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un simultaneo calo del tasso di natalità..."

 

Il giornale francese Le Monde diplomatique in giugno ha descritto la catastrofe demografica senza precedenti che ha colpito i paesi dell’Europa dell’Est dopo il collasso del sistema comunista.

 

Il processo è iniziato alla fine del 1989, appena dopo la caduta del Muro di Berlino. A seguito dell’evento, ci furono esodi di massa della popolazione della Germania dell’Est, della Polonia e dell’Ungheria verso i paesi dell’Europa Occidentale, in cerca di redditi più alti, esodi che continuano ancora oggi, e che coprono praticamente tutti i paesi che appartenevano al campo socialista.

 

Come risultato della nuova “riallocazione delle persone”, le perdite umane dell’Europa dell’Est sono state molto maggiori di quelle registrate durante entrambe le guerre mondiali. Negli ultimi 30 anni, la Romania ha perso il 14% della popolazione, la Moldavia il 16,9%, l’Ucraina il 18%, la Bosnia il 19,9%, la Bulgaria e la Lituania il 20,8%, la Lettonia il 25,3%. Lo spopolamento ha inoltre riguardato le ex regioni della Germania dell’Est, che sono state letteralmente svuotate.

 

Una sorta d’eccezione è stata la Repubblica Ceca, dove è stato possibile preservare i principali “benefici del socialismo” sotto forma di supporto sociale alla popolazione, di un sistema sanitario gratuito e assistenza.

 

Lo spopolamento dell'Europa orientale non è collegato solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989 negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un calo simultaneo del tasso di natalità.

 

Tuttavia, il principale crollo demografico è stato causato dall’emigrazione della popolazione, specialmente tra le persone più giovani, più attive, più qualificate. Nella terra d’origine sono rimasti i bambini, i pensionati e le persone incapaci di cercare attivamente lavoro all’estero. Tutto ciò nonostante il fatto che per 40 anni dopo la fine della guerra nei paesi dell’Europa dell’Est c’era stata una lenta ma costante crescita della popolazione.

 

Secondo le Nazioni Unite, tutti i 10 paesi più “a rischio di estinzione” sono nell’Europa dell’Est: Bulgaria, Romania, Polonia, Ungheria, Repubbliche baltiche e l’ex Jugoslavia, così come la Moldavia e l’Ucraina. Secondo le previsioni demografiche, nel 2050 la popolazione di questi paesi si ridurrà di un altro 15-23%.

 

Questo significa, in particolare, che la popolazione della Bulgaria passerà da 7 a 5 milioni di persone, la Lituania da 2 a 1,5 milioni. Secondo gli esperti del centro demografico internazionale Wittgenstein a Vienna, “è uno spopolamento senza precedenti in un periodo di pace”.

 

Tra le ragioni principali c’è la combinazione fatale di tre fattori – basso tasso di natalità, alta mortalità ed emigrazione di massa. Ma se nei paesi dell’Europa Occidentale il calo del tasso di natalità è compensato da nuove ondate migratorie, i paesi dell’Europa dell’Est si rifiutano categoricamente di accettare il “sangue fresco” rappresentato dagli immigrati, e questa questione ha acquisito una straordinaria rilevanza politica.

 

Nel punto di massima crisi migratoria nel 2015, la Slovacchia e la Repubblica Ceca hanno accettato rispettivamente 16 e 12 rifugiati, l’Ungheria e la Polonia nemmeno uno.

 

Nel frattempo, l’Europa dell’Est continua a perdere i “quadri d’oro” – i migliori specialisti e i giovani. Nella sola Ungheria, da quando essa ha aderito alla UE nel 2004, 5.000 medici hanno lasciato il paese, la maggior parte di loro prima dei 40 anni. C’è carenza di tecnici e meccanici che sono anche loro emigrati verso l’Austria, la Germania e altri paesi dell’Europa Occidentale.

 

È un processo perfettamente comprensibile, dal momento che in Ungheria vengono pagati 500 euro al mese per lavori manuali pesanti, mentre in Austria per fare lo stesso lavoro ricevono 1.000 euro a settimana.

 

In alti paesi, l’emigrazione di specialisti di qualifica media si fa sentire anche di più: centinaia di migliaia di infermieri, carpentieri, fabbri e lavoratori qualificati si sono spostati dalla Polonia, dalla Romania, dalla Serbia e dalla Slovacchia verso Ovest. In Romania, l’emigrazione della popolazione viene chiamata una “catastrofe nazionale”. La popolazione di questo paese nel periodo post-comunista è scesa da 23 a 20 milioni di abitanti.

 

Il trasferimento di lavoratori da Est non è stato solo spontaneo, ma anche sistematicamente predatorio. Molte compagnie tedesche e britanniche di “cacciatori di teste” hanno iniziato in gran numero ad attirare specialisti dell’Est appena dopo l’accesso dei paesi dell’Est nella UE. Come scrive la tedesca Die Welt, qualifiche, gioventù e denaro escono dai paesi dell’Europa dell’Est, mentre gli anziani e i bambini rimangono profondamente delusi dalla “libertà” e “democrazia”.

 

A partire dai primi anni ’90, la Bosnia ha perso 150.000 abitanti, la Serbia circa mezzo milione. Tuttavia, la perdita più significativa è stata osservata in Lituania: più di 300.000 persone su un totale di 3 milioni di abitanti ha lasciato il paese.

 

Ma le conseguenze più tragiche del “disastro post-comunista” si sono fatte sentire in Ucraina – che una volta era una delle Repubbliche più sviluppate dell’URSS. Se agli inizi degli anni '90 nella Repubblica c’erano 52 milioni di persone, ora la popolazione non supera i 42 milioni. Secondo le previsioni dell’istituto demografico di Kiev, nel 2050 la popolazione della Repubblica sarà di 32 milioni di abitanti.

 

Questo significa che l’Ucraina è il paese che sta morendo più velocemente in Europa e, forse, nel mondo. Secondo fonti ucraine, il paese è stato abbandonato da 8 milioni di persone (gli esperti credono che il numero sia in realtà tra i 2 e i 4 milioni), che sono andate a lavorare in paesi dell’Unione Europea o nella vicina Russia. Secondo recenti sondaggi, il 35% degli ucraini dichiarano di essere pronti ad emigrare. Il processo è accelerato dopo che l’Ucraina ha ottenuto il regime privo di visti con la UE: circa 100.000 persone hanno lasciato il paese ogni mese.

 

È in Ucraina che i tre fattori hanno coinciso in maniera più estrema: caduta del tasso di natalità, aumento della mortalità (il tasso è al doppio della natalità) ed emigrazione di massa della popolazione. Confrontiamo le rispettive dinamiche della Francia e dell’Ucraina. Se prima del 1989 i tassi di crescita delle popolazioni in questi due paesi erano confrontabili, successivamente la popolazione in Francia è aumentata di 9 milioni di persone, e l’Ucraina ha perso lo stesso numero di abitanti.

