A ideale commento del G7 svoltosi in questi giorni in Canada, questo articolo del Financial Times - al netto del consueto paternalismo verso i popoli che fanciullescamente non sanno giudicare quale sia il proprio interesse e del giudizio positivo sulla bontà dell'euro - mette in chiaro che l'unica nazione che ha tutto da perdere dallo scontro geopolitico che si sta inasprendo tra Stati Uniti e Unione Europea a guida tedesca è la Germania. La Germania deve infatti la propria egemonia alla protezione di Washington, che con la NATO le ha assicurato la sicurezza e con l'Unione Europea le ha garantito non solo la legittimazione politica una volta riunificata, ma anche un mercato "interno" con cui prosperare (grazie a una moneta svalutata, aggiungiamo noi). Se la protezione americana salta e l'Unione Europea può essere fatta definitivamente esplodere dal profondo malcontento italiano, e per giunta si forma un asse tra USA e Italia, alla Germania non rimane altra scelta che perdere tutto o giocare una parte attiva nella rifondazione della UE su una base più collaborativa ed equilibrata - tristemente, a differenza dell’”ingenuo" commentatore, noi temiamo di sapere quale sarà la scelta teutonica.
di Philip Stephens, giovedì 7 giugno 2018
Fino ad oggi, Berlino aveva importato stabilità dai suoi vicini e alleati.
Oggi l'Italia è governata da populisti euroscettici; Polonia e Ungheria da nazionalisti autoritari. La Gran Bretagna arranca verso una infelice Brexit; in Spagna una nuova coalizione di governo affronta i separatisti catalani. Nessuno potrebbe accusare gli europei di cercare di nascondere le tensioni e gli strappi nel continente.
La Germania, naturalmente, è l'eccezione. Angela Merkel, la più affidabile, rimane in carica come cancelliera, l'economia sta correndo, con la piena occupazione, e i governi federali e statali stanno battendosi per spendere i ricavi del surplus. Senonché, c'è un problema. La nazione più vulnerabile nel presente subbuglio geopolitico è proprio la Germania.
L'Europa vive il bellicoso unilateralismo di Donald Trump con frustrazione e rabbia. Come può un presidente così pericolosamente assurdo come Trump addirittura presentare le relazioni commerciali transatlantiche come una minaccia alla sicurezza nazionale americana? Gli europei sanno che non c'è nulla da guadagnare dalle ritorsioni alle tariffe americane; ma c'è molto da perdere dall'essere intimiditi fino alla sottomissione. Tutti si troveranno più poveri, in una guerra commerciale.
Nessuno ha da perderci più della Germania. La spaccatura dell'alleanza transatlantica è esiziale per Berlino. Washington è stata il guardiano fondamentale della sicurezza di Berlino, uno dei due pilastri della sua stabilità post-bellica. Non c'è un vincitore più grande all'interno della NATO. Come garante del sistema commerciale aperto, allo stesso modo gli Stati Uniti sono stati promotori della prosperità tedesca. Nessun'altra nazione dipende dall'ordine internazionale regolamentato, che Trump adesso critica.
Perdere la protezione dell'America è un colpo sufficiente per Berlino. La frantumazione della coesione politica ed economica in Europa rappresentata dall'ascesa del populismo avverso alla UE minaccia di demolire il secondo pilastro del successo tedesco. La UE ha fornito la legittimazione politica necessaria che ha permesso la riunificazione tedesca alla fine della guerra fredda. Offre ancora all'industria tedesca il ricco mercato interno che sostiene la sua prestanza economica globale.
È troppo presto per dire se l'anomala coalizione in Italia tra i populisti di sinistra dei Cinque Stelle e i nazionalisti di estrema-destra della Lega possa segnare la fine dell'eurozona. I miei amici italiani prevedono che la coalizione si spezzerà molto prima di avere la possibilità di rompere la UE. Forse. Ma sarebbe imprudente essere compiacenti sul futuro dell'euro.
Nell'ultima crisi dell'euro è sempre sembrato probabile che la moneta unica sarebbe sopravvissuta. Anche se eminenti economisti si mettevano in fila giorno per giorno per prevederne la fine, i politici puntavano nella direzione opposta. Le nazioni creditrici e quelle debitrici erano unite nel giudicare troppo alto il costo dell'uscita. Inveire contro Bruxelles e Berlino era un’altra cosa; i manifestanti che hanno riempito le strade di Atene non chiedevano il ritorno alla dracma.
Più recentemente, il punto di vista di Berlino è stato che il pericolo maggiore per la UE viene dall'immigrazione incontrollata anziché da un'unione monetaria squilibrata. Mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha spinto per una crescente cooperazione all'interno dell'eurozona, la Germania ha cercato di concentrarsi su un approccio a livello europeo per gli immigrati.
La Merkel non si è scusata per l'apertura delle frontiere tedesche a un milione di rifugiati nel 2015. Ma, dopo il successo del partito di estrema destra Alternativa per la Germania nelle elezioni del 2017, ne ha elaborato le conseguenze. Ha fatto la cosa giusta, me è stata una decisione da non ripetere mai più.
