18/03/18

FT - I risultati delle elezioni italiane denunciano l'inadeguatezza dell'Eurozona

Per quanto contenga anche una serie di affermazioni discutibili, questo articolo di Martin Wolf - pubblicato su uno dei capisaldi dell'informazione economica ortodossa, il Financial Times - mette in luce come il risultato delle elezioni italiane sia da addebitare al fallimento economico dell'eurozona. Ma soprattutto rileva l'assenza in Italia di spazi di manovra politica "all'unico livello che conta veramente, quello nazionale". Economia stentata e impotenza della politica sono una ricetta per produrre populismo e fragilità del sistema, conclude. Non proprio novità, ma ora arrivano dal Financial Times, che supera di slancio a sinistra la pseudosinistra italiana.   

 

 

 

di Martin Wolf, 13 marzo 2017

 

 

Fino a quando la prosperità non sarà distribuita meglio, l'Europa rimarrà vulnerabile agli sconvolgimenti

 

I risultati delle elezioni in Italia danno una lezione all'Europa. Un tempo gli italiani erano tra i sostenitori più entusiasti del progetto europeo. Ora non è più così. La combinazione di malessere economico e impotenza politica ha screditato non solo l'élite politica e parlamentare italiana, ma anche l'impegno del Paese con l'UE. Questo non significa che l'Italia stia per uscirne: i costi sarebbero eccessivi. Significa però che oggi è molto maggiore la minaccia sia di attriti tra l'Italia e l'establishment europeo sia di ulteriori perturbazioni finanziarie ed economiche.

 

I risultati elettorali sono altrettanto sconvolgenti di quelli del referendum sulla Brexit e dell'elezione di Donald Trump negli Stati Uniti: il 55% degli elettori ha scelto i partiti euroscettici e antisistema.

 

Grafico 1

Fallimento cumulativo dell'obiettivo di inflazione

Indice dei prezzi al consumo di fondo (esclusi alimentari ed energia) in Eurozona
(100=gennaio 2017)


 



 

Linea blu: inflazione effettiva (media mobile su 12 mesi)

Linea rosa: obiettivo

Linea verde (scala a destra): scostamento dall'obiettivo (%)

 

Il Movimento Cinque stelle - un non ben caratterizzato partito di protesta - ha ottenuto il 32% dei voti, mentre la Lega - un partito nazionalista di destra - ne ha presi il 18%. La percentuale di voti del Partito democratico di centro-sinistra, quello in cui l'establishment europeo aveva riposto la sua fiducia, è crollata dal 41% di quattro anni fa al 19% di oggi. La quota di Forza Italia, di Silvio Berlusconi, è scesa al 14%. La rivoluzione populista divora chi l'ha generata.

 

Perché gli elettori italiani sono così disincantati? Le risposte ovvie sono che l'andamento dell'economia è stato molto deludente, e i politici italiani affermati sono sembrati del tutto inefficaci. Questo certo non è dovuto soltanto - e probabilmente nemmeno come prima causa - alla partecipazione dell'Italia all'euro. Ma l'essere parte dell'eurozona ha peggiorato le cose. Non da ultimo, offre un capro espiatorio esterno, che politici senza scrupoli sono felici di sfruttare (offre soprattutto un vincolo esterno usato per imporre le politiche economiche deflazionistiche che hanno schiacciato l'economia del Paese, ci permettiamo di far notare, NdVdE). Incolpare gli stranieri è sempre una strategia allettante. In un paese in crisi con una popolazione frustrata, è irresistibile.

 

 

Grafico 2

Crescita fiacca del PIL nominale

Crescita effettiva e obiettivo di crescita del PIL nominale in Eurozona (Q1 2007=100), con % di scostamento dall'obiettivo

 



Linea blu: crescita effettiva 

Linea rosa: obiettivo

Linea verde (scala a destra): scostamento dall'obiettivo (%)

 

 

Un aspetto da notare dell'eurozona è stata l'inadeguatezza della sua politica macroeconomica generale. Nel gennaio 2018 l'indice dei prezzi al consumo della zona euro (esclusi i prezzi instabili) era inferiore del 7,2% rispetto a quello che sarebbe stato se da gennaio 2007 fosse aumentato a un tasso annuo dell'1,9% - ovvero un tasso di inflazione che è un'interpretazione ragionevole dell'obiettivo della Banca centrale europea "tassi di inflazione nel medio termine inferiori, ma vicini, al 2% ".

 

Un altro modo di valutare la politica macroeconomica è in termini di crescita del prodotto interno lordo nominale. Al terzo trimestre del 2017, il PIL nominale della zona euro era inferiore dell'11% rispetto a quello che sarebbe stato se fosse cresciuto ad un tasso annuo del 3% dall'inizio del 2007 - un tasso che sarebbe stato coerente con una crescita reale annua intorno all'1% e inflazione del 2%. Sotto Mario Draghi, in generale, la BCE ha agito con successo. Eppure nel suo complesso la politica macroeconomica è stata chiaramente inadeguata. Non è riuscita a determinare un'adeguata crescita della domanda aggregata complessiva (vedi i grafici).

 

Grafico 3

Divergenza nelle entrate nominali

PIL nominale (Q1 2007=100)

 



 

All'interno di questo contesto macroeconomico debole, tra i singoli paesi membri si sono aperte divergenze enormi. Il PIL nominale della Germania è aumentato del 34% tra il primo trimestre del 2007 e l'ultimo trimestre del 2017 (un tasso medio annuo composto del 2,7%). Nello stesso periodo l'Italia è cresciuta di appena il 9 % (un tasso medio annuo composto dello 0,8 per cento).

 

Non sorprende che, data la modesta crescita generale del PIL nominale, perfino l'inflazione media di fondo annuale della Germania sia stata in media di poco superiore all'1%. Un'inflazione così bassa nel principale paese creditore ha reso molto più difficili gli adeguamenti della competitività all'interno dell'eurozona.

 

Se il governo italiano fosse stato in grado di perseguire la sua tradizionale politica di svalutazione e inflazione, avrebbe potuto generare un aumento molto più sostenuto del PIL nominale. Questo sicuramente avrebbe prodotto livelli più elevati anche della produzione reale. Il PIL reale dell'Italia nell'ultimo trimestre del 2017 è stato, invece, inferiore del 5% al suo livello nel primo trimestre del 2007, mentre il PIL reale pro-capite era ancora circa del 9% inferiore rispetto al livello del 2007, un decennio pieno dopo. Non c'è da meravigliarsi che gli italiani siano disillusi.

 

Grafico 4

Divergenza nelle entrate reali

PIL reale pro capite (2007=100)

 



 

Senza dubbio l'Italia ha enormi problemi economici strutturali, che limitano fortemente la crescita, ma la produzione potenziale non può essere diminuita così tanto dal 2007. L'Italia soffre anche di una domanda cronicamente insufficiente, un problema a cui l'eurozona, come è gestita ora, semplicemente non è in grado di porre rimedio. Questo è in parte dovuto al fatto che la domanda globale [in eurozona] è stata troppo scarsa e in parte al fatto che, se si rispettano le regole, la domanda non può essere sostenuta dove è più debole.

 

Una recessione prolungata, con alta disoccupazione e bassa occupazione, ha inevitabili conseguenze politiche. Ma la maggiore frustrazione potrebbe essere che le persone per cui gli Italiani votano non hanno praticamente alcuno spazio di manovra. La questione è stata chi votare (o talvolta non votare del tutto) perché portasse avanti le politiche decise a Bruxelles e Berlino. Perché non votare per un comico o per un partito creato da un comico? Potrebbe non fare molta differenza riguardo a quello che succede in Italia, ma almeno potrebbe essere più divertente.

 

Alcuni economisti italiani ora sostengono che il paese potrebbe ottenere un certo grado di libertà di politica macroeconomica emettendo il cosiddetto " denaro fiscale ", una valuta parallela che potrebbe essere utilizzata per pagare le tasse in Italia.

