Intervistato da Tim Black di “Spiked”, Ashoka Mody - professore di economia a Princeton e già dirigente presso il Fondo monetario internazionale - conferma quello che gli economisti sanno, ma la stampa spesso nega: l’euro è stata fin dall’inizio una pessima idea sia economica sia politica. La rigidità intrinseca dei tassi di cambio, le folli regole fiscali, il dominio delle nazioni forti che impongono regole riservate a quelle deboli, creano i presupposti per la divergenza economica e l’inimicizia politica tra le nazioni, anziché promuovere prosperità e pace come propagandano i sostenitori del progetto europeo. Non sono quindi i populisti a essere euroscettici: sono gli euristi che vivono in una bolla di irrealtà, ignorando i più elementari ragionamenti economici e politici.
Di Ashoka Mody, 2 gennaio 2019
“Si è trattato di uno sforzo un po’ solitario”, dice Ashoka Mody - professore di economia presso l’Università di Princeton, e già vicedirettore del dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale (Fmi) - parlando di ”Eurotragedia: un dramma in nove atti”, la sua brillante, magistrale storia della Ue e dello sviluppo dell’eurozona. “La gran parte dell’establishment europeo” continua Mody “o ha tentato di ignorare o ha contestato quelli che mi sembrano principi e dati economici assolutamente basilari”.
È facile capire perché l’establishment europeo potrebbe essere stato incoraggiato a farlo. Eurotragedia è un atto d’accusa all’intero progetto europeo postbellico, una dissezione meticolosa e abrasiva di tutto quello che è caro all’establishment europeo. Ed è anche un attacco allo stesso establishment, al pensiero di gruppo dei suoi membri, ai loro deliri, alla loro arroganza tecnocratica. Inoltre, tutto questo viene dal principale rappresentante del Fmi in Irlanda durante il suo salvataggio dopo le crisi bancaria post-2008 – una persona cioè che ha visto dall’interno i meccanismi fiscali della Ue.
Spiked ha intervistato Mody per capire meglio la sua analisi critica del progetto europeo, i difetti fatali dell’eurozona e perché l’integrazione europea sta dividendo i popoli.
Spiked: Lei pensa che il suo lavoro su Eurotragedia sia stato solitario perché, dopo la Brexit e altri movimenti populisti, l’establishment Ue è al momento molto arroccato sulla difensiva?
Ashoka Mody: Sono sicuro che in parte la ragione è questa. Ma penso che la natura dell’intero progetto sia molto difensiva. Pensate alla dichiarazione di Robert Schuman del 9 maggio 1950, che mise le basi per la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio due anni dopo – disse che una fonte comune di sviluppo economico doveva diventare il fondamento della federazione europea. Questa idea di una federazione europea è stata screditata molto velocemente, ma i leader europei hanno continuato a corteggiarla in diverse maniere – “unione sempre più stretta”, “unità nella diversità”, nonché quella frase particolarmente priva di senso che usa il presidente francese Emmanuel Macron: “Sovranità europea”. L’intero linguaggio è problematico e mistificatorio.
Ma la questione più seria è il concetto di sviluppo economico comune come base per l’Europa. Questo è stato vero per un breve periodo dopo il trattato di Roma del 1957, che ha aperto le frontiere, ma lo slancio si è esaurito nel giro di due decenni. Puoi aprire le frontiere, ma una volta che le hai aperte, non c’è molto altro che tu possa fare. Perfino i vantaggi del cosiddetto mercato unico sono molto limitati al di là di un certo punto, ogni economista lo capisce.
Riguardo all’euro, non c’è mai stato alcun dubbio sul fatto che fosse una cattiva idea. Nicholas Kaldor, economista dell’Università di Cambridge, scrisse nel marzo 1971 che quella della moneta unica era un’idea terribile, sia economicamente che politicamente. E Kaldor ha avuto ragione molte volte.
Ma l’intero establishment europeo ignora semplicemente ogni ennesimo avvertimento proveniente da economisti di grande fama, e produce contro-narrazioni difensive. Per esempio, sento spesso dire che l’Europa ha bisogno di tassi di cambio fissi per avere un mercato unico. Perché mai? La Germania commercia con la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca, che sono all’interno del mercato unico, ma hanno differenti monete. Queste fluttuano, ma il commercio prosegue. Non c’è bisogno di un’unica moneta per avere un mercato unico.
Spiked: Quando è emersa la sua critica al progetto europeo? È stato durante il suo coinvolgimento nel salvataggio dell’Irlanda?
Mody: Quando il mio lavoro al Fmi è finito, progettavo di scrivere un libro sull’eurocrisi. E ho iniziato a scriverlo come farebbe un economista del Fmi – cosa è successo prima del crash, la bolla, l’esplosione della bolla, il panico, il fatto che non fu gestito bene, e così via. Ma mi sono presto reso conto che qualcosa non andava.
E così ho passato due anni a ricostruire la storia dell’euro, ponendomi una domanda: cosa ha portato all’esistenza dell’euro nella sua forma attuale? Capite, il problema non è solo che esiste l’euro. C’è l’euro, che è una moneta unica, in una unione monetaria incompleta, con un apparato di regole fiscali che sono evidentemente ridicole sotto il profilo economico – e nessuno mette in dubbio il fatto che siano economicamente ridicole, che manchino di un necessario paracadute fiscale e della necessaria unione fiscale. Perciò, perché l’euro esiste?
In quel momento ho iniziato a scrivere, in effetti, uno storia postbellica dell’Europa, un compendio, se vogliamo, del libro di Tony Judt: ”Dopoguerra: storia dell’Europa dal 1945”. Ecco quando ho compreso che l’euro non era solo una cattiva idea economica, ma anche una cattiva idea politica. Non solo era chiaro che avrebbe causato divisioni politiche, ma non c’era nemmeno alcun piano su come rimediare a queste divisioni, come reagire ad esse. Quindi è nata questa mitologia dell’euro, che lo ha trasfigurato in uno strumento di pace, un mezzo per unire gli europei, una necessità per il mercato unico. Tutti questi aspetti della mitologia sono nati sopra e intorno al progetto europeo per sostenere quella che è, effettivamente, un’idea insensata.
Spiked: Lei ne parla quasi come del trionfo di un’illusione politica. Che cosa ha spinto i suoi architetti? Che cosa ha permesso loro di portare avanti un progetto che molti economisti consideravano una follia?
Mody: Scrivendo il libro, ho imparato due cose riguardo alla storia. La prima è che nella storia esistono momenti critici, in cui un individuo diventa eccezionalmente potente, e ottiene un potere esecutivo sproporzionato alle sue abilità. In secondo luogo, un simile individuo ha anche il potere di creare una narrazione, una favola, una mitologia. Ed è la combinazione delle due cose che ha creato l’euro. Ecco perché Helmut Kohl è così importante, non solo perché ha guidato questo progetto fino alla sua realizzazione, [ma anche perché] ci ha lasciato in eredità un linguaggio che ha giustificato l’euro fino a oggi. Penso che se Kohl non fosse esistito, o se non fosse rimasto cancelliere negli anni ’90, questo non sarebbe successo – non ci sarebbe stato l’euro.
Spiked: Quello che è sorprendente è che durante questo processo di integrazione lungo decenni solo raramente coloro che ne erano a capo interpellavano gli elettorati nazionali. Se li interpellavano, poi semplicemente ignoravano la risposta che veniva data, così come fecero fin dal 1992, con i referendum in Danimarca e in Francia sul trattato di Maastricht. Lei pensa che questo sia uno dei difetti fatali del progetto europeo – il fatto che esso prosegue, a dispetto delle opinioni dei cittadini?
Mody: Assolutamente, si tratta di un difetto fatale. Fino al 1992 e al trattato di Maastricht c’è stata l’idea del tacito assenso. Questa idea prevedeva che i leader europei dovessero prendere le buone decisioni in nome dei popoli dell’Europa, che non erano proprio in grado di capire la complessità del governare. Si fidavano dei leader, perché loro sapevano la maniera giusta di andare avanti. E alla fine sarebbero stati validati e legittimati dai frutti che avrebbero portato.
Ma questo tacito assenso stava già cadendo a pezzi mentre veniva firmato il trattato di Maastricht. Come hai detto, abbiamo avuto il referendum danese, e specialmente quello francese del 1992. Il referendum francese, in particolare, ha un’importanza storica, perché il popolo (49 per cento) che votò contro Maastricht è lo stesso che oggi protesta con il gilet giallo. Pensateci. Per un periodo di circa trenta anni, un gruppo consistente di persone continuavano a farsi sentire, dicendo che c’era un problema. Dicevano che il vero problema era in casa, che il popolo veniva lasciato indietro e che tu, governo, sembri non avere idea di ciò che vuole il popolo.
Il fatto che i cittadini europei volessero o meno più Europa non è stato mai veramente discusso in una qualsivoglia forma significativa. Non è mai stato chiaro a che cosa servisse l’euro. Di sicuro non ha portato maggiore prosperità. E la mancanza di consultazione del popolo ha creato un’ansia ribollente, di segno opposto nelle diverse nazioni. In Germania l’ansia è legata alla possibilità che i tedeschi potrebbero ritrovarsi a dover pagare i debiti di altre nazioni. In gran parte del Sud Europa la gente è ansiosa perché la Germania è diventata troppo dominante, e perché, nei periodi di crisi, il cancelliere tedesco potrebbe diventare di fatto il cancelliere europeo.
Non esiste alcun meccanismo elettorale che garantisca responsabilità e legittimazione. Pertanto l’intero processo è intrinsecamente antidemocratico – la gente che viene colpita dalle decisioni non può votare per rimuovere coloro che prendono queste decisioni.
Spiked: Alcuni sostengono che l’eurozona ha creato un certo grado di prosperità, certamente a partire dalla fine degli anni ’90 fino a metà degli anni 2000. Lei pensa che questa fosse un’illusione di prosperità, sostenuta nel caso dell’Europa dalla bolla bancaria?
Mody: Certo, assolutamente. È un vero peccato che quei dieci anni siano stati completamente travisati in due modi. Il primo è che, quando i tassi di interesse sui debiti pubblici sono scesi, questo fu celebrato come un’integrazione finanziaria, mentre era in effetti un problema, perché i paesi che beneficiavano di questi tassi così bassi stavano permettendo il formarsi di una bolla di debito.
In secondo luogo, l’altra cosa che è avvenuta, specialmente tra il 2004 e il 2007, è che il commercio mondiale era in una fase di boom. In primo luogo, perché l’America stava spendendo troppo, e quindi stava importando largamente merci dal resto del mondo, e in secondo luogo, perché la Cina stava entrando nel mercato del commercio globale in grande stile e, diventando un esportatore di grande rilievo, diventava anche un rilevante importatore. Pertanto negli anni tra il 2004 e il 2007 si è avuta una crescita del commercio globale più alta che in qualsiasi periodo nella memoria recente. E quando il commercio globale aumenta, il commercio europeo cresce rapidamente.
Quindi la combinazione della convergenza dei tassi di interesse, che diede l’impressione dell’integrazione finanziaria, e la crescita del commercio globale, che diede alla gente un’impressione di prosperità, ha portato alcuni a concludere che sì, la cosa aveva funzionato. Quindi nel giugno 2008 abbiamo Jean-Claude Trichet, l’allora presidente della Banca Centrale Europea, che dichiarava che l’eurozona era un grande successo. Quello era in realtà il momento in cui la crisi dell’eurozona stava per colpire forte. Solo che la Bce non se ne rendeva conto.
Come disse George Orwell su quello che veniva riportato della Guerra Civile Spagnola, che la storia veniva scritta come si pensava che dovesse andare, e non come andava realmente: questa è la maniera in cui il primo decennio dell’eurozona è stato raccontato.