Il pericolo adesso è nella fusione dei due filoni della disaffezione dell'opinione pubblica - il profondo risentimento per l'austerità e il tenore di vita in stagnazione si concilia con la crescente rabbia per il numero di immigrati che attraversa il Mediterraneo. L'euro non ha causato i mali economici dell'Italia, ma ha chiuso le vecchia scappatoia della svalutazione. Aggiungete la disgrazia della geografia che fa dell'Italia un punto di sbarco per gli emigranti e si spiega facilmente uno sbandamento verso gli estremi anti-establishment, di sinistra e di destra.
Una delle lezioni del referendum sulla Brexit è che c'è un livello di disaffezione politica alla quale gli elettori sono disponibili a ignorare il loro presunto interesse economico - concludendo che non hanno più niente da perdere. A questo punto punire le elité assume una logica propria, quasi a prescindere dalle conseguenze. Perdere l'euro devasterebbe i risparmi e il tenore di vita degli italiani. Ma cosa succederebbe se la loro rabbia li portasse oltre questi calcoli?
La Germania dovrebbe preoccuparsi. La repubblica federale ha prosperato come una potenza nella situazione attuale. Una robusta alleanza transatlantica e una UE coesa hanno fornito i bastioni che le hanno permesso una politica estera fondamentalmente passiva. In termini rudi, la Germania è stata un "beneficiario" - importando stabilità da vicini e alleati.
Adesso, il disconoscimento da parte di Trump della guida statunitense rispecchia le divisioni aperte all'interno della UE. Se Berlino vuole tenersi stretti i suoi guadagni, dovrà dare un contributo positivo all'ammodernamento delle regole e delle strutture dalle quali dipende. Il rischio è non fare nulla.
In una intervista recente al Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, la Merkel ha mostrato qualche riconoscimento di questa nuova responsabilità. I suoi commenti suggeriscono che Parigi e Berlino possano essere più vicini di quanto molti si aspettassero sulla direzione se non sulla velocità della riforma dell'eurozona. Ma questo può essere solo un inizio.
La Germania non può salvare l'Italia. Può, se lo desidera, riadattare la UE come un alleato invece che come un nemico. Naturalmente ci sono sempre quelli che a Berlino si chiedono: perché dovremmo pagare? La risposta è abbastanza semplice - nell'interesse della Germania.
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21/03/18
Eurointelligence - Non è una guerra commerciale che la UE possa vincere. E per gli USA la Cina non basta.
La rassegna stampa di Eurointelligence si è occupata delle ferventi trattattive in corso per evitare la "guerra commerciale" avviata dal Presidente Trump, riportando alcuni interventi autorevoli: innanzitutto Munchau sul Financial Times nota come Trump abbia gioco facile contro una Germania sotto scacco perché strutturalmente dipendente dalle esportazioni; Der Spiegel riporta quindi di alcune condizioni che saranno poste alla Ue dall'amministrazione USA per evitare la guerra commerciale, condizioni che però molto probabilmente non potranno essere soddisfatte; infine sul Council on Foreign Relations Brad Setser osserva come agli Usa comunque non basterebbe stringere un'alleanza di paesi che si coalizzano contro la Cina, perché non è la Cina il vero problema: i maggiori squilibri globali provengono proprio dagli alleati delle economie avanzate, in primo luogo, naturalmente, la Germania (travestita da eurozona).
Eurointelligence, 19 marzo 2018
È stata una settimana di frenetica attività diplomatica al fine di scongiurare una potenziale guerra commerciale. Le tariffe USA su acciaio e alluminio dovrebbero entrare in vigore venerdì. Il nuovo ministro dell'economia tedesco, Peter Altmeier, è arrivato a Washington per colloqui con Wilbur Ross, il segretario al commercio degli Stati Uniti. L'intervista di Altmeier a Handelsblatt stamattina ci dice solo una cosa: che, al di là del desiderio di non intensificare il conflitto, il governo tedesco è privo di strategia.
Non scavare quando sei finito in una buca, ci sembra una strategia piuttosto a breve termine. Come sottolinea Wolfgang Munchau nella sua rubrica sul FT, questa non è una guerra commerciale che l'UE possa vincere. Se l'UE dovesse fare una grande battaglia per questo, stabilendo venerdì una lunga lista di sanzioni, gli Stati Uniti risponderebbero immediatamente con una tariffa sulle importazioni di automobili. E come sostiene Munchau, questo sarebbe l'equivalente di uno scacco matto. Donald Trump ha ragione nel sostenere che le guerre commerciali sono facili da vincere - se il tuo avversario è sufficientemente disperato e dipendente dall'esportazione di manufatti, come la Germania. Quando dicevamo che un surplus delle partite correnti dell'8% (o probabilmente superiore) non è sostenibile, non era da intendersi come una questione se il surplus è giusto o sbagliato. Insostenibile significa che ad un certo punto è destinato a finire - attraverso un aggiustamento oppure di forza.