 

Grafico 5

Divergenza nell'occupazione

Tasso di occupazione (% tra i 15 e i 64 anni)

 



 

Tecnicamente, questo è possibile. Scatenerebbe sicuramente reazioni isteriche nell'Europa settentrionale, poiché eliminerebbe il monopolio della politica monetaria della BCE. Ma il fatto stesso che una idea così radicale sia discussa dimostra la portata del disincanto in un paese così grande e importante. A meno che e fino a quando la zona euro non sarà in grado di generare prosperità ampiamente condivisa, rimarrà vulnerabile agli sconvolgimenti politici.

 

La debolezza del sistema, oltre all'impotenza della politica democratica all'unico livello che conta veramente (quello nazionale) resta una ricetta per il populismo e la fragilità.

 

L'Italia, come molti dicono, è troppo grande sia per fallire sia per essere salvata. Ma i suoi elettori si sono spostati dall'eurofilia allo scetticismo.

 

Che questo piaccia o no, i rischi di ulteriori sconvolgimenti sono grandi.

 

16/03/18

ZH - L'esito elettorale in Italia? Colpa della Russia

Con un certo sarcasmo Zero Hedge nota la colpevolizzazione quasi immediata della Russia dopo il risultato elettorale italiano, agli occhi degli osservatori internazionali. Un articolo particolarmente esplicito è stato quello diffuso su El Pais da Samantha Power, uno dei diplomatici più in vista dell'amministrazione Obama, nonché ambasciatore americano all'ONU. Poco importa che la Power sia stata tra i più ferventi guerrafondai e sostenitrice degli interventi in Siria e Libia, che hanno scatenato i flussi di immigrati di cui oggi gli italiani si lamentano. Poco importa anche che in Italia ci siano livelli mai visti di disoccupazione, stagnazione economica e nessuna prospettiva per il futuro. L'esito elettorale è stato evidentemente determinato dalle fonti di notizie russe.

 

 

di Zero Hedge, 06 marzo 2018

 

Se in Europa c'è una tornata elettorale, e se vincono i partiti anti-establishment (come è appena successo in Italia e, qualche mese fa, in Austria), a chi pensate di dare la colpa? A Vladimir Putin, ovviamente!

 

È proprio questo che ha fatto Samantha Power, uno dei diplomatici più in vista dell'amministrazione Obama, pubblicando un articolo sullo spagnolo El Pais, spiegando come la Russia abbia predeterminato l'esito della tornata elettorale di domenica in Italia, insistendo sul discorso immigrazione. "L'Italia si aggiunge alla lunga lista dei paesi le cui elezioni sono state influenzate dalla Russia. Sputnik continuerà a fare quello che sta facendo. La domanda è: come intendono reagire, le nostre democrazie? Gli elettori si decideranno a ripudiare i candidati che cercano di beneficiare delle interferenze russe?"

 

Come vedete, la disoccupazione giovanile al 38% non c'entra nulla, come non c'entrano nulla l'economia in stagnazione, il peso del debito, la quantità di giovani che vivono ancora a casa coi genitori, le scarse opportunità di avanzamento di carriera e la percezione che è tutto manipolato. No, è colpa della Russia!

 

Secondo un'analisi sui social media svolta da un'azienda privata,  l'articolo sul giornale spagnolo promosso dalla Power ha avuto grande successo. L'articolo afferma che Sputnik, la fonte di notizie russa, e i suoi onnipotenti mezzi di diffusione, hanno radicalizzato il discorso sull'immigrazione in Italia. Questo, ovviamente, perché gli italiani non possono essere per davvero insoddisfatti di vivere in un paese che è la meta primaria di destinazione di chi attraversa il Mediterraneo dalla Libia, e non hanno il diritto di sentirsi traditi dalle politiche migratorie di Bruxelles, che la scorsa estate ha minacciato l'Italia di ricorrere "all'opzione nucleare" e ha equiparato l'Italia a una nazione europea di serie B.

 

Ma aspettate, l'ironia inizia adesso: ricordate che Samantha Power era stata un'accesa sostenitrice degli "interventi umanitari" condotti dalle forze militari degli Stati Uniti fin dai tempi della Jugoslavia? Durante il suo incarico come membro del Consiglio di Sicurezza, e poi come ambasciatore dell'amministrazione Obama all'ONU, questo pretesto di intervento sovrano è stato usato per distruggere la Libia, che sotto Gheddafi fungeva da tampone all'immigrazione irregolare verso l'Europa, e che oggi è diventata uno snodo fondamentale per il traffico di esseri umani. La scusa dell'intervento umanitario era stata invocata anche per armare i gruppi ribelli in Siria, scatenando la guerra che ha costretto milioni di persone a sfollare e ha spinto molti milioni di siriani a cercare di fuggire in Europa. La Power, tra l'altro, sosteneva la necessità di un intervento diretto come in Iraq.

 

L'articolo della Power ha attirato una quantità di repliche piccate, con gli utenti di Twitter pronti a ricordare alla Power i numerosi interventi attuati da Washington, e definendo la sua posizione "ridicola". Ad ogni modo li potete ignorare: sono certamente tutti degli agenti russi al comando del Cremlino.

 





 

Nel frattempo le elezioni italiane di domenica, proprio come le recenti elezioni in Germania e in Austria, hanno scosso la scena politica, con gli elettori che abbandonano i partiti di governo di centro-sinistra e si orientano verso forze anti-establishment. Il Movimento Cinque Stelle è emerso come il singolo partito con la maggiore percentuale di voti, ottenendo oltre il 32%, mentre il partito anti-immigrazione Lega Nord è andato ben oltre le aspettative, raccogliendo il 17% dei voti. L'intero blocco di centro sinistra, guidato dal Partito Democratico dell'ex primo ministro Matteo Renzi, ha ottenuto in totale solo il 23% dei voti, e ha ammesso che si tratta di "una sconfitta elettorale molto netta".

 

L'analista politico Daniele De Bernardin ritiene che domenica le persone abbiano semplicemente votato per un cambiamento, non per un partito nello specifico.

 

"Negli ultimi cinque anni abbiamo avuto molti cambiamenti nei partiti di governo nel paese. Il Movimento Cinque Stelle è un movimento che mette insieme persone diverse con visioni del mondo diverse", ha detto, aggiungendo che questo partito può essere visto come "movimento post-ideologico". Ciò che unisce le persone è in realtà "il senso di voler cambiare le cose nel paese" ha concluso.

 

Poche ore dopo l'umiliante sconfitta, Matteo Renzi ha rassegnato le dimissioni. Anche questo, ovviamente, per colpa della Russia.

14/03/18

Il “libero scambio” non esiste, c'è solo la legge darwiniana del mercato

Charles Hugh demolisce il concetto di “libero mercato” propagandato su tutti i media mainstream. Dietro questa parola dalla connotazione volutamente positiva si cela la semplice legge della giungla: gli operatori economici e le nazioni, pur di sopravvivere, lottano spietatamente per accaparrarsi le risorse altrui e impedire ai propri concorrenti di fare altrettanto. Aprirsi al libero mercato ha significato risparmi irrisori per i consumatori, danni enormi per i lavoratori, e profitti immensi per le multinazionali, grazie alla grande libertà di movimento dei capitali. Solo regolamentando quest’ultima si potrà porre un freno alla voracità delle grandi aziende e ritornare a una redistribuzione più equa della ricchezza.  

 

 

Di Charles Hugh, 12 marzo 2018

 

 

La crescita della disuguaglianza di reddito e ricchezza ha un legame di causa-effetto con la globalizzazione e l’espansione della legge darwiniana del mercato nonché al flusso di capitali.

 

Se eliminiamo le astrazioni altisonanti come il vantaggio competitivo, il commercio si riduce a quattro obiettivi darwiniani:

 

  1. 1- Trovare mercati esteri in grado di assorbire l’eccesso di produzione, ossia dove scaricare il proprio prodotto in eccesso.

  2. 2- Ottenere risorse estere a basso prezzo.

  3. 3- Negare ai rivali geopolitici l’accesso alle risorse viste al punto precedente.

  4. 4- Aprire i mercati esteri ai propri capitali e al proprio credito, così che i capitali possano acquistare tutti gli asset produttivi esteri e tutte le risorse, una dinamica che ho spiegato la scorsa settimana in “Dimenticate il “libero commercio” – tutto ruota intorno ai movimenti di capitale”.