Spiked: La crisi inizia a farsi sentire nell’eurozona dal 2009. Perché lei era così contrario alle politiche di austerità che la Troika impose a Grecia e Irlanda?
Mody: Io comprendo che se un paese ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità debba stringere la cinghia. Non voglio contestarlo. Quello che contestavamo io e altri, e continuiamo a contestarlo nel caso dell’Italia, è il momento di inizio e la velocità del consolidamento fiscale. Quando un’economia sta sprofondando in una recessione, l’austerità fiscale rende peggiori le cose. Le tasse imposte dal governo aumentano mentre i consumi diminuiscono, e quindi la recessione si approfondisce. Non è certo un mistero.
Quindi la mia posizione è che, sì, la Grecia aveva chiaramente bisogno di un certo grado di austerità, ma bisognava applicarla a un ritmo inferiore. Se un paziente con un trauma entra in un reparto di chirurgia, non gli viene chiesto di correre intorno all’isolato un paio di volte come gesto di buona volontà prima dell’intervento. È un discorso semplicissimo. L’austerità perciò ha reso il problema greco infinitamente peggiore.
Spiked: È sorprendente che la Ue sembri così attaccata a regole fiscali e di budget stringenti, sicuramente lo è stata nel caso della Grecia. Perché lei pensa che ciò accada?
Mody: Vorrei essere in grado di dare una risposta semplice. La mia risposta storica è che la Ue non è poi così attaccata alle regole. Quando le regole non fanno comodo a quelli che comandano, le regole vengono violate, e per buone ragioni. L’abbiamo visto nel 2002 e nel 2003 quando la Germania, nel mezzo di una recessione, ha fatto “marameo” alle regole fiscali per evitare di peggiorarla. Il ministro delle finanze tedesco Hans Eichel, per giustificare la decisione, scrisse sul Financial Times un editoriale che Yanis Varoufakis avrebbe dovuto avere il buon senso di recitare quando sosteneva la necessità di un allentamento delle regole di bilancio per la Grecia.
Le regole vengono tirate fuori solo quando la bilancia del potere si sposta in direzione opposta, e allora vengono usate come strumento per rimettere in riga le nazioni cosiddette ribelli, che sia la Grecia o l’Italia.
Spiked: Lei definisce l’Italia la “linea di faglia” del progetto europeo. Perché crede che sia così importante?
Mody: Non c’è dubbio che l’Italia sia e rimanga la linea di faglia dell’Europa, per molte ragioni. In primo luogo, è una nazione grande – il suo Pil è otto o nove volte quello della Grecia; e i suoi asset finanziari sono dello stesso ordine di grandezza di quelli della Germania o della Francia. Inoltre, l’Italia ha una crescita della produttività cronicamente bassa – da quando è entrata nell’eurozona, la produttività e scesa di qualcosa tra il 10 e il 15%. Ora, non tutto è colpa dell’eurozona. La bassa produttività in Italia è, in larga parte, un problema italiano, dovuto a una grande mancanza di slancio all’interno dell’economia italiana, e a una serie di governi incapaci di affrontare il problema.
Ma un paese con bassa crescita della produttività ha bisogno dell’aiuto di occasionali svalutazioni della moneta. Questo nessuno lo mette in dubbio. E nessuno contesta il fatto che, se non sei produttivo, diventi meno competitivo, e, se sei meno competitivo, hai bisogno di deprezzare il tuo tasso di cambio. Ma l’Italia è in trappola. Non può svalutare il tasso di cambio contro il marco tedesco perché le due valute sono rigidamente fissate all’interno dell’eurozona, e, poiché la politica monetaria della Bce rimane relativamente stretta, l’euro non si è deprezzato contro il dollaro Usa rispetto a venti anni fa. Pertanto la lira, essendo incorporata nell’euro, non si è svalutata contro il marco tedesco o contro il dollaro Usa negli ultimi venti anni, durante i quali la produttività ha continuato a scendere. Pertanto, come farà questo Paese a ripagare il grande ammontare del suo debito, senza crescere?
Ecco il cuore del problema italiano. La produttività italiana ha bisogno di un investimento generazionale in scuola, in ricerca, nel riportare a casa le persone che sono emigrate, per costruire un nuovo senso di autostima, che in questo momento manca enormemente.
Spiked: Quando sono stato in Italia, recentemente, sono stato colpito dal numero di graffiti anti-tedeschi. Pensa che una delle più grandi ironie di questo progetto, che avrebbe dovuto portare integrazione economica e politica, sia che esso ha in realtà favorito l’inimicizia tra le nazioni europee, piuttosto che l’unità?
Mody: Come ho detto, Nicholas Kaldor predisse esattamente questo nel 1971. Disse che una moneta unica avrebbe amplificato le divergenze economiche e, se lo avesse fatto, avrebbe aggravato le divisioni politiche. Citò persino Abraham Lincoln: “Una casa divisa al suo stesso interno non può stare in piedi”. Il fantasma di Kaldor perseguita oggi l’eurozona.
Spiked: Lei pensa che ripristinare un certo grado di sovranità nazionale per le nazioni europee potrebbe effettivamente riunire insieme i popoli europei?
Mody: Sì, lo penso. Mi chiedo: cos’è che unisce i popoli europei? Qual è la ragione fondante per gli europei di pensarsi come europei? Quasi settant’anni fa, Schuman chiese che il fondamento comune per creare una federazione fosse lo sviluppo economico. L’idea di uno stato federale è morta, così come il concetto di un fondamento sullo sviluppo economico. Pertanto, dobbiamo ritornare all’altra affermazione di Schuman: gli europei hanno bisogno di stare uniti nell’interesse della pace. In senso moderno, questo può essere esteso alla protezione e conservazione della democrazia, e alla promozione dei diritti umani. Gli europei devono chiedersi se credono ancora in questi valori – i valori di una società aperta – e sono disposti a lavorare per la creazione di una società aperta in cui la pace, la democrazia e i diritti umani vengono promossi. Se non è questo lo scopo dell’Europa oggi, allora non mi è chiaro quale sia lo scopo dell’Europa.
07/01/19
"Les Gentils, les Méchants" - I buoni e i cattivi secondo i Gilet gialli
La protesta in Francia diventa creativa!
Abbiamo sottotitolato in italiano questa rivisitazione di "Les gentils, les méchants" di Michel Fugain (1973), fatta dalla giovane cantante francese Marguerite assieme a un gruppo di Gilet gialli. Caricato il 1° gennaio, il video di Marguerite è già diventato virale, superando in pochi giorni 400.000 visualizzazioni su YouTube e oltre un milione su Facebook.
[embed]https://www.youtube.com/watch?v=XPbC2bqF6Z0&feature=youtu.be[/embed]
Il video ridicolizza la contrapposizione mediatica (e manichea) tra i "buoni" - l'élite, gli arrivati, la borghesia cosmopolita - e i "cattivi" - il popolo scontento, lasciato indietro, più preoccupato di avere di che mantenere i propri figli che del sogno europeo.
"50 anni dopo il '68, il vento è cambiato", commenta Marguerite nel video sul suo canale YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=cBiHJxGxz1g
Qui la hit originale di Michel Fugain: https://www.youtube.com/watch?v=SV7735AYnYE
Abbiamo sottotitolato in italiano questa rivisitazione di "Les gentils, les méchants" di Michel Fugain (1973), fatta dalla giovane cantante francese Marguerite assieme a un gruppo di Gilet gialli. Caricato il 1° gennaio, il video di Marguerite è già diventato virale, superando in pochi giorni 400.000 visualizzazioni su YouTube e oltre un milione su Facebook.
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Il video ridicolizza la contrapposizione mediatica (e manichea) tra i "buoni" - l'élite, gli arrivati, la borghesia cosmopolita - e i "cattivi" - il popolo scontento, lasciato indietro, più preoccupato di avere di che mantenere i propri figli che del sogno europeo.
"50 anni dopo il '68, il vento è cambiato", commenta Marguerite nel video sul suo canale YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=cBiHJxGxz1g
Qui la hit originale di Michel Fugain: https://www.youtube.com/watch?v=SV7735AYnYE
06/01/19
Münchau - La crisi del liberalismo moderno è causata dalle forze del mercato
In un commento sul FT Wolfgang Münchau spiega come, anche prendendo alla lettera i principi dell'ordoliberismo, la crisi del capitalismo è in realtà dovuta alla degenerazione degli stessi principi di mercato che tale dottrina considera supremi e inappellabili. Laddove i primi ordoliberisti tedeschi avevano chiaro che fosse necessario creare le condizioni per un'equa ridistribuzione delle risorse, una sorta di "aiuto" alla mano invisibile del mercato perché si orientasse in direzione inclusiva della maggior parte della popolazione, oggi l'attenzione è focalizzata su dati e concetti macroeconomici complessivi come il PIL, che mal si prestano a descrivere la reale condizione delle famiglie. Una parte crescente di popolazione diviene così non tracciabile dagli operatori, che puntualmente poi restano sorpresi quando la maggioranza esclusa esprime, nelle strade come nelle urne, il malcontento represso con risultati indesiderati.
Wolfgang Münchau, 23 dicembre 2018
Quando penso alla crisi del nostro sistema liberale, mi viene in mente un incontro di quasi 20 anni fa a Berlino con Wolfgang Kartte, ex presidente dell'ente tedesco per l’antitrust. Gli chiesi perché lui e i suoi successori avevano spesso adottato posizioni così conservatrici nei casi di concorrenza, e in particolare perché erano così sprezzanti nei confronti delle argomentazioni economiche.
Come la maggior parte dei responsabili delle politiche economiche in Germania, Kartte, deceduto nel 2003, era un avvocato. Mi rispose che secondo lui il suo lavoro consisteva nell’aiutare i deboli a difendersi dai forti. Questo era il compito di un avvocato, non di un economista. Aggiunse anche che non era interessato a creare un livellamento di risorse, ma a favorire i più deboli.
La crisi del liberismo moderno ha elementi simili. Oggi si ripresenta una nuova versione del problema deboli contro forti - ma non c'è nessuno che inclini il campo nella direzione opposta. Le imprese più piccole pagano più tasse in relazione al loro reddito rispetto alle grandi multinazionali. Le politiche economiche dopo la crisi finanziaria hanno finito per ampliare le differenze di reddito e di ricchezza. I grandi flussi migratori hanno creato insicurezza, così come l'arrivo di nuove tecnologie. Quando gli elettori vengono chiamati deplorevoli - o trattati con sufficienza, come è successo nel Regno Unito dopo il voto sulla Brexit - al danno si aggiunge la beffa.
Kartte era un ordoliberista tedesco di vecchio stampo, della scuola di pensiero nata dopo il crollo della democrazia tedesca nei primi anni '30. La macroeconomia dell'ordoliberismo tedesco è alquanto inadeguata. Ma c’è una cosa in cui eccellevano. I loro principali studiosi hanno spiegato meglio di chiunque altro come l'ordine liberale tedesco degli anni '20 abbia fallito alienando la maggior parte della popolazione.
Una risposta breve e insolente sarebbe che la Repubblica di Weimar avrebbe favorito i più forti. Gli shock macroeconomici del periodo - iperinflazione e depressione - sono ben noti a tutti. È chiaro che abbiano contribuito in larga misura all'alienazione politica delle classi medie. Ma non sono stati le uniche cause. Quel periodo vide anche la crescita dei cartelli industriali che minacciavano la sopravvivenza di piccoli commercianti e imprenditori.