Nel fine settimana la rivista Der Spiegel ha pubblicato una storia secondo la quale c'è un barlume di speranza. Era una di quelle brevi notizie dello Spiegel, raccolte da una singola fonte, ma non abbastanza ampie per un articolo completo. La storia sostiene che gli Stati Uniti faranno tre richieste specifiche come precondizione per esentare l'UE dalle tariffe sull'acciaio e l'alluminio. La prima è che l'UE metta un tetto massimo alla produzione di acciaio ai livelli del 2017. Senza indicare però la modalità di misurazione, se in volume o in valore. La seconda è che l'UE prenda misure antidumping nei confronti della Cina e accetti di cooperare con gli Stati Uniti nelle questioni relative alla politica commerciale internazionale. E per completare il tutto, gli europei dovranno fornire la prova che sono sulla buona strada per rispettare i loro impegni con la Nato in materia di spesa per la difesa. Quest'ultima è una richiesta impossibile da soddisfare, poiché nessuna prova del genere può essere data. La grande coalizione tedesca, ad esempio, non ha nessuna intenzione di aumentare la spesa per la difesa. La priorità del nuovo ministro delle finanze, Olaf Scholz, è di mantenere il surplus di bilancio.
Diamo per scontato che i reporter dello Spiegel abbiano parlato con qualcuno dell'amministrazione statunitense, ma ad ora non possiamo sapere se questa storia riflette correttamente ciò che sta per accadere, se non altro perché l'amministrazione Trump è essa stessa divisa al suo interno sulla politica da seguire.
Da tenere d'occhio questa settimana ci sono anche i colloqui tra Cecilia Malmström, il commissario europeo per il commercio, e Robert Lighthizer, rappresentante del commercio statunitense. La riunione dei ministri delle finanze del G20 si sta concludendo con una vuota dichiarazione sull'importanza del libero commercio globale. Nella sua copertura della storia, la FAZ ha notato che la dichiarazione di Amburgo dell'ultimo vertice del G20, che includeva un impegno contro il protezionismo, non ha impedito a Trump di imporre le tariffe sull'acciaio.
Donald Trump e i suoi consulenti concentrano gran parte della loro ira sugli scambi commerciali con la Cina, e con buone ragioni: circa un quarto del deficit commerciale degli Stati Uniti è con la Cina. Si parla del doppio del deficit commerciale con l'eurozona e di cinque volte quello con la Germania. Ma Brad Setser sul Council on Foreign Relations sostiene che il vero problema per gli Stati Uniti sono i surplus commerciali delle economie avanzate, in particolare della zona euro.
Setser sottolinea che, nel confronto globale, il surplus delle partite correnti della Cina è relativamente piccolo:

Setser porta avanti due argomenti sul commercio globale. Uno è che a livello globale la maggior parte dei surplus delle partite correnti proviene di gran lunga dalle economie avanzate. Il secondo è che regolarmente questi avanzi sono da porre in correlazione con le politiche fiscali nazionali restrittive di queste economie avanzate:
Dopo la crisi globale, la Cina ha limitato l'impatto globale del suo manipolato mercato interno attraverso uno stimolo fiscale piuttosto massiccio (fuori bilancio) e un forte boom del credito. Questo stimolo non si è tradotto in tonnellate di domanda per i manufatti prodotti in Giappone, in Europa o negli Stati Uniti, ma ha generato una forte domanda di materie prime. E gli esportatori di materie prime a loro volta acquistano molti manufatti dal Giappone, dall'Europa e persino dagli Stati Uniti.
Il risultato netto è che la Cina, grazie a una combinazione di espansione del credito e di una politica fiscale generale espansiva, impiega molti dei suoi enormi risparmi a livello nazionale. Almeno per ora.
(Per parlare chiaramente: il surplus delle partite correnti della Cina è più grande di quello riportato ufficialmente, forse di un punto percentuale del PIL. Ma anche se arriva al 2,5% del PIL cinese, è più piccolo, in relazione al PIL, rispetto alle eccedenze delle partite correnti degli alleati degli Stati Uniti. In realtà, temo che l'eccedenza della Cina potrebbe essere in procinto di crescere: la crescita delle esportazioni è stata forte, e la Cina sembra intenzionata a realizzare un po' di consolidamento fiscale, che peserà sulle importazioni).
Gli alleati degli Stati Uniti generalmente hanno politiche fiscali molto più restrittive della Cina. Questa è una grande ragione per cui registrano surplus di partite correnti maggiori della Cina. La Corea e Taiwan (e la Svizzera neutrale) hanno anche agito sul mercato dei cambi quando hanno avuto bisogno di mantenere deboli le loro valute (la Corea in modo egregio a gennaio).
Di conseguenza, l'eccedenza delle partite correnti degli alleati degli Stati Uniti in Europa e in Asia è vicina a $ 800 miliardi - ben oltre i circa $ 200 miliardi della Cina. Tale somma sarebbe un po' maggiore se si aggiungesse il surplus di paesi europei democratici ma formalmente non allineati come la Svezia e la Svizzera.
C'è un punto importante qui. Le maggiori eccedenze mondiali (e per questo, i maggiori deficit) si trovano ora nelle economie avanzate, e le economie avanzate hanno generalmente tariffe doganali relativamente basse. I fattori macroeconomici e i livelli delle valute, che a loro volta dipendono dalle scelte di politica macroeconomica, svolgono un ruolo molto più importante nel determinare la bilancia commerciale complessiva rispetto alle pratiche commerciali reali.