 

Gli esperti credono che la crisi demografica nell’Est Europa non possa continuare indefinitamente. Il sistema di sostegno sociale e di sanità non può fisicamente funzionare nelle condizioni in cui la maggioranza della popolazione è composta da pensionati e bambini, a un certo punto ci sarà inevitabilmente un collasso dell’entità statale.

 

Ma non dovremmo essere troppo ottimisti a riguardo dell’Europa Occidentale, dove il tasso di natalità è comunque estremamente basso. Mentre la parte più sviluppata del continente beneficiava temporaneamente delle risorse umane provenienti dall’Europa dell’Est, un influsso molto più rapido di immigrati dal Medio Oriente e dall’Africa cambierà inevitabilmente l’immagine socioculturale dei paesi dell’Europa Occidentale, dove stanno già nascendo conflitti etnici e religiosi.

 

Se il tasso di fertilità delle donne francesi autoctone è di 1,6 bambini a donna, per gli adulti invece che vengono dal Medio Oriente e dall’Africa questo numero è di 3,4 bambini o più. Gli attuali asili francesi sono già per tre quarti composti da rappresentanti di minoranze etniche, e in futuro grandi cambiamenti socio-culturali attendono il paese. Questo aspetto è già stato esposto dallo scrittore francese Michelle Houellebecq nel suo best-seller Sottomissione.

 

Esiste una soluzione? È possibile stimolare il meccanismo di natalità tra gli Europei? I demografi credono che sia impossibile sia nell’Europa dell’Est che dell’Ovest. Nell'Ovest del continente gli standard di consumo sono così alti che l’arrivo di un nuovo figlio significa automaticamente una diminuzione dello standard di vita. Nell’Est opera un altro meccanismo: la povertà, la mancanza di prospettive e la distruzione delle relazioni familiari rendono la nascita di un figlio indesiderabile. Nel frattempo, la proporzione di Europei sulla popolazione totale mondiale è in diminuzione. Se nel 1900 l’Europa rappresentava il 25% degli abitanti mondiali, ora è intorno al 10%. [5]

 

CONCLUSIONi


 

Come in altri esempi precedenti di convergenza verso la modernizzazione e le relative politiche di sviluppo, l’Europa dell’Est rappresenta un esempio classico di sviluppo del sottosviluppo.

 

La teoria generale liberista della graduale evoluzione fu descritta da W.W. Rostow, un economista americano, professore e teorico politico che ricoprì il ruolo di Assistente speciale alla Sicurezza nazionale del presidente USA Lyndon B. Johnson dal 1966 al 1969.

 

La sua teoria delle cinque fasi di crescita sostiene che tutte le società progrediscono attraverso stadi simili di sviluppo, e che le aree oggi sottosviluppate sono quindi in una situazione simile a quella in cui erano in passato le aree ora sviluppate; quindi il compito di aiutare le aree sottosviluppate per uscire dalla povertà consisterebbe nell’accelerare il loro cammino sul presunto sentiero comune verso lo sviluppo, con vari mezzi come gli investimenti, i trasferimenti di tecnologia e un’integrazione più stretta con il mercato mondiale.

 

Questa visione, tuttavia, è stata sottoposta a forti critiche. La teoria della dipendenza (vedi Immanuel Wallerstein, Andre Gunder-Frank, Samir Amin e Paul Baran) è essenzialmente un corpo di teorie di scienza sociale che punta alla nozione che le risorse fluiscono da una “periferia” di stati poveri e sottosviluppati a un “nucleo” di stati ricchi, arricchendo gli ultimi a spese dei primi.

 

Una dei concetti chiave della teoria della dipendenza è che gli stati poveri vengono impoveriti, mentre i ricchi vengono arricchiti dal modo in cui gli stati poveri vengono integrati nel “sistema-mondo”. I teorici della dipendenza sostengono che i paesi sottosviluppati non sono semplicemente delle versioni primitive dei paesi sviluppati, ma hanno caratteristiche e strutture uniche proprie; e, fatto cruciale, sono nella condizione di essere i membri deboli di una economia di mercato mondiale, mentre le nazioni sviluppate non sono mai state in una posizione analoga; non hanno mai dovuto coesistere con un blocco di paesi più potenti di loro.

 

Al contrario degli economisti del libero mercato (vedi sopra), la scuola della dipendenza sostiene che i paesi sottosviluppati hanno bisogno di ridurre la loro apertura ai mercati mondiali in modo da poter perseguire un cammino più finalizzato a preoccuparsi dei loro bisogni, e meno esposto a pressioni esterne.

 

Direi che hanno ragione.

 

Gli stati periferici e semi-periferici che vengono integrati nel sistema-mondo vengono “dominati”, se mi passate il termine, da élite avide che fanno parte di una classe sociale superiore cosmopolita in un sistema mondiale globalmente finanziarizzato. Le fughe di capitale dalla periferia al nucleo sono una caratteristica comune del sistema-mondo, così come delle materie prime e di altri prodotti energetici dal mondo “in via di sviluppo”. L’Europa dell’Est e le sue élite si integrano perfettamente in questo schema, in quando forniscono di materie prime, lavoratori e turismo così come di fughe di capitale da Est a Ovest.

 

Come abbiamo visto il concetto che gli Investimenti Diretti Esteri portino crescita e sviluppo è il modo sbagliato di vedere la questione. Nessuna economia sviluppata è diventata tale aprendo la sua economia alla competizione e a investimenti in ingresso (inevitabilmente predatori) da economie e paesi più avanzati. Sono state le politiche mercantiliste e nazionaliste dello stato capitalista ad avere sempre rappresentato la strada verso lo sviluppo. Il Regno Unito è stato il primo, seguito velocemente dalla Germania e dagli Stati Uniti nel diciannovesimo secolo, e nel ventesimo secolo da un gran numero di stati dell’Asia orientale in questo ordine: Giappone, Corea del Sud e Cina, e diversi altri.

 

Nel caso della Russia, questo stato ha una posizione globale semi-periferica, sia in termini politici sia economici. Troppo grande e troppo piccola in termini economici con un PIL basso, ma con un rapporto debito/PIL molto basso (15%). La Russia è sia semi-sovrana sia semi-periferica e una guerra in qualche modo sotterranea è in corso tra gli Euroasiatici sovranisti e gli integrazionisti Atlantici con Putin che è in una posizione intermedia.

[La Russia] non è esattamente un esempio classico di capitalismo periferico, ma piuttosto semi-periferico.