Quando gli ordoliberisti giunsero finalmente al potere nella Germania del dopoguerra, iniziarono a inclinare il piano nella direzione opposta creando un'infrastruttura aziendale e finanziaria per sostenere le piccole e medie imprese. Il Mittelstand tedesco è stato una causa della forza tedesca, ma anche della sua stagnazione. E una delle lezioni principali della storia economica moderna è che non si può prescindere dalla distribuzione del reddito e della ricchezza.
Questo non significa necessariamente auspicare la ridistribuzione. Si tratta di gestire attivamente il campo di applicazione del capitalismo per garantire che la maggior parte della popolazione non resti esclusa. Pensiamo al capitalismo imprenditoriale di Margaret Thatcher nel Regno Unito negli anni '80. Tramite la privatizzazione, ordinari risparmiatori divennero azionisti. Attraverso la vendita di case popolari, inquilini si trasformarono in proprietari.
Oggi non è possibile replicare questo esempio: non ci sono case popolari da vendere, né società da privatizzare. Ma per salvare il capitalismo moderno avremo bisogno di trovare modi per mantenere l'elettore medio coinvolto nel sistema, proprio come fece la Thatcher negli anni '80. Direi che gli elettori sono ancora relativamente soddisfatti in paesi come la Germania, il Benelux e l’Irlanda. Ma lo sono molto meno in Regno Unito, Francia o Italia.
Ciò che spesso conduce i sostenitori e i difensori della moderna democrazia liberale fuori strada nella loro analisi è la loro dipendenza da variabili aggregate macroeconomiche come il prodotto interno lordo e il tasso di disoccupazione registrato ufficialmente. Il decennio prima del referendum sulla Brexit è stato un decennio di relativa crescita del PIL. Nulla nei dati suggeriva che il Regno Unito avrebbe votato per lasciare l'UE. Ma le informazioni granulari dipingono un'immagine diversa. I dati basati sul sondaggio ufficiale delle risorse familiari e dal think-tank Resolution Foundation mostravano che, tra il 2002 e il 2015, il reddito delle famiglie escluso il costo degli alloggi era stagnante per il 60% delle famiglie a più basso reddito.
Anche l'attuale ondata di malcontento in Francia mal si concilia con una crescita del PIL relativamente solida dopo la crisi finanziaria. Ma uno studio del McKinsey Global Institute ha mostrato che la crescita del reddito si è interrotta bruscamente per quasi tutte le famiglie nelle economie avanzate.
Il principale collegio elettorale che sostenne la rivoluzione Thatcher negli anni '80 era il C2 - la classificazione demografica per la classe operaia qualificata. La Thatcher si è occupata della classe media. I suoi successori dapprima hanno ignorato le classi medie, poi si sono mostrati scioccati da eventi come Brexit.
Ogni sistema che lascia indietro il 60% della popolazione è sempre destinato a fallire. È l'ironia della sorte: il liberalismo sta fallendo proprio a causa delle stesse forze del mercato.
Wolfgang Münchau, 23 dicembre 2018
Quando penso alla crisi del nostro sistema liberale, mi viene in mente un incontro di quasi 20 anni fa a Berlino con Wolfgang Kartte, ex presidente dell'ente tedesco per l’antitrust. Gli chiesi perché lui e i suoi successori avevano spesso adottato posizioni così conservatrici nei casi di concorrenza, e in particolare perché erano così sprezzanti nei confronti delle argomentazioni economiche.
Come la maggior parte dei responsabili delle politiche economiche in Germania, Kartte, deceduto nel 2003, era un avvocato. Mi rispose che secondo lui il suo lavoro consisteva nell’aiutare i deboli a difendersi dai forti. Questo era il compito di un avvocato, non di un economista. Aggiunse anche che non era interessato a creare un livellamento di risorse, ma a favorire i più deboli.
La crisi del liberismo moderno ha elementi simili. Oggi si ripresenta una nuova versione del problema deboli contro forti - ma non c'è nessuno che inclini il campo nella direzione opposta. Le imprese più piccole pagano più tasse in relazione al loro reddito rispetto alle grandi multinazionali. Le politiche economiche dopo la crisi finanziaria hanno finito per ampliare le differenze di reddito e di ricchezza. I grandi flussi migratori hanno creato insicurezza, così come l'arrivo di nuove tecnologie. Quando gli elettori vengono chiamati deplorevoli - o trattati con sufficienza, come è successo nel Regno Unito dopo il voto sulla Brexit - al danno si aggiunge la beffa.
Kartte era un ordoliberista tedesco di vecchio stampo, della scuola di pensiero nata dopo il crollo della democrazia tedesca nei primi anni '30. La macroeconomia dell'ordoliberismo tedesco è alquanto inadeguata. Ma c’è una cosa in cui eccellevano. I loro principali studiosi hanno spiegato meglio di chiunque altro come l'ordine liberale tedesco degli anni '20 abbia fallito alienando la maggior parte della popolazione.
Una risposta breve e insolente sarebbe che la Repubblica di Weimar avrebbe favorito i più forti. Gli shock macroeconomici del periodo - iperinflazione e depressione - sono ben noti a tutti. È chiaro che abbiano contribuito in larga misura all'alienazione politica delle classi medie. Ma non sono stati le uniche cause. Quel periodo vide anche la crescita dei cartelli industriali che minacciavano la sopravvivenza di piccoli commercianti e imprenditori.
Quando gli ordoliberisti giunsero finalmente al potere nella Germania del dopoguerra, iniziarono a inclinare il piano nella direzione opposta creando un'infrastruttura aziendale e finanziaria per sostenere le piccole e medie imprese. Il Mittelstand tedesco è stato una causa della forza tedesca, ma anche della sua stagnazione. E una delle lezioni principali della storia economica moderna è che non si può prescindere dalla distribuzione del reddito e della ricchezza.
Questo non significa necessariamente auspicare la ridistribuzione. Si tratta di gestire attivamente il campo di applicazione del capitalismo per garantire che la maggior parte della popolazione non resti esclusa. Pensiamo al capitalismo imprenditoriale di Margaret Thatcher nel Regno Unito negli anni '80. Tramite la privatizzazione, ordinari risparmiatori divennero azionisti. Attraverso la vendita di case popolari, inquilini si trasformarono in proprietari.
Oggi non è possibile replicare questo esempio: non ci sono case popolari da vendere, né società da privatizzare. Ma per salvare il capitalismo moderno avremo bisogno di trovare modi per mantenere l'elettore medio coinvolto nel sistema, proprio come fece la Thatcher negli anni '80. Direi che gli elettori sono ancora relativamente soddisfatti in paesi come la Germania, il Benelux e l’Irlanda. Ma lo sono molto meno in Regno Unito, Francia o Italia.
Ciò che spesso conduce i sostenitori e i difensori della moderna democrazia liberale fuori strada nella loro analisi è la loro dipendenza da variabili aggregate macroeconomiche come il prodotto interno lordo e il tasso di disoccupazione registrato ufficialmente. Il decennio prima del referendum sulla Brexit è stato un decennio di relativa crescita del PIL. Nulla nei dati suggeriva che il Regno Unito avrebbe votato per lasciare l'UE. Ma le informazioni granulari dipingono un'immagine diversa. I dati basati sul sondaggio ufficiale delle risorse familiari e dal think-tank Resolution Foundation mostravano che, tra il 2002 e il 2015, il reddito delle famiglie escluso il costo degli alloggi era stagnante per il 60% delle famiglie a più basso reddito.
Anche l'attuale ondata di malcontento in Francia mal si concilia con una crescita del PIL relativamente solida dopo la crisi finanziaria. Ma uno studio del McKinsey Global Institute ha mostrato che la crescita del reddito si è interrotta bruscamente per quasi tutte le famiglie nelle economie avanzate.
Il principale collegio elettorale che sostenne la rivoluzione Thatcher negli anni '80 era il C2 - la classificazione demografica per la classe operaia qualificata. La Thatcher si è occupata della classe media. I suoi successori dapprima hanno ignorato le classi medie, poi si sono mostrati scioccati da eventi come Brexit.
Ogni sistema che lascia indietro il 60% della popolazione è sempre destinato a fallire. È l'ironia della sorte: il liberalismo sta fallendo proprio a causa delle stesse forze del mercato.
05/01/19
I deliranti leader dell’eurozona
- Nel ventennale dalla nascita dell’euro, lo storico economico australiano Steve Keen descrive come gli eurocrati, guidati da Juncker, rispondano ai crescenti problemi europei semplicemente negando la realtà, e tentando ancora di sostenere che la moneta unica abbia portato grandi vantaggi. È invece facile dimostrare tutto il contrario, come già molti autorevoli economisti avevano previsto prima ancora della sua creazione. Negare gli enormi problemi e squilibri accumulati a causa della moneta unica non ne risolverà i problemi, ma li lascerà incancrenire e peggiorare, portando ulteriore instabilità economica e politica per il futuro.
Di Steve Keen, 1 gennaio 2019
Stavo cercando di divertirmi con la famiglia e gli amici a Sydney a capodanno, ma Phil Dobbie ha rovinato tutto con questo tweet:
Jean-Cleaude Juncker: Per 20 anni, l’#euro ha fornito prosperità e protezione ai nostri cittadini. È divenuto un simbolo di unità, sovranità e stabilità.
Phil Dobbie: Mi chiedo se i Greci la vedono in questo modo…
Mi ero dimenticato che oggi è il ventesimo anniversario della nascita dell’euro. Ma gli eurocrati di Bruxelles no. Poche ore prima dell’inizio del nuovo anno, Juncker e i suoi amici hanno emesso un comunicato stampa che magnifica le virtù dell’euro. Virtù quali “unità, sovranità e stabilità… prosperità”.
“Essendo uno dei pochi firmatari del Trattato di Maastricht ancora oggi politicamente attivo, ricordo le negoziazioni dure e tormentate al lancio dell’Unione Economica e Monetaria. Dopo venti anni, sono convinto che questa è stata la firma più importante che io abbia mai fatto. L’euro è diventato un simbolo di unità, sovranità e stabilità. Ha dato prosperità e protezione ai nostri cittadini e dobbiamo assicurarci che continui a farlo.”
Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione Europea
Addio ai festeggiamenti di inizio anno. Con questo singolo tweet, l’UE ha messo le basi per rendere il 2019 perfino peggiore del 2018. Usare uno qualsiasi di questi termini per descrivere l’euro – salvo forse “unità, nel senso che la stessa moneta viene usata dalla maggior parte dell’Europa continentale in questo momento – è un travisamento della realtà che perfino Donald Trump potrebbe esitare a fare.
Sovranità? Andatelo a dire ai greci, agli italiani o ai francesi, che hanno visto le proprie politiche economiche nazionali riscritte da Bruxelles. Stabilità? La crescita economica è stata molto più instabile sotto l’euro che prima di esso, e l’Europa oggi è stravolta da una instabilità politica che può essere direttamente ricondotta alla camicia di forza che l’euro e il trattato di Maastricht hanno imposto. Prosperità? Portiamo qualche dato nella fandonia di Juncker, che ne è priva.
Partiamo con la questione della Grecia sollevata da Phil. Il PIL greco è diminuito a una velocità degna della Grande Depressione da quando l’eurozona ha imposto ad essa le sue politiche di austerità, e il PIL nominale oggi è del 25% inferiore al suo livello massimo.
Figura 1: PIL e crescita economica della Grecia
Ora, naturalmente potremmo incolpare di questo i greci stessi, pertanto guardiamo al confronto della crescita economica nell’intera eurozona rispetto agli USA (escludendo l’Irlanda e il Lussemburgo, dal momento che per quanto riguarda la prima, i suoi dati vengono distorti enormemente dalle revisioni dei dati, mentre l’ultimo ha anch’esso dati altamente volatili, ed è talmente piccolo – meno di 600.000 abitanti – che può essere tranquillamente ignorato).
