07/03/17

Il programma di Marine Le Pen: un progetto presidenziale in 144 punti

Un programma concreto e dettagliato, in 144 punti: presentiamo qui la traduzione degli impegni  diffusi in un documento pubblico dalla candidata alla Presidenza della Repubblica francese, Marine Le Pen.  Nel programma troviamo, al primo punto, il tema centrale del recupero della sovranità monetaria, legislativa, territoriale, economica - giustamente definito chiave di un progetto europeo che rispetti l'interesse dei popoli.  E poi molti altri temi che dovrebbero appartenere a una sinistra degna di questo nome: dalla abolizione della Loi Travail (punto 53) alla difesa delle 35 ore (punto 63), dal rifiuto dei trattati di libero scambio (punto 127) al ritorno del finanziamento diretto del Tesoro da parte della Banca di Francia per liberarsi della dipendenza dai mercati finanziari (punto 43).
Ancora una volta, nel difficile compito di commentare l'atteggiamento follemente autodistruttivo (proprio perché lesivo degli interessi dei propri elettori) di una ormai sedicente sinistra superata a sinistra dalla destra, ci aiuta una frase di chi ha da anni previsto e messo in guardia contro questi eventi: "Siamo arrivati all'odioso momento della storia in cui il dissenso è incarnato da forze 'reazionarie'" (Alberto Bagnai).

 

Documento pubblicato nel febbraio 2017

 

Traduzione di @giovaguerrato, @cacciadominioni e @cla76canepa

 

“Rimettere in ordine la Francia, in cinque anni.

Questo è l’impegno che prendo.”

 

Il mio progetto contiene 144 grandi interventi che verranno illustrati dettagliatamente durante la campagna elettorale. Attraverso questo documento ho voluto permettervi di controllare la mia azione alla guida dello Stato nel corso del quinquennio. Senza questo controllo, non esiste una democrazia sana.

L’obiettivo di questo progetto è innanzi tutto restituire alla Francia la sua libertà e ridare la parola al popolo. Perché è nel vostro nome, e per il solo vostro beneficio, che devono essere condotte tutte le politiche nazionali.

Voglio anche ridare ai francesi la loro ricchezza, perché per troppi anni la nostra politica sociale e fiscale ha impoverito le classi medie e popolari, arricchendo le multinazionali e dilapidando il denaro pubblico attraverso un’immigrazione totalmente incontrollata.

 

Il mio progetto, lo potrete constatare, consiste in una vera e propria rivoluzione della vicinanza. Vicinanza  democratica: voglio che le decisioni siano prese il più possibile dai cittadini e direttamente controllate da loro. Vicinanza economica: è necessario riorganizzare il nostro territorio, mettere tutti in condizione di usufruire dei servizi pubblici, rilocalizzare le nostre imprese e quindi i posti di lavoro. Mai più nessun francese, mai più nessun angolo di Francia, compresi i territori d’Oltremare, per i quali ho già presentato il mio progetto completo, dovranno essere dimenticati.

 

Voi siete consapevoli che questa elezione presidenziale metterà l’una di fronte all’altra due visioni. Da una parte la scelta "mondialista", rappresentata da tutti i miei avversari, che cerca di distruggere i nostri equilibri economici e sociali, che vuole l’abolizione di tutte le frontiere, economiche e fisiche, e che vuole sempre più immigrazione e meno coesione tra i Francesi. Dall’altra parte la scelta patriottica, che io incarno in queste elezioni, che mette la difesa della nazione e del popolo al centro di tutte le decisioni pubbliche e che soprattutto vuole la protezione della nostra identità nazionale, la nostra indipendenza, l’unità dei Francesi, la giustizia sociale e la prosperità di tutti.

 

Questa scelta fra due grandi visioni, sarà la vostra, sarà una scelta di civiltà. E si ripercuoterà sull’avvenire dei nostri figli.

 

 

 

  1. UNA FRANCIA LIBERA


 RESTITUIRE ALLA FRANCIA LA PROPRIA SOVRANITA’ NAZIONALE. 

VERSO UN’EUROPA DELLE NAZIONI INDIPENDENTI AL SERVIZIO DEI POPOLI 

 

  1. Ritrovare la nostra libertà e il controllo sul nostro destino restituendo al popolo la sua sovranità (monetaria, legislativa, territoriale, economica). Per questo, intavoleremo una trattativa con i nostri partner europei, che sarà seguita da un referendum sulla nostra appartenenza all’Unione europea. L’obiettivo è arrivare a un progetto europeo rispettoso dell’indipendenza della Francia, delle sovranità nazionali e che serva gli interessi dei popoli.


 

RIFORME ISTITUZIONALI: RIDARE LA PAROLA AL POPOLO
E STABILIRE UNA DEMOCRAZIA DI VICINANZA.


 

  1. Indire un referendum di revisione costituzionale e vincolare a referendum popolare tutte le future revisioni della Costituzione. Allargare il campo di applicazione dell’art. 11 della Costituzione.

  2. Permettere la rappresentatività di tutti i Francesi, attraverso il sistema elettorale proporzionale. All’Assemblea Nazionale vigerà il sistema proporzionale, con un premio di maggioranza del 30% dei seggi per la lista più votata ed uno sbarramento al 5%.

  3. Abbassare il numero dei deputati a 300 (contro i 577 attuali) e il numero dei senatori a 200 (contro i 348 di attuali).

  4. Creare un vero referendum d’iniziativa popolare, su proposta di almeno 500.000 elettori.

  5. Mantenere solo tre livelli di Amministrazione pubblica in luogo dei sei attuali: Comuni, Dipartimenti e Stato. Questa riforma sarà garanzia di:



  • semplificazione (eliminazione di sovrapposizioni e ripartizione chiara delle competenze);

  • vicinanza (dando più peso agli eletti che i Francesi conoscono, come i sindaci);

  • contenimento dei costi(in particolare sulle indennità degli eletti e i costi di funzionamento). Questo permetterà rapidamente un abbassamento delle imposte locali.


Valorizzare di conseguenza il ruolo e lo status dei sindaci delle piccole e medie comunità.

 

RIPORTARE LA FRANCIA A ESSERE UN PAESE DI LIBERTÀ

 

  1. Garantire la libertà di espressione e le libertà digitaliattraverso la loro iscrizione tra le libertà fondamentali protette dalla Costituzione, ma rafforzando la lotta contro il cyber-jihadismo e la pedo-criminalità. In parallelo, semplificare per coloro che ne sono vittime le procedure per riconoscere la diffamazione o l’ingiuria.

  2. Emettere un atto istituzionale a tutela della protezione dei dati personali dei francesi, in particolare attraverso l’obbligo di archiviazione di questi dati su server localizzati in Francia.

  3. Difendere i diritti delle donne: lottare contro l’islamismo che limita le loro libertà fondamentali; mettere in campo un piano nazionale per l’uguaglianza salariale donna/uomo e lottare contro la precarietà professionale e sociale.

  4. Assicurare il rispetto della libertà di associazione entro i soli limiti richiesti dall’ordine pubblico e sostenere le piccole strutture associative culturali, sportive umanitarie, sociali, educative ecc., che animano la vita dei nostri territori. Instaurare una vera libertà sindacale attraverso la soppressione del monopolio di rappresentatività e correggere la vita sindacale con un controllo pubblico del finanziamento ai sindacati.

  5. Garantire la libertà di istruzione dei propri figli, ma monitorando più strettamente la compatibilità degli insegnamenti dispensati negli istituti privati con i valori della Repubblica.

  6. UNA FRANCIA SICURA


RISTABILIRE L’ORDINE REPUBBLICANO E LO STATO DI DIRITTO DAPPERTUTTO E PER TUTTI

 

  1. Ristabilire la sicurezza, garantendo la protezione delle libertà individuali.

  2. Potenziare in modo massiccio le forze dell’ordine: nel personale (piano di reclutamento di 15.000 poliziotti e gendarmi) nei materiali (modernizzazione degli equipaggiamenti, dei commissariati e delle caserme, adattamento delle dotazioni alle nuove minacce), ma anche moralmente e giuridicamente (soprattutto per la presunzione di legittima difesa). Garantire lo status militare dei gendarmi.

  3. Focalizzare l’attività di polizia e gendarmeria sulla loro missione di sicurezza pubblica, liberandole da incombenze burocratiche e amministrative.

  4. Mettere in campo un piano di disarmo delle periferie che lo richiedono e ristabilire la presenza dello Stato nelle aree fuori controllo.Sorvegliare i 5. 000 capi delle bande delinquenti e criminali identificate dal ministero dell’Interno. Al fine d’impedirne la ricostituzione, aggiungere alla condanna penale l’ingiunzione civile di allontanamento.

  5. Ristabilire i servizi di intelligence localiper lottare contro i traffici criminali.


 

UNA RISPOSTA PENALE FERMA E RAPIDA

 

  1. Applicare la tolleranza zero e togliere di mezzo il lassismo giudiziario con l’abrogazione delle leggi penali lassiste (come la legge Toubira), il ripristino delle pene minime e la soppressione della remissione automatica delle pene.

  2. Lottare contro la delinquenza minorile responsabilizzando i genitori con la soppressione del versamento degli aiuti sociali ai genitori di minori recidivi in caso di carenza educativa manifesta.

  3. Istituire un ergastolo reale non riducibile per i crimini più gravi.

  4. Creare 40.000 posti supplementari nelle carcerientro 5 anni.

  5. Ristabilire l’espulsione automatica dei criminali e dei delinquenti stranieri. Stipulare accordi bilaterali che permettano che gli stranieri condannati scontino le loro pene nei paesi d’origine.

  6. Riportare sotto il controllo del ministero dell’Interno l’amministrazione penitenziaria e rafforzare la raccolta di informazioni sui detenuti.

  7. Aumentare l’organico dei magistrati, soprattutto con reclutamento esterno. Al fine di rompere con la cultura del lassismo, sopprimere la Scuola Nazionale di Magistratura e creare una filiera di formazione comune alle carriere giudiziarie (con delle scuole di applicazione).


 

RISTABILIRE FRONTIERE DI PROTEZIONE E FERMARE L’IMMIGRAZIONE INCONTROLLATA

 

  1. Ristabilire le frontiere nazionali e uscire dallo spazio Schengen (per i lavoratori frontalieri sarà stabilito un permesso speciale che agevoli loro il passaggio). Ricostituire gli effettivi soppressi nelle dogane con il reclutamento di 6.000 agenti durante il quinquennio.

  2. Rendere impossibile la regolarizzazione o la naturalizzazione degli stranieri in situazione illegale. Semplificare e automatizzare la loro espulsione.

  3. Ridurre l’immigrazione legale a 10.000 unità all'anno. Mettere fine all’automatismo dei ricongiungimenti familiari così come all’acquisizione automatica della nazionalità francese per matrimonio. Eliminare le azioni che fomentano l'immigrazione.