 

 

 

Tutte le chiacchiere riguardo il “libero scambio” sono solo specchietti per le allodole e propaganda.  Nessuno si azzarda a rischiare un commercio completamente libero, farlo vorrebbe dire aprire le porte alla conquista estera delle proprie risorse chiave, dei propri asset e dei propri mercati.

 

Il commercio ruota tutto intorno all’ottenere vantaggi in una lotta darwiniana per ottenere o mantenere la supremazia. Come ho sottolineato a suo tempo nel 2005, i risparmi accumulati dai consumatori grazie all’apertura del commercio con la Cina sono stati stimati in 100 miliardi di dollari nei precedenti 27 anni (dal 1978 al 2005), mentre i profitti delle multinazionali sono aumentati di migliaia di miliardi di dollari.

 

Il surplus commerciale della Cina: un flusso inarrestabile di profitti per le multinazionali USA (13 agosto 2005).

 

In altre parole, i consumatori ottengono una piccola percentuale dei risparmi, mentre le multinazionali ottengono cento volte tanto in profitti puri, dal momento che i prezzi rimangono praticamente fissi mentre i costi di produzione precipitano. Le multinazionali, non i consumatori, si sono intascate la differenza.

 

Come la storico collaboratore Chad D. ha sottolineato rispondendo al mio lavoro sui flussi di capitale, regolamentare il commercio può essere una delle poche strade di cui le nazioni più piccole dispongono per evitare che le loro risorse e i loro asset vengano inghiottiti dal capitale libero di muoversi che esce dalle nazioni che hanno un credito virtualmente illimitato (gli USA, la UE, la Cina e il Giappone).

 

La protezione delle fragili industrie interne con tariffe è un provvedimento con una lunga storia, anche negli Stati Uniti, ma il vero provvedimento non riguarda le tariffe: risiede negli strumenti burocratici per regolamentare il commercio e nei giochi di potere (hard e soft) che assicurano risorse a basso costo mentre negano l’accesso a queste risorse ai rivali geopolitici.

 

I mezzi burocratici per limitare le importazioni sono diventati un’arte in Giappone e in altre nazioni che dipendono dalle esportazioni: potrebbero anche non avere alcuna tariffa, solo cavilli burocratici che rendono le importazioni impraticabili.

 

E poi c’è la manipolazione della valuta, per esempio l’aggancio della Cina al dollaro USA. Qual è il prezzo “di mercato libero” delle merci cinesi negli Stati Uniti? Nessuno lo sa perché l’aggancio valutario protegge la Cina dalla sua stessa valuta che rischia di essere troppo forte o troppo debole per aiutare la sua economia dipendente dalle esportazioni.

 

Coloro che blaterano di “libero scambio” stanno semplicemente promuovendo una strategia darwiniana che li favorisce su tutti gli altri. I profitti delle multinazionali USA sono quadruplicati da quando la Cina è entrata nel WTO; si tratta forse di una coincidenza? No: le multinazionali fanno arbitraggio sul lavoro, sul credito, sulle tasse, sull'ambiente, sulla normativa e sulla valuta per abbassare drasticamente i propri costi (e la qualità dei prodotti che vendono a consumatori dipendenti dal credito) a ciò ha incrementato i profitti di quattro volte in soli 15 anni, mentre ha lasciato ai consumatori senza speranza qualche briciola di “prezzi sempre bassi” (e anche della “qualità sempre alta”).

 

L’agenda neo-liberale inneggia al “libero scambio” perché il “libero scambio” nasconde in realtà la “libertà di movimento dei capitali”. Una volta che i capitali sono liberi di scorrere dalle multinazionali sostenute dalle banche centrali, nessun offerente interno può battere le offerte del capitale estero, dal momento che coloro che sono più vicini al credito delle banche centrali possono essenzialmente prendere in prestito somme illimitate a tassi quasi nulli – un vantaggio incolmabile quando si tratta di accaparrarsi risorse e asset.

 

Se ci chiediamo “a chi giovano questi benefit?“ scopriamo che i consumatori hanno ricevuto dal “libero scambio” merci scadenti e miseri sconti, mentre le multinazionali, le banche e i finanzieri ne hanno beneficiato enormemente.

 

La crescente disuguaglianza di reddito e ricchezza è legata in maniera causale alla globalizzazione e all'espansione della legge darwiniana del mercato e al flusso di capitali: i vincitori sono pochi e i perdenti sono molti. I dazi non risolveranno il problema della ridotta occupazione, dei salari stagnanti e dell’aumento della disuguaglianza di reddito. Per essere efficaci su questi temi, dobbiamo contrastare le politiche delle banche centrali e degli stati centrali che hanno spinto la speculazione finanziaria alla supremazia sull'economia produttiva.

 



 

Nota di VdE: il grafico illustra il profitto delle multinazionali dopo la tassazione, sono evidenziati con linee rosse prima l’inizio della finanziarizzazione e la bolla dell’high tech, poi l’ingresso della Cina nel WTO e l’inizio della bolla speculativa legata al mercato immobiliare. Il commento in nero dice: “Il mercato “libero”, i bassi tassi di interesse, gli interventi delle banche centrali e le bolle debitorie/speculative hanno fatto esplodere i profitti delle multinazionali a livelli senza precedenti”.

 

MAKROSKOP - Il malato d’Europa guarisce, gli altri si prendono la febbre

In questo studio pubblicato su Makroskop,  un giovane dottorando tedesco in economia politica elabora in una serie di grafici i flussi commerciali della Germania con i principali partner europei. Dai dati  risulta in modo evidente come quello che una volta era considerato *il malato d'Europa si sia in realtà ripreso a spese del resto del continente, utilizzando il vecchio rimedio del mercantilismo seicentesco. Un modello di crescita miope che non può risultare sostenibile a lungo termine, e che oltretutto ignora e disprezza l'esigenza, oggi più che mai vitale, di promuovere nel mondo rapporti internazionali equilibrati.   

 

 

di Patrick Kaczmarczyk, 6 febbraio 2018

 

Traduzione di Michele Paratico

 

Qui in Germania gli eccessi commerciali tedeschi vengono valutati come risultato del successo di riforme strutturali e della qualità superiore dei prodotti. Un “modello di successo” valido per tutti gli altri paesi d’Europa? In realtà i dati dei commerci bilaterali mostrano che il commercio della Germania con i suoi vicini europei non è niente più che un mercantilismo perfezionato.

 

 

Cercando nel Duden (noto vocabolario tedesco, ndt) la parola “mercantilismo”, si trova la seguente definizione: “(Nel periodo dell’Assolutismo) Politica economica che promuove soprattutto l’industria e il commercio estero, allo scopo di rafforzare la forza finanziaria e la potenza dello stato”

La pratica implementazione di una tale politica commerciale fu descritta al meglio da Sir Thomas Mun, l’allora direttore della Compagnia dell Indie Orientali. In una delle sue famose opere, England’s Treasure by Forraign Trade (1664), scrive Mun:

 

 

I mezzi normali […] per accrescere il nostro benessere e patrimonio sono quelli del commercio estero, per il quale dobbiamo osservare la seguente regola: vendere ogni anno agli stranieri più di quanto consumiamo, in valore, dei loro prodotti




“The ordinary means […] to increase our wealth and treasure is by Forraign Trade, wherein wee must observe this rule: to sell more to strangers yearly than wee consume of theirs in value.” (originale).





 

Con questo, surplus commerciali e “Schwarze Null” (politica volta ad ottenere il pareggio del bilancio statale: tanto entra, tanto esce, ndt) non sono nuove idee dei politici e boss dell’economia tedeschi, ma semplicemente un’espressione del fatto che buona parte delle élite, dal punto di vista intellettuale, è rimasta indietro al 17° secolo. Questa ideologia diventa particolarmente perfida se osserviamo lo sviluppo del commercio tedesco con i suoi vicini europei. A questo fine ho analizzato i dati del Fondo Monetario Internazionale. Questi mostrano come sia cambiato il commercio bilaterale della Germania con i principali Stati europei nel periodo dal 1998 fino al 2016.