Figura 2: Tassi di crescita economica reale
Prima dell’euro, la crescita economica era del 2,5% all’anno, contro il 2,4% degli USA. Dopo l’euro, ma prima della Crisi Finanziaria Globale, la crescita dell’eurozona è stata in media del 2,6%, un aumento dello 0,1% rispetto al periodo pre-euro; ma la crescita degli USA è aumentata al 2,7%, quindi a livello comparativo, l’eurozona è peggiorata rispetto agli USA. Quindi il piccolo miglioramento dell’Europa rispetto al periodo pre-euro potrebbe essere dovuto a fattori diversi dell’euro stesso, ed è sostanzialmente più basso rispetto al miglioramento USA.
Questo grossolano paragone è tuttavia troppo buono nei confronti dell’eurozona, dato che la maggior parte dell’alta crescita tra l’inizio dell’euro e la crisi riflette la crescita delle bolle in Spagna e in Grecia. I numeri pro-capite sarebbero già peggiori.
Ma il vero confronto è quello rispetto alla crescita dopo la crisi. Il tasso medio di crescita USA post-crisi è un anemico 1,4%, ma questo numero sembra estremamente dinamico in confronto al tasso di crescita medio dell’eurozona post-crisi, che è dello 0,2%. L’Europa ha sostanzialmente ristagnato per un decennio, grazie all’euro e alle politiche di austerità che sono inseparabili da esso, grazie al trattato di Maastricht che Juncker è così orgoglioso di aver firmato.
In realtà, l’euro ha portato bassa crescita, instabilità economica, e disaccordo politico in seno all’Europa. Tuttavia, gli irresponsabili leader europei tentano di propagandarlo come qualcosa di sfrenatamente positivo, in un momento in cui i normali cittadini europei indossano Gilet Gialli e si lamentano della loro condizione.
Come Wynne Godley argomentò così bene quando venne firmato il Trattato di Maastricht nel 1992, le restrizioni che esso e l’euro avrebbero imposto all’Europa, avrebbero portato al suo impoverimento, non alla sua prosperità.
Su Maastricht e tutto il resto
Wynne Godley
Molte persone in tutta Europa hanno improvvisamente realizzato di non sapere pressoché nulla del Trattato di Maastricht mentre hanno la giusta sensazione che esso potrebbe fare un’enorme differenza per le loro vite. La loro legittima ansietà ha fatto sì che Jacques Delors rilasciasse una dichiarazione sul fatto che, in futuro, il punto di vista delle persone comuni dovrebbe essere più ascoltato. Avrebbe potuto pensarci prima.
Godley concludeva con lungimiranza che:
“Se un paese o una regione non hanno la possibilità di svalutare il cambio monetario, e se essi non sono beneficiari di un sistema di redistribuzione fiscale, allora non ci sarà nulla in grado di impedire che esso soffra un processo di declino cumulativo e terminale che, alla fine, porterà all’emigrazione come unica alternativa alla povertà o alla fame”. (Wynne Godley, 1992)
Se questo tentativo coordinato di manipolazione della realtà da parte dei boss dell’eurozona – mi rifiuto di chiamarli “leader”, perché questo termine implicherebbe che essi possano essere rimossi – è il massimo che sanno fare, allora il 2019 sarà politicamente instabile almeno quanto lo è stato il 2018.
04/01/19
Gli unici “hacker russi” finora accertati sono il prodotto di “esperti” Democratici americani
Un post di Zero Hedge spiega come talvolta siano gli stessi “esperti informatici” che si dicono impegnati a monitorare le presunte interferenze russe nelle elezioni Usa, a simulare tali operazioni sui social media. In questo caso la notizia è trapelata da un articolo del New York Times, che ha divulgato i dettagli di una nota interna di uno di questi gruppi, diventato celebre sui media statunitensi: New Knowledge, politicamente affine al Partito Democratico americano. Formalmente si sarebbe trattato di una sorta di "esperimento segreto" (così lo ha definito il New York Times), ma di fatto l'operazione è stata compiuta realmente, contribuendo a diffondere l'allarmismo, sempre esasperato dai media, delle interferenze degli "hacker russi" nella democrazia occidentale.
di Zero Hedge, 01/01/2019 (da Mac Slavo, SHTFplan.com)
Gli “esperti” di cybersicurezza negli Stati Uniti affermano da tempo che durante le elezioni del 2016 c’è stato l’intervento dei “bot russi” [“bot” sta per “internet robot”, e indica un software che svolge automaticamente operazioni su internet, ad esempio postare contenuti sui sociali media, NdT].
Ma ora scopriamo che gli stessi autori del report stilato dal Senato, intitolato “Interferenze russe nelle elezioni” hanno guidato l’operazione, che dunque è una “false flag” [ovvero un’attività sotto “falsa bandiera”, nel senso che viene fatta apparire come compiuta da terzi, NdT].
Una settimana prima di Natale la Commissione Intelligence del Senato ha rilasciato un report che accusava la Russia di far abbassare i voti per i Democratici prendendo di mira gli afro-americani sui sociali media. I suoi autori, dell’organizzazione “New Knowledge”, sono presto diventati celebri. Descritti dal New York Times come un gruppo di “specialisti di tecnologia con un’inclinazione verso il Partito Democratico”, New Knowledge ha legami sia con l’esercito statunitense sia con le agenzie di intelligence.
L’amministratore delegato e co-fondatore di New Knowledge, Jonathan Morgan, aveva precedentemente lavorato per DARPA (Defence Advanced Research Project Agency), un’avanzata agenzia di ricerca militare degli Stati Uniti, nota per le sue orribili idee sul controllo dell’umanità. Il collega di Morgan, Ryan Fox, è un veterano della NSA (National Security Agency), che ha lavorato anche come analista informatico per il Joint Special Operations Command (JSOC). Le loro competenze esclusive hanno attratto l’occhio di grandi investitori, i quali avrebbero finanziato la compagnia per 11 milioni di dollari solo nel 2018, secondo quanto riportato da RT.
Morgan e Fox hanno fatto fortuna con lo scandalo del “Russiagate”, esploso dopo che Hillary Clinton ha accusato Mosca di avere determinato la vittoria presidenziale di Donald Trump nel 2016. Morgan, per esempio, è uno degli sviluppatori di Hamilton 68 Dashboard, uno strumento online che avrebbe la pretesa di controllare e portare alla luce le narrazioni portate avanti dal Cremlino via Twitter. Altra cosa da menzionare, questo strumento è finanziato anche dalla German Marshall Fund’s Alliance for Securing Democracy – un insieme di Democratici e neoconservatori finanziati in parte dalla NATO e dalla USAID (United States Agency for International Development).
Vale la pena di notare che i 600 account Twitter “legati alla Russia” che sarebbero stati monitorati da Hamilton 68 non sono stati rivelati al pubblico, rendendo impossibile verificare queste affermazioni. Tale inconveniente non ha comunque impedito che Hamilton 68 diventasse una fonte privilegiata per i giornalisti affamati di isteria. Il 19 dicembre, però, un articolo del New York Times ha rivelato che Morgan e i suoi collaboratori hanno creato essi stessi un finto esercito di bot russi, così come svariati gruppi finti su Facebook, al fine di screditare il candidato repubblicano Roy Moore nelle elezioni 2017 per il Senato in Alabama.
Lavorando per conto del Partito Democratico, Morgan e il suo gruppo hanno creato un numero stimabile in 1.000 account Twitter falsi con nomi russi, programmandoli perché seguissero Moore. Hanno inoltre lavorato su diverse pagine Facebook, tramite le quali postavano sotto le sembianze di conservatori dell’Alabama che incoraggiavano gli altri elettori a sostenere altri candidati non in lista. In una nota interna, New Knowledge vantava di avere “orchestrato una complessa operazione di ‘false flag’ che ha diffuso l’idea che la campagna di Moore fosse stata amplificata, sui social media, dai bot russi”.–RT
Il presunto scandalo è stato portato avanti dai media statunitensi e finora è riuscito a ingannare milioni di persone, se non di più. La storia dei bot ha fatto clamore sui social media ed è stata ulteriormente amplificata da Mother Jones, che ha basato il suo racconto sulla “opinione esperta” elaborata dalla dubbia creatura di Morgan, Hamilton 68.
Le cose si sono fatte ancora più strane quando si è scoperto che Scott Shane, l’autore del pezzo del Times, sapeva dell’interferenza da mesi perché aveva parlato a un evento i cui organizzatori si vantavano di questo.
Shane è stato uno dei relatori al meeting di settembre, organizzato da American Engagement Technologies (AET), un gruppo gestito da Mikey Dickerson, il quale spiegava come questo gruppo avesse speso 100.000 dollari per la campagna di New Knowledge orientata a soffocare il voto repubblicano, “fare arrabbiare” i Democratici per aumentarne la partecipazione al voto, ed eseguire un’operazione con “false flag” per colpire Moore. Lo ha definito “progetto Birmingham” –RT
C’è stata davvero un’interferenza dei “bot russi” nella democrazia americana. Però questi bot non erano controllati da Mosca o da San Pietroburgo, bensì dagli uffici dei Democratici, da due anni in prima linea per creare e amplificare l’isteria sul “Russiagate”, in quello che è un caso da manuale di proiezione psicologica, lavaggio del cervello e campagna di propaganda in stile nazista.
di Zero Hedge, 01/01/2019 (da Mac Slavo, SHTFplan.com)
Gli “esperti” di cybersicurezza negli Stati Uniti affermano da tempo che durante le elezioni del 2016 c’è stato l’intervento dei “bot russi” [“bot” sta per “internet robot”, e indica un software che svolge automaticamente operazioni su internet, ad esempio postare contenuti sui sociali media, NdT].
Ma ora scopriamo che gli stessi autori del report stilato dal Senato, intitolato “Interferenze russe nelle elezioni” hanno guidato l’operazione, che dunque è una “false flag” [ovvero un’attività sotto “falsa bandiera”, nel senso che viene fatta apparire come compiuta da terzi, NdT].
Una settimana prima di Natale la Commissione Intelligence del Senato ha rilasciato un report che accusava la Russia di far abbassare i voti per i Democratici prendendo di mira gli afro-americani sui sociali media. I suoi autori, dell’organizzazione “New Knowledge”, sono presto diventati celebri. Descritti dal New York Times come un gruppo di “specialisti di tecnologia con un’inclinazione verso il Partito Democratico”, New Knowledge ha legami sia con l’esercito statunitense sia con le agenzie di intelligence.
L’amministratore delegato e co-fondatore di New Knowledge, Jonathan Morgan, aveva precedentemente lavorato per DARPA (Defence Advanced Research Project Agency), un’avanzata agenzia di ricerca militare degli Stati Uniti, nota per le sue orribili idee sul controllo dell’umanità. Il collega di Morgan, Ryan Fox, è un veterano della NSA (National Security Agency), che ha lavorato anche come analista informatico per il Joint Special Operations Command (JSOC). Le loro competenze esclusive hanno attratto l’occhio di grandi investitori, i quali avrebbero finanziato la compagnia per 11 milioni di dollari solo nel 2018, secondo quanto riportato da RT.
Morgan e Fox hanno fatto fortuna con lo scandalo del “Russiagate”, esploso dopo che Hillary Clinton ha accusato Mosca di avere determinato la vittoria presidenziale di Donald Trump nel 2016. Morgan, per esempio, è uno degli sviluppatori di Hamilton 68 Dashboard, uno strumento online che avrebbe la pretesa di controllare e portare alla luce le narrazioni portate avanti dal Cremlino via Twitter. Altra cosa da menzionare, questo strumento è finanziato anche dalla German Marshall Fund’s Alliance for Securing Democracy – un insieme di Democratici e neoconservatori finanziati in parte dalla NATO e dalla USAID (United States Agency for International Development).