Il grafico seguente rappresenta i saldi delle partite correnti in valore assoluto in dollari, invece che in rapporto al Pil:

Tutto ciò significa che gli Stati Uniti si trovano di fronte a un dilemma per quanto riguarda le pratiche commerciali della Cina, che Setser d'altronde è d'accordo a definire ingiuste:
"Ovviamente questo rappresenta un po' un dilemma per gli Stati Uniti. Se il prezzo di una coalizione contro le pratiche commerciali della Cina è di chiudere gli occhi davanti alle politiche macroeconomiche nell'Eurozona, in Giappone, Corea e Taiwan, che hanno aumentato i loro surplus con l'estero, non ci sono molte possibilità che il disavanzo commerciale globale degli Stati Uniti possa cambiare. La Cina contribuisce indubbiamente al disavanzo aggregato degli Stati Uniti, ma svolge un ruolo minore (e altri in Asia svolgono un ruolo più importante) di quanto non indurrebbe a pensare il suo surplus bilaterale con gli Stati Uniti.
Fintanto che il surplus aggregato in Asia e in Europa rimane elevato, qualcuno nel mondo dovrà pur avere un grosso deficit estero, e tutto fa pensare che saranno gli Stati Uniti.
E le ultime previsioni tendono a indicare l'aumento, non la diminuzione, delle eccedenze in molti dei più grandi alleati americani."
Eurointelligence, 19 marzo 2018
È stata una settimana di frenetica attività diplomatica al fine di scongiurare una potenziale guerra commerciale. Le tariffe USA su acciaio e alluminio dovrebbero entrare in vigore venerdì. Il nuovo ministro dell'economia tedesco, Peter Altmeier, è arrivato a Washington per colloqui con Wilbur Ross, il segretario al commercio degli Stati Uniti. L'intervista di Altmeier a Handelsblatt stamattina ci dice solo una cosa: che, al di là del desiderio di non intensificare il conflitto, il governo tedesco è privo di strategia.
Non scavare quando sei finito in una buca, ci sembra una strategia piuttosto a breve termine. Come sottolinea Wolfgang Munchau nella sua rubrica sul FT, questa non è una guerra commerciale che l'UE possa vincere. Se l'UE dovesse fare una grande battaglia per questo, stabilendo venerdì una lunga lista di sanzioni, gli Stati Uniti risponderebbero immediatamente con una tariffa sulle importazioni di automobili. E come sostiene Munchau, questo sarebbe l'equivalente di uno scacco matto. Donald Trump ha ragione nel sostenere che le guerre commerciali sono facili da vincere - se il tuo avversario è sufficientemente disperato e dipendente dall'esportazione di manufatti, come la Germania. Quando dicevamo che un surplus delle partite correnti dell'8% (o probabilmente superiore) non è sostenibile, non era da intendersi come una questione se il surplus è giusto o sbagliato. Insostenibile significa che ad un certo punto è destinato a finire - attraverso un aggiustamento oppure di forza.
Nel fine settimana la rivista Der Spiegel ha pubblicato una storia secondo la quale c'è un barlume di speranza. Era una di quelle brevi notizie dello Spiegel, raccolte da una singola fonte, ma non abbastanza ampie per un articolo completo. La storia sostiene che gli Stati Uniti faranno tre richieste specifiche come precondizione per esentare l'UE dalle tariffe sull'acciaio e l'alluminio. La prima è che l'UE metta un tetto massimo alla produzione di acciaio ai livelli del 2017. Senza indicare però la modalità di misurazione, se in volume o in valore. La seconda è che l'UE prenda misure antidumping nei confronti della Cina e accetti di cooperare con gli Stati Uniti nelle questioni relative alla politica commerciale internazionale. E per completare il tutto, gli europei dovranno fornire la prova che sono sulla buona strada per rispettare i loro impegni con la Nato in materia di spesa per la difesa. Quest'ultima è una richiesta impossibile da soddisfare, poiché nessuna prova del genere può essere data. La grande coalizione tedesca, ad esempio, non ha nessuna intenzione di aumentare la spesa per la difesa. La priorità del nuovo ministro delle finanze, Olaf Scholz, è di mantenere il surplus di bilancio.
Diamo per scontato che i reporter dello Spiegel abbiano parlato con qualcuno dell'amministrazione statunitense, ma ad ora non possiamo sapere se questa storia riflette correttamente ciò che sta per accadere, se non altro perché l'amministrazione Trump è essa stessa divisa al suo interno sulla politica da seguire.
Da tenere d'occhio questa settimana ci sono anche i colloqui tra Cecilia Malmström, il commissario europeo per il commercio, e Robert Lighthizer, rappresentante del commercio statunitense. La riunione dei ministri delle finanze del G20 si sta concludendo con una vuota dichiarazione sull'importanza del libero commercio globale. Nella sua copertura della storia, la FAZ ha notato che la dichiarazione di Amburgo dell'ultimo vertice del G20, che includeva un impegno contro il protezionismo, non ha impedito a Trump di imporre le tariffe sull'acciaio.
Donald Trump e i suoi consulenti concentrano gran parte della loro ira sugli scambi commerciali con la Cina, e con buone ragioni: circa un quarto del deficit commerciale degli Stati Uniti è con la Cina. Si parla del doppio del deficit commerciale con l'eurozona e di cinque volte quello con la Germania. Ma Brad Setser sul Council on Foreign Relations sostiene che il vero problema per gli Stati Uniti sono i surplus commerciali delle economie avanzate, in particolare della zona euro.
