Purtroppo sarà difficile che una risata seppellisca il politicamente corretto, però almeno può tirarci su di morale. L'ha condivisa con i suoi lettori Paul Craig Roberts sul suo blog Institute for political economy.
Di Paul Craig Roberts, 13 ottobre 2017
Un lettore ha mandato una nota umoristica.
Ho ammainato la mia Rebel Flag (la bandiera sudista degli stati confederati ndVdE), (che non si può più comprare su Ebay), e ho staccato l'adesivo della National Rifle Association dalla finestra sul davanti di casa.
Ho disinstallato il mio sistema di allarme e lasciato quei cacasotto del Neighborhood Watch (ronde di cittadini che vigilano sulla sicurezza del quartiere, NdVdE).
Invece ho comprato due bandiere pakistane e ne ho messa una a ogni angolo del giardino davanti casa. Poi ho comprato la bandiera nera dell'Isis (che SI PUÒ comprare su Ebay) e l'ho innalzata sul pennone portabandiera.
Ora la polizia, lo sceriffo, l'FBI, la CIA, la NSA, l'Homeland Security, i servizi segreti
ed altre agenzie tengono sotto controllo la mia casa 24/7.
Non mi sono MAI sentito più sicuro e risparmio i 69.95 dollari al mese che mi addebitava il servizio di sicurezza privato.
In più, per quando vado a fare acquisti o viaggio, mi sono comprato un burka. Tutti si scansano al mio passaggio e la sicurezza non può perquisirmi.
Se mi dovessero chiedere perché un uomo indossa il burka, posso sempre rispondere che quel giorno mi sentivo donna.
Maledizione... finalmente sicuro! God bless America
18/10/17
17/10/17
Il sistema di mutui più folle che ho mai visto
Da ZeroHedge un articolo di Simon Black, di Sovereignman, spiega con chiarezza come la crisi dei mutui subprime - che nel 2008 ha travolto il sistema finanziario mondiale - è nata da miriadi di prestiti ipotecari concessi senza scrupoli per specularci sopra a Wall Street. E mostra come l'attuale generale sovraindebitamento negli Usa oggi lasci presagire l'avvicinarsi ineluttabile di una nuova grande crisi (in controluce, tutto l'orrore di una società che costringe i ragazzi poveri a indebitarsi fino al collo per studiare all'Università).
Di Simon Black, 11 ottobre 2017
Il motivo per cui c’è stata la grande crisi finanziaria è che Wall Street stava concedendo mutui per comprare la casa anche a persone che non potevano permetterseli.
Fino alla esplosione della crisi, gli investitori erano voracemente affamati di debito garantito da ipoteche immobiliari con rating "AAA". E così le società finanziarie concedevano molti prestiti anche a mutuatari a rischio (“subprime”) per poi rivenderli a Wall Street. Wall Street ne impacchettava tanti insieme e una delle agenzie di rating più importanti (come Moody's o Standard & Poor's) certificava questi mucchi di rifiuti fumanti con una AAA.
AAA secondo la definizione di Moody significa che l'investimento "dovrebbe sopravvivere all'equivalente della Grande Depressione degli Stati Uniti". In altre parole, è solido come la roccia.
Il ragionamento era questo: un singolo mutuo subprime è in effetti rischioso. Ma se si mettono insieme i mutui di migliaia di persone, a questo punto il pacchetto può ottenere un rating AAA. Perché non è possibile che non rimborsino il prestito tutti quanti. E poi, bè, sul mercato immobiliare i soldi non vanno mai perduti…
In realtà però le agenzie di rating non erano così stupide come sembravano ... Le indagini effettuate dopo la crisi hanno mostrato una quantità di email incriminanti, come questa, di un dirigente di Standard & Poor’s:
"Signore aiuta la nostra fottuta truffa… questo deve essere il posto più stupido in cui ho mai lavorato ".
Come tutti gli altri, stavano al gioco perché volevano fare soldi.
Per generare ipoteche sufficienti per soddisfare la domanda, i finanziatori avrebbero fatto di tutto...
I peggiori prestiti subprime erano soprannominati "NINJAs", che stava per "No income, No job, No assets" (Nessuna entrata, nessuno stipendio, nessuna garanzia).
Quando non furono più in grado di emettere sufficienti mutui per soddisfare la richiesta, a Wall Street sono diventati creativi. Hanno cominciato a impacchettare pacchetti di ipoteche, che venivano chiamati ”CDO (Collateralized Debt Obligation) al quadrato” (CDO aventi come garanzia altri CDO, ndVdE). Quindi hanno creato “CDO sintetici”, che erano solo derivati di altri mutui subprime e di altri CDO (essenzialmente un
modo per le persone di giocare sul mercato dei mutui senza che ci fossero dietro nuovi mutui reali).
Come tutti sappiamo, è finita a disastro... perché le persone che avevano sottoscritto i mutui benché non potessero permettersi di acquistare case costose hanno smesso di pagare le rate. E i CDO, i CDO al quadrato e i CDO sintetici (che erano stati diffusi in tutto il mondo) hanno fatto bancarotta.
Ma ricordiamolo: tutto è iniziato con la vendita di case a persone che non potevano permettersele.
Il che mi riporta a oggi...
Negli Stati Uniti il debito contratto dagli studenti ha raggiunto un livello record, pari a 1,4 trilioni di dollari. E i millennials stanno facendo fatica a pagarli.
L'Associazione Nazionale degli Agenti immobiliari ha svolto un sondaggio tra 2.000 millennials tra i 22 e i 35 anni sul debito contratto per studiare e la proprietà della casa... Solo il 20% degli intervistati possedeva una casa... Degli 8 su 10 che non la possedevano, l'83% ha affermato che la ragione era il debito contratto per studiare. E l'84% ha risposto che avrebbe dovuto rinviare l’acquisto della casa per diversi anni (la mediana era sette anni).
E questo è un guaio per l'attività di vendita immobiliare. Ma, di nuovo, i finanziatori stanno diventando creativi ...
L’impresa edilizia di Miami Lennar Homes ha recentemente annunciato che avrebbe pagato una grande parte del prestito studentesco per qualsiasi mutuatario che comprasse una casa da loro.
Attraverso la sua controllata Eagle Home Mortgage, l'azienda si farà carico di una quota del prestito studentesco dell’acquirente, pari a ben il 3% del prezzo di acquisto della casa, fino a 13.000 dollari.
Il debito è diventato a tal punto la chiave di volta della nostra società, che l'unico modo in cui possiamo permetterci qualcosa è scambiando un tipo di debito che non possiamo permetterci, con un altro tipo di debito.
Un recente studio della Pew Charitable Trust ha mostrato che il 41% delle famiglie americane ha meno di 2.000 dollari di risparmi: un buon terzo ha zero risparmi (tra cui una su dieci delle famiglie con oltre 100.000 dollari di reddito). Un altro studio ha mostrato che il 70% degli americani ha meno di 1.000 dollari di risparmi.
Il punto è che l'America è sul lastrico... Una singola spesa imprevista come un pneumatico che esplode o una visita del medico manderebbe a gambe all’aria la maggior parte delle persone.
E sta solo peggiorando.
Nel mese di agosto, ho calcolato l’ammontare del conto medio delle famiglie nella Bank of America (che ha 592 miliardi di dollari in depositi di cittadini privati, 46 milioni di famiglie) ... È di solo 12.870 dollari per famiglia... E questo include risparmi, investimenti, piani di pensionamento... TUTTO.
E bisogna anche tenere a mente che questa è la media... resa più alta dai titolari di conti con saldi enormi.
Non c'è da meravigliarsi che gli americani abbiano 1.021 trilioni di dollari di debiti contratti con la carta di credito - la somma più alta della storia.
Anche i finanziamenti per l’acquisto di auto hanno toccato il record di 1,2 trilioni di dollari.
E non dimentichiamo il governo americano, che è sotto di più di 20 trilioni di dollari.
Il debito statunitense è ora del 104% del PIL ... E il debito totale è cresciuto del 48% dal 2010.
Nel bilancio economico la colonna dei debiti continua ad allungarsi. Nel frattempo, gli attivi e la produttività non stanno tenendo il passo.
Ma la gente continua a comprare case, automobili, televisioni e pagare le tasse dell’Università indebitandosi sempre di più... E ora, scambiando un tipo di debito con un altro.
La ricchezza è basata sul risparmio e sulla produzione. Non sul fabbricare trucchetti con le carte e sprofondare sempre di più nei debiti.
Non posso dirti quando questo castello di carte crollerà. Ma ti assicuro che precipiterà.
Di Simon Black, 11 ottobre 2017
Il motivo per cui c’è stata la grande crisi finanziaria è che Wall Street stava concedendo mutui per comprare la casa anche a persone che non potevano permetterseli.
Fino alla esplosione della crisi, gli investitori erano voracemente affamati di debito garantito da ipoteche immobiliari con rating "AAA". E così le società finanziarie concedevano molti prestiti anche a mutuatari a rischio (“subprime”) per poi rivenderli a Wall Street. Wall Street ne impacchettava tanti insieme e una delle agenzie di rating più importanti (come Moody's o Standard & Poor's) certificava questi mucchi di rifiuti fumanti con una AAA.
AAA secondo la definizione di Moody significa che l'investimento "dovrebbe sopravvivere all'equivalente della Grande Depressione degli Stati Uniti". In altre parole, è solido come la roccia.
Il ragionamento era questo: un singolo mutuo subprime è in effetti rischioso. Ma se si mettono insieme i mutui di migliaia di persone, a questo punto il pacchetto può ottenere un rating AAA. Perché non è possibile che non rimborsino il prestito tutti quanti. E poi, bè, sul mercato immobiliare i soldi non vanno mai perduti…
In realtà però le agenzie di rating non erano così stupide come sembravano ... Le indagini effettuate dopo la crisi hanno mostrato una quantità di email incriminanti, come questa, di un dirigente di Standard & Poor’s:
"Signore aiuta la nostra fottuta truffa… questo deve essere il posto più stupido in cui ho mai lavorato ".
Come tutti gli altri, stavano al gioco perché volevano fare soldi.
Per generare ipoteche sufficienti per soddisfare la domanda, i finanziatori avrebbero fatto di tutto...
- Vendere una casa senza chiedere il minimo anticipo in contanti.
- Offrire tassi di ingresso trappola (con rate mensili temporaneamente più basse, che nel giro di qualche tempo però si adeguano alle tariffe di mercato).
- E persino offrirsi di pagare parte del mutuo per un paio di mesi (la maggior parte dei piccoli istituti di credito era in grado di rivendere il prestito a Wall Street nel giro di un mese o due, cancellando così la loro responsabilità: se le commissioni sul prestito erano superiori alle loro spese, ci guadagnavano comunque).
I peggiori prestiti subprime erano soprannominati "NINJAs", che stava per "No income, No job, No assets" (Nessuna entrata, nessuno stipendio, nessuna garanzia).
Quando non furono più in grado di emettere sufficienti mutui per soddisfare la richiesta, a Wall Street sono diventati creativi. Hanno cominciato a impacchettare pacchetti di ipoteche, che venivano chiamati ”CDO (Collateralized Debt Obligation) al quadrato” (CDO aventi come garanzia altri CDO, ndVdE). Quindi hanno creato “CDO sintetici”, che erano solo derivati di altri mutui subprime e di altri CDO (essenzialmente un
modo per le persone di giocare sul mercato dei mutui senza che ci fossero dietro nuovi mutui reali).
Come tutti sappiamo, è finita a disastro... perché le persone che avevano sottoscritto i mutui benché non potessero permettersi di acquistare case costose hanno smesso di pagare le rate. E i CDO, i CDO al quadrato e i CDO sintetici (che erano stati diffusi in tutto il mondo) hanno fatto bancarotta.
Ma ricordiamolo: tutto è iniziato con la vendita di case a persone che non potevano permettersele.
Il che mi riporta a oggi...
Negli Stati Uniti il debito contratto dagli studenti ha raggiunto un livello record, pari a 1,4 trilioni di dollari. E i millennials stanno facendo fatica a pagarli.
L'Associazione Nazionale degli Agenti immobiliari ha svolto un sondaggio tra 2.000 millennials tra i 22 e i 35 anni sul debito contratto per studiare e la proprietà della casa... Solo il 20% degli intervistati possedeva una casa... Degli 8 su 10 che non la possedevano, l'83% ha affermato che la ragione era il debito contratto per studiare. E l'84% ha risposto che avrebbe dovuto rinviare l’acquisto della casa per diversi anni (la mediana era sette anni).
E questo è un guaio per l'attività di vendita immobiliare. Ma, di nuovo, i finanziatori stanno diventando creativi ...
L’impresa edilizia di Miami Lennar Homes ha recentemente annunciato che avrebbe pagato una grande parte del prestito studentesco per qualsiasi mutuatario che comprasse una casa da loro.
Attraverso la sua controllata Eagle Home Mortgage, l'azienda si farà carico di una quota del prestito studentesco dell’acquirente, pari a ben il 3% del prezzo di acquisto della casa, fino a 13.000 dollari.
Il debito è diventato a tal punto la chiave di volta della nostra società, che l'unico modo in cui possiamo permetterci qualcosa è scambiando un tipo di debito che non possiamo permetterci, con un altro tipo di debito.
Un recente studio della Pew Charitable Trust ha mostrato che il 41% delle famiglie americane ha meno di 2.000 dollari di risparmi: un buon terzo ha zero risparmi (tra cui una su dieci delle famiglie con oltre 100.000 dollari di reddito). Un altro studio ha mostrato che il 70% degli americani ha meno di 1.000 dollari di risparmi.
Il punto è che l'America è sul lastrico... Una singola spesa imprevista come un pneumatico che esplode o una visita del medico manderebbe a gambe all’aria la maggior parte delle persone.
E sta solo peggiorando.