 

La Russia è caratterizzata, da una parte, dalla sua dipendenza dal nucleo, ma dall’altra dalla sua capacità di sfidare la dominazione del nucleo in alcune aree specifiche. Questa posizione semi-dipendente della Russia è condizionata dal suo passaggio al capitalismo, mentre la sua posizione semi-indipendente  è dovuta alla sua eredità sovietica.

 

In particolare, questa eredità ha trovato manifestazione in un arsenale nucleare importante, tuttora paragonabile a quello degli Stati Uniti. Se questo non fosse esistito, la Russia si sarebbe trovata soggiogata agli interessi Occidentali molto tempo fa, proprio come l’Ucraina”. [6]

 

Il futuro della Russia e del mondo devono ancora essere decisi.

 

Per quello che riguarda l’Europa dell’Est, non è un esagerato dire che ormai è soggiogata, finita dritta nella trappola del sottosviluppo, dove rimarrà probabilmente nel prossimo futuro.

 

NOTE

  • [1] Michael Hudson – Killing the Host – The Financial Conquest of Latvia, Chapter 20.

  • [2]Ibid – page 289

  • [3]Ibid, footnote, 308 Forbes January 24, 2014.

  • [4]Peter Gowan – Global Gamble – Washington’s Faustian Bid for World Domination – 1999 – p.225

  • [5]Dmitriy Dobrov – Novinite Insider 5 July 2018 – A Bulgarian publication.

  • [6]Ruslan Dzarasov – Ukraine, Russia and Contemporary Imperialism – Semi-Peripheral Russia and the Ukraine Crisis – p.87


 

01/08/19

Vi presento il nuovo capo (ma è lo stesso di prima)

Un articolo di Jacobin Mag punta il dito contro l'Unione Europea, e più in generale contro le strutture neoliberali del potere sovranazionale, che si sono costruiti un board di dirigenti fedeli e totalmente dediti alla "lotta di classe" a senso unico dei ricchi contro i poveri, un board di alfieri del neoliberalismo che si riciclano continuamente attraverso infinite porte girevoli, con la scusa della "competenza" e dell'esperienza, con la pretesa di essere gli unici capaci di gestire la complessità dell'economia del presente. Ma le porte girevoli attraverso cui passano diventano muri contro la democrazia e contro ogni tentativo di cambiamento ideologico. (Unico difetto dell'articolo può essere considerato il presentare gli esponenti di Syriza come sinceri oppositori dello status quo durante la crisi greca). 

 

 

di Pawel Wargan, luglio 2019

 

L’Unione europea è così ostile alla democrazia che la sua nuova leadership è composta esclusivamente da persone già al potere da anni. Non importa se le loro politiche hanno rovinato la vita a milioni di persone. L’unico requisito è stare dalla parte di chi detiene la ricchezza.

 

C’è una forma particolare di sadismo nel ricompensare un torturatore dandogli il potere. Ma per i greci, gli italiani, i ciprioti, gli irlandesi e i portoghesi – e per le tante altre vittime delle politiche di austerità del Fondo monetario internazionale (FMI) e dei suoi alleati della troika – questo spettacolo sta per cominciare proprio ora.

 

Nell'ultimo, notevole tentativo di riciclare i tecnocrati ai posti di vertice del potere, i leader dell’Unione europea hanno concluso un accordo dietro le quinte per nominare quattro candidati alla leadership UE.

 

Ursula von der Leyen, già ministro della difesa di Angela Merkel, coinvolta in uno scandalo per pagamenti di decine di milioni di euro di consulenze come nel caso McKinsey, è stata nominata a capo della Commissione europea. È stata votata dal Parlamento europeo con una maggioranza  risicata.

 

Ma la scelta decisamente più interessante è stata quella della managing director del FMI, nonché pregiudicata, Christine Lagarde. È stata portata a capo della Banca centrale europea (BCE), il ruolo più potente nella UE e uno dei più influenti sulla politica mondiale. (Lo scorso anno la Lagarde si era auto-dichiarata fuori dai giochi per la candidatura a questa posizione.)

 

La sua nomina ha avviato una corsa alla leadership anche all'interno delo stesso FMI. L’elenco finale dei contendenti deve ancora apparire, ma i primi nomi ad aver fatto il giro sembrano usciti da una squadra di fantacalcio dei neoliberali. I nomi vanno dall’ex di Goldman Sachs e presidente uscente della BCE, Mario Draghi, al Conservatore ed ex cancelliere britannico George Osborne, all’ex ministro delle finanze olandese Jeroen Dijsselbloem, i cui prodigi come capo dell’Eurogruppo includono le fasi più critiche e controverse della crisi del debito greco.

 

Assieme alla Lagarde questi uomini sono stati tra gli architetti di un decennio di austerità europea. Nonostante i danni devastanti causati dalle loro politiche, si trovano ancora nelle posizioni di vertice.

 

Il “Fantasy Team” dell’austerità

 

Al cuore dell’architettura istituzionale e legale dell’Europa sta l’insistenza sulla disciplina fiscale, il dogma neoliberale secondo il quale le spese di uno stato non possono superare il gettito fiscale. Quando il sistema bancario globale è crollato nel 2008, scatenando la crisi dei debiti sovrani in Europa, l’establishment politico europeo è accorso a salvare le banche. Nella perversa logica dei falchi del deficit, l’enorme mobilitazione di fondi pubblici che questo salvataggio ha richiesto doveva essere compensata da tagli altrove.

 

L’austerità è diventata lo strumento per fatturare ai poveri il costo del fallimento dei ricchi.

 

Nel caso delle economie europee periferiche, che sono state colpite in modo particolarmente forte dalla crisi, la troika, cioè la coalizione di FMI, BCE e Commissione europea, ha iniziato a somministrare dosi di pacchetti di salvataggio.

 

I salvataggi assomigliavano ai classici programmi di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale e del FMI: programmi per trasferimenti su ampia scala verso i ricchi, mascherati da pacchetti di sostegno finanziario. Ecco come funzionano: al picco della crisi economica il FMI e la Banca Mondiale si intromettono e offrono un prestito: un finanziamento direttamente al governo o un sostegno per il servizio del debito privato.

 

Questi prestiti sono generalmente condizionati all’implementazione di riforme neoliberali di mercato, un retaggio dei tentativi di rallentare l’espansione del socialismo durante la Guerra Fredda. Quando i paesi debitori falliscono il tentativo di ripagare il debito, FMI e Banca Mondiale li costringono a implementare ulteriori riforme: privatizzazioni, tagli alle pensioni, riduzioni degli stipendi pubblici e profondi tagli ai servizi sociali.

 

Questo non solo azzoppa le economie nazionali – un fatto che lo stesso FMI ha riconosciuto nel 2016, quando i suoi ricercatori ammettevano che l’austerità aumenta le disuguaglianze e minaccia le prospettive future di sviluppo economico di un paese (l’antropologo Jason Hickel lo spiega in modo più brutale, definendo i programmi di aggiustamento strutturale come “la principale causa di povertà dai tempi del colonialismo”.)