Setser sottolinea che, nel confronto globale, il surplus delle partite correnti della Cina è relativamente piccolo:
"Le richieste di una coalizione globale di alleati degli USA per fare pressioni sulla Cina affinché cambi alcune delle sue pratiche commerciali più eclatanti vanno aumentando.
[ ]
Eppure, in questo momento le cattive pratiche commerciali della Cina non stanno creando tutto questo grande surplus di partite correnti.
Il surplus delle partite correnti della Cina è nettamente inferiore a quello della zona euro. O del Giappone. O delle economie emergenti dell'Asia (che non sono più paesi di recente industrializzazione, ma i nomi rimangono)."
Setser porta avanti due argomenti sul commercio globale. Uno è che a livello globale la maggior parte dei surplus delle partite correnti proviene di gran lunga dalle economie avanzate. Il secondo è che regolarmente questi avanzi sono da porre in correlazione con le politiche fiscali nazionali restrittive di queste economie avanzate:
Dopo la crisi globale, la Cina ha limitato l'impatto globale del suo manipolato mercato interno attraverso uno stimolo fiscale piuttosto massiccio (fuori bilancio) e un forte boom del credito. Questo stimolo non si è tradotto in tonnellate di domanda per i manufatti prodotti in Giappone, in Europa o negli Stati Uniti, ma ha generato una forte domanda di materie prime. E gli esportatori di materie prime a loro volta acquistano molti manufatti dal Giappone, dall'Europa e persino dagli Stati Uniti.
Il risultato netto è che la Cina, grazie a una combinazione di espansione del credito e di una politica fiscale generale espansiva, impiega molti dei suoi enormi risparmi a livello nazionale. Almeno per ora.
(Per parlare chiaramente: il surplus delle partite correnti della Cina è più grande di quello riportato ufficialmente, forse di un punto percentuale del PIL. Ma anche se arriva al 2,5% del PIL cinese, è più piccolo, in relazione al PIL, rispetto alle eccedenze delle partite correnti degli alleati degli Stati Uniti. In realtà, temo che l'eccedenza della Cina potrebbe essere in procinto di crescere: la crescita delle esportazioni è stata forte, e la Cina sembra intenzionata a realizzare un po' di consolidamento fiscale, che peserà sulle importazioni).
Gli alleati degli Stati Uniti generalmente hanno politiche fiscali molto più restrittive della Cina. Questa è una grande ragione per cui registrano surplus di partite correnti maggiori della Cina. La Corea e Taiwan (e la Svizzera neutrale) hanno anche agito sul mercato dei cambi quando hanno avuto bisogno di mantenere deboli le loro valute (la Corea in modo egregio a gennaio).
Di conseguenza, l'eccedenza delle partite correnti degli alleati degli Stati Uniti in Europa e in Asia è vicina a $ 800 miliardi - ben oltre i circa $ 200 miliardi della Cina. Tale somma sarebbe un po' maggiore se si aggiungesse il surplus di paesi europei democratici ma formalmente non allineati come la Svezia e la Svizzera.
C'è un punto importante qui. Le maggiori eccedenze mondiali (e per questo, i maggiori deficit) si trovano ora nelle economie avanzate, e le economie avanzate hanno generalmente tariffe doganali relativamente basse. I fattori macroeconomici e i livelli delle valute, che a loro volta dipendono dalle scelte di politica macroeconomica, svolgono un ruolo molto più importante nel determinare la bilancia commerciale complessiva rispetto alle pratiche commerciali reali.
Il grafico seguente rappresenta i saldi delle partite correnti in valore assoluto in dollari, invece che in rapporto al Pil:
Tutto ciò significa che gli Stati Uniti si trovano di fronte a un dilemma per quanto riguarda le pratiche commerciali della Cina, che Setser d'altronde è d'accordo a definire ingiuste:
"Ovviamente questo rappresenta un po' un dilemma per gli Stati Uniti. Se il prezzo di una coalizione contro le pratiche commerciali della Cina è di chiudere gli occhi davanti alle politiche macroeconomiche nell'Eurozona, in Giappone, Corea e Taiwan, che hanno aumentato i loro surplus con l'estero, non ci sono molte possibilità che il disavanzo commerciale globale degli Stati Uniti possa cambiare. La Cina contribuisce indubbiamente al disavanzo aggregato degli Stati Uniti, ma svolge un ruolo minore (e altri in Asia svolgono un ruolo più importante) di quanto non indurrebbe a pensare il suo surplus bilaterale con gli Stati Uniti.
Fintanto che il surplus aggregato in Asia e in Europa rimane elevato, qualcuno nel mondo dovrà pur avere un grosso deficit estero, e tutto fa pensare che saranno gli Stati Uniti.
E le ultime previsioni tendono a indicare l'aumento, non la diminuzione, delle eccedenze in molti dei più grandi alleati americani."