Nel mese di agosto, ho calcolato l’ammontare del conto medio delle famiglie nella Bank of America (che ha 592 miliardi di dollari in depositi di cittadini privati, 46 milioni di famiglie) ... È di solo 12.870 dollari per famiglia... E questo include risparmi, investimenti, piani di pensionamento... TUTTO.
E bisogna anche tenere a mente che questa è la media... resa più alta dai titolari di conti con saldi enormi.
Non c'è da meravigliarsi che gli americani abbiano 1.021 trilioni di dollari di debiti contratti con la carta di credito - la somma più alta della storia.
Anche i finanziamenti per l’acquisto di auto hanno toccato il record di 1,2 trilioni di dollari.
E non dimentichiamo il governo americano, che è sotto di più di 20 trilioni di dollari.
Il debito statunitense è ora del 104% del PIL ... E il debito totale è cresciuto del 48% dal 2010.
Nel bilancio economico la colonna dei debiti continua ad allungarsi. Nel frattempo, gli attivi e la produttività non stanno tenendo il passo.
Ma la gente continua a comprare case, automobili, televisioni e pagare le tasse dell’Università indebitandosi sempre di più... E ora, scambiando un tipo di debito con un altro.
La ricchezza è basata sul risparmio e sulla produzione. Non sul fabbricare trucchetti con le carte e sprofondare sempre di più nei debiti.
Non posso dirti quando questo castello di carte crollerà. Ma ti assicuro che precipiterà.
15/10/17
Handelsblatt - Una nuova soglia del dolore per le banche
Se nella marca dell'Unione Europea a farla da padrone sono gli interessi del "centro" europeo, tedeschi e francesi, a livello globale prevalgono quelli del centro imperiale americano. Per questo le nuove norme bancarie dell'accordo Basilea IV, scritte per assicurare maggior resilienza dalle prossime crisi finanziarie, nonostante le resistenze franco-tedesche ricalcano i requisiti delle banche americane a scapito di quelle europee. Anche nel "core" tedesco, infatti, non se la passano affatto bene: le banche europee potrebbero andare incontro a tempi sempre più difficili per assicurare le garanzie richieste, e questo significherebbe una nuova stretta sul credito in Europa. Insomma, un ulteriore rischio mortale per la pericolante ripresina globale e un'altra dimostrazione della disfunzionalità delle regole "one size fits all"... e del fatto che, se non si è il centro imperiale, si è sempre periferia di qualcun altro. Da Handelsblatt.
di Andreas Kroner e Charles Wallace, 11 ottobre 2017
Fin da quando la crisi finanziaria ha costretto i governi a salvare alcune delle proprie banche col denaro dei contribuenti, i regolatori sono stati sotto pressione per trovare nuove regole globali su quanto capitale le banche dovrebbero mettere da parte per evitare il ripetersi del disastro.
Dopo diversi anni di difficili negoziati, potrebbe finalmente essere stato raggiunto un compromesso ad una riunione del Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria, che si è tenuto in Svizzera.
Il risultato delle nuove regole, conosciute come Basilea IV, è che le banche europee potrebbero andare incontro a tempi ancora più difficili nell'erogazione di credito, cosa che potrebbe danneggiare l'economia proprio quando essa comincia a riprendersi. Dato che la soluzione proposta colpirà le banche europee più duramente delle istituzioni finanziarie americane, alcuni paesi, in particolare la Francia, stanno ancora cercando di apportare modifiche alla formulazione finale dei regolamenti. L'accordo sarà discusso questa settimana [due settimane fa per chi legge, ndt], a margine della riunione del Fondo Monetario Internazionale a Washington.
Quasi tutti i paesi hanno regole su quanti capitali debbano essere conservati dalle banche per reggere una crisi. Secondo le precedenti normative internazionali, conosciute come Basilea I e II, le banche potevano scegliere tra l'utilizzo di un metodo standardizzato o i modelli interni di rischio bancario per calcolare quanti capitali mettere da parte (Basilea III, una serie di misure provvisorie a seguito della crisi finanziaria, è ancora in attesa di una completa attuazione).
Temendo che alcune banche possano tentare di aggirare il sistema, gli Stati Uniti hanno chiesto di stabilire un tetto al capitale, in modo che se una banca utilizza una misura interna di rischio, le sia consentito di deviare rispetto al modello standardizzato di rischio soltanto per una percentuale massima prefissata .
Durante i colloqui, gli Stati Uniti hanno insistito affinché il livello percentuale fosse fissato al 75% del modello standard, mentre l'Europa voleva il 70%. La settimana scorsa, hanno tentato di mediare la differenza e di fissare il tetto al 72,5%. Ma la Francia, che è sostenuta dalla Germania, continua ad insistere sul livello inferiore, secondo quanto affermato dal ministro delle finanze francese Bruno Le Maire.
I requisiti patrimoniali sono determinati da quante attività siano possedute da una banca, classificate per livello di rischio, con le obbligazioni statali che generalmente sono riconosciute a rischio zero e i prestiti personali considerati a rischio più elevato. Questo è il punto su cui le banche statunitensi e quelle europee differiscono veramente.
Negli Stati Uniti le banche scaricano i mutui su agenzie che sono garantite dal governo, chiamate Fannie Mae e Freddie Mac, mentre le banche europee mantengono tali prestiti sui loro bilanci. Il prestito aziendale negli Stati Uniti è ottenuto di solito emettendo obbligazioni, mentre le imprese europee tendono a prendere a prestito dalle banche.
Il risultato è che molte banche europee hanno, nei loro libri contabili, un numero maggiore di attività da pesare per il rischio, che devono dunque essere compensate dal capitale. Utilizzando modelli di rischio interni, le banche tedesche e altre banche dell'Europa del nord sanno che i mutui raramente vanno in sofferenza, e pertanto attribuiscono un basso valore di rischio a tali prestiti. Tuttavia, secondo le nuove regole, tale valore dovrà salire.
"Se il limite viene fissato al 72,5%, le banche europee dovrebbero ridurre la quantità di prestiti che fanno", ha dichiarato Hans-Walter Peters, capo dell'associazione delle banche tedesche. "Questo influirebbe sia sui prestiti immobiliari a lungo termine che sulla finanza aziendale. Il risultato sarà una chiara battuta d'arresto per l'economia europea ".
Johannes-Jörg Reigler, amministratore delegato di BayernLB e capo dell'associazione delle banche pubbliche tedesche, concorda sul danno potenziale che ne verrà. Il compromesso "sarà un grave colpo alle banche e alle economie europee".
Prima dell'adozione del compromesso, i consulenti McKinsey & Co. hanno calcolato che un livello del 75% potrebbe costare alle banche europee più di 100 miliardi di euro. Le banche potrebbero aumentare il capitale o ridurre la quantità di attività che detengono.
Le nuove regole influenzeranno le banche tedesche più delle altre, perché tendono a fare affidamento sui modelli di rischio interni piuttosto che sui modelli standardizzati. Le banche francesi sono ancora più vulnerabili.
"Il compromesso beneficia le banche americane", ha affermato Martin Hellmich, professore di gestione del rischio presso la Scuola di Finanza e Gestione di Francoforte. "Hanno meno crediti nei loro bilanci, quindi i modelli di rischio interni sono meno importanti di quelli delle banche europee. L'Europa deve riuscire ad accettare queste soglie del dolore".
di Andreas Kroner e Charles Wallace, 11 ottobre 2017
Fin da quando la crisi finanziaria ha costretto i governi a salvare alcune delle proprie banche col denaro dei contribuenti, i regolatori sono stati sotto pressione per trovare nuove regole globali su quanto capitale le banche dovrebbero mettere da parte per evitare il ripetersi del disastro.
Dopo diversi anni di difficili negoziati, potrebbe finalmente essere stato raggiunto un compromesso ad una riunione del Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria, che si è tenuto in Svizzera.
Il risultato delle nuove regole, conosciute come Basilea IV, è che le banche europee potrebbero andare incontro a tempi ancora più difficili nell'erogazione di credito, cosa che potrebbe danneggiare l'economia proprio quando essa comincia a riprendersi. Dato che la soluzione proposta colpirà le banche europee più duramente delle istituzioni finanziarie americane, alcuni paesi, in particolare la Francia, stanno ancora cercando di apportare modifiche alla formulazione finale dei regolamenti. L'accordo sarà discusso questa settimana [due settimane fa per chi legge, ndt], a margine della riunione del Fondo Monetario Internazionale a Washington.
Quasi tutti i paesi hanno regole su quanti capitali debbano essere conservati dalle banche per reggere una crisi. Secondo le precedenti normative internazionali, conosciute come Basilea I e II, le banche potevano scegliere tra l'utilizzo di un metodo standardizzato o i modelli interni di rischio bancario per calcolare quanti capitali mettere da parte (Basilea III, una serie di misure provvisorie a seguito della crisi finanziaria, è ancora in attesa di una completa attuazione).
Temendo che alcune banche possano tentare di aggirare il sistema, gli Stati Uniti hanno chiesto di stabilire un tetto al capitale, in modo che se una banca utilizza una misura interna di rischio, le sia consentito di deviare rispetto al modello standardizzato di rischio soltanto per una percentuale massima prefissata .
Durante i colloqui, gli Stati Uniti hanno insistito affinché il livello percentuale fosse fissato al 75% del modello standard, mentre l'Europa voleva il 70%. La settimana scorsa, hanno tentato di mediare la differenza e di fissare il tetto al 72,5%. Ma la Francia, che è sostenuta dalla Germania, continua ad insistere sul livello inferiore, secondo quanto affermato dal ministro delle finanze francese Bruno Le Maire.
I requisiti patrimoniali sono determinati da quante attività siano possedute da una banca, classificate per livello di rischio, con le obbligazioni statali che generalmente sono riconosciute a rischio zero e i prestiti personali considerati a rischio più elevato. Questo è il punto su cui le banche statunitensi e quelle europee differiscono veramente.
Negli Stati Uniti le banche scaricano i mutui su agenzie che sono garantite dal governo, chiamate Fannie Mae e Freddie Mac, mentre le banche europee mantengono tali prestiti sui loro bilanci. Il prestito aziendale negli Stati Uniti è ottenuto di solito emettendo obbligazioni, mentre le imprese europee tendono a prendere a prestito dalle banche.
Il risultato è che molte banche europee hanno, nei loro libri contabili, un numero maggiore di attività da pesare per il rischio, che devono dunque essere compensate dal capitale. Utilizzando modelli di rischio interni, le banche tedesche e altre banche dell'Europa del nord sanno che i mutui raramente vanno in sofferenza, e pertanto attribuiscono un basso valore di rischio a tali prestiti. Tuttavia, secondo le nuove regole, tale valore dovrà salire.
"Se il limite viene fissato al 72,5%, le banche europee dovrebbero ridurre la quantità di prestiti che fanno", ha dichiarato Hans-Walter Peters, capo dell'associazione delle banche tedesche. "Questo influirebbe sia sui prestiti immobiliari a lungo termine che sulla finanza aziendale. Il risultato sarà una chiara battuta d'arresto per l'economia europea ".
Johannes-Jörg Reigler, amministratore delegato di BayernLB e capo dell'associazione delle banche pubbliche tedesche, concorda sul danno potenziale che ne verrà. Il compromesso "sarà un grave colpo alle banche e alle economie europee".
Prima dell'adozione del compromesso, i consulenti McKinsey & Co. hanno calcolato che un livello del 75% potrebbe costare alle banche europee più di 100 miliardi di euro. Le banche potrebbero aumentare il capitale o ridurre la quantità di attività che detengono.
Le nuove regole influenzeranno le banche tedesche più delle altre, perché tendono a fare affidamento sui modelli di rischio interni piuttosto che sui modelli standardizzati. Le banche francesi sono ancora più vulnerabili.
"Il compromesso beneficia le banche americane", ha affermato Martin Hellmich, professore di gestione del rischio presso la Scuola di Finanza e Gestione di Francoforte. "Hanno meno crediti nei loro bilanci, quindi i modelli di rischio interni sono meno importanti di quelli delle banche europee. L'Europa deve riuscire ad accettare queste soglie del dolore".
14/10/17
Firma la petizione per la riapertura del blog di Jacques Sapir
La sospensione del blog di Jacques Sapir, Russeurope, che i nostri lettori ben conoscono perché tradotto di frequente su queste pagine, è un segnale allarmante della intolleranza crescente verso chi non accetta di allinearsi alla linea politica dominante. Jacques Sapir ne ha spiegato con chiarezza i motivi in una lettera tradotta e pubblicata pochi giorni fa su Goofynomics. Chiediamo a tutti i nostri lettori di firmare subito la petizione online per la riapertura del blog Russeurope e di fare circolare il più possibile l'appello: facciamoci sentire ora, prima che sia troppo tardi.
9 ottobre 2017
Il 26 settembre 2017 i responsabili della piattaforma Hypotheses.org e OpenEdition hanno deciso di sospendere il blog di Jacques Sapir, Russeurope. Questa decisione, ritenuta infondata e arbitraria da molti giuristi, ha immediatamente suscitato grande emozione nel mondo accademico e non solo. È una decisione che mette in discussione il principio della libertà dei ricercatori. E nega il fatto che i ricercatori, in particolare nelle scienze umane e sociali, sono direttamente e immediatamente inseriti nel dibattito politico. Infine, questa misura è tale da poter causare enormi danni alle istituzioni di ricerca in Francia e screditarle agli occhi dei ricercatori stranieri. Numerose proteste sono state inviate a Marin Dacos, responsabile della piattaforma Hypotheses.org e al suo superiore al ministero dell'Istruzione e della Ricerca, Alain Beretz.
Fino a oggi Marin Dacos si è rifiutato di rispondere.
Firma subito la petizione su change.org
Quello che segue è il testo della petizione inviata a Marin Dacos il 9 ottobre 2017 e firmata da numerosi esponenti del mondo accademico francese e non solo.