Vale la pena di notare che i 600 account Twitter “legati alla Russia” che sarebbero stati monitorati da Hamilton 68 non sono stati rivelati al pubblico, rendendo impossibile verificare queste affermazioni. Tale inconveniente non ha comunque impedito che Hamilton 68 diventasse una fonte privilegiata per i giornalisti affamati di isteria. Il 19 dicembre, però, un articolo del New York Times ha rivelato che Morgan e i suoi collaboratori hanno creato essi stessi un finto esercito di bot russi, così come svariati gruppi finti su Facebook, al fine di screditare il candidato repubblicano Roy Moore nelle elezioni 2017 per il Senato in Alabama.
Lavorando per conto del Partito Democratico, Morgan e il suo gruppo hanno creato un numero stimabile in 1.000 account Twitter falsi con nomi russi, programmandoli perché seguissero Moore. Hanno inoltre lavorato su diverse pagine Facebook, tramite le quali postavano sotto le sembianze di conservatori dell’Alabama che incoraggiavano gli altri elettori a sostenere altri candidati non in lista. In una nota interna, New Knowledge vantava di avere “orchestrato una complessa operazione di ‘false flag’ che ha diffuso l’idea che la campagna di Moore fosse stata amplificata, sui social media, dai bot russi”.–RT
Il presunto scandalo è stato portato avanti dai media statunitensi e finora è riuscito a ingannare milioni di persone, se non di più. La storia dei bot ha fatto clamore sui social media ed è stata ulteriormente amplificata da Mother Jones, che ha basato il suo racconto sulla “opinione esperta” elaborata dalla dubbia creatura di Morgan, Hamilton 68.
Le cose si sono fatte ancora più strane quando si è scoperto che Scott Shane, l’autore del pezzo del Times, sapeva dell’interferenza da mesi perché aveva parlato a un evento i cui organizzatori si vantavano di questo.
Shane è stato uno dei relatori al meeting di settembre, organizzato da American Engagement Technologies (AET), un gruppo gestito da Mikey Dickerson, il quale spiegava come questo gruppo avesse speso 100.000 dollari per la campagna di New Knowledge orientata a soffocare il voto repubblicano, “fare arrabbiare” i Democratici per aumentarne la partecipazione al voto, ed eseguire un’operazione con “false flag” per colpire Moore. Lo ha definito “progetto Birmingham” –RT
C’è stata davvero un’interferenza dei “bot russi” nella democrazia americana. Però questi bot non erano controllati da Mosca o da San Pietroburgo, bensì dagli uffici dei Democratici, da due anni in prima linea per creare e amplificare l’isteria sul “Russiagate”, in quello che è un caso da manuale di proiezione psicologica, lavaggio del cervello e campagna di propaganda in stile nazista.
03/01/19
L'utopia di John Lennon non è un sogno, è un incubo
Il capodanno è passato da poco, con gli inviti a "essere buoni" e il sottofondo dell'immancabile colonna sonora delle feste. In quest'occasione, ci siamo sentiti di dare spazio ad una lettura alternativa della canzone che in tutto il mondo è diventata un inno alla pace universale: Imagine, di John Lennon. Si potrà essere d'accordo o meno con questa lettura, in toto o parzialmente; l'importante, crediamo, è avventurarci in nuove letture del presente, per smontare e andare oltre le ortodossie del pensiero che ci circonda, in ogni ambito della nostra vita. Questa è la nostra speranza, e anche il nostro augurio, per l’anno nuovo.
di Melanie Phillips, 1 gennaio 2019
L'altra sera, alla vigilia di capodanno in Times Square a New York, si è osservata ancora una volta una sacra tradizione. Bebe Rexha è stata l'ultima cantante a cantare la canzone di John Lennon, Imagine, immediatamente prima del conto alla rovescia dei 60 secondi per il rintocco di mezzanotte, scandito in modo pirotecnico.
La canzone è scelta per questo sacro spot annuale perché è ritenuta da molti un inno ad un mondo migliore. "Immagina che non ci siano frontiere", cantava Lennon, "Non è difficile da fare / Nessuno per cui uccidere o morire / E nessuna religione / Immagina tutta la gente vivere una vita in pace / Puoi darmi del sognatore / Ma non sono il solo / Spero che un giorno ti unirai a noi / E il mondo sarà unito".
C'è stato un tempo in cui sono stata trascinata da questo inno all'armonia universale, come lo sono stati molti della mia generazione, i baby-boomer. Niente più divisioni o conflitti, ma pace sulla Terra e fratellanza tra gli uomini. Cosa c’è di meglio? Ma poi sono cresciuta. Perché quello che ci veniva detto di immaginare non era una ricetta per amare l'intera razza umana, ma una negazione della nostra stessa umanità.
Amare tutti allo stesso modo non è soltanto impossibile, per quanto degno. Se fosse possibile, non sarebbe amore. Provate questo esperimento col pensiero. Pensate a quelli che amate più profondamente e più appassionatamente: potrebbero essere i vostri bambini, il vostro coniuge o qualcun altro d'importante. Ora immaginate di dir loro che li amate quanto il resto del mondo, e che quel che accade al resto del mondo per voi è importante quanto quel che accade a loro.
Come pensate che li farebbe sentire? Amati, speciali e preziosi per voi? Lo pensate davvero?
Perché l'amore richiede una gerarchia, un elemento di discriminazione o unicità. Questo è il motivo per cui proteggeremmo dai pericoli i nostri cari più amati, o ci cureremmo del loro benessere e dei loro interessi, prima di proteggere o occuparci di qualsiasi altra persona.
La disparità di trattamento è intrinseca nell'amore. Senza differenze non può esserci amore, soltanto l'uguaglianza nell'indifferenza. Per di più, soltanto imparando ad amare le persone più vicine si può iniziare ad amare gli altri.
Lo stesso vale per le culture e le nazioni come per gli individui. Se i leader amano la loro nazione (anziché amare soltanto l'esercizio del potere) è più probabile che rispettino l'amore che le altre nazioni nutrono per sé stesse. L'universalismo sostiene che l'affiliazione culturale è sospetta perché è esclusiva. Naturalmente alcune affiliazioni, che siano alla nazione, alla cultura, alla religione o alla tribù, portano al conflitto. Ma se non ci si associa a nient'altro che a se stessi, si esiste solo per se stessi.
Se non ci fossero culture che definiscono gruppi particolari, nessuno condividerebbe nulla con nessun altro. Non ci sarebbe nessun interesse comune in alcuna particolare società, e quindi nessuna armonia di valori o di obiettivi condivisi: soltanto una battaglia per la supremazia tra individui sradicati.
L'utopia di Lennon quindi non è un sogno, ma un incubo: una formula per una distopica guerra di tutti contro tutti.
La ricerca dell'utopia produce sempre risultati spaventosi. Anche se è impossibile da realizzare, i suoi seguaci credono che chiunque si opponga alla perfezione del mondo sia per definizione un nemico del bene e quindi vada schiacciato.
Lo abbiamo visto accadere molte volte: dai cristiani millenaristi medievali agli islamici apocalittici, con la loro fede comune che tutto ciò che si frappone alla perfezione del mondo va abbattuto; dalla rivoluzione francese al comunismo e al nazismo e da lì alla nostra era di autoritarismo culturale, con la caccia agli eretici e ai dissidenti delle ortodossie sessuali, etniche, intellettuali ed altre ancora.
Perché il mondo immaginario della canzone di Lennon è tutto intorno a noi. La nostra cultura cerca di eliminare tutte le divisioni. Non ci può essere una gerarchia di valori. Tutto è relativo. Non ci sono verità o bugie oggettive, soltanto narrazioni in competizione. Tutti i pareri sono sbagliati, tranne il parere che le attuali ortodossie sono sbagliate; nel qual caso la vostra carriera professionale o la vostra reputazione sociale sarà distrutta. Nessuna cultura è migliore o peggiore delle altre. Nessun gruppo ha il diritto di definirsi come una nazione o governarsi sulla base di una cultura condivisa.
Ci è stato detto qualche settimana fa da niente di meno che la cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha affermato che gli stati nazionali dovrebbero essere disposti a cedere la propria sovranità. I loro popoli non hanno il diritto di obiettare, perché il popolo di un paese sono semplicemente quelli che vivono permanentemente in quel posto e non "un gruppo che definisce se stesso un popolo". Per la Merkel, sembra, non esiste qualcosa come "un popolo"; soltanto gente.
C'è un'alternativa a questa visione universalista. Un regime nel quale le persone aderiscono ad una particolare cultura che, a differenza di altri, li impegna a curarsi l'uno dell'altro e a trattare ognuno con rispetto; in cui aderiscono alla razionalità e all'evidenza; con il quale credono nella libertà individuale, nella giustizia e nella dignità di ciascun individuo.
Questi valori sono racchiusi in quei progetti comuni chiamati "un popolo" e una nazione, i cui membri li difenderanno per amore e lealtà contro tutti coloro che vogliono distruggere la loro indipendenza e le loro caratteristiche particolari e quindi minacciano la loro capacità di fare del bene non solo a quelli che appartengono alla loro comunità, ma al mondo in generale.
Immagina!
di Melanie Phillips, 1 gennaio 2019
L'altra sera, alla vigilia di capodanno in Times Square a New York, si è osservata ancora una volta una sacra tradizione. Bebe Rexha è stata l'ultima cantante a cantare la canzone di John Lennon, Imagine, immediatamente prima del conto alla rovescia dei 60 secondi per il rintocco di mezzanotte, scandito in modo pirotecnico.
La canzone è scelta per questo sacro spot annuale perché è ritenuta da molti un inno ad un mondo migliore. "Immagina che non ci siano frontiere", cantava Lennon, "Non è difficile da fare / Nessuno per cui uccidere o morire / E nessuna religione / Immagina tutta la gente vivere una vita in pace / Puoi darmi del sognatore / Ma non sono il solo / Spero che un giorno ti unirai a noi / E il mondo sarà unito".
C'è stato un tempo in cui sono stata trascinata da questo inno all'armonia universale, come lo sono stati molti della mia generazione, i baby-boomer. Niente più divisioni o conflitti, ma pace sulla Terra e fratellanza tra gli uomini. Cosa c’è di meglio? Ma poi sono cresciuta. Perché quello che ci veniva detto di immaginare non era una ricetta per amare l'intera razza umana, ma una negazione della nostra stessa umanità.
Amare tutti allo stesso modo non è soltanto impossibile, per quanto degno. Se fosse possibile, non sarebbe amore. Provate questo esperimento col pensiero. Pensate a quelli che amate più profondamente e più appassionatamente: potrebbero essere i vostri bambini, il vostro coniuge o qualcun altro d'importante. Ora immaginate di dir loro che li amate quanto il resto del mondo, e che quel che accade al resto del mondo per voi è importante quanto quel che accade a loro.
Come pensate che li farebbe sentire? Amati, speciali e preziosi per voi? Lo pensate davvero?
Perché l'amore richiede una gerarchia, un elemento di discriminazione o unicità. Questo è il motivo per cui proteggeremmo dai pericoli i nostri cari più amati, o ci cureremmo del loro benessere e dei loro interessi, prima di proteggere o occuparci di qualsiasi altra persona.
La disparità di trattamento è intrinseca nell'amore. Senza differenze non può esserci amore, soltanto l'uguaglianza nell'indifferenza. Per di più, soltanto imparando ad amare le persone più vicine si può iniziare ad amare gli altri.