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24/07/17
EHOC - Gli squilibri dell'eurozona e le guerre commerciali globali - I Parte
È passato più di un anno dalla pubblicazione di European House of Cards, ma tutte le cause strutturali del fallimento dell'eurozona e le previsioni descritte in questo articolo di Stefan Kawalec rimangono tutt'ora in piedi, ugualmente inascoltate dai decisori politici europei. Sicché, mentre si materializzano le paventate guerre valutarie e commerciali causate dagli squilibri globali innescati dall'euro, e il dollaro americano continua a svalutarsi sulla moneta unica, l'eurozona rimane intrappolata nelle sue false speranze, di volta in volta artatamente rinvigorite o sgonfiate nel dibattito pubblico con l'intento strumentale di portare avanti le politiche deflazionarie che favoriscono i paesi più forti, quelli creditori, e le classi sociali vincenti, i rentier della finanza con i loro sostenitori. Fino a che il gioco potrà andare avanti.
di Stefan Kawalec
L'euro è un problema non solo per l'Europa, ma anche per i suoi partner commerciali e per l'intera economia mondiale. L'incapacità dell'eurozona di risolvere gli squilibri interni, insieme a una situazione sociale e politica molto tesa nei paesi colpiti dalla crisi, la costringe a cercare disperatamente di generare surplus commerciali e di partite correnti. Si tratta probabilmente di una situazione permanente che, data la posizione leader dell'area dell'euro nell'economia mondiale, avrà un impatto negativo sugli altri paesi e potrà quindi scatenare guerre valutarie mondiali e inibire il commercio internazionale.
Uno smantellamento controllato dell'eurozona sarebbe vantaggioso per i paesi membri colpiti dalla crisi e per i partner commerciali dell'Europa e - contrariamente alle apparenze - anche per la Germania.[1]
La stagnazione prolungata nei paesi membri del Sud dell'eurozona e il pericolo di guerre valutarie globali
Le disastrose conseguenze delle politiche di svalutazione interna
Nel 2010, quando è esplosa la crisi della zona euro, è stato stimato che, per far sì che i paesi del sud dell'UE (come la Grecia, l'Italia, il Portogallo e la Spagna) riconquistassero la competitività e riequilibrassero le loro bilance commerciali e le partite correnti, questi dovessero abbattere i salari del 20-30% rispetto ai loro partner commerciali. Purtroppo, i paesi in crisi della zona euro non possono migliorare la loro competitività attraverso il deprezzamento delle valute. Invece, hanno cercato di attuare una cosiddetta "svalutazione interna", che è l'equivalente contemporaneo della politica di deflazione applicata durante la Grande Depressione negli anni Trenta per difendere il sistema del gold standard. La dimensione e la durata del crollo economico nei paesi dell'eurozona colpiti dalla crisi sono paragonabili e, in alcuni casi, anche più profondi rispetto a quanto accaduto durante la Grande Depressione.
Confidiamo nell'indebolimento dell'euro
Molti osservatori hanno sottolineato che un indebolimento dell'euro potrebbe essere lo strumento macroeconomico più efficace attraverso cui la Banca centrale europea (BCE) potrebbe aiutare i paesi membri in difficoltà della zona euro. In molte occasioni, gli economisti e i politici hanno invitato la BCE a indebolire l'euro per migliorare la situazione nei paesi in crisi. In definitiva, a metà del 2014, una combinazione di fattori, quali l'alleggerimento quantitativo (QE) europeo, l'introduzione di tassi di interesse negativi sui depositi da parte della BCE, il rallentamento (tapering) del QE negli USA, il prolungarsi della crisi dell'area euro e la ripresa dell'economia statunitense, hanno dato il via al deprezzamento dell'euro. Il tasso di cambio dell'euro è diminuito dalla media mensile di 1,37 dollari nel maggio 2014 a 1,08 dollari nel mese di marzo 2015, e nei mesi successivi ha oscillato vicino a questo livello più basso.
Il surplus delle partite correnti è più alto che in Cina
Nel 2010, quando è scoppiata la crisi dell'eurozona, la Francia e i paesi meridionali della zona euro come la Grecia, l'Italia, il Portogallo e la Spagna avevano un disavanzo cumulato delle partite correnti di 159 miliardi di euro. Questo deficit era controbilanciato da un avanzo di 145 miliardi di euro in Germania, nonché da eccedenze nei Paesi Bassi e in Irlanda. Complessivamente, la zona euro registrava un surplus di partite corrente di 36 miliardi di euro (48 miliardi di dollari) pari allo 0,4% del suo PIL. Negli anni successivi, i disavanzi delle partite correnti nei paesi meridionali della zona euro sono diminuiti o scomparsi a seguito della recessione economica e di un euro più debole. Allo stesso tempo, i surplus delle partite correnti in paesi come la Germania sono aumentati, facendo crescere il surplus complessivo dell'area euro. Nel 2015, l'eccedenza di partite correnti della zona euro, pari a 330 miliardi di euro (366 miliardi di dollari) ed equivalente al 3,6% del suo PIL, è stata la più grande tra le economie mondiali, compresa la Cina, per il terzo anno consecutivo. La zona euro è diventata una fonte importante di squilibri globali.