Lettera a
Marin Dacos
OpenEdition
Richiesta di riapertura del blog di Jacques Sapir
Parigi, 9 ottobre 2017
Per una scienza aperta alla libertà di espressione per i ricercatori
Richiesta di riapertura del blog di Jacques Sapir
I responsabili della piattaforma Hypotheses.org e di Open Edition hanno preso la decisione di sospendere il blog di ricerca Russeurope che Jacques Sapir aveva aperto nel 2012. Ora non gli è più possibile pubblicare post sul blog.
Le ragioni addotte per giustificare questa decisione sembrano essere pretestuose e menzognere. Il comunicato di Marin Dacos, Direttore del Centro per la pubblicazione elettronica aperta (CLEO), afferma: "L'autore del blog ha ripetutamente pubblicato testi caratterizzati da un’impostazione politica di parte, scollegata dal contesto accademico e scientifico proprio di Hypotheses che costituisce una condizione indispensabile per la pubblicazione sulla piattaforma".
In realtà il contenuto del blog non è mai stato in contrasto con le regole di Open Edition né con la legge francese. Manca quindi il supporto giuridico per il congelamento del blog. Il suo contenuto, inoltre, è stato uguale sin dalla sua apertura, nel settembre del 2012. Non si può in alcun modo sostenere che ci sia stato un cambiamento nella natura del blog. Si può inoltre constatare che altri blog si dedicano più o meno regolarmente ad analisi che non sono semplicemente spiegazioni, ma anche prese di posizione. Del resto, l'idea che si possa stabilire una chiara separazione tra scritti accademici e scritti di carattere politico è a dir poco dubbia per quanto riguarda le scienze umane e le scienze sociali.
Molti giuristi si sono pronunciati sull’argomento. Come osserva Stéphane Rials: "La legittimità di una misura così generale, in apparenza scarsamente motivata, carente di una base giuridica è contestabile". Concordiamo anche con l'analisi di Roseline Letteron: «Secondo quanto dispone l'articolo L 952-2 del Codice dell’Istruzione, riprendendo l'articolo 57 della legge Savary del 26 gennaio 1984, “ ricercatori che insegnano, insegnanti e ricercatori godono della piena indipendenza e della completa libertà di espressione nell'esercizio dei loro compiti di insegnamento e della loro attività di ricerca, fatte salve le riserve imposte loro, secondo le tradizioni accademiche e di questo Codice, dai principi della tolleranza e dell'obiettività ". (...) La libertà è quindi intera, non solo nell'insegnamento, ma anche nell'attività di ricerca e nei mezzi di comunicazione che consentono di farla conoscere. (...) "Un dipartimento incaricato di gestire una piattaforma di blog, a nome delle università associate, ha gli stessi doveri".
Questa misura di sospensione ha dunque legittimamente suscitato una profonda emozione, nei circoli accademici e non accademici, in Francia e all'estero. La lotta per la libertà di espressione di ricercatori e scienziati riguarda tutti noi, indipendentemente dalle nostre convinzioni politiche. Questa emozione è tale da poter danneggiare Hypotheses.org, circostanza che va segnalata, deplorata, ma anche considerata inevitabile se questa misura non venisse annullata.
Consapevoli delle nostre responsabilità nei confronti dei nostri colleghi e della comunità scientifica francese, consapevoli del discredito che il protrarsi di questa misura potrebbe portare alle istituzioni di ricerca francesi all'estero, noi firmatari di questa petizione chiediamo ai responsabili di Hypotheses.org e Open Edition di annullare la loro decisione e riaprire il blog il più presto possibile.
*M. Denis Alland, Professeur en Droit Public, Université de Panthéon-Assas (Paris-2)
*M. Tony Andréani, professeur émérite de Science Politique à Paris-Saint-Denis (Paris-8)
*Bernard Cassen, Professeur émérite d’Anglais à l’Université de Paris-8.
*David Cayla (Maître de Conférences en économie à l'université d'Angers).
*Franck Collard, Professeur d’Histoire Médiévale à Paris-Ouest (Paris-10, Nanterre)
*Daniel Bachet, Professeur des Universités, Sociologie, Université Paris-Saclay
*Michel Bergès, Professeur de Sciences Politiques, Université de Bordeaux
*Olivier Berruyer, actuaire et blogueur (Lescrises.fr)
*Bernard Bourdin, Professeur à l'Institut Catholique de Paris, Historien des idées, philosophe politique.
*Coralie Delaume, écrivain et blogueur (l-arene-nue.blogspot.fr)
*Eric Desmons, Professeur de Droit Public, Université de Paris-XIII
*Marcel Gauchet, Directeur d’études (retraité) à l’EHESS, Philosophe.
*Jacques Généreux, économiste, maitre de conférences des Universités, professeur à l’IEPP - Sciences Po.
*Jacques A. Gilbert, Professeur de Littérature comparée, Université de Nantes
*Brigitte Granville, Professor of International Economics and Economic Policy, Chevalier des Palmes Academiques, Fellow of The Higher Education Academy (FHEA), School of Business and Management, Queen Mary University of London
*Alain Guery, Directeur de recherche au CNRS, Historien.
*Éric Guichard, Philosophe de l'internet et du numérique, Enssib-Ens, Ancien Directeur de programme au Collège international de philosophie
*Annie Lacroix-Riz, professeur émérite d'histoire contemporaine, université Paris 7.
*Dominique Lecourt, Philosophe, professeur émérite des universités, ancien recteur d’académie, président d’honneur des Presses Universitaires de France.
*Laurent Loty, Historien des imaginaires et des idées scientifiques et politiques au CNRS, Président d’honneur de la Société Française pour l’Histoire des Sciences de l’Homme
*Roseline Letteron, Professeur des Universités, professeur de Droit à Paris-Sorbonne.
*Jérôme Maucourant, Maître de conférences (HDR) en sciences économique à l'Université Jean Monnet de Saint-Etienne
*Laurent Herblay, blogueur (gaullistelibre.com)
*Nicolas Pons-Vignon, Senior researcher in development economics, University of the Witwatersrand, Afrique du Sud
*Benedetto Ponti, professeur de Droit administratif au département de Science Politique de l'Université de Perugia, professeur de droit des médias numériques.
*Bertrand Renouvin, Journaliste et écrivain.
*Stéphane Rials, professeur de relations internationales et de philosophie politique à Panthéon-Assas (Paris 2).
*Claude Roddier, Professeur des universités, retraitée depuis 2001. Professeur d’astronomie à l'université Aix-Marseille
*François Roddier, Professeur des universités, retraité depuis 2001. Directeur du département d'Astrophysique de l'Université de Nice
*Antoni Soy, Honorary Professor of Applied Economy, University of Barcelona. Former Deputy Minister of Industry and Business, Government of Catalonia. Former Mayor of Argentona
*Serge Sur, Professeur émérite à l’Université Panthéon-Assas (Paris 2)
*Pierre-André Taguieff, philosophe et historien des idées, directeur de recherche au CNRS
*Véronique Taquin, écrivain, normalienne et agrégée de Lettres modernes, professeur de chaire supérieure en khâgne au lycée Condorcet.
*Bruno Tinel, économiste, Maître de conférences, HDR, Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne
*Jérôme Valluy, Maître de Conférences (HDR) de Sciences Politiques à Paris-1
*Alain Venturini, archiviste-paléographe, conservateur général du patrimoine, directeur des Archives départementales de l'Aveyron
*Xavier Souvignet, Agrégé des Facultés de droit , Professeur de droit public, Université de Grenoble-Alpes
9 ottobre 2017
Il 26 settembre 2017 i responsabili della piattaforma Hypotheses.org e OpenEdition hanno deciso di sospendere il blog di Jacques Sapir, Russeurope. Questa decisione, ritenuta infondata e arbitraria da molti giuristi, ha immediatamente suscitato grande emozione nel mondo accademico e non solo. È una decisione che mette in discussione il principio della libertà dei ricercatori. E nega il fatto che i ricercatori, in particolare nelle scienze umane e sociali, sono direttamente e immediatamente inseriti nel dibattito politico. Infine, questa misura è tale da poter causare enormi danni alle istituzioni di ricerca in Francia e screditarle agli occhi dei ricercatori stranieri. Numerose proteste sono state inviate a Marin Dacos, responsabile della piattaforma Hypotheses.org e al suo superiore al ministero dell'Istruzione e della Ricerca, Alain Beretz.
Fino a oggi Marin Dacos si è rifiutato di rispondere.
Firma subito la petizione su change.org
Quello che segue è il testo della petizione inviata a Marin Dacos il 9 ottobre 2017 e firmata da numerosi esponenti del mondo accademico francese e non solo.
Lettera a
Marin Dacos
OpenEdition
Richiesta di riapertura del blog di Jacques Sapir
Parigi, 9 ottobre 2017
Per una scienza aperta alla libertà di espressione per i ricercatori
Richiesta di riapertura del blog di Jacques Sapir
I responsabili della piattaforma Hypotheses.org e di Open Edition hanno preso la decisione di sospendere il blog di ricerca Russeurope che Jacques Sapir aveva aperto nel 2012. Ora non gli è più possibile pubblicare post sul blog.
Le ragioni addotte per giustificare questa decisione sembrano essere pretestuose e menzognere. Il comunicato di Marin Dacos, Direttore del Centro per la pubblicazione elettronica aperta (CLEO), afferma: "L'autore del blog ha ripetutamente pubblicato testi caratterizzati da un’impostazione politica di parte, scollegata dal contesto accademico e scientifico proprio di Hypotheses che costituisce una condizione indispensabile per la pubblicazione sulla piattaforma".
In realtà il contenuto del blog non è mai stato in contrasto con le regole di Open Edition né con la legge francese. Manca quindi il supporto giuridico per il congelamento del blog. Il suo contenuto, inoltre, è stato uguale sin dalla sua apertura, nel settembre del 2012. Non si può in alcun modo sostenere che ci sia stato un cambiamento nella natura del blog. Si può inoltre constatare che altri blog si dedicano più o meno regolarmente ad analisi che non sono semplicemente spiegazioni, ma anche prese di posizione. Del resto, l'idea che si possa stabilire una chiara separazione tra scritti accademici e scritti di carattere politico è a dir poco dubbia per quanto riguarda le scienze umane e le scienze sociali.
Molti giuristi si sono pronunciati sull’argomento. Come osserva Stéphane Rials: "La legittimità di una misura così generale, in apparenza scarsamente motivata, carente di una base giuridica è contestabile". Concordiamo anche con l'analisi di Roseline Letteron: «Secondo quanto dispone l'articolo L 952-2 del Codice dell’Istruzione, riprendendo l'articolo 57 della legge Savary del 26 gennaio 1984, “ ricercatori che insegnano, insegnanti e ricercatori godono della piena indipendenza e della completa libertà di espressione nell'esercizio dei loro compiti di insegnamento e della loro attività di ricerca, fatte salve le riserve imposte loro, secondo le tradizioni accademiche e di questo Codice, dai principi della tolleranza e dell'obiettività ". (...) La libertà è quindi intera, non solo nell'insegnamento, ma anche nell'attività di ricerca e nei mezzi di comunicazione che consentono di farla conoscere. (...) "Un dipartimento incaricato di gestire una piattaforma di blog, a nome delle università associate, ha gli stessi doveri".
Questa misura di sospensione ha dunque legittimamente suscitato una profonda emozione, nei circoli accademici e non accademici, in Francia e all'estero. La lotta per la libertà di espressione di ricercatori e scienziati riguarda tutti noi, indipendentemente dalle nostre convinzioni politiche. Questa emozione è tale da poter danneggiare Hypotheses.org, circostanza che va segnalata, deplorata, ma anche considerata inevitabile se questa misura non venisse annullata.
Consapevoli delle nostre responsabilità nei confronti dei nostri colleghi e della comunità scientifica francese, consapevoli del discredito che il protrarsi di questa misura potrebbe portare alle istituzioni di ricerca francesi all'estero, noi firmatari di questa petizione chiediamo ai responsabili di Hypotheses.org e Open Edition di annullare la loro decisione e riaprire il blog il più presto possibile.
*M. Denis Alland, Professeur en Droit Public, Université de Panthéon-Assas (Paris-2)
*M. Tony Andréani, professeur émérite de Science Politique à Paris-Saint-Denis (Paris-8)
*Bernard Cassen, Professeur émérite d’Anglais à l’Université de Paris-8.
*David Cayla (Maître de Conférences en économie à l'université d'Angers).
*Franck Collard, Professeur d’Histoire Médiévale à Paris-Ouest (Paris-10, Nanterre)
*Daniel Bachet, Professeur des Universités, Sociologie, Université Paris-Saclay
*Michel Bergès, Professeur de Sciences Politiques, Université de Bordeaux
*Olivier Berruyer, actuaire et blogueur (Lescrises.fr)
*Bernard Bourdin, Professeur à l'Institut Catholique de Paris, Historien des idées, philosophe politique.
*Coralie Delaume, écrivain et blogueur (l-arene-nue.blogspot.fr)
*Eric Desmons, Professeur de Droit Public, Université de Paris-XIII
*Marcel Gauchet, Directeur d’études (retraité) à l’EHESS, Philosophe.
*Jacques Généreux, économiste, maitre de conférences des Universités, professeur à l’IEPP - Sciences Po.
*Jacques A. Gilbert, Professeur de Littérature comparée, Université de Nantes
*Brigitte Granville, Professor of International Economics and Economic Policy, Chevalier des Palmes Academiques, Fellow of The Higher Education Academy (FHEA), School of Business and Management, Queen Mary University of London
*Alain Guery, Directeur de recherche au CNRS, Historien.
*Éric Guichard, Philosophe de l'internet et du numérique, Enssib-Ens, Ancien Directeur de programme au Collège international de philosophie
*Annie Lacroix-Riz, professeur émérite d'histoire contemporaine, université Paris 7.
*Dominique Lecourt, Philosophe, professeur émérite des universités, ancien recteur d’académie, président d’honneur des Presses Universitaires de France.