 

Per poter interpretare meglio i grafici è innanzitutto importante comprendere cosa esprimono i differenti valori. Il bilancio commerciale bilaterale stesso è la differenza tra le esportazioni e le importazioni di un paese i con un paese partner d (d in questo caso è la Germania) in un certo periodo t (ad esempio un determinato anno, ndt). Per generare una scala che restituisca valori normalizzati ho rapportato il bilancio bilaterale al volume totale del commercio, in modo tale che:

 

Bilancia_commercialeidt = (Exportidt – Importidt) / (Exportidt + Importidt)


 

In questo modo si ottengono valori da -1 a +1, dove -1 implica che il commercio globale di un paese con il paese partner di turno consiste solo di importazioni (+1 invece solo di esportazioni) mentre 0 rappresenta una bilancia commerciale equilibrata. Per illustrare questo con un esempio, ammettiamo che il paese A esporti in Germania beni e servizi per un ammontare pari a 5 miliardi di Euro. A sua volta la Germania esporta beni nel paese A per un ammontare pari a 10 miliardi di Euro e per questo si ha un deficit nella bilancia commerciale di 5 miliardi di Euro. In rapporto al volume totale del commercio (15 miliardi di EUR) si ottiene quindi (applicando la formula precedente, ndt) un valore pari a -0,33 nella nostra scala.

 

[ Ancora a mo’ di esemplificazione: se un ipotetico Paese A importa da B per 90 mld. € e vi esporta per 10 mld. €, allora il valore nell’indice creato da Kraczmarczyk sarà –0,80 e l’importazione sopravanzerà l’export dell’800%. Se invece i valori di interscambio assoluti saranno di IMP= 65 mld. €; EXP= 35 mld.€; allora l’indice segnerà –0,30 e l’import sopravanzerà l’export di circa l’86%. E via dicendo: –0,15 corrisponderà ad un eccesso di IMP sull’ EXP del 35,3%. Un valore di –0,05 significherà eccesso di IMP sull’ EXP del 10,5%. Ndt]

 

Il commercio della Germania con l’Europa

 

Il grafico seguente mostra lo sviluppo dello squilibrio del commercio tra la Germania e i suoi partner commerciali europei. Paesi che fanno registrare deficit con la Germania vengono rappresentati in rosso, Paesi che realizzano dei surplus, sono segnati in verde; l’intensità del colore dipende dall’intensità dei deficit o dei surplus.

 



 

Ndt: il Grafico n.1 è animato. Per vedere l’animazione cliccare il link

 

Come si nota dall’animazione, risulta evidente che tutta l’Europa (con l’eccezione di casi speciali come Irlanda, Norvegia e Olanda) a partire dal 1998 e fino alla fine degli anni 2000 si tinge di un rosso che diventa sempre più acceso. Si potrebbe anche dire che la guarigione del ”malato” porti al resto del continente una febbre epidemica. Gli squilibri raggiungono la massima temperatura nel periodo della grande crisi finanziaria del 2007-2008.

 

In questo è importante notare che prima della crisi il commercio intra-UE era particolarmente marcato. Colin Hay e Daniel Wincott lo chiariscono bene nel loro libro “The political economy of European welfare capitalism”. Secondo quanto riportato (nel libro di Hay e Wincott, ndt) quasi non ci sono stati paesi che abbiano esportato di più nel resto del mondo che verso i partner europei – e l’ingresso di nuovi paesi nell’Unione europea non ha cambiato il quadro. Tra il 1980 e il 2005 ciò era valido perfino per ciascun paese preso singolarmente (considerati nel loro insieme, fino al 2015 più di 2/3 di tutte le esportazioni hanno avuto luogo all’interno dell’UE). Il grafico successivo [pag. 81 (del libro di Hay e Wincott, ndt)] indica il rapporto tra esportazioni intra-UE e esportazioni extra-UE per l’UE-a-15 e chiarisce questo trend (linea nera). Un valore pari a 1 (linea rossa) implica che il 50% delle esportazioni di un paese sono del tipo intra-UE e il rimanente 50% del tipo extra-UE. In questo contesto è assurdo non vedere gli eccessi (di esportazioni, ndt) tedeschi come parte del problema che ha portato alla grande crisi europea.

 



 

Dall’animazione (del Grafico n.1, ndt) risulta che l’intensità degli eccessi è calata nel corso dei programmi di austerità, tuttavia la Germania per la maggior parte del tempo non si discosta dalla sua posizione commerciale mercantilista, le cui linee guida furono così ben formulate da Mun nel 1664. Gli stessi eccessi dei paesi dell’Europa dell’Est si adattano in modo ideale ai binari mercantilistici della politica e dell’economia tedesche perché non emergono da un positivo sviluppo della domanda locale (in Germania, ndt). Sono invece il risultato di investimenti diretti tedeschi volti a produrre nella regione (Europa dell’Est, ndt) a prezzi più convenienti per poi reimportare tali prodotti. In relazione a ciò il grafico seguente (n° 3, ndt) mostra la notevole discrepanza tra il rapporto della Germania con i paesi dell’Europa dell’Ovest e quello con i Paesi dell’Est e del Centro Europa (CEE). Balza all’occhio che la tendenza nel commercio con i paesi dell’Europa occidentale fa segnare di nuovo forti sbilanciamenti nel commercio bilaterale.

 



 

Se si osservano attentamente i dati alla base (dei grafici, ndt), lo sviluppo di alcune importanti relazioni commerciali bilaterali diventa ancora più preoccupante. La maggior parte dei valori della bilancia commerciale bilaterale con la Germania in tutto il periodo temporale considerato si trova tra -0,1 e -0,2. Ciò implica che le importazioni dalla Germania superano di circa il 22% (- 0,1) e il 50% (-0,2) le esportazioni (verso la Germania, ndt).

 

Si arriva allo stesso risultato, se si pesano di volta in volta i dati con i rispettivi volumi commerciali. Specialmente nel commercio con paesi che sono stati caratterizzati da una forte industria non si dovrebbe giungere, in condizioni normali, a pesanti e persistenti squilibri commerciali. Tuttavia, ad esempio, il deficit dell’Italia con la Germania è cresciuto dal 1998 – ovvero un anno prima che l’Euro entrasse in vigore – fino al 2007 di un fattore superiore a 38 (da 585.570.000 US$ a 22. 637.560.000 USD$). Perfino nel 2009 il deficit italiano nei confronti della Germania superava il deficit commerciale estero complessivo dell’Italia.

 

Il deficit della Francia (nei confronti della Germania, ndt) è cresciuto nello stesso modo di circa 30 volte nello stesso identico periodo temporale – da 1.317.100.000 US$ (1998) a 40.461.100.000 US$ (2008). La più forte crescita, in entrambi i casi, è avvenuta tra il 1998 e il 1999, quando il deficit dei francesi con i tedeschi è cresciuto più di sei volte (da 1.317.100.000 US$ a 8.619.530.000 US$) e quello degli italiani di quasi 5 volte (da 585.570.000 US$ a 2.840.150.000 US$). Nessuna “riforma strutturale di successo in Germania” può spiegare il fatto che il deficit bilaterale sia esploso così in un solo anno. Tanto meno plausibile è l’ammettere che la qualità dei prodotti tedeschi sia cresciuta in maniera così radicale.

 

Purtroppo ci sono ben pochi segnali che (indichino come) la Germania si muova in direzione di un commercio equilibrato con i suoi grandi partner commerciali europei attraverso un dinamico sviluppo della domanda. C’è a dire il vero una tormentata risalita in Italia, ma tuttavia originata principalmente da una riduzione delle importazioni (da circa 90 miliardi di euro (2008) a circa 66 miliardi di euro (2016)). Il valore (della bilancia commerciale calcolata con la solita formula, ndt) della Francia è oscillato intorno a -0,15 e ristagna ulteriormente; ciò significa che le importazioni di prodotti tedeschi superano le esportazioni verso la Germania di circa un 35%. Nel caso della Gran Bretagna lo squilibrio commerciale è ancora più marcato. [Di quasi il 100%, ndt].