 

Questo mina anche la democrazia. Il FMI, in tempo di crisi, diventa a tutti gli effetti un surrogato del ministero delle finanze, costringendo i governi a imporre sanzioni economiche gravose ai suoi cittadini. La crisi economica diventa così crisi della legittimazione democratica.

 

Così è andata in Grecia. Il paese gravato dal debito non è mai stato aiutato a uscire dalla sua situazione di crisi. Al contrario, la troika lo ha costretto a finanziare i salvataggi delle banche francesi e tedesche impoverendo i propri cittadini. L’accordo firmato con l’Eurogruppo è un sogno thatcheriano: ha alzato le tasse ai lavoratori, ridotto le pensioni, distrutto i sindacati e, sotto la supervisione delle istituzioni UE, ha privatizzato i beni pubblici. Ci sono volute poche settimane per riuscire a far passare le riforme.

 

La Lagarde ha simpaticamente suggerito che,  per i greci dissoluti ed evasori fiscali, era “tempo di rimborsare i loro debiti”.

 

Mario Draghi, allora governatore della Banca d’Italia, ha portato questo modello in patria. Nel 2011, al culmine della crisi dei debiti sovrani, lui e l’allora presidente della BCE, Jean-Claude Trichet, hanno mandato una lettera segreta al primo ministro Silvio Berlusconi chiedendo profonde riforme politiche, tra cui la “liberalizzazione” delle condizioni di lavoro, la privatizzazione di massa dei servizi pubblici, il taglio dei salari degli impiegati pubblici, tasse più elevate e riforma delle pensioni, tutto in cambio di un bailout. È stato suggerito che questo fosse parte di un complotto per costringere Berlusconi alle dimissioni.

 

Jeroen Dijsselbloem, come capo provvisorio dell’Eurogruppo, è diventato il principale rappresentante dei falchi fiscali europei. È stato strumentale nel costringere Grecia, Portogallo e Cipro ad adottare tagli in cambio di pacchetti di salvataggio, il tutto mentre lavorava per trasformare i Paesi Bassi in un paradiso fiscale nel proprio ruolo di ministro delle finanze olandese. Nel 2017 ha detto che i paesi colpiti dalla crisi sprecavano i loro soldi in “alcool e donne”.

 

Cosa più notevole, l’austerità è stata implementata volontariamente, senza necessità di una celata costrizione da parte delle élite economiche europee. George Osborne, che ha aumentato i tagli già fatti sotto il New Labour, è generalmente riconosciuto come l’architetto dell’austerità nel Regno Unito, una politica che anche il suo successore Conservatore, Philip Hammond, ha ammesso essere stata guidata da scelte politiche più che da necessità economiche. Nel Regno Unito i profondi tagli ai servizi pubblici hanno inaugurato livelli dickensiani di deprivazione sociale.

 

A livello di intero continente europeo, gli effetti combinati di queste politiche sono difficili da immaginare. I senzatetto sono in aumento, la percentuale di lavoratori che vivono in povertà è in crescita, i servizi sociali (un tampone fondamentale contro la disuguaglianza) sono in diminuzione. Un europeo su dieci non può permettersi di riscaldare la casa e 118 milioni sono a rischio di povertà o esclusione sociale.

 

E nelle convulsioni sistemiche di questa “zombie economy”, supportata da interventi pubblici senza precedenti che hanno favorito i ricchi, la destra reazionaria si sta alimentando dell'ansia diffusa tra la popolazione.

 

La logica dell’espropriazione

 

In un articolo del 2007, Neoliberalismo e distruzione creativa, il teorico David Harvey aveva descritto la logica del capitalismo globalizzato come una lotta di classe a senso unico: la lotta dei ricchi contro i poveri. “Se il principale successo del neoliberalismo è stato quello redistributivo anziché produttivo”, scrive, “allora ci devono essere dei modi di trasferire i beni e redistribuire la ricchezza e il reddito dalla massa della popolazione verso le classi più agiate, o dai paesi più vulnerabili a quelli più ricchi”.

 

Harvey, ovviamente, ha ragione. I suoi "quattro pilastri" della lotta di classe globale neoliberale – privatizzazione, finanziarizzazione, gestione e manipolazione delle crisi, redistribuzione dei beni pubblici verso i ricchi – si stanno manifestando sotto i nostri occhi. FMI, BCE e Banca Mondiale sono la catena logistica dell’espropriazione neoliberale. E Lagarde, Dijsselbloem, Osborne, and Draghi, sono tra i principali rappresentanti di questo sistema.

 

La struttura di potere del capitalismo finanziarizzato, quindi, è mantenuta attraverso la riproduzione dei loro ruoli, e l’esclusione degli altri attraverso la nozione artificiosa di “professionalità” o “esperienza”.

 

La nostra economia politica opera sotto l’assunzione implicita che ci sia una sfera economica troppo tecnica – o troppo noiosa – per essere soggetta a un qualsiasi livello di responsabilità democratica. Pertanto le decisioni economiche ricadono nelle mani dei tecnocrati: gente con decenni di esperienza – che sia alla Goldman Sachs o come ministri dei governi – che colludono per sviluppare regole sempre più bizantine per cose complicate come valutare il rischio di mercato, potenziare la “competitività” e sostenere la crescita economica.

 

La crescita della complessità sistemica – e, con essa, del potere dei tecnocrati – riduce lo spazio per la responsabilità democratica. Solo coloro che hanno i curricula più impressionanti, o le più profonde connessioni nella politica e negli affari, possono ambire alle posizioni di vertice e così influenzare gli esiti delle decisioni economiche.

 

Ma l’esperienza dei tecnocrati segnala qualcosa di più della competenza. Decenni di gavetta ai margini del sistema economico sono un segno di fedeltà ideologica. È poco probabile che vogliate capovolgere il sistema se avete speso quindici noiosi anni a strutturare i derivati – guadagnandovi intanto l’accesso alla classe dei ricchi.

 

A un certo livello la Lagarde è una pessima scelta per la BCE. Non è un’economista ma un avvocato diventato politico. Ha prestato servizio nel gabinetto di Jacques Chirac e poi di Nicolas Sarkozy. Ed è pregiudicata: nel 2016 è stata condannata per negligenza in un caso di frode riguardante un pagamento di 403 milioni di euro a un amico di Sarkozy. Un verdetto di colpevolezza che però non è stato seguito da una pena.

 

Ma, come Dijsselbloem, Osborne, e Draghi, la Lagarde è una neoliberale in carriera. È un agente fidato del sistema capitalista di espropriazione. In questo senso è una scelta ovvia per un centro politico il cui potere sta declinando, e il cui sistema economico – che è ancora soggetto ad attacchi e convulsioni, un decennio dopo essere stato screditato – è sotto attacco. La frode è la sua naturale conseguenza.