*Laurent Loty, Historien des imaginaires et des idées scientifiques et politiques au CNRS, Président d’honneur de la Société Française pour l’Histoire des Sciences de l’Homme
*Roseline Letteron, Professeur des Universités, professeur de Droit à Paris-Sorbonne.
*Jérôme Maucourant, Maître de conférences (HDR) en sciences économique à l'Université Jean Monnet de Saint-Etienne
*Laurent Herblay, blogueur (gaullistelibre.com)
*Nicolas Pons-Vignon, Senior researcher in development economics, University of the Witwatersrand, Afrique du Sud
*Benedetto Ponti, professeur de Droit administratif au département de Science Politique de l'Université de Perugia, professeur de droit des médias numériques.
*Bertrand Renouvin, Journaliste et écrivain.
*Stéphane Rials, professeur de relations internationales et de philosophie politique à Panthéon-Assas (Paris 2).
*Claude Roddier, Professeur des universités, retraitée depuis 2001. Professeur d’astronomie à l'université Aix-Marseille
*François Roddier, Professeur des universités, retraité depuis 2001. Directeur du département d'Astrophysique de l'Université de Nice
*Antoni Soy, Honorary Professor of Applied Economy, University of Barcelona. Former Deputy Minister of Industry and Business, Government of Catalonia. Former Mayor of Argentona
*Serge Sur, Professeur émérite à l’Université Panthéon-Assas (Paris 2)
*Pierre-André Taguieff, philosophe et historien des idées, directeur de recherche au CNRS
*Véronique Taquin, écrivain, normalienne et agrégée de Lettres modernes, professeur de chaire supérieure en khâgne au lycée Condorcet.
*Bruno Tinel, économiste, Maître de conférences, HDR, Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne
*Jérôme Valluy, Maître de Conférences (HDR) de Sciences Politiques à Paris-1
*Alain Venturini, archiviste-paléographe, conservateur général du patrimoine, directeur des Archives départementales de l'Aveyron
*Xavier Souvignet, Agrégé des Facultés de droit , Professeur de droit public, Université de Grenoble-Alpes
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Germania e separatismi: l'economia della secessione
Mentre in Catalogna e, di riflesso, in tutta la Spagna è in atto una vera e propria crisi politica e civile a seguito del referendum sull’indipendenza, il sito German Foreign Policy pubblica un'analisi dei rapporti economici della Germania con alcune delle regioni che in questo momento storico sono al centro di rivendicazioni per l'autonomia. A emergere è un quadro in cui si evidenzia come il Paese guida dell'Unione Europea abbia prima spinto e poi consolidato una relazione di interdipendenza con le zone più ricche di alcuni Stati Europei, alimentandone gli squilibri e, di conseguenza, le tensioni secessioniste.
di redazione German Foreign Policy, 05 Ottobre 2017.
BERLINO/BARCELONA/MILANO/ANVERSA
In Europa occidentale la promozione mirata di una collaborazione esclusiva tra imprese tedesche e le regioni più ricche di nazioni ove ampie parti del paese sono in condizioni di impoverimento, ha sistematicamente favorito il rafforzamento dei movimenti autonomisti-secessionisti. Questa evidenza è frutto di un'analisi dei separatismi in Catalogna, Lombardia e Fiandre. Mentre giocavano un ruolo decisivo nell’espansione della più forte economia Europea, quella tedesca, due regioni economicamente rilevanti come Fiandre e Lombardia aumentavano il già consistente divario con le zone più povere di Belgio e Italia.
Attraverso un'esclusiva collaborazione con il Land del Baden-Württemberg, Catalogna e Lombardia hanno lasciato indietro le regioni più in difficoltà di Spagna e Italia.
Ciò ha alimentato gli sforzi delle rispettive élite regionali per bloccare il flusso di redistribuzione nazionale dei fondi statali attraverso la strada di una maggiore autonomia o, in ultima analisi, della secessione. Le conseguenze di una cooperazione mirata non con interi Stati stranieri, ma solo con le regioni economicamente più avanzate, sono già note dall'esperienza dell’ex Jugoslavia.
"Forte Germania, forte Anversa"
La regione delle Fiandre, la parte olandese del Belgio, le cui spinte separatiste sono state per lungo tempo tra le più forti all’interno dell'UE, ha tratto particolare guadagno dalla sua stretta collaborazione con la Germania. La Repubblica Federale Tedesca è l’acquirente principale dell’export fiammingo; lo scorso anno, su un valore totale delle esportazioni di 302,4 miliardi di dollari, il contributo della Germania è stato di oltre 50 miliardi. Inoltre, le imprese tedesche sono tra i più importanti investitori del Paese. Il nucleo delle relazioni economiche tedesche-fiamminghe è il porto di Anversa, il secondo più grande d'Europa dopo il porto di Rotterdam. La sua importanza per l'economia delle esportazioni tedesca è evidente dal fatto che, di 214 milioni di tonnellate, quasi un terzo, ben 68 milioni, sono state spedite dalla Germania o trasportate nel Paese tedesco. Inoltre, numerose aziende tedesche, come BASF e Bayer, hanno investito miliardi in sedi o magazzini nei pressi del porto di Anversa.
"Senza una forte Germania non può esistere una forte Anversa", affermava con forza qualche anno fa il rappresentante del porto nella Repubblica federale. Considerato che l'economia tedesca prospera e gode di ininterrotti benefici grazie alla zona Euro, anche l’economia delle Fiandre sperimenta una crescita più rapida rispetto a quella della Vallonia – l’area meridionale è infatti maggiormente focalizzata sui rapporti con la Francia.
In questo modo in Belgio il divario di ricchezza tra regioni finisce per animare sempre più le rivendicazioni secessioniste.
"Allineati con la Germania"
Anche la Lombardia, la regione economicamente più ricca d'Italia, ha vantaggi considerevoli dai suoi rapporti con la Repubblica Federale tedesca. La Germania è il principale partner commerciale, con un volume di scambi pari a quasi 40 miliardi di euro. Secondo gli esperti, le imprese lombarde sono tradizionalmente "allineate per una stretta cooperazione con la Germania meridionale", che è "un gateway fondamentale per l'Europa settentrionale e orientale". In realtà è la regione a rappresentare il punto di snodo centrale per le aziende tedesche in Italia, raccogliendo circa un terzo delle esportazioni dalla Germania sul territorio nazionale. Di un totale di circa 3.000 aziende tedesche che hanno una filiale in Italia, circa la metà si sono stabilite in Lombardia. Società di primo piano come BASF, Bayer, Bosch, BMW, Deutsche Bank, SAP e Siemens hanno aperto la propria sede italiana a Milano o nei dintorni cittadini. Inoltre, si trova a Milano anche la sede di Unicredit, il più importante gruppo bancario italiano, che ha acquisito la Hypovereinsbank di Monaco di Baviera nel 2005.
La forza dell'economia tedesca contribuisce significativamente alla crescita della Lombardia, in particolare rispetto alle regioni più deboli del Paese.
Punto di appoggio principale
Il commercio con la Germania è di grande importanza anche per la Catalogna. Nel 2015 sono arrivate dalla Repubblica Federale il 18,3 % delle importazioni catalane, decisamente più che da qualsiasi altro Paese. Allo stesso tempo la Germania è il secondo più grande acquirente delle esportazioni catalane. In Catalogna oltre il 10% degli investimenti provengono dalla Repubblica Federale. La regione è poi il principale punto di appoggio per le aziende tedesche in Spagna. La metà delle 1.600 aziende spagnole con partecipazione tedesca hanno la sede in Catalogna, come ad esempio, BASF, Bayer, Boehringer, Henkel, Merck e Siemens. Anche Seat, la consociata di Volkswagen, ha sede a Martorell, vicino a Barcellona. Come Fiandre e Lombardia, la Catalogna trae benefici dalla prosperità del suo partner commerciale più importante, ovvero l'economia tedesca. Nonostante la crisi dei Paesi del Sud Europa, questa tendenza è diventata ancora più marcata negli ultimi anni per via della posizione dominante della Repubblica federale nell'UE.
A chi ha venga dato
Il fatto che le aziende tedesche cooperino esclusivamente con le regioni economicamente forti e, quindi, contribuiscano ad aumentare ulteriormente il divario di ricchezza nei Paesi in questione, non è soltanto la conseguenza di un processo naturale, quanto una dinamica incoraggiata da obiettivi politici. Un esempio è la comunità di lavoro "Quattro Motori per l'Europa", fondata nel 1988 e che comprende, oltre al Land tedesco del Baden-Wuerttemberg, le regioni della Catalogna, Lombardia e Rodano-Alpi (Francia). Il suo obiettivo è quello di estendere la cooperazione economica tra le aree coinvolte, concentrandosi, ad esempio, sul miglioramento delle infrastrutture di trasporto e di telecomunicazione, e promuovendo una stretta collaborazione in materia di ricerca e tecnologia. La finalità dell’accordo?
Aumentare notevolmente “la competitività” dei “quattro motori”.
I membri del gruppo accettano, almeno implicitamente, che in nazioni da regioni economicamente asimmetriche, come Spagna e Italia, crescano significativamente le differenze tra i membri dei "Quattro Motori", già relativamente benestanti, e le aree più povere dei rispettivi Paesi.
Come in Jugoslavia
Il fenomeno di una cooperazione economica con regioni selezionate e comparativamente ricche che incrementa ulteriormente le differenze interne esistenti nei singoli stati è tutt'altro che sconosciuto.
Un esempio passato è rappresentato dalla collaborazione tra alcune regioni di Germania occidentale, Italia ed Austria con la Jugoslavia nella "Comunità di lavoro Alpe Adria", fondata nel 1978 in collaborazione con il governo cristiano-democratico della Baviera.
L’accordo, oltre alla Baviera, ha raccolto diverse province austriache e regioni settentrionali italiane e le ha unite con le repubbliche jugoslave di Slovenia e Croazia. L'obiettivo dichiarato era quello di intensificare la cooperazione interregionale, migliorare le infrastrutture di trasporto e l'impegno comune in materia di ricerca.
A detta di un osservatore, a Belgrado l'esclusivo coinvolgimento delle due repubbliche benestanti del nord era considerato fin dal principio come una spinta esterna verso un "nuovo separatismo in veste europea".
In retrospettiva era stato proprio l'ex primo ministro bavarese Max Streibl a scrivere che la comunità di lavoro era servita a "legare con successo Slovenia e Croazia all'Europa centrale e occidentale".
"Il percorso verso l'indipendenza del 1990-1991 è stato sostenuto dalla solidarietà dei Membri della comunità di lavoro di Alpe Adria".
Lungi dall'essere la causa centrale della secessione slovena e croata, la comunità di lavoro interregionale ha però rafforzato le differenze esistenti in Jugoslavia, fornendo così un contributo significativo alla scissione finale del Paese.
di redazione German Foreign Policy, 05 Ottobre 2017.
BERLINO/BARCELONA/MILANO/ANVERSA
In Europa occidentale la promozione mirata di una collaborazione esclusiva tra imprese tedesche e le regioni più ricche di nazioni ove ampie parti del paese sono in condizioni di impoverimento, ha sistematicamente favorito il rafforzamento dei movimenti autonomisti-secessionisti. Questa evidenza è frutto di un'analisi dei separatismi in Catalogna, Lombardia e Fiandre. Mentre giocavano un ruolo decisivo nell’espansione della più forte economia Europea, quella tedesca, due regioni economicamente rilevanti come Fiandre e Lombardia aumentavano il già consistente divario con le zone più povere di Belgio e Italia.
Attraverso un'esclusiva collaborazione con il Land del Baden-Württemberg, Catalogna e Lombardia hanno lasciato indietro le regioni più in difficoltà di Spagna e Italia.
Ciò ha alimentato gli sforzi delle rispettive élite regionali per bloccare il flusso di redistribuzione nazionale dei fondi statali attraverso la strada di una maggiore autonomia o, in ultima analisi, della secessione. Le conseguenze di una cooperazione mirata non con interi Stati stranieri, ma solo con le regioni economicamente più avanzate, sono già note dall'esperienza dell’ex Jugoslavia.
"Forte Germania, forte Anversa"
La regione delle Fiandre, la parte olandese del Belgio, le cui spinte separatiste sono state per lungo tempo tra le più forti all’interno dell'UE, ha tratto particolare guadagno dalla sua stretta collaborazione con la Germania. La Repubblica Federale Tedesca è l’acquirente principale dell’export fiammingo; lo scorso anno, su un valore totale delle esportazioni di 302,4 miliardi di dollari, il contributo della Germania è stato di oltre 50 miliardi. Inoltre, le imprese tedesche sono tra i più importanti investitori del Paese. Il nucleo delle relazioni economiche tedesche-fiamminghe è il porto di Anversa, il secondo più grande d'Europa dopo il porto di Rotterdam. La sua importanza per l'economia delle esportazioni tedesca è evidente dal fatto che, di 214 milioni di tonnellate, quasi un terzo, ben 68 milioni, sono state spedite dalla Germania o trasportate nel Paese tedesco. Inoltre, numerose aziende tedesche, come BASF e Bayer, hanno investito miliardi in sedi o magazzini nei pressi del porto di Anversa.
"Senza una forte Germania non può esistere una forte Anversa", affermava con forza qualche anno fa il rappresentante del porto nella Repubblica federale. Considerato che l'economia tedesca prospera e gode di ininterrotti benefici grazie alla zona Euro, anche l’economia delle Fiandre sperimenta una crescita più rapida rispetto a quella della Vallonia – l’area meridionale è infatti maggiormente focalizzata sui rapporti con la Francia.
In questo modo in Belgio il divario di ricchezza tra regioni finisce per animare sempre più le rivendicazioni secessioniste.