 



 

Francia – l’altro vicino

 

 

I lettori di Makroskop sanno che la Francia è stato l’unico paese che ha adottato una politica salariale perfettamente in linea con gli obiettivi di inflazione della BCE – e per questo è stata punita duramente attraverso il dumping salariale della Germania. Poiché i prodotti tedeschi sono diventati chiaramente più a buon mercato, la Francia ha perso in competitività. In un certo senso l’andamento degli squilibri commerciali europei della Francia ci dà un’immagine opposta a quella tedesca. Però la Francia all’inizio degli anni 2000 – e di nuovo recentemente – mostra un modello che la Germania non conosce: con alcuni paesi realizza deficit e con altri paesi eccessi.

 


 

Ndt: il Grafico n.5 è animato. Per vedere l’animazione clickare il link


 

 

Perchè i rapporti commerciali intra-europei sono importanti

 

L’analisi degli squilibri commerciali bilaterali racconta naturalmente solo una parte della storia. I rapporti commerciali tra l’America e la Germania e tra la Cina e la Germania, non trattati in questo articolo, sono enormemente importanti e contribuiscono pesantemente agli eccessi tedeschi. Tuttavia ciò non cambia nulla al fatto che il commercio regionale rimanga il più importante motore per un dinamico sviluppo economico in Europa.

 

L’applicazione del modello mercantilistico a tutta l’Unione europea (specialmente all’Eurozona) non potrà essere sostenibile nel lungo termine. Innanzitutto l’Europa si rende con ciò dipendente dalla domanda del resto del mondo. In secondo luogo l’Euro a causa di una politica monetaria restrittiva e pesanti eccessi (commerciali, ndt) si apprezzerà così tanto che il vantaggio concorrenziale, raggiunto tramite la moderazione salariale, verrà annullato. In terzo luogo l’Europa ha una quota di esportazioni pari al 15% ed è tanto improbabile quanto irrazionale volere aumentare significativamente questa quota; il mondo non è un unico grande e integrato mercato (vedi https://makroskop.eu/2017/08/globalisierung-unter-der-lupe/) ma consiste piuttosto di molte economie nazionali abbastanza chiuse. Quarto, e questo è almeno altrettanto importante, con il Mercantilismo si pone naturalmente la questione morale del perché gli uni debbano sempre realizzare eccessi a spese degli altri invece di dedicarsi ad un commercio equo e equilibrato.

 

Tuttavia nella follia della concorrenza tra le nazioni, che spinge in avanti la Germania con tutti i mezzi, evidentemente non rimane il tempo per riflettere su queste cose.

 

 

* [Con l’espressione “malato d’Europa” l’autore riprende il titolo di un articolo dell’Economist del 3 giugno 1999. Il settimanale inglese sosteneva allora – nel pezzo intitolato “The sick man of the euro” (“Il malato dell’Euro”) – che l’economia tedesca fosse ammalata. La sua crescita languiva al disotto del livello medio in Europa e frenava tutta l’Eurozona. Il motivo principale andava visto, secondo l’Economist, non tanto nella politica macroeconomica restrittiva (di cui si ammetteva l’esistenza), ma in deficit strutturali di tipo microeconomico: il troppo welfare rendeva troppo costoso produrre e investire in Germania poiché implicava un costo del lavoro troppo alto, una tassazione troppo elevata, un mercato del lavoro troppo rigido ecc. L’articolo provocò uno choc in Germania e viene ancora oggi citato come un importante stimolo ad avviare la fase delle riforme liberiste, accettate anche dalla SPD, allora al governo con i Verdi, e a ‘far risorgere’ l’economia tedesca. L’ironia di Kaczmarczyk è evidente: quelle “riforme” ed il contestuale dumping salariale fecero guarire il malato ai danni degli altri partner dell’Eurozona. La cura fu infatti a tutti gli effetti di tipo mercantilista. Ndt].

 

12/03/18

Brexit: la professione economica ha sbagliato

Le previsioni catastrofiche sulla Brexit, diffuse a martello prima del referendum, erano basate su studi sostanzialmente scorretti, che hanno applicato modelli poco realistici con disinvoltura eccessiva, e hanno sempre sbagliato nel senso di esagerarne i possibili danni. Non che noi o i nostri lettori ne dubitassimo, ma ora lo sostengono in un working paper anche due economisti di Cambridge, che riassumono i loro risultati sul blog Brexit della London School of Economics. E si dicono preoccupati per la perdita di credibilità che minaccia la professione economica (mainstream, aggiungiamo noi). Comunque è un filo tardi per preoccuparsi. Come scrisse Roger Bootle sul Telegraph: "Quando innumerevoli economisti, inclusi dei Nobel, si sono uniti alla massa... di chi metteva in guardia contro le conseguenze negative della Brexit... se avessi ancora avuto dei dubbi sul fatto che dovevamo uscire, questo me li avrebbe tolti".

 

 

 

di Ken Coutts, Graham Gudgin e Jordan Buchanan, 8 marzo 2018

 

 Alcune delle previsioni più ampiamente citate sugli effetti economici della Brexit si basano su analisi scorrette, in particolare quelle sull'andamento dell'economia nel Regno Unito dopo l'adesione alla CEE, e quelle sul legame tra commercio e produttività, scrivono Ken Coutts, Graham Gudgin (Università di Cambridge) e Jordan Buchanan (Centro di politica economica dell'Università dell'Ulster). Per restituire al pubblico la fiducia nelle previsioni degli economisti sulle principali questioni politiche,questi devono utilizzare analisi più attendibili, basate su un ventaglio più ampio di prove.

 

Il dibattito sulla Brexit è stato distorto da diversi miti. Uno dei più persistenti e ampiamente ripetuti è quello che riguarda il miglioramento delle prestazioni economiche del Regno Unito dopo l'adesione alla CEE nel 1973. Un argomento sostenuto dall'OCSE e regolarmente ripetuto dai media durante la campagna referendaria sulla Brexit.

Anche il legame tra commercio e produttività esercita un'influenza importante sulle valutazioni degli economisti riguardo alle prestazioni economiche del Regno Unito all'interno delle UE e sugli effetti economici a breve e a lungo termine della decisione di lasciare l'UE in seguito al referendum.

 

Molte di queste valutazioni sono state condotte da dipartimenti governativi e agenzie internazionali. Questi, per stimare gli effetti economici della Brexit sugli standard di vita, si basano su una serie di approcci analitici, tra cui l'uso del modello gravitazionale, di modelli di equilibrio economico generale calcolabili e di modelli di previsione macroeconomica.

 

Nel nostro working paper, siamo arrivati alla conclusione che gran parte di questi lavori contiene errori di analisi e un uso dei dati che porta a esagerare i costi della Brexit. I modelli gravitazionali sono ben consolidati come tecnica per stimare l'impatto delle aree di libero commercio o delle unioni monetarie, ma richiedono più attenzione di quanta ne sia stata mostrata quando sono stati applicati a un problema specifico come la Brexit.

 

Il Tesoro è stato particolarmente disinvolto nel suo approccio, sia nella sua applicazione dell'analisi gravitazionale sia nell'affermare l'idea di un effetto a catena dal commercio alla produttività.

 

Altre organizzazioni sono state un po' più caute riguardo al legame con la produttività, che a nostro parere per le economie avanzate probabilmente non esiste in misura rilevabile, ma molte lo hanno usato senza farsi molte domande.

 

Anche a causa di questo, i politici e il pubblico di entrambe le parti prestano pochissima attenzione alle valutazioni sull'impatto economico della Brexit pubblicate al momento del referendum. Il potenziale danno alla posizione negoziale del Regno Unito sulla Brexit potrebbe essere stato limitato dall'indifferenza dei responsabili politici alle valutazioni sull'impatto economico. Ma sebbene il governo britannico abbia lasciato la strada delle ulteriori valutazioni economiche sulle conseguenze della Brexit, i governi decentrati si sono sentiti meno vincolati.

