07/05/17

Sapir - Fine della Campagna Elettorale: le Secessioni

In chiusura della campagna elettorale più cruciale per il futuro dell'Europa e in attesa del risultato, su quale si  sono incentrate tante speranze ma il cui esito appare scontato a favore del candidato che più di tutti incarna l'establishment europeista,  facciamo spazio alle riflessioni di Jacques Sapir, il nostro economista francese di riferimento.  Lo scenario è quello di un paese profondamente diviso, sia geograficamente che  culturalmente e socialmente, tra gruppi che si trovano su posizioni opposte e inconciliabili.  Situazione complicata ulteriormente da quell'irriducibile corpo estraneo alla cultura francese che sono gli immigrati di seconda generazione. La situazione appare così compromessa da rischiare  di scivolare verso la violenza e la guerra civile, e tutti i politici ne portano la responsabilità; anche la Le Pen, che nella fase finale della campagna ha commesso grossi errori, nel migliore dei casi frutto di dilettantismo, e nel peggiore segno di un atteggiamento strumentale. Per non parlare degli utili idioti del "politicamente corretto", che nel loro confuso immaginario antifascista fungono da copertura agli interessi del grande capitale. 

 

 

di JACQUES SAPIR · pubblicato il 5 Maggio 2017 e aggiornato il 6 Maggio 2017

Questa campagna elettorale è conclusa.  Ha rivelato, nel comportamento di una certa stampa, l'aspetto più orrendo della società francese. Il risultato delle elezioni presidenziali non lascia spazio a dubbi. La sera del 7 maggio Emmanuel Macron sarà, con ogni probabilità, eletto Presidente. Ma questa campagna lascerà cicatrici profonde. Il paese è profondamente diviso e non riuscirà a riunirsi sotto il nuovo Presidente. Interi settori della popolazione sono già, o sono in procinto di entrare, in una condizione di secessione. Christophe Guilluy, del resto, ha attentamente analizzato l'effetto disastroso di quel pensiero "politicamente corretto" che si autodefinisce antifascista e che serve solo da copertura agli interessi dei potenti. [1]

 

L'orrore Macron

Entrambi i candidati hanno una chiara responsabilità in questa situazione. Emmanuel Macron, in primo luogo, la cui arroganza, combinata con la sua personale irrilevanza, si rivela essere un prodotto di quello che viene chiamato il "sistema", venduto agli elettori come si vende ai consumatori di un supermercato un fustino di detersivo (secondo Michel Onfray) o un dolce troppo grasso e zuccherato. Ha toccato dei livelli di indecenza veramente elevati sul tema del recupero della memoria, oltraggiando in maniera permanente la memoria storica, di cui conviene fare tesoro. Il suo errore sulla disoccupazione di massa nel corso del dibattito del 3 maggio in TV è davvero esemplare. Sostenendo che la Francia sia l'unico paese colpito dalla "disoccupazione di massa", dimenticando la situazione in Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, in realtà rivela i suoi pensieri. Questi paesi non sono più considerati come colpiti dalla disoccupazione perché hanno implementato, volontariamente o sotto costrizione, le politiche di "riforma del mercato del lavoro". Che queste politiche in realtà aggravino la situazione a cui dovrebbero porre rimedio, costituisce l'errore di fondo che sottende questo errore formale.

Entrando nel merito, poi, è già stato detto tutto su ciò che rappresenta il programma di Emmanuel Macron, in termini di profonda sottomissione al neoliberismo e al culto dell'Unione europea, sui suoi aspetti retrogradi mascherati da falso modernismo. Quest'uomo è il prodotto, come dichiarato da Aude Lancelin, di un colpo di stato silenzioso del CAC-40 (l'indice di borsa di Parigi, ndt), anche se Lancelin non ne descrive che molto vagamente i meccanismi e le cause. [2] Intorno a lui si raccolgono tutti i politici che hanno fallito in questi venti o trent'anni. E' stato incapace di ascoltare ciò che avevano da dirgli i francesi che ha incontrato. Murato nelle sue certezze, tutto d'un pezzo come si suol dire, questo prossimo Presidente per default sarà un fattore di divisione profonda e una causa di secessione tra i francesi. Come ha detto e scritto François Ruffin, sarà odiato per essere stato eletto di stretta misura e non beneficerà di nessun periodo di grazia. [3]

 

La (ir)responsabilità di Marine Le Pen

Ma anche Marine Le Pen ha una grande responsabilità in questa situazione. Non si è dimostrata in grado di sostenere il suo programma, e anche su qualsiasi critica le venisse fatta.  Questo programma aveva una sua coerenza, ma con i suoi ripensamenti dell'ultimo minuto la Le Pen ha contribuito a creare confusione. Ha dichiarato di aver sentito degli economisti su molte questioni, dall'euro alla globalizzazione, ma ovviamente non li ha ascoltati, né li ha capiti. I suoi vari riposizionamenti verso la fine della campagna, dall'euro all'età di pensionamento, sono stati disastrosi. Questo dimostra, nella migliore delle ipotesi, un grande dilettantismo nel trattare questioni che sono invece essenziali per la Francia e i francesi. Nel peggiore dei casi, rivela un atteggiamento strumentale su questi temi e più in generale sulla questione economica e sociale. Il suo stile battagliero si è trasformato in un'aggressività senza limiti. Contrariamente a quanto affermato dagli stupidi moralisti, tutto questo non fa della Le Pen una "fascista", e in nessun modo giustifica l'appello a "sbarrarle la strada". Ho detto in un post precedente [4] che cosa si può pensare di tutto questo. Comunque, la Le Pen si è rivelata essere la miglior nemica delle idee che ha affermato di sostenere. Se non riflette su questo, e se non ne trae le dovute lezioni, la Le Pen è perduta. Ma la disperazione che può derivarne rischia di favorire delle politiche che, queste sì veramente, saranno chiaramente condannabili e molto più radicali e pericolose.

 

La secessione

Tutto questo configura una divisione politica e culturale profonda dei francesi. E' chiaro che i sostenitori di Emmanuel Macron e quelli di Marine Le Pen non vivono più nello stesso paese. Vivono in paesi diversi, in primo luogo da un punto di vista geografico, con la distinzione tra la Francia "periferica" e la Francia metropolitana. Ma vivono anche in paesi diversi in termini di riferimenti culturali e sociali. Questa "secessione" è di una gravità straordinaria. Quando non abbiamo più un linguaggio comune, la porta è aperta alla guerra civile.