"Allineati con la Germania"
Anche la Lombardia, la regione economicamente più ricca d'Italia, ha vantaggi considerevoli dai suoi rapporti con la Repubblica Federale tedesca. La Germania è il principale partner commerciale, con un volume di scambi pari a quasi 40 miliardi di euro. Secondo gli esperti, le imprese lombarde sono tradizionalmente "allineate per una stretta cooperazione con la Germania meridionale", che è "un gateway fondamentale per l'Europa settentrionale e orientale". In realtà è la regione a rappresentare il punto di snodo centrale per le aziende tedesche in Italia, raccogliendo circa un terzo delle esportazioni dalla Germania sul territorio nazionale. Di un totale di circa 3.000 aziende tedesche che hanno una filiale in Italia, circa la metà si sono stabilite in Lombardia. Società di primo piano come BASF, Bayer, Bosch, BMW, Deutsche Bank, SAP e Siemens hanno aperto la propria sede italiana a Milano o nei dintorni cittadini. Inoltre, si trova a Milano anche la sede di Unicredit, il più importante gruppo bancario italiano, che ha acquisito la Hypovereinsbank di Monaco di Baviera nel 2005.
La forza dell'economia tedesca contribuisce significativamente alla crescita della Lombardia, in particolare rispetto alle regioni più deboli del Paese.
Punto di appoggio principale
Il commercio con la Germania è di grande importanza anche per la Catalogna. Nel 2015 sono arrivate dalla Repubblica Federale il 18,3 % delle importazioni catalane, decisamente più che da qualsiasi altro Paese. Allo stesso tempo la Germania è il secondo più grande acquirente delle esportazioni catalane. In Catalogna oltre il 10% degli investimenti provengono dalla Repubblica Federale. La regione è poi il principale punto di appoggio per le aziende tedesche in Spagna. La metà delle 1.600 aziende spagnole con partecipazione tedesca hanno la sede in Catalogna, come ad esempio, BASF, Bayer, Boehringer, Henkel, Merck e Siemens. Anche Seat, la consociata di Volkswagen, ha sede a Martorell, vicino a Barcellona. Come Fiandre e Lombardia, la Catalogna trae benefici dalla prosperità del suo partner commerciale più importante, ovvero l'economia tedesca. Nonostante la crisi dei Paesi del Sud Europa, questa tendenza è diventata ancora più marcata negli ultimi anni per via della posizione dominante della Repubblica federale nell'UE.
A chi ha venga dato
Il fatto che le aziende tedesche cooperino esclusivamente con le regioni economicamente forti e, quindi, contribuiscano ad aumentare ulteriormente il divario di ricchezza nei Paesi in questione, non è soltanto la conseguenza di un processo naturale, quanto una dinamica incoraggiata da obiettivi politici. Un esempio è la comunità di lavoro "Quattro Motori per l'Europa", fondata nel 1988 e che comprende, oltre al Land tedesco del Baden-Wuerttemberg, le regioni della Catalogna, Lombardia e Rodano-Alpi (Francia). Il suo obiettivo è quello di estendere la cooperazione economica tra le aree coinvolte, concentrandosi, ad esempio, sul miglioramento delle infrastrutture di trasporto e di telecomunicazione, e promuovendo una stretta collaborazione in materia di ricerca e tecnologia. La finalità dell’accordo?
Aumentare notevolmente “la competitività” dei “quattro motori”.
I membri del gruppo accettano, almeno implicitamente, che in nazioni da regioni economicamente asimmetriche, come Spagna e Italia, crescano significativamente le differenze tra i membri dei "Quattro Motori", già relativamente benestanti, e le aree più povere dei rispettivi Paesi.
Come in Jugoslavia
Il fenomeno di una cooperazione economica con regioni selezionate e comparativamente ricche che incrementa ulteriormente le differenze interne esistenti nei singoli stati è tutt'altro che sconosciuto.
Un esempio passato è rappresentato dalla collaborazione tra alcune regioni di Germania occidentale, Italia ed Austria con la Jugoslavia nella "Comunità di lavoro Alpe Adria", fondata nel 1978 in collaborazione con il governo cristiano-democratico della Baviera.
L’accordo, oltre alla Baviera, ha raccolto diverse province austriache e regioni settentrionali italiane e le ha unite con le repubbliche jugoslave di Slovenia e Croazia. L'obiettivo dichiarato era quello di intensificare la cooperazione interregionale, migliorare le infrastrutture di trasporto e l'impegno comune in materia di ricerca.
A detta di un osservatore, a Belgrado l'esclusivo coinvolgimento delle due repubbliche benestanti del nord era considerato fin dal principio come una spinta esterna verso un "nuovo separatismo in veste europea".
In retrospettiva era stato proprio l'ex primo ministro bavarese Max Streibl a scrivere che la comunità di lavoro era servita a "legare con successo Slovenia e Croazia all'Europa centrale e occidentale".
"Il percorso verso l'indipendenza del 1990-1991 è stato sostenuto dalla solidarietà dei Membri della comunità di lavoro di Alpe Adria".
Lungi dall'essere la causa centrale della secessione slovena e croata, la comunità di lavoro interregionale ha però rafforzato le differenze esistenti in Jugoslavia, fornendo così un contributo significativo alla scissione finale del Paese.
13/10/17
Antifa in teoria e in pratica
Da Counterpunch una ampia analisi sulle origini e la pratica di un fenomeno finora poco esplorato ma già fortemente penetrato nelle mentalità, soprattutto della gente di sinistra: la moderna ideologia "antifascista", che nel nome si richiama alla rispettata tradizione dei combattenti per la libertà, usurpandone il credito grazie al facile meccanismo associativo, ma nei fatti non è che una degenerazione che include nel concetto di "fascismo" tutto quel che esula dal "politicamente corretto", col risultato di soffocare il dibattito e servire di fatto da psico polizia per la repressione dell'ultima arma rimasta nelle mani del popolo, la libertà di espressione. Nell'articolo una ampia disamina della versione europea e della versione americana di questo inquietante fenomeno contemporaneo.
di Diana Johnstone, 9 Ottobre 2017
"I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti" - Ennio Flaiano, scrittore italiano e coautore di soggetti e sceneggiature dei più grandi film di Federico Fellini.
Nelle ultime settimane, una sinistra totalmente disorientata è stata esortata da più parti a unirsi intorno ad un'avanguardia a volto coperto che si definisce Antifa, per antifascista. Incappucciata e vestita di nero, Antifa è sostanzialmente una variante dei Black Bloc, famosi per scatenare violenza nelle manifestazioni pacifiche in molti paesi. Importata dall'Europa, l'etichetta Antifa suona più politica. Serve anche allo scopo di stigmatizzare gli obiettivi che attacca come "fascisti".
Nonostante il suo nome europeo importato, Antifa, è fondamentalmente solo un altro esempio della continua degenerazione nella violenza dell'America.
Precedenti storici
Antifa è salita alla ribalta per il suo ruolo nel rovesciamento della orgogliosa tradizione di "libertà di espressione" di Berkeley, per aver impedito di parlare lì a esponenti della destra. Ma il suo momento di gloria è stato il suo scontro con i conservatori a Charlottesville il 12 agosto, soprattutto perché Trump ha commentato che c'erano "persone valide da entrambe le parti". Con esuberante Schadenfreude, i commentatori hanno colto al volo l'opportunità di condannare l'odiato Presidente per la sua "equivalenza morale", dando così una benedizione ad Antifa.
Charlottesville è stata per Antifa l'occasione per il lancio di un successo editoriale: il Manuale Antifascista, il cui autore, il giovane accademico Mark Bray, è un Antifa sia in teoria che in pratica. Il libro "sta avendo un rapido successo", si è rallegrato l'editore, Melville House. Infatti ha ottenuto subito il plauso di importanti media mainstream, come il New York Times, The Guardian e NBC, che finora non si erano distinti per precipitarsi a recensire libri di sinistra, men che mai quelli di anarchici rivoluzionari.
Il Washington Post ha accolto con favore Bray come il portavoce dei "movimenti di attivisti rivoluzionari" e ha osservato che "il contributo più illuminante del libro è quello sulla storia dell'impegno antifascista del secolo scorso, ma la sua parte più rilevante per il mondo di oggi è la sua giustificazione del soffocamento della libertà di espressione che colpisce i suprematisti bianchi".
Il "contributo illuminante" di Bray è quello di raccontare una versione lusinghiera della storia di Antifa a una generazione la cui visione dualistica della storia, basata sull'Olocausto, l'ha privata delle informazioni e degli strumenti analitici per giudicare eventi multidimensionali come la recrudescenza del fascismo. Bray presenta l'Antifa di oggi come il glorioso erede legittimo di ogni nobile causa dall'abolizionismo in poi. Ma non c'erano antifascisti prima del fascismo, e l'etichetta "Antifa" non si applica in alcun modo a tutti i numerosi avversari del fascismo.
La pretesa implicita di portare avanti la tradizione delle Brigate Internazionali che hanno combattuto in Spagna contro Franco non è altro che un ingenuo meccanismo associativo. Dato che dobbiamo rispettare gli eroi della Guerra Civile Spagnola, una parte di questa stima dovrebbe riversarsi sui loro autoproclamati eredi. Purtroppo, non esistono veterani della Brigata di Abraham Lincoln ancora vivi che possano indicare la differenza tra una grande difesa organizzata contro l'invasione di eserciti fascisti e le schermaglie sul campus di Berkeley. Come per gli anarchici della Catalogna, il brevetto dell'anarchismo è scaduto molto tempo fa, e chiunque è libero di mettere in commercio il proprio generico.
Il movimento Antifascista originale fu uno sforzo dell'Internazionale Comunista di cessare le ostilità con i partiti socialisti europei al fine di costruire un fronte comune contro i movimenti trionfanti guidati da Mussolini e Hitler.
Dal momento che il fascismo si è affermato, e Antifa non è mai stata un serio avversario, i suoi apologeti puntano sull'argomento dello "stroncare sul nascere": "se solo" gli antifascisti avessero battuto i movimenti fascisti abbastanza presto, questi sarebbero stati stroncati sul nascere. Dato che la ragione e il dialogo non sono riusciti a fermare l'ascesa del fascismo, sostengono, dobbiamo usare la violenza di strada - che, a proposito, fallisce ancora più decisamente.
Questo è totalmente astorico. Il fascismo esaltava la violenza e la violenza era il suo banco di prova preferito. I comunisti e i fascisti combattevano per le strade e l'atmosfera della violenza ha aiutato il fascismo a crescere come un bastione contro il bolscevismo, guadagnando il sostegno fondamentale dei grandi capitalisti e militaristi nei loro paesi, che li hanno portati al potere.
Dal momento che il fascismo storico non esiste più, l'Antifa di Bray ha allargato il proprio concetto di "fascismo" per includere tutto ciò che viola l'attuale canone di Identità Politica: dal "patriarcato" (un atteggiamento prefascista, quantomeno) a "transfobia" (problema decisamente post-fascista).
I militanti mascherati di Antifa sembrano essere più ispirati da Batman che da Marx o anche da Bakunin.
Storm Trooper del Partito di Guerra Neoliberale
Dal momento che Mark Bray offre le credenziali europee per l'attuale Antifa Usa, è opportuno osservare ciò che Antifa rappresenta in Europa oggi.
In Europa, la tendenza manifesta due forme. Gli attivisti Black Bloc invadono regolarmente diverse manifestazioni di sinistra per distruggere le vetrine e combattere contro la polizia. Queste manifestazioni di testosterone hanno un significato politico minore, se non provocare pubblici appelli a rafforzare le forze di polizia. Sono fortemente sospettati di infiltrazioni della polizia.
Ad esempio, lo scorso 23 settembre, diverse dozzine di ruffiani mascherati in nero, tirando giù manifesti e lanciando pietre, tentavano di assaltare il palco da cui lo smagliante Jean-Luc Mélenchon doveva arringare la folla di La France Insoumise, oggi partito leader della sinistra francese. Il loro messaggio inespresso sembrava affermare che per loro nessuno può essere abbastanza rivoluzionario. Di tanto in tanto, effettivamente individuano a caso uno skinhead da picchiare. Ciò serve a confermare le loro credenziali "antifasciste".
Usano queste credenziali per arrogarsi il diritto di diffamare gli altri, in una specie di inquisizione informale autoproclamata.
Come primo esempio, alla fine del 2010, una giovane donna di nome Ornella Guyet è comparsa a Parigi alla ricerca di lavoro come giornalista in vari periodici e blog di sinistra. Ha "cercato di infiltrarsi dappertutto", secondo l'ex direttore di Le Monde diplomatique, Maurice Lemoine, che quando l'ha assunta come tirocinante "da subito, intuitivamente, non ha avuto fiducia in lei".
Viktor Dedaj, che gestisce uno dei principali siti di sinistra in Francia, Le Grand Soir, è stato tra coloro che hanno cercato di aiutarla, solo per avere una spiacevole sorpresa pochi mesi dopo. Ornella era diventata un inquisitore, dedito a denunciare "il cospirazionismo, la confusione, l'antisemitismo e il rosso-bruno" su Internet. Questo ha preso la forma di attacchi personali nei confronti di individui che lei giudicava colpevoli di questi peccati. Quello che è significativo è che tutti i suoi obiettivi si opponevano alle guerre di aggressione degli Stati Uniti e della NATO in Medio Oriente.
In effetti, i tempi della sua crociata coincidevano con le guerre dei "cambi di regime" che distrussero la Libia e la Siria. Gli attacchi prendevano di mira i principali critici di quelle guerre.
Viktor Dedaj era in cima alla sua lista. E c'era anche Michel Collon, vicino al Partito dei Lavoratori belga, autore, attivista e direttore del sito bilingue Investig'action. E anche François Ruffin, produttore cinematografico, editore del giornale di sinistra Fakir, eletto recentemente all'Assemblea Nazionale nella lista del partito di Mélenchon La France Insoumise. E così via. L'elenco è lungo.
Le personalità prese di mira sono diverse, ma tutti hanno una cosa in comune: l'opposizione alle guerre di aggressione. Per di più, a quanto ne so, quasi tutti quelli che si oppongono alle guerre sono nella sua lista.