 

Il sindaco di Londra, come reazione alla riluttanza del governo britannico a pubblicare valutazioni, ne commissionò una a Cambridge Econometrics: questa dimostrò che un approccio di modellizzazione senza il ricorso a modelli gravitazionali o di equilibrio generale dà luogo a risultati più ragionevoli e plausibili. Ma anche così, venne data pubblicità soltanto alla loro previsione più pessimistica sulla Brexit. Cambridge Econometrics non mise sufficientemente in evidenza la loro previsione secondo cui il valore aggiunto lordo pro capite sarebbe cambiato poco in seguito alla Brexit e quindi i media ignorarono il punto.

 

Il governo scozzese fu molto meno cauto e portò avanti un'analisi che incorporava tutti i difetti delle analisi del Tesoro e del CEP, senza alcuna considerazione delle critiche che erano state pubblicate. Le conseguenze di queste carenze vanno ben oltre la Brexit stessa.

 

Siamo infatti convinti che sia stata nuovamente danneggiata la credibilità della professione economica nel campo delle previsioni e di alcuni dei principali organi di stampa economica. Ci vorrà più di un decennio per esserne sicuri, ma il fallimento delle previsioni a breve termine mostra che cosa potrebbe accadere. Il fatto che gli errori che identifichiamo puntino tutti nella direzione del pessimismo sulla Brexit, e quindi nella stessa direzione verso cui tendono ideologicamente la maggior parte degli accademici e degli economisti, aumenterà lo scetticismo di molti.
Il rifiuto del Tesoro di discutere il loro approccio, almeno fino a quando la questione è stata trasmessa in Parlamento, è a nostro avviso inaccettabile in una democrazia aperta.

 

La nostra conclusione è che per ripristinare la fiducia del pubblico nelle previsioni economiche sulle più importanti questioni politiche, come la Brexit, gli economisti devono utilizzare analisi più pertinenti, basate su un ventaglio più ampio di prove. Ci aspettiamo che i modelli econometrici usati da esperti di previsioni commerciali, come Cambridge Econometrics, nel lungo periodo si dimostreranno più accurati. Se è così, la professione accademica deve riconsiderare sia l'opportunità del suo attuale attaccamento a teorie basata su ipotesi non realistiche, sia la qualità generale degli studi di economia applicata che hanno rapporti con la politica.

 

Qualunque sia la tecnica utilizzata, deve essere gestita con maggiore equilibrio e distacco.

 

Il CEP nell'esaminare le relazioni del Tesoro è riuscito a pensare solo a cambiamenti che avrebbero reso le previsioni sulla Brexit ancora più pessimistiche. Nelle parole di Oliver Cromwell all'Assemblea Generale della Chiesa di Scozia, i professionisti delle previsioni economiche hanno bisogno di "pensare che si può anche sbagliare".

 

La nostra conclusione è che la maggior parte delle stime sull'impatto della Brexit, sia a breve sia a lungo termine, hanno esagerato il suo grado di potenziale danno all'economia del Regno Unito.

 

Sottolineiamo, a questo punto, che questo lavoro non è sorretto da motivazioni politiche. La maggioranza del team di quattro persone che ha svolto la ricerca per questo e per gli altri nostri articoli ha votato "Remain" nel referendum del 2016 e lo farebbe di nuovo se ne avesse la possibilità. Il nostro scopo è piuttosto quello di stabilire una solida base per il dibattito in corso sul probabile potenziale impatto economico della Brexit e, più in generale, discutere la qualità dell'analisi economica nel trattare importanti questioni di politica macroeconomica, come la Brexit.

 

 

 

Questo è un estratto modificato di " How the economics profession got it wrong on Brexit ", Working Paper 493, Centre for Business Research, Università di Cambridge, gennaio 2018. Rappresenta il punto di vista degli autori e non quelli del blog Brexit, né della LSE.

Ken Coutts è Assistant Director of Research presso la Facoltà di Economia dell'Università di Cambridge.

Graham Gudgin è ricercatore associato onorario presso il Centre For Business Research (CBR) della Cambridge Judge Business School, Università di Cambridge. È anche visiting professor all'Università dell'Ulster e Chairman dell'Advisory Board dell'Ulster University Policy Center.

Jordan Buchanan è economista presso il Centro di politica economica all'Università dell' Ulster.

 

11/03/18

Flassbeck - Il disastro dell'euro

"Se l'euro è stato concepito come un mezzo per organizzare e garantire una prosperità condivisa in Europa, ha sicuramente fallito". E a dimostrarlo per l'ennesima volta stanno i grafici mostrati in questo articolo di Heiner Flassbeck e Jorg Bibow apparso su Flassbeck Economics, a testimonianza del dibattito in corso nella sinistra tedesca. Ma se il lavoro è corretto nella parte analitica, individuando la causa della progressiva divergenza delle maggiori economie europee nelle politiche neoliberali che avvantaggiano solo la Germania, risulta meno convincente la proposta di applicare "riforme strutturali" alle politiche macroeconomiche e istituzionali europee. La domanda è la solita: atteso che una riforma della UE sia auspicabile dal punto di vista italiano (e non lo è a causa del processo di meridionalizzazione in cui la penisola incorrerebbe), come si possono cambiare politiche che sono inscritte nei principi dei trattati e nel DNA ideologico della UE, che - en passant - è in mano alla stessa potenza egemone che trae benefici da queste politiche e che di quella ideologia è alfiere?

 

 

 

di Heiner Flassbeck e Jorg Bibow, 8 marzo 2018

 

 

L'Unione Economica e Monetaria Europea (UEM) è in crisi permanente dal 2008. Non tutti gli stati membri ne sono colpiti in ugual misura - tuttavia si è generato un grave squilibrio, risultato di uno sviluppo economico diseguale, che pone una minaccia diretta all'ininterrotta esistenza dell'unione monetaria.

 

Anche i quattro maggiori paesi dell'euro - Germania, Francia, Italia e Spagna - hanno sperimentato sviluppi molto differenti sotto il regime dell'euro, in particolare dal 2008 con lo scoppio della crisi finanziaria permanente.

 

Grafico 1 - Lo sviluppo economico delle quattro nazioni maggiori dell'eurozona.
Qui si illustra lo sviluppo economico dei quattro più grandi stati della zona euro, mettendo a base il 2008: da quell'anno, la Germania si è distinta come il paese che ha apparentemente avuto lo sviluppo maggiore all'interno di questo gruppo. In effetti, è stata la favorita - anche se il crollo del 2009 è stato particolarmente profondo in Germania.

 

[caption id="attachment_14320" align="alignnone" width="2000"] Grafico 1[/caption]

 

La Francia, d'altro canto, ha visto una crescita molto modesta dall'inizio della crisi. La situazione nei due paesi più grandi dell'unione monetaria si è così invertita: prima della crisi la Germania è stata a lungo considerata il "malato" d'Europa, conseguendo solo fasi molto brevi di crescita dal 1999 al 2000 e dal 2006 al 2007. La Francia sotto l'euro inizialmente ha registrato uno sviluppo davvero costante e molto più robusto. Mentre per Italia, che ha sperimentato una crescita modesta come quella della Germania prima della crisi, la situazione da allora si è sensibilmente deteriorata. Sembra essere caduta dentro una trappola dalla quale non può fuggire.

 

La Spagna ha vissuto rapidi alti e bassi: inizialmente un lungo boom, quindi un crollo repentino che, come in Italia, ha avuto luogo durante una doppia recessione. Da qualche anno ormai il paese nel Sud ovest dell'eurozona sta mostrando una crescita relativamente forte in termini di dati ufficiali sul PIL. In ogni caso, la disoccupazione rimane molto alta.

 

Non è sorprendente quindi che la Germania oggi sia generalmente lodata dai media e dai politici come esempio e modello tra i grandi paesi membri dell'euro, mentre Francia e Italia, secondo le interpretazioni ufficiali, non hanno adottato le "politiche necessarie" e sembrano non fare progressi. I presunti compiti a casa trascurati sono naturalmente le "riforme strutturali". Il termine si riferisce alla urgente e necessaria liberalizzazione del mercato del lavoro e una riduzione del ruolo dello Stato, che sono dipinte come necessarie al ripristino della competitività. Perfino la crisi finanziaria globale dal 2007 al 2009 e la crisi dell'euro, ancora irrisolta dal 2009, non sono state capaci di ispirare ai decisori delle politiche economiche le dovute riflessioni. L'Europa rimane incrollabilmente neo-liberale.