Lo stesso vale per le culture e le nazioni come per gli individui. Se i leader amano la loro nazione (anziché amare soltanto l'esercizio del potere) è più probabile che rispettino l'amore che le altre nazioni nutrono per sé stesse. L'universalismo sostiene che l'affiliazione culturale è sospetta perché è esclusiva. Naturalmente alcune affiliazioni, che siano alla nazione, alla cultura, alla religione o alla tribù, portano al conflitto. Ma se non ci si associa a nient'altro che a se stessi, si esiste solo per se stessi.
Se non ci fossero culture che definiscono gruppi particolari, nessuno condividerebbe nulla con nessun altro. Non ci sarebbe nessun interesse comune in alcuna particolare società, e quindi nessuna armonia di valori o di obiettivi condivisi: soltanto una battaglia per la supremazia tra individui sradicati.
L'utopia di Lennon quindi non è un sogno, ma un incubo: una formula per una distopica guerra di tutti contro tutti.
La ricerca dell'utopia produce sempre risultati spaventosi. Anche se è impossibile da realizzare, i suoi seguaci credono che chiunque si opponga alla perfezione del mondo sia per definizione un nemico del bene e quindi vada schiacciato.
Lo abbiamo visto accadere molte volte: dai cristiani millenaristi medievali agli islamici apocalittici, con la loro fede comune che tutto ciò che si frappone alla perfezione del mondo va abbattuto; dalla rivoluzione francese al comunismo e al nazismo e da lì alla nostra era di autoritarismo culturale, con la caccia agli eretici e ai dissidenti delle ortodossie sessuali, etniche, intellettuali ed altre ancora.
Perché il mondo immaginario della canzone di Lennon è tutto intorno a noi. La nostra cultura cerca di eliminare tutte le divisioni. Non ci può essere una gerarchia di valori. Tutto è relativo. Non ci sono verità o bugie oggettive, soltanto narrazioni in competizione. Tutti i pareri sono sbagliati, tranne il parere che le attuali ortodossie sono sbagliate; nel qual caso la vostra carriera professionale o la vostra reputazione sociale sarà distrutta. Nessuna cultura è migliore o peggiore delle altre. Nessun gruppo ha il diritto di definirsi come una nazione o governarsi sulla base di una cultura condivisa.
Ci è stato detto qualche settimana fa da niente di meno che la cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha affermato che gli stati nazionali dovrebbero essere disposti a cedere la propria sovranità. I loro popoli non hanno il diritto di obiettare, perché il popolo di un paese sono semplicemente quelli che vivono permanentemente in quel posto e non "un gruppo che definisce se stesso un popolo". Per la Merkel, sembra, non esiste qualcosa come "un popolo"; soltanto gente.
C'è un'alternativa a questa visione universalista. Un regime nel quale le persone aderiscono ad una particolare cultura che, a differenza di altri, li impegna a curarsi l'uno dell'altro e a trattare ognuno con rispetto; in cui aderiscono alla razionalità e all'evidenza; con il quale credono nella libertà individuale, nella giustizia e nella dignità di ciascun individuo.
Questi valori sono racchiusi in quei progetti comuni chiamati "un popolo" e una nazione, i cui membri li difenderanno per amore e lealtà contro tutti coloro che vogliono distruggere la loro indipendenza e le loro caratteristiche particolari e quindi minacciano la loro capacità di fare del bene non solo a quelli che appartengono alla loro comunità, ma al mondo in generale.
Immagina!
02/01/19
Internet? In gran parte è finto
Da quando ha fatto la sua comparsa, Internet ha portato al normale cittadino la possibilità pressoché illimitata di accedere a fonti di informazioni una volta inaccessibili, a causa della distanza fisica: biblioteche, archivi, blog, siti di informazione, social media, etc. Tuttavia, accanto a questo lato libertario, internet nasconde anche una faccia oscura, che interagisce con noi molto più frequentemente di quanto pensiamo e che riguarda soprattutto il mondo della pubblicità. Negli ultimi anni, abbiamo progressivamente scoperto che le metriche (le "visualizzazioni") definite dai giganti del web e usate per misurare il successo dei video sono o poco chiare o palesemente finte; che esistono mercati per la manipolazione del numero di follower sui social media - attraverso account fake - o di quello dei like e dei click a contenuti - attraverso le click farm - o addirittura del numero e della qualità delle recensioni di prodotti e servizi. Quasi la metà del traffico su internet è generato da bot, software autonomi sempre più capaci di imitare il comportamento umano, proprio per aumentare l'impatto delle campagne pubblicitarie. Se a questo uniamo il proliferare di influencer reali o virtuali e di tecnologie che consentono di manipolare facilmente video e immagini, diviene sempre più difficile distinguere il genuino dal falso. Insomma, la logica commerciale sta trasformando la rete, in un modo che non sembra facile da fermare e che solleva ulteriori seri dubbi sulle sue potenzialità palingenetiche, oggi abbracciate da diverse forze politiche in tutto il mondo. Da Intelligencer.
di Max Read, 26 dicembre 2018
A fine novembre, il dipartimento di Giustizia ha reso pubbliche le accuse contro otto persone, incolpate di aver spennato agli inserzionisti 36 milioni di dollari in due delle più grandi frodi sulla pubblicità digitale mai scoperte. Gli inserzionisti di pubblicità digitali tendono a volere due cose: che le persone guardino le loro pubblicità e che siti internet "premium" - ad esempio pagine legittime e riconosciute - le ospitino.
I due schemi di frode in discussione, soprannominati Methbot e 3ve dai ricercatori che li hanno scoperti, hanno falsificato entrambe. I truffatori hanno infettato 1,7 milioni di computer con un malware che da remoto indirizzava il traffico verso siti "spoofed" - "siti internet vuoti, progettati per il traffico dei bot [software in grado di compiere operazioni in modo del tutto autonomo, ndr]" che pubblicavano un annuncio video comprato da uno dei grandi programmatic ad-exchange [piattaforme che consentono a software specializzati di acquistare banner e altre forme pubblicitarie digitali offerte su siti e altre piattaforme, ndr], ma che erano progettati, secondo le accuse, "per ingannare gli inserzionisti facendo loro credere che una copia di un loro annuncio fosse pubblicata su un sito premium", come Vogue o The Economist. Le visualizzazioni, nel frattempo, erano falsificate da computer infettati da malware con tecniche meravigliosamente sofisticate per imitare gli esseri umani: i bot "falsificavano i click, i movimenti del mouse e le informazioni di login ai social network per mascherarsi da consumatori umani coinvolti". Alcuni erano usati per navigare in internet e raccogliere i cookie di tracciamento da altri siti, proprio come avrebbero fatto visitatori umani dal comportamento normale. Persone finte con cookie finti e account finti su social media, che facevano finta di muovere i loro cursori finti e di fare finti click su siti finti - i truffatori sostanzialmente avevano creato un simulacro di internet, dove le uniche cose reali erano gli annunci.
Quanta parte di internet è falsa? Gli studi in generale suggeriscono che, ogni anno, meno del 60% del traffico internet è di origine umana; in alcuni anni, secondo qualche ricercatore, una buona parte, maggioritaria, del traffico è creata dai bot. Come ha riportato Times quest'anno, per un certo periodo di tempo nel 2013 una buona metà del traffico YouTube è stato generato da "bot mascherati da persone", una frazione così grande che gli impiegati temevano un punto di svolta oltre il quale i sistemi utilizzati da YouTube per rilevare il traffico fraudolento avrebbero iniziato a considerare finto sia il traffico bot che quello realmente umano. Hanno chiamato questo evento ipotetico "l'Inversione".
Nel futuro, quando guarderò indietro dalla prigione ad alta tecnologia per videogiocatori nella quale il Presidente PewDiePie mi avrà imprigionato, ricorderò il 2018 come l'anno in cui avvenne l'Inversione su internet, non in un senso strettamente numerico - poiché i bot hanno già superato in numero gli umani online per più anni di quanti sia avvenuto il contrario - ma in un senso percettivo. Internet è sempre stato rifugio, nei suoi anfratti oscuri, di banchi di catfish [letteralmente pesci gatto, termine usato per indicare finti profili social, ndr] e ambasciate di principi nigeriani, ma quell'oscurità adesso pervade ogni suo aspetto: qualsiasi cosa una volta sembrasse definitivamente e senza ombra di dubbio reale adesso pare vagamente finta; qualsiasi cosa una volta sembrasse vagamente finta adesso ha il potere e la presenza del reale. La "falsità" di internet nell'epoca post-Inversione ha meno a che vedere con una falsità valutabile e più con una particolare qualità dell'esperienza - l'inquietante sensazione che quello che si incontra online non sia "reale" ma nemmeno inconfutabilmente "finto", e infatti potrebbe essere entrambe le cose allo stesso tempo o in successione, a seconda di come lo rigiri nella tua testa.
Le metriche sono finte
Prendiamo qualcosa così apparentemente semplice come il modo in cui misuriamo il traffico su internet. Le metriche dovrebbero essere le cose più reali in internet: sono enumerabili, tracciabili, e verificabili, e la loro esistenza è alla base del settore della pubblicità, che guida le nostre più grandi piattaforme social e di ricerca. Tuttavia nemmeno Facebook, la più grande organizzazione al mondo di raccolta dati, sembra in grado di produrre cifre genuine. A ottobre, piccoli inserzionisti hanno fatto causa al gigante dei social media, accusandolo di aver coperto per un anno le sue considerevoli esagerazioni sul tempo che i suoi utenti passano a guardare video sulla piattaforma (dal 60% all’ 80%, dice Facebook; dal 150% al 900%, dicono i querelanti). Secondo quanto risulta da una lista esaustiva di MarketingLand, negli ultimi due anni Facebook ha ammesso di aver riportato in modo errato il reach [il numero di individui unici che lo hanno visto, ndr] di un post su Facebook Pages (in due modi differenti), la frequenza con cui gli spettatori terminano di vedere i video pubblicitari, il tempo medio che passano a leggere gli "Instant Articles", la quantità di traffico referral [le sorgenti di traffico verso un sito, ndr] da Facebook verso siti esterni, il numero di visualizzazioni che i video hanno ricevuto dal sito Facebook per smartphone, e il numero di visualizzazioni video su Instant Articles.
Possiamo ancora credere nelle metriche? Dopo l'Inversione, che senso ha? Anche se vogliamo avere fiducia nella loro accuratezza, c'è qualcosa di non molto reale che le riguarda: la mia statistica preferita quest'anno è stata l'affermazione di Facebook che 75 milioni di persone ogni giorno hanno guardato almeno un minuto dei video su Facebook Watch - anche se, ammette Facebook, il video non necessariamente deve essere visto consecutivamente nei 60 secondi all'interno di quel minuto. Video reali, persone reali, minuti finti.
Le persone sono finte
E forse non dovremmo nemmeno presumere che le persone siano reali. Cessato su YouTube, l'affare di comprare e vendere visualizzazioni dei video sta "fiorendo", come ricorda Times ai suoi lettori con una interminabile inchiesta ad agosto. La società dice che soltanto "una piccola frazione" del suo traffico è finta, ma i sottoscrittori finti sono un problema così grosso che il sito si è lanciato nell'epurazione degli "account spam" [account indesiderati, ndr] a metà dicembre. In questi giorni, ha scoperto Times, si possono comprare 5.000 visualizzazioni YouTube - 30 secondi di un video valgono come una visualizzazione - per appena 15 dollari; spesso i clienti sono portati a credere che le visualizzazioni che comprano vengano da persone reali. Più probabilmente, vengono da bot. Su alcune piattaforme, le visualizzazioni video e il download di app possono essere falsificate con remunerative operazioni industriali di contraffazione. Se volete un'immagine di quello a cui assomiglia l'Inversione, cercate un video di una "click farm" [fabbriche dei click, luoghi dove gruppi di persone o bot generano click o likes a favore di particolari contenuti/pubblicità, ndr]: centinaia di smartphone individuali, disposti in file su mensole o rack in uffici dall'aspetto professionale, tutti che guardano lo stesso video o che scaricano la stessa app.