La tecnica principale è la colpa presunta per associazione. In cima alla lista dei peccati mortali sta la critica dell'Unione Europea, associata al "nazionalismo" associato al "fascismo" associato all' "antisemitismo", con una tendenza al genocidio. Ciò coincide perfettamente con la politica ufficiale dell'UE e dei governi dei suoi paesi aderenti, ma Antifa usa un linguaggio molto più duro.
A metà giugno 2011, il partito anti-UE Union Populaire Républicaine guidato da François Asselineau è stato oggetto di insinuazioni feroci su siti Internet di Antifa firmati da "Marie-Anne Boutoleau" (uno pseudonimo di Ornella Guyet). Temendo la violenza, i responsabili hanno annullato gli incontri del UPR a Lione. L'UPR ha fatto una piccola indagine, scoprendo che Ornella Guyet era nell'elenco degli oratori di un seminario del marzo 2009 sui media internazionali organizzato a Parigi dal Centro per lo Studio delle Comunicazioni Internazionali e dalla Scuola dei Media e degli Affari Pubblici presso la George Washington University. Un'associazione sorprendente per una così zelante attivista contro i "rosso-bruni".
Nel caso in cui qualcuno abbia dubbi, "rosso-bruno" è un termine usato per macchiare chiunque abbia generalmente opinioni di sinistra - cioè "rosso" - con il colore fascista "marrone". Questa accusa può basarsi sul fatto di avere lo stesso parere di qualcuno di destra, sul parlare sulla stessa piattaforma con qualcuno di destra, pubblicare accanto a qualcuno di destra, essere visti in una manifestazione contro la guerra a cui partecipa anche qualcuno di destra, e così via. È un qualcosa di particolarmente utile per il Partito della Guerra, poiché ai giorni nostri molti conservatori si oppongono alla guerra più della gente di sinistra, che si è bevuta il mantra della "guerra umanitaria".
Il governo non ha bisogno di reprimere le manifestazioni contro la guerra. Ci pensa Antifa.
L'umorista franco-africano Dieudonné M'Bala M'Bala, stigmatizzato per antisemitismo dal 2002 per la sua scenetta televisiva in cui ironizzava su un colono israeliano come parte dell' "Asse del bene" di George W. Bush, non è solo un obiettivo, ma serve come presunzione di colpevolezza per associazione per chiunque difenda il suo diritto alla libertà di parola - come il professore belga Jean Bricmont, praticamente nella lista nera in Francia per aver cercato di spendere una parola in favore della libertà di espressione durante un talk show televisivo. Dieudonné è stato bandito dai media, denunciato e multato innumerevoli volte, persino condannato al carcere in Belgio, ma nei suoi spettacoli continua a fare il pienone di sostenitori appassionati, e il principale messaggio politico è l'opposizione alla guerra.
Tuttavia, le accuse di essere tolleranti su Dieudonné possono avere gravi effetti sugli individui in posizioni più precarie, in quanto in Francia il semplice accenno di "antisemitismo" può distruggere una carriera. Gli inviti vengono annullati, le pubblicazioni rifiutate, i messaggi non ottengono risposta.
Nell'aprile del 2016, Ornella Guyet è sparita dalla circolazione, in un contesto di forti sospetti sulle sue personali associazioni.
La morale di questa storia è semplice. Rivoluzionari radicali auto-proclamati possono essere la psicopolizia più utile per il partito della guerra neoliberale.
Non voglio dire che tutti, o la maggior parte, degli Antifa siano agenti dell'establishment. Solo che possono essere manipolati, infiltrati o qualcun altro si può spacciare per uno di loro, proprio perché si autorizzano da soli e di solito sono più o meno a volto coperto.
Silenziare il necessario dibattito
Chi è certamente sincero è Mark Bray, autore di The Intifa Handbook. È chiaro da dove proviene Mark Bray, quando scrive (p.36-7): "... la soluzione finale di Hitler uccise sei milioni di ebrei nelle camere a gas, con plotoni di esecuzione, per fame e mancanza di cure mediche in campi squallidi e nei ghetti, con le percosse, facendoli lavorare fino alla morte e portandoli al suicidio per disperazione. Nel continente circa due ebrei su tre sono stati uccisi, compresi alcuni dei miei parenti".
Questa storia personale spiega perché Mark Bray sente con tanta passione il tema del "fascismo". Questo è perfettamente comprensibile in una persona ossessionata dalla paura che "possa accadere di nuovo".
Tuttavia le ondate emotive, anche le più giustificate, non portano necessariamente saggi consigli. Le reazioni violente alla paura potrebbero sembrare forti ed efficaci quando in realtà sono moralmente deboli e praticamente inefficaci.
Siamo in un periodo di grande confusione politica. Etichettare ogni manifestazione "politicamente scorretta" come fascismo impedisce la chiarezza del dibattito su questioni che hanno molto bisogno di essere definite e chiarite.
La scarsità di fascisti è stata compensata identificando la critica dell'immigrazione come fascismo. Questa identificazione, in connessione con il rifiuto delle frontiere nazionali, deriva gran parte della sua forza emotiva soprattutto dalla paura ancestrale della comunità ebraica di essere esclusa dalle nazioni in cui si trova.
La questione dell'immigrazione ha aspetti diversi in luoghi diversi. Nei paesi europei non è la stessa cosa che negli Stati Uniti. C'è una distinzione di base tra immigrati e immigrazione. Gli immigrati sono persone che meritano considerazione. L'immigrazione è una politica che deve essere valutata. Dovrebbe essere possibile discutere la politica senza essere accusati di perseguitare la gente. Dopo tutto, i leader sindacali tradizionalmente si sono opposti all'immigrazione di massa, non per razzismo, ma perché può essere una strategia capitalista deliberata per ridurre i salari.
In realtà, l'immigrazione è un soggetto complesso, con molti aspetti che possono portare a ragionevoli compromessi. Ma estremizzare il problema fa cadere la possibilità di compromesso. Facendo dell'immigrazione di massa la regina delle prove sull'essere fascisti o meno, l'intimidazione di Antifa impedisce una discussione ragionevole. Senza discussione, senza la disponibilità ad ascoltare tutti i punti di vista, la questione semplicemente dividerà la popolazione in due campi, pro e contro. E chi vincerà un tale confronto?
Un recente sondaggio* mostra che l'immigrazione di massa è sempre più impopolare in tutti i paesi europei. La complessità della questione è dimostrata dal fatto che nella maggior parte dei paesi europei la maggioranza della gente crede di avere il dovere di accogliere i rifugiati, ma non approva la continua immigrazione di massa. L'argomento ufficiale secondo cui l'immigrazione è cosa buona e utile è accettato solo dal 40%, rispetto al 60% di tutti gli europei, i quali ritengono che "l'immigrazione è un male per il nostro Paese". Una sinistra la cui causa principale sono le frontiere aperte diventerà sempre più impopolare.
Violenza infantile
L'idea che il modo per far tacere qualcuno sia di assestargli un pugno sul muso è americana come i film di Hollywood. È anche tipica della guerra tra gang di alcune zone di Los Angeles. Fare banda con quelli "come noi" per combattere le bande degli "altri" per il controllo del territorio è caratteristica dei giovani in circostanze incerte. La ricerca di una causa può conferire a questi comportamenti uno scopo politico: sia fascista che antifascista. Per i giovani disorientati, è un'alternativa all'entrare nei Marines.
L'Antifa americano assomiglia molto a un matrimonio della classe media tra l'Identità Politica e la guerra tra gang. Mark Bray (pag. 175) mostra la sua fonte di Antifa di Washington affermando che il motivo per voler fare parte dei fascisti è di schierarsi dalla parte del "ragazzo più potente del quartiere" e tirarsi indietro in caso di paura. La nostra banda è più dura della tua.
Questa è anche la logica dell'imperialismo statunitense, che dice abitualmente dei suoi nemici: "Non lo capiscono che con la forza". Anche se Antifa afferma di essere un movimento rivoluzionario radicale, la loro mentalità è perfettamente tipica dell'atmosfera di violenza prevalente nell'America militarizzata.
In un altro verso, Antifa segue la tendenza degli eccessi della Identità Politica che stanno schiacciando la libertà di parola in quella che dovrebbe essere la sua cittadella, il mondo accademico. Le parole sono considerate così pericolose che devono essere istituiti degli "spazi sicuri" per proteggere le persone dalle parole. Questa estrema vulnerabilità al danno causato dalle parole è stranamente legata alla tolleranza per la violenza fisica reale.
Caccia all'oca selvatica
Negli Stati Uniti, l'aspetto peggiore di Antifa è lo sforzo di guidare la disorientata sinistra americana in una caccia all'oca selvatica, seguendo "fascisti" immaginari invece di mettersi apertamente insieme per elaborare un programma positivo coerente. Gli Stati Uniti hanno la loro parte di individui strambi, aggressioni gratuite, idee pazzesche, e individuare questi personaggi marginali, da soli o in gruppi, è una distrazione enorme. Le persone veramente pericolose negli Stati Uniti sono al sicuro a Wall Street, nei Think Tanks di Washington, negli uffici dirigenziali della sterminata industria militare, per non parlare delle redazioni di alcuni dei media mainstream che attualmente stanno adottando un atteggiamento benevolo verso gli "anti -fascisti", semplicemente perché sono utili per concentrarsi sull'anticonformista Trump invece che su se stessi.
Antifa USA, definendo la "resistenza al fascismo" come resistenza nei confronti delle cause perse - la Confederazione, i suprematisti bianchi e, per quel che conta, Donald Trump - sta in realtà distraendo l'attenzione dalla resistenza all'establishment neoliberale dominante, che si oppone anch'esso alla Confederazione e ai suprematisti bianchi ed è già in gran parte riuscito a catturare Trump attraverso la sua implacabile campagna di denigrazione. Quel corpo dirigente che, con le sue insaziabili guerre in paesi lontani e l'introduzione di metodi di polizia, ha usato con successo la "resistenza popolare a Trump" per renderlo ancora peggiore di quanto già non fosse.
L'uso facile del termine "fascista" ostacola la identificazione ragionata e la definizione del vero nemico dell'umanità di oggi. Nel caos contemporaneo, i più grandi e pericolosi sconvolgimenti del mondo derivano tutti dalla stessa fonte, difficile da definire, ma a cui possiamo dare l'etichetta provvisoria semplificata di Imperialismo Globalizzato. Questo equivale a un poliedrico progetto di ridefinizione del mondo per soddisfare le esigenze del capitalismo finanziario, del complesso industriale militare, della vanità ideologica degli Stati Uniti e della megalomania dei capi delle potenze "Occidentali" minori, in particolare Israele. Potrebbe essere chiamato semplicemente "imperialismo", tranne che è molto più vasto e più distruttivo dell'imperialismo storico dei secoli precedenti. È anche molto più mascherato. E poiché non contiene alcuna chiara etichetta di "fascismo", è difficile denunciarlo in termini semplici.
La fissazione sulla prevenzione di una forma di tirannia che sorse oltre 80 anni fa, in circostanze molto diverse, ostacola il riconoscimento della mostruosa tirannia di oggi. Combattere la guerra precedente porta alla sconfitta.
Donald Trump è un outsider a cui non sarà permesso di entrare. L'elezione di Donald Trump è soprattutto un grave sintomo della decadenza del sistema politico americano, totalmente governato dal denaro, dalle lobby, dal complesso militare-industriale e dai grandi media. Le loro menzogne stanno minando la base stessa della democrazia. Antifa ha portato avanti l'offensiva contro l'unica arma ancora nelle mani del popolo: il diritto alla libertà di parola e di riunione.
Note.
*«Où va la démocratie?», inchiesta della Fondazione per l'innovazione politica a cura di Dominique Reynié, (Plon, Parigi, 2017).
di Diana Johnstone, 9 Ottobre 2017
"I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti" - Ennio Flaiano, scrittore italiano e coautore di soggetti e sceneggiature dei più grandi film di Federico Fellini.
Nelle ultime settimane, una sinistra totalmente disorientata è stata esortata da più parti a unirsi intorno ad un'avanguardia a volto coperto che si definisce Antifa, per antifascista. Incappucciata e vestita di nero, Antifa è sostanzialmente una variante dei Black Bloc, famosi per scatenare violenza nelle manifestazioni pacifiche in molti paesi. Importata dall'Europa, l'etichetta Antifa suona più politica. Serve anche allo scopo di stigmatizzare gli obiettivi che attacca come "fascisti".
Nonostante il suo nome europeo importato, Antifa, è fondamentalmente solo un altro esempio della continua degenerazione nella violenza dell'America.
Precedenti storici
Antifa è salita alla ribalta per il suo ruolo nel rovesciamento della orgogliosa tradizione di "libertà di espressione" di Berkeley, per aver impedito di parlare lì a esponenti della destra. Ma il suo momento di gloria è stato il suo scontro con i conservatori a Charlottesville il 12 agosto, soprattutto perché Trump ha commentato che c'erano "persone valide da entrambe le parti". Con esuberante Schadenfreude, i commentatori hanno colto al volo l'opportunità di condannare l'odiato Presidente per la sua "equivalenza morale", dando così una benedizione ad Antifa.
Charlottesville è stata per Antifa l'occasione per il lancio di un successo editoriale: il Manuale Antifascista, il cui autore, il giovane accademico Mark Bray, è un Antifa sia in teoria che in pratica. Il libro "sta avendo un rapido successo", si è rallegrato l'editore, Melville House. Infatti ha ottenuto subito il plauso di importanti media mainstream, come il New York Times, The Guardian e NBC, che finora non si erano distinti per precipitarsi a recensire libri di sinistra, men che mai quelli di anarchici rivoluzionari.
Il Washington Post ha accolto con favore Bray come il portavoce dei "movimenti di attivisti rivoluzionari" e ha osservato che "il contributo più illuminante del libro è quello sulla storia dell'impegno antifascista del secolo scorso, ma la sua parte più rilevante per il mondo di oggi è la sua giustificazione del soffocamento della libertà di espressione che colpisce i suprematisti bianchi".