 

Da questo punto di vista, la Francia e l'Italia si ostacolano da sole sulla strada della propria felicità, perché rifiutano di prendere la medicina: il miracoloso potere curativo del mercato. Oggigiorno, questo mantra viene ripetuto incessantemente da opinionisti considerati esperti e conseguentemente ripreso ad nauseam dai media. Questa citazione di Francois Villeroy de Galhau, governatore della Banque de France, esprime perfettamente il nocciolo dell'ipotesi secondo cui la prolungata debolezza economica sarebbe dovuta al ritardo delle riforme strutturali:

 

"Venticinque anni fa, parlammo di 'Unione Economica e Monetaria'. Da allora, abbiamo avuto successo con l'unione monetaria, ma non siamo stati molto efficaci nell'unione economica. Le prestazioni economiche mediamente abbastanza buone nell'area dell'euro nascondono ancora eterogeneità individuali. Pertanto, prima di tutto, alcuni paesi, come Francia e Italia, devono accelerare le riforme strutturali interne per aumentare l'operatività e la flessibilità delle loro economie. E permettetemi di essere chiaro, è nel nostro interesse nazionale: attualmente abbiamo una crescita economica e un'occupazione inferiore a quelle di alcuni nostri vicini, come la Germania, la Spagna e l'Olanda, che hanno avuto successo nel portare avanti le riforme necessarie".

 

L'ipotesi della persistente debolezza economica dovuta al ritardo delle riforme strutturali è, naturalmente, in linea con le solite superstizioni della teoria economica mainstream, secondo la quale i mercati devono essere liberati da tutte le "rigidità", poiché così renderanno possibile - sempre e ovunque - la crescita più veloce e la massima felicità generale. Se alcune economie crescono più velocemente di altre, ciò è dovuto alle riforme strutturali che sono state attuate con successo. Se le economie crescono con un ritmo più lento, questo è dovuto solamente al fatto che non hanno ancora attuato le urgenti riforme strutturali.

 

La semplicità intellettuale di questa visione del mondo è impressionante, e piace a quelli che, forse con un occhio all'opportunismo politico, vogliono semplicemente unirsi al gregge neo-liberale. Ma prima di spiegare un'alternativa, permetteteci di rivedere per prima cosa la situazione attuale e alcuni sviluppi storici nei quattro grandi stati membri dell'eurozona.

 

Il Grafico 2, lo sviluppo economico delle quattro maggiori nazioni dell'eurozona nell'era neo-liberale, mostra lo sviluppo economico dei quattro maggiori stati membri dell'euro dal 1980, tenendo come base il 1999, l'anno in cui fu introdotto l'euro. Ogni dieci anni, per esempio, c'è stata una recessione, ma in ogni caso ci sono stati sviluppi abbastanza simili in Germania, Francia e Italia negli anni '80 e '90.

 

[caption id="attachment_14323" align="alignnone" width="2000"] Grafico 2[/caption]

 

La Germania ha sperimentato una breve accelerazione della crescita negli anni attorno alla riunificazione tedesca; ma la Francia ha recuperato nuovamente nel corso degli anni '90. Nel complesso, lo sviluppo dell'Italia durante questo periodo è stato solo leggermente più lento di quello di Germania e Francia. La Spagna, dal canto suo, entrata nella Comunità Europea solo nel 1986, stava recuperando con successo, sperimentando una prolungata crescita fino al 2009. L'accelerazione della crescita della Spagna che iniziò a metà degli anni '80, esclusa la recessione all'inizio degli anni '90, fu mantenuta fino alla grande crisi finanziaria. Per la Germania e la Francia, nell'insieme, la tendenza è quasi parallela nel periodo successivo all'introduzione dell'euro: la Germania è stata paralizzata prima della grande crisi, e la Francia è stata paralizzata da allora. Nel caso della Spagna, osservatori ottimisti sperano adesso in una ripresa del processo di recupero, che potrebbe essere stato interrotto dalla profonda crisi finanziaria; mentre l'Italia sembra essere naufragata ai margini, sotto il regime dell'euro, come si può di nuovo chiaramente vedere nel grafico.

 

[caption id="attachment_14324" align="alignnone" width="2000"] Grafico 3. Lo sviluppo dei redditi pro-capite: processo di recupero e convergenza.[/caption]

 

Lo sviluppo del reddito pro-capite (in potere d'acquisto - stime aggiustate del FMI), che può essere visto nel grafico 3 per il periodo che inizia dal 1980, mostra anche che la Germania, tra i tre stati membri più anziani, aveva un leggero vantaggio di circa il 5% attorno al 2005, mentre la Spagna per un periodo è stata capace di ridurre significativamente le sue molto più ampie carenze. Ma la Spagna e persino la Francia da allora sono tornate significativamente indietro. È inoltre facile vedere perché la Germania generalmente è percepita come la vincitrice dell'euro e della sua crisi e perché il resto d'Europa è visto come perdente.

 

Il divario economico decisivo all'interno della zona euro si riflette anche nella situazione del mercato del lavoro (grafico 4): in Germania, il tasso di disoccupazione oggi è basso come prima della recessione dei primi anni '80, o addirittura più basso di quanto fu durante il "boom della riunificazione". Negli altri tre paesi, invece, vengono tutt'ora registrati primati storici negativi. In Francia e Italia il tasso di disoccupazione è sceso di poco negli ultimi anni. In Spagna è sceso più decisamente, ma partendo da un livello molto alto. La Germania tradizionalmente ha avuto un tasso di disoccupazione più basso degli altri tre paesi, ma è stata in controtendenza negli anni '90 fino alla grande crisi finanziaria. In quel periodo la disoccupazione in Germania è cresciuta, contrariamente alla tendenza nel resto della zona euro, e ha superato il livello di disoccupazione degli altri tre paesi maggiori. Perché la Germania ha avuto difficoltà in questo periodo? E come è stata capace di risorgere dalle ceneri, come una fenice - mentre gli altri paesi dell'euro, e la zona euro nel suo complesso, non si sono ancora risollevati dalla crisi?

 

[caption id="attachment_14328" align="alignnone" width="2000"] Grafico 4 - L'andamento della disoccupazione dal 1980, nelle economie maggiori della zona euro[/caption]

 

Lo sviluppo economico insolitamente scarso nella zona euro è particolarmente evidente se confrontato con quello di altri paesi sviluppati, specialmente quando si esamini lo sviluppo della domanda interna a partire dalla grande crisi finanziaria del 2009 (grafico 5). Anche se le economie sviluppate più importanti hanno per lo più fallito nello svilupparsi in modo soddisfacente dopo la crisi globale, la zona euro è rimasta molto indietro ed è la grande ritardataria nel panorama internazionale. Secondo i dati ufficiali, la zona euro non è riuscita a tornare ai livelli pre-crisi della domanda fino al 2016.

 

[caption id="attachment_14329" align="alignnone" width="2000"] Grafico 5 - Andamento della domanda interna - l'eurozona è molto in ritardo, secondo gli standard internazionali[/caption]

 

Il quadro d'insieme della situazione è inequivocabile e non c'è alcun modo convincente di negarlo: la politica economica della zona euro ovviamente ha fallito. In effetti, se l'euro è stato concepito come un mezzo per organizzare e garantire una prosperità condivisa in Europa, ha sicuramente fallito. L'instabilità politica e sociale in quasi tutti gli stati membri ha raggiunto livelli che fanno sembrare una reale possibilità la totale rottura della UEM. Pertanto parlare di "crisi esistenziale" della UE non è un'esagerazione. Wolfgang Munchau ha formulato appropriatamente e senza giri di parole questo punto, riferendosi ai principali colpevoli (Financial Times, 27 marzo 2017).

 

"L'insuccesso nel superare la crisi dell'eurozona è uno dei grandi errori storici dell'Europa del dopoguerra - l'eredità di Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, Francois Hollande e tutti quelli che hanno avuto un ruolo in questo disastro politico. È una delle principali ragioni dell'ascesa del populismo. Ci ha reso tutti vulnerabili ad altre crisi. L'uscita di un singolo paese dall'eurozona scatenerebbe una crisi finanziaria di proporzioni inimmaginabili".

 

Sono soprattutto le politiche economiche della Germania a essere responsabili di avere spinto l'eurozona nella sua ancora irrisolta crisi esistenziale. È grottesco che la Germania, dopo aver distrutto la UEM con le sue peculiari politiche "beggar-thy-neighbour" [letteralmente "rovina il tuo vicino"; espressione usata per indicare politiche che beneficiano il proprio paese scaricandone i costi sui paesi vicini, ndt], continui a condurre le danze e ostacoli una vera ripresa dei suoi partner. L'eurozona in effetti ha bisogno di riforme strutturali. Ma le riforme di cui ha urgentemente bisogno riguardano le politiche macroeconomiche e istituzionali, e non hanno nulla a che fare con l'infilare l'Europa ancora più a fondo nel purgatorio neoliberale. L'agenda neoliberale di affamare lo Stato in nome dell'austerità e impoverire i lavoratori nel nome della flessibilità e della competitività può portare soltanto alla distruzione di quello che leader politici responsabili hanno cercato di costruire in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale.

10/03/18

Mario Nuti: "State attenti a ciò che desiderate"

In un articolo uscito sul suo blog prima delle elezioni del 4 marzo, l'economista Mario Nuti offre la spiegazione del perché gli elettori socialisti e socialdemocratici italiani dovessero votare a destra nelle elezioni del 2018: per permettere una netta vittoria della compagine di centro-destra, il cui programma contiene molti elementi di sinistra, e disarticolare definitivamente i partiti liberal-liberisti di sinistra. In questo modo si potrà formare lo spazio per la rinascita di una sinistra, nelle parole di Nuti, vera, socialista e pro-lavoro, contrapposta alla sinistra liberal-liberista del PD e addentellati più o meno radicali. Per quanto riteniamo, diversamente da Nuti, che la rinascita di una sinistra del genere richiederà molto tempo, tutti gli elettori socialisti e socialdemocratici possono almeno dire: mission accomplished!

 

di D. Mario Nuti, 4 marzo 2018

 

 

Indro Montanelli (1909-2001), il prestigioso giornalista e scrittore italiano, ha manifestato in molte occasioni il suo grande disdegno per Silvio Berlusconi, la sua indole e le sue politiche. Eppure nel 2001 Montanelli dichiarò in un'intervista: "Voglio che vinca, faccio voti e promesse alla Madonna perché vinca, cosicché gli Italiani vedano chi è quest'uomo. Berlusconi è una malattia da curare con la vaccinazione, con una buona iniezione di Berlusconi al governo [a Palazzo Chigi]; Berlusconi Presidente dell'Italia [al Quirinale], Berlusconi dovunque desideri andare, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L'immunità ottenuta con la vaccinazione" (La Repubblica, 26 marzo 2001).

 

Nelle elezioni del 13 maggio 2001 la prima parte dei desideri di Montanelli si avverò: Berlusconi e i suoi alleati ottennero la maggioranza assoluta in entrambe le camere del Parlamento.

 

Montanelli avrebbe dovuto essere più cauto su ciò che desiderava. Il suo giudizio sull'uomo era corretto: a Milano, la corte di primo grado e quella di appello condannarono Berlusconi per frode fiscale nel 2012 e nel 2013. La condanna di quattro anni fu successivamente ridotta ad un anno e tre mesi: una condanna che non scontò mai, in virtù del fatto di essere ultra-settantenne, ma che lo privò dei diritti politici per due anni, fino al 2019.

 

"È il bugiardo più sincero che conosca, perché è il primo a credere alla proprie menzogne", aveva detto ancora Montanelli; l'ha fatta franca nonostante un gigantesco conflitto di interessi (con la complicità della sinistra); Marco Travaglio, nel libro B. come Basta, Paperfirst, 2018, racconta come gestì il paese.

 

Ma d'altro canto Montanelli aveva completamente e tragicamente torto: l'elettorato italiano, che aveva già avuto una breve esposizione a Berlusconi nel 1994-95 e larghe dosi di richiami vaccinali nel 2001-05 e nel 2008-11, sembra ancora incline a spingere la sua coalizione verso la vittoria nelle elezioni del 4 marzo 2018.

 

Nonostante la prognosi e la cura sbagliate di Montanelli, io azzardo un desiderio simile, anche se in circostanze differenti, riguardo altri partiti e per ragioni diverse.

 

Al momento c'è una finta sinistra, a suo dire social-democratica, che giustifica se stessa facendo finta di difendere gli interessi dei lavoratori, mentre in realtà distrugge le loro aspettative di vita con politiche iper-liberiste, globaliste e deflattive, promuovendo movimenti no-border di capitali e di forza lavoro, deregolamentazioni, privatizzazioni, la distruzione dello stato sociale e una diseguaglianza senza precedenti dei redditi e della ricchezza.

 

Inevitabilmente, è necessario un processo in (almeno) due fasi per sbarazzarsi di questa finta sinistra e rendere la sinistra di nuovo disponibile a rappresentare i lavoratori, l'equità, a promuovere l'accesso delle organizzazioni dei lavoratori ai tavoli di decisione, a prevenire la caduta dei salari e la disoccupazione di massa, a rafforzare lo stato sociale in tutte le sue manifestazioni, dall'istruzione alle pensioni e a una sanità decenti, e anche nelle sue attuali, pur carenti, funzioni di semplice rete di salvataggio.

 

Se questa analisi è corretta, i socialisti e i socialdemocratici italiani dovrebbero votare per il centro-destra, da Noi con l'Italia-UDC alla Lega a Forza Italia. Vinceranno comunque, questa volta. Meglio che vincano bene, prevenendo qualsiasi tentativo dello stato di gettare il paese nel ripugnante caos escogitato da Napolitano nel 2011 e nel 2013, che ha portato a cinque anni di governo illegittimo e incompetente, nonché al collasso di una posizione e di un partito propriamente di sinistra.

 

Se il centro-destra governa bene, la sinistra avrà un attimo di respiro, necessario a costruire un programma appropriato e la struttura di un partito democratico, e per consolidare il suo elettorato. Come minimo, facendo un passo indietro rispetto alla caricatura di sinistra rappresentata da Grasso, Boldrini e da vecchi arnesi come Bersani. E sbarazzandosi di tutta la deplorevole collusione con la corruzione di Rignano sull'Arno e Laterina [paesi natali rispettivamente di Renzi e della Boschi, ndt].

 

Il centro-destra potrebbe governare bene, visto che molti degli elementi del programma proposti dall'attuale coalizione di centro-destra dovrebbero essere in un programma della sinistra: tasse più basse sui redditi; controlli sull'immigrazione di natura economica in Italia; nuove relazioni con la UE; una revisione delle regole e della gestione dell'eurozona; allentamento delle norme che ostacolano la possibilità di avere una casa; sicurezza in casa propria; difesa degli interessi italiani a livello internazionale, etc. etc. In effetti è una vergogna che questi temi non siano parte del manifesto della sinistra, o per dirla giusta dei molti manifesti delle cosiddette sinistre.

 

Bisognerebbe perseguire e attuare un rimescolamento degli elettori in base a questi valori; e questo sarebbe molto diverso dalla scellerata Grosse Koalition di interessi e approcci opposti tenuti insieme esclusivamente dalla ricerca del potere e dal suo mantenimento, a danno dei processi democratici.

 

E se il centro-destra non riesce a farcela, torneremo a votare di nuovo (e credo che lo faremo) ma questa volta, con una seconda fase del processo, una seconda consultazione popolare, possiamo sperare di avere una vera sinistra da votare. La classe "progressista" e i traditori della nazione possono rimanere sulla loro piattaforma, e non presentarsi come la finta sinistra che è tutto quel che c'è sul tavolo questa volta.

 

Dixi et salvavi animam meam.