Questa secessione non è l'unica. Gli elettori di Jean-Luc Mélenchon, almeno quella gran parte di loro che si dichiarano contrari a votare Macron, si stanno muovendo verso un'altra forma di secessione. Il modo in cui questo elettorato è stato disprezzato, vilipeso, minacciato, perché si unisse alla coalizione macronista, rimane uno dei più grandi scandali e una delle più grandi vergogne di questa campagna elettorale. Soprattutto, questa campagna isterica e piena d'odio, come ho già denunciato su questo sito[5], spingerà coloro che si definiscono "Insoumis" (ribelli, ndt) alla secessione dal sistema politico. Non sono le manovre ridicole dell'ultima ora di un PCF agonizzante, tattiche denunciate da Mélenchon stesso, che potranno fermarlo. [6] E' probabile che queste manovre, e altre, si moltiplicheranno durante la campagna per le elezioni parlamentari di giugno. L'obiettivo è chiaro: privare gli "Insoumis" del numero di deputati a cui avrebbero diritto in base alla loro consistenza numerica. Se questo scenario si verificasse, la secessione degli "Insoumis" diventerebbe una realtà, e un tale processo, oltre alle secessioni di cui s'è parlato prima, porterebbe con sé delle minacce di violenza, o anche della violenza stessa. L'ultima frase di François Ruffin nella sua rubrica per il quotidiano Le Monde suona molto chiara su questo punto:

 
E' su questa base striminzita, su questa legittimità fragile che voi contate di portare avanti la vostra regressione a tappe forzate? O la va o la spacca? Lei è odiato, signor Macron, e io ho paura per il mio paese, non tanto per questa domenica sera, ma per più avanti, per i prossimi cinque anni e oltre: che si degeneri davvero, che la "frattura sociale" diventi una lacerazione. Lei porta con sé la guerra civile come le nuvole portano il temporale. A buon intenditore.

Francois Ruffin (Candidato per "Picardie debout!" e sostenitore di Jean-Luc Mélenchon)

 

La disperazione di essersi visti "rubare" l'elezione da parte del sistema, che impone nei fatti un Presidente che molti non vogliono, è foriera di spaccature e divisioni future. L'arroganza molto probabile che dovremmo aspettarci se Emmanuel Macron sarà eletto, amplificherà questa disperazione. E' sempre pericoloso spingere due fazioni di francesi l'una contro l'altra sino alla disperazione, fatto ignorato con superbia da Emmanuel Macron e dai suoi sostenitori, tra cui il catastrofico François Hollande. Queste persone hanno potenzialmente la responsabilità di aprire le porte alla guerra civile.

 

La secessione silenziosa

Ma c'è una quarta secessione, silenziosa, che si verifica nello stesso momento. Sempre più giovani francesi figli di immigrati e di religione musulmana rifiutano i principi di uguaglianza che stanno alla base della Repubblica. Anche qui ci troviamo di fronte ad un processo di secessione, tanto più grave in quanto viene tollerato, per clientelismo elettorale o per volontà di mantenere la quiete, dai politici di tutti gli schieramenti. [7] Questa secessione si manifesta nella esclusione sempre maggiore delle donne dalla sfera pubblica, nella descolarizzazione dei bambini e nella creazione di reti alternative di insegnamento al di fuori di ogni controllo.

Ora, questo è estremamente grave, di una gravità che supera il pericolo diretto del terrorismo e del salafismo. L'erosione lenta e silenziosa della laicità da parte delle organizzazioni vicine ai Fratelli musulmani pone un terribile problema alla politica francese. E' stato pubblicato solo poche settimane fa il testo di Jérôme Maucourant su questo tema. [8] Il problema è molto più grave rispetto all'isteria cosiddetta "anti-fascista" che ha preso possesso di una parte delle menti e della quasi totalità della stampa in occasione delle elezioni presidenziali. Qui siamo di fronte ad un'altra forma di secessione, e questa c'è da temere che sia ancora più inconciliabile rispetto alle altre tre.

Se vogliamo parlare del popolo, e senza il popolo non ci può essere alcuna sovranità, allora si impone la distinzione importante che deve essere fatta tra il popolo "politico" e il popolo "etnico". Ho dedicato intere pagine del libro che ho pubblicato nel 2016, "Sovranità, Democrazia e Laicità", [9] a questo tema, tema del quale  l'attualità, purtroppo, ci ricorda l'importanza. Non possiamo pensare alla Democrazia senza pensare al tempo stesso alla Sovranità, e che quest'ultima implica e impone la Laicità.  Parliamo proprio di questo con Bernard Bourdin, nel recente libro che abbiamo appena pubblicato. [10] Non ci possono essere individui liberi se non in una società libera. La sovranità definisce anche la libertà di decidere che caratterizza quelle comunità politiche che sono i popoli nel contesto della Nazione e dello Stato. E' inoltre necessario sapere che cosa costituisce la società. E' anche necessario capire che cosa costituisce un "popolo", e bisogna capire che quando si parla di un "popolo" non stiamo parlando di una comunità etnica o religiosa, ma della comunità politica di individui riuniti che prendono in mano il proprio futuro. Questo è il popolo al quale parlano i politici che realmente fanno il loro lavoro, e non quelli che, come Emmanuel Macron, sono promossi come un fustino di detersivo.

Questa elezione sembra ormai scontata. Questa elezione è stata soprattutto sottratta agli elettori dalla combinazione di una volontà cosciente e organizzata da parte di alcuni e di una mancanza di responsabilità da parte di altri. Ma non risolverà nulla, non deciderà nulla. Piuttosto, il suo probabile esito, facendo precipitare delle fratture precedenti, rischia - e spero con tutto il cuore di sbagliarmi - di portare la Francia verso un futuro molto scuro.

 

Note

[1] Guilluy C., « La posture anti-fasciste de supériorité morale de la France d’en haut permet en réalité de disqualifier tout diagnostic social » http://www.atlantico.fr/decryptage/christophe-guilluy-posture-anti-fasciste-superiorite-morale-france-en-haut-permet-en-realite-disqualifier-tout-diagnostic-social-3031677.html#CiyKyhEAzGD6UQfU.99

[2] De Castelnau R., http://www.vududroit.com/2017/05/presidentielle-sortir-machoires-piege/

[3] http://www.lemonde.fr/idees/article/2017/05/04/francois-ruffin-lettre-ouverte-a-un-futur-president-deja-hai_5122151_3232.html

[4] Voir « Mélenchon, la meute et la dignité », note publiée le 28 avril, https://russeurope.hypotheses.org/5948

[5] Idem.