Il "contributo illuminante" di Bray è quello di raccontare una versione lusinghiera della storia di Antifa a una generazione la cui visione dualistica della storia, basata sull'Olocausto, l'ha privata delle informazioni e degli strumenti analitici per giudicare eventi multidimensionali come la recrudescenza del fascismo. Bray presenta l'Antifa di oggi come il glorioso erede legittimo di ogni nobile causa dall'abolizionismo in poi. Ma non c'erano antifascisti prima del fascismo, e l'etichetta "Antifa" non si applica in alcun modo a tutti i numerosi avversari del fascismo.
La pretesa implicita di portare avanti la tradizione delle Brigate Internazionali che hanno combattuto in Spagna contro Franco non è altro che un ingenuo meccanismo associativo. Dato che dobbiamo rispettare gli eroi della Guerra Civile Spagnola, una parte di questa stima dovrebbe riversarsi sui loro autoproclamati eredi. Purtroppo, non esistono veterani della Brigata di Abraham Lincoln ancora vivi che possano indicare la differenza tra una grande difesa organizzata contro l'invasione di eserciti fascisti e le schermaglie sul campus di Berkeley. Come per gli anarchici della Catalogna, il brevetto dell'anarchismo è scaduto molto tempo fa, e chiunque è libero di mettere in commercio il proprio generico.
Il movimento Antifascista originale fu uno sforzo dell'Internazionale Comunista di cessare le ostilità con i partiti socialisti europei al fine di costruire un fronte comune contro i movimenti trionfanti guidati da Mussolini e Hitler.
Dal momento che il fascismo si è affermato, e Antifa non è mai stata un serio avversario, i suoi apologeti puntano sull'argomento dello "stroncare sul nascere": "se solo" gli antifascisti avessero battuto i movimenti fascisti abbastanza presto, questi sarebbero stati stroncati sul nascere. Dato che la ragione e il dialogo non sono riusciti a fermare l'ascesa del fascismo, sostengono, dobbiamo usare la violenza di strada - che, a proposito, fallisce ancora più decisamente.
Questo è totalmente astorico. Il fascismo esaltava la violenza e la violenza era il suo banco di prova preferito. I comunisti e i fascisti combattevano per le strade e l'atmosfera della violenza ha aiutato il fascismo a crescere come un bastione contro il bolscevismo, guadagnando il sostegno fondamentale dei grandi capitalisti e militaristi nei loro paesi, che li hanno portati al potere.
Dal momento che il fascismo storico non esiste più, l'Antifa di Bray ha allargato il proprio concetto di "fascismo" per includere tutto ciò che viola l'attuale canone di Identità Politica: dal "patriarcato" (un atteggiamento prefascista, quantomeno) a "transfobia" (problema decisamente post-fascista).
I militanti mascherati di Antifa sembrano essere più ispirati da Batman che da Marx o anche da Bakunin.
Storm Trooper del Partito di Guerra Neoliberale
Dal momento che Mark Bray offre le credenziali europee per l'attuale Antifa Usa, è opportuno osservare ciò che Antifa rappresenta in Europa oggi.
In Europa, la tendenza manifesta due forme. Gli attivisti Black Bloc invadono regolarmente diverse manifestazioni di sinistra per distruggere le vetrine e combattere contro la polizia. Queste manifestazioni di testosterone hanno un significato politico minore, se non provocare pubblici appelli a rafforzare le forze di polizia. Sono fortemente sospettati di infiltrazioni della polizia.
Ad esempio, lo scorso 23 settembre, diverse dozzine di ruffiani mascherati in nero, tirando giù manifesti e lanciando pietre, tentavano di assaltare il palco da cui lo smagliante Jean-Luc Mélenchon doveva arringare la folla di La France Insoumise, oggi partito leader della sinistra francese. Il loro messaggio inespresso sembrava affermare che per loro nessuno può essere abbastanza rivoluzionario. Di tanto in tanto, effettivamente individuano a caso uno skinhead da picchiare. Ciò serve a confermare le loro credenziali "antifasciste".
Usano queste credenziali per arrogarsi il diritto di diffamare gli altri, in una specie di inquisizione informale autoproclamata.
Come primo esempio, alla fine del 2010, una giovane donna di nome Ornella Guyet è comparsa a Parigi alla ricerca di lavoro come giornalista in vari periodici e blog di sinistra. Ha "cercato di infiltrarsi dappertutto", secondo l'ex direttore di Le Monde diplomatique, Maurice Lemoine, che quando l'ha assunta come tirocinante "da subito, intuitivamente, non ha avuto fiducia in lei".
Viktor Dedaj, che gestisce uno dei principali siti di sinistra in Francia, Le Grand Soir, è stato tra coloro che hanno cercato di aiutarla, solo per avere una spiacevole sorpresa pochi mesi dopo. Ornella era diventata un inquisitore, dedito a denunciare "il cospirazionismo, la confusione, l'antisemitismo e il rosso-bruno" su Internet. Questo ha preso la forma di attacchi personali nei confronti di individui che lei giudicava colpevoli di questi peccati. Quello che è significativo è che tutti i suoi obiettivi si opponevano alle guerre di aggressione degli Stati Uniti e della NATO in Medio Oriente.
In effetti, i tempi della sua crociata coincidevano con le guerre dei "cambi di regime" che distrussero la Libia e la Siria. Gli attacchi prendevano di mira i principali critici di quelle guerre.
Viktor Dedaj era in cima alla sua lista. E c'era anche Michel Collon, vicino al Partito dei Lavoratori belga, autore, attivista e direttore del sito bilingue Investig'action. E anche François Ruffin, produttore cinematografico, editore del giornale di sinistra Fakir, eletto recentemente all'Assemblea Nazionale nella lista del partito di Mélenchon La France Insoumise. E così via. L'elenco è lungo.
Le personalità prese di mira sono diverse, ma tutti hanno una cosa in comune: l'opposizione alle guerre di aggressione. Per di più, a quanto ne so, quasi tutti quelli che si oppongono alle guerre sono nella sua lista.
La tecnica principale è la colpa presunta per associazione. In cima alla lista dei peccati mortali sta la critica dell'Unione Europea, associata al "nazionalismo" associato al "fascismo" associato all' "antisemitismo", con una tendenza al genocidio. Ciò coincide perfettamente con la politica ufficiale dell'UE e dei governi dei suoi paesi aderenti, ma Antifa usa un linguaggio molto più duro.
A metà giugno 2011, il partito anti-UE Union Populaire Républicaine guidato da François Asselineau è stato oggetto di insinuazioni feroci su siti Internet di Antifa firmati da "Marie-Anne Boutoleau" (uno pseudonimo di Ornella Guyet). Temendo la violenza, i responsabili hanno annullato gli incontri del UPR a Lione. L'UPR ha fatto una piccola indagine, scoprendo che Ornella Guyet era nell'elenco degli oratori di un seminario del marzo 2009 sui media internazionali organizzato a Parigi dal Centro per lo Studio delle Comunicazioni Internazionali e dalla Scuola dei Media e degli Affari Pubblici presso la George Washington University. Un'associazione sorprendente per una così zelante attivista contro i "rosso-bruni".
Nel caso in cui qualcuno abbia dubbi, "rosso-bruno" è un termine usato per macchiare chiunque abbia generalmente opinioni di sinistra - cioè "rosso" - con il colore fascista "marrone". Questa accusa può basarsi sul fatto di avere lo stesso parere di qualcuno di destra, sul parlare sulla stessa piattaforma con qualcuno di destra, pubblicare accanto a qualcuno di destra, essere visti in una manifestazione contro la guerra a cui partecipa anche qualcuno di destra, e così via. È un qualcosa di particolarmente utile per il Partito della Guerra, poiché ai giorni nostri molti conservatori si oppongono alla guerra più della gente di sinistra, che si è bevuta il mantra della "guerra umanitaria".
Il governo non ha bisogno di reprimere le manifestazioni contro la guerra. Ci pensa Antifa.
L'umorista franco-africano Dieudonné M'Bala M'Bala, stigmatizzato per antisemitismo dal 2002 per la sua scenetta televisiva in cui ironizzava su un colono israeliano come parte dell' "Asse del bene" di George W. Bush, non è solo un obiettivo, ma serve come presunzione di colpevolezza per associazione per chiunque difenda il suo diritto alla libertà di parola - come il professore belga Jean Bricmont, praticamente nella lista nera in Francia per aver cercato di spendere una parola in favore della libertà di espressione durante un talk show televisivo. Dieudonné è stato bandito dai media, denunciato e multato innumerevoli volte, persino condannato al carcere in Belgio, ma nei suoi spettacoli continua a fare il pienone di sostenitori appassionati, e il principale messaggio politico è l'opposizione alla guerra.
Tuttavia, le accuse di essere tolleranti su Dieudonné possono avere gravi effetti sugli individui in posizioni più precarie, in quanto in Francia il semplice accenno di "antisemitismo" può distruggere una carriera. Gli inviti vengono annullati, le pubblicazioni rifiutate, i messaggi non ottengono risposta.
Nell'aprile del 2016, Ornella Guyet è sparita dalla circolazione, in un contesto di forti sospetti sulle sue personali associazioni.
La morale di questa storia è semplice. Rivoluzionari radicali auto-proclamati possono essere la psicopolizia più utile per il partito della guerra neoliberale.
Non voglio dire che tutti, o la maggior parte, degli Antifa siano agenti dell'establishment. Solo che possono essere manipolati, infiltrati o qualcun altro si può spacciare per uno di loro, proprio perché si autorizzano da soli e di solito sono più o meno a volto coperto.
Silenziare il necessario dibattito
Chi è certamente sincero è Mark Bray, autore di The Intifa Handbook. È chiaro da dove proviene Mark Bray, quando scrive (p.36-7): "... la soluzione finale di Hitler uccise sei milioni di ebrei nelle camere a gas, con plotoni di esecuzione, per fame e mancanza di cure mediche in campi squallidi e nei ghetti, con le percosse, facendoli lavorare fino alla morte e portandoli al suicidio per disperazione. Nel continente circa due ebrei su tre sono stati uccisi, compresi alcuni dei miei parenti".
Questa storia personale spiega perché Mark Bray sente con tanta passione il tema del "fascismo". Questo è perfettamente comprensibile in una persona ossessionata dalla paura che "possa accadere di nuovo".
Tuttavia le ondate emotive, anche le più giustificate, non portano necessariamente saggi consigli. Le reazioni violente alla paura potrebbero sembrare forti ed efficaci quando in realtà sono moralmente deboli e praticamente inefficaci.
Siamo in un periodo di grande confusione politica. Etichettare ogni manifestazione "politicamente scorretta" come fascismo impedisce la chiarezza del dibattito su questioni che hanno molto bisogno di essere definite e chiarite.
La scarsità di fascisti è stata compensata identificando la critica dell'immigrazione come fascismo. Questa identificazione, in connessione con il rifiuto delle frontiere nazionali, deriva gran parte della sua forza emotiva soprattutto dalla paura ancestrale della comunità ebraica di essere esclusa dalle nazioni in cui si trova.
La questione dell'immigrazione ha aspetti diversi in luoghi diversi. Nei paesi europei non è la stessa cosa che negli Stati Uniti. C'è una distinzione di base tra immigrati e immigrazione. Gli immigrati sono persone che meritano considerazione. L'immigrazione è una politica che deve essere valutata. Dovrebbe essere possibile discutere la politica senza essere accusati di perseguitare la gente. Dopo tutto, i leader sindacali tradizionalmente si sono opposti all'immigrazione di massa, non per razzismo, ma perché può essere una strategia capitalista deliberata per ridurre i salari.
In realtà, l'immigrazione è un soggetto complesso, con molti aspetti che possono portare a ragionevoli compromessi. Ma estremizzare il problema fa cadere la possibilità di compromesso. Facendo dell'immigrazione di massa la regina delle prove sull'essere fascisti o meno, l'intimidazione di Antifa impedisce una discussione ragionevole. Senza discussione, senza la disponibilità ad ascoltare tutti i punti di vista, la questione semplicemente dividerà la popolazione in due campi, pro e contro. E chi vincerà un tale confronto?
Un recente sondaggio* mostra che l'immigrazione di massa è sempre più impopolare in tutti i paesi europei. La complessità della questione è dimostrata dal fatto che nella maggior parte dei paesi europei la maggioranza della gente crede di avere il dovere di accogliere i rifugiati, ma non approva la continua immigrazione di massa. L'argomento ufficiale secondo cui l'immigrazione è cosa buona e utile è accettato solo dal 40%, rispetto al 60% di tutti gli europei, i quali ritengono che "l'immigrazione è un male per il nostro Paese". Una sinistra la cui causa principale sono le frontiere aperte diventerà sempre più impopolare.
Violenza infantile
L'idea che il modo per far tacere qualcuno sia di assestargli un pugno sul muso è americana come i film di Hollywood. È anche tipica della guerra tra gang di alcune zone di Los Angeles. Fare banda con quelli "come noi" per combattere le bande degli "altri" per il controllo del territorio è caratteristica dei giovani in circostanze incerte. La ricerca di una causa può conferire a questi comportamenti uno scopo politico: sia fascista che antifascista. Per i giovani disorientati, è un'alternativa all'entrare nei Marines.
L'Antifa americano assomiglia molto a un matrimonio della classe media tra l'Identità Politica e la guerra tra gang. Mark Bray (pag. 175) mostra la sua fonte di Antifa di Washington affermando che il motivo per voler fare parte dei fascisti è di schierarsi dalla parte del "ragazzo più potente del quartiere" e tirarsi indietro in caso di paura. La nostra banda è più dura della tua.