Ovviamente questo non è traffico umano. Ma a cosa assomiglierebbe il vero traffico umano? L'Inversione fa sorgere alcuni strani dilemmi filosofici: se un troll russo che usa la fotografia di un uomo brasiliano per mascherarsi da sostenitore americano di Trump guarda un video su Facebook, quella visualizzazione è "reale"? Non ci sono solo bot che si mascherano da umani e umani che si mascherano da altri umani, ma qualche volta anche umani che si mascherano da bot, facendo finta di essere una "intelligenza artificiale assistente personale", come "M" di Facebook, per aiutare le società tecnologiche a fingere di possedere una AI all'avanguardia. C'è persino, qualunque cosa sia, l'influencer CGI [computer-generated imagery, immagini generate al computer, ndr] Lil Miquela su Instagram: un umano finto con un corpo vero, una faccia finta, e influenza reale. Anche gli esseri umani che non si mascherano possono contorcersi in strati di realtà diminuita: The Atlantic riporta che influencer umani non-CGI stanno postando falsi contenuti sponsorizzati - ovvero contenuti intesi come contenuti destinati ad apparire autentici, gratis - per attrarre l'attenzione di rappresentanti di brand che, sperano, li pagheranno con soldi veri.
Gli affari sono finti
I soldi di solito sono reali. Non sempre - chiedetelo a qualcuno che ha entusiasticamente comprato criptovalute l'anno scorso - ma abbastanza spesso da essere un motore dell'Inversione. Se il denaro è reale, perché deve esserlo anche qualsiasi altra cosa? All'inizio di quest'anno, la scrittrice e artista Jenny Odell ha iniziato a esaminare un rivenditore di Amazon che aveva comprato beni da altri rivenditori di Amazon e li aveva rivenduti, sempre su Amazon, ad un prezzo maggiorato. Odell ha scoperto una elaborata rete di finte imprese che gonfiavano prezzi e rubavano i diritti d'autore, collegate alla Chiesa Evangelica i cui seguaci nel 2013 avevano resuscitato Newsweek in qualità di spam farm [un gruppo di siti internet che hanno link ognuno verso gli altri, in modo da emergere meglio tra i risultati di un motore di ricerca, ndr] zombie ottimizzata per i motori di ricerca. Odell ha visitato una strana libreria gestita dal rivenditore a San Francisco e ha trovato una rachitica riproduzione in cemento delle vetrine abbaglianti in cui si era imbattuta su Amazon, sistemata a caso con i libri più venduti, ninnoli di plastica, e prodotti di bellezza comprati apparentemente da grossisti. "Ad un certo punto ho iniziato a sentirmi come se fossi in un sogno", ha scritto. "O come se fossi mezza sveglia, incapace di distinguere il virtuale dal reale, il locale dal globale, un prodotto da un'immagine di Photoshop, il genuino dal falso".
I contenuti sono finti
L'unico sito che mi dà quella sensazione da capogiro di irrealtà tanto spesso quanto Amazon è YouTube, che ospita settimane di contenuti inumani, da Inversione. Episodi televisivi che sono stati specularmente capovolti per evitare di pagare i diritti d'autore vengono trasmessi dopo vlogger imbroglioni che fustigano il merchandising, che vengono trasmessi dopo video prodotti in modo anonimo, apparentemente per bambini. Una video animazione di Spider Man e Elsa di Frozen che guidano trattori non è, lo sapete, reale: qualche poveretto ha fatto l'animazione e ha dato voce ai loro attori, e non ho alcun dubbio che un certo numero (dozzine? Centinaia? Milioni? Sicuro, perché no?) di bambini si è seduto e lo ha guardato e ci ha trovato qualche divertimento occulto e ingannatore. Ma di certo non è "ufficiale", ed è difficile, guardando da adulto sullo schermo, capire da dove venga e cosa significhi che il contatore di visualizzazioni sotto di esso cresca continuamente.
Questi, almeno, sono per la maggior parte video pirata di popolari personaggi di fantasia, ovvero irrealtà contraffatta. La realtà contraffatta è ancora più difficile da trovare - per adesso. A gennaio 2018, un utente Reddit anonimo ha creato una versione app-desktop facile da usare di "deepfakes", la famigerata tecnologia che usa l'intelligenza artificiale nell'elaborazione delle immagini per sostituire una faccia con un'altra nei video - mettendo, diciamo, quella di un politico sopra quella di una stella del porno. Un recente studio accademico dei ricercatori della società di schede grafiche Nvidia mostra una tecnica simile usata per creare immagini di facce "umane" generate dal computer che assomigliano incredibilmente a fotografie di persone vere (la prossima volta che i russi vogliono fare i burattinai su Facebook di un gruppo di americani inventati, non avranno nemmeno bisogno di rubare foto di persone reali). Contrariamente a quello che vi potreste aspettare, un mondo permeato da deepfakes e altre immagini fotografiche generate artificialmente non sarà un mondo nel quale le immagini "false" abitualmente saranno ritenute vere, bensì sarà un mondo nel quale le immagini "vere" saranno sistematicamente credute false - semplicemente perché, sulla scia dell'Inversione, chi sarà in grado di distinguere la differenza?
La nostra politica è finta
Una tale perdita di qualsiasi "realtà" di ancoraggio ci farà solo rimpiangerla ancora di più. La nostra politica è stata invertita insieme a tutto il resto, permeata di un senso gnostico di essere stati truffati, defraudati e ingannati, ma anche che una "verità vera" si annidi ancora da qualche parte. Gli adolescenti sono profondamente coinvolti dai video di YouTube che promettono di mostrare la dura realtà sotto le "truffe" del femminismo e della diversità - un processo che chiamano "prendere la pillola rossa", dalla scena in The Matrix in cui la simulazione al computer svanisce e appare la realtà. Le discussioni politiche adesso includono lo scambio di accuse sulla "segnalazione di virtù" - l'idea che i liberali stiano fingendo i loro ideali politici per ottenere una ricompensa sociale - con quelle di essere bot russi. L'unica cosa su cui tutti possono essere d'accordo è che tutti online mentono e sono falsi.
Noi stessi siamo finti
Quest'anno ovunque sia andato online, mi è stato chiesto di dimostrare di essere un essere umano. Puoi ridigitare questa parola distorta? Puoi trascrivere questo numero civico? Puoi selezionare le immagini che contengono una moto? Mi sono ritrovato quotidianamente prostrato ai piedi dei bot buttafuori, mostrando freneticamente le mie sviluppatissime abilità di abbinamento di modelli - anche una Vespa conta come una motocicletta? - cosicché potessi entrare in nightclub in cui non sono nemmeno sicuro di voler entrare. Una volta dentro, sono stato guidato da cicli retroattivi di dopamina a restare ben oltre ogni limite sano, sono stato manipolato da titoli e post carichi emotivamente perché facessi clic su cose di cui non mi importava, e affrettato, incoraggiato e lusingato in argomenti e acquisti e relazioni così algoritmicamente determinate che era difficile descriverle come reali.
Dove ci porta tutto questo? Non sono sicuro che la soluzione sia quella di cercare un po' di autenticità pre-Inversione - riprendere la pillola rossa per tornare indietro alla "realtà". Quel che è sparita da Internet, dopo tutto, non è la "verità", ma la fiducia: la sensazione che le persone e le cose che incontriamo non sono ciò che dicono di essere. Anni di crescita guidata dalle metriche, remunerativi sistemi di manipolazione e piattaforme non regolamentate per le compravendite, hanno creato un ambiente in cui ha più senso essere finto online - essere disonesto e cinico, mentire e imbrogliare, travisare e distorcere - di quanto lo abbia essere reali. Riparare questo ambiente richiederebbe una riforma culturale e politica nella Silicon Valley e in tutto il mondo, ma è la nostra unica scelta. Altrimenti finiremo tutti nell'internet bot delle persone false, dei clic falsi, dei siti falsi e dei computer falsi, dove l'unica cosa reale sono le pubblicità.
di Max Read, 26 dicembre 2018
A fine novembre, il dipartimento di Giustizia ha reso pubbliche le accuse contro otto persone, incolpate di aver spennato agli inserzionisti 36 milioni di dollari in due delle più grandi frodi sulla pubblicità digitale mai scoperte. Gli inserzionisti di pubblicità digitali tendono a volere due cose: che le persone guardino le loro pubblicità e che siti internet "premium" - ad esempio pagine legittime e riconosciute - le ospitino.
I due schemi di frode in discussione, soprannominati Methbot e 3ve dai ricercatori che li hanno scoperti, hanno falsificato entrambe. I truffatori hanno infettato 1,7 milioni di computer con un malware che da remoto indirizzava il traffico verso siti "spoofed" - "siti internet vuoti, progettati per il traffico dei bot [software in grado di compiere operazioni in modo del tutto autonomo, ndr]" che pubblicavano un annuncio video comprato da uno dei grandi programmatic ad-exchange [piattaforme che consentono a software specializzati di acquistare banner e altre forme pubblicitarie digitali offerte su siti e altre piattaforme, ndr], ma che erano progettati, secondo le accuse, "per ingannare gli inserzionisti facendo loro credere che una copia di un loro annuncio fosse pubblicata su un sito premium", come Vogue o The Economist. Le visualizzazioni, nel frattempo, erano falsificate da computer infettati da malware con tecniche meravigliosamente sofisticate per imitare gli esseri umani: i bot "falsificavano i click, i movimenti del mouse e le informazioni di login ai social network per mascherarsi da consumatori umani coinvolti". Alcuni erano usati per navigare in internet e raccogliere i cookie di tracciamento da altri siti, proprio come avrebbero fatto visitatori umani dal comportamento normale. Persone finte con cookie finti e account finti su social media, che facevano finta di muovere i loro cursori finti e di fare finti click su siti finti - i truffatori sostanzialmente avevano creato un simulacro di internet, dove le uniche cose reali erano gli annunci.
Quanta parte di internet è falsa? Gli studi in generale suggeriscono che, ogni anno, meno del 60% del traffico internet è di origine umana; in alcuni anni, secondo qualche ricercatore, una buona parte, maggioritaria, del traffico è creata dai bot. Come ha riportato Times quest'anno, per un certo periodo di tempo nel 2013 una buona metà del traffico YouTube è stato generato da "bot mascherati da persone", una frazione così grande che gli impiegati temevano un punto di svolta oltre il quale i sistemi utilizzati da YouTube per rilevare il traffico fraudolento avrebbero iniziato a considerare finto sia il traffico bot che quello realmente umano. Hanno chiamato questo evento ipotetico "l'Inversione".
Nel futuro, quando guarderò indietro dalla prigione ad alta tecnologia per videogiocatori nella quale il Presidente PewDiePie mi avrà imprigionato, ricorderò il 2018 come l'anno in cui avvenne l'Inversione su internet, non in un senso strettamente numerico - poiché i bot hanno già superato in numero gli umani online per più anni di quanti sia avvenuto il contrario - ma in un senso percettivo. Internet è sempre stato rifugio, nei suoi anfratti oscuri, di banchi di catfish [letteralmente pesci gatto, termine usato per indicare finti profili social, ndr] e ambasciate di principi nigeriani, ma quell'oscurità adesso pervade ogni suo aspetto: qualsiasi cosa una volta sembrasse definitivamente e senza ombra di dubbio reale adesso pare vagamente finta; qualsiasi cosa una volta sembrasse vagamente finta adesso ha il potere e la presenza del reale. La "falsità" di internet nell'epoca post-Inversione ha meno a che vedere con una falsità valutabile e più con una particolare qualità dell'esperienza - l'inquietante sensazione che quello che si incontra online non sia "reale" ma nemmeno inconfutabilmente "finto", e infatti potrebbe essere entrambe le cose allo stesso tempo o in successione, a seconda di come lo rigiri nella tua testa.