[6] http://www.lefigaro.fr/politique/2017/05/04/01002-20170504ARTFIG00231-legislatives-la-france-insoumise-va-poursuivre-les-communistes-qui-se-reclament-de-melenchon.php

[7] Voir Pina C., Silence Coupable, Paris, Kéro, 2016. Voir aussi la recension de cet ouvrage sur ce carnet : Les salafistes et la République (recension de « Silence Coupable »), http://russeurope.hypotheses.org/4909

[8] https://russeurope.hypotheses.org/5892

[9] Sapir J., Souveraineté, Démocratie, Laïcité, Paris, Editions Michalon, 2016.

[10] Bourdin B. et Sapir J., Souveraineté, Nation, Religion, Paris, Editions du Cerf, 2017.

 

06/05/17

Chi vota per Marine Le Pen?

Dal sito di Asimmetrie.org rilanciamo questa attenta analisi sulla distribuzione dei voti al primo turno delle presidenziali francesi, che dimostra come non sia stata tanto la linea dura contro gli immigrati ad attirare i voti al Front National, quanto soprattutto la parte economica del suo programma, che rivendica  un ruolo attivo dello Stato per combattere disoccupazione e basso reddito, problemi molto presenti nelle zone dove la Le Pen ha riscosso maggior successo, mentre Macron ha preso i voti dei francesi più benestanti.   In una Francia dalle disuguaglianze crescenti,  al secondo turno si fronteggiano dunque due candidati che rappresentano i due estremi della polarizzazione economica e sociale della Francia, e che nell'ultimo dibattito televisivo si sono scontrati con toni molto accesi.   Qui un'analisi  di Marcello Foa sull'ultimo duello in tivù.

 

 

di Agénor, 5 Maggio 2017

 

Ci si chiede spesso cosa spinga i francesi a votare per Marine Le Pen. Una spiegazione ricorrente è “la rabbia”: la rabbia dei cittadini contro gli immigrati, le minoranze, i musulmani, ecc. Ciò dipende dal fatto che i media propendono a classificare il Front National fra i partiti xenofobi e razzisti.

 

Questo punto di vista è rafforzato dal fatto che i candidati che hanno preso più voti al primo turno, Emmanuel Macron e Marine Le Pen, hanno due posizioni molto diverse sull’immigrazione. Tuttavia, essi differiscono molto anche sul piano economico. Macron, in continuità con i suoi predecessori di “destra” e di “sinistra”, propone un programma in linea con l’agenda “neoliberale” che prevede una “liberalizzazione” del mercato del lavoro e una riduzione del ruolo dello Stato nell’economia. Marine Le Pen, al contrario, propugna un ruolo più attivo dello Stato nella creazione di posti di lavoro e nella protezione delle industrie nazionali. È quindi interessante osservare in dettaglio il ruolo di queste due dimensioni – immigrazione e economia – nelle dinamiche elettorali francesi, per cercare di individuare quale sia quella determinante.

 

Per rispondere a questa domanda, si può cominciare con l’analizzare le condizioni socioeconomiche dei dipartimenti francesi, confrontandole con i risultati del primo turno delle presidenziali. Marine Le Pen ha ottenuto una percentuale di voto un po’ superiore al 21% a livello nazionale, ma in alcuni dipartimenti ha realizzato meno del 10%, mentre in altri è arrivata al 35%. Da cosa dipende questa variabilità?

 

Una semplice analisi di correlazione fra le percentuali di voto e le condizioni socioeconomiche ci mostra che dove il tasso di disoccupazione è più alto Marine Le Pen ottiene in generale risultati migliori. Questa correlazione spiega più o meno un terzo della varianza del voto per Marine Le Pen. Il PIL pro capite, calcolato a parità di potere d’acquisto, è anch’esso correlato con il voto per il Front National, ma la correlazione è negativa: nei dipartimenti relativamente più poveri i risultati del FN sono generalmente migliori. Al contempo, non si osserva alcuna correlazione fra tasso d’immigrazione e risultati del FN. Ciò suggerisce che forse nelle scelte elettorali dei francesi la dimensione economica ha un peso più rilevante rispetto alla questione dell’immigrazione.

 

Figura 1: correlazione fra il voto per MLP e il tasso di disoccupazione, il PIL pro capite a parità di potere d’acquisto, e il saldo migratorio, per dipartimento.



 

Per approfondire questi risultati, è possibile studiare l’importanza relativa di questi tre indicatori nella spiegazione del voto, inserendoli congiuntamente in una analisi di regressione. Per ottenere risultati più solidi abbiamo ponderato le stime in base alla popolazione dei singoli dipartimenti.

 

Questi sono i risultati:

 

Tavola 1: Voto al primo turno per i quattro candidati e indicatori socio economici (in livelli)



 

Intanto, è interessante notare che il saldo migratorio netto non è statisticamente significativo. In altri termini, il tema dell’immigrazione non sembra aver determinato le scelte elettorali dei cittadini. Gli indicatori economici, al contrario, sono molto significativi nell’orientare gli elettori verso il Front National.

 

Più precisamente, questi indicatori spiegano molto bene anche il voto per Fillon e Macron, ma, in questo caso, con segno inverso! Più la popolazione è benestante, più tende a votare per Fillon e Macron. Quanto a Mélenchon, non si trovano valori significativi (eccezion fatta per il tasso di disoccupazione, debolmente significativo al livello del 10%), il che potrebbe indicare che il voto per il candidato degli Insoumis è determinato da altri fattori, estranei all’ambito della nostra analisi.

 

Gli indicatori economici invece spiegano molto bene i risultati al primo turno della Le Pen e di Macron, ma con correlazioni opposte: più elevata è la disoccupazione, migliori sono i risultati della Le Pen (e peggiori quelli di Macron). Lo stesso accade, con segni inversi, per il PIL pro capite: più questo è elevato, peggiori sono i risultati della Le Pen. Per Macron vale il discorso inverso, e i risultati sono molto significativi statisticamente.

 

Risultati simili si osservano considerando non i livelli ma i tassi di variazione degli indicatori, ovvero utilizzando come variabili esplicative la variazione negli ultimi anni del tasso di disoccupazione, del saldo migratorio, e del reddito. La dinamica degli indicatori spiega una percentuale fra il 20% e il 25% della variabilità del voto per i due candidati principali. Dove i redditi sono cresciuti, si vota di più per Macron. Dove sono calati, gli elettori preferiscono la Le Pen. La variazione percentuale degli occupati è ancora più significativa: dove i posti di lavoro sono scomparsi, gli elettori si rivolgono alla Le Pen piuttosto che a Macron. Al contrario, se l’occupazione è aumentata, gli elettori preferiscono votare Macron.

 

Tavola 2: Il voto al primo turno per i quattro candidati principali e gli indicatori socioeconomici in tassi di variazione



 

Ancora una volta, si constata che l’indicatore riferito all’immigrazione non è significativo. Ciò conferma che il tema della xenofobia non è così importante come si crede. Se ne potrebbe anche trarre la conclusione che il tema dell’immigrazione non sarà quello più determinante nell’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Le condizioni economiche sembrano esserlo molto di più. Ciò segnala anche quali priorità dovrebbe seguire chi otterrà la fiducia degli elettori fra qualche giorno.

 

Se è quindi evidente che le condizioni economiche sono stati particolarmente influenti durante il primo turno, soprattutto per quanto riguarda la scelta fra Macron e Le Pen (ovviamente con segni opposti), si può ragionevolmente pensare che resteranno decisive nel secondo turno, in cui la scelta è solo fra i due candidati che personificano gli estremi opposti della polarizzazione economica nella Francia attuale.

 

Per tentare di prevedere il risultato del secondo turno, gli indicatori economici possono essere combinati in un indice di “difficoltà economica”, rilevato a livello di dipartimento. Si deve poi considerare che gli ultimi sondaggi danno Macron al 60% e la Le Pen al 40% su scala nazionale, e che ogni dipartmento ha un peso elettorale diverso.

 

Applicando questo metodo si prevede che il risultato finale dovrebbe essere una vittoria di Emmanuel Macron con il 59% dei voti, contro il 41% dei voti per Marine Le Pen. Escludendo i dipartimenti d’oltre mare, Macron vincerebbe in tutti i dipartimenti, con l’eccezione di Aisne, Ardennes, Ariège, Aube, Aude, Gard, Hérault, Nord, Pas-de-Calais, Pyrénées-Orientales, Tarn-et-Garonne, et Vosges, dove vincerebbe Marine Le Pen, e di Alpes-de-Haute-Provence, Vaucluse, et Haute-Corse, dove la differenza sarebbe minima e il risultato finale più difficile da definire.

 

Al di là delle previsioni elettorali, l’aspetto più importante è che le presidenziali 2017 riflettono più che mai la polarizzazione economica e sociale della Francia, un paese in cui è in corso un evidente processo di aumento della disuguaglianza.

 

04/05/17

Combattenti dell'ISIS raggiungono l'Europa fingendosi soldati libici feriti

Il Guardian esamina un documento dell'intelligence italiana in cui si ritiene che un numero imprecisato di miliziani dell'ISIS  si sia infiltrato in Europa tramite programmi di assistenza medica destinati teoricamente a soldati dell'esercito governativo libico. Lo stesso governo libico avrebbe di fatto facilitato questo traffico omettendo i controlli. I miliziani avrebbero già raggiunto una serie di destinazioni, sia in Turchia che in Europa, dotati di passaporti falsi.

 

di Lorenzo Tondo, Piero Messina e Patrick Wintour, 28 aprile 2017

Investigatori dell'intelligence italiana ritengono che un certo numero di miliziani dello Stato Islamico provenienti dalla Libia si siano introdotti in Europa infiltrandosi in un programma destinato a fornire trattamenti medici ai soldati feriti dell'esercito governativo libico.

Un documento dell'intelligence italiana, esaminato dal Guardian, rivela una complessa rete tramite la quale, dal 2015 a oggi, membri dell'Isis e altri combattenti collegati a movimenti jihadisti si sarebbero infiltrati in Europa fingendosi soldati feriti, in modo da raggiungere cliniche ospedaliere e poi, una volta dimessi, muoversi liberamente in Europa e nel Medio Oriente.

"Miliziani dell'Isis, coinvolti nel trasporto di feriti dalla Libia, stanno utilizzando questa strategia per uscire dalla Libia con passaporti falsi", dice il documento.

Il documento dell'intelligence italiana si concentra su un progetto sanitario sostenuto dai paesi occidentali per la cura e la riabilitazione dei libici feriti, e sostiene che questo progetto viene gestito "in modo dubbio e ambiguo", nonostante sia stato supervisionato dal governo libico con base a Tripoli riconosciuto dall'ONU. Il documento suggerisce che il governo libico abbia involontariamente pagato le spese di viaggio ai miliziani dell'Isis, confondendoli coi propri soldati regolari.

I diplomatici e i responsabili del settore sanitario hanno utilizzato un programma chiamato "Comitato Assistenza Feriti Libici" per richiedere passaporti speciali coi quali trasportare i soldati feriti verso l'Europa per fornirgli cure sanitarie.

Ma l'intelligence italiana ritiene che un numero imprecisato di guerrieri dell'Isis si sia infiltrato in questo programma usando passaporti falsi forniti da reti criminali e da funzionari corrotti. Il documento dice che all'inizio del 2016 è stato scoperto che l'Isis aveva preso il controllo dell'ufficio passaporti di Sirte e aveva rubato 2.000 documenti in bianco.

Il governo francese ha già dichiarato pubblicamente che l'Isis ha sviluppato capacità sufficienti da produrre in proprio almeno 200 passaporti falsi.

Il documento dell'intelligence italiana afferma: "Dal 15 dicembre 2015 un numero imprecisato di miliziani feriti dello Stato Islamico presenti in Libia sono stati trasportati al di fuori del paese verso un ospedale di Istanbul per ricevere trattamenti medici".

Il grosso dei "falsi feriti" viene dall'area libica di Fataeh, dove "si nascondono numerosi militanti dello Stato Islamico", dice il documento.

Da lì i miliziani vengono inviati, il più delle volte, verso ospedali in Turchia. Il documento afferma che in un'occasione i soldati hanno mostrato passaporti falsi ai medici di Misurata, dicendo di essere stati feriti a Sirte e a Bengasi.

"I soldati dell'Isis" - dice il documento - "presentano passaporti falsi e di fronte al personale medico di Misurata si fingono membri del Majlis Shura Thuwar Benghazi (MSTB)".

"Misurata è a tutti gli effetti il centro operativo del traffico di questi uomini provenienti dalla Libia e da altri paesi. Misurata è anche il luogo dove avviene il traffico dei passaporti falsi nel momento in cui è necessario costruire una falsa identità per coprire la vera origine di queste persone".

Il documento sottolinea le difficoltà di fronte alle quali si trovano le autorità in Libia e in Europa quando devono determinare le motivazioni dei militanti che combattono in Libia e in che misura le loro simpatie islamiste si potrebbero estendere fino al sostegno all'Isis.

I principali paesi coinvolti identificati nel documento sono Turchia, Romania, Serbia e Bosnia, ma i feriti avrebbero raggiunto anche la Francia, la Germania e la Svizzera.

Un medico italiano citato nel documento, Rodolfo Bucci, ha confermato al Guardian di essere stato contattato da un individuo identificato nel documento stesso come parte di questa rete criminale. "Sono stato contattato da alcuni uomini per coordinare i trattamenti medici in quanto specialista europeo nella terapia del trattamento del dolore. Ma poi non so cosa sia successo. Non so se il programma sia stato interrotto", ha detto.

Il documento dell'intelligence italiana descrive la posizione del governo di Tripoli come "altamente ambigua" perché, sebbene esso non paghi le cure mediche ai miliziani dell'Isis, ha "ufficialmente facilitato l'uscita dal territorio libico di elementi del MSTB, un gruppo nel quale sono direttamente coinvolti miliziani islamici collegati a Daesh [Isis]".

In alcuni casi, afferma il report, i documenti ospedalieri che giustificherebbero l'uscita dei libici dal paese forniscono solo dettagli superficiali delle ferite o sono addirittura privi di qualsiasi dettaglio.

Petter Nesser, ricercatore del gruppo antiterrorismo FFI in Norvegia, ha detto che le agenzie di intelligence europee sono sempre più preoccupate dagli spostamenti dei guerrieri dell'Isis provenienti dalla Libia.

"C'era la sensazione che avremmo visto sempre più combattenti fuoriuscire dalla Libia e, dopo un po' di tempo, questa sensazione si è materializzata. Molte delle operazioni dell'Isis in Europa erano legate alla Siria, ma recentemente stiamo assistendo sempre più a operazioni collegate alla Libia".

"Sappiamo che Daesh sta coordinando l'infiltrazione di un numero crescente di agenti e combattenti dalla Libia. L'attentatore di Berlino aveva legami con militanti libici e anche Abdelhamid Abaaoud, il capobanda degli attacchi a Parigi, aveva legami con agenti dell'Isis in Libia".

 

Il documento dell'intelligence italiana è ampiamente basato sullo scambio di informazioni tra la polizia e l'esercito italiano, come anche con l'FBI. Le indagini ora sono state trasmesse alla polizia antiterrorismo italiana.

Abbiamo contattato il Ministro dell'interno italiano per ulteriori commenti.

03/05/17

Il nuovo accordo greco: pagano i poveri, gli indifesi e i malati cronici

Nel nuovo accordo tra la Grecia e “i creditori” le vergogne europee toccano nuove vette. Il limite di esenzione dalle tasse scende addirittura sotto la soglia della povertà, le “pensioni d’oro” che superano i 700 euro vengono tagliate, la spesa sociale viene ulteriormente ridotta - in particolare per il Servizio sanitario nazionale già al collasso – ed è abolita la possibilità di detrarre dalle tasse le spese mediche, con ricadute devastanti per i malati cronici. Chissà se qualcuno ha avvertito i patrioti europei sui metodi e i risultati delle istituzioni che vorrebbero far evolvere, nella patria da loro tanto agognata – e che non è mai esistita.

I poveri in Germania sposteranno l'ago della bilancia alle elezioni

Per anni è stato ripetuto in tutte le salse che la chiave del successo tedesco sono state le riforme del mercato del lavoro attuate da Schroeder (SPD) più di dieci anni fa. Questo articolo della Reuters mostra l'altra verità: in Germania la disuguaglianza sociale e la povertà aumentano. Tra 1991 e 2014 - con una crescita reale del 22% - il 10% più ricco della popolazione ha visto un aumento del suo reddito del 27%, mentre il 10% più povero una riduzione dell'8%. E la percentuale dei lavoratori che non guadagnano abbastanza per essere al riparo dalla povertà in Germania oggi è più alta che in Regno Unito e Francia. C'è da stupirsi che le promesse della SPD, in vista delle elezioni di settembre prossimo, convincano poco i suoi ex elettori? Le politiche di destra favoriscono soltanto la destra, ripete da anni Alberto Bagnai, per esempio qui o qui. Tutto quello che sta accadendo in Europa lo conferma.

 

di Joseph Nasr, 27 aprile 2017

A dispetto dei suoi successi in campo economico, la Germania ha sempre maggiori problemi di disuguaglianza e povertà. E tuttavia la Cancelliera Angela Merkel sembra poco intenzionata ad assumersene la responsabilità, mentre prepara i piani di battaglia per le elezioni di settembre.

Benché sia rinomata per la sua forza lavoro altamente qualificata, la Germania ha in realtà una percentuale di lavoratori poveri - ovvero persone che si ritrovano povere benché non siano disoccupate - maggiore di quella che c'è in Gran Bretagna, Francia e anche in alcune delle nazioni dell'UE meno ricche, come Ungheria o Cipro.

Il crescente divario tra ricchi e poveri è più evidente che in qualsiasi altra zona nella regione della Ruhr, una distesa urbana di cinque milioni di persone, un tempo il fulcro dell'industria pesante tedesca.

L' autostrada che attraversa la regione occidentale è chiamata "l'equatore sociale": separa infatti le periferie colpite dal declino delle attività di estrazione del carbone e di produzione dell'acciaio dalle aree che hanno beneficiato delle nuove industrie che oggi sostengono la crescita tedesca.

A nord dell'autostrada, mense per i poveri e banche alimentari che danno aiuto ai disoccupati, alle persone senza fissa dimora, ai rifugiati, ma anche ai lavoratori poveri. A sud, lavoratori altamente qualificati che guidano auto di lusso verso i palazzi di vetro dove operano le aziende farmaceutiche e dell'alta tecnologia.



Avvertendo un'opportunità di sconfiggere la cancelliera conservatrice il 24 settembre (giorno delle elezioni in Germania, ndVdE), i socialdemocratici del centrosinistra (SPD) stanno cercando di mobilitare i tedeschi scontenti. "Molte persone temono che la loro pensione non sarà sufficiente, di non riuscire a pagare l'affitto o che i loro figli avranno per sempre contratti di lavoro precari", ha dichiarato alla Reuters il vicepresidente della SPD, Ralf Stegner.

Ma riconquistare questi elettori, molti di loro un tempo fedelissimi dell'SPD, si sta rivelando un'impresa ardua.

La regione del nord Reno-Westfalia, dove si trova la Ruhr spaccata in due e dove la povertà è aumentata più che in qualsiasi altro dei 16 stati della Germania, dovrebbe essere un terreno fertile per il messaggio della SPD. Allo stesso modo Edith Rena, pensionata di 75 anni, sembrerebbe essere indiscutibilmente una loro potenziale elettrice.

"Ho lavorato per 40 anni e ho cresciuto due figli da sola", dice la signora Rena, appoggiandosi al carrello pieno di frutta e verdura comprata a basso prezzo in una banca del cibo di Dortmund, la più grande città della Ruhr. "Vengo a fare la spesa qui perché è a buon mercato, e così posso risparmiare qualche soldo per comprare i regali ai miei nipoti."