Questa è anche la logica dell'imperialismo statunitense, che dice abitualmente dei suoi nemici: "Non lo capiscono che con la forza". Anche se Antifa afferma di essere un movimento rivoluzionario radicale, la loro mentalità è perfettamente tipica dell'atmosfera di violenza prevalente nell'America militarizzata.
In un altro verso, Antifa segue la tendenza degli eccessi della Identità Politica che stanno schiacciando la libertà di parola in quella che dovrebbe essere la sua cittadella, il mondo accademico. Le parole sono considerate così pericolose che devono essere istituiti degli "spazi sicuri" per proteggere le persone dalle parole. Questa estrema vulnerabilità al danno causato dalle parole è stranamente legata alla tolleranza per la violenza fisica reale.
Caccia all'oca selvatica
Negli Stati Uniti, l'aspetto peggiore di Antifa è lo sforzo di guidare la disorientata sinistra americana in una caccia all'oca selvatica, seguendo "fascisti" immaginari invece di mettersi apertamente insieme per elaborare un programma positivo coerente. Gli Stati Uniti hanno la loro parte di individui strambi, aggressioni gratuite, idee pazzesche, e individuare questi personaggi marginali, da soli o in gruppi, è una distrazione enorme. Le persone veramente pericolose negli Stati Uniti sono al sicuro a Wall Street, nei Think Tanks di Washington, negli uffici dirigenziali della sterminata industria militare, per non parlare delle redazioni di alcuni dei media mainstream che attualmente stanno adottando un atteggiamento benevolo verso gli "anti -fascisti", semplicemente perché sono utili per concentrarsi sull'anticonformista Trump invece che su se stessi.
Antifa USA, definendo la "resistenza al fascismo" come resistenza nei confronti delle cause perse - la Confederazione, i suprematisti bianchi e, per quel che conta, Donald Trump - sta in realtà distraendo l'attenzione dalla resistenza all'establishment neoliberale dominante, che si oppone anch'esso alla Confederazione e ai suprematisti bianchi ed è già in gran parte riuscito a catturare Trump attraverso la sua implacabile campagna di denigrazione. Quel corpo dirigente che, con le sue insaziabili guerre in paesi lontani e l'introduzione di metodi di polizia, ha usato con successo la "resistenza popolare a Trump" per renderlo ancora peggiore di quanto già non fosse.
L'uso facile del termine "fascista" ostacola la identificazione ragionata e la definizione del vero nemico dell'umanità di oggi. Nel caos contemporaneo, i più grandi e pericolosi sconvolgimenti del mondo derivano tutti dalla stessa fonte, difficile da definire, ma a cui possiamo dare l'etichetta provvisoria semplificata di Imperialismo Globalizzato. Questo equivale a un poliedrico progetto di ridefinizione del mondo per soddisfare le esigenze del capitalismo finanziario, del complesso industriale militare, della vanità ideologica degli Stati Uniti e della megalomania dei capi delle potenze "Occidentali" minori, in particolare Israele. Potrebbe essere chiamato semplicemente "imperialismo", tranne che è molto più vasto e più distruttivo dell'imperialismo storico dei secoli precedenti. È anche molto più mascherato. E poiché non contiene alcuna chiara etichetta di "fascismo", è difficile denunciarlo in termini semplici.
La fissazione sulla prevenzione di una forma di tirannia che sorse oltre 80 anni fa, in circostanze molto diverse, ostacola il riconoscimento della mostruosa tirannia di oggi. Combattere la guerra precedente porta alla sconfitta.
Donald Trump è un outsider a cui non sarà permesso di entrare. L'elezione di Donald Trump è soprattutto un grave sintomo della decadenza del sistema politico americano, totalmente governato dal denaro, dalle lobby, dal complesso militare-industriale e dai grandi media. Le loro menzogne stanno minando la base stessa della democrazia. Antifa ha portato avanti l'offensiva contro l'unica arma ancora nelle mani del popolo: il diritto alla libertà di parola e di riunione.
Note.
*«Où va la démocratie?», inchiesta della Fondazione per l'innovazione politica a cura di Dominique Reynié, (Plon, Parigi, 2017).
12/10/17
I sogni di “Europa unita” richiederebbero le relative azioni per realizzarli
Quando un politico tedesco fa una richiesta a un paese come la Cina a nome dell’Europa, normalmente ha secondi fini pro-Germania e pro-suo partito. Lo sa bene Cui Hongjian e lo scrive sul Global Times, evidenziando come siano ridicoli i tentativi di equiparare l’unità di uno Stato sovrano a quella di una struttura sovranazionale frammentata e con tendenze alla disgregazione quale è l’UE. Come spesso accade, i politici tedeschi pretendono di avere il predominio nella UE senza assumersene le relative responsabilità, anzi tentando di scaricare il fallimento dell’integrazione europea su un “nemico esterno”, in questo caso la Cina. Del resto, non si ricordano precedenti in cui un’unione europea a guida tedesca sia finita particolarmente bene.
Di Cui Hongjian, 6 settembre 2017
Recentemente, in una riunione settimanale di gabinetto in Francia, il ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel ha descritto la Cina come una delle cause della declinante influenza dell'Europa e della crescente tendenza alla divisione all'interno dell'UE. Non è raro che i politici in Europa diano la colpa delle contraddizioni interne europee a fattori esterni (“Ma oggi c’è la Ciiiiiina!” NdVdE). Tuttavia, Gabriel ha affermato che Pechino "dovrebbe adottare una politica di ‘Europa unita’ e non tentare di dividerci," e ha inspiegabilmente paragonato questa politica alla politica di “Cina unita”.
Nel dilemma attuale dell'Europa, è comprensibile che la Germania, che vuole difendere la sua posizione di predominio all'interno dell'UE, non lesini sforzi nell’appellarsi all'unità europea. Dopo tutto, una UE divisa significherebbe che gli enormi dividendi economici e l’influenza politica di cui gode la Germania al centro dell'Europa avrebbero probabilmente fine. Una volta che la divisione europea del lavoro, con la Germania nella parte superiore della catena del valore, dovesse crollare, è difficile immaginare dove finirebbe l'economia tedesca.
Perciò la Germania considera il mercato unico europeo e la sua catena del valore un territorio a suo uso esclusivo, e vigila ossessivamente sullo sviluppo della cooperazione con i paesi extraeuropei. È particolarmente preoccupata per la cooperazione tra la Cina e i 16 paesi dell’Europa centrale e orientale.
Gabriel ha chiesto alla Cina di prendere posizione per un’ “Europa unita”. Ma un'Europa unita è fattibile geograficamente, non in termini di politica ed economia. Già è discutibile che l'UE con i suoi 27 Stati membri possa rappresentare l'Europa, che ha ora quasi 50 tra paesi e regioni.
Ma seguiamo pure la logica di Gabriel nell’equiparare l'UE all’Europa. La Cina dovrebbe forse essere ritenuta responsabile della Brexit e delle tendenze disgregatrici all'interno dell'UE? La ragione principale dietro queste crescenti contraddizioni fra paesi dell'UE è che la Germania ha tentato di tenere la linea “una stessa politica per tutti” in seguito alla crisi del debito europeo, attuando con la forza politiche deflazionistiche che hanno provocato voci di malcontento nei paesi debitori e un allargamento del divario tra il Nord e il Sud Europa. Inoltre applicando unilateralmente una politica di “porte aperte”, spingendo per far approvare il sistema pro-quota nell’assegnazione degli immigrati in tutta l'UE.
Che si voglia la costruzione di un'Unione Europea forte o perseguire una "Europa unica", questo deve essere fatto dagli europei per conto proprio. È responsabilità della Germania, dal momento che cerca attivamente di mantenere il dominio sull'UE. Se la Germania elude le proprie responsabilità e si dibatte tra innumerevoli contraddizioni, non potrà candidersi alla leadership dell'Unione Europea, figuriamoci poi guidare l'Europa nella sua interezza.
È irragionevole il paragone di Gabriel di una politica di "Europa unica" con una politica di “Cina unica”. L’unità della Cina è basata su fatti storici e sul consenso politico e riconosciuta dalle organizzazioni internazionali e dai trattati, mentre la politica di "Europa unica" è solo un concetto ambiguo.
Da partner responsabile, la Cina ha sempre rispettato e appoggiato l'integrazione europea e ha sottolineato la coerenza dello sviluppo delle relazioni con l'UE e i suoi Stati membri, cosa che si riflette nelle sue azioni. La profondità e l'ampiezza dei successi della cooperazione della Cina con l'Unione europea è la migliore prova del suo sostegno all’"Europa unica".
Le parole di Gabriel a proposito della Cina sono solo congetture e riflessioni e non si basano sui fatti. Riflettono l’ansia di alcuni europei e di alcune élite politiche e i loro tentativi di trasferire le contraddizioni che emergono nei problemi interni ed esterni dell'Europa. Considerando specialmente le elezioni tedesche incombenti e le prospettive desolanti (poi puntualmente confermate NdVdE) del partito socialdemocratico di Gabriel, potrebbe esserci un movente politico più complicato dietro le sue parole.
Tuttavia, visti i drammatici cambiamenti nell'attuale situazione internazionale, le relazioni interne all’UE e interne tedesche sono ad un punto critico: non avanzare significa tornare indietro.
Pertanto, le tre parti interessate dovrebbero apprezzare le loro attuali conquiste ed esperienze e fare maggiori sforzi per promuovere relazioni migliori.
L’autore è direttore del Dipartimento degli Studi Europei, dell’Istituto cinese di studi internazionali.
Di Cui Hongjian, 6 settembre 2017
Recentemente, in una riunione settimanale di gabinetto in Francia, il ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel ha descritto la Cina come una delle cause della declinante influenza dell'Europa e della crescente tendenza alla divisione all'interno dell'UE. Non è raro che i politici in Europa diano la colpa delle contraddizioni interne europee a fattori esterni (“Ma oggi c’è la Ciiiiiina!” NdVdE). Tuttavia, Gabriel ha affermato che Pechino "dovrebbe adottare una politica di ‘Europa unita’ e non tentare di dividerci," e ha inspiegabilmente paragonato questa politica alla politica di “Cina unita”.
Nel dilemma attuale dell'Europa, è comprensibile che la Germania, che vuole difendere la sua posizione di predominio all'interno dell'UE, non lesini sforzi nell’appellarsi all'unità europea. Dopo tutto, una UE divisa significherebbe che gli enormi dividendi economici e l’influenza politica di cui gode la Germania al centro dell'Europa avrebbero probabilmente fine. Una volta che la divisione europea del lavoro, con la Germania nella parte superiore della catena del valore, dovesse crollare, è difficile immaginare dove finirebbe l'economia tedesca.
Perciò la Germania considera il mercato unico europeo e la sua catena del valore un territorio a suo uso esclusivo, e vigila ossessivamente sullo sviluppo della cooperazione con i paesi extraeuropei. È particolarmente preoccupata per la cooperazione tra la Cina e i 16 paesi dell’Europa centrale e orientale.
Gabriel ha chiesto alla Cina di prendere posizione per un’ “Europa unita”. Ma un'Europa unita è fattibile geograficamente, non in termini di politica ed economia. Già è discutibile che l'UE con i suoi 27 Stati membri possa rappresentare l'Europa, che ha ora quasi 50 tra paesi e regioni.
Ma seguiamo pure la logica di Gabriel nell’equiparare l'UE all’Europa. La Cina dovrebbe forse essere ritenuta responsabile della Brexit e delle tendenze disgregatrici all'interno dell'UE? La ragione principale dietro queste crescenti contraddizioni fra paesi dell'UE è che la Germania ha tentato di tenere la linea “una stessa politica per tutti” in seguito alla crisi del debito europeo, attuando con la forza politiche deflazionistiche che hanno provocato voci di malcontento nei paesi debitori e un allargamento del divario tra il Nord e il Sud Europa. Inoltre applicando unilateralmente una politica di “porte aperte”, spingendo per far approvare il sistema pro-quota nell’assegnazione degli immigrati in tutta l'UE.
Che si voglia la costruzione di un'Unione Europea forte o perseguire una "Europa unica", questo deve essere fatto dagli europei per conto proprio. È responsabilità della Germania, dal momento che cerca attivamente di mantenere il dominio sull'UE. Se la Germania elude le proprie responsabilità e si dibatte tra innumerevoli contraddizioni, non potrà candidersi alla leadership dell'Unione Europea, figuriamoci poi guidare l'Europa nella sua interezza.
È irragionevole il paragone di Gabriel di una politica di "Europa unica" con una politica di “Cina unica”. L’unità della Cina è basata su fatti storici e sul consenso politico e riconosciuta dalle organizzazioni internazionali e dai trattati, mentre la politica di "Europa unica" è solo un concetto ambiguo.
Da partner responsabile, la Cina ha sempre rispettato e appoggiato l'integrazione europea e ha sottolineato la coerenza dello sviluppo delle relazioni con l'UE e i suoi Stati membri, cosa che si riflette nelle sue azioni. La profondità e l'ampiezza dei successi della cooperazione della Cina con l'Unione europea è la migliore prova del suo sostegno all’"Europa unica".
Le parole di Gabriel a proposito della Cina sono solo congetture e riflessioni e non si basano sui fatti. Riflettono l’ansia di alcuni europei e di alcune élite politiche e i loro tentativi di trasferire le contraddizioni che emergono nei problemi interni ed esterni dell'Europa. Considerando specialmente le elezioni tedesche incombenti e le prospettive desolanti (poi puntualmente confermate NdVdE) del partito socialdemocratico di Gabriel, potrebbe esserci un movente politico più complicato dietro le sue parole.
Tuttavia, visti i drammatici cambiamenti nell'attuale situazione internazionale, le relazioni interne all’UE e interne tedesche sono ad un punto critico: non avanzare significa tornare indietro.
Pertanto, le tre parti interessate dovrebbero apprezzare le loro attuali conquiste ed esperienze e fare maggiori sforzi per promuovere relazioni migliori.
L’autore è direttore del Dipartimento degli Studi Europei, dell’Istituto cinese di studi internazionali.
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