  4. Eliminare lo ius soli: l’acquisizione della nazionalità francese sarà possibile unicamente attraverso la filiazione o la naturalizzazione, le cui condizioni saranno rese inoltre più restrittive. Sopprimere la doppia nazionalità extra-europea.

  5. Ritornare allo spirito iniziale del diritto d’asilo che potrà essere accordato solo a fronte di domande depositate presso ambasciate e consolati francesi nei paesi d’origine o nei paesi limitrofi.


 

SRADICARE IL TERRORISMO E SPEZZARE LE RETI FONDAMENTALISTE ISLAMICHE

 

  1. 29. Interdire e sciogliere tutte le organizzazioni legate per loro natura al fondamentalismo islamico. Espellere tutti gli stranieri collegati al fondamentalismo islamico , soprattutto le schede S (schede segnaletiche concernenti la sicurezza dello Stato ndt).

  2. Chiudere tutte le moschee estremiste recensite dal ministero dell’Interno e vietare il finanziamento straniero dei luoghi di culto e del loro personale. Vietare tutti i finanziamenti pubblici (Stato, collettività territoriali) dei luoghi di culto e delle attività di culto.

  3. Lottare contro le reti jihadiste: disconoscimento della nazionalità francese, espulsione e interdizione dal territorio per tutti coloro con la doppia cittadinanza legati a una rete jihadista. Applicare l’articolo 441-4 del codice penale sull’intensa col nemico, mettere in detenzione preventiva tutti gli individui di nazionalità francese in collegamento con un’organizzazione straniera che provochino atti ostili o aggressioni contro la Francia e i francesi. Redigere delle liste di queste organizzazioni.

  4. Ristabilire l’indegnità nazionale per gli individui colpevoli di crimini e delitti legati al terrorismo islamista.

  5. Rafforzare i servizi d’informazione interni ed esteri con mezzi e uomini. Creare un’agenzia unica di lotta al terrorismo collegata direttamente al Primo Ministro, incaricata dell’analisi delle minacce e della coordinazione operativa.


 

III. UNA FRANCIA PROSPERA

UN NUOVO MODELLO PATRIOTTICO A FAVORE DEL LAVORO

 

  1.  Stabilire un piano di reindustrializzazione nel quadro di una cooperazione che associ l’industria e lo Stato-stratega per privilegiare l’economia reale contro la finanza speculativa.

  2. Sostenere le imprese francesi contro la concorrenza internazionale sleale con la creazione di un protezionismo intelligente e il recupero della moneta nazionale adatta alla nostra economia, leva della nostra competitività.

  3. Per assicurare la protezione dei consumatori e una concorrenza leale, vietare l’importazione e la vendita di prodotti provenienti dall’estero che non rispettino le norme imposte ai produttori francesi. Parallelamente, sostenere il “Made in France” con un’etichettatura obbligatoria, chiara e trasparente sull’origine di prodotti e alimenti commercializzati in Francia.

  4. Instaurare un vero patriottismo economico liberandosi dei vincoli europei e riservando gli acquisti per la pubblica amministrazione alle imprese francesi se lo scarto fra i prezzi è ragionevole. Riservare una parte delle commesse pubbliche alle PMI.

  5. Sopprimere sul nostro territorio la direttiva “distaccamento dei lavoratori” che qui ha creato una concorrenza sleale inammissibile. Instaurare una tassa addizionale sull’assunzione di lavoratori stranieri al fine di assicurare effettivamente la precedenza ai lavoratori francesi.

  6. Assicurare la protezione dei fattori strategici e trainanti attraverso un controllo degli investimenti stranieri che attentano agli interessi nazionali grazie a un’Autorità di Sicurezza Economica. Creare sotto la tutela della Cassa dei depositi e delle Consegne un fondo sovrano con la doppia missione di proteggere le imprese dai fondi avvoltoio o dalle Opa ostili e di acquisire partecipazioni in settori trainanti.

  7. Creare un segretariato di Stato dedicato ai cambiamenti economici collegato al ministero delle Finanze al fine di anticipare le evoluzioni delle forme di lavoro legate alle nuove tecnologie (uberizzazione, robotizzazione, economia di condivisione). In collaborazione con i settori interessati, stabilire una nuova regolamentazione, per preservare una concorrenza leale.

  8. Promuovere l’innovazione in Francia, impedendo per dieci anni, se ci sono state sovvenzioni pubbliche, che la società sia ceduta a una società straniera. Promuovere i settori strategici della ricerca e della innovazione, aumentando la deducibilità fiscale delle donazioni. Aumentare del 30% il budget pubblico della ricerca (per portarlo all’1%del PIL).


42 Creazione di un Ministero del Mare e dei Territori d'Oltremare per valorizzare la vocazione marittima della Francia e sviluppare un ampio piano d'investimenti per l'economia del nostro 'oro blu'.

43 Riordino delle finanze pubbliche attraverso l'eliminazione di alcune cattive spese (in particolare quelle legate all'immigrazione e all'Unione Europea) e la lotta all'evasione fiscale e agli abusi. Liberarsi della dipendenza dai mercati finanziari attraverso il finanziamento diretto del Tesoro da parte della Banca di Francia.

 

SOSTENERE LE IMPRESE PRIVILEGIANDO L'ECONOMIA REALE

 

  1. Semplificazione della burocrazia e del fisco per le piccole e medie imprese: sportello unico dedicato (sociale, fiscale ed amministrativo), estensione del 'titre emploi service entreprise' (norma amministrativa per semplificare le assunzioni e la gestione del personale, ndT) alle piccole imprese, sostituzione della valutazione di lavoro usurante, inapplicabile nella sua forma attuale, con una nuova regolamentazione basata su valutazioni personalizzate attraverso la medicina del lavoro, che verrà ricostituita completamente. Il carattere usurante della professione, una volta accertato, verrà compensato da maggiorazioni sulla pensione.

  2. Per favorire le assunzioni, si dovranno ridurre gli obblighi amministrativi per le aziende fino a 50 dipendenti, ed incorporare gli organi rappresentativi del personale delle aziende tra i 50 e i 300 dipendenti (fuori dalla rappresentanza sindacale) in una struttura unica che mantenga le stesse competenze.

  3. Significativa diminuzione degli oneri sociali per le PMI attraverso l'accorpamento dell'insieme dei dispositivi di esenzione degli oneri stessi in modo decrescente (il CICE, Credito d'imposta per la competitività e l'impiego, verrà trasformato in riduzione degli oneri e sarà introdotto nel dispositivo).


47 Mantenimento dell'aliquota ridotta al 15% per le micro e piccole imprese e creazione di un’aliquota intermedia al 24% (anziché al 33%) per le PMI. Semplificazione dei trasferimenti d'impresa mediante l'esenzione totale della cessione delle plusvalenze di quote e azioni delle PMI fino a 7 anni.

48 Obbligo per lo Stato e per gli Enti locali di rispettare i termini di pagamento applicando penali che siano davvero cogenti ed automatiche.

49 Semplificare l'accesso al credito per le micro e piccole aziende attraverso tassi agevolati supervisionati dalla Banque de France per far sì che la finanza torni al servizio dell'economia reale.

50 Dimezzamento del tetto massimo dei tassi d'interesse (tasso di usura) per prestiti e scoperti contratti da aziende e famiglie.

51 Rendere la Francia terra d'innovazione: riorientare il Credito d'Imposta per la Ricerca verso le PMI e le start-up, indirizzare una parte dell'assicurazione sulla vita (2%) verso il capitale di rischio e le start-up ed indurre i grandi gruppi a creare propri fondi d'investimento in aziende innovative.

 

GARANTIRE LA PROTEZIONE SOCIALE

 

52 Età pensionabile fissata a 60 anni con 40 anni di contributi per accedere alla piena pensione.

53 Abolizione della Loi Travail.

54 Aumento progressivo del massimale del quoziente familiare, reintroduzione della reversibilità e defiscalizzazione della maggiorazione delle pensioni di anzianità per i genitori di famiglie numerose.

55 Mettere in opera una vera politica per la natalità delle sole famiglie francesi, ristabilendo il principio di universalità delle indennità familiari e mantenendone l'indicizzazione al costo della vita. Ristabilire la libera ripartizione del congedo parentale tra i genitori.

56 Implementare la solidarietà intragenerazionale, consentendo a ciascun genitore di trasferire senza tassazione fino a 100.000,00 euro a ogni figlio ogni cinque anni (invece dei quindici anni attuali) e aumentando il tetto delle donazioni senza tassazione ai nipoti fino a 50.000,00 euro, sempre ogni cinque anni.

57 Creare uno scudo sociale per gli autonomi, offrendo loro la possibilità di aderire al sistema generale oppure mantenere il regime dedicato, dopo una revisione totale della RSI (Sistema previdenziale per gli autonomi) che funzionerà sulla base di auto-dichiarazioni trimestrali dei redditi.

 

INTERVENTI SUL POTERE D'ACQUISTO

 

58 Aggiornare l'età minima pensionabile in tutto il paese, anche nei territori d’oltre mare, a condizione di possedere la nazionalità francese oppure almeno venti anni di residenza su suolo francese,permettendo così di aumentare le pensioni minime.

59 Introdurre un 'Premio in favore del potere d'acquisto' (PPA) per i redditi e le pensioni più basse (fino a 1.500,00 euro al mese), finanziato da un contributo sociale del 3% sulle importazioni.

60 Abbattimento immediato del 5% delle tariffe regolamentate di gas ed energia elettrica.

61 Rendere sicuri i depositi e risparmi dei Francesi abrogando la direttiva europea sull'Unione Bancaria e la disposizione di legge Sapin II, che prevedono prelievo o congelamento dei risparmi bancari e dei contratti di assicurazione sulla vita in caso di minaccia di crisi bancaria. Mantenere la libertà e il pluralismo dei mezzi di pagamento.

62 Aumentare le sanzioni contro i manager colpevoli di attività fraudolente che drenano parte del potere d'acquisto dei consumatori. Congelare le autorizzazioni per le grandi superfici e i negozi di vendita per corrispondenza, in attesa di una revisione completa delle superfici di vendita della grande distribuzione.

63 Mantenere l'orario di lavoro settimanale di 35 ore. Lasciare libertà di negoziazione di orari crescenti esclusivamente a livello dei settori professionali e a condizione che forniscano una compensazione salariale piena (37 ore pagate 37 o 39 ore pagate 39).

64 Detassare gli straordinari e mantenerne le maggiorazioni.

 

IV UNA FRANCIA GIUSTA

PROTEGGERE AL 100% LA SALUTE DEI CITTADINI FRANCESI

 

65 Garantire l'assistenza sanitaria a tutti i francesi, così come il rimborso di tutti i costi sostenuti dall'Assicurazione sanitaria (previdenza sociale). Sostenerne il finanziamento semplificando l'amministrazione del sistema, lottando contro la cattiva gestione finanziaria e investendo in nuovi strumenti digitali per avere risparmi duraturi.

66 Aumentare secondo necessità il numero chiuso per l'accesso ai corsi di studio in Scienze Mediche per evitare la forte dipendenza da medici stranieri e favorire il turnover. Promuovere la cooperazione tra gli operatori sanitari, riconoscendo le competenze specifiche di ciascuno.

67 Lottare contro la carenza di personale medico attraverso la creazione di stage nelle aree carenti che permetta anche ai medici in pensione di praticare la professione con deduzioni fiscali e la creazione di case di cura in loco.

68 Mantenimento massimo dei presidi sanitari territoriali ed aumento del personale degli ospedali pubblici.

69 Creazione di un settore specifico dell’assistenza sanitaria dedicato alla dipendenza, così da consentire ad ogni francese di curarsi e di vivere dignitosamente.

70 Supporto alle start-up francesi per modernizzare il sistema sanitario.

71 Realizzare dei risparmi attraverso l'eliminazione dell'Aiuto di Stato sanitario per i clandestini, lotta contro le frodi (creazione di una tessera sanitaria con i dati biometrici integrata nella carta d'identità), la riduzione del prezzo dei farmaci costosi (attraverso l'aumento della proporzione di farmaci generici), lo sviluppo della vendita unitaria dei farmaci rimborsabili (si richiederà alle aziende di modificare allo scopo le catene di produzione).

72 Protezione del sistema complementare di sanità pubblica e privata e della rete territoriale di attori sanitari indipendenti (farmacie, laboratori medici etc.).

73 Riorganizzare e chiarire il ruolo e gli obblighi delle agenzie sanitarie e di sicurezza alimentare e garantirne l'indipendenza.

 

RENDERE IL FISCO PIÙ GIUSTO

 

74 Garantire una contribuzione fiscale equa, rifiutando qualsiasi aumento dell'IVA e del CSG (contributo sociale generalizzato) e della ISF.

75 Diminuzione delle imposte sul reddito del 10% sulle prime tre tranches.

76 Semplificazione fiscale con l'eliminazione delle tasse a bassissimo rendimento.

77 Abolire la ritenuta alla fonte per proteggere la privacy dei francesi e per evitare complessità amministrative supplementari alle imprese.

78 Lottare efficacemente contro l'evasione fiscale per preservare il nostro modello sociale attaccando i paradisi fiscali e creando una tassazione sulle attività svolte in Francia dai maggiori gruppi e sui profitti presumibilmente sottratti. Continuare, a questo fine, la cooperazione fiscale internazionale.

79 Negare l'accesso ai mercati pubblici alle multinazionali che praticano l'evasione fiscale e si rifiutano di regolarizzare la loro situazione.

80 Disconoscere le convenzioni fiscali con i paesi del Golfo che concedono privilegi indebiti e che facilitano la scalata alle attività francesi attraverso i petrodollari, contrastando l'interesse nazionale.

 

PERMETTERE A CIASCUNO DI TROVARE IL SUO POSTO

 

81 Rivalorizzare il lavoro manuale attraverso la creazione di reti professionali di eccellenza (sopprimere progressivamente il 'collège unique' - ciclo del sistema scolastico corrispondente più o meno alla nostra scuola media ndt -, autorizzare l'apprendistato dai 14 anni). Creare in tutto il paese scuole superiori tecniche e professionali come seconda possibilità per gli studenti che lasciano la scuola senza un diploma.

82 Creazione di una normativa "primo lavoro" che esoneri totalmente le aziende dai costi legati alla prima assunzione di un giovane sotto i 21 anni per un periodo massimo di due anni.

83 Per una vera giustizia sociale, trasferire agli istituti superiori di istruzione generale e professionale l'onere di trovare uno stage per ogni studente.

84 Estendere all'intero paese il Service Militaire Adapté (istituzione militare per l'inserimento socioprofessionale ndt), prendendo a modello quello in vigore nei territori d'oltremare.

85 Estendere e generalizzare il terzo concorso del servizio pubblico riservandolo a chi ha più di 45 anni e almeno otto anni di esperienza nel settore privato.

86 Scongelare e aggiornare l'indicizzazione per i funzionari del settore pubblico. Preservare lo statuto della funzione pubblica. Nel rispetto del principio di uguaglianza, stabilire in due giorni l'attesa del pagamento delle indennità giornaliere di assicurazione sanitaria, sia nel settore pubblico che in quello privato.

87 Nonostante le pressioni delle autorità sovranazionali, mantenere il divieto di maternità surrogata e mantenere la procreazione medicalmente assistita come risposta ai problemi di fertilità. Creare per legge unioni civili (una PACS migliorata) che sostituiranno le disposizioni della legge Taubira senza effetto retroattivo.

88 Rendere più efficaci le Indennità per adulti disabili (AAH), fornire più risorse agli enti territoriali che si occupano di disabilità (MDPH) ed implementare un'assistenza adeguata per i disturbi autistici e di tutto lo spettro autistico. Le autorità pubbliche devono fornire un maggiore sostegno alle persone con disabilità e alle loro famiglie.

89 Facilitare l'accesso al lavoro per le persone disabili, rafforzare la lotta contro ogni forma di discriminazione legata alla disabilità e alla salute ed estendere il diritto all'oblio in caso di grave malattia in remissione a lungo termine, a distanza massima di 5 anni. Imporre uno standard di accessibilità per i non vedenti e non udenti.

90 Avviare una revisione completa delle strutture per l'accoglienza e la cura dei bambini al fine di contenere alcuni eccessi riscontrati in alcune di esse. Riorganizzare e migliorare le politiche di assistenza sociale per l’infanzia.

 

  1. UNA FRANCIA FIERA


DIFENDERE L'UNITÀ E L'IDENTITÀ NAZIONALE 

 

91 Difendere l'identità nazionale, i valori e le tradizioni della civiltà francese. Inserire nella Costituzione la difesa e la promozione del nostro patrimonio storico e culturale.

92 Rendere la cittadinanza francese un privilegio per tutti i francesi attraverso l'inserimento nella Costituzione della priorità nazionale.

93 Fare esporre in modo permanente su tutti gli edifici pubblici la bandiera francese e far rimuovere la bandiera europea.

94 Rivalutare le pensioni degli ex-combattenti riallocando i fondi disponibili.

95 Promuovere la laicità e la lotta contro il comunitarismo. Inserire nella Costituzione il seguente principio: "La Repubblica non riconosce alcuna comunità". Ripristinare la laicità in ogni luogo, estendendola all'intero mondo pubblico ed inserirlo nel Codice del lavoro.

96 Difendere la lingua francese. Abrogare in particolare le disposizioni della legge Fioraso che consentono di limitare l'insegnamento in lingua francese francesi.

97 Rafforzare l'unità della nazione attraverso la promozione della storia nazionale e il rifiuto delle scuse di Stato che creano divisioni.

98 Promuovere il principio di assimilazione repubblicana, principio più stringente della sola integrazione.

99 Ripristinare la vera uguaglianza e meritocrazia rifiutando il principio di "discriminazione positiva".

100 Difendere l'unità e l'integrità del territorio francese riaffermando il legame indissolubile tra la Francia e i territori d'oltremare.

 

UNA FRANCIA CHE TRASMETTE E SI TRASMETTE

 

  1. Assicurare la trasmissione delle conoscenze rinforzando gli insegnamenti fondamentali (francese, storia, matematica). Alla scuola primaria, dedicare la metà delle ore di insegnamento al francese, sia scritto che orale. Eliminare «l’insegnamento delle lingue e culture d’origine» (ELCO).

  2. Fare della scuola un «rifugio inviolabile dove i dissidi degli uomini non entrano» (Jean Zay), imponendo non solo la laicità ma anche la neutralità e la sicurezza.

  3. Ristabilire l’autorità e il rispetto dell’insegnante e reintrodurre l’uso della divisa a scuola.

  4. Ritornare sulla riforma del calendario scolastico.

  5. Ristabilire un’autentica uguaglianza di opportunità, ritrovando la via della meritocrazia repubblicana.

  6. All’università, passare da una selezione per esclusione a una selezione per merito.Rifiuto dell’estrazione a sorte come metodo di selezione. Rivalorizzare le borse di studio per merito. Difendere il modello d’insegnamento superiore francese che passa attraverso la complementarietà dell’università e delle grandes écoles.

  7. Sviluppare massicciamente l’alternanza (contratto d’apprendistato, contratto di professionalizzazione) nell’artigianato, nel settore pubblico e privato, e rendere la formazione professionale più efficace, meno opaca e meno costosa.


 

UNA FRANCIA CHE CREI E CHE IRRAGGI

 

  1. Rinforzare la rete di scuole e licei francesi nel mondo.

  2. Sviluppare il mecenatismo popolare (fundraising n.d.T) attraverso la creazione di una piattaforma digitale dedicata.

  3. Elaborare una legge di programmazione di interventi per la cura e preservazione del patrimonio. Aumentare il budget allocato del 25 %.

  4. Mettere fine alla politica di vendita a stranieri e a privati di palazzi ed edifici nazionali.

  5. Lanciare un grande piano nazionale di creazione di percorsi di studio (licei, università) dei mestieri dell’artee creare una rete di vivai di artisti su tutto il territorio. Reintrodurre una vera educazione musicale generalista nelle scuole.

  6. Riformare il Consiglio Superiore dell’Audiovisivo con la creazione di tre collegi: uno composto da rappresentanti dello Stato, il secondo da professionisti, il terzo da rappresentanti della società civile (associazioni di consumatori, di telespettatori, ecc.)

  7. Rimettere ordine nello status di “intermittente dello spettacolo” (qualifica che permette a chi lavora in modo precario per tv, cinema e teatro, di beneficiare di un sussidio di disoccupazione – n.d.T.)  con la creazione di un tesserino professionale, al fine di preservare questo sistema e, allo stesso tempo, assicurare un migliore controllo delle strutture che ne abusano.

  8. Eliminare Hadopi(garante per la protezione dei diritti d’autore in internet- ndT) e aprire il cantiere della licenza globale.

  9. Creare un «contratto sportivo di alto livello» della durata di tre anni e rinnovabile,che permetta agli sportivi dilettanti, che rappresentano la Nazione nelle gare internazionali, di vivere decorosamente e di consacrarsi interamente alla propria disciplina.

  10. Sostenere le piccole squadre al fine di promuovere al massimo la presenza di giocatori francesi nelle squadre professioniste e lottare contro la finanziarizzazione dello sport professionale.Rafforzare le azioni contro la violenza nello sport dilettantisticoe imporre il severo rispetto della laicità e della neutralità in tutti i club sportivi.


 

  1. UNA FRANCIA POTENTE


FARE RISPETTARE LA FRANCIA

 

  1. Lasciare il comando militare integrato della NATOperché la Francia non venga trascinata in guerre non sue.

  2. Assicurare una capacità di Difesa autonoma in tutti i settori.

  3. Ricostituire, in tutti i settori della Difesa, un’offerta industriale francese, per rispondere ai bisogni delle nostre forze armate e garantire la nostra indipendenza strategica.

  4. Aumentare, dal primo anno del mandato, il budget della Difesa portandolo al 2% del PIL, per poi tendere al 3% in vista della fine del quinquennio. Questa soglia minima del 2% verrà inserita in Costituzione. Questo sforzo sostanziale permetterà di finanziare:



  • una seconda portaerei battezzata « Richelieu », indispensabile alla permanenza in mare della nostra flotta aeronavale;

  • un aumento degli effettivi (per riportarlo al livello del 2007, cioè un incremento di circa 50.000 unità);

  • il consolidamento della nostra forza di dissuasione nucleare;

  • l’incremento generale della nostra forza militare (più aerei, più navi, più blindati) e la modernizzazione delle dotazioni;

  • la reintroduzione progressiva del servizio militare (minimo obbligatorio 3 mesi).


 

RENDERE DI NUOVO LA FRANCIA UNO DEI PRIMI PAESI AL MONDO

 

  1. Impegnare la Francia al servizio di un mondo multipolare fondato sull’uguaglianza dei diritti delle nazioni, in un dialogo permanente e nel rispetto dell’indipendenza di ognuna. Fondare la politica internazionale sul principio del realismo e restituire alla Francia il suo ruolo di potenza di stabilità ed equilibrio.

  2. Rafforzare i legami con i paesi che condividono la nostra lingua.

  3. Mettere in opera una vera politica di collaborazione per lo sviluppo con i paesi dell’Africa fondata prioritariamente sull’aiuto allo sviluppo della scuola primaria, il miglioramento dei sistemi di coltivazione, lo sviluppo dei mezzi di Difesa e sicurezza.


 

VII. UNA FRANCIA STABILE

LA FRANCIA, POTENZA AGRICOLA AL SERVIZIO DI UNA ALIMENTAZIONE SANA

 

  1. Applicare il patriottismo economico ai prodotti agricoli francesi per sostenere da subito i nostri contadini e i nostri pescatori, in particolar modo attraverso la domanda pubblica (Stato e collettività).

  2. Trasformare la Politica Agricola Comune in Politica Agricola Francese. Garantire sovvenzioni il cui ammontare sarà stabilito dalla Francia e non più dall’Unione Europea, con l’obiettivo di salvare e sostenere il modello francese di azienda agricola familiare.

  3. Rifiutare i trattati di libero scambio (TAFTA, CETA, Australia, Nuova-Zelanda etc.). Sviluppare la filiera corta dalla produzione al consumo, riorganizzando la distribuzione.

  4. Semplificare il lavoro degli agricoltori bloccando l’aumento vertiginoso delle norme amministrative e incoraggiare l’assunzione di giovani agricoltori tramite la defiscalizzazione dei primi anni di impiego.

  5. Difendere la qualità: per combattere la concorrenza sleale, vietare l’importazione di prodotti agricoli e alimentari che non rispettino le norme di produzione francese in materia di sicurezza sanitaria, benessere animale e rispetto dell’ambiente. Imporre la tracciabilità totale dell’origine geografica e del luogo di trasformazione sull’etichetta, in modo da garantire la trasparenza e l’informazione completa dei consumatori.

  6. Promuovere le esportazioni agricole, in particolare sostenendo i marchi di qualità.


 

AMBIENTE E ENERGIA: LA FRANCIA DEVE PUNTARE ALL’ECCELLENZA

 

  1. Per preservare l’ambiente, rompere con il modello economico fondato sulla mondializzazione selvaggia degli scambi e il dumping sociale, sanitario e ambientale; la vera ecologia consiste nel produrre e consumare nelle immediate vicinanze e trasformare sul posto.

  2. Al fine di lottare contro la precarietà energetica e agire direttamente sul potere d’acquisto dei Francesi, fare dell’isolamento termico degli immobili una priorità del budget del quinquennio, perché l’energia meno cara è quella che non si consuma.

  3. Sviluppare massicciamente le filiere francesi delle energie rinnovabili (solare, gas naturale, legna) grazie a un protezionismo intelligente, al patriottismo economico, all’investimento pubblico e privato e alla domanda dell’EDF (corrispettivo dell’Enel – ndT) Decretare una moratoria immediata sull’eolico.

  4. Per mantenere, modernizzare e mettere in sicurezza la produzione nucleare francese, procedere al Grande Carenaggio (ampio programma industriale volto ad aumentare la vita delle centrali nucleari - ndT), e mantenere il controllo dello Stato sull’ EDF, restituendogli una vera missione di servizio pubblico. Rifiutare la chiusura della centrale di Fessenheim.

  5. Sostenere una filiera francese dell’idrogeno (energia pulita), con l’aiuto statale in materia di ricerca e sviluppo, al fine di ridurre la nostra dipendenza dal petrolio.

  6. Vietare lo sfruttamento del gas di scisto, finché non si saranno raggiunte condizioni soddisfacenti in materia di ambiente e di sicurezza, e applicare il principio di precauzione vietando gli OGM.

  7. Fare della protezione animale una priorità nazionale. Difendere il benessere degli animali vietando l’abbattimento non preceduto da stordimento e sostituendo il più possibile la sperimentazione animale. Rifiutare il modello delle fattorie-fabbriche, del tipo «fattoria da 1.000 mucche».


 

ASSICURARE L’UGUAGLIANZA SU TUTTO IL TERRITORIO E PROMUOVERE L’ACCESSO ALL’ALLOGGIO

 

  1. Garantire l’uguale accesso ai servizi pubblici (amministrazioni, pubblica sicurezza, acqua, sanità, trasporti, ospedali e case di cura…) su tutto il territorio e in particolare nelle zone rurali. La liberalizzazione delle ferrovie voluta dall’Unione Europea sarà rifiutata. La Posta e la SNCF (Ferrovie dello Stato – ndT) resteranno pubbliche.

  2. Raggruppare in un solo ministero l’adeguamento del territorio, i trasporti e l’alloggio. Riequilibrare la politica della cittàin favore delle zone spopolate e rurali.

  3. Facilitare l’accesso alla proprietà rinforzando l’istituto di prestiti agevolati e migliorando le condizioni di riscatto degli affittuari degli alloggi sociali, per raggiungere l’1% del parco HLM (case popolari – ndT) venduto ogni anno. Ridurre i diritti di trasferimento del 10%.

  4. Ridurre le spese per l’abitazione delle famiglie attraverso un grande piano di aiuto alla costruzione e alla riqualificazione degli alloggi, alla riduzione delle tasse sugli immobili più modesti e il blocco degli aumenti e rendendo definitivi gli APL (Aiuti Personalizzati all’alloggio – ndT) (eliminazione dell'inclusione del patrimonio nel loro calcolo). Creare una «Protezione-Abitazione-Giovani»: lanciare un grande piano di costruzione di abitazioni per studenti e rivalorizzare del 25% gli APL per i giovani fino a 27 anni fin dal primo anno del quinquennio.

  5. Riservare la precedenza ai Francesi per l’attribuzione degli alloggi popolari, senza effetto retroattivo, e indirizzarla verso coloro che ne hanno più bisogno. Applicare realmente l’obbligo di godimento pacifico, a pena di revoca immediata dell’affitto.

  6. Razionalizzare e semplificare le norme di urbanistica e costruzione per riassorbire le tensioni sul mercato degli alloggi. Sorvegliare la tutela dell’ambiente e degli spazi naturali protetti (litorali, montagne ecc.).

  7. Sostenere lo sforzo di investimento in infrastrutture, in particolare nelle zone rurali (erogazione di energia, copertura telefonica, strade) e rinazionalizzare le autostrade per restituire ai Francesi un patrimonio che hanno finanziato e di cui sono stati derubati; più generalmente rifiutare la vendita degli attivi strategici posseduti dal potere pubblico.


 

 

Questo progetto io lo metterò in opera in nome vostro, in nome del popolo, perché viva la Francia!

MLP

 

06/03/17

FT: L'Economia Greca si Contrae di Nuovo e Peggio del Previsto

Proseguendo sul tema di cui ci siamo occupati ieri, questo articolo del Financial Times conferma che l'economia greca nell'ultimo trimestre si è nuovamente contratta, e in misura molto superiore alle stime precedenti. Anche se per noi non è una sorpresa, questo dimostra come un paese periferico dell'eurozona, pur avendo già perduto l'enorme cifra di un quarto del proprio PIL, non abbia ancora terminato di recedere.

 

di Mehreen Khan, 06 marzo 2017

È molto peggio di quanto ci si aspettasse.

L'economia greca ha subito un duro colpo alla fine dello scorso anno, essendosi contratta dell'1,2 percento nell'ultimo trimestre. Ciò sottolinea il duro colpo alla crescita che ha fatto seguito al nuovo arresto delle trattative per il salvataggio da 86 miliardi ad Atene.

I dati di Elstat mostrano che l'economia si è contratta tre volte più quanto stimato inizialmente, cioè rispetto allo 0,4 percento previsto nel primo trimestre del 2016.



Si tratta del trimestre peggiore dall'estate 2015, quando ci fu il culmine della tensione sui salvataggi per la Grecia, il paese era sull'orlo del default e fu costretto a imporre controlli di capitale sul suo sistema bancario.

L'economia greca si è contratta dello 0,1 percento complessivamente nel corso del 2016. Il dato è stato pubblicato proprio mentre il primo ministro greco Alexis Tsipras diceva di attendersi una crescita "eccezionalmente alta" per il paese nell'anno in corso.

Ma l'economia greca non è riuscita a riprendersi nonostante il governo sia giunto infine ad un accordo per il terzo salvataggio internazionale con i creditori dell'Unione Europea nel luglio 2015. Si può ora dire che il paese stia soffrendo una depressione economica peggiore di quella che colpì gli Stati Uniti negli anni '30 del Novecento, avendo perso oltre un quarto del suo PIL dall'inizio del 2007, secondo il Fondo Monetario Internazionale.

Nonostante ciò i creditori della Grecia si aspettano una netta ripresa della crescita nel 2017, a seguito dei grandi progressi fatti da Atene nell'applicazione delle riforme a cui i prestiti di salvataggio erano condizionati. L'Unione europea ha messo in conto una crescita pari al 2,7 percento per il 2017.

Al momento la Grecia sta ancora aspettando l'ultima iniezione dei prestiti della seconda tranche di salvataggi concordati coi creditori, a seguito di una situazione di stallo causata dal disaccordo tra UE e FMI rispetto agli obiettivi del salvataggio e alle misure di riduzione del debito.

Klaus Regling, del Meccanismo Europeo di Stabilità, ha detto che non è "escluso" che si raggiunga un accordo entro la fine del mese, ma tutte le parti coinvolte hanno ancora molto da fare per riavvicinare le distanze, nel corso delle prossime settimane.

Elstat ha detto che la contrazione dell'ultimo trimestre è guidata essenzialmente da una diminuzione del 2,1 percento della spesa pubblica, una caduta dell'1,4 percento delle esportazioni e la contrazione dell'1,1 percento nella domanda interna da parte dei consumatori.

Un rallentamento dell'economia getta dubbi anche sulla capacità della Grecia di raggiungere l'obiettivo del 3,5 percento per il bilancio primario entro il 2018 – un punto critico fondamentale della discussione tra UE e FMI.

 

Costas Lapavitsas: La Grecia è di nuovo in crisi

 In questo approfondimento apparso su Makroskop Costas Lapavitsas, professore di economia alla SOAS di Londra ed ex membro di Syriza uscito dal partito per le sue divergenze sulla gestione della crisi,  evidenzia la crescente instabilità politica intorno alla persistente crisi greca. Il Fondo Monetario Internazionale stenta a trovare un accordo per il nuovo bailout con gli intransigenti creditori, mentre al Paese vengono imposte ulteriori misure di austerità, che tutti sanno essere impraticabili, ma sulle quali tutti - dai creditori esteri ai politici greci - prendono tempo per opportunistiche ragioni di politica interna.     In questo scenario assurdo,  l'unica nota positiva, dice Lapavitsas, è che sembrano emergere nuove forze che spingono verso soluzioni un tempo ritenute impensabili.

 

di Costas Lapavitstas, 28.02.201

traduzione di Stefano Solaro

Negli ultimi mesi, a causa del terzo piano di salvataggio firmato nell’agosto del 2015, la Grecia si è trovata nuovamente ad affrontare gravi problemi.
Tra i vari termini dell'accordo è previsto che la il Paese debba raggiungere un avanzo primario dello 0,5% del PIL nel 2016, dell' 1,75% nel 2017 e del 3,5% nel 2018 e tutti gli anni successivi. Tale richieste sono apparse talmente irrealistiche che il Fondo monetario internazionale si è rifiutato di agire da creditore nel nuovo programma. Il Fondo non solo aveva chiesto soglie ben più basse - 1,5% nel 2018 e negli anni successivi - ma aveva anche proposto un’immediata riduzione del debito, in modo che quest’ultimo fosse sostenibile per la Grecia. Inoltre, aveva aggiunto che se l'obiettivo di avanzo primario per il 2018 fosse rimasto al 3,5%, sarebbero state necessarie misure fiscali supplementari pari al 2% del PIL.

Pur senza rompere con la rovinosa logica dell’austerità e il ben noto catalogo di aggiustamenti neoliberisti, l’FMI aveva almeno mostrato qualche segno di pensiero logico. Il motivo è principalmente la perdita di credibilità accusata dal Fondo dopo il fallimento del programma di bailout del 2010. In particolare era emerso dagli stessi rapporti interni del FMI che il management aveva preso le distanze,  proprio nel momento in cui la Grecia era esposta a una forte pressione politica da parte dei creditori e agli effetti di un programma concordato senza alcun raziocinio. La conseguenza è che il FMI si trova oggi ad essere garante della Grecia con oltre 30 miliardi di euro.

Nessun ulteriore finanziamento per la Grecia

In seguito all’attuale analisi della situazione del Paese, per l’FMI era diventato impossibile stanziare dei nuovi finanziamenti per la risanamento della Grecia.
Il Fondo monetario ha addirittura evitato di portare a termine la relazione sul programma in corso, e questo è anche il motivo per il peggioramento della crisi greca nelle ultime settimane. Finché il rapporto non sarà completato, i fondi di salvataggio non saranno assegnati e, cosa ancora più grave, le banche greche non saranno in grado di partecipare al programma di QE della BCE. La Grecia si troverà nuovamente ad affrontare un'acuta crisi di liquidità, e l'economia del paese potrebbe scivolare ancora di più in recessione.

Il problema della Grecia è - ovviamente - l'atteggiamento dei creditori, in particolare della Germania e della stessa élite greca. Ma se si va oltre nel ragionamento, l’assurdità di tutto questo sta nel fatto che la Grecia persiste a rimanere nella zona euro, con tutti i limiti che questa appartenenza comporta per l'economia, la società e la sovranità nazionale. Il governo sa che in merito agli obiettivi di avanzo primario l’FMI ha ragione, pertanto sta cercando di negoziare anche un alleggerimento del debito che sia efficace. Ma i creditori non sono così facili da convincere.

D'altra parte, il governo sa anche che una sua decisione che comporti il raggiungimento dell'obiettivo del 3,5% contemplato dalle nuove misure comporterebbe un suicidio politico. Per poter respirare un po’ il governo si accontenta quindi di comportarsi come se il FMI stesse tenendo un atteggiamento eccessivamente duro e, allo stesso tempo, lo sollecita a completare il rapporto sul salvataggio nel minor tempo possibile. Dopodiché staremo a vedere…

I creditori sono più cinici rispetto al governo greco. Principalmente perché sanno che l'avanzo primario previsto non potrà mai essere raggiunto. Inoltre, non vogliono in alcun modo accettare un alleggerimento del debito, consci che ciò avrebbe delle ripercussioni politiche nei loro paesi. Allo stesso tempo, se il FMI si ritirasse dal programma di salvataggio, ciò comporterebbe complicazioni politiche gravi per Germania, Paesi Bassi e altre nazioni. In definitiva, si tratta di un problema non facilmente risolvibile, per questo i creditori cercano di rimandarlo. Dopodiché staremo a vedere…

Questo atteggiamento dei creditori ha determinato la lungaggine della seconda relazione sul programma di salvataggio per la Grecia; in particolare la Germania, l'Olanda e la Francia non hanno alcun interesse a velocizzare le operazioni. In questi paesi nel 2017 ci saranno le elezioni e l'ultima cosa che vogliono - anche in vista della crescente popolarità dei partiti di destra nella zona euro - è quella di dare l'impressione che stiano facendo concessioni di qualsiasi tipo alla Grecia. La pressione è stata quindi lasciata in eredità al governo Tsipras, che ora fa di tutto affinché il secondo rapporto venga completato, in modo che possa continuare a raccontare a casa propria che "le cose stanno andando bene".

Il prezzo dell’appartenenza all’UEM

 L’accordo provvisorio che è stato concluso il 20 febbraio nell'Eurogruppo riflette questa pressione politica. La Grecia è stata costretta a prevedere  ulteriori misure di austerità anche dopo il 2018, in modo che il Paese possa raggiungere l’assurdo obiettivo del 3,5%. Ciò rischia di tradursi in un ulteriore aumento delle tasse e in tagli alle pensioni. Non è ancora del tutto chiaro come sarà applicato questo accordo, anche perché finora nulla di definitivo è stato concordato. Il governo Tsipras ha guadagnato un po' di tempo, in quanto i creditori e il FMI hanno accettato di tornare con un team di esperti ad Atene per raggiungere un accordo. C’è da aspettarsi delle svolte sorprendenti prima che la relazione sia completata nei prossimi mesi.

Mentre si andava allegramente avanti con i litigi politici, la situazione “alla base” non ha mostrato nessun segno di progresso, come era auspicato dal governo ellenico. Il massiccio aumento delle imposte e la riduzione della spesa nel 2016 hanno, infatti, portato a un enorme avanzo primario, ma le conseguenze si stanno facendo sentire nel settore del commercio al dettaglio. Tutti gli altri indicatori economici – come gli investimenti, il commercio estero, il credito bancario, la competitività – sono appena sufficienti a indicare un minimo grado di stabilità dell'economia greca. Il PIL nel 2016 sembra essere cresciuto un po' - forse dello 0,3% - ma ciò è dovuto solo allo scarso rendimento economico del 2015 e, in parte, anche ai buoni risultati nel turismo del terzo trimestre dell’anno passato. Non ci sono però segni di una vera e propria ripresa, in quanto la deflazione interna ha portato l'economia a una fase di stallo. Questo è il prezzo a lungo termine dell’adesione stabile all’Unione monetaria europea.

La disperazione in gran parte della popolazione è visibile a occhio nudo. Allo stesso modo il rifiuto della politica finisce per trasformarsi in assoluto disprezzo per l’attuale sistema.
Kyriakos Mitsotakis, presidente dell’opposizione "Nuova Democrazia", viaggia per tutto il paese promettendo di ridurre l'obiettivo di avanzo primario al 2%, cosa che probabilmente pensa di ottenere riducendo la spesa pubblica e l’imposizione fiscale. Vuole anche approvare riforme che portino a una forte crescita, senza però violare le condizioni dell’accordo di bailout. In breve: lo stesso presidente dell’opposizione manca totalmente di serietà per ciò che concerne la politica economica. Sette anni dopo il primo programma di salvataggio il sistema politico in Grecia, come una volta i Borboni, mostra non solo di non aver imparato nulla, ma anche di non aver dimenticato nulla.

L'unica buona notizia è che ora, data l’amara disillusione del popolo greco, emergono soluzioni alternative impensabili fino a poco tempo fa, come l'uscita dalla UEM. A molti sta diventando chiaro che non esistono prospettive di una rapida ripresa economica senza il recupero del controllo degli strumenti di politica economica, che è necessariamente accompagnato dal ripristino della sovranità statale. Ci sono forze che stanno delineando soluzioni alternative per la Grecia. I prossimi mesi si prospettano colmi di sviluppi, politici e sociali.

04/03/17

FT - L’Europa inizia a pensare l’impensabile: smantellare l’eurozona

Un interessante articolo del Financial Times conferma che in Europa si sta iniziando a pensare al post-eurozona. I difetti economici insiti nell’unione valutaria, il problema dell’immigrazione e gli sviluppi geopolitici più recenti sono destinati a mettere ulteriormente sotto pressione il fragile blocco valutario. Al di là delle pubblicazioni ufficiali degli eurocrati improntate all’ottimismo (ma sempre prive di chiarezza e che fanno trasparire la mancanza di una visione unitaria del futuro), si moltiplicano le evidenze nei Parlamenti nazionali e nei think tank che l’eurozona è ormai messa in discussione. Diventa sempre più importante e urgente aprire un dibattito su come gestire la sua disgregazione e verso quale assetto tendere una volta superata questa fallimentare struttura economica.

 

Di Tony Barber, 3 marzo 2017

Per farsi un’idea dell’incertezza che aleggia sul destino dell’Unione europea, basta leggere il “libro bianco” dei Jean-Claude Juncker riguardo il futuro dell’Europa.

Mercoledì questo documento del Presidente della Commissione europea è stato reso pubblico, e conteneva addirittura cinque possibili scenari per l’evoluzione dell’UE da qui al 2025: “tirare avanti”, “nient’altro che il mercato unico”, “quelli che vogliono fare di più fanno di più”, “fare meno in maniera più efficiente” e “fare molto di più insieme”.

La vaghezza e genericità del libro bianco è comprensibile. Mentre si avvicinano le elezioni in Olanda, Bulgaria, Francia, Germania e in Repubblica Ceca, non c’è praticamente nessun governo che abbia voglia di seguire le ambiziose iniziative di Juncker.

Tuttavia, i governi si rendono conto che l’Europa sta creando rischi al mondo intero in una maniera che non si era più verificata dalla fine della guerra fredda negli anni 1989-91. Gli strateghi di politica estera a Berlino, Parigi e nelle altre capitali stanno rivedendo le loro posizioni a lungo condivise sull’inevitabilità dell’integrazione europea e la stabilità dell’alleanza Europa-USA nell’ambito della sicurezza.

L’Europa “a più velocità”, che incoraggia alcuni paesi a integrarsi più velocemente di altri, è tornata di moda. Questa idea, attraente in special modo per alcune parti dell’Europa occidentale, ha ricevuto sostegno da Jean-Marc Ayrault e Sigmar Gabriel, i Ministri degli esteri di Francia e Germania. Un’altra idea è di aumentare la collaborazione nella difesa, in modo che in questo campo l’UE diventi per gli Stati Uniti un partner più credibile.

Al di là di queste proposte relativamente prudenti, alcuni responsabili politici e analisti indipendenti stanno pensando l’impensabile. Un esempio è il report di MacroGeo, una società di consulenza presieduta da Carlo de Benedetti, un veterano della comunità imprenditoriale italiana. Il report “L’Europa al tempo di Trump e della Brexit: Disintegrazione e Riorganizzazione”, arriva a conclusioni coraggiose. Afferma che l’UE nella sua forma attuale con ogni probabilità va incontro alla decomposizione, anche se dovessero vincere le elezioni di quest’anno politici pro-integrazione come Emmanuel Macron, il centrista indipendente francese, e Martin Schulz, il social democratico tedesco.

“Per il ciclo elettorale 2021-22, l’UE potrebbe entrare negli ultimi cinque anni della sua 'reale' esistenza”, dice il report, che considera che le strutture legali formali dell’unione con sede a Bruxelles potrebbero resistere più a lungo.

Il report sostiene che, al di là di shock quali il voto britannico per l'uscita dall’UE, i trend geopolitici di lungo termine stanno portando l’unione valutaria all’atrofia. Ai confini orientali e meridionali dell’Unione si affacciano molti problemi: l’immigrazione clandestina, stati prossimi al fallimento, terrorismo, cambiamenti climatici e revisionismo russo.

Nel frattempo, gli Stati Uniti si stanno lentamente disimpegnando dall’Europa per focalizzarsi sulla Cina e l’estremo oriente. La Germania non occuperà il posto degli Stati Uniti come potenza egemone di riferimento per l’Europa: non lascerà mai che l’eurozona diventi una "unione di trasferimenti fiscali” e, nonostante le speculazioni riguardo a un deterrente nucleare tedesco, il suo passato nel ventesimo secolo dice chiaramente che né la Germania né i suoi vicini vogliono che essa diventi la potenza militare dominante dell’Europa.

La disintegrazione dell’UE scatenerebbe “i pericolosi demoni nazionalistici del passato europeo”, come teme Guy Verhofstadt, ex primo ministro belga? Gli autori del report di MacroGeo prevedono che non si avrà un’anarchica competizione tra gli stati-nazione, bensì “l’affermazione di un nucleo centrale geoeconomico intorno alla Germania”.

Questo sarebbe formato dalla Germania e dai paesi che ne costituiscono la filiera industriale, cui si addice la cultura fiscale e monetaria tedesca. In maniera disarmante, gli autori suggeriscono che, “se l’Italia dovesse dividersi”, l’Italia del Nord potrebbe unirsi al gruppo formato da Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e alcuni paesi scandinavi. Questa evoluzione presuppone la disgregazione dell’eurozona a 19 paesi.

I ministri delle finanze e i banchieri centrali europei ci ripetono che questo passo sarebbe devastante per le economie europee e per la stabilità finanziaria globale. Tuttavia, questa prospettiva è in discussione, e non solo nei circoli del partito di estrema destra francese, il Front National, o nel partito anti-estabilishment italiano M5S.

Mediobanca, una banca d’investimenti che una volta era l’emblema del capitalismo del nord Italia, a gennaio ha pubblicato un rapporto controverso  in cui suggeriva che, in termini di debito pubblico, l’Italia non soffrirebbe particolarmente lasciando l’eurozona. Il mese scorso il Parlamento olandese ha votato per l'istituzione di una commissione d'inchiesta sui pro e contro dell’appartenenza olandese all’eurozona, una mossa che riflette la frustrazione nei confronti della politica di tassi ultra-bassi e del programma QE della Banca centrale europea. Nel valutare il futuro dell’Europa, questi sviluppi vanno presi attentamente in considerazione - forse più attentamente del “libro bianco” di Juncker.

02/03/17

Gli USA "Non Sono Vincolati dalle Decisioni del WTO": La Casa Bianca Si Prepara alla Guerra Commerciale

Zero Hedge commenta il cambio di passo clamoroso col quale la nuova amministrazione americana ha affermato la propria indipendenza dall'Organizzazione Mondiale del Commercio [WTO], dichiarando di non ritenersi più vincolata alle decisioni di una delle più potenti e decisive istituzioni del mondialismo.   Un documento del governo americano pubblicato da Bloomberg delinea il programma "protezionista" dell'amministrazione Trump e la preferenza per singoli accordi bilaterali al posto di accordi multilaterali e di organizzazioni di regolamentazione globale come il WTO.

 

di Tyler Durden [Zero Hedge], 01 marzo 2017

Si tratta del più recente avvertimento della Casa Bianca  sul fatto che è pronta a scatenare una politica commerciale in aspra contrapposizione alle regole sul commercio generalmente accettate. Probabilmente in riferimento a qualche tipo di dazio doganale, l'amministrazione Trump ha avvertito che, nella loro stesura di un nuovo programma commerciale che "promette di sradicare le condotte sleali da parte di paesi esteri", gli Stati Uniti non sono e non saranno vincolati dalle decisioni prese dall'Organizzazione Mondiale del Commercio; ciò potrebbe portare all'escalation di una conflittualità già in ebollizione.

Secondo un documento ottenuto da Bloomberg News, intitolato "Programma di Politica Economica per il 2017" ["2017 Trade Policy Agenda"], gli Stati Uniti pianificano di difendere la propria "sovranità nazionale sulla politica commerciale" - così ha scritto l'Ufficio del Rappresentante per il Commercio USA nel documento annuale in cui delinea l'agenda commerciale del Presidente. La scappatoia legale è la seguente: secondo i termini della loro adesione all'Organizzazione Mondiale del Commercio, gli USA non rinunciano ai propri diritti sul commercio. "Considerata la Storia, è importante ricordare come il Congresso abbia chiarito che gli Stati Uniti non sono direttamente soggetti alle decisioni dell'Organizzazione Mondiale del Commercio" - così è scritto nel documento dell'Ufficio del Rappresentante per il Commercio USA, che intende dunque assumere un ruolo guida nella negoziazione dei trattati commerciali.

Come aggiunto da Bloomberg, lo scetticismo dell'amministrazione Trump verso l'Organizzazione Mondiale del Commercio, ente con sede a Ginevra che fa da arbitro nelle dispute commerciali, segnala la volontà, da parte della più grande economia del mondo, di perseguire i propri interessi - anche se ciò dovesse significare minare l'ordine globale che gli USA stessi hanno guidato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.
"Ciò riflette la loro idea che il sistema globale non stia servendo gli interessi statunitensi, e faranno tutto il possibile per riscriverlo in proprio favore", ha detto Adam Taylor, ex alto funzionario dell'ufficio del commercio canadese con sede a Ottawa. "La maggiore preoccupazione è che non è possibile che il sistema del commercio mondiale continui a funzionare se le regole che governano questo sistema vengono ignorate unilateralmente".

Il documento di Bloomberg conferma ciò che abbiamo riportato diverse settimane fa,  quando, come scriveva il Financial Times, l'Unione europea e altri partner commerciali degli Stati Uniti si stavano preparando ad agire per vie  legali contro la proposta di un dazio doganale da parte degli USA, una mossa che potrebbe  "avviare il più grande contenzioso della storia dell'Organizzazione Mondiale del Commercio". La ragione è che "l'Unione Europea e altri partner commerciali degli Stati Uniti sono preoccupati dell'impatto sulle loro esportazioni e hanno già allertato i propri avvocati con la prospettiva di un'eventuale sfida giuridica presso il cane da guardia del commercio mondiale".

Tuttavia, seppure secondo l'amministrazione Trump queste affermazioni siano infondate, perché gli USA non avrebbero mai accettato di essere vincolati da questo sistema, ciò non può fare altro che assicurare grosse complicazioni delle relazioni commerciali globali non appena emergeranno ulteriori dettagli sulle politiche protezioniste di Trump.

L'obiettivo generale della politica commerciale della nuova amministrazione sarà quello di "espandere il commercio in modo che sia più libero e più equo per tutti gli americani", secondo il documento. "Ogni misura che verrà adottata in relazione al commercio sarà orientata ad aumentare la nostra crescita economica, a promuovere la creazione di posti di lavoro negli Stati Uniti, a promuovere la reciprocità con i nostri partner commerciali, a rafforzare la nostra base manufatturiera e la nostra capacità di difenderci, nonché a incrementare le esportazioni della nostra industria agroalimentare e dei servizi", così è scritto.
"Questi obiettivi si possono raggiungere meglio concentrandosi su trattati bilaterali anziché su trattati multilaterali, dice il governo. Trump ha già ritirato gli Stati Uniti dal TPP [Trans-Pacific Partnership], un accordo con altri 11 paesi. Trump ha detto anche che gli Stati Uniti rinegozieranno il NAFTA [l'accordo commerciale nord-americano] con Messico e Canada, e che creeranno parità di condizioni nei rapporti con la Cina."

In aggiunta, gli Stati Uniti lavoreranno per abbattere le barriere commerciali sleali nei mercati che bloccano le esportazioni statunitensi, mentre saranno rigidi nell'applicare le leggi commerciali USA, per impedire che il mercato USA venga "distorto dall'afflusso di esportazioni sussidiate o a prezzo di dumping che danneggiano le industrie e i lavoratori all'interno del paese", dice il report dell'Ufficio del Rappresentante per il Commercio USA. Gli Stati Uniti aggiorneranno i trattati commerciali già esistenti nella misura in cui sarà necessario per "riflettere i tempi e le mutate condizioni di mercato".

Sono però proprio queste relazioni bilaterali, tuttavia, che preoccupano i  partner commerciali degli USA,  i quali avevano  costruito gli accordi commerciali preesistenti con grande attenzione,  accordi che ora la Casa Bianca afferma implicitamente che potrebbero essere abrogati, senza timore di penalizzazioni o di conseguenze legali.

L'amministrazione Trump resisterà inoltre ai tentativi da parte di altri paesi, o di organismi internazionali come l'Organizzazione Mondiale del Commercio, di "avanzare interpretazioni che potrebbero indebolire i diritti e i vantaggi" degli USA  nei suoi accordi commerciali, ha detto il governo.

In breve: nonostante il discorso "palliativo" di Trump dell'altra sera, almeno per quanto riguarda le relazioni commerciali globali una guerra commerciale è praticamente garantita.

 

Le promesse tradite della globalizzazione: come la finanziarizzazione dell’economia è andata fuori controllo

Sull’Huffington post viene pubblicata una critica esplicita al globalismo, rappresentato anche dall’embrione di “ente multinazionale” che è l’Unione Europea. Mentre le élite si accaparrano le ricchezze del pianeta a discapito delle classi medie e basse, nessuno osa ricordare che quando i ricchi si impossessano di porzioni sempre più grandi dei beni mondiali, fino a doversi scontrare coi limiti fisici delle risorse del pianeta, il risultato finale è una guerra globale che lascia tutti sconfitti.

 

Di Timothy J. Barnett, 13 febbraio 2017

Le élite finanziarie, insieme agli economisti che le difendono, continuano a sostenere il globalismo, l’inflazione sponsorizzata dalla Banca Centrale e la finanziarizzazione del mondo. Gli apologeti dell’elitismo non si preoccupano della situazione dei lavoratori e della classe media americana. Agitando false bandiere, giustificano le ingiustizie e i pericoli dei sistemi di sfruttamento che hanno contribuito a concepire. Le “salvifiche” riforme che propongono non portano ad altro che ad una continuazione della terribili miserie attuali: crescita economica insostenibile, continui stimoli finanziari e trasferimento degli oneri per la preservazione dell'ambiente globale dalle multinazionali, che registrano profitti mai visti, ai consumatori duramente colpiti della classe operaia.

Gli economisti del capitalismo si concentrano eccessivamente nella crescita economica a breve termine e nella massimizzazione del profitto aziendale. In tal modo compromettono le prospettive della qualità di vita per gli americani comuni. Gonfiando l'economia globale nel contesto di un ambiente con risorse naturali limitate, queste tendenze al saccheggio portano il mondo sempre più vicino al conflitto globale. Eppure, vogliono credere che un mondo imbrigliato dal commercio globale, dall’interdipendenza finanziaria, dalle istituzioni democratiche e dall'immigrazione illimitata sia inattaccabile da disastri giganteschi. Dimenticano che coloro che posseggono immense ricchezze hanno sempre spinto il mondo verso la guerra nel momento in cui la loro incalcolabile ricchezza viene minacciata da risorse limitate. Il costo della prossima guerra mondiale in termini di vite umane dimostrerà che la ricchezza concentrata senza vero merito porta alla corruzione, al conflitto e a uno svilimento del bene pubblico.

Perché la disuguaglianza

I difensori di questa nuova versione del  capitalismo globale rifiutano sistemi economici alternativi  a causa del loro attaccamento all’architettura estremamente iniqua di distribuzione della ricchezza del mercato. Gli Economisti d'élite, sia neoconservatori sia neoliberali, hanno abbandonato molto tempo fa la definizione di merito finanziario, che collega responsabilmente la dimensione e la natura dei premi con i reali contributi dati al bene pubblico. Le élite si aspettano di vedere una connessione stretta e logica tra i contributi dei lavoratori e i loro stipendi, ma cambiano completamente il metro di giudizio con parametri gonfiati in maniera astronomica quando si parla di alti dirigenti, investitori e celebrità. Tuttavia, remunerazioni enormemente gonfiate non sono indispensabili per ottenere grandi risultati: possiamo vederlo in milioni di lavoratori che eccellono nel loro mestiere quotidiano. In questo contesto la disuguaglianza di ricchezza nelle nazioni sviluppate e in via di sviluppo dovrebbe ridursi, non allargarsi.

Un problema essenziale nell’attuale sistema è che gli obiettivi economici hanno in pratica sostituito i valori importanti. I difensori del sistema attuale aborrono qualsiasi deviazione dalla massimizzazione dei profitti, che potrebbe mettere a rischio il valore di decine di migliaia di miliardi di asset: obbligazioni, azioni, proprietà e ricchezza posseduta che si apprezza grazie alle aspettative positive di crescita. Tuttavia, minacce alla sicurezza emergono spesso quando i sistemi economici sono sostenuti da pilastri quali il pervasivo debito istituzionalizzato e la rivalutazione degli asset.

Il debito invita l’inflazione controllata a rendere le obbligazioni più attraenti. I prezzi inflazionati stimolano nuovo debito e così la domanda dell’economia può essere sostenuta. La ricchezza costruita sul possesso dell’altrui debito cartolarizzato richiede la crescita per ridurre il rischio di rimborso del debito. La crescita, a sua volta, invita la tendenza all’acquisizione di ricchezza perché la crescita sfrutta il valore del capitale rispetto all'ingegnosità sul posto di lavoro. La crescita stimola le crisi e le calamità quando i piani di crescita non tengono adeguatamente conto dei vincoli delle risorse finite di un pianeta.

 

Distruggere l’imperativo alla crescita

E’ comunemente accettato che circa un terzo dell'umanità gode di un tenore di vita soddisfacente, materialmente parlando. A causa dei vincoli di risorse naturali limitate e di altre dinamiche, due terzi della popolazione mondiale possiede enormemente meno della media dei vicini europei. Eppure, l’Europa ha ma un moderato tenore di vita in termini di consumo energetico, di servizi di alloggio e opzioni di trasporto. In breve, non c'è alcuna soluzione sostenibile che potrebbe fornire giustizia sociale globale per quanto riguarda il benessere materiale. La popolazione umana del mondo è già troppo grande per sostenere una versione globale della bella vita europea. Tuttavia, i sostenitori dell’architettura economica mondiale attuale vogliono più crescita e più stimoli. Qual è la logica di un tale imperativo di crescita, se non la difesa del privilegio a scapito di eque possibilità di benessere? Infatti, ogni anno che passa ci sono più persone che abbandonano di quelle che accedono allo stile di vita borghese.

La popolazione mondiale sta crescendo ad un tasso netto di 80 milioni di persone ogni anno, una crescita fortemente sbilanciata verso i paesi più poveri. Questo preoccupa i globalisti? Solitamente no. L'emigrazione dai paesi poveri diventa un aumento dei nuovi lavoratori per le società multinazionali. Una volta posizionati dietro le macchine moderne, la produttività di questi lavoratori cresce enormemente, così come la loro capacità di creare domanda di beni e servizi. Il risultato è una maggiore produzione economica e una maggiore domanda, che si traducono in maggiore crescita e maggiori profitti aziendali.

Il sistema moderno è molto più efficiente di quanto fosse la schiavitù istituzionalizzata nei secoli precedenti. Le macchine sfruttano le competenze dei lavoratori, mentre la concorrenza richiede prestazioni sempre elevate. La libertà accentua il consumismo che deriva dal reddito del lavoratore. Tutto quello che serve allora è assicurare che i lavoratori, servi volontari, siano sufficientemente competenti, adeguatamente nutriti, adeguatamente alloggiati, ben intrattenuti dai media e sufficientemente ubriacati o drogati secondo quanto necessario. Questa è la ricetta per la prosperità delle élite globali.

I globalisti e i loro guru economici desiderano frontiere relativamente aperte per soldi e persone. Frontiere relativamente aperte significano un costante flusso di manodopera a basso costo in paesi sviluppati dai paesi in via di sviluppo e dai paesi sottosviluppati a quelli in via di sviluppo. Le pressioni salariali tengono a bada l'inflazione CPI, permettendo così alla politica monetaria di essere più aggressiva, cosa che consente l’apprezzamento degli asset. Nel frattempo, le pressioni salariali sui luoghi di lavoro aumentano i profitti per i possessori di capitale, permettendo così l’arricchimento ulteriore dei dirigenti e degli investitori.

 

Conclusione

La svolta drammatica verso il populismo in Europa e negli Stati Uniti sta inviando un segnale politico alle élite finanziarie: esse hanno spinto la loro quota di reddito nazionale al limite della sopportazione dell’elettorato democratico nelle circostanze attuali. I social media e i blog di internet hanno fornito canali alternativi con cui gli elettori scontenti possono organizzarsi. Tuttavia, la complessità dell'economia globale rischia di limitare l'efficacia degli sforzi degli elettori nel chiedere conto alla élite della crescente disparità di ricchezza negli Stati Uniti e in Europa. La finanziarizzazione dell'economia rischia di continuare, con gli eccessi limitati solo per quel che riguarda dettagli insignificanti.

La globalizzazione ha il vento in poppa: la sua inerzia favorisce gli scopi perseguiti dalle élite rispetto a quelli dei populisti. Le nomine presidenziali importanti continueranno a garantire che gli obiettivi del settore finanziario siano sovvenzionati, dato che la mentalità generale dei senatori degli Stati Uniti è così orientata. I sogni dei populisti di una ridistribuzione delle opportunità e della ricchezza in America non saranno realizzati fino a quando il populismo non svilupperà un robusto movimento intellettuale che capisca il merito moralmente misurato, l’economia sostenibile e mezzi politicamente percorribili di fissare gli obiettivi corretti.

 

01/03/17

Vincent Brousseau: La confessione di Mario Draghi (sui debiti da saldare) ci segnala l'urgenza di uscire dall'euro

Vincent Brousseau, ex economista alla BCE per 15 anni ed ora responsabile per le questioni monetarie e il passaggio al franco dell'Union Populaire Républicaine francese, analizza la spinosa questione dei  debiti Target2, tornata alla ribalta dopo l'affermazione di Draghi secondo cui i paesi che decidono di uscire dall'euro dovranno regolare integralmente i loro debiti relativi al sistema di pagamenti bancari adottato nell'eurozona.  Brousseau sottolinea la portata di queste affermazioni - che segnalano come ormai anche i tecnocrati più arroccati sulle loro posizioni siano costretti ad affrontare la concretezza dei fatti - e riporta anche un analogo documento della Bundesbank del 2011, in cui la banca centrale tedesca prospetta nei dettagli lo scenario dell'uscita.  I debiti netti che si sono accumulati a causa della disfunzionale moneta unica sulle banche centrali dei paesi periferici, e in particolare dell'Italia, sono debiti reali - dice Brousseau - ma è sicuro che non potranno essere pagati, e si tradurranno in perdite per i paesi che rimangono. A questo punto, Brousseau auspica che la Francia esca prima dell'Italia, per non doversi sobbarcare la pesante perdita che le deriverebbe da un Italexit 


di Vincent Brousseau, 31 gennaio 2017


Un simpatizzante mi ha inviato un comunicato di Reuters [1], che è molto interessante, e che si riferisce ad una lettera inviata da Draghi a due parlamentari europei del suo paese.


La lettera, disponibile in inglese sul sito Internet della BCE [2] , dopo l'apertura formale si divide in sostanza in tre paragrafi più una frase conclusiva. I tre paragrafi ripercorrono e commentano l'evoluzione dei saldi Target2. La frase conclusiva, che è la parte veramente importante della lettera, si concentra sui debiti e crediti verso la BCE di una banca centrale che voglia uscire dall'euro, parlando di debiti e crediti in generale, non solo di quelli derivanti da Target2. Questa frase finale si può tradurre: "Se un paese dovesse lasciare l'Eurosistema, la posizione di credito o debito della sua banca centrale nei confronti della BCE dovrebbe essere regolata integralmente."


Qui il testo del comunicato di Reuters:




"Il Presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha detto che prima* di uscire dall'euro ogni paese dovrebbe liquidare i suoi crediti o debiti con il sistema dei pagamenti dell'unione. [*il riferimento alla necessità di regolare i conti PRIMA di uscire è contenuto nel comunicato di Reuters ma non nella lettera di Draghi, che non fa riferimento ai tempi, ndt]


Il commento – un raro riferimento da parte di Draghi alla possibilità che l'area monetaria perda dei paesi membri – è contenuto nella risposta a una lettera di due deputati italiani al Parlamento europeo pubblicata venerdì.


[...] 'Se un paese dovesse lasciare l'Eurosistema, le attività o passività della sua banca centrale nazionale nei confronti della BCE dovrebbero essere regolate integralmente' ha detto Draghi nella lettera ".



E, infine, ecco la sostanza espressa in parole povere:


"Se il nostro paese, l'Italia, vuole uscire dall'euro, deve liberarsi dai suoi debiti versando alla BCE mezzo trilione di euro. E in moneta di banca centrale." Per inquadrare meglio la questione, stiamo parlando di una bagatella come un miliardo di banconote da 500 euro, o circa la metà di tutte le banconote in euro in circolazione su questo pianeta. Conto da regolare prima di perfezionare il procedimento di uscita.


Si tratta, naturalmente, del premio di uscita sul quale ho dato spiegazioni complete sia per iscritto [3] che in una conferenza [4].


Come i miei lettori sanno, ci sono due componenti del premio di uscita, i conti Target2 e le banconote. Il riferimento di Mario Draghi al sistema di pagamenti dell'eurozona ha portato i giornalisti a concentrarsi sulla prima componente, così che continuano con le spiegazioni sui debiti relativi al Target2.  Ma Draghi, che conosce la materia, ha in mente il totale, come indicato dalle parole "le attività o le passività nei confronti della BCE", in cui comprende anche le banconote.  In realtà, le banconote rappresentano un debito solidale di tutte le BCN e della BCE verso il portatore. Ora, lasciando l'unione, una banca centrale cessa di essere co-debitrice delle banconote in euro e di conseguenza ogni biglietto che ha messo in circolazione, al netto, cessando di rappresentare un suo debito verso il portatore del biglietto, diventa un debito verso gli altri debitori: la BCE e le banche centrali nazionali dei paesi che sono ancora nell'unione monetaria. Altrimenti, sarebbe un dono. Ora, la componente Target del premio è di circa 350 miliardi mentre la componente banconote è di circa 150 miliardi.  Ne consegue che 350 più 150 fanno 500. Se i nostri due parlamentari europei italiani hanno ben capito ciò che hanno letto, devono essersi impensieriti parecchio.


Qui si richiede qualche commento.





  • In primo luogo, è opportuno ricordare tutte le bellicose dichiarazioni di Draghi circa l'irreversibilità dell'euro, e il non meno bellicoso «whatever it takes», che restano il suo momento di gloria. Si dice una cosa, se ne pensa un'altra, e in ultima analisi, il tempo rivela tutto.






  • Inoltre, notiamo che siamo entrati nella fase in cui Draghi riceve domande concrete da parte dei politici del suo paese. Non è più il tempo della riflessione teorica o della discussione sulla semplice possibilità di un'uscita. Cominciamo a riflettere sui dettagli. Sviluppo interessante.






  • Infine, dobbiamo sottolineare che l'enormità della cifra è un problema. È vero, la Banca d'Italia ne potrebbe recuperare una parte facendo circolare delle banconote in lire, ma penso che non recuperebbe tutto. Da un lato, gli italiani tenderebbero a mantenere delle banconote in euro per fini di tesaurizzazione. Inoltre, il cambio delle banconote in lire contro le banconote in euro sarebbe influenzato dal deprezzamento della lira contro l'euro, e se la Banca d'Italia vuole aggirare questo punto facendo il cambio uno a uno, tutto ciò che otterrà sarà di ridurre (significativamente) la quantità di banconote in euro che verranno presentate allo scambio.




Se la dichiarazione di Draghi è la prima del genere, la Bundesbank aveva già affrontato la questione nella sua relazione annuale del 2011. [5] Essa contiene un passaggio molto dettagliato e forte costruito in dettaglio sull'eventualità di un'uscita, che segue immediatamente una frase retorica (e che non voglio ripetere) in cui si dice che, naturalmente, la Bundesbank non crede che un'uscita dall'euro potrà mai verificarsi.




"Tuttavia, se un paese con una posizione debitoria nel sistema dei pagamenti Target dovesse uscire dall'euro, tutti i crediti che la BCE potrebbe avere nei confronti della sua banca centrale perdurerebbero, e nello stesso ammontare. Se la banca centrale in uscita non fosse in grado di pagare il netto risultante da tutti i suoi debiti e crediti, e questo nonostante le garanzie a sua disposizione, bisognerebbe trovare una soluzione per il rimborso del totale. Nel caso, e solo in questo caso, che tale importo venisse considerato impossibile da coprire, la BCE riconoscerebbe la sua perdita classificando questo debito come credito inesigibile. La compensazione per la perdita subita dalla BCE sarebbe decisa in seno al Consiglio direttivo della BCE da parte delle banche centrali rimanenti nella loro qualità di co-titolari della BCE, sulla base di un voto ponderato in base alla partecipazione al capitale della BCE. Qualsiasi partecipazione alla perdita sarebbe a carico dei profitti realizzati dalle banche centrali e, nel caso della Germania, per esempio, varrebbe a ridurre i suoi crediti Target verso la BCE."



Questo notevole passaggio richiede diversi commenti.





  • In primo luogo, per un evento sul quale forniva rassicurazioni che non si sarebbe verificato, la Bundesbank ha dato prova di una riflessione piuttosto estesa.






  • Inoltre, la Bundesbank non dimentica di ricordare che i debiti Target devono essere combinati con i debiti o crediti derivanti da altre cause, e che solo il netto è importante. Le banconote non sono nominate, ma è sicuramente una parte notevole. Si noti che la Bundesbank raccomanda un voto basato sulla partecipazione al capitale (sapendo che detiene la quota più grande) e non, come normalmente avviene per le decisioni di politica monetaria, il metodo "una testa, un voto". Questo piccolo dettaglio mostra con quale precisione abbia previsto cosa fare in caso di disastro.






  • Infine, la Bundesbank prevede chiaramente che le banche centrali nazionali che rimangono nell'euro non si fanno carico di tutta la perdita, imputandola alla sola BCE. Ciò significa che preferirebbe far fallire la BCE, cosa che non dimostra intenzioni molto eurofile - e non è fattibile, a meno che la Buba non esca anche lei subito dopo e si prepari a resistere a tutte le azioni legali dirette a ottenere il pagamento. Già nel 2012 - data in cui il rapporto 2011 è stato pubblicato - l'atmosfera era inquietante. Detto questo, non è la Buba che decide un Dexit, ma il governo di Berlino, e se il governo si rifiuta, allora la Buba non può evitare di stornare, in due fasi, tutta la sua parte della perdita comune: in un primo momento la parte su cui acconsente, e in un secondo tempo la richiesta di ricapitalizzazione da parte della BCE ai suoi co-proprietari, tra cui la Bundesbank. Senza Dexit, non può sfuggire.




Vediamo di fare un raffronto con la situazione francese (corrente). Ci sono grosso modo 100 miliardi di € in Francia, contro 140 o 150 in Italia. L'Italia ha un PIL leggermente più piccolo, che perciò dovrebbe corrispondere, diciamo, a 90 miliardi: in Italia c'è una tesaurizzazione che deve avvicinarsi ai 50 miliardi, contro una tesaurizzazione trascurabile in Francia. Inoltre, la lira si deprezzerebbe più del franco nei confronti dell'euro. Nel complesso, una volta fatto il cambio delle banconote, l'Italia vedrebbe ridotto il suo premio da circa 500 a circa 400 miliardi, che è sempre una cifra spaventosa, mentre la Francia avrebbe da regolare solo poche decine di miliardi (e probabilmente meno perché i suoi saldi Target sono dovuti agli investimenti di liquidità a Francoforte da parte delle banche francesi, contro i quali la Banca di Francia può agire, invece di essere dovuti a una fuga di capitali.) Non siamo più "nello stesso mondo". Quindi penso che i cervelli italiani di Via Nazionale, del Ministero delle Finanze, delle Camere e del governo abbiano cominciato a scaldarsi su un problema piuttosto difficile, e sono curioso di vedere quali soluzioni saranno proposte. C'è in particolare un cervello italiano, considerato molto brillante, che dovrebbe essere coinvolto in questa difficile riflessione - e questo è, ovviamente, quello dello stesso Mario Draghi.


Da un punto di vista puramente francese, questo avvertimento di Draghi non è privo di impatto, come ha sottolineato François Asselineau durante un dibattito su Sud Radio.[6]


Esaminiamo come si svolge il meccanismo. L'Italia esce, la Banca d'Italia si ritrova immediatamente mezzo trilione di debito alle sue ex-consociate. Tuttavia, non pagherà, perché non c'è alcun modo di trovare una somma simile per un regolamento immediato, e questo, anche se lo Stato italiano pensasse di sostituirsi alla sua banca centrale. Non si tratta di un debito a lungo termine, ma di un debito a vista, immediatamente esigibile. E, come dice Draghi, da pagare "integralmente", nella sua totalità: non c'è scampo. Niente a che vedere con il debito dello Stato. C'è la stessa differenza che passa, per un privato, tra le due situazioni seguenti: dover pagare il prezzo della propria casa a scadenza futura o doverlo regolare all'improvviso il giorno stesso.


Forse potrebbe essere trovato un accordo che converta questo debito immediato con debito a lungo termine (questo significherebbe che l'Eurosistema presta mezzo trilione alla Banca d'Italia per un periodo di X anni), ma ne dubito. Come accordarsi sul tasso, sulla scadenza, della maturità, come ottenere l'unanimità... e come pensare che il prestito potrebbe essere rimborsato integralmente alle scadenze previste nell'accordo?


Ora, se l'Eurosistema si risolve a subire la sua perdita, e questo è, penso, che ciò che potrebbe accadere, alla Banca di Francia sarà imputata una quota di circa il 20% del totale, una volta uscita l'Italia - oltre 100 miliardi, in denaro contante, vale a dire in base monetaria, in moneta legale.


Non vogliamo, ovviamente, che la Banca di Francia subisca un debito di 100 miliardi, tutto d'un colpo. Questo tipo di rischio non è accettabile. Tuttavia, sembra inevitabile, se la Francia sarà ancora nell'euro quando l'Italia uscirà.


Questo è il motivo per cui diventa estremamente urgente uscire, noi francesi, dall'euro prima che lo faccia l'Italia. Se l'Italia uscisse dall'euro prima delle elezioni francesi, la Francia si troverebbe in una situazione più difficile.