Le metriche sono finte
Prendiamo qualcosa così apparentemente semplice come il modo in cui misuriamo il traffico su internet. Le metriche dovrebbero essere le cose più reali in internet: sono enumerabili, tracciabili, e verificabili, e la loro esistenza è alla base del settore della pubblicità, che guida le nostre più grandi piattaforme social e di ricerca. Tuttavia nemmeno Facebook, la più grande organizzazione al mondo di raccolta dati, sembra in grado di produrre cifre genuine. A ottobre, piccoli inserzionisti hanno fatto causa al gigante dei social media, accusandolo di aver coperto per un anno le sue considerevoli esagerazioni sul tempo che i suoi utenti passano a guardare video sulla piattaforma (dal 60% all’ 80%, dice Facebook; dal 150% al 900%, dicono i querelanti). Secondo quanto risulta da una lista esaustiva di MarketingLand, negli ultimi due anni Facebook ha ammesso di aver riportato in modo errato il reach [il numero di individui unici che lo hanno visto, ndr] di un post su Facebook Pages (in due modi differenti), la frequenza con cui gli spettatori terminano di vedere i video pubblicitari, il tempo medio che passano a leggere gli "Instant Articles", la quantità di traffico referral [le sorgenti di traffico verso un sito, ndr] da Facebook verso siti esterni, il numero di visualizzazioni che i video hanno ricevuto dal sito Facebook per smartphone, e il numero di visualizzazioni video su Instant Articles.
Possiamo ancora credere nelle metriche? Dopo l'Inversione, che senso ha? Anche se vogliamo avere fiducia nella loro accuratezza, c'è qualcosa di non molto reale che le riguarda: la mia statistica preferita quest'anno è stata l'affermazione di Facebook che 75 milioni di persone ogni giorno hanno guardato almeno un minuto dei video su Facebook Watch - anche se, ammette Facebook, il video non necessariamente deve essere visto consecutivamente nei 60 secondi all'interno di quel minuto. Video reali, persone reali, minuti finti.
Le persone sono finte
E forse non dovremmo nemmeno presumere che le persone siano reali. Cessato su YouTube, l'affare di comprare e vendere visualizzazioni dei video sta "fiorendo", come ricorda Times ai suoi lettori con una interminabile inchiesta ad agosto. La società dice che soltanto "una piccola frazione" del suo traffico è finta, ma i sottoscrittori finti sono un problema così grosso che il sito si è lanciato nell'epurazione degli "account spam" [account indesiderati, ndr] a metà dicembre. In questi giorni, ha scoperto Times, si possono comprare 5.000 visualizzazioni YouTube - 30 secondi di un video valgono come una visualizzazione - per appena 15 dollari; spesso i clienti sono portati a credere che le visualizzazioni che comprano vengano da persone reali. Più probabilmente, vengono da bot. Su alcune piattaforme, le visualizzazioni video e il download di app possono essere falsificate con remunerative operazioni industriali di contraffazione. Se volete un'immagine di quello a cui assomiglia l'Inversione, cercate un video di una "click farm" [fabbriche dei click, luoghi dove gruppi di persone o bot generano click o likes a favore di particolari contenuti/pubblicità, ndr]: centinaia di smartphone individuali, disposti in file su mensole o rack in uffici dall'aspetto professionale, tutti che guardano lo stesso video o che scaricano la stessa app.
I never tire of looking at videos of Chinese click farms. It's just so surreal to see hundreds of phones playing the same video for the purposes of fake engagment. pic.twitter.com/bHAGLqRqVb
— Matthew Brennan (@mbrennanchina) 10 dicembre 2018
Ovviamente questo non è traffico umano. Ma a cosa assomiglierebbe il vero traffico umano? L'Inversione fa sorgere alcuni strani dilemmi filosofici: se un troll russo che usa la fotografia di un uomo brasiliano per mascherarsi da sostenitore americano di Trump guarda un video su Facebook, quella visualizzazione è "reale"? Non ci sono solo bot che si mascherano da umani e umani che si mascherano da altri umani, ma qualche volta anche umani che si mascherano da bot, facendo finta di essere una "intelligenza artificiale assistente personale", come "M" di Facebook, per aiutare le società tecnologiche a fingere di possedere una AI all'avanguardia. C'è persino, qualunque cosa sia, l'influencer CGI [computer-generated imagery, immagini generate al computer, ndr] Lil Miquela su Instagram: un umano finto con un corpo vero, una faccia finta, e influenza reale. Anche gli esseri umani che non si mascherano possono contorcersi in strati di realtà diminuita: The Atlantic riporta che influencer umani non-CGI stanno postando falsi contenuti sponsorizzati - ovvero contenuti intesi come contenuti destinati ad apparire autentici, gratis - per attrarre l'attenzione di rappresentanti di brand che, sperano, li pagheranno con soldi veri.
Gli affari sono finti
I soldi di solito sono reali. Non sempre - chiedetelo a qualcuno che ha entusiasticamente comprato criptovalute l'anno scorso - ma abbastanza spesso da essere un motore dell'Inversione. Se il denaro è reale, perché deve esserlo anche qualsiasi altra cosa? All'inizio di quest'anno, la scrittrice e artista Jenny Odell ha iniziato a esaminare un rivenditore di Amazon che aveva comprato beni da altri rivenditori di Amazon e li aveva rivenduti, sempre su Amazon, ad un prezzo maggiorato. Odell ha scoperto una elaborata rete di finte imprese che gonfiavano prezzi e rubavano i diritti d'autore, collegate alla Chiesa Evangelica i cui seguaci nel 2013 avevano resuscitato Newsweek in qualità di spam farm [un gruppo di siti internet che hanno link ognuno verso gli altri, in modo da emergere meglio tra i risultati di un motore di ricerca, ndr] zombie ottimizzata per i motori di ricerca. Odell ha visitato una strana libreria gestita dal rivenditore a San Francisco e ha trovato una rachitica riproduzione in cemento delle vetrine abbaglianti in cui si era imbattuta su Amazon, sistemata a caso con i libri più venduti, ninnoli di plastica, e prodotti di bellezza comprati apparentemente da grossisti. "Ad un certo punto ho iniziato a sentirmi come se fossi in un sogno", ha scritto. "O come se fossi mezza sveglia, incapace di distinguere il virtuale dal reale, il locale dal globale, un prodotto da un'immagine di Photoshop, il genuino dal falso".
I contenuti sono finti
L'unico sito che mi dà quella sensazione da capogiro di irrealtà tanto spesso quanto Amazon è YouTube, che ospita settimane di contenuti inumani, da Inversione. Episodi televisivi che sono stati specularmente capovolti per evitare di pagare i diritti d'autore vengono trasmessi dopo vlogger imbroglioni che fustigano il merchandising, che vengono trasmessi dopo video prodotti in modo anonimo, apparentemente per bambini. Una video animazione di Spider Man e Elsa di Frozen che guidano trattori non è, lo sapete, reale: qualche poveretto ha fatto l'animazione e ha dato voce ai loro attori, e non ho alcun dubbio che un certo numero (dozzine? Centinaia? Milioni? Sicuro, perché no?) di bambini si è seduto e lo ha guardato e ci ha trovato qualche divertimento occulto e ingannatore. Ma di certo non è "ufficiale", ed è difficile, guardando da adulto sullo schermo, capire da dove venga e cosa significhi che il contatore di visualizzazioni sotto di esso cresca continuamente.
Questi, almeno, sono per la maggior parte video pirata di popolari personaggi di fantasia, ovvero irrealtà contraffatta. La realtà contraffatta è ancora più difficile da trovare - per adesso. A gennaio 2018, un utente Reddit anonimo ha creato una versione app-desktop facile da usare di "deepfakes", la famigerata tecnologia che usa l'intelligenza artificiale nell'elaborazione delle immagini per sostituire una faccia con un'altra nei video - mettendo, diciamo, quella di un politico sopra quella di una stella del porno. Un recente studio accademico dei ricercatori della società di schede grafiche Nvidia mostra una tecnica simile usata per creare immagini di facce "umane" generate dal computer che assomigliano incredibilmente a fotografie di persone vere (la prossima volta che i russi vogliono fare i burattinai su Facebook di un gruppo di americani inventati, non avranno nemmeno bisogno di rubare foto di persone reali). Contrariamente a quello che vi potreste aspettare, un mondo permeato da deepfakes e altre immagini fotografiche generate artificialmente non sarà un mondo nel quale le immagini "false" abitualmente saranno ritenute vere, bensì sarà un mondo nel quale le immagini "vere" saranno sistematicamente credute false - semplicemente perché, sulla scia dell'Inversione, chi sarà in grado di distinguere la differenza?
La nostra politica è finta
Una tale perdita di qualsiasi "realtà" di ancoraggio ci farà solo rimpiangerla ancora di più. La nostra politica è stata invertita insieme a tutto il resto, permeata di un senso gnostico di essere stati truffati, defraudati e ingannati, ma anche che una "verità vera" si annidi ancora da qualche parte. Gli adolescenti sono profondamente coinvolti dai video di YouTube che promettono di mostrare la dura realtà sotto le "truffe" del femminismo e della diversità - un processo che chiamano "prendere la pillola rossa", dalla scena in The Matrix in cui la simulazione al computer svanisce e appare la realtà. Le discussioni politiche adesso includono lo scambio di accuse sulla "segnalazione di virtù" - l'idea che i liberali stiano fingendo i loro ideali politici per ottenere una ricompensa sociale - con quelle di essere bot russi. L'unica cosa su cui tutti possono essere d'accordo è che tutti online mentono e sono falsi.
Noi stessi siamo finti
Quest'anno ovunque sia andato online, mi è stato chiesto di dimostrare di essere un essere umano. Puoi ridigitare questa parola distorta? Puoi trascrivere questo numero civico? Puoi selezionare le immagini che contengono una moto? Mi sono ritrovato quotidianamente prostrato ai piedi dei bot buttafuori, mostrando freneticamente le mie sviluppatissime abilità di abbinamento di modelli - anche una Vespa conta come una motocicletta? - cosicché potessi entrare in nightclub in cui non sono nemmeno sicuro di voler entrare. Una volta dentro, sono stato guidato da cicli retroattivi di dopamina a restare ben oltre ogni limite sano, sono stato manipolato da titoli e post carichi emotivamente perché facessi clic su cose di cui non mi importava, e affrettato, incoraggiato e lusingato in argomenti e acquisti e relazioni così algoritmicamente determinate che era difficile descriverle come reali.
Dove ci porta tutto questo? Non sono sicuro che la soluzione sia quella di cercare un po' di autenticità pre-Inversione - riprendere la pillola rossa per tornare indietro alla "realtà". Quel che è sparita da Internet, dopo tutto, non è la "verità", ma la fiducia: la sensazione che le persone e le cose che incontriamo non sono ciò che dicono di essere. Anni di crescita guidata dalle metriche, remunerativi sistemi di manipolazione e piattaforme non regolamentate per le compravendite, hanno creato un ambiente in cui ha più senso essere finto online - essere disonesto e cinico, mentire e imbrogliare, travisare e distorcere - di quanto lo abbia essere reali. Riparare questo ambiente richiederebbe una riforma culturale e politica nella Silicon Valley e in tutto il mondo, ma è la nostra unica scelta. Altrimenti finiremo tