In una lettera di intenti successiva allo scandalo Cambridge Analytica, il commissario europeo alla sicurezza Julian King scrive che la minaccia informatica che la UE fronteggia cerca di "manipolare il comportamento, approfondire le divisioni in seno alla società, sovvertire i nostri sistemi democratici e sollevare dubbi sulle nostre istituzioni democratiche” (sic). Secondo King è quindi necessario un giro di vite sui social media, auspicabilmente con una direttiva europea che segua il solco di quanto fatto a livello legislativo in Francia e in Germania contro le "fake news", e in ogni caso prima delle prossime elezioni europee del maggio 2019, che potrebbero essere dirottate da "populisti ed euroscettici". Insomma, i funzionari UE hanno sempre più paura, e assieme alla paura cresce e diventa sempre più evidente la fregola di censura. Dal Financial Times.
di Mehreen Khan e Michael Peel, domenica 1 aprile 2018
Bruxelles sta preparando un giro di vite sulle società di social media che sono state accusate di diffondere “fake news”, dando un severo ammonimento sul fatto che scandali come la fuga di dati di Facebook minacciano di “sovvertire i nostri sistemi democratici”.
La Commissione Europea teme che le elezioni del Parlamento Europeo del prossimo anno siano vulnerabili alla “disinformazione” online di massa euroscettica. La preoccupazione si è acuita dopo che un informatore interno ha dichiarato che Cambridge Analytica ha raccolto informazioni personali di fino a 50 milioni di utenti Facebook e le ha usate per cercare di influenzare gli elettori nelle elezioni presidenziali americane. Cambridge Analytica ha negato di usare i dati di Facebook nei suoi modelli.
Julian King, commissario europeo alla sicurezza, chiede un “regolamento del gioco chiaro” su come possono operare le società di social media durante i periodi elettorali sensibili – iniziando dal voto per il Parlamento Europeo a maggio 2019.
In una lettera a Mariya Gabriel, commissario all’economia digitale, Julian King chiede più trasparenza sugli algoritmi interni che le piattaforme internet usano per promuovere storie, limiti alla “raccolta” di informazioni personali a fini politici, e che le società tech rivelino chi finanzia i “contenuti sponsorizzati” sui loro siti web.
Julian King propone un “approccio più vincolante” rispetto all’autoregolamentazione, inclusi “indicatori di prestazioni definiti in modo chiaro e attento”.
La sue proposte hanno il sostengo degli altri commissari che stanno redigendo la prima norma della UE su come combattere la “disinformazione online”, che sarà pubblicata a fine mese.
Le rivelazioni di Cambridge Analytica hanno messo il turbo al dibattito, portando i funzionari UE a insistere per un indirizzo più vigoroso su come le piattaforme dovrebbero comportarsi per salvaguardare la democrazia.
Le “attività di targeting psicometrico” come quelle di Cambridge Analytica, una società di analisi dati, sono soltanto “un’anteprima degli effetti profondamente disturbanti che questa disinformazione potrebbe avere sul funzionamento delle democrazie liberali”, ha scritto Julian King nella lettera, datata 19 marzo.
“È chiaro che la minaccia alla sicurezza informatica che affrontiamo sta cambiando, dal prendere di mira i sistemi all’avere a che fare con l’impiego di mezzi cibernetici per manipolare il comportamento, approfondire le divisioni in seno alla società, sovvertire i nostri sistemi democratici e sollevare dubbi sulle nostre istituzioni democratiche”, è aggiunto nella lettera.
Gli avvertimenti di Bruxelles arrivano mentre un certo numero di stati membri della UE sta preparando “leggi contro le fake news”, in mezzo a un mare di accuse sulle interferenze russe nelle elezioni europee dell’anno scorso.
La Francia sta preparando una legislazione che permette ai giudici di rimuovere e bloccare contenuti virali falsi durante le campagne elettorali nazionali. Emmanuel Macron, il presidente francese, ha inveito contro le “menzogne diffamatorie” e la “propaganda disonesta” dei media sostenuti dal Cremlino, come RT e Sputnik, che hanno entrambi siti web in francese.
All’inizio di quest’anno, la Germania ha introdotto la sua prima “legge contro l’incitamento all’odio” che obbliga le piattaforme a rimuovere velocemente contenuti terroristici, xenofobici e fake news, pena multe fino a 50 milioni di euro.
I funzionari UE sono preoccupati che le elezioni europee del prossimo anno siano dirottate dai populisti e dalle forze euroscettiche atraverso piattaforme usate per diffondere teorie del complotto, notizie non vere e video falsificati.
Un sondaggio a livello europeo dello scorso mese ha scoperto che più di un terzo dei cittadini europei si imbatte in fake news ogni giorno, e l’83% afferma che questa è una minaccia per la democrazia, secondo Eurobarometro.
Ma i critici rispetto all’approccio della Commissione sostengono invece che questo potrebbe ritorcersi contro, se la UE finirà col chiudere un dibattito legittimo – o se sarà dipinta così con successo dai suoi oppositori.
Maritje Schaake, una liberale membro del Parlamento Europeo, il cui lavoro si concentra sull’amministrazione digitale, ha dichiarato che ci sono forti argomentazioni a favore di regole più vigorose sulla divulgazione degli algoritmi a “scatola nera” e dei proprietari di siti web il cui anonimato significa che non hanno “alcuna responsabilità”. Ma avverte anche sulla possibilità che un più generale giro di vite online possa ritorcersi contro se viene visto come un tentativo da parte della UE di impedire le critiche. “Punta un faro sulla questione della libertà di espressione”, ha detto. “Dovete chiedervi se è davvero desiderabile”.
06/04/18
Evviva la carenza di manodopera
La rivista The Week giustamente elogia la scarsità di lavoratori, mostrandone i vantaggi in termini di forza contrattuale in un’epoca in cui il loro potere d’acquisto è stato schiacciato ai minimi termini. In quest’ottica risulta anche estremamente dannoso considerare l’immigrazione una “naturale” soluzione alla scarsità di manodopera disponibile per i lavori sottopagati e spiacevoli. La giusta soluzione per i datori di lavoro che cercano braccia operose non è l’invocazione dell’esercito industriale di riserva, ma l’aumento di salari e diritti degli occupati per invogliarli a lavorare per loro.
Di Jeff Spross, 3 aprile 2018
Le imprese americane soffrono per la mancanza di lavoratori. A partire dagli estrattori di petrolio nel Texas occidentale fino ai ristoranti del New England, le aziende dicono ai giornalisti che non riescono a trovare abbastanza personale per colmare le carenze di organico. Ci viene detto che questo porterà a ordini non soddisfatti, a mercati bloccati e infine a una crescita economica più lenta.
Permettetemi di offrire un punto di vista completamente diverso: la carenza di manodopera in realtà è una buona cosa.
Ovviamente, è molto seccante per i proprietari delle aziende. “Abbiamo un portafoglio ordini ai massimi storici” ha detto un produttore di camion dell’Iowa al The Wall Street Journal. L’azienda, che normalmente soddisfa gli ordini in otto settimane, ora ci impiega il doppio del tempo.
Ma una ragione importante per cui la carenza di manodopera è così seccante è che alla fine costringe i proprietari delle aziende a spendere di più per attrarre i lavoratori. Si tratta della semplice legge della domanda e dell’offerta: se una risorsa è scarsa relativamente alle necessità dell’azienda, il suo prezzo salirà. Forse le aziende dovrebbero aumentare gli stipendi. Forse devono aumentare i benefit. Forse devono spendere più soldi per formare i dipendenti. Forse devono aumentare la produttività e l’efficienza.
Il punto è che quello che è spiacevole per i proprietari delle aziende, è positivo per i lavoratori.
Durante gli anni del boom economico a metà dello scorso secolo, a seguito della Seconda guerra mondiale, il tasso di disoccupazione era stato in realtà molto inferiore molto più spesso di quanto è stato dopo gli anni ’80. Quelli non erano anni di crescita asfittica ed aziende zoppicanti. È stato un periodo di crescita economica robusta e, in confronto a oggi, di benessere ben distribuito.
Quello che è notevole, è la resistenza di molti proprietari di aziende ad ammetterlo. Propongono qualsiasi genere di possibile rimedio alla carenza di manodopera, dall’incremento delle ore lavorative, all’utilizzo di più robot, all’alternanza scuola-lavoro con programmi di formazione. Ma la semplice soluzione di aumentare i salari orari viene citata raramente.
L’idea che gli stipendi non possono aumentare, che alcuni lavori devono sempre rimanere a basso salario, spesso viene data per scontata. “Un sacco di Americani non vogliono fare lavori a basso salario che sono poco attraenti” ha dichiarato Ray Wiley, un reclutatore che si occupa di piazzare rifugiati e immigrati nel mondo del lavoro, al The New York Times. “I lavori che offrono sono in posti sperduti” prosegue il testo, “il lavoro è mal pagato e non desiderabile, e i nativi (sic! NdVdE) americani, in particolare quelli di razza bianca, in genere non sono interessati”.
Notate il frame a favore dei proprietari e contro i lavoratori: lo stipendio è quello che è. Il fatto che possa cambiare non viene nemmeno preso in considerazione. Quindi, i lavoratori che non accettano l’offerta sono irragionevoli, forse persino viziati o pigri.
I giornalisti in effetti hanno la cattiva abitudine di presentare l’immigrazione come la soluzione alla mancanza di personale. Senza dubbio, questa favoletta è animata da buone intenzioni. Funziona da deterrente contro la xenofobia, spiegando come la tolleranza nei confronti di immigrati e rifugiati possa perfino aiutare l’economia. Ma contribuisce all’idea che noi dobbiamo semplicemente abituarci all’idea di avere stipendi bassi per sempre, e presenta inoltre implicitamente l’immigrazione come uno strumento per il mantenimento di bassi salari. Avvilisce anche gli stessi immigrati: questi sono considerati “migliori” o “più desiderabili” perché non scocciano i propri datori di lavoro chiedendo migliori condizioni di lavoro o maggiori stipendi.
Questo è solo un esempio. Ma la situazione è molto più diffusa: le imprese americane sembrano pensare di avere il diritto di disporre di manodopera a basso costo, che non li infastidisca.
Probabilmente lo pensano perché ci sono abituate. Gli economisti si impegnano a calcolare quanto bassa può essere al limite la disoccupazione senza innescare una spirale inflattiva. Queste stime ufficiali quasi certamente stabiliscono il valore minimo di disoccupazione molto più in alto di quanto dovrebbero. Ma anche così, la disoccupazione è stata inferiore a quella soglia soltanto il 35% del tempo, negli ultimi 20 anni.
In altre parole, negli ultimi decenni, il mercato del lavoro è stato dominato dai datori di lavoro.
I sondaggi delle aziende mostrano in effetti che ci sono più società che stanno aumentando i salari rispetto agli ultimi 18 anni. Ma si tratta di un confronto con il terribile paragone della Grande Recessione. A livello nazionale, i salari stanno crescendo del 2,6% all’anno. Si tratta del tasso più alto registrato dalla metà del 2009. Ma rimane inferiore alla forchetta del 3,5-4% che avevamo alla fine delgi anni ’90 e nel 2007-2008 – le ultime due volte che abbiamo avuto una disoccupazione così bassa.
Parte della differenza è dovuta alle diversità regionali: le posizioni lavorative aperte sono superiori al numero di disoccupati nel Midwest, ma i disoccupati sono ancora superiori alle posizioni aperte a livello nazionale.
Ma anche la struttura delle statistiche governative gioca un ruolo importante. Per essere considerato disoccupato, devi aver cercato attivamente un lavoro nell’ultimo mese. Altrimenti non vieni considerato come parte della forza lavoro. Ma la percentuale di partecipazione alla forza lavoro è collassata durante la Grande Recessione, e la crescente popolazione di pensionati non è sufficiente per spiegarne la caduta. Ciò suggerisce che l’economia è andata così male, così a lungo, che molte persone hanno semplicemente rinunciato a trovare un lavoro.
Infatti più del 70% dei lavoratori appena assunti a gennaio hanno dichiarato che il mese precedente non stavano cercando lavoro. Ciò significa che non sarebbero stati conteggiati tra i disoccupati. E la percentuale è la più alta mai registrata negli ultimi 25 anni.
Per molto tempo, è stato perfettamente normale per un gran numero di Americani essere disoccupati. Questo ha permesso ai datori di lavoro di scegliere a piacimento chi volevano assumere, senza doversi scomodare con aumenti salariali né altri sforzi per attrarre lavoratori. Ora il mercato finalmente inizia a spostarsi, anche se di poco, in favore dei lavoratori. Ma i proprietari di azienda non si rassegnano facilmente ad abbandonare le vecchie consuetudini. Dopo essersi cullati nella noncuranza e nell’ipersensibilità, vanno nel panico al minimo accenno di inconveniente.
“Qualcuno di voi pensa di alzare gli stipendi nei prossimi uno-due anni?” ha chiesto lo scorso anno il Presidente della Federal Reserve di Minneapolis, Neel Kashari, a un raduno di uomini d’affari. “O vi limitate solo a lamentarvi perché non riuscite a trovare manodopera?”.
Ha aggiunto: “Se non state alzando gli stipendi, allora sembra proprio che stiate solo piagnucolando”.
Di Jeff Spross, 3 aprile 2018
Le imprese americane soffrono per la mancanza di lavoratori. A partire dagli estrattori di petrolio nel Texas occidentale fino ai ristoranti del New England, le aziende dicono ai giornalisti che non riescono a trovare abbastanza personale per colmare le carenze di organico. Ci viene detto che questo porterà a ordini non soddisfatti, a mercati bloccati e infine a una crescita economica più lenta.
Permettetemi di offrire un punto di vista completamente diverso: la carenza di manodopera in realtà è una buona cosa.
Ovviamente, è molto seccante per i proprietari delle aziende. “Abbiamo un portafoglio ordini ai massimi storici” ha detto un produttore di camion dell’Iowa al The Wall Street Journal. L’azienda, che normalmente soddisfa gli ordini in otto settimane, ora ci impiega il doppio del tempo.
Ma una ragione importante per cui la carenza di manodopera è così seccante è che alla fine costringe i proprietari delle aziende a spendere di più per attrarre i lavoratori. Si tratta della semplice legge della domanda e dell’offerta: se una risorsa è scarsa relativamente alle necessità dell’azienda, il suo prezzo salirà. Forse le aziende dovrebbero aumentare gli stipendi. Forse devono aumentare i benefit. Forse devono spendere più soldi per formare i dipendenti. Forse devono aumentare la produttività e l’efficienza.
Il punto è che quello che è spiacevole per i proprietari delle aziende, è positivo per i lavoratori.
Durante gli anni del boom economico a metà dello scorso secolo, a seguito della Seconda guerra mondiale, il tasso di disoccupazione era stato in realtà molto inferiore molto più spesso di quanto è stato dopo gli anni ’80. Quelli non erano anni di crescita asfittica ed aziende zoppicanti. È stato un periodo di crescita economica robusta e, in confronto a oggi, di benessere ben distribuito.
Quello che è notevole, è la resistenza di molti proprietari di aziende ad ammetterlo. Propongono qualsiasi genere di possibile rimedio alla carenza di manodopera, dall’incremento delle ore lavorative, all’utilizzo di più robot, all’alternanza scuola-lavoro con programmi di formazione. Ma la semplice soluzione di aumentare i salari orari viene citata raramente.
L’idea che gli stipendi non possono aumentare, che alcuni lavori devono sempre rimanere a basso salario, spesso viene data per scontata. “Un sacco di Americani non vogliono fare lavori a basso salario che sono poco attraenti” ha dichiarato Ray Wiley, un reclutatore che si occupa di piazzare rifugiati e immigrati nel mondo del lavoro, al The New York Times. “I lavori che offrono sono in posti sperduti” prosegue il testo, “il lavoro è mal pagato e non desiderabile, e i nativi (sic! NdVdE) americani, in particolare quelli di razza bianca, in genere non sono interessati”.
Notate il frame a favore dei proprietari e contro i lavoratori: lo stipendio è quello che è. Il fatto che possa cambiare non viene nemmeno preso in considerazione. Quindi, i lavoratori che non accettano l’offerta sono irragionevoli, forse persino viziati o pigri.
I giornalisti in effetti hanno la cattiva abitudine di presentare l’immigrazione come la soluzione alla mancanza di personale. Senza dubbio, questa favoletta è animata da buone intenzioni. Funziona da deterrente contro la xenofobia, spiegando come la tolleranza nei confronti di immigrati e rifugiati possa perfino aiutare l’economia. Ma contribuisce all’idea che noi dobbiamo semplicemente abituarci all’idea di avere stipendi bassi per sempre, e presenta inoltre implicitamente l’immigrazione come uno strumento per il mantenimento di bassi salari. Avvilisce anche gli stessi immigrati: questi sono considerati “migliori” o “più desiderabili” perché non scocciano i propri datori di lavoro chiedendo migliori condizioni di lavoro o maggiori stipendi.
Questo è solo un esempio. Ma la situazione è molto più diffusa: le imprese americane sembrano pensare di avere il diritto di disporre di manodopera a basso costo, che non li infastidisca.
Probabilmente lo pensano perché ci sono abituate. Gli economisti si impegnano a calcolare quanto bassa può essere al limite la disoccupazione senza innescare una spirale inflattiva. Queste stime ufficiali quasi certamente stabiliscono il valore minimo di disoccupazione molto più in alto di quanto dovrebbero. Ma anche così, la disoccupazione è stata inferiore a quella soglia soltanto il 35% del tempo, negli ultimi 20 anni.
In altre parole, negli ultimi decenni, il mercato del lavoro è stato dominato dai datori di lavoro.
I sondaggi delle aziende mostrano in effetti che ci sono più società che stanno aumentando i salari rispetto agli ultimi 18 anni. Ma si tratta di un confronto con il terribile paragone della Grande Recessione. A livello nazionale, i salari stanno crescendo del 2,6% all’anno. Si tratta del tasso più alto registrato dalla metà del 2009. Ma rimane inferiore alla forchetta del 3,5-4% che avevamo alla fine delgi anni ’90 e nel 2007-2008 – le ultime due volte che abbiamo avuto una disoccupazione così bassa.
Parte della differenza è dovuta alle diversità regionali: le posizioni lavorative aperte sono superiori al numero di disoccupati nel Midwest, ma i disoccupati sono ancora superiori alle posizioni aperte a livello nazionale.
Ma anche la struttura delle statistiche governative gioca un ruolo importante. Per essere considerato disoccupato, devi aver cercato attivamente un lavoro nell’ultimo mese. Altrimenti non vieni considerato come parte della forza lavoro. Ma la percentuale di partecipazione alla forza lavoro è collassata durante la Grande Recessione, e la crescente popolazione di pensionati non è sufficiente per spiegarne la caduta. Ciò suggerisce che l’economia è andata così male, così a lungo, che molte persone hanno semplicemente rinunciato a trovare un lavoro.
Infatti più del 70% dei lavoratori appena assunti a gennaio hanno dichiarato che il mese precedente non stavano cercando lavoro. Ciò significa che non sarebbero stati conteggiati tra i disoccupati. E la percentuale è la più alta mai registrata negli ultimi 25 anni.
Per molto tempo, è stato perfettamente normale per un gran numero di Americani essere disoccupati. Questo ha permesso ai datori di lavoro di scegliere a piacimento chi volevano assumere, senza doversi scomodare con aumenti salariali né altri sforzi per attrarre lavoratori. Ora il mercato finalmente inizia a spostarsi, anche se di poco, in favore dei lavoratori. Ma i proprietari di azienda non si rassegnano facilmente ad abbandonare le vecchie consuetudini. Dopo essersi cullati nella noncuranza e nell’ipersensibilità, vanno nel panico al minimo accenno di inconveniente.
“Qualcuno di voi pensa di alzare gli stipendi nei prossimi uno-due anni?” ha chiesto lo scorso anno il Presidente della Federal Reserve di Minneapolis, Neel Kashari, a un raduno di uomini d’affari. “O vi limitate solo a lamentarvi perché non riuscite a trovare manodopera?”.
Ha aggiunto: “Se non state alzando gli stipendi, allora sembra proprio che stiate solo piagnucolando”.
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05/04/18
Zingales – I populisti italiani possono battere l’establishment europeo
In un articolo su Foreign Policy, Luigi Zingales, uomo dell'establishment ma anche suo critico, sembra sorprendentemente augurarsi che l'esito delle elezioni del 4 marzo possa portare finalmente a una contrapposizione vera tra ltalia e UE. Dichiarato senza giri di parole che i problemi della moneta unica erano ben noti fin dal principio, che la crisi degli spread è stata cinicamente manovrata dalla BCE per fini politici, e che l'establishment italiano finora ha preferito barricarsi dietro le istanze europee (anziché opporvisi) per aggirare così il processo democratico, Zingales sembra augurarsi che l'Italia possa finalmente voltare pagina. La presenza di due importanti partiti "populisti" in Italia, anziché di uno solo, secondo Zingales è un bene, a patto che i due non si uniscano in coalizione, perché così mentre uno dal ruolo di governo svolgerebbe delle trattative con l'Europa, l'altro potrebbe presentarsi come spauracchio per un'alternativa ancora più radicale in caso di fallimento. Quel che soprattutto lascia perplessi in questa analisi sono le priorità indicate da Zingales per la possibile intesa, da lui auspicata, tra Movimento 5 Stelle e PD. La prima - che conterebbe su una apertura di Macron alla revisione delle regole sulla immigrazione - pare già smentita sul nascere; le altre due, l'assicurazione europea sulla disoccupazione e la prospettiva di una ristrutturazione del debito pubblico italiano, non farebbero che portare avanti il disegno liberista di integrazione sovranazionale che sta rovinando il nostro paese, con buona pace del "populismo" che, a parole, dovrebbe trionfare. (Inoltre, l'ostacolo al successo rappresentato dalla mancanza di persone qualificate a negoziare tra i populisti, per quanto riguarda la Lega andrebbe aggiornato...)
di Luigi Zingales, 3 aprile 2018
Le recenti elezioni italiane rappresentano per l’Europa un colpo più duro di quello della Brexit. I britannici, dopotutto, erano sempre stati euroscettici. Il Regno Unito aveva aderito all’allora Comunità Economica Europea tardi e con riluttanza, e per la maggior parte degli ultimi 45 anni la maggioranza dei britannici non ha visto l’Unione europea come qualcosa di vantaggioso. Il voto sulla Brexit è stato poco più che la legittimazione politica di un’avversione già presente e profondamente radicata.
Al contrario l’Italia, uno dei paesi fondatori della comunità europea, è sempre stato un paese eurofilo. Storicamente più dell’80 percento degli italiani vedeva benefici nell’appartenenza all’UE. Quando il 4 marzo gli italiani hanno votato in massa per partiti euroscettici non lo hanno fatto perché detestano l’Europa, ma perché hanno sentito che l’Europa li stava rovinando. Una coalizione che includa almeno uno di questi partiti formerà, con ogni probabilità, il prossimo governo italiano.
Ora la questione critica – non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa – è cosa potrà realmente fare un nuovo governo italiano, con nuovi partiti e nuovi uomini politici. Ciò dipenderà dalla capacità della classe politica populista, non ancora messa alla prova, di trovare punti su cui fare leva per opporsi efficacemente al resto dell’Europa. E i populisti italiani, se saranno creativi, potranno farcela.
È l’economia, stupido!
Prima delle elezioni italiane il prestigioso giornale tedesco Der Spiegel pubblicava un pezzo che descriveva l’Italia come un paese di bambini che votano per dei clown. Era un articolo ovviamente offensivo. Ma ha anche dimostrato la completa mancanza di comprensione della situazione politica italiana. Per gli elettori italiani – per parafrasare James Carville, ex consigliere politico del presidente USA Bill Clinton – “è l’economia ed è l’immigrazione, stupido!”.
La crisi economica italiana inizia nel 2008 ed è confrontabile alla crisi degli anni ’30 in Germania: tre grosse banche sono crollate, il 30 percento delle aziende sono fallite, la disoccupazione ha raggiunto il 12 percento, quella giovanile il 35 percento, e centinaia di migliaia di persone brave e capaci sono costrette a lasciare il paese ogni anno per cercare lavoro all’estero. Dati questi numeri, ciò che sorprende non è il voto di protesta, ma semmai quanto questo voto di protesta sia stato contenuto. Il Movimento Cinque Stelle (che ha ottenuto circa il 32 percento dei voti) è più simile al partito mainstream tedesco dei Verdi che non all’estrema sinistra della Linke, ed è chiaramente più moderato dei partiti anti-establishment come Podemos in Spagna e Syriza in Grecia. Al contempo la Lega (che ha ottenuto il 17 percento dei voti) è più moderata rispetto ad Alternativa per la Germania, che nelle scorse elezioni nel paese tedesco ha preso il 13 percento dei voti nonostante una disoccupazione ad appena il 3,6 percento e un reddito pro capite che negli ultimi due decenni è cresciuto del 30 percento.
Se l’Europa non è certamente l’unico colpevole della pessima situazione economica dell’Italia, non si può nemmeno dire che sia senza colpe. Il progetto di una moneta unica europea conteneva grossi difetti – tra cui la combinazione di rigide regole di bilancio e la mancanza di stabilizzatori automatici (come ad esempio l’assicurazione sulla disoccupazione negli USA, un sistema pagato in parte coi fondi federali) – e questi difetti erano ben noti ai suoi creatori, anche a quelli italiani. Nonostante questi ben noti difetti (e l’insorgere di una enorme crisi), nel corso degli ultimi 20 anni non è stato fatto nessun passo avanti per correggerli.
Altri problemi sono diventati evidenti solo durante la stessa crisi dell’euro – ad esempio la mancanza di un meccanismo per un intervento rapido volto a evitare il panico sul mercato dei titoli pubblici. Qualsiasi paese con una situazione fiscale precaria come quella italiana deve sapere che la banca centrale è pronta a intervenire per sostenere il debito pubblico in caso di una crisi di fiducia. Si vedano le differenze tra i rendimenti dei titoli del Regno Unito e quelli della Spagna dopo la crisi finanziaria. I due paesi avevano livelli di debito e di deficit molto simili. Ma il mercato ha preteso dalla Spagna, non dal Regno Unito, rendimenti maggiori dei titoli, per il fatto che c'erano incertezze sulla volontà della Banca centrale europea (BCE) di intervenire in caso di necessità.
A dire il vero la BCE alla fine è intervenuta, sia nel caso spagnolo che in quello italiano, ma solo dopo un lungo indugio. Il ritardo nell’intervento non era dovuto a incompetenza, ma all’esplicito desiderio di imporre la “disciplina di mercato” – sarebbe a dire, mettere pressione sul governo affinché migliorasse la sua situazione fiscale. È stata una sorta di waterboarding economico (una forma di tortura nota come "annegamento simulato" o "sottomarino", ndt) che ha lasciato l’economia italiana devastata e gli elettori italiani legittimamente infuriati verso le istituzioni europee.
… Ma c’è anche l’immigrazione
Nel frattempo l’immigrazione ha giocato un ruolo importante (e uno potrebbe dire sproporzionatamente importante) nelle elezioni USA del 2016 e nelle elezioni tedesche del 2017, e lo stesso ha fatto anche nelle elezioni italiane 2018. In Italia, però, il problema immigrazione è fondamentalmente diverso da quello degli Stati Uniti e della Germania. Molti degli immigrati non vogliono stabilirsi in Italia. Si trovano in Italia solo come paese di passaggio per raggiungere successivamente la Francia, la Germania e il Regno Unito.
Ma allora perché gli italiani sono così risentiti sull’immigrazione? Perché le regole europee sono progettate affinché il paese di arrivo (che generalmente è l’Italia) sopporti tutti i costi dell’assistenza. È come se tutti gli immigrati degli Stati Uniti passassero per il New Mexico, e fosse questo stato ad essere il responsabile esclusivo della loro assistenza, tramite il proprio bilancio statale – con la differenza ulteriore che gli immigrati che arrivano nel New Mexico possono liberamente muoversi verso il resto della nazione, mentre gli immigrati che arrivano in Italia non possono. La scorsa settimana i media italiani hanno riportato il caso di una donna nigeriana incinta, che stava morendo di cancro e al contempo stava cercando di raggiungere la propria sorella in Francia per affidarle il bambini, ma è stata respinta dalla polizia francese verso l’Italia, dove è morta.
Per aggiungere al danno la beffa, la crisi migratoria italiana è un disastro di matrice europea. L’intervento europeo che ha distrutto il paese libico – paese che ora è terreno fertile del terrorismo e dell’immigrazione illegale – è stato voluto dall’allora presidente francese Nicolas Sarkozy, che intendeva accrescere il potere della Francia all'estero e forse anche nascondere la provenienza del denaro che si dice abbia ricevuto dal leader libico Muammar Gheddafi per la sua campagna elettorale.
Certo, l’UE non è l’unica parte in causa nella crisi migratoria italiana. Il governo italiano ha firmato volontariamente la Convenzione di Dublino, che assegna il peso dell’immigrazione al paese di sbarco (sebbene la stessa Convenzione implichi anche che ciascun paese debba farsi carico di una quota di migranti, e la maggior parte dei paesi ha rifiutato), e ha, seppure in modo riluttante, seguito Sarkozy nell’avventura militare libica.
Dov’è la speranza?
Il quadro della situazione che ho tracciato finora è piuttosto desolante. C’è un lato positivo? Sì, e si trova nel senso di urgenza scatenato dal risultato delle elezioni italiane. Già prima che i voti italiani fossero scrutinati, il presidente francese Emmanuel Macron aveva iniziato ad ammettere che l’Italia era stata lasciata sola nella crisi dell’immigrazione. La settimana seguente Macron ha incontrato la cancelliera tedesca Angela Merkel per riaffermare la necessità di una riforma delle politiche europee e condividere meglio il peso dell’immigrazione in tutto il continente.
Ciò che sta spingendo l’attivismo di Macron non è solo la sua ambizione di scrivere la storia come demiurgo di una nuova Europa. È anche la consapevolezza che – se non ci sarà una opportuna reazione – il voto italiano potrebbe alla fine portare all’uscita dell’Italia dall’euro, un’uscita che la Francia non può permettersi. Se la forte economia tedesca potrebbe funzionare anche in una più ristretta unione monetaria dei paesi nordici, lo stesso non si può dire della Francia. Un’Italia con una moneta svalutata sottrarrebbe alla Francia quote di mercato in molti dei suoi più importanti settori economici, dall’agroalimentare al settore automobilistico, fino al settore dei servizi bancari, per non parlare del turismo. È già abbastanza difficile per la Francia mantenere il suo costoso stato sociale e al contempo competere alla pari con le aziende tedesche. Le diventerebbe impossibile continuare così se le aziende italiane riuscissero facilmente a prevalere su quelle francesi grazie a una moneta svalutata. Uno scenario di “Quitaly” [in italiano diremmo “UscITA”, NdVdE] sarebbe il più grande regalo politico che una indebolita Marine Le Pen potrebbe ricevere ora – ed è per questo che Macron intende fare tutto il possibile per evitarlo.
Il problema è che il suo potere può essere limitato. Qualsiasi riforma richiede il consenso del resto dell’Unione e, soprattutto, della Germania. Gli elettori tedeschi sono terrorizzati all’idea di diventare i finanziatori di ultima istanza di un’Europa in fallimento. Per questa ragione i politici tedeschi si oppongono a qualsiasi forma di accordo per una condivisione dei rischi, sia pure la più modesta e ragionevole, come quella di un deposito assicurativo comune per le banche supervisionato dalla BCE. È come se lo stato di New York avesse insistito che fosse la California a ripianare interamente le perdite che il fallimento di IndyMac ha inflitto alla Federal Deposit Insurance Corp.
Il poliziotto buono e il poliziotto cattivo
Nonostante ciò la strategia di un nuovo governo italiano dovrebbe essere quella di fare leva sull’evidente interesse di Macron a riformare l’eurozona. E può farcela, se gioca le carte giuste.
Il primo passo dovrebbe essere quello di respingere la strategia negoziale aggressiva adottata dall’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis. Lui pensava di poter ottenere concessioni sul debito dai suoi partner europei minacciando un default volontario sui titoli greci precedentemente acquistati dalla BCE, al fine di far saltare il quantitative easing e provocare un contagio in tutto il continente. Varoufakis non ha considerato che i politici tedeschi avrebbero preferito perdere dei miliardi piuttosto che cedere a una minaccia, perché in tal caso sarebbero stati certamente rimossi da un elettorato furioso nelle elezioni immediatamente seguenti.
Sebbene l’Italia abbia maggiore potere contrattuale rispetto alla Grecia, può essere soffocata finanziariamente proprio nello stesso modo – come la Grecia lo fu nel 2015 – se dovesse rendere esplicita la propria minaccia. Nel momento in cui il governo italiano dovesse minacciare di uscire dall’euro, i capitali inizierebbero immediatamente a defluire dal sistema bancario italiano. Per restare aperte, le banche italiane dovrebbero allora ottenere qualche forma di liquidità di emergenza dalla BCE. Se il governo italiano dovesse esplicitare le proprie considerazioni su una uscita dall’euro, la BCE avrebbe l’incentivo a negare tali prestiti, provocando una corsa agli sportelli.
Il governo italiano potrebbe bloccare temporaneamente la corsa agli sportelli imponendo dei controlli sui movimenti di capitali e dei limiti sul ritiro di contante agli sportelli, proprio come è avvenuto in Grecia. Ma queste misure impatterebbero gravemente sull’economia, minando il sostegno popolare a qualsiasi governo decidesse di imporle. Cosa più importante, causerebbero fratture in qualsiasi coalizione e nei partiti stessi. Alcuni osservatori – come Wolfgang Münchau sul Financial Times – hanno sostenuto che l’Italia sia troppo grande per fallire, implicando che il resto dell’Europa dovrebbe correrle in soccorso. Forse ha ragione, ma l’aiuto verrebbe eventualmente all’ultimo istante, dopo mesi se non anni di perdite sui depositi e di recessione economica. In una qualsiasi guerra di logoramento – indipendentemente da quale governo la porti avanti – l’Italia dovrebbe colpire per prima.
Ma anche il tradizionale metodo italiano di rinunciare a qualsiasi richiesta di riforma fondamentale dell’eurozona in cambio dell’ottenimento di un po’ di flessibilità sulle regole di bilancio europee (note anche come fiscal compact) non è una strategia vincente. Questo approccio finora ha ottenuto ben poco vantaggio per l’Italia e ha causato una perdita di consenso di metà dell’elettorato del paese.
Sarebbe molto meglio se un nuovo governo italiano adottasse un approccio su due livelli: un grosso sforzo per rivedere i difetti delle regole europee con l’implicita minaccia (anziché esplicita) che se tale strategia dovesse fallire il governo in carica crollerebbe e quello successivo uscirebbe dall’euro. È su questo che la presenza di due grossi partiti euroscettici italiani può portare un vantaggio. Se i due non governeranno assieme, uno dei due potrebbe negoziare con l’Europa sostenendo che, se le trattative fallissero, l’altro salirebbe al potere e sarebbe peggio.
I primi ministri Matteo Renzi e Paolo Gentiloni hanno già giocato a loro modo questa strategia dal 2014 al 2017, quando chiedevano maggiore flessibilità di bilancio al fine di evitare un'ulteriore crescita dei partiti populisti. Ma c’erano due grosse differenze rispetto ad ora: primo, erano alquanto isolati in Europa nella loro richiesta di maggiore flessibilità fiscale, ed erano incapaci di ispirare una coalizione più ampia. Oggi se l’Italia conduce la sua battaglia per le necessarie riforme, anziché per chiedere flessibilità sulle regole già esistenti, può contare sul sostegno della Francia di Macron, che ha a sua volta da ammorbidire il proprio elettorato sempre più euroscettico, col rischio di perdere le prossime elezioni.
La seconda differenza rispetto ai precedenti tentativi italiani di strappare qualche concessione all’Europa è che il resto del continente prima non credeva che la minaccia populista fosse una minaccia reale, specialmente dopo una serie di risultati rassicuranti nel corso del 2017, dalla Francia all’Olanda, all’Austria. Ora due partiti populisti in Italia avrebbero, assieme, la maggioranza dei seggi parlamentari alla Camera e al Senato, e la questione non è più se la minaccia populista sia reale, ma quale forma prenderà il populismo italiano.
Quale populismo?
Storicamente il populismo ha preso molte forme, alcune più a destra e altre più a sinistra. In questo l’Italia non è diversa dagli altri paesi. Da un lato c’è la Lega, che rappresenta una forma di nazionalismo economico un po’ come il Front National della Le Pen in Francia. Dall’altro lato c’è il Movimento Cinque Stelle, che enfatizza maggiormente le istanze progressiste come il reddito di cittadinanza, le questioni ambientali e la lotta alla corruzione.
Al momento presente una coalizione tra i due partiti populisti sembra la cosa più probabile, dato che le divisioni ideologiche ora sono meno forti del desiderio di sostituire l’attuale establishment. Da un lato una tale coalizione avrebbe la maggiore coerenza interna nel trattare una linea dura con l’Europa. Dall’altro lato però indebolirebbe la posizione negoziale italiana. Se la coalizione dovesse fallire, non ci sarebbe alcuna alternativa se non il ritorno al vecchio regime.
Un’altra possibilità sarebbe un governo della Lega con i suoi alleati di centrodestra (che assieme hanno ottenuto il 37 percento dei voti), con una benevola astensione da parte del Partito Democratico. In questa coalizione l’euroscetticismo della Lega sarebbe diluito dalle posizioni più moderate dei suoi alleati. Il problema è che il resto della coalizione (e specialmente il partito dell’ex primo ministro Silvio Berlusconi) è poco propenso a riformare l’Europa. Sarebbe più o meno la stessa cosa di prima.
La terza opzione è una coalizione tra Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico, il grande perdente delle ultime elezioni. Al momento questa sembra una possibilità remota, dato che il PD rigetta categoricamente l’idea. Tuttavia questa proposta avrebbe molti vantaggi. Primo, legittimerebbe l’elettorato italiano dando al primo partito, il Movimento Cinque Stelle, la possibilità di governare, mentre la presenza del Partito Democratico garantirebbe i partner europei e i mercati dalle opzioni più radicali (come il tentativo di uscire dall’euro). Rappresenterebbe anche una minaccia credibile per l’Europa, perché il fallimento di una coalizione Movimento Cinque Stelle-PD consegnerebbe l’Italia nelle mani dei populisti nazionalisti pronti a uscire dall’euro.
Le tre priorità
La prima priorità di un nuovo governo dovrebbe essere quella di riformare la Convenzione di Dublino sull’immigrazione. Questo sarebbe un risultato comunque minore, visto che Macron ha già aperto degli spiragli su questo punto. Oggi i richiedenti asilo politico non possono entrare legalmente in Europa, ma una volta che sono entrati possono fare richiesta di asilo politico. Dovrebbe essere vero l’opposto. Quando sono verificate certe condizioni dovrebbe essere relativamente facile per un richiedente asilo fare domanda dal proprio paese di origine, ma dovrebbe essere impossibile farlo dopo essere entrato illegalmente nel continente. Secondo punto, il pattugliamento delle coste e delle frontiere europee dovrebbe essere a carico di tutte le forze europee e non solo di quelle di frontiera. Di conseguenza gli immigrati che vengono soccorsi dalla polizia di frontiera dovrebbero essere suddivisi automaticamente tra i paesi membri in ragione del numero dei propri cittadini, e non abbandonati tutti in Grecia o in Italia. Terzo punto, la stessa libertà di movimento che viene garantita ai cittadini dei paesi europei all’interno della UE dovrebbe essere garantita anche agli immigrati. Questo renderebbe l’immigrazione davvero un problema europeo e non un problema dei paesi di frontiera.
La seconda priorità è quella di creare una qualche forma di assicurazione europea per la disoccupazione. L’Italia e la Grecia sono gli unici paesi nell’eurozona a non avere un ampio programma di assicurazione per la disoccupazione. Il Movimento Cinque Stelle ha fatto una campagna molto insistente a favore di una qualche forma di assicurazione. Tutti gli altri hanno insistito sull’infattibilità di un tale piano alla luce degli attuali limiti di bilancio imposti dall’Europa. La soluzione potrebbe essere una forma di assicurazione su base europea, che si attiverebbe nel momento stesso in cui un paese affronta un’ampia recessione. Questa non sarebbe solo una vittoria per il governo che riuscisse a metterla in atto, ma sarebbe anche un primo aggiustamento dei difetti della moneta unica.
Infine, per rassicurare i tedeschi che non dovranno pagare per una bancarotta italiana, il governo italiano potrebbe accettare la proposta avanzata dalla Germania di permettere ai paesi in difficoltà finanziaria di ristrutturare il proprio debito sovrano a due condizioni. Primo, che ogni paese possa emettere titoli pubblici solo fino al 60 percento del PIL che siano esenti da qualsiasi forma di bail-in e che siano garantiti dagli altri paesi dell’eurozona. In questo modo qualsiasi paese potrebbe finanziarsi con degli “asset sicuri” a un tasso conveniente. Secondo, che solo i titoli di nuova emissione possano essere considerati “senior” e pertanto garantiti. Questo provvedimento allevierebbe parzialmente le preoccupazioni tedesche sul rischio di una propria sottoscrizione di passività italiane già esistenti. Inoltre renderebbe “junior” tutti i titoli già esistenti, aprendo la possibilità di una ristrutturazione volontaria dei debiti già esistenti nei paesi più indebitati, cosa che avrebbero dovuto fare quando sono entrati nell’euro.
I maggiori ostacoli
Arrivare a un tale accordo non sarebbe facile, eppure gli ostacoli maggiori non starebbero nei partner europei dell’Italia, ma nell’Italia stessa. Il primo problema è quello della qualità del personale italiano a Bruxelles. Ancora oggi i burocrati e il personale politico italiano non sono certo tra i negoziatori più competenti. È poco probabile che un partito populista riesca a identificare e a promuovere una nuova squadra di negoziatori più competenti, così dalla sera alla mattina.
Il secondo ostacolo viene dalla visione cinica che l’establishment italiano ha dell’Europa. Se l’Italia non è stata capace di ottenere accordi migliori non è solo colpa dei suoi governi deboli e dei suoi burocrati incompetenti. La maggior parte dell’establishment italiano ha accolto le rigide regole europee per costringere gli italiani ad accettare ciò che altrimenti non avrebbero mai approvato attraverso un processo democratico. Come mi ha confessato l’amministratore delegato di una grossa banca italiana: “L’Italia sarebbe gestita meglio se fosse gestita dalla Germania”. La maggior parte dell’establishment italiano, quindi, è riluttante a opporsi a qualsiasi revisione delle regole europee.
Le elezioni del 4 marzo, però, non hanno rappresentato solo un voto anti-europeo: sono state soprattutto un voto anti-establishment. Gli italiani si sono democraticamente ribellati contro un establishment che è incapace di guidarli. O l’establishment italiano impara rapidamente la lezione o sarà obbligato a farsi da parte – non solo per il bene dell’Italia, ma per il bene di tutta l’Europa.
di Luigi Zingales, 3 aprile 2018
Le recenti elezioni italiane rappresentano per l’Europa un colpo più duro di quello della Brexit. I britannici, dopotutto, erano sempre stati euroscettici. Il Regno Unito aveva aderito all’allora Comunità Economica Europea tardi e con riluttanza, e per la maggior parte degli ultimi 45 anni la maggioranza dei britannici non ha visto l’Unione europea come qualcosa di vantaggioso. Il voto sulla Brexit è stato poco più che la legittimazione politica di un’avversione già presente e profondamente radicata.
Al contrario l’Italia, uno dei paesi fondatori della comunità europea, è sempre stato un paese eurofilo. Storicamente più dell’80 percento degli italiani vedeva benefici nell’appartenenza all’UE. Quando il 4 marzo gli italiani hanno votato in massa per partiti euroscettici non lo hanno fatto perché detestano l’Europa, ma perché hanno sentito che l’Europa li stava rovinando. Una coalizione che includa almeno uno di questi partiti formerà, con ogni probabilità, il prossimo governo italiano.
Ora la questione critica – non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa – è cosa potrà realmente fare un nuovo governo italiano, con nuovi partiti e nuovi uomini politici. Ciò dipenderà dalla capacità della classe politica populista, non ancora messa alla prova, di trovare punti su cui fare leva per opporsi efficacemente al resto dell’Europa. E i populisti italiani, se saranno creativi, potranno farcela.
È l’economia, stupido!
Prima delle elezioni italiane il prestigioso giornale tedesco Der Spiegel pubblicava un pezzo che descriveva l’Italia come un paese di bambini che votano per dei clown. Era un articolo ovviamente offensivo. Ma ha anche dimostrato la completa mancanza di comprensione della situazione politica italiana. Per gli elettori italiani – per parafrasare James Carville, ex consigliere politico del presidente USA Bill Clinton – “è l’economia ed è l’immigrazione, stupido!”.
La crisi economica italiana inizia nel 2008 ed è confrontabile alla crisi degli anni ’30 in Germania: tre grosse banche sono crollate, il 30 percento delle aziende sono fallite, la disoccupazione ha raggiunto il 12 percento, quella giovanile il 35 percento, e centinaia di migliaia di persone brave e capaci sono costrette a lasciare il paese ogni anno per cercare lavoro all’estero. Dati questi numeri, ciò che sorprende non è il voto di protesta, ma semmai quanto questo voto di protesta sia stato contenuto. Il Movimento Cinque Stelle (che ha ottenuto circa il 32 percento dei voti) è più simile al partito mainstream tedesco dei Verdi che non all’estrema sinistra della Linke, ed è chiaramente più moderato dei partiti anti-establishment come Podemos in Spagna e Syriza in Grecia. Al contempo la Lega (che ha ottenuto il 17 percento dei voti) è più moderata rispetto ad Alternativa per la Germania, che nelle scorse elezioni nel paese tedesco ha preso il 13 percento dei voti nonostante una disoccupazione ad appena il 3,6 percento e un reddito pro capite che negli ultimi due decenni è cresciuto del 30 percento.
Se l’Europa non è certamente l’unico colpevole della pessima situazione economica dell’Italia, non si può nemmeno dire che sia senza colpe. Il progetto di una moneta unica europea conteneva grossi difetti – tra cui la combinazione di rigide regole di bilancio e la mancanza di stabilizzatori automatici (come ad esempio l’assicurazione sulla disoccupazione negli USA, un sistema pagato in parte coi fondi federali) – e questi difetti erano ben noti ai suoi creatori, anche a quelli italiani. Nonostante questi ben noti difetti (e l’insorgere di una enorme crisi), nel corso degli ultimi 20 anni non è stato fatto nessun passo avanti per correggerli.
Altri problemi sono diventati evidenti solo durante la stessa crisi dell’euro – ad esempio la mancanza di un meccanismo per un intervento rapido volto a evitare il panico sul mercato dei titoli pubblici. Qualsiasi paese con una situazione fiscale precaria come quella italiana deve sapere che la banca centrale è pronta a intervenire per sostenere il debito pubblico in caso di una crisi di fiducia. Si vedano le differenze tra i rendimenti dei titoli del Regno Unito e quelli della Spagna dopo la crisi finanziaria. I due paesi avevano livelli di debito e di deficit molto simili. Ma il mercato ha preteso dalla Spagna, non dal Regno Unito, rendimenti maggiori dei titoli, per il fatto che c'erano incertezze sulla volontà della Banca centrale europea (BCE) di intervenire in caso di necessità.
A dire il vero la BCE alla fine è intervenuta, sia nel caso spagnolo che in quello italiano, ma solo dopo un lungo indugio. Il ritardo nell’intervento non era dovuto a incompetenza, ma all’esplicito desiderio di imporre la “disciplina di mercato” – sarebbe a dire, mettere pressione sul governo affinché migliorasse la sua situazione fiscale. È stata una sorta di waterboarding economico (una forma di tortura nota come "annegamento simulato" o "sottomarino", ndt) che ha lasciato l’economia italiana devastata e gli elettori italiani legittimamente infuriati verso le istituzioni europee.
… Ma c’è anche l’immigrazione
Nel frattempo l’immigrazione ha giocato un ruolo importante (e uno potrebbe dire sproporzionatamente importante) nelle elezioni USA del 2016 e nelle elezioni tedesche del 2017, e lo stesso ha fatto anche nelle elezioni italiane 2018. In Italia, però, il problema immigrazione è fondamentalmente diverso da quello degli Stati Uniti e della Germania. Molti degli immigrati non vogliono stabilirsi in Italia. Si trovano in Italia solo come paese di passaggio per raggiungere successivamente la Francia, la Germania e il Regno Unito.
Ma allora perché gli italiani sono così risentiti sull’immigrazione? Perché le regole europee sono progettate affinché il paese di arrivo (che generalmente è l’Italia) sopporti tutti i costi dell’assistenza. È come se tutti gli immigrati degli Stati Uniti passassero per il New Mexico, e fosse questo stato ad essere il responsabile esclusivo della loro assistenza, tramite il proprio bilancio statale – con la differenza ulteriore che gli immigrati che arrivano nel New Mexico possono liberamente muoversi verso il resto della nazione, mentre gli immigrati che arrivano in Italia non possono. La scorsa settimana i media italiani hanno riportato il caso di una donna nigeriana incinta, che stava morendo di cancro e al contempo stava cercando di raggiungere la propria sorella in Francia per affidarle il bambini, ma è stata respinta dalla polizia francese verso l’Italia, dove è morta.
Per aggiungere al danno la beffa, la crisi migratoria italiana è un disastro di matrice europea. L’intervento europeo che ha distrutto il paese libico – paese che ora è terreno fertile del terrorismo e dell’immigrazione illegale – è stato voluto dall’allora presidente francese Nicolas Sarkozy, che intendeva accrescere il potere della Francia all'estero e forse anche nascondere la provenienza del denaro che si dice abbia ricevuto dal leader libico Muammar Gheddafi per la sua campagna elettorale.
Certo, l’UE non è l’unica parte in causa nella crisi migratoria italiana. Il governo italiano ha firmato volontariamente la Convenzione di Dublino, che assegna il peso dell’immigrazione al paese di sbarco (sebbene la stessa Convenzione implichi anche che ciascun paese debba farsi carico di una quota di migranti, e la maggior parte dei paesi ha rifiutato), e ha, seppure in modo riluttante, seguito Sarkozy nell’avventura militare libica.
Dov’è la speranza?
Il quadro della situazione che ho tracciato finora è piuttosto desolante. C’è un lato positivo? Sì, e si trova nel senso di urgenza scatenato dal risultato delle elezioni italiane. Già prima che i voti italiani fossero scrutinati, il presidente francese Emmanuel Macron aveva iniziato ad ammettere che l’Italia era stata lasciata sola nella crisi dell’immigrazione. La settimana seguente Macron ha incontrato la cancelliera tedesca Angela Merkel per riaffermare la necessità di una riforma delle politiche europee e condividere meglio il peso dell’immigrazione in tutto il continente.
Ciò che sta spingendo l’attivismo di Macron non è solo la sua ambizione di scrivere la storia come demiurgo di una nuova Europa. È anche la consapevolezza che – se non ci sarà una opportuna reazione – il voto italiano potrebbe alla fine portare all’uscita dell’Italia dall’euro, un’uscita che la Francia non può permettersi. Se la forte economia tedesca potrebbe funzionare anche in una più ristretta unione monetaria dei paesi nordici, lo stesso non si può dire della Francia. Un’Italia con una moneta svalutata sottrarrebbe alla Francia quote di mercato in molti dei suoi più importanti settori economici, dall’agroalimentare al settore automobilistico, fino al settore dei servizi bancari, per non parlare del turismo. È già abbastanza difficile per la Francia mantenere il suo costoso stato sociale e al contempo competere alla pari con le aziende tedesche. Le diventerebbe impossibile continuare così se le aziende italiane riuscissero facilmente a prevalere su quelle francesi grazie a una moneta svalutata. Uno scenario di “Quitaly” [in italiano diremmo “UscITA”, NdVdE] sarebbe il più grande regalo politico che una indebolita Marine Le Pen potrebbe ricevere ora – ed è per questo che Macron intende fare tutto il possibile per evitarlo.
Il problema è che il suo potere può essere limitato. Qualsiasi riforma richiede il consenso del resto dell’Unione e, soprattutto, della Germania. Gli elettori tedeschi sono terrorizzati all’idea di diventare i finanziatori di ultima istanza di un’Europa in fallimento. Per questa ragione i politici tedeschi si oppongono a qualsiasi forma di accordo per una condivisione dei rischi, sia pure la più modesta e ragionevole, come quella di un deposito assicurativo comune per le banche supervisionato dalla BCE. È come se lo stato di New York avesse insistito che fosse la California a ripianare interamente le perdite che il fallimento di IndyMac ha inflitto alla Federal Deposit Insurance Corp.
Il poliziotto buono e il poliziotto cattivo
Nonostante ciò la strategia di un nuovo governo italiano dovrebbe essere quella di fare leva sull’evidente interesse di Macron a riformare l’eurozona. E può farcela, se gioca le carte giuste.
Il primo passo dovrebbe essere quello di respingere la strategia negoziale aggressiva adottata dall’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis. Lui pensava di poter ottenere concessioni sul debito dai suoi partner europei minacciando un default volontario sui titoli greci precedentemente acquistati dalla BCE, al fine di far saltare il quantitative easing e provocare un contagio in tutto il continente. Varoufakis non ha considerato che i politici tedeschi avrebbero preferito perdere dei miliardi piuttosto che cedere a una minaccia, perché in tal caso sarebbero stati certamente rimossi da un elettorato furioso nelle elezioni immediatamente seguenti.
Sebbene l’Italia abbia maggiore potere contrattuale rispetto alla Grecia, può essere soffocata finanziariamente proprio nello stesso modo – come la Grecia lo fu nel 2015 – se dovesse rendere esplicita la propria minaccia. Nel momento in cui il governo italiano dovesse minacciare di uscire dall’euro, i capitali inizierebbero immediatamente a defluire dal sistema bancario italiano. Per restare aperte, le banche italiane dovrebbero allora ottenere qualche forma di liquidità di emergenza dalla BCE. Se il governo italiano dovesse esplicitare le proprie considerazioni su una uscita dall’euro, la BCE avrebbe l’incentivo a negare tali prestiti, provocando una corsa agli sportelli.
Il governo italiano potrebbe bloccare temporaneamente la corsa agli sportelli imponendo dei controlli sui movimenti di capitali e dei limiti sul ritiro di contante agli sportelli, proprio come è avvenuto in Grecia. Ma queste misure impatterebbero gravemente sull’economia, minando il sostegno popolare a qualsiasi governo decidesse di imporle. Cosa più importante, causerebbero fratture in qualsiasi coalizione e nei partiti stessi. Alcuni osservatori – come Wolfgang Münchau sul Financial Times – hanno sostenuto che l’Italia sia troppo grande per fallire, implicando che il resto dell’Europa dovrebbe correrle in soccorso. Forse ha ragione, ma l’aiuto verrebbe eventualmente all’ultimo istante, dopo mesi se non anni di perdite sui depositi e di recessione economica. In una qualsiasi guerra di logoramento – indipendentemente da quale governo la porti avanti – l’Italia dovrebbe colpire per prima.
Ma anche il tradizionale metodo italiano di rinunciare a qualsiasi richiesta di riforma fondamentale dell’eurozona in cambio dell’ottenimento di un po’ di flessibilità sulle regole di bilancio europee (note anche come fiscal compact) non è una strategia vincente. Questo approccio finora ha ottenuto ben poco vantaggio per l’Italia e ha causato una perdita di consenso di metà dell’elettorato del paese.
Sarebbe molto meglio se un nuovo governo italiano adottasse un approccio su due livelli: un grosso sforzo per rivedere i difetti delle regole europee con l’implicita minaccia (anziché esplicita) che se tale strategia dovesse fallire il governo in carica crollerebbe e quello successivo uscirebbe dall’euro. È su questo che la presenza di due grossi partiti euroscettici italiani può portare un vantaggio. Se i due non governeranno assieme, uno dei due potrebbe negoziare con l’Europa sostenendo che, se le trattative fallissero, l’altro salirebbe al potere e sarebbe peggio.
I primi ministri Matteo Renzi e Paolo Gentiloni hanno già giocato a loro modo questa strategia dal 2014 al 2017, quando chiedevano maggiore flessibilità di bilancio al fine di evitare un'ulteriore crescita dei partiti populisti. Ma c’erano due grosse differenze rispetto ad ora: primo, erano alquanto isolati in Europa nella loro richiesta di maggiore flessibilità fiscale, ed erano incapaci di ispirare una coalizione più ampia. Oggi se l’Italia conduce la sua battaglia per le necessarie riforme, anziché per chiedere flessibilità sulle regole già esistenti, può contare sul sostegno della Francia di Macron, che ha a sua volta da ammorbidire il proprio elettorato sempre più euroscettico, col rischio di perdere le prossime elezioni.
La seconda differenza rispetto ai precedenti tentativi italiani di strappare qualche concessione all’Europa è che il resto del continente prima non credeva che la minaccia populista fosse una minaccia reale, specialmente dopo una serie di risultati rassicuranti nel corso del 2017, dalla Francia all’Olanda, all’Austria. Ora due partiti populisti in Italia avrebbero, assieme, la maggioranza dei seggi parlamentari alla Camera e al Senato, e la questione non è più se la minaccia populista sia reale, ma quale forma prenderà il populismo italiano.
Quale populismo?
Storicamente il populismo ha preso molte forme, alcune più a destra e altre più a sinistra. In questo l’Italia non è diversa dagli altri paesi. Da un lato c’è la Lega, che rappresenta una forma di nazionalismo economico un po’ come il Front National della Le Pen in Francia. Dall’altro lato c’è il Movimento Cinque Stelle, che enfatizza maggiormente le istanze progressiste come il reddito di cittadinanza, le questioni ambientali e la lotta alla corruzione.
Al momento presente una coalizione tra i due partiti populisti sembra la cosa più probabile, dato che le divisioni ideologiche ora sono meno forti del desiderio di sostituire l’attuale establishment. Da un lato una tale coalizione avrebbe la maggiore coerenza interna nel trattare una linea dura con l’Europa. Dall’altro lato però indebolirebbe la posizione negoziale italiana. Se la coalizione dovesse fallire, non ci sarebbe alcuna alternativa se non il ritorno al vecchio regime.
Un’altra possibilità sarebbe un governo della Lega con i suoi alleati di centrodestra (che assieme hanno ottenuto il 37 percento dei voti), con una benevola astensione da parte del Partito Democratico. In questa coalizione l’euroscetticismo della Lega sarebbe diluito dalle posizioni più moderate dei suoi alleati. Il problema è che il resto della coalizione (e specialmente il partito dell’ex primo ministro Silvio Berlusconi) è poco propenso a riformare l’Europa. Sarebbe più o meno la stessa cosa di prima.
La terza opzione è una coalizione tra Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico, il grande perdente delle ultime elezioni. Al momento questa sembra una possibilità remota, dato che il PD rigetta categoricamente l’idea. Tuttavia questa proposta avrebbe molti vantaggi. Primo, legittimerebbe l’elettorato italiano dando al primo partito, il Movimento Cinque Stelle, la possibilità di governare, mentre la presenza del Partito Democratico garantirebbe i partner europei e i mercati dalle opzioni più radicali (come il tentativo di uscire dall’euro). Rappresenterebbe anche una minaccia credibile per l’Europa, perché il fallimento di una coalizione Movimento Cinque Stelle-PD consegnerebbe l’Italia nelle mani dei populisti nazionalisti pronti a uscire dall’euro.
Le tre priorità
La prima priorità di un nuovo governo dovrebbe essere quella di riformare la Convenzione di Dublino sull’immigrazione. Questo sarebbe un risultato comunque minore, visto che Macron ha già aperto degli spiragli su questo punto. Oggi i richiedenti asilo politico non possono entrare legalmente in Europa, ma una volta che sono entrati possono fare richiesta di asilo politico. Dovrebbe essere vero l’opposto. Quando sono verificate certe condizioni dovrebbe essere relativamente facile per un richiedente asilo fare domanda dal proprio paese di origine, ma dovrebbe essere impossibile farlo dopo essere entrato illegalmente nel continente. Secondo punto, il pattugliamento delle coste e delle frontiere europee dovrebbe essere a carico di tutte le forze europee e non solo di quelle di frontiera. Di conseguenza gli immigrati che vengono soccorsi dalla polizia di frontiera dovrebbero essere suddivisi automaticamente tra i paesi membri in ragione del numero dei propri cittadini, e non abbandonati tutti in Grecia o in Italia. Terzo punto, la stessa libertà di movimento che viene garantita ai cittadini dei paesi europei all’interno della UE dovrebbe essere garantita anche agli immigrati. Questo renderebbe l’immigrazione davvero un problema europeo e non un problema dei paesi di frontiera.
La seconda priorità è quella di creare una qualche forma di assicurazione europea per la disoccupazione. L’Italia e la Grecia sono gli unici paesi nell’eurozona a non avere un ampio programma di assicurazione per la disoccupazione. Il Movimento Cinque Stelle ha fatto una campagna molto insistente a favore di una qualche forma di assicurazione. Tutti gli altri hanno insistito sull’infattibilità di un tale piano alla luce degli attuali limiti di bilancio imposti dall’Europa. La soluzione potrebbe essere una forma di assicurazione su base europea, che si attiverebbe nel momento stesso in cui un paese affronta un’ampia recessione. Questa non sarebbe solo una vittoria per il governo che riuscisse a metterla in atto, ma sarebbe anche un primo aggiustamento dei difetti della moneta unica.
Infine, per rassicurare i tedeschi che non dovranno pagare per una bancarotta italiana, il governo italiano potrebbe accettare la proposta avanzata dalla Germania di permettere ai paesi in difficoltà finanziaria di ristrutturare il proprio debito sovrano a due condizioni. Primo, che ogni paese possa emettere titoli pubblici solo fino al 60 percento del PIL che siano esenti da qualsiasi forma di bail-in e che siano garantiti dagli altri paesi dell’eurozona. In questo modo qualsiasi paese potrebbe finanziarsi con degli “asset sicuri” a un tasso conveniente. Secondo, che solo i titoli di nuova emissione possano essere considerati “senior” e pertanto garantiti. Questo provvedimento allevierebbe parzialmente le preoccupazioni tedesche sul rischio di una propria sottoscrizione di passività italiane già esistenti. Inoltre renderebbe “junior” tutti i titoli già esistenti, aprendo la possibilità di una ristrutturazione volontaria dei debiti già esistenti nei paesi più indebitati, cosa che avrebbero dovuto fare quando sono entrati nell’euro.
I maggiori ostacoli
Arrivare a un tale accordo non sarebbe facile, eppure gli ostacoli maggiori non starebbero nei partner europei dell’Italia, ma nell’Italia stessa. Il primo problema è quello della qualità del personale italiano a Bruxelles. Ancora oggi i burocrati e il personale politico italiano non sono certo tra i negoziatori più competenti. È poco probabile che un partito populista riesca a identificare e a promuovere una nuova squadra di negoziatori più competenti, così dalla sera alla mattina.
Il secondo ostacolo viene dalla visione cinica che l’establishment italiano ha dell’Europa. Se l’Italia non è stata capace di ottenere accordi migliori non è solo colpa dei suoi governi deboli e dei suoi burocrati incompetenti. La maggior parte dell’establishment italiano ha accolto le rigide regole europee per costringere gli italiani ad accettare ciò che altrimenti non avrebbero mai approvato attraverso un processo democratico. Come mi ha confessato l’amministratore delegato di una grossa banca italiana: “L’Italia sarebbe gestita meglio se fosse gestita dalla Germania”. La maggior parte dell’establishment italiano, quindi, è riluttante a opporsi a qualsiasi revisione delle regole europee.
Le elezioni del 4 marzo, però, non hanno rappresentato solo un voto anti-europeo: sono state soprattutto un voto anti-establishment. Gli italiani si sono democraticamente ribellati contro un establishment che è incapace di guidarli. O l’establishment italiano impara rapidamente la lezione o sarà obbligato a farsi da parte – non solo per il bene dell’Italia, ma per il bene di tutta l’Europa.
03/04/18
Sapir - Le fondamenta perverse dell'Unione monetaria europea: uso e abuso della teoria economica
In questa lunga nota, Sapir ripercorre le tappe fondamentali della creazione istituzionale europea più ambiziosa di questi ultimi anni, l'unione monetaria europea, soffermandosi sui numerosi dubbi espressi sin dalle origini da diversi importanti economisti statunitensi, ma anche sulle critiche più recenti diffusesi in Europa e sulle incoerenze stesse della teoria di Mundell, considerato il "padre intellettuale" dell'euro. Da questa lunga disamina appare evidente come la teoria economica sia stata strumentalizzata a scopi politici e come molti economisti si siano prestati a distorcere le loro teorie per dimostrare a tutti i costi la necessità e la superiorità dell'euro, coprendo i politici con la credibilità della loro reputazione.
Jacques Sapir 21 febbraio 2018
L'euro è la creatura istituzionale più ambiziosa dell’Europa degli anni recenti (1) (2). E la stessa storia della creazione (e della disintegrazione) di molte aree monetarie comuni è stata probabilmente ignorata per giustificare il progetto (3) [2]. Non è sicuro che tutte le implicazioni della creazione di una moneta comune siano state comprese chiaramente quando è stata presa la decisione di lanciare l'Unione monetaria europea (EMU) e l'euro. Le considerazioni politiche hanno preso il sopravvento sulle considerazioni economiche. L'idea dell'unione monetaria è così diventata ostaggio di una fuga in avanti dei cosiddetti "europeisti" [3]. In questo processo la teoria economica è stata strumentalizzata al fine di raggiungere un obiettivo politico.
L'idea di una moneta comune in sé non è priva di meriti. Il presidente Vladimir Putin è noto per aver provato a promuovere questa idea anche per i paesi appartenenti all' "Eurasian Union" [4]. Ma un progetto del genere necessariamente presuppone una valutazione approfondita della situazione economica di tutti i suoi potenziali membri.
Prima di entrare in un percorso di unione monetaria, sarebbe bene capire cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nella costruzione dell'Unione monetaria europea. Come minimo è stata trascurata la necessità di un'integrazione molto stretta delle politiche di bilancio in ogni paese membro dell'Unione [5]. Che i paesi membri di un'unione monetaria perdano anche la capacità di far fronte a shock esterni è cosa nota. Nel caso dell’EMU ciò è stato drammaticamente dimostrato dalla grande crisi finanziaria del 2007-2009, che ha portato a notevoli turbolenze nell'eurozona. Questo potrebbe dimostrare che un'unione monetaria porta a un debito più elevato, a un'inflazione di lungo periodo più elevata e ad un minore benessere [6].
In realtà, Robert Mundell potrebbe essere considerato il padre "intellettuale" dell'euro. Fu l’ideatore del trilemma sulla incompatibilità tra perfetta mobilità dei capitali, tasso di cambio fisso e un’autonoma politica monetaria. La validità di questo trilemma merita di essere approfondita.
1. Chi crede ancora nell'euro?
Le principali critiche contro l'euro sono state mosse molto presto. Ma alcune sono state ripetute anche durante il summit di Davos del 2018, dove l'ex capo economista del FMI, Kenneth Rogoff, ha definito la costruzione della zona euro un "gigantesco errore economico" [7]. È innegabile che la crisi finanziaria globale iniziata nel 2008 abbia creato notevoli tensioni nell'area dell'euro [8]. Questo shock generalizzato ha innescato diversi problemi in ciascun paese dell'area dell'euro, segnatamente i problemi di Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e persino Francia sono i più conosciuti.
Vari economisti famosi come Rudiger Dornbush (5) o Gérard Lafay (6) e Jean-Jacques Rosa (7) hanno avanzato dubbi. Dornbush aveva anche indicato il caso dell'Italia come uno dei paesi che avrebbero sofferto maggiormente dall'adesione all'euro, un parere ora condiviso nei lavori del professor Bagnai (29). Si può anche citare Milton Friedman (8), che aveva identificato alcuni dei problemi che l'euro avrebbe causato. D’altro canto, altri economisti hanno sottolineato l'importanza della moneta comune (9) (10), pur condividendo alcuni dubbi sul suo futuro (11), e hanno salutato l'euro come un passo molto significativo verso una maggiore integrazione (12) (1) (13) (14) (15) (16). In generale, sembra che siano gli economisti statunitensi ad aver espresso molto più apertamente i loro dubbi sul successo della moneta unica (17). In una certa misura, ciò si potrebbe spiegare con la fragilità delle istituzioni politiche europee viste dall’ottica della storia americana (18), (19), (20), (21), (22), (23). Indubbiamente anche l'inquietudine dovuta all’ingresso di un nuovo concorrente del dollaro americano potrebbe aver giocato un ruolo.
In Francia, gli avvertimenti sono arrivati ben presto e con forza fin dai primi anni dell'euro. I documenti diffusi all'inizio degli anni 2000 dalla "Caisse des Dépôts et Consignations" (24) e poi dagli studi di Natexis-Banques Populaires (25) dimostrano che anche gli specialisti finanziari avevano fatto il punto sui limiti e sulle incoerenze strutturali della moneta unica applicata. Un ex consigliere economico presso il Ministero dell'Economia e delle Finanze, Serge Federbusch (26), ha dimostrato che la sopravvalutazione della moneta unica presentava costi intollerabilmente alti. Da allora, identici dubbi sono stati espressi in altri paesi, in particolare in Italia (27), (28), (29) e Germania (30). Fra questi spiccano i lavori di Flassbeck e Lapavitsas (31), e i contributi di Kawalec e Pytlarczyk (32). Alcuni di questi lavori si sono concentrati sulla crisi dell'eurozona (33), o sugli squilibri indotti dall'euro e le loro conseguenze sulle politiche economiche dei paesi dell'eurozona (34), (35).
Lord Mervyn King (36), ex governatore della Bank of England (dal 2003 al 2013) ha pubblicato nel 2016 un libro determinante sull'euro, così come Joseph Stiglitz (37). Un po’ prima, nel 2014, Paul Krugman (38), nel suo blog, richiamava l'attenzione sulla catastrofe rappresentata dalla moneta unica. Più recentemente, è stato Alberto Bagnai a definire l'euro come il fallimento degli economisti (39). È interessante notare che queste critiche provengono da autori alcuni dei quali sono fedeli al quadro teorico del New Monetary Consensus (40), mentre altri appartengono a scuole più eterodosse (41). A questi primi lavori fanno eco degli altri (42), (43), (44), alcuni dei quali editati collettivamente da vari autori e altri pubblicati singolarmente (39), (45).
Il punto importante qui è che un autore come King evidenzi in particolare una delle cause della crisi dell'eurozona, l'esistenza di diversi tassi di inflazione nei differenti paesi. Io stesso ho affrontato gli stessi argomenti nel 2012 (46). King ha anche sottolineato la contraddizione tra lo spirito democratico che dovrebbe regnare all'interno dell'Unione europea e la natura tecnocratica del processo decisionale. Quando indica nella sovranità l’elemento che dovrà essere sacrificato nel processo, ha, ovviamente, ragione. Anche questo punto è stato elaborato in uno dei miei ultimi libri (47). Questa è esattamente la stessa diagnosi che si può trovare nel libro di Joseph E. Stiglitz. Stiglitz è anche consapevole del costo politico esorbitante dell'esistenza dell'euro nella sua forma attuale. Egli prevede una crisi, che ritiene sarà sia politica che economica, a meno che i paesi dell'eurozona decidano di procedere verso un federalismo a tutti gli effetti o di dissolvere ordinatamente (e pacificamente) la zona euro (37).
La portata dei dubbi espressi sulla capacità dell'euro di sopravvivere e di funzionare in modo efficace è ben consolidata. La crisi è quindi seria. Tuttavia, l'idea di una moneta comune è ancora viva e si sta espandendo anche al di fuori dell'Unione europea, ad esempio in Russia, dove si inizia a prendere in considerazione la creazione di una moneta comune per l'Unione eurasiatica. È quindi necessario comprendere la natura delle basi teoriche che hanno portato all'attuale impasse e fare il punto.
2. Le basi teoriche dell'Euro
La crisi dell'eurozona è in gran parte dovuta alle condizioni secondo le quali è stata introdotta. Questo è uno dei punti su cui concordano sostenitori e oppositori dell'euro (48). Dopo tutto, bisogna riconoscere che l'idea di una moneta unica non è in sé priva di fondamento. L'euro è basato su una teoria, quella delle zone valutarie ottimali. Ma è stato necessario modificare il quadro teorico di fronte a crescenti problemi ed incongruenze.
Robert Mundell avanzò per la prima volta l'idea di una moneta comune nel 1961 (49), rispondendo a una visione via via avanzata da un numero crescente di economisti, ossia che un'economia basata sulla liberalizzazione del commercio e dei capitali non possa più avere una politica monetaria indipendente in presenza di una perfetta o quasi perfetta mobilità di capitali (50) (51). Una moneta comune ha essenzialmente due vantaggi. Il primo è che elimina i costi di transazione e le incertezze sul tasso di cambio nell'area in cui è applicata. Va notato, tuttavia, che questi costi e incertezze delle transazioni diventano più importanti proprio nel caso di un sistema di tassi di cambio fluttuanti sottoposti alla pressione dei mercati finanziari liberalizzati. In una situazione in cui il tasso fosse fissato per determinati periodi, ed i movimenti di capitali a breve termine controllati, tali costi e incertezze sarebbero già notevolmente ridotti. Un secondo vantaggio è che una moneta unica, evitando la concorrenza mediante strumenti monetari, consente di perseguire una politica monetaria comune. Quest'ultima ha il vantaggio di dare coerenza alla politica economica nel suo ambito di applicazione. I due vantaggi sopra menzionati sono tanto più importanti nel caso di un'area commerciale unica. Ci sarebbe quindi una forte coerenza tra l'integrazione commerciale e l'integrazione monetaria, al punto che la prima finirebbe col determinare la seconda. È quindi necessario presentare nella sua totalità questa teoria, che è stata ampiamente utilizzata - a torto o a ragione - per giustificare l'esistenza dell'euro.
Mundell, in realtà, cercò di criticare l'argomentazione di Friedman secondo cui la flessibilità del cambio avrebbe alleviato l'insufficiente flessibilità dei prezzi interni. Va ricordato, tuttavia, che sotto il sistema di Bretton-Woods, le parità erano rigide, con possibili aggiustamenti decisi a livello discrezionale (52). La posizione che Mundell difese nel 1960 (53) era che questo argomento si fonda paradossalmente sull'esistenza di una "illusione monetaria" tra gli agenti economici, esposta nella Teoria Generale di Keynes del 1936 (54). Mundell ha trasposto questo ragionamento all'economia internazionale per descrivere l'idea implicita nell'argomento sviluppato da Milton Friedman (55). In un altro articolo, risalente allo stesso periodo (56), Mundell ha confrontato gli effetti di stimolo sull'occupazione rispettivamente della politica monetaria, della politica fiscale e della politica commerciale - i dazi - in regimi di cambio fissi e flessibili. Considerando che questo articolo è una sintesi dell'articolo di Mundell del 1963 (57), sembra quasi sorprendente che Mundell concluda che la politica fiscale è flessibile. Questo perché la politica fiscale analizzata da Mundell non è una politica di bilancio "pura", come mostra il suo articolo su Kyklos (58), ma una sorta di policy mix con alcuni interventi della Banca Centrale.
Va poi notato che nell'articolo in cui Robert Mundell presentava quella che sarebbe diventata la teoria delle zone valutarie ottimali, il suo ragionamento partiva dall’identificazione, come per Friedman, delle tre cause principali delle crisi cicliche di bilancia dei pagamenti: tasso di cambio, rigidità dei prezzi e rigidità dei salari. Tuttavia, il suo obbiettivo era abbandonare la logica conclusione di Friedman, per il quale i tassi di cambio flessibili sarebbero la soluzione. Per controbattere questo ragionamento, Mundell inizia chiedendosi "quale sia l'area appropriata per una zona monetaria" (49). Per rispondere a questa domanda, bisogna innanzitutto elaborare "un concetto di ciò che costituisce un'area monetaria ottimale", in grado di far luce sugli esperimenti monetari in corso in quel momento, e bisogna ricordare che questo è esattamente il periodo in cui apparvero i primi segni di tensione sui tassi di cambio fissi (all'epoca prevalenti), premessa per uno spostamento verso la flessibilità del cambio, che diventerà la regola dei primi anni '70. È interessante, persino premonitore, notare che egli parlava già di un'area di valuta unica per i paesi dell'Europa occidentale, che avevano appena concluso l’esperienza della European Payments Union. Nell'articolo si sottolinea come in un’area monetaria unica l'offerta di mezzi di pagamento interregionali è elastica alla domanda, e se ne deduce il fatto che l'aggiustamento tra paesi nel caso di una zona monetaria o di una pluralità di valute o tra regioni (nel caso di un'unione monetaria) dipende dalla moneta utilizzata [9]. Nei primi anni '90 Barry Eichengreen (59) riprese la questione se l’Europa fosse un'area commerciale ottimale, e quindi un'area valutaria ottimale.
Tuttavia, nel ragionamento di Mundell c'è ovviamente un pregiudizio a favore delle aree in cui prevale una valuta comune. Non può quindi essere accettato come prova inconfutabile di una maggiore efficienza dei sistemi a moneta unica. Inoltre, l'esempio della zona euro mostra che è piuttosto in una zona di una moneta comune che prevalgono politiche economiche restrittive, proprio a causa dell’impossibilità per il tasso di cambio di gestire gli squilibri tra paesi. D'altra parte, i paesi che hanno mantenuto le proprie valute hanno una maggiore facilità nell'attuazione di politiche economiche orientate alla piena occupazione.
La seconda parte dell'articolo (49), intitolata "Valute nazionali e tassi di cambio flessibili", è la parte più conosciuta dell'articolo di Mundell. Andrebbe notato, tuttavia, che questo ragionamento non tiene conto della possibilità per lo Stato interessato di attuare una politica di compensazione tra due regioni, anche se dovesse essere finanziata in parte dalla sua Banca Centrale o dalla politica fiscale. Questo esempio verrà ripreso molto tempo dopo da Daniel Cohen (60) per dimostrare che la controparte di un sistema di moneta unica è precisamente un sistema di trasferimenti fiscali.
3. Il trilemma di Mundell
La tradizionale presentazione del triangolo di incompatibilità della politica economica stabilisce un trilemma tra la perfetta mobilità del capitale, il fatto di avere un tasso di cambio fisso e una politica monetaria autonoma. La giustificazione che generalmente viene data, come nell'articolo di Robert Mundell del 1963 (57), è che quando il capitale è perfettamente mobile, si crea un mercato mondiale dei capitali nel quale si fissa un tasso d'interesse mondiale. Questo tasso è imposto a tutti i paesi e, se un paese se ne discosta verso l'alto o verso il basso, si troverà a subire flussi di capitali che squilibreranno la bilancia dei pagamenti. Tuttavia, una rilettura dei primi articoli di Robert Mundell rende possibile proporre alternative all'interpretazione ortodossa della sua teoria. Seguendo uno degli articoli di Mundell del 1961 (56), si può sostenere che l'euro è fuori dalla zona di equilibrio.
In particolare, se si abbandona il rigoroso equilibrio della bilancia dei pagamenti, come è avvenuto in molti paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, le possibilità di azione della banca centrale sono asimmetriche. La capacità di una banca centrale di difendere la propria valuta contro un attacco speculativo, vale a dire un'ondata di vendite della sua valuta sul mercato dei cambi, dipende in teoria dalle sue riserve valutarie, come dimostrato da numerosi lavori (61), (62). In realtà, a partire dalle crisi valutarie degli anni '90, la capacità degli speculatori di utilizzare leve finanziarie molto elevate è un ostacolo per le banche centrali che vogliono evitare di accumulare ingenti riserve valutarie. È il caso oggi della Cina o della Russia (63). Ma c’è anche un altro modo. Una Banca Centrale la cui moneta è sotto attacco speculativo può sempre aumentare i suoi tassi di interesse al fine di attrarre capitali, fornendo così ulteriore sostegno al suo tasso di cambio. Tuttavia, nella maggior parte dei casi questo metodo è inefficiente o richiede un aumento del tasso ufficiale tale che l'impatto sull'economia del paese può essere disastroso. In effetti, gli investitori di capitali non saranno propensi ad precipitarsi ad acquistare se prevedono un crollo del tasso di cambio e potrebbero addirittura considerare l'aumento dei tassi di interesse come un segnale premonitore (64), (65).
Due anni dopo, anche R. McKinnon diede il suo contributo a questa costruzione teorica (66). Nel suo articolo, spiega che più un'economia è aperta verso l'esterno più si riduce l'importanza del tasso di cambio. L'interesse ad un aggiustamento tramite il tasso di cambio è basso. Peter Kennen sostenne poi (67) che quando l'economia di un paese è diversificata, questa diversificazione riduce la portata di ciò che gli economisti chiamano "shock esogeni", consentendo al paese di essere collegato ad altri paesi con un tasso di cambio fisso. Da questo lavoro si potrebbe dedurre che un paese può avere interesse a collegarsi agli altri con una moneta comune, a condizione che capitale e lavoro siano perfettamente flessibili (come mostra Mundell), il commercio internazionale significativo (McKinnon) e che la sua economia sia largamente diversificata ( Kennen). Si è quindi sviluppata l'idea che il commercio internazionale riguardasse essenzialmente la qualità del prodotto.
Altri economisti hanno sostenuto che i paesi avrebbero tratto benefici economici significativi da una moneta unica. Questa avrebbe dovuto generare un fortissimo aumento dei flussi commerciali tra i paesi della zona monetaria così costituita, e dunque un conseguente aumento della produzione, come Andrew K. Rose stava cercando di dimostrare (68), (69). I suoi lavori hanno dato l’avvio a tutta una letteratura estremamente favorevole alle unioni monetarie. Le valute nazionali venivano descritte come "ostacoli" al commercio internazionale (70). L'integrazione monetaria avrebbe portato ad un forte aumento della produzione e del commercio potenziali (71), (72). Se queste teorie fossero state convalidate dalla realtà, l'Unione Monetaria Europea avrebbe creato le condizioni per il successo dell’"Area valutaria ottimale", in base ad un impulso apparentemente endogeno (73), (74). A ciò si deve aggiungere l'idea che l'unione monetaria e finanziaria avrebbe ridotto i rischi delle turbolenze economiche (75), (76). Qui si parla della cosiddetta condivisione del rischio, che è diventata oggi uno degli argomenti usati dai difensori dell’euro (77). Questi argomenti vengono regolarmente usati per sostenere che l'Euro stia funzionando come una sorta di "protezione". Tutto ciò converge verso la necessità di adottare una moneta unica. Ma la teoria delle zone valutarie ottimali del 1961 non rappresenta l'ultima parola di Mundell. E ciò introduce possibili dissonanze, che sono state rafforzate da studi empirici.
4. Dissonanze teoriche e fattuali
La difesa quasi incondizionata dei tassi di cambio fissi e dell'unificazione monetaria ha portato a definire Robert Mundell come "il padre intellettuale dell'euro" (78). Ma in effetti, Mundell sembra avere una doppia personalità. Da una parte si dedica allo studio della teoria delle aree monetarie ottimali che sarà la base del modello Mundell-Fleming. Dall’altra è il co-fondatore, con Arthur Laffer, dell'economia dell'offerta (supply-side economics). Ciò non significa che non ci sia incomunicabilità né contaminazioni tra il primo e il secondo Mundell. Si possono quindi identificare diverse fasi intellettuali di Mundell. All’inizio, Mundell potrebbe essere definito un "keynesiano", ma nel senso della sintesi di Samuelson. Ciò comunque prima che venisse fortemente influenzato dalle tesi vicine ai monetaristi. McKinnon, un autore che ha lavorato su Mundell, ha identificato diverse fasi del pensiero di Mundell (79). McKinnon ha quindi identificato due periodi significativi, chiamandoli Mundell I e Mundell II. Questa identificazione è relativa al modo in cui Mundell giustifica il suo sostegno ai tassi di cambio fissi e alle unioni monetarie. Mentre il primo Mundell cerca di trovare un modo per riaggiustare il tasso di cambio, il secondo Mundell parte dall'idea che le fluttuazioni del tasso di cambio siano per loro natura destabilizzanti, addirittura irrimediabili. È facile dunque intuire perché lo si consideri il padre intellettuale dell'euro.
Ma McKinnon non è stato l’unico a segnalare le differenze nel pensiero di Mundell. L'analisi di Obsfeld sull'evoluzione intellettuale di Mundell ci permette anche di datare il momento in cui Mundell ha smesso di essere keynesiano (almeno nel senso della sintesi di Samuelson) (80). Questo punto di svolta si situa intorno al 1969. Anche il contributo di Robert Lucas è stato decisivo nella rifondazione delle basi della teoria macroeconomica e nella perdita di credibilità delle idee keynesiane. Il momento importante fu la pubblicazione nel 1972 di un modello di risoluzione macroeconometrica del problema della neutralità della moneta in una situazione di equilibrio delle aspettative razionali (81). Ciò risulta dalle particolari opinioni di Mundell sul regime dei tassi di cambio, il target di inflazione e il ruolo della politica fiscale.
Notiamo, quindi, una seconda dissonanza. Il trattato di Lisbona, che mira a suggellare l'istituzione del "mercato unico", pone al centro la concorrenza, definita "libera e non distorta", come principio fondatore (82). Stranamente, però, la moneta unica ha proprio la funzione di eliminare la concorrenza tra i mezzi monetari. Stabilisce un monopolio. Quest'ultimo può essere certamente necessario, e la teoria del Free Banking o competizione tra le valute costituire un’involuzione profonda. Tuttavia, anche ammettendo che il monopolio possa essere necessario, è possibile porre onestamente la concorrenza come principio base? Qui tocchiamo una delle contraddizioni del cosiddetto discorso europeista. Non sarà l'unica.
Istituire un monopolio di strumenti e politiche monetarie ha implicazioni specifiche. Poiché diventa unica, la politica monetaria non può più tener conto della diversità delle situazioni sociali ed economiche nella sua area di applicazione. Seguendo il ragionamento iniziale di Mundell, sarebbe effettivamente necessario avere una perfetta mobilità del lavoro all'interno dell'area interessata per far fronte agli shock economici. Questo significa che non ci può essere una moneta unica se non in aree economicamente e socialmente omogenee? La risposta è negativa, perché la moneta non è fortunatamente l'unica istituzione economica né l'unico strumento disponibile. A far da contraltare a una moneta unica deve essere la solidarietà fiscale e di bilancio, il che significa che le risorse possano essere trasferite in regioni che sarebbero indebitamente penalizzate da uno shock asimmetrico. Ciò che rende il monopolio monetario sostenibile in un'economia eterogenea è una politica fiscale attiva. Ciò è particolarmente chiaro nel caso di paesi con strutture federali. La quota di spesa federale deve superare il 50% affinché il sistema funzioni. Se questa zona economica comprende paesi diversi, la perdita dello strumento monetario deve essere compensata dal mantenimento di una forte autonomia fiscale, che consenta al governo di sovvenzionare i settori economici colpiti dalla crisi invece di sostenerli tramite la svalutazione (60). Nel caso dell'euro, vi è quindi una nuova incoerenza. L'introduzione della moneta unica non è stata preceduta da un dibattito sulla possibilità di istituire un bilancio federale, quanto meno in funzione dei paesi interessati. Con la moneta unica, lo strumento della svalutazione è stato sottratto ai paesi, ma senza fornire un sostituto. Da questo punto di vista, come riconosce Alexander Swoboda, si può trovare nel primo Mundell, il sostenitore della moneta unica, forti argomentazioni contro l'euro così come è stato attuato (83).
Alcuni dei sostenitori dell'euro hanno quindi riesumato la tesi dell'inefficienza delle politiche monetarie. La metafora usata da Kydland e Prescott (84) è quella di Ulisse incatenato all'albero della sua nave per ascoltare il canto delle sirene senza soccombere. A queste condizioni, l'euro diventa accettabile (i paesi non perdono nulla abbandonando una politica monetaria che non ha più alcun oggetto) e persino vantaggioso, perché stabilirà le sue regole indipendentemente dalle politiche degli Stati interessati. Ma, come ha dimostrato Gregory Mankyw (85) (86), l'esperienza della Banca centrale americana contraddice decisamente questa visione. Gli errori nella concezione dell'unione economica e monetaria si fondano anche su una dottrina economica francese, l'essenzialismo monetario. Non è un caso che alti funzionari francesi abbiano svolto un ruolo importante nella progettazione dell'euro. Nella sua forma più completa, questa dottrina è ben rappresentata dalle opere di Michel Aglietta e André Orléan (87), (88), (89). La moneta è considerata non solo un'istituzione importante delle economie capitaliste, il che è fondamentalmente corretto, ma quella centrale, cosa molto più discutibile [10]. Da qui il termine "essenzialismo monetario", coniato per descrivere questa particolare prospettiva. Tuttavia, l'essenzialismo monetario implica una serie di ipotesi altamente discutibili, sia dal punto di vista della teoria del comportamento individuale (e della teoria delle preferenze individuali) sia da un punto di vista antropologico [11].
Robert Mundell, tuttavia, può essere considerato un precursore di questo essenzialismo, in quanto sottolinea la convergenza dei fattori reali ottenuti dall'unificazione monetaria (83). Questa posizione è coerente con quella del summenzionato "secondo Mundell". Qui si ritrova l'idea che la moneta ha le virtù teleologiche che in seguito le verranno attribuite da Aglietta e Orléan. Infatti, nell’ottica della difesa del principio di una moneta unica, Mundell iniziò a rimettere in discussione gli elementi teorici del "primo Mundell" contenuti nel suo precedente articolo (93). In particolare, a partire dagli anni '70 asserisce che gli agenti reagiscono solo ai cambiamenti nella loro ricchezza "reale", non agli importi nominali del loro reddito o ricchezza. Stiamo gradualmente assistendo a una mobilitazione delle tesi monetariste. Tuttavia, queste ultime implicano anche importanti assunti sul tipo di agente umano.
Nella polemica sulla moneta comune, ci siamo progressivamente mossi da un approccio analitico che ha cercato di valutare gli elementi positivi e negativi verso una posizione, ormai puramente propagandistica, di giustificazione dell'euro, anche a costo di incongruenze argomentative palesi e abbandonando ogni metodologia scientifica.
5. La vendetta della realtà
Dal 2004 in poi, è diventato chiaro anche ai più strenui difensori dell’euro che la realtà non si è piegata ai loro desideri. Aglietta (94) ha riconosciuto che, se i mercati del debito sono unificati, le aree che continuano a mantenere, anche lontanamente, un contatto con l'economia reale, come gli scambi, rimangono segnate dalla "forte resistenza delle segmentazioni a livello nazionale". Il passaggio all'euro non ha portato all'unificazione dei prezzi tra i paesi dell'area, come era stato previsto dagli studi citati all'inizio di questo articolo. C'è quindi chiaramente una resistenza del mondo reale a quella unificazione semplificatrice a cui la moneta avrebbe dovuto portare. Aglietta è costretto a riconoscere che i principali vantaggi attesi con l'introduzione dell'euro non si sono ancora materializzati. Teoricamente l'euro avrebbe dovuto aumentare la crescita e proteggere l'Europa dalle turbolenze economiche esterne. Tuttavia, e per ammissione di uno dei sostenitori dell'euro, non è stato così [12].
A metà degli anni '90, George Akerlof e i ricercatori della Brookings Institution avevano mostrato la persistenza della "illusione nominale" tanto criticata negli scritti monetaristi (95), (96). Ciò li portò a dimostrare che un qualche livello di inflazione fosse necessario per lo sviluppo economico. È passato però in secondo piano il fatto che abbiano basato la loro rottura con il monetarismo su un'analisi dei comportamenti individuali molto più realistica di quella dei modelli tradizionali (97). Le tradizionali teorie sulle preferenze basate sul comportamento individuale sono crollate sotto l'influenza dei ricercatori di psicologia sperimentale [13]. Ciò ha provocato un'inversione completa dei risultati che erano stati dati per scontati dagli anni '60 (98), (99), (100). In effetti, la psicologia sperimentale conferma le tesi keynesiane iniziali (101), sia rispetto alla controrivoluzione monetarista, che rispetto ai tentativi di ridurre Keynes a una semplice variazione della struttura classica dell'equilibrio.
L'importanza delle rigidità risultanti dal settore reale e dalle istituzioni, che riflette l'individualità della traiettoria sociale e storica di ciascun paese, riguadagna quindi la sua importanza (102), (103). Queste opere convergono poi con quelle di Akerlof (97) e dei suoi colleghi nel mostrare, ad esempio, i pericoli di un'inflazione troppo bassa (104). Modelli più recenti, detti modelli di "sticky information", tentano di rappresentare un mondo economico in cui gli attori si comportano in modo più realistico di quelli dei modelli tradizionali (105), (106). Un contributo essenziale di questi modelli è mostrare che gli shock monetari sono a lungo termine, che le politiche monetarie hanno effetti duraturi e non transitori sul livello di attività. Confermano che il tipo di risposta di un'economia alla politica monetaria dipende dalle sue strutture e istituzioni.
Qui si rivela di particolare rilevanza uno studio sulle dinamiche dell'inflazione nei paesi della zona euro (107). Il lavoro di Christian Conrad e Menelaos Karanasos dimostra due effetti essenziali. Innanzitutto, non esiste una singola dinamica dell'inflazione, e secondariamente l’inflazione non sempre influisce negativamente sulla crescita economica, a differenza di quanto sostengono i monetaristi (108). Esistono dinamiche differenziate e in alcuni casi l'inflazione sembra un elemento necessario per la crescita. La moneta è uno specchio, o anche una lente d'ingrandimento, delle dinamiche del mondo reale. Questo risultato è perfettamente coerente con quello dei modelli "sticky information" (106). L'individualità dei sistemi economici e sociali, a sua volta il prodotto delle storie nazionali in cui questi sistemi sono incorporati, è un fattore essenziale in qualsiasi approccio alla politica monetaria. Queste inversioni nel campo della scienza economica espongono la fragilità delle ipotesi avanzate dal "secondo Mundell", e la conseguente fragilità dell'euro.
Ma la critica all'euro è anche radicata nella critica degli effetti positivi di un'unione monetaria. L’entità del rischio causato dall'unione di economie estremamente diverse è stata evidente fin dall'inizio (109). Ricordiamo qui il lavoro di A. K. Rose, che spiega come l'UEM dovrebbe essere di grande beneficio per le economie dei paesi interessati. Questo lavoro è ora messo in dubbio (110). Ulteriori ricerche, basate su database più completi e rigorosi, hanno notevolmente ridotto l'entità degli effetti positivi dell'unione monetaria (111), (112). Il lavoro iniziale di Rose et al. è stato fortemente criticato a causa del metodo econometrico utilizzato (113), (114). Una critica ancora più radicale è che questi modelli non hanno tenuto conto della persistenza del commercio internazionale (115). Inoltre, questi modelli non hanno tenuto conto di fattori endogeni per lo sviluppo del commercio, fattori che non sono influenzati dall'esistenza - o non esistenza - di un'unione monetaria. Questo porta a un'altra domanda: l’abbandono della flessibilità dei tassi di cambio (all'interno dell'UEM) è stata una buona scelta? Anche qui gli avvertimenti sono stati numerosi (116), (117), (118).
Tutto ciò ha portato a una profonda messa in discussione dei risultati. Mettendo a frutto la ricerca sul commercio internazionale e sui modelli di "gravità" (119), (120), 121), Harry Kelejian e i suoi colleghi (122) hanno rielaborato le varie stime degli effetti di un'unione monetaria sul commercio internazionale dei paesi membri. I risultati sono devastanti. Si stima che l'impatto dell'Unione economica e monetaria sia un aumento degli scambi dal 4,7% al 6,3%, molto lontano dalle stime più pessimistiche del precedente lavoro, che stimava questi effetti al 20%, per non parlare del lavoro iniziale di Rose che li colloca tra il 200% e il 300%. In 10 anni c'è stata una riduzione da 10 a 1 (dal 200% al 20%), seguita da un'ulteriore riduzione che ha ancora ridimensionato questi effetti del 20%, a una media del 5% (un fattore di 4 a 1) [14 ]. Gli effetti positivi di un'unione monetaria sono stati quindi ampiamente sovrastimati, ovviamente per ragioni politiche.
L'euro, così come è stato concepito e attuato, sembra essere un arcaismo intellettuale e teorico. I costi della moneta comune, che erano noti già prima dell'introduzione dell'euro (123), (124), (125), (126), hanno ampiamente superato i benefici. In qualche misura si può anzi affermare che abbia portato alla profonda recessione che ha colpito alcuni paesi dell'UEM dal 2010 al 2015. Una moneta comune si può quindi concepire solo a condizione che riesca a compensare i suoi effetti su economie eterogenee.
6. Conclusioni
L'Euro è stato assimilato, non senza motivo, al Gold Standard e specificamente al "Golden Bloc" dei primi anni '30 (127), la cui pericolosità e il cui ruolo nella diffusione della Grande Depressione sono ben noti. L'impossibilità per i paesi dell'Unione economica e monetaria di ricorrere a svalutazioni (o rivalutazioni) delle loro valute è ora un grosso problema. Inoltre, la sottovalutazione del tasso di cambio reale tedesco (REER) a causa dell'euro è ormai confermata dall’External Sector Report pubblicato dall'FMI (128), (129). L'euro è quindi un problema non solo per i paesi dell’eurozona, ma anche per l'intera economia mondiale, ed è così da molti anni (130). Il problema di un possibile smantellamento dell'UEM è sul tavolo. In realtà, l'UEM (e l'euro) potrebbe ben seguire il percorso di un gran numero di altre unioni monetarie del XIX e XX secolo (131), (132), (133). In qualche modo ciò era stato anticipato da un fautore dell'unione monetaria, Andrew K. Rose (134), nonché da un autore che nutriva opinioni più critiche (135). Questo ci rimanda a un problema descritto per primo da J.M. Meade, la necessità di riequilibrare la bilancia dei pagamenti in una zona di libero scambio (136). Si può quindi capire perché i leader dell'Unione eurasiatica, e in particolare Vladimir Putin, siano estremamente cauti in questo campo, nonostante riconoscano vantaggi abbastanza significativi nella creazione di un'unione monetaria. Pertanto, nell'attuale situazione economica, la creazione di un'unione monetaria all’interno dell'Unione eurasiatica, o addirittura l'introduzione di una moneta unica nello spazio eurasiatico è abbastanza improbabile. Sembra che sia necessario un enorme livello di convergenza economica e istituzionale per ottenere buoni risultati.
Il crollo dell'UEM sarà il risultato della sua fragilità e instabilità economica, oppure questo collasso deriverà dal malcontento politico? Questo è ancora da vedere. L'aspetto territoriale di ciascuna valuta deve essere compreso chiaramente (137). Di fatto, questo rientra nel concetto di sostenibilità (138). Creare un'unione monetaria è una cosa, renderla sostenibile è un'altra.
Ma questi eventi stanno anche mettendo in luce la responsabilità della teoria economica, e più specificamente l'uso e l'abuso di questa teoria, strumentalizzata per scopi politici. Questo problema non può più essere mascherato, ed evidenzia una confusione tra l’atteggiamento analitico, normativo e politico di alcuni economisti. Da questo punto di vista, l'euro rappresenta un evidente fallimento per gli economisti, sia perché hanno distorto le loro teorie per dimostrare a tutti i costi la necessità e la superiorità dell'euro, sia perché hanno lasciato che i politici lo facessero, coprendoli e dando loro credibilità.
Bibliografia
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Note finali
[1] Ex-direttore degli studi presso EHESS-Parigi, Visiting Professor presso MSE-MGU (Mosca), Direttore del CEMI Research Center, EHESS-PSL, membro estero dell'Accademia Russa delle Scienze.
[2] Si veda anche, Cohen, Benjamin. “Monetary Unions”. EH.Net Encyclopedia, a cura di Robert Whaples. 10 febbraio 2008. URL : http://eh.net/encyclopedia/monetary-unions/
[3] Suggeriamo qui di chiamare «europeiste» le persone imbevute di una visione ideologica in cui l'UE è vista come una panacea per tutti i problemi. Questa definizione è simile a ciò che ha scritto l'ex ministro degli affari esteri francese Hubert Védrine (4).
[4] https://en.trend.az/business/economy/2377913.html and https://sputniknews.com/world/201604141037998412-eeu-currency-putin/
[5] http://www.voxeu.org/index.php?q=node/4305
[6] Aguiar M., Amador M, Fari E. e Gopinath G., "Coordinamento e crisi dei sindacati monetari", documento di discussione della Federal Reserve Bank di Minneapolis, febbraio 2015, http://scholar.harvard.edu/ file / Farhi / files / monetary_union_feb_2015.pdf
[7] http://www.ibtimes.co.uk/kenneth-rogoff-creating-eurozone-giant-historic-mistake-1433440
[8] Si noti il documento di orientamento dell'istituto di Bruegel, un famoso think tank "pro-Euro": Müller H., G. Porcaro and G. von Nordheim, Tales from a crisis: diverging narratives of the euro area, The Bruegel Institute, Policy Contribution, Issue n ̊03 | February 2018, http://bruegel.org/wp-content/uploads/2018/02/PC-03_2018-150118.pdf
[9] (49), p. 658.
[10] L'emergere della visione essenzialista del denaro è analizzata in (90) cap. 4. La risposta di André Orléan, dove afferma di avere questa visione essenzialista del denaro, si può trovare in (91).
[11] Per un'analisi critica della visione essenzialista del denaro, si veda (92) pp. 187-193 e 201-203.
[12] (94), p. 240
[13] (92), chap. 1.
[14] Bun e Klaasen, (111), valutano l'effetto positivo dell'UEM al massimo al 3%.
Jacques Sapir 21 febbraio 2018
L'euro è la creatura istituzionale più ambiziosa dell’Europa degli anni recenti (1) (2). E la stessa storia della creazione (e della disintegrazione) di molte aree monetarie comuni è stata probabilmente ignorata per giustificare il progetto (3) [2]. Non è sicuro che tutte le implicazioni della creazione di una moneta comune siano state comprese chiaramente quando è stata presa la decisione di lanciare l'Unione monetaria europea (EMU) e l'euro. Le considerazioni politiche hanno preso il sopravvento sulle considerazioni economiche. L'idea dell'unione monetaria è così diventata ostaggio di una fuga in avanti dei cosiddetti "europeisti" [3]. In questo processo la teoria economica è stata strumentalizzata al fine di raggiungere un obiettivo politico.
L'idea di una moneta comune in sé non è priva di meriti. Il presidente Vladimir Putin è noto per aver provato a promuovere questa idea anche per i paesi appartenenti all' "Eurasian Union" [4]. Ma un progetto del genere necessariamente presuppone una valutazione approfondita della situazione economica di tutti i suoi potenziali membri.
Prima di entrare in un percorso di unione monetaria, sarebbe bene capire cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nella costruzione dell'Unione monetaria europea. Come minimo è stata trascurata la necessità di un'integrazione molto stretta delle politiche di bilancio in ogni paese membro dell'Unione [5]. Che i paesi membri di un'unione monetaria perdano anche la capacità di far fronte a shock esterni è cosa nota. Nel caso dell’EMU ciò è stato drammaticamente dimostrato dalla grande crisi finanziaria del 2007-2009, che ha portato a notevoli turbolenze nell'eurozona. Questo potrebbe dimostrare che un'unione monetaria porta a un debito più elevato, a un'inflazione di lungo periodo più elevata e ad un minore benessere [6].
In realtà, Robert Mundell potrebbe essere considerato il padre "intellettuale" dell'euro. Fu l’ideatore del trilemma sulla incompatibilità tra perfetta mobilità dei capitali, tasso di cambio fisso e un’autonoma politica monetaria. La validità di questo trilemma merita di essere approfondita.
1. Chi crede ancora nell'euro?
Le principali critiche contro l'euro sono state mosse molto presto. Ma alcune sono state ripetute anche durante il summit di Davos del 2018, dove l'ex capo economista del FMI, Kenneth Rogoff, ha definito la costruzione della zona euro un "gigantesco errore economico" [7]. È innegabile che la crisi finanziaria globale iniziata nel 2008 abbia creato notevoli tensioni nell'area dell'euro [8]. Questo shock generalizzato ha innescato diversi problemi in ciascun paese dell'area dell'euro, segnatamente i problemi di Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e persino Francia sono i più conosciuti.
Vari economisti famosi come Rudiger Dornbush (5) o Gérard Lafay (6) e Jean-Jacques Rosa (7) hanno avanzato dubbi. Dornbush aveva anche indicato il caso dell'Italia come uno dei paesi che avrebbero sofferto maggiormente dall'adesione all'euro, un parere ora condiviso nei lavori del professor Bagnai (29). Si può anche citare Milton Friedman (8), che aveva identificato alcuni dei problemi che l'euro avrebbe causato. D’altro canto, altri economisti hanno sottolineato l'importanza della moneta comune (9) (10), pur condividendo alcuni dubbi sul suo futuro (11), e hanno salutato l'euro come un passo molto significativo verso una maggiore integrazione (12) (1) (13) (14) (15) (16). In generale, sembra che siano gli economisti statunitensi ad aver espresso molto più apertamente i loro dubbi sul successo della moneta unica (17). In una certa misura, ciò si potrebbe spiegare con la fragilità delle istituzioni politiche europee viste dall’ottica della storia americana (18), (19), (20), (21), (22), (23). Indubbiamente anche l'inquietudine dovuta all’ingresso di un nuovo concorrente del dollaro americano potrebbe aver giocato un ruolo.
In Francia, gli avvertimenti sono arrivati ben presto e con forza fin dai primi anni dell'euro. I documenti diffusi all'inizio degli anni 2000 dalla "Caisse des Dépôts et Consignations" (24) e poi dagli studi di Natexis-Banques Populaires (25) dimostrano che anche gli specialisti finanziari avevano fatto il punto sui limiti e sulle incoerenze strutturali della moneta unica applicata. Un ex consigliere economico presso il Ministero dell'Economia e delle Finanze, Serge Federbusch (26), ha dimostrato che la sopravvalutazione della moneta unica presentava costi intollerabilmente alti. Da allora, identici dubbi sono stati espressi in altri paesi, in particolare in Italia (27), (28), (29) e Germania (30). Fra questi spiccano i lavori di Flassbeck e Lapavitsas (31), e i contributi di Kawalec e Pytlarczyk (32). Alcuni di questi lavori si sono concentrati sulla crisi dell'eurozona (33), o sugli squilibri indotti dall'euro e le loro conseguenze sulle politiche economiche dei paesi dell'eurozona (34), (35).
Lord Mervyn King (36), ex governatore della Bank of England (dal 2003 al 2013) ha pubblicato nel 2016 un libro determinante sull'euro, così come Joseph Stiglitz (37). Un po’ prima, nel 2014, Paul Krugman (38), nel suo blog, richiamava l'attenzione sulla catastrofe rappresentata dalla moneta unica. Più recentemente, è stato Alberto Bagnai a definire l'euro come il fallimento degli economisti (39). È interessante notare che queste critiche provengono da autori alcuni dei quali sono fedeli al quadro teorico del New Monetary Consensus (40), mentre altri appartengono a scuole più eterodosse (41). A questi primi lavori fanno eco degli altri (42), (43), (44), alcuni dei quali editati collettivamente da vari autori e altri pubblicati singolarmente (39), (45).
Il punto importante qui è che un autore come King evidenzi in particolare una delle cause della crisi dell'eurozona, l'esistenza di diversi tassi di inflazione nei differenti paesi. Io stesso ho affrontato gli stessi argomenti nel 2012 (46). King ha anche sottolineato la contraddizione tra lo spirito democratico che dovrebbe regnare all'interno dell'Unione europea e la natura tecnocratica del processo decisionale. Quando indica nella sovranità l’elemento che dovrà essere sacrificato nel processo, ha, ovviamente, ragione. Anche questo punto è stato elaborato in uno dei miei ultimi libri (47). Questa è esattamente la stessa diagnosi che si può trovare nel libro di Joseph E. Stiglitz. Stiglitz è anche consapevole del costo politico esorbitante dell'esistenza dell'euro nella sua forma attuale. Egli prevede una crisi, che ritiene sarà sia politica che economica, a meno che i paesi dell'eurozona decidano di procedere verso un federalismo a tutti gli effetti o di dissolvere ordinatamente (e pacificamente) la zona euro (37).
La portata dei dubbi espressi sulla capacità dell'euro di sopravvivere e di funzionare in modo efficace è ben consolidata. La crisi è quindi seria. Tuttavia, l'idea di una moneta comune è ancora viva e si sta espandendo anche al di fuori dell'Unione europea, ad esempio in Russia, dove si inizia a prendere in considerazione la creazione di una moneta comune per l'Unione eurasiatica. È quindi necessario comprendere la natura delle basi teoriche che hanno portato all'attuale impasse e fare il punto.
2. Le basi teoriche dell'Euro
La crisi dell'eurozona è in gran parte dovuta alle condizioni secondo le quali è stata introdotta. Questo è uno dei punti su cui concordano sostenitori e oppositori dell'euro (48). Dopo tutto, bisogna riconoscere che l'idea di una moneta unica non è in sé priva di fondamento. L'euro è basato su una teoria, quella delle zone valutarie ottimali. Ma è stato necessario modificare il quadro teorico di fronte a crescenti problemi ed incongruenze.
Robert Mundell avanzò per la prima volta l'idea di una moneta comune nel 1961 (49), rispondendo a una visione via via avanzata da un numero crescente di economisti, ossia che un'economia basata sulla liberalizzazione del commercio e dei capitali non possa più avere una politica monetaria indipendente in presenza di una perfetta o quasi perfetta mobilità di capitali (50) (51). Una moneta comune ha essenzialmente due vantaggi. Il primo è che elimina i costi di transazione e le incertezze sul tasso di cambio nell'area in cui è applicata. Va notato, tuttavia, che questi costi e incertezze delle transazioni diventano più importanti proprio nel caso di un sistema di tassi di cambio fluttuanti sottoposti alla pressione dei mercati finanziari liberalizzati. In una situazione in cui il tasso fosse fissato per determinati periodi, ed i movimenti di capitali a breve termine controllati, tali costi e incertezze sarebbero già notevolmente ridotti. Un secondo vantaggio è che una moneta unica, evitando la concorrenza mediante strumenti monetari, consente di perseguire una politica monetaria comune. Quest'ultima ha il vantaggio di dare coerenza alla politica economica nel suo ambito di applicazione. I due vantaggi sopra menzionati sono tanto più importanti nel caso di un'area commerciale unica. Ci sarebbe quindi una forte coerenza tra l'integrazione commerciale e l'integrazione monetaria, al punto che la prima finirebbe col determinare la seconda. È quindi necessario presentare nella sua totalità questa teoria, che è stata ampiamente utilizzata - a torto o a ragione - per giustificare l'esistenza dell'euro.
Mundell, in realtà, cercò di criticare l'argomentazione di Friedman secondo cui la flessibilità del cambio avrebbe alleviato l'insufficiente flessibilità dei prezzi interni. Va ricordato, tuttavia, che sotto il sistema di Bretton-Woods, le parità erano rigide, con possibili aggiustamenti decisi a livello discrezionale (52). La posizione che Mundell difese nel 1960 (53) era che questo argomento si fonda paradossalmente sull'esistenza di una "illusione monetaria" tra gli agenti economici, esposta nella Teoria Generale di Keynes del 1936 (54). Mundell ha trasposto questo ragionamento all'economia internazionale per descrivere l'idea implicita nell'argomento sviluppato da Milton Friedman (55). In un altro articolo, risalente allo stesso periodo (56), Mundell ha confrontato gli effetti di stimolo sull'occupazione rispettivamente della politica monetaria, della politica fiscale e della politica commerciale - i dazi - in regimi di cambio fissi e flessibili. Considerando che questo articolo è una sintesi dell'articolo di Mundell del 1963 (57), sembra quasi sorprendente che Mundell concluda che la politica fiscale è flessibile. Questo perché la politica fiscale analizzata da Mundell non è una politica di bilancio "pura", come mostra il suo articolo su Kyklos (58), ma una sorta di policy mix con alcuni interventi della Banca Centrale.
Va poi notato che nell'articolo in cui Robert Mundell presentava quella che sarebbe diventata la teoria delle zone valutarie ottimali, il suo ragionamento partiva dall’identificazione, come per Friedman, delle tre cause principali delle crisi cicliche di bilancia dei pagamenti: tasso di cambio, rigidità dei prezzi e rigidità dei salari. Tuttavia, il suo obbiettivo era abbandonare la logica conclusione di Friedman, per il quale i tassi di cambio flessibili sarebbero la soluzione. Per controbattere questo ragionamento, Mundell inizia chiedendosi "quale sia l'area appropriata per una zona monetaria" (49). Per rispondere a questa domanda, bisogna innanzitutto elaborare "un concetto di ciò che costituisce un'area monetaria ottimale", in grado di far luce sugli esperimenti monetari in corso in quel momento, e bisogna ricordare che questo è esattamente il periodo in cui apparvero i primi segni di tensione sui tassi di cambio fissi (all'epoca prevalenti), premessa per uno spostamento verso la flessibilità del cambio, che diventerà la regola dei primi anni '70. È interessante, persino premonitore, notare che egli parlava già di un'area di valuta unica per i paesi dell'Europa occidentale, che avevano appena concluso l’esperienza della European Payments Union. Nell'articolo si sottolinea come in un’area monetaria unica l'offerta di mezzi di pagamento interregionali è elastica alla domanda, e se ne deduce il fatto che l'aggiustamento tra paesi nel caso di una zona monetaria o di una pluralità di valute o tra regioni (nel caso di un'unione monetaria) dipende dalla moneta utilizzata [9]. Nei primi anni '90 Barry Eichengreen (59) riprese la questione se l’Europa fosse un'area commerciale ottimale, e quindi un'area valutaria ottimale.
Tuttavia, nel ragionamento di Mundell c'è ovviamente un pregiudizio a favore delle aree in cui prevale una valuta comune. Non può quindi essere accettato come prova inconfutabile di una maggiore efficienza dei sistemi a moneta unica. Inoltre, l'esempio della zona euro mostra che è piuttosto in una zona di una moneta comune che prevalgono politiche economiche restrittive, proprio a causa dell’impossibilità per il tasso di cambio di gestire gli squilibri tra paesi. D'altra parte, i paesi che hanno mantenuto le proprie valute hanno una maggiore facilità nell'attuazione di politiche economiche orientate alla piena occupazione.
La seconda parte dell'articolo (49), intitolata "Valute nazionali e tassi di cambio flessibili", è la parte più conosciuta dell'articolo di Mundell. Andrebbe notato, tuttavia, che questo ragionamento non tiene conto della possibilità per lo Stato interessato di attuare una politica di compensazione tra due regioni, anche se dovesse essere finanziata in parte dalla sua Banca Centrale o dalla politica fiscale. Questo esempio verrà ripreso molto tempo dopo da Daniel Cohen (60) per dimostrare che la controparte di un sistema di moneta unica è precisamente un sistema di trasferimenti fiscali.
3. Il trilemma di Mundell
La tradizionale presentazione del triangolo di incompatibilità della politica economica stabilisce un trilemma tra la perfetta mobilità del capitale, il fatto di avere un tasso di cambio fisso e una politica monetaria autonoma. La giustificazione che generalmente viene data, come nell'articolo di Robert Mundell del 1963 (57), è che quando il capitale è perfettamente mobile, si crea un mercato mondiale dei capitali nel quale si fissa un tasso d'interesse mondiale. Questo tasso è imposto a tutti i paesi e, se un paese se ne discosta verso l'alto o verso il basso, si troverà a subire flussi di capitali che squilibreranno la bilancia dei pagamenti. Tuttavia, una rilettura dei primi articoli di Robert Mundell rende possibile proporre alternative all'interpretazione ortodossa della sua teoria. Seguendo uno degli articoli di Mundell del 1961 (56), si può sostenere che l'euro è fuori dalla zona di equilibrio.
In particolare, se si abbandona il rigoroso equilibrio della bilancia dei pagamenti, come è avvenuto in molti paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, le possibilità di azione della banca centrale sono asimmetriche. La capacità di una banca centrale di difendere la propria valuta contro un attacco speculativo, vale a dire un'ondata di vendite della sua valuta sul mercato dei cambi, dipende in teoria dalle sue riserve valutarie, come dimostrato da numerosi lavori (61), (62). In realtà, a partire dalle crisi valutarie degli anni '90, la capacità degli speculatori di utilizzare leve finanziarie molto elevate è un ostacolo per le banche centrali che vogliono evitare di accumulare ingenti riserve valutarie. È il caso oggi della Cina o della Russia (63). Ma c’è anche un altro modo. Una Banca Centrale la cui moneta è sotto attacco speculativo può sempre aumentare i suoi tassi di interesse al fine di attrarre capitali, fornendo così ulteriore sostegno al suo tasso di cambio. Tuttavia, nella maggior parte dei casi questo metodo è inefficiente o richiede un aumento del tasso ufficiale tale che l'impatto sull'economia del paese può essere disastroso. In effetti, gli investitori di capitali non saranno propensi ad precipitarsi ad acquistare se prevedono un crollo del tasso di cambio e potrebbero addirittura considerare l'aumento dei tassi di interesse come un segnale premonitore (64), (65).
Due anni dopo, anche R. McKinnon diede il suo contributo a questa costruzione teorica (66). Nel suo articolo, spiega che più un'economia è aperta verso l'esterno più si riduce l'importanza del tasso di cambio. L'interesse ad un aggiustamento tramite il tasso di cambio è basso. Peter Kennen sostenne poi (67) che quando l'economia di un paese è diversificata, questa diversificazione riduce la portata di ciò che gli economisti chiamano "shock esogeni", consentendo al paese di essere collegato ad altri paesi con un tasso di cambio fisso. Da questo lavoro si potrebbe dedurre che un paese può avere interesse a collegarsi agli altri con una moneta comune, a condizione che capitale e lavoro siano perfettamente flessibili (come mostra Mundell), il commercio internazionale significativo (McKinnon) e che la sua economia sia largamente diversificata ( Kennen). Si è quindi sviluppata l'idea che il commercio internazionale riguardasse essenzialmente la qualità del prodotto.
Altri economisti hanno sostenuto che i paesi avrebbero tratto benefici economici significativi da una moneta unica. Questa avrebbe dovuto generare un fortissimo aumento dei flussi commerciali tra i paesi della zona monetaria così costituita, e dunque un conseguente aumento della produzione, come Andrew K. Rose stava cercando di dimostrare (68), (69). I suoi lavori hanno dato l’avvio a tutta una letteratura estremamente favorevole alle unioni monetarie. Le valute nazionali venivano descritte come "ostacoli" al commercio internazionale (70). L'integrazione monetaria avrebbe portato ad un forte aumento della produzione e del commercio potenziali (71), (72). Se queste teorie fossero state convalidate dalla realtà, l'Unione Monetaria Europea avrebbe creato le condizioni per il successo dell’"Area valutaria ottimale", in base ad un impulso apparentemente endogeno (73), (74). A ciò si deve aggiungere l'idea che l'unione monetaria e finanziaria avrebbe ridotto i rischi delle turbolenze economiche (75), (76). Qui si parla della cosiddetta condivisione del rischio, che è diventata oggi uno degli argomenti usati dai difensori dell’euro (77). Questi argomenti vengono regolarmente usati per sostenere che l'Euro stia funzionando come una sorta di "protezione". Tutto ciò converge verso la necessità di adottare una moneta unica. Ma la teoria delle zone valutarie ottimali del 1961 non rappresenta l'ultima parola di Mundell. E ciò introduce possibili dissonanze, che sono state rafforzate da studi empirici.
4. Dissonanze teoriche e fattuali
La difesa quasi incondizionata dei tassi di cambio fissi e dell'unificazione monetaria ha portato a definire Robert Mundell come "il padre intellettuale dell'euro" (78). Ma in effetti, Mundell sembra avere una doppia personalità. Da una parte si dedica allo studio della teoria delle aree monetarie ottimali che sarà la base del modello Mundell-Fleming. Dall’altra è il co-fondatore, con Arthur Laffer, dell'economia dell'offerta (supply-side economics). Ciò non significa che non ci sia incomunicabilità né contaminazioni tra il primo e il secondo Mundell. Si possono quindi identificare diverse fasi intellettuali di Mundell. All’inizio, Mundell potrebbe essere definito un "keynesiano", ma nel senso della sintesi di Samuelson. Ciò comunque prima che venisse fortemente influenzato dalle tesi vicine ai monetaristi. McKinnon, un autore che ha lavorato su Mundell, ha identificato diverse fasi del pensiero di Mundell (79). McKinnon ha quindi identificato due periodi significativi, chiamandoli Mundell I e Mundell II. Questa identificazione è relativa al modo in cui Mundell giustifica il suo sostegno ai tassi di cambio fissi e alle unioni monetarie. Mentre il primo Mundell cerca di trovare un modo per riaggiustare il tasso di cambio, il secondo Mundell parte dall'idea che le fluttuazioni del tasso di cambio siano per loro natura destabilizzanti, addirittura irrimediabili. È facile dunque intuire perché lo si consideri il padre intellettuale dell'euro.
Ma McKinnon non è stato l’unico a segnalare le differenze nel pensiero di Mundell. L'analisi di Obsfeld sull'evoluzione intellettuale di Mundell ci permette anche di datare il momento in cui Mundell ha smesso di essere keynesiano (almeno nel senso della sintesi di Samuelson) (80). Questo punto di svolta si situa intorno al 1969. Anche il contributo di Robert Lucas è stato decisivo nella rifondazione delle basi della teoria macroeconomica e nella perdita di credibilità delle idee keynesiane. Il momento importante fu la pubblicazione nel 1972 di un modello di risoluzione macroeconometrica del problema della neutralità della moneta in una situazione di equilibrio delle aspettative razionali (81). Ciò risulta dalle particolari opinioni di Mundell sul regime dei tassi di cambio, il target di inflazione e il ruolo della politica fiscale.
Notiamo, quindi, una seconda dissonanza. Il trattato di Lisbona, che mira a suggellare l'istituzione del "mercato unico", pone al centro la concorrenza, definita "libera e non distorta", come principio fondatore (82). Stranamente, però, la moneta unica ha proprio la funzione di eliminare la concorrenza tra i mezzi monetari. Stabilisce un monopolio. Quest'ultimo può essere certamente necessario, e la teoria del Free Banking o competizione tra le valute costituire un’involuzione profonda. Tuttavia, anche ammettendo che il monopolio possa essere necessario, è possibile porre onestamente la concorrenza come principio base? Qui tocchiamo una delle contraddizioni del cosiddetto discorso europeista. Non sarà l'unica.
Istituire un monopolio di strumenti e politiche monetarie ha implicazioni specifiche. Poiché diventa unica, la politica monetaria non può più tener conto della diversità delle situazioni sociali ed economiche nella sua area di applicazione. Seguendo il ragionamento iniziale di Mundell, sarebbe effettivamente necessario avere una perfetta mobilità del lavoro all'interno dell'area interessata per far fronte agli shock economici. Questo significa che non ci può essere una moneta unica se non in aree economicamente e socialmente omogenee? La risposta è negativa, perché la moneta non è fortunatamente l'unica istituzione economica né l'unico strumento disponibile. A far da contraltare a una moneta unica deve essere la solidarietà fiscale e di bilancio, il che significa che le risorse possano essere trasferite in regioni che sarebbero indebitamente penalizzate da uno shock asimmetrico. Ciò che rende il monopolio monetario sostenibile in un'economia eterogenea è una politica fiscale attiva. Ciò è particolarmente chiaro nel caso di paesi con strutture federali. La quota di spesa federale deve superare il 50% affinché il sistema funzioni. Se questa zona economica comprende paesi diversi, la perdita dello strumento monetario deve essere compensata dal mantenimento di una forte autonomia fiscale, che consenta al governo di sovvenzionare i settori economici colpiti dalla crisi invece di sostenerli tramite la svalutazione (60). Nel caso dell'euro, vi è quindi una nuova incoerenza. L'introduzione della moneta unica non è stata preceduta da un dibattito sulla possibilità di istituire un bilancio federale, quanto meno in funzione dei paesi interessati. Con la moneta unica, lo strumento della svalutazione è stato sottratto ai paesi, ma senza fornire un sostituto. Da questo punto di vista, come riconosce Alexander Swoboda, si può trovare nel primo Mundell, il sostenitore della moneta unica, forti argomentazioni contro l'euro così come è stato attuato (83).
Alcuni dei sostenitori dell'euro hanno quindi riesumato la tesi dell'inefficienza delle politiche monetarie. La metafora usata da Kydland e Prescott (84) è quella di Ulisse incatenato all'albero della sua nave per ascoltare il canto delle sirene senza soccombere. A queste condizioni, l'euro diventa accettabile (i paesi non perdono nulla abbandonando una politica monetaria che non ha più alcun oggetto) e persino vantaggioso, perché stabilirà le sue regole indipendentemente dalle politiche degli Stati interessati. Ma, come ha dimostrato Gregory Mankyw (85) (86), l'esperienza della Banca centrale americana contraddice decisamente questa visione. Gli errori nella concezione dell'unione economica e monetaria si fondano anche su una dottrina economica francese, l'essenzialismo monetario. Non è un caso che alti funzionari francesi abbiano svolto un ruolo importante nella progettazione dell'euro. Nella sua forma più completa, questa dottrina è ben rappresentata dalle opere di Michel Aglietta e André Orléan (87), (88), (89). La moneta è considerata non solo un'istituzione importante delle economie capitaliste, il che è fondamentalmente corretto, ma quella centrale, cosa molto più discutibile [10]. Da qui il termine "essenzialismo monetario", coniato per descrivere questa particolare prospettiva. Tuttavia, l'essenzialismo monetario implica una serie di ipotesi altamente discutibili, sia dal punto di vista della teoria del comportamento individuale (e della teoria delle preferenze individuali) sia da un punto di vista antropologico [11].
Robert Mundell, tuttavia, può essere considerato un precursore di questo essenzialismo, in quanto sottolinea la convergenza dei fattori reali ottenuti dall'unificazione monetaria (83). Questa posizione è coerente con quella del summenzionato "secondo Mundell". Qui si ritrova l'idea che la moneta ha le virtù teleologiche che in seguito le verranno attribuite da Aglietta e Orléan. Infatti, nell’ottica della difesa del principio di una moneta unica, Mundell iniziò a rimettere in discussione gli elementi teorici del "primo Mundell" contenuti nel suo precedente articolo (93). In particolare, a partire dagli anni '70 asserisce che gli agenti reagiscono solo ai cambiamenti nella loro ricchezza "reale", non agli importi nominali del loro reddito o ricchezza. Stiamo gradualmente assistendo a una mobilitazione delle tesi monetariste. Tuttavia, queste ultime implicano anche importanti assunti sul tipo di agente umano.
Nella polemica sulla moneta comune, ci siamo progressivamente mossi da un approccio analitico che ha cercato di valutare gli elementi positivi e negativi verso una posizione, ormai puramente propagandistica, di giustificazione dell'euro, anche a costo di incongruenze argomentative palesi e abbandonando ogni metodologia scientifica.
5. La vendetta della realtà
Dal 2004 in poi, è diventato chiaro anche ai più strenui difensori dell’euro che la realtà non si è piegata ai loro desideri. Aglietta (94) ha riconosciuto che, se i mercati del debito sono unificati, le aree che continuano a mantenere, anche lontanamente, un contatto con l'economia reale, come gli scambi, rimangono segnate dalla "forte resistenza delle segmentazioni a livello nazionale". Il passaggio all'euro non ha portato all'unificazione dei prezzi tra i paesi dell'area, come era stato previsto dagli studi citati all'inizio di questo articolo. C'è quindi chiaramente una resistenza del mondo reale a quella unificazione semplificatrice a cui la moneta avrebbe dovuto portare. Aglietta è costretto a riconoscere che i principali vantaggi attesi con l'introduzione dell'euro non si sono ancora materializzati. Teoricamente l'euro avrebbe dovuto aumentare la crescita e proteggere l'Europa dalle turbolenze economiche esterne. Tuttavia, e per ammissione di uno dei sostenitori dell'euro, non è stato così [12].
A metà degli anni '90, George Akerlof e i ricercatori della Brookings Institution avevano mostrato la persistenza della "illusione nominale" tanto criticata negli scritti monetaristi (95), (96). Ciò li portò a dimostrare che un qualche livello di inflazione fosse necessario per lo sviluppo economico. È passato però in secondo piano il fatto che abbiano basato la loro rottura con il monetarismo su un'analisi dei comportamenti individuali molto più realistica di quella dei modelli tradizionali (97). Le tradizionali teorie sulle preferenze basate sul comportamento individuale sono crollate sotto l'influenza dei ricercatori di psicologia sperimentale [13]. Ciò ha provocato un'inversione completa dei risultati che erano stati dati per scontati dagli anni '60 (98), (99), (100). In effetti, la psicologia sperimentale conferma le tesi keynesiane iniziali (101), sia rispetto alla controrivoluzione monetarista, che rispetto ai tentativi di ridurre Keynes a una semplice variazione della struttura classica dell'equilibrio.
L'importanza delle rigidità risultanti dal settore reale e dalle istituzioni, che riflette l'individualità della traiettoria sociale e storica di ciascun paese, riguadagna quindi la sua importanza (102), (103). Queste opere convergono poi con quelle di Akerlof (97) e dei suoi colleghi nel mostrare, ad esempio, i pericoli di un'inflazione troppo bassa (104). Modelli più recenti, detti modelli di "sticky information", tentano di rappresentare un mondo economico in cui gli attori si comportano in modo più realistico di quelli dei modelli tradizionali (105), (106). Un contributo essenziale di questi modelli è mostrare che gli shock monetari sono a lungo termine, che le politiche monetarie hanno effetti duraturi e non transitori sul livello di attività. Confermano che il tipo di risposta di un'economia alla politica monetaria dipende dalle sue strutture e istituzioni.
Qui si rivela di particolare rilevanza uno studio sulle dinamiche dell'inflazione nei paesi della zona euro (107). Il lavoro di Christian Conrad e Menelaos Karanasos dimostra due effetti essenziali. Innanzitutto, non esiste una singola dinamica dell'inflazione, e secondariamente l’inflazione non sempre influisce negativamente sulla crescita economica, a differenza di quanto sostengono i monetaristi (108). Esistono dinamiche differenziate e in alcuni casi l'inflazione sembra un elemento necessario per la crescita. La moneta è uno specchio, o anche una lente d'ingrandimento, delle dinamiche del mondo reale. Questo risultato è perfettamente coerente con quello dei modelli "sticky information" (106). L'individualità dei sistemi economici e sociali, a sua volta il prodotto delle storie nazionali in cui questi sistemi sono incorporati, è un fattore essenziale in qualsiasi approccio alla politica monetaria. Queste inversioni nel campo della scienza economica espongono la fragilità delle ipotesi avanzate dal "secondo Mundell", e la conseguente fragilità dell'euro.
Ma la critica all'euro è anche radicata nella critica degli effetti positivi di un'unione monetaria. L’entità del rischio causato dall'unione di economie estremamente diverse è stata evidente fin dall'inizio (109). Ricordiamo qui il lavoro di A. K. Rose, che spiega come l'UEM dovrebbe essere di grande beneficio per le economie dei paesi interessati. Questo lavoro è ora messo in dubbio (110). Ulteriori ricerche, basate su database più completi e rigorosi, hanno notevolmente ridotto l'entità degli effetti positivi dell'unione monetaria (111), (112). Il lavoro iniziale di Rose et al. è stato fortemente criticato a causa del metodo econometrico utilizzato (113), (114). Una critica ancora più radicale è che questi modelli non hanno tenuto conto della persistenza del commercio internazionale (115). Inoltre, questi modelli non hanno tenuto conto di fattori endogeni per lo sviluppo del commercio, fattori che non sono influenzati dall'esistenza - o non esistenza - di un'unione monetaria. Questo porta a un'altra domanda: l’abbandono della flessibilità dei tassi di cambio (all'interno dell'UEM) è stata una buona scelta? Anche qui gli avvertimenti sono stati numerosi (116), (117), (118).
Tutto ciò ha portato a una profonda messa in discussione dei risultati. Mettendo a frutto la ricerca sul commercio internazionale e sui modelli di "gravità" (119), (120), 121), Harry Kelejian e i suoi colleghi (122) hanno rielaborato le varie stime degli effetti di un'unione monetaria sul commercio internazionale dei paesi membri. I risultati sono devastanti. Si stima che l'impatto dell'Unione economica e monetaria sia un aumento degli scambi dal 4,7% al 6,3%, molto lontano dalle stime più pessimistiche del precedente lavoro, che stimava questi effetti al 20%, per non parlare del lavoro iniziale di Rose che li colloca tra il 200% e il 300%. In 10 anni c'è stata una riduzione da 10 a 1 (dal 200% al 20%), seguita da un'ulteriore riduzione che ha ancora ridimensionato questi effetti del 20%, a una media del 5% (un fattore di 4 a 1) [14 ]. Gli effetti positivi di un'unione monetaria sono stati quindi ampiamente sovrastimati, ovviamente per ragioni politiche.
L'euro, così come è stato concepito e attuato, sembra essere un arcaismo intellettuale e teorico. I costi della moneta comune, che erano noti già prima dell'introduzione dell'euro (123), (124), (125), (126), hanno ampiamente superato i benefici. In qualche misura si può anzi affermare che abbia portato alla profonda recessione che ha colpito alcuni paesi dell'UEM dal 2010 al 2015. Una moneta comune si può quindi concepire solo a condizione che riesca a compensare i suoi effetti su economie eterogenee.
6. Conclusioni
L'Euro è stato assimilato, non senza motivo, al Gold Standard e specificamente al "Golden Bloc" dei primi anni '30 (127), la cui pericolosità e il cui ruolo nella diffusione della Grande Depressione sono ben noti. L'impossibilità per i paesi dell'Unione economica e monetaria di ricorrere a svalutazioni (o rivalutazioni) delle loro valute è ora un grosso problema. Inoltre, la sottovalutazione del tasso di cambio reale tedesco (REER) a causa dell'euro è ormai confermata dall’External Sector Report pubblicato dall'FMI (128), (129). L'euro è quindi un problema non solo per i paesi dell’eurozona, ma anche per l'intera economia mondiale, ed è così da molti anni (130). Il problema di un possibile smantellamento dell'UEM è sul tavolo. In realtà, l'UEM (e l'euro) potrebbe ben seguire il percorso di un gran numero di altre unioni monetarie del XIX e XX secolo (131), (132), (133). In qualche modo ciò era stato anticipato da un fautore dell'unione monetaria, Andrew K. Rose (134), nonché da un autore che nutriva opinioni più critiche (135). Questo ci rimanda a un problema descritto per primo da J.M. Meade, la necessità di riequilibrare la bilancia dei pagamenti in una zona di libero scambio (136). Si può quindi capire perché i leader dell'Unione eurasiatica, e in particolare Vladimir Putin, siano estremamente cauti in questo campo, nonostante riconoscano vantaggi abbastanza significativi nella creazione di un'unione monetaria. Pertanto, nell'attuale situazione economica, la creazione di un'unione monetaria all’interno dell'Unione eurasiatica, o addirittura l'introduzione di una moneta unica nello spazio eurasiatico è abbastanza improbabile. Sembra che sia necessario un enorme livello di convergenza economica e istituzionale per ottenere buoni risultati.
Il crollo dell'UEM sarà il risultato della sua fragilità e instabilità economica, oppure questo collasso deriverà dal malcontento politico? Questo è ancora da vedere. L'aspetto territoriale di ciascuna valuta deve essere compreso chiaramente (137). Di fatto, questo rientra nel concetto di sostenibilità (138). Creare un'unione monetaria è una cosa, renderla sostenibile è un'altra.
Ma questi eventi stanno anche mettendo in luce la responsabilità della teoria economica, e più specificamente l'uso e l'abuso di questa teoria, strumentalizzata per scopi politici. Questo problema non può più essere mascherato, ed evidenzia una confusione tra l’atteggiamento analitico, normativo e politico di alcuni economisti. Da questo punto di vista, l'euro rappresenta un evidente fallimento per gli economisti, sia perché hanno distorto le loro teorie per dimostrare a tutti i costi la necessità e la superiorità dell'euro, sia perché hanno lasciato che i politici lo facessero, coprendoli e dando loro credibilità.
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(135) Nitsch V., (2004), « Have a break, Have a…National currency : When Do Monetary Union Fall Apart ? », CESifo Working Paper Series.
(136) Meade J.M., (1957), « The Balance of Payments problem of a European Free-Trade Area », in The Economic Journal, n°67, pp. 379-396.
(137) Helleiner, Eric. The Making of National Money: Territorial Currencies in Historical Perspective. Ithaca, NY: Cornell University Press, 2003.
(138) Cohen, Benjamin J. “Beyond EMU: The Problem of Sustainability.” In The Political Economy of European Monetary Unification, second edition, edited by Barry Eichengreen and Jeffry A. Frieden, 179-204.Boulder, CO: Westview Press, 2001.
Note finali
[1] Ex-direttore degli studi presso EHESS-Parigi, Visiting Professor presso MSE-MGU (Mosca), Direttore del CEMI Research Center, EHESS-PSL, membro estero dell'Accademia Russa delle Scienze.
[2] Si veda anche, Cohen, Benjamin. “Monetary Unions”. EH.Net Encyclopedia, a cura di Robert Whaples. 10 febbraio 2008. URL : http://eh.net/encyclopedia/monetary-unions/
[3] Suggeriamo qui di chiamare «europeiste» le persone imbevute di una visione ideologica in cui l'UE è vista come una panacea per tutti i problemi. Questa definizione è simile a ciò che ha scritto l'ex ministro degli affari esteri francese Hubert Védrine (4).
[4] https://en.trend.az/business/economy/2377913.html and https://sputniknews.com/world/201604141037998412-eeu-currency-putin/
[5] http://www.voxeu.org/index.php?q=node/4305
[6] Aguiar M., Amador M, Fari E. e Gopinath G., "Coordinamento e crisi dei sindacati monetari", documento di discussione della Federal Reserve Bank di Minneapolis, febbraio 2015, http://scholar.harvard.edu/ file / Farhi / files / monetary_union_feb_2015.pdf
[7] http://www.ibtimes.co.uk/kenneth-rogoff-creating-eurozone-giant-historic-mistake-1433440
[8] Si noti il documento di orientamento dell'istituto di Bruegel, un famoso think tank "pro-Euro": Müller H., G. Porcaro and G. von Nordheim, Tales from a crisis: diverging narratives of the euro area, The Bruegel Institute, Policy Contribution, Issue n ̊03 | February 2018, http://bruegel.org/wp-content/uploads/2018/02/PC-03_2018-150118.pdf
[9] (49), p. 658.
[10] L'emergere della visione essenzialista del denaro è analizzata in (90) cap. 4. La risposta di André Orléan, dove afferma di avere questa visione essenzialista del denaro, si può trovare in (91).
[11] Per un'analisi critica della visione essenzialista del denaro, si veda (92) pp. 187-193 e 201-203.
[12] (94), p. 240
[13] (92), chap. 1.
[14] Bun e Klaasen, (111), valutano l'effetto positivo dell'UEM al massimo al 3%.
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