Il pericolo di conflitti commerciali globali
Nell'intera economia globale, sia le partite correnti che gli scambi commerciali sono per definizione equilibrati. Pertanto, mantenere enormi surplus nell'area euro significa che le altre economie del mondo devono avere notevoli deficit di partite correnti e commerciali, il che comporta una crescita economica più lenta e una maggiore disoccupazione. Tenuto conto della grande dimensione dell'economia dell'eurozona e della scala delle sue eccedenze internazionali, i partner commerciali dell'Europa non possono tollerare a lungo tale situazione. Se i surplus della zona euro continueranno, prima o poi i suoi partner scateneranno una guerra commerciale internazionale con conseguenze terribili per l'Europa, per loro stessi e per l'intera economia globale.
Le false speranze di risolvere gli squilibri interni dell'eurozona
È improbabile che la Germania distrugga volontariamente la sua sudata competitività
Un problema irrisolvibile per la BCE è che l'euro rimanga troppo forte per i paesi del Sud e troppo debole per la Germania. Anche se consentire all'euro di apprezzarsi contribuirebbe a ridurre i surplus di partite correnti, ciò aggraverebbe anche lo stress economico nei paesi del Sud. Questo, a sua volta, rafforzerebbe ulteriormente i movimenti politici populisti e anti-europei che hanno capitalizzato sulle difficoltà sociali per ottenere consensi.
Alcuni osservatori ritengono che gli squilibri interni della zona euro possono essere ridotti se la Germania aumenta la spesa in infrastrutture e permette che i suoi salari crescano più velocemente. Ma per molti tedeschi, che hanno subito le difficili riforme sociali e del mercato del lavoro nel 2003-2005, uno sforzo deliberato per ridurre gli incrementi di competitività così duramente guadagnati non è un'opzione. Il fatto che il 63% delle esportazioni tedesche vada in paesi al di fuori della zona euro - vale a dire che le imprese tedesche devono essere in grado di competere con le loro omologhe in tutto il mondo, non solo nell'unione monetaria - rende la questione ancora più delicata.
I progressi verso l'unione fiscale non aiuterebbero
Altri osservatori sostengono che un'ulteriore integrazione, in particolare dei passi avanti verso un'unione fiscale e politica, fornirebbe all'eurozona strumenti alternativi - cioè trasferimenti di ricchezza - per migliorare la competitività dei paesi depressi. Ma, come hanno imparato l'Italia e la Germania nei loro sforzi in gran parte falliti (ed estremamente costosi) per stimolare regioni non competitive, tali aspettative sono ingiustificate. Infatti, nonostante l'enorme spesa di denaro dei contribuenti - che equivale annualmente al 16% del PIL regionale dell'Italia meridionale e al 25% del PIL regionale della Germania orientale - le economie italiana e tedesca ne hanno guadagnato ben poco.
Infatti, il tentativo di migliorare la competitività delle aree depresse all'interno di un'unione monetaria attraverso i trasferimenti fiscali è una contraddizione in termini. L'afflusso di fondi verso i paesi che cercano di riconquistare competitività attraverso una politica di svalutazione interna pregiudica questa stessa politica. Mentre una politica di svalutazione interna si pone l'obiettivo di diminuire la domanda interna al fine di ridurre i prezzi e i salari, i trasferimenti fiscali in entrata aumentano la domanda interna e contribuiscono ad aumentare i salari e i prezzi, rendendo quindi più difficile riconquistare la competitività.
Nemmeno l'esperienza americana infonde speranza
I sostenitori dell'euro spesso menzionano gli Stati Uniti, simili all'Unione europea (UE) in termini di superficie totale, popolazione e livello di sviluppo economico. Concludono che, poiché l'economia statunitense può operare con successo con una sola moneta, la stessa cosa potrebbe succedere in Europa, a condizione che l'architettura della zona euro sia adeguatamente migliorata.
Tuttavia, il modo americano di trattare gli squilibri regionali sarebbe difficilmente accettabile per i paesi europei. Alcuni stati e territori USA sono destinatari permanenti di trasferimenti federali netti che superano annualmente il 10% del PIL locale. Questi trasferimenti non aiutano a risolvere i problemi di non-competitività degli Stati e dei territori beneficiari, ma semplicemente forniscono risorse per finanziare i disavanzi derivanti da tali problemi. Come dimostrato nello studio classico di Olivier Jean Blanchard e Lawrence F. Katz [2], il fattore che risolve il problema della disoccupazione più elevata nelle regioni sottosviluppate dell'America non è la "svalutazione interna", cioè l'aggiustamento salariale locale, ma l'emigrazione delle persone in età lavorativa in altre parti del paese. I punti di forza del meccanismo di aggiustamento americano (nonché alcuni dei suoi effetti estremi) si possono vedere nei casi di Detroit e Puerto Rico, come descritto da "The Economist" [3].
Detroit, l'ex capitale dell'industria automobilistica americana, ha perso migliaia di posti di lavoro. Tuttavia il livello di disoccupazione in città (5,7% nel 2015) è solo leggermente superiore alla media americana e sostanzialmente inferiore a quello dell'area euro (10,9% nel 2015). Questo perché gli abitanti hanno lasciato la città. La popolazione di Detroit è diminuita del 62%, da 1.850.000 abitanti nel 1950 a 700.000 nel 2013. Il problema della città non è la disoccupazione, ma un basso numero di abitanti, che non è in grado di finanziare le infrastrutture locali. Di conseguenza, nel 2013 Detroit ha dichiarato fallimento.