 

Per tirarci fuori dalle crisi globali della disuguaglianza e del tracollo climatico, le istituzioni come FMI, Banca Mondiale e BCE devono abbandonare il loro impegno verso le politiche di austerità, sfidare le tendenze della finanza internazionale all’espropriazione, e immettere nuova vita nelle istituzioni pubbliche.

 

Ma la decisione di passare a una nuova politica richiede radicalismo. E il radicalismo, a sua volta, richiede una sfida democratica all’egemonia dei tecnocrati.

 

Forse questo è il motivo per il quale i tecnocrati non possono sopportare i radicali. Provate a ricordare i parossismi di Dijsselbloem il quale, costretto a negoziare il bailout greco con Syriza e il ministro delle finanze Varoufakis, si è trovato di fronte a una politica che era tutto il contrario di quello che lui rappresentava: fresca, lungimirante, socialista, radicale. Quello che veniva offerto era una possibilità – ma esattamente quel tipo di possibilità che i nostri governanti non possono ammettere.

 

Un approccio radicale sfiderebbe la sacralità di un sistema nel quale intere vite – e intere carriere – vengono prestabilite. Gli avvocati, i banchieri di investimento, i consulenti di management, e i loro compagni di viaggio le cui carriere sono simbioticamente legate a uno status quo fallimentare. Le porte girevoli che loro attraversano diventano barriere contro il cambiamento: per i tecnocrati la democrazia stessa viene al secondo posto, dopo la loro paura di diventare obsoleti.

 

29/07/19

Trump: gli Usa possono fare cinque volte meglio con il Regno Unito che con l'Ue

Da un discorso del presidente Trump alla Casa Bianca si può trarre un monito per i burocrati dell'Unione europea sempre convinti di essere l'ombelico del mondo: dopo la Brexit il Regno Unito non si ritroverà solo. Ammesso e non concesso che nella trattativa tra Regno Unito e UE sia davvero quest'ultima ad avere il coltello dalla parte del manico. E sia davvero in grado di imporre al Regno Unito le sue condizioni.

 

 

 

 

Di Breaking the news, 27 luglio 2019

 

Il Regno Unito aveva bisogno che Boris Johnson diventasse primo ministro "da molto tempo", ha dichiarato oggi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e ha preconizzato che il nuovo leader sarà "grande" nel suo ruolo. In un discorso tenuto alla Casa Bianca, ha continuato affermando che la sua amministrazione può raggiungere risultati "da tre a quattro o cinque volte maggiori" nelle relazioni bilaterali con la Gran Bretagna che con l'Unione europea.

 

Nel mezzo dell'impasse politico successivo al referendum sulla Brexit nel giugno 2016, Johnson è salito al potere promettendo che avrebbe realizzato l'abbandono dell'UE anche senza accordi con il resto del blocco sulle relazioni future. Gli Stati Uniti e il Regno Unito stanno già discutendo di un accordo commerciale bilaterale, secondo Trump, che ha continuato dicendo che il suo paese è stato "ostacolato" dai legami della Gran Bretagna con l'UE. Ha detto di avere chiamato Johnson immediatamente prima per congratularsi con lui.

 

Il capo dello stato americano ha affermato di aver promesso alla sua controparte un regime di libero scambio "molto completo". Trump ha sospeso i colloqui commerciali con l'UE quando è salito al potere; ora è difficile dire se il Regno Unito avrebbe un potere contrattuale maggiore dell'intero blocco. L'ufficio di Johnson ha dichiarato di aver discusso della crisi riguardante le sanzioni contro l'Iran.

27/07/19

Negli Stati Usa con salario minimo elevato l'economia va a gonfie vele

Dopo l'approvazione all'inizio di luglio da parte della Camera USA del "Raise The Wage Act", una legge che intende portare il salario minimo a 15 dollari all'ora in tutta la nazione - e che ben difficilmente supererà lo scoglio del Senato - si è riacceso il dibattito sul tema. Sorpresa: un confronto tra i dati dei diversi Stati americani pubblicato da Bloomberg mostra che alzare il salario minimo non comporta né un aumento della disoccupazione né danni all'economia. Anzi, i dati degli ultimi dieci anni sembrano mostrare proprio il contrario: che pagare meglio i lavoratori giova all'economia in generale. E adesso andatelo a dire ai profeti europei dell'austerity e delle "riforme strutturali", che da anni propalano teorie sbagliate che danneggiano i lavoratori e affondano l'economia a spese di tutti. 

 

 

di Matthew A. Winkler, 26 luglio 2019

 

L'esperienza recente dimostra che l'innalzamento del minimo salariale non impedisce alle economie forti di espandersi.

 

Quando la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti all'inizio di questo mese ha votato con 231 voti a favore e 199 contro (hanno votato a favore tutti i democratici tranne sei e solo tre repubblicani) l'aumento graduale del salario minimo federale fino ad arrivare a 15 dollari all'ora entro il 2025, la misura è stata salutata come una vittoria a lungo inseguita dai liberals. Ma data per morta al successivo passaggio in Senato, dove i repubblicani in maggioranza restano contrari alla norma, che considerano un killer di posti di lavoro.

 

La politica sul salario minimo non sembra mai cambiare molto, con i liberals che si presume  parlino a nome del lavoro e i conservatori a favore del capitale.

 

Ma che cosa accadrebbe se un contesto e una prospettiva adeguati potessero dimostrare che la misura della Camera, intitolata "Raise the Wage Act" ed ispirata alla lotta del 2012 dei lavoratori dei fast-food di New York per portare a 15 dollari all'ora il salario minimo, potrebbe portare benefici sia al capitale sia al lavoro?

 

L'ultimo aumento del salario minimo federale  è stato nel 2009,  a 7,25 dollari  all'ora.

 

 

Andamento del salario minimo federale



 

Da allora, 29 stati hanno approvato salari minimi al di sopra del livello federale. California, New York e Washington sono stati tra i primi a iniziare gradualmente a passare a una tariffa oraria di 15 dollari, e secondo i dati raccolti da Bloomberg le loro economie si sono espanse, con maggiori incrementi del reddito pro-capite, crescita dell'occupazione e della spesa dei consumatori rispetto ai 21 stati rimasti fermi sui 7,25 dollari. Dal 2015, le economie con i salari minimi più elevati si sono dimostrate sostanzialmente più forti rispetto al resto degli Stati Uniti.

 

 

Regolamentazione del salario minimo nei diversi Stati (al 1° luglio 2019)



 

Anche dopo che l'ufficio di bilancio del Congresso (Congressional Budget Office - CBO) ha dichiarato  questo mese che la legge proposta dalla Camera avrebbe sollevato 1,3 milioni di americani dalla povertà e avrebbe dato a 27 milioni di lavoratori un livello di vita più elevato, i repubblicani si sono attaccati alla previsione dello stesso CBO, che 1,3 milioni di persone, ovvero lo 0,8% della forza lavoro, sarebbe stata ridotta alla disoccupazione. La rappresentante della Carolina del Nord Virginia Foxx, che ha gestito l'opposizione alla proposta di legge alla Camera, ha affermato che la legislazione è "socialista" e "estranea alla cultura americana". Autorità più moderate, incluso il mio collega di Bloomberg Karl W. Smith, hanno affermato che il calcolo del CBO "ignora la possibilità che siano limitate le opportunità per i lavoratori più emarginati" e che "praticamente tutti gli economisti" concordano sul fatto che "forti aumenti del salario minimo hanno grandi probabilità di tradursi in una riduzione dell'occupazione".

 

 

La storia recente però è stata più incoraggiante. Tra i dieci stati con i tassi di occupazione in più rapida crescita dal 2015, solo tre sono nel gruppo con salario minimo basso: Utah, Idaho e Carolina del Sud. Negli Stati con salari minimi più elevati i posti di lavoro stanno aumentando a un ritmo più elevato rispetto ai loro pari con salari minimi inferiori. Ciò si riflette nel precedente quinquennio, quando metà dei primi dieci erano stati con i salari minimi più bassi, secondo i dati compilati da Bloomberg.

 

Dal 2015, sei dei dieci stati con la crescita dell'occupazione più lenta sono nel gruppo dei paesi con salario minimo basso: North Carolina, Wyoming, Louisiana, Oklahoma, Kansas e Iowa. Durante i cinque anni precedenti solo tre dei dieci stati a più lenta crescita erano tra quelli con salari minimi bassi. Questa dicotomia riflette l'andamento tendenziale degli stati a basso salario minimo, che soffrono di un mercato del lavoro in calo rispetto agli stati con salari minimi più alti, secondo i dati raccolti da Bloomberg.

 

 

Niente di questo è sufficiente a dimostrare che l'innalzamento del salario minimo crei ricchezza, o anche che chi è contrario sbagli a preoccuparsi dei possibili svantaggi. Suggerisce, tuttavia, che gli stati con economie forti non subiranno effetti negativi abbastanza potenti da contrastare i benefici. Solo tre dei dieci stati in cui il reddito individuale sta crescendo più velocemente si trovano nel gruppo di quelli a basso salario minimo: Idaho, Utah e Carolina del Sud. Questi stati, che sono presenti anche tra i dieci stati dove l'occupazione è in più rapida crescita dal 2015, hanno il vantaggio di ospitare datori di lavoro multinazionali come Boeing, Goldman Sachs Group e Micron Technology, che offrono indennità e vantaggi a livello globale che superano di gran lunga qualsiasi salario minimo.

 

 

Dal 2009 al 2014, sei tra i primi dieci nella classifica dei redditi pro capite provengono dagli stati con salario minimo più basso, secondo i dati raccolti da Bloomberg. Dal 2015, invece, sette dei dieci stati in cui il reddito cresce più lentamente sono tra quelli con i salari minimi più bassi: Nord Dakota, Oklahoma, Wyoming, Louisiana, Kansas, Mississippi e Iowa. Gli Stati con salari minimi bassi hanno mostrato una tendenza, negli ultimi anni, a sottoperformare rispetto a quelli con salari minimi più elevati, secondo i dati compilati da Bloomberg.

 

Quando la California ha stabilito il suo salario minimo di 15 dollari all'ora, tre anni fa, la previsione degli oppositori era che la nuova legge avrebbe aumentato la disoccupazione e danneggiato vendite al dettaglio e ristoranti. Invece, lo stato più grande, con quasi 40 milioni di persone, ha registrato un record di bassa disoccupazione, al 4,2%, e un aumento del reddito pro-capite maggiore di qualsiasi altro stato negli ultimi cinque anni. Il settore alberghiero e dei servizi di ristorazione è stato particolarmente vivace, secondo i dati raccolti da Bloomberg.

 

Secondo i dati raccolti da Bloomberg, tra i dieci stati che negli ultimi cinque anni hanno visto la maggiore crescita delle società alberghiere e dei servizi di ristorazione, otto sono tra quelli con i salari minimi più elevati, guidati da California, Colorado, Massachusetts e New York. I dati di Bloomberg mostrano anche che le attività di vendita al dettaglio negli stessi stati con salari minimi alti hanno registrato una forte crescita dal 2015, con Washington che ha registrato il maggior aumento, 12,7 miliardi di dollari, seguito dai 12,4 miliardi di dollari della California.

 

 

Quattro anni fa Dave Regan, presidente di un sindacato di 85.000 lavoratori ospedalieri della California, ha dichiarato ai lettori di USA Today che gli oppositori del salario minimo di 15 dollari all'ora “ignorano il fatto che aumentare il salario rafforza le economie locali aiutando i lavoratori e le loro famiglie a salire lungo la scala del benessere". Salari minimi più elevati, ha affermato, "mettono più soldi nelle tasche dei lavoratori, soldi che questi spendono nelle imprese locali, a loro volta aiutando queste imprese a crescere e creare più posti di lavoro".

 

 

Forse questo rapporto di causa-effetto è corretto o forse no. Questa è una buona questione da porre agli economisti. Mentre aspettiamo le loro risposte, però, siamo già d'accordo sul fatto che l'aumento dei salari minimi e il miglioramento dell'andamento dell'economia possono sicuramente andare di pari passo.

 

24/07/19

Boris Johnson sarà presto il leader più popolare al mondo

Molti media hanno tentato di demonizzare la figura di Boris Johnson, neo Primo ministro inglese, descrivendolo come un buffone incapace. In realtà, come osserva The Spectator, è un uomo originale, intelligente, piacevole e umile. Possiede una grande cultura e ha idee chiare e attributi per portarle avanti con decisione. Il nuovo Primo ministro sarà per la UE un interlocutore molto più duro di Theresa May nei negoziati per la Brexit, anche perché la sua personalità rende molto più credibile la prospettiva del “piano B”, ossia di una uscita del Regno Unito senza accordi, che aprirebbe un periodo di grandi incertezze, ma garantirebbe il rispetto della volontà popolare britannica espressa nel relativo referendum.

 

 

Di Lloyd Evans, 22 luglio 2019

 

 

C’è ormai una sola persona in Gran Bretagna che crede che Boris potrebbe privarci del piacere di un governo targato Jeremy Hunt. Quella persona è Jeremy Hunt. Noi tutti ci aspettiamo che il progetto “Ambizione Bionda” raggiunga la sua realizzazione e che Boris entri al numero 10 di Downing Street.