Edith riceve un contributo sociale da quando è andata in pensione, dieci anni fa, dopo avere lavorato in un grande magazzino: i suoi 620 euro mensili di pensione infatti non coprono le spese per vivere e pagare l'affitto.

Parallelamente al numero dei lavoratori poveri, anche quello dei pensionati che ricevono un contributo integrativo è quasi raddoppiato negli ultimi dieci anni, e la SPD punta su questo per controbattere all'insistente messaggio dei conservatori secondo cui  i tedeschi non sarebbero mai stati così bene.

Eppure il messaggio della Merkel - la crescita economica solida, la disoccupazione ai minimi storici e in discesa e i conti pubblici in ordine - sembra essere più convincente per gli elettori come Rena.

La sua frustrazione si sfoga non contro la Cancelliera che ha guidato la Germania per più di 11 anni, ma contro la SPD, che ha realizzato le riforme del mercato del lavoro e del welfare a metà degli anni 2000, danneggiando pesantemente i suoi stessi sostenitori storici della classe operaia.

"Certo che vado a votare per la Merkel", dichiara Edith alla Reuters. "Con lei siamo andati bene. Perché dovrei votare per un partito che ha abbandonato i poveri?"

 

ROBIN HOOD

L'Istituto tedesco per la ricerca economica segnala che mentre l'economia tra il 1991 e il 2014 è cresciuta in termini reali del 22%, il 10% più povero delle famiglie ha visto il suo reddito reale disponibile ridursi dell'8%. Al contrario, il reddito del 10 % più ricco è aumentato di circa il 27%.

Nonostante la sua immagine di nazione di lavoratori ben pagati, che fabbricano merce di alto livello destinata a tutto il mondo, come le auto Mercedes o gli elettrodomestici Siemens, la Germania non esce bene da un confronto internazionale.

Secondo Eurostat (l'agenzia di statistica dell'Unione europea), la percentuale di tedeschi minacciati dalla povertà benché abbiano un lavoro, il che significa che il loro reddito disponibile è inferiore al 60 per cento del salario medio nazionale, nel 2015 era un po' sopra alla media dell'Unione europea: il 9,7% della forza lavoro rispetto a solo l'8,2% della Gran Bretagna, che dal 1980 ha abbracciato le riforme del libero mercato con più vigore rispetto alla Germania. Il tasso era del 7,5 % in Francia, 9,3% in Ungheria e 9.1% a Cipro.

Dopo aver nominato leader Martin Schulz, a gennaio, la Spd è salita nei sondaggi fino a raggiungere i conservatori della Merkel, spinta dalla promessa di rendere la società tedesca più equa. I media hanno soprannominato Schulz "Robin Hood", dal leggendario fuorilegge inglese che rubava ai ricchi per dare ai poveri.

Tuttavia, mentre si può prevedere una campagna elettorale molto combattuta, negli ultimi sondaggi i conservatori hanno recuperato  vantaggio, raggiungendo circa il 35%,  intorno a cinque punti più della SPD,  oggi partito di minoranza nella coalizione della Merkel.

Schulz, ex presidente del Parlamento europeo, promette di annullare alcune delle riforme realizzate nel quadro della "Agenda 2010" dal suo stesso partito, sotto l'allora cancelliere Gerhard Schroeder, oltre un decennio fa.

Queste (insieme all'euro, cioè a una moneta che non si rivaluta all'aumentare delle esportazioni tedesche, consentendo di fatto alla Germania di praticare una svalutazione competitiva reale, ndVdE) hanno contribuito a porre fine a un lungo periodo di stagnazione e di alta disoccupazione, rendendo l'economia più competitiva e trasformando la Germania da "malato d'Europa" a potenza economica.

Ma l'Agenda 2010 ha anche fatto crescere il numero dei lavoratori a bassa retribuzione e part-time, che ora sono esposti a un maggior rischio di cadere in povertà durante i loro anni di lavoro o una volta in pensione.

L'SPD ha pagato un prezzo politico pesante, perdendo una parte significativa della sua base di consenso e tre elezioni di fila, vinte dai conservatori, a partire dal 2005. Quindi è la Merkel che ha raccolto il beneficio politico delle riforme, lasciando all'SPD il compito di riconquistare la fiducia dei tedeschi, ormai disaffezionati.

"Attraverso il tema della giustizia sociale, la SPD sta cercando di mobilitare la sua base di consenso perduta, per riportare alle urne chi non vota più", dichiara Robert Vehrkamp, professore della Fondazione Bertelsmann, un think-tank no profit. "Questo potrebbe essere decisivo per le possibilità di vittoria del partito", aggiunge.

Schulz vuole quadruplicare fino a un massimo di 48 mesi il periodo in cui le persone espulse dal mercato del lavoro possono richiedere l'indennità di disoccupazione se frequentano la formazione professionale, e mettere un freno alla possibilità per i datori di lavoro di offrire ai lavoratori contratti a tempo determinato.

Il suo partito si è impegnato anche ad aumentare le tasse di successione e patrimoniali e a utilizzare questi fondi per aiutare le famiglie con asili nido e sostegno ai costi del doposcuola,  come anche un aumento delle pensioni.

Ma non tutti si lasciano convincere. "Schulz parla tanto. Ma io vorrei che mi trovasse un lavoro adatto alla mia età e al mio stato di  salute", dice Manfred Mueller, 56 anni, ex operaio edile, che è stato disoccupato per 15 anni dopo essersi fatto male alla schiena.

"L'Agenda 2010 è stata una catastrofe", dice Mueller, ex elettore SPD, che dal 2005 ha sostenuto il partito di sinistra radicale Die Linke. Ritiene che se Schulz  cercherà di rendere il mercato del lavoro più rigido, dovrà affrontare resistenze da parte dei datori di lavoro. che minacceranno di tagliare l'occupazione, .

"L'unico lavoro che potrei fare è stare seduto in un ufficio", dice Mueller, inzuppando un panino nella sua ciotola di minestra al Kana Soup Kitchen di Dortmund. "Ma non sono sicuro nemmeno che funzionerebbe. Sono formato come muratore."

 

LA MINACCIA POPULISTA

I cristiano-democratici (CDU) della Merkel e i loro alleati bavaresi sostengono che i piani di Schulz danneggerebbero la competitività e invertirebbero il calo della disoccupazione, che oggi è al 5,8 %, il suo livello più basso dalla riunificazione tedesca nel 1990. "Dal 2005 siamo riusciti a dimezzare la disoccupazione. E vogliamo far entrare più persone nel mercato del lavoro", ha dichiarato il segretario generale della CDU, Peter Tauber Reuters. "Quello che propone Schulz mette a rischio questo successo."

I conservatori promettono tagli di tasse per 15 miliardi di euro all'anno, soprattutto a beneficio delle famiglie a reddito medio.

Nonostante il malcontento, i tedeschi non stanno manifestando un rifiuto per i loro partiti tradizionali, a differenza di quanto avviene in Francia. Tuttavia, Conservatori e SPD devono fare i conti con il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD). Nelle elezioni regionali dello scorso anno, entrambi hanno perso voti a vantaggio di  AfD,  che ha attirato il voto di protesta degli elettori, molti dei quali operai e disoccupati.

Afflitta da lotte intestine, AfD ha perso un terzo dei suoi sostenitori dall'inizio dell'anno, scendendo al 10%, ma è comunque probabile che riesca a entrare in Parlamento per la prima volta, forse come terzo più grande partito, davanti alla Linke, ai Verdi e ai redivivi liberali dei Liberi Democratici.

Questo farebbe aumentare il numero dei gruppi rappresentati in Parlamento, dai quattro attuali a sei, rendendo più complicato il compito di costruire una coalizione per chi vincerà le elezioni a settembre.

02/05/17

La UE avvia procedura d'Infrazione contro l'Austria per le misure anti-dumping sociale

Come riporta il sito francese eurocritico Ruptures, perfino i paesi "core" come l'Austria e la Germania subiscono le procedure d'infrazione della Commissione Europea se cercano di applicare leggi nazionali per la tutela dei lavoratori - in questo caso, protezione dal dumping che avvantaggia i paesi dell'est Europa nel settore dei trasporti. Le professioni di fede eurofila non ripagano. In tutti i casi il percorso dell'Unione Europea è a senso unico: verso il neoliberalismo e la sempre maggiore svalutazione del lavoro. Cosa pensano di fare, i presunti riformatori di "un'altra Europa", per poterne cambiarne la sostanza?


 

di Laurent Dauré, 29 aprile 2017

In un comunicato stampa del 27 aprile la Commissione Europea ha annunciato di avere avviato una "procedura d'infrazione contro l'Austria per l'applicazione della legge austriaca sulla lotta contro il dumping sociale e salariale nel settore dei trasporti stradali".

Avete capito bene, Vienna continua ad adottare delle misure di protezione e la Commissione Europea stima che "queste pratiche costituiscano un limite al mercato interno dell'Unione Europea in modo sproporzionato".

Ecco come la Commissione Europea, la massima istituzione della UE, giustifica la procedura d'infrazione: "Pur sostenendo appieno il principio del salario minimo nazionale, la Commissione Europea ritiene che l'applicazione della legge austriaca a tutti i settori di trasporto internazionale che comportano un carico e/o uno scarico sul territorio austriaco rappresenti una restrizione spropositata al libero esercizio dei servizi e alla libera circolazione delle merci".

Lo scorso 31 gennaio i ministri dei trasporti di nove paesi (Germania, Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Italia, Lussemburgo, Norvegia e Svezia) avevano firmato una "Alleanza per l'Autotrasporto" per lottare contro la concorrenza sleale nel settore dei trasporti. Nel mirino c'erano paesi come la Polonia, la Bulgaria e la Lituania, i cui bassi standard sociali e e salariali comportano una pressione al ribasso sulle retribuzioni e le condizioni di lavoro anche per gli autisti occidentali (specialmente per quanto riguarda i tempi alla guida e i tempi di riposo). Varsavia, sostenuta da altri dieci paesi, aveva protestato contro la "regolamentazione spropositata" imposta dalla Francia e dalla Germania in materia di salario minimo. La Commissione le aveva dato ragione.

Alain Vidalies, Segretario di Stato per i trasporti, aveva motivato così l'iniziativa comune contro il dumping: "Se non facciamo nulla ci saranno delle reazioni a livello nazionale, e non è ciò che vogliamo. L'Europa non è basata sulla legge della giungla e sul dumping sociale. Queste cose alimentano il populismo". Ecco di nuovo l'argomento dell'ascesa del "populismo" e dei rischi che porrebbe alla preziosa costruzione europea...

Nel giugno 2016 la Commissione Europea aveva aperto una procedura d'infrazione contro la Francia, così come già fatto contro la Germania nel 2015. Le due procedure sono tuttora in corso. Le professioni di fede europea decisamente non ripagano. Il Ministro tedesco dei trasporti, Alexander Dobrindt, aveva dichiarato: "Ci hanno accusato di protezionismo. Questo è infondato." Oggi è venuto il turno dell'Austria di assaggiare il bastone di Bruxelles.

La Commissione Europea, come consentito dai trattati, interferisce dunque negli affari interni di un paese e pretende un cambiamento della legge. Vienna, che sta solo cercando di proteggere i propri camionisti (austriaci e non solo) dalla pressione salariale e sociale al ribasso imposta dalla libera circolazione dei servizi e delle merci, si vede rapidamente richiamata all'ordine da Bruxelles.

I padroni richiamano all'ordine i propri sottoposti con una simbolica violenza che nel linguaggio burocratico si veste di eufemismi: "Dopo uno scambio di informazioni con le autorità austriache e un'approfondita analisi giuridica delle misure adottate dall'Austria, oggi la Commissione Europea ha deciso di inviare una lettera di diffida. Le autorità austriache hanno da oggi due mesi di tempo per rispondere agli argomenti presentati dalla Commissione nella sua lettera".

Il comunicato stampa ha il pregio di esporre la dura realtà del funzionamento della UE: "in quanto custode dei trattati, [la Commissione] deve [...] vigilare affinché le misure legislative nazionali siano pienamente compatibili con il diritto dell'Unione Europea, e in particolare con la direttiva sul distacco dei lavoratori (direttiva 96/71/CE), con le prerogative in materia di trasporti, le libertà garantite dai trattati e specialmente il principio di libera circolazione dei servizi e delle merci, nonché con il principio di proporzionalità".

I quattro pilastri della libera circolazione (capitali, merci, servizi e manodopera) non sono negoziabili dal momento in cui si fa parte dell'Unione Europea. Di fatto essi sono l'Unione Europea stessa. Fanno parte di quelle che si definiscono "prerogative comunitarie", quel percorso a senso unico sul quale è diretta la costruzione europea fin dall'inizio, che garantisce che non ci possa essere alcuna deviazione rilevante dal dogma neoliberale. Se si accetta di restare dentro il quadro dell'Unione Europea si accettano necessariamente i quattro pilastri della libera circolazione e le loro conseguenze sociali.

Una qualsiasi modifica significativa dei trattati europei richiede l'unanimità dei paesi membri (secondo l'articolo 48 del Trattato di Maastricht), per cui si può facilmente capire che tutti i progetti per "un'altra Europa" sono destinati al fallimento. E dunque in questo caso i riformatori - più o meno sinceri - come sperano di poter costringere undici paesi UE, sostenuti dalla Commissione Europea, a rinunciare ai benefici della liberalizzazione nel settore dei trasporti su strada?

01/05/17

Forbes - Caro Macron, l’Euro è già fallito. L’unica domanda è: cosa vogliamo fare?

Un articolo di Tim Worstall su Forbes, pubblicato a gennaio di quest'anno, spiega la vacuità di Macron, probabile prossimo Presidente della Repubblica francese, e di tutto il mainstream sul tema euro. Fingere di riconoscere l'insostenibilità dell' "attuale" sistema della moneta unica invocando dei generici cambiamenti è un inganno. Discutere perché realmente la moneta unica è insostenibile significa dover ammettere che non c'è alcuno spazio per migliorarla.

 

di Tim Worstall, 12 gennaio 2017

Emmanuel Macron è candidato alla carica di prossimo Presidente francese. E in questo suo ruolo ha la necessità di definire rapidamente i principi della sua politica economica. Lui afferma che l’euro potrebbe fallire nel corso dei prossimi 10 anni se non verrà fatto qualcosa per evitarlo. Questo è un errore, un errore grave, perché l’euro è già fallito. L’unica questione utile o interessante che resta da porsi è: cosa vogliamo farci?
L’euro potrebbe non esistere più da qui a 10 anni se Parigi e Berlino non si affrettano a rafforzare l’unione monetaria, ha detto Emmanuel Macron, candidato alla presidenza francese, questo martedì.  Macron afferma di ritenere che l’attuale sistema porti beneficio alla Germania a spese degli stati membri più deboli. Macron è stato Ministro dell’economia sotto il Presidente socialista Francois Hollande fino alle dimissioni presentate lo scorso anno per creare un proprio movimento politico e concorrere come candidato indipendente alle elezioni presidenziali di quest’anno.

 

In realtà, l'euro non avvantaggia la Germania. Una valuta tedesca indipendente avrebbe un valore molto più alto dell’euro attuale—perciò l’euro sta rendendo i cittadini tedeschi più poveri in termini di potere di acquisto verso l’estero della propria valuta.
“La verità è che dobbiamo tutti quanti riconoscere che l’euro è incompleto e non potrà durare se non si faranno delle grosse riforme”, ha detto Macron in un discorso alla Humboldt University di Berlino.

Nel suo discorso in inglese ha aggiunto: “[L’euro] non ha fornito all’Europa una piena sovranità internazionale rispetto al dollaro e alle sue regole. Non ha dato all’Europa una naturale convergenza tra i diversi paesi membri”.

Non potete e non riuscirete a promuovere la convergenza se costringete tutti a stare in un un’unica valuta e dunque in un unico regime monetario. Non è così che funziona—potete avere una moneta unica che funziona solo dopo che le economie che ne fanno parte hanno raggiunto una convergenza. Cosa più importante, dato che una moneta unica significa una politica monetaria unica, è necessario che tutti i paesi membri abbiano delle economie correlate, che attraversino le fasi del ciclo economico nello stesso momento e con la stessa velocità. Questo semplicemente non è il caso dell’economia dell’eurozona, e molto probabilmente non lo sarà mai. Pertanto è stata tutta una pessima idea introdurla [la moneta unica].

Come notava Milton Friedman diverso tempo fa, prima che tutto avesse inizio:
Se un paese viene colpito da uno shock negativo che richiede, per esempio, un abbassamento dei salari relativi rispetto ad altri paesi, questo si può ottenere cambiando un unico prezzo, cioè il tasso di cambio, anziché pretendere di cambiare contemporaneamente migliaia e migliaia di salari, o costringendo all’emigrazione dei lavoratori. Le sofferenze imposte alla Francia dalla sua politica del “franco forte” dimostrano il costo della decisione ispirata da motivi politici di non usare il tasso di cambio per correggere l’impatto della riunificazione tedesca. La crescita dell'economia britannica dopo l'uscita dal sistema monetario europeo qualche anno fa e il ritorno ad una sterlina fluttuante, dimostra l’efficacia del tasso di cambio come meccanismo di aggiustamento.

Da allora abbiamo avuto grosse bolle immobiliari (con i conseguenti inevitabili crash) in Irlanda e in Spagna. A causa dell’euro i tassi di interesse erano troppo bassi per le loro economie, a vantaggio esclusivo dell'economia tedescoa, allora in difficoltà. Dopo il crash la BCE ha mantenuto tassi di interesse troppo elevati e troppo a lungo. L’Italia non ha avuto praticamente alcuna crescita economica per due decenni, la disoccupazione giovanile in Spagna è ancora vicina al 50%. La Grecia è ovviamente un disastro e perfino la Finlandia si trova stritolata nel mezzo di una svalutazione interna.

Ciò che è peggio è che nessuno dei presunti benefici economici che erano stati prospettati è mai arrivato. Si diceva che ci sarebbe stato molto più commercio tra i paesi—e questo non si è visto affatto. Ciò che è successo è che le stime erano basate su combinazioni di precedenti unioni monetarie, unioni monetarie che coincidevano anche con unioni doganali. E ciò che abbiamo scoperto è che l’importante erano le unioni doganali (sarebbe a dire, nel nostro caso, il mercato comune), non le unioni monetarie.

Ci sono in definitiva solo due processi politici percorribili dopo aver preso atto che l’euro è un fallimento. Potremmo cercare di introdurre l’unione fiscale. Sarebbe a dire fare una cosa tipo il sistema degli Stati Uniti d’America—il denaro affluisce a Washington DC e da lì viene redistribuito. Questa redistribuzione mitigherebbe gli effetti della politica della moneta unica. Ma questo richiederebbe che i paesi europei facciano affluire il 20% del loro PIL a Bruxelles lasciando che siano i burocrati a spenderlo. In altre parole, vorrebbe dire che i tedeschi dovranno pagare per davvero le pensioni ai greci.

Ecco. Questo - Non - Succederà.

L’altra strada è quella di ammettere il fallimento, smantellare il tutto e dichiarare vittoria. Questo è ciò che dovremmo fare. L’euro è fallito. L’unica strada per migliorarlo non è politicamente percorribile. Dunque è meglio che lo smantelliamo prima che siano gli eventi a farlo per noi, in mezzo al caos che si produrrebbe forzando la situazione.