A Puerto Rico, un territorio dipendente dagli Stati Uniti, la disoccupazione è da lungo tempo limitata dall'emigrazione. Il territorio è ora abitato da 3,5 milioni di persone, mentre 5 milioni di portoricani, cioè il 59% del totale, vivono in altre parti degli Stati Uniti. Tuttavia, l'economia in contrazione e la popolazione in calo non sono più in grado di finanziare gli impegni di spesa di Puerto Rico. "The Economist" sostiene che prima o poi il governo federale dovrà assumersi alcuni dei debiti dell'isola.
All'interno dell'Unione Europea, l'area valutaria ottimale è al livello degli stati membri
Né la stagnazione di lungo periodo né l'emigrazione di massa sono soluzioni accettabili per gli Stati nazionali europei
L'Europa è costituita da paesi con lingue diverse, caratterizzati da diverse tradizioni storiche e culturali. Gli Stati nazionali costituiscono la principale fonte di identità dei cittadini; fungono anche da fonte di legittimità democratica dei governi. Per la coesione dell'Unione europea e dei suoi Stati membri, è importante che i cittadini europei dispongano delle migliori opportunità possibili per lo sviluppo personale e il benessere all'interno dei propri paesi. Né la stagnazione a lungo termine né l'emigrazione di massa sono soluzioni accettabili per le nazioni europee. Inoltre, nemmeno dei trasferimenti fiscali permanenti che finanzino i disavanzi di alcuni stati nazionali possono rappresentare una soluzione accettabile per la zona euro, come testimonia una relazione dei presidenti delle cinque principali istituzioni europee. [4]
Nelle emergenze, il tasso di cambio è un meccanismo di regolazione efficace e sostanzialmente insostituibile che migliora la competitività di una data area valutaria. Pertanto, è razionale che il potere di utilizzare questo strumento dovrebbe essere localizzato al livello comunitario, con il quale i cittadini si identificano maggiormente e al quale sono disposti a delegare la responsabilità del loro destino. Nel caso dell'Unione europea, il livello di comunità ottimale per un'area valutaria è lo Stato membro. All'interno di uno Stato nazionale, sia la migrazione che i trasferimenti fiscali permanenti non sono politicamente distruttivi e potrebbero essere accettabili.
Privare i paesi membri delle loro valute può, contrariamente alle intenzioni, minacciare il futuro dell'UE invece che promuovere un'ulteriore integrazione europea.
Note
[1] Questo articolo si basa sui seguenti testi:
• S. Kawalec and E. Pytlarczyk, Controlled Dismantlement of the Eurozone: A Strategy to Save the European Union and the Single European Market, “German Economic Review”, 14 (1), February 2013, p. 31-49.
• S. Kawalec and E. Pytlarczyk, Controlled Dismantlement of the Eurozone: A Proposal for a New European Monetary System and a New Role for the European Central Bank, National Bank of Poland Working Paper No 155, Warsaw 2013. http://www.nbp.pl/publikacje/materialy_i_studia/155_en.pdf.
• S. Kawalec, Europe’s Currency Manipulation, „Project Syndicate”, http://www.project-syndicate.org/commentary/euro-currency-manipulation-by-stefan-kawalec-2015-04, 2 April 2015.
• S. Kawalec, The permanent necessity to undervalue the euro endangers Europe’s trade relations, Paper for 12th EUROFRAME Conference on Economic Policy Issues in the European Union „Challenges for Europe 2050”, organized by the EUROFRAME group of research institutes, Vienna, Austria, 12 June 2015.
• S. Kawalec, The Euro as a Threat to European Integration, “That Sinking Feeling”, New Direction – the foundation for European reform, Autumn 2015, p. 6-9.
• S. Kawalec and E. Pytlarczyk, Paradoks euro. Jak wyjść z pułapki wspólnej waluty (The Euro Paradox: How to Break Out of the Trap of a Common Currency?), Poltext, Warszawa 2016.
[2] O. J. Blanchard, L. F. Katz, Regional Evolutions, "Brookings Papers on Economic Activity", 1:1992.
[3] "The Economist", For richer, for poorer: One way or another, America’s government will end up bailing out Puerto Rico, November 28, 2015.
[4] I presidenti della Commissione Europea, del Summit Europeo, dell'Eurogruppo, della Banca Centrale Europea, e del Parlamento Europeo, hanno presentato idee preliminari su un bilancio comune dell'eurozona sotto il termine eufemistico di "funzione di stabilizzazione fiscale dell'eurozona". In ogni caso, hanno affermato che: "non dovrebbe condurre a trasferimenti permanenti tra paesi o a trasferimenti in un'unica direzione... non dovrebbe essere nemmeno concepito come un mezzo per bilanciare i redditi tra i paesi membri". Si veda: The Five Presidents’ Report: Completing Europe’s Economic and Monetary Union, report by: Jean-Claude Juncker in close cooperation with Donald Tusk, Jeroen Dijsselbloem, Mario Draghi, and Martin Schulz, The European Commission, 22 June 2015, p. 15.
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