 

La cosa non sorprenderà chi lo conosce. La natura lo ha sempre segnato. Anche come studente del primo anno a Balliol, a 18 anni, era stranamente appariscente: le guance rubiconde, la postura un po' curva e spavalda, la voce tonante da Duca di Wellington e quella strana capigliatura bianca che incoronava la sua testa come un riflettore celeste. Si è sempre fatto notare.

 

La gente dice che non sa "curare i dettagli". Ma nessuno passa quattro anni a studiare i classici a Oxford se non ha la capacità di assorbire e tenere a mente una massa di informazioni astratte. Il direttore di Balliol, Sir Anthony Kenny, insegnava l'etica nicomachea di Aristotele citando ampi stralci dell'originale e invitando i suoi studenti a confrontare un paragrafo con l’altro. Nelle sue lezioni parlava più greco che inglese.

 

Il punto, sui dettagli, è che Boris li trova facili da padroneggiare. Non gli viene in mente che gli altri potrebbero faticare. Forse lo annoia, perfino. Perdersi in minuzie è per i secchioni, dopo tutto. La sua missione, come leader, è quella di proiettare fiducia e ottimismo dall'alto. Dopo tre anni della Signora Indecisa (Theresa May, NdVdE) abbiamo bisogno di un po' di coraggio e di attributi al numero 10, chiarezza di obiettivi e di propensione all'attacco.

 

È curioso che la maggior parte del pubblico creda di conoscere già Boris. Molti probabilmente pensano a lui come a uno sfacciato, egocentrico burlone che domina ogni conversazione con una serie di aneddoti e frasi fatte - come un Oscar Wilde albino.

 

Niente affatto. È modesto e persino timido a tavola. Parla solo con i più vicini a lui e non trasforma mai un evento sociale in un monologo. È un grande ascoltatore. Si guadagna la fiducia delle persone rivelando qualcosa di personale. "Sono un po' preoccupato per i miei figli," mi disse una volta, quando i suoi figli si stavano avvicinando all’adolescenza. "Non sono sicuro che mi rispettino."

 

Mi chiese un consiglio su come trattare con i giovani arroganti. Immediatamente, mi sentii un esperto di educazione familiare. È stato solo un trucco? Forse. Ma efficace. Boris può navigare la psicologia di un individuo e trovare molto agevolmente il tasto per coinvolgerlo. Antenne così finemente sintonizzate sono rare.

Alcuni anni fa mi ha tormentato perché scrivessi una storia su un embargo del carburante che ero riluttante a trattare. "Mi dispiace, Boris, sto scrivendo una commedia. Quello di cui questa storia ha bisogno è un cacciatore di notizie."

 

"No no," mi ha detto, con un pizzico di autoironia, "quello di cui questa storia ha bisogno è un ARTISTA!"

Naturalmente, ho lasciato da parte la commedia e ho scritto la storia. Perché ho ceduto? Forse perché l'adulazione era così palese. Ma sapevo anche che unirmi a Boris in qualsiasi impresa sarebbe valso una bella risata. È del tutto imprevedibile. Scherzi, burle e idee originali – "wheezes" come li chiama lui – gli escono in continuazione.

 

Può sembrare un tratto disastroso per un primo ministro, ma con i negoziati sulla Brexit in ballo, potrebbe darci un vantaggio cruciale. L'amore di Boris per le furbizie e la sua vena anarchica renderanno la sua minaccia di una Brexit senza accordo una prospettiva credibile.

 

I burocrati UE non saranno in grado di decifrarlo. Questo non farà loro piacere. E saranno piuttosto sconcertati nello scoprire che non potranno fare a meno di apprezzarlo. La maggior parte delle persone che lo detesta non lo ha mai incontrato. Chiunque entri nella sua orbita si ritrova colpito dalla sua curiosa presenza da gatto sornione. Gli piacciono le persone. E le persone lo ricambiano. Da questo punto di vista è più un Reagan che un Trump. Si lavorerà i capi di stato e i cancellieri che sta per incontrare. Entro l'autunno, avremo il leader più popolare del mondo.

 

 

 

 

23/07/19

FT - Non trattate il FMI come un premio di consolazione per la UE

Senza peli sulla lingua, Wolfgang Münchau boccia categoricamente il principale candidato in pectore UE al ruolo di direttore del Fondo Monetario Internazionale, Jeroen Dijsselbloem, e sollecita gli altri Stati membri del Fondo a bloccarlo, per impedire che si diffondano nel mondo le perniciose politiche dell'eurozona, basate su quella che è stata la tregedia degli ultimi anni, l'austerità. Dal Financial Times.


 

 

 

Di Wolfgang Münchau, 21 luglio 2019


 

 

Il mondo ha bisogno di un rimpiazzo forte per la Lagarde. 

Ancora una volta l'UE insiste su un candidato europeo per l'incarico di direttore dell'FMI. L'ultima volta, nel 2011, ho sostenuto una candidata del genere, Christine Lagarde, che ha ottenuto il posto. Si è appena dimessa per subentrare a Mario Draghi come presidente della Banca centrale europea a novembre. L' FMI sta cercando un sostituto.


 

Otto anni fa, ho sostenuto che Christine Lagarde era nella posizione migliore per gestire il singolo più grande compito che il FMI ha affrontato in questo decennio: assicurare che la zona euro contasse su un certo sostegno professionale durante i suoi anni di crisi e prevenire ricadute sul resto dell'economia globale.


 

Una cosa è che l'UE insista sul proprio candidato quando ne ha uno buono, come nel 2011. Tutt'altro quando così non è. La scorsa settimana i funzionari europei hanno preso in considerazione una rosa di candidati. Tra i primi c'era Jeroen Dijsselbloem, ex ministro delle Finanze olandese e capo dell'Eurogruppo che riunisce i suoi colleghi dell'eurozona. Sia lui sia diversi degli altri candidati nella lista hanno molto di cui rispondere. Hanno promosso l'austerità durante la crisi dell'eurozona. Dijsselbloem è famoso per avere accusato i paesi in crisi di spendere i loro soldi in "alcol e donne".
I ministri delle Finanze dell'UE sembrano preferirlo a Mark Carney, il governatore uscente della Bank of England. Dijsselbloem è più simile a loro. È cittadino di un paese dell'eurozona. A dire il vero lo è anche Carney, nato in Canada ma con due passaporti europei, di Irlanda e Regno Unito. Ma i ministri dell'UE non lo considerano abbastanza europeo per il ruolo. Potrebbero anche dirgli di tornarsene da dove è venuto.
Un altro argomento fallace a favore di Dijsselbloem è che è un socialista. I socialisti non hanno ottenuto abbastanza, rispetto a quanto speravano, nel recente mercato delle cariche UE che ha portato alla nomina, tra gli altri, della Lagarde. E quindi meritano un compenso. Il posto al FMI è il premio di consolazione perfetto.

 

Nel momento in cui scrivo, l'UE non ha ancora preso una decisione in merito al candidato che intende sostenere. Se l'eurozona nominasse Dijsselbloem o qualcun altro che abbia avuto ruoli operativi di spicco nel periodo della crisi, consiglierei agli altri stati membri dell'FMI di sostenere un proprio candidato. Oltre a Carney, c'è Agustín Carstens, l'economista messicano attualmente direttore generale della Bank of International Settlements.

Se Boris Johnson diventasse Primo ministro britannico questa settimana, come sembra probabile, dovrebbe associarsi a Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, per sostenere un candidato congiunto USA / Regno Unito. C'è un forte interesse generale nell'impedire all'eurozona di esportare i suoi politici più tossici - e le loro politiche - nel resto del mondo.


 

A mio parere, il problema di molti dei principali responsabili politici dell'UE è un profondo analfabetismo economico. L'austerità è stata una delle grandi tragedie politiche del nostro tempo. È ciò che sta dietro  l'ascesa della Lega, partito populista, in Italia. Il partito di Matteo Salvini è sull'orlo di una presa di potere senza precedenti.

Ursula von der Leyen, presidente eletto della Commissione europea, ci ha dato una rappresentazione quasi comica di analfabetismo economico durante una delle sue udienze, quando è stata interrogata da un parlamentare verde sul surplus delle partite correnti della Germania. La traduzione letterale tedesca è "performance surplus". La risposta incoerente della von der Leyen ha rivelato che lei, come Trump, considera il surplus delle partite correnti come una misura di performance positiva.


 

Questo è il livello al quale stiamo discutendo la politica economica nell'eurozona. È questa la mentalità che ci ha portato il fiscal compact, una serie di regole per costringere i paesi ad allinearsi a uno specifico obiettivo numerico per il rapporto tra debito e PIL. Ci ha portato lo stop al debito tedesco, una regola costituzionale di pareggio di bilancio che ha finito per produrre persistenti surplus. E ha portato Dijsselbloem nella lista dei candidati. Non c'è molto che il resto del mondo possa fare riguardo alle infelici scelte politiche dell'eurozona. Ma può, e dovrebbe, rifiutarsi di premiare i responsabili di queste politiche con i ruoli più ambiti nella finanza internazionale.

 

Le competenze necessarie al prossimo direttore generale dell'FMI saranno diverse da quelle richieste otto anni fa. Il candidato di successo dovrà fare i conti con guerre commerciali e valutarie, confini incerti tra politiche fiscali e monetarie, nuovi tipi di crisi finanziarie e  valute digitali.

Il prossimo decennio potrebbe vedere profondi cambiamenti nel sistema monetario internazionale. È evidente che i ministri delle Finanze dell'eurozona non danno la priorità a questi argomenti nelle loro discussioni sui ruoli più importanti. Per loro, il punto è se uno proviene dall'eurozona o no, da sinistra o da destra, da nord o da sud.


 

Il mondo ha bisogno di una persona di prim'ordine per gestire il FMI. Non dovrebbe consentire all'Europa di trattare il Fondo come una discarica per funzionari arrivati alla frutta.

18/07/19

Regno Unito: il mercato del lavoro teso provoca l'aumento di salari più veloce dal 2008

Niente da fare, la realtà si rifiuta di adattarsi alle fosche previsioni sulla Brexit propalate da istituzioni e media. La disoccupazione nel Regno Unito crolla al livello minimo da 40 anni, mentre una prematuramente sepolta curva di Phillips risorge dalle sue ceneri: i salari crescono alla velocità massima in oltre un decennio. Magari prima o poi arriveranno le cavallette, ma per ora i redditi reali dei lavoratori nel Regno Unito sono aumentati. Da Bloomberg.


Di David Goodman, 16 luglio 2019


La crescita salariale di base del 3,6% oggi supera facilmente l'inflazione del 2%.


Il mercato del lavoro potrebbe essere vicino a uno stallo, dal momento che l'economia sta aumentando i posti di lavoro in misura minore.


Le retribuzioni nel Regno Unito nel trimestre conclusosi a maggio scorso sono cresciute al ritmo più rapido degli ultimi 11 anni, mentre la disoccupazione è rimasta al livello più basso dalla metà degli anni 70.


I guadagni medi - bonus esclusi - sono aumentati del 3,6%, secondo quanto ha reso pubblico l'Ufficio nazionale di statistica martedì. Il numero di persone occupate è aumentato di 28.000 unità, un livello record, portando il tasso di disoccupazione al suo livello minimo da 44 anni, 3,8%.





Punti principali


Le cifre sottolineano la vivacità del mercato del lavoro, che ha stimolato la spesa dei consumatori e ha costretto i datori di lavoro a contendersi il personale.


La crescita dei salari di base è stata superiore al 3,5% previsto dagli economisti in un'indagine di Bloomberg. La retribuzione totale è aumentata del 3,4%, sostenuta dagli accordi presi nel Servizio Sanitario Nazionale e, in misura minore, dall'aumento del 4,9% di aprile del salario minimo.


La crescita complessiva dei salari del settore pubblico è stata del 3,6%, la maggiore dal 2010, e le retribuzioni del settore privato sono aumentate del 3,4%.
La crescita dei salari continua a superare l'inflazione dei prezzi al consumo, che in media è stata del 2% durante lo stesso periodo. I redditi reali stanno crescendo al ritmo più veloce dalla fine del 2016.


Vi sono tuttavia alcuni segnali che indicano che il mercato del lavoro potrebbe rallentare. La crescita dell'occupazione è stata la più debole dall'estate del 2018, abbassando il tasso di occupazione, e i posti vacanti sono scesi al livello più basso dell'anno.


La domanda è se il ritmo più lento della creazione di posti di lavoro rifletta una richiesta più debole di lavoratori o il fatto che le imprese fatichino a trovare personale adeguato. Il lavoro autonomo part-time ha rappresentato quasi tutto l'aumento, in quanto il numero di dipendenti è diminuito. L'inattività economica è aumentata.




 Qualche dato in più


La forte crescita dell'occupazione ha diminuito la produttività, poiché l'occupazione aumenta più rapidamente della produzione economica.

 

Le ore totali lavorate sono aumentate dell'1,9% rispetto all' anno prima tra marzo e maggio, mentre i dati della scorsa settimana hanno mostrato un aumento del PIL di appena l'1,7%.


I timori per la pressione del mercato del lavoro sui costi sono messi in ombra dalla minaccia di una Brexit senza accordi e dalle preoccupazioni per il rallentamento globale. Gli investitori ritengono che un taglio dei tassi da parte della Banca d'Inghilterra sia più probabile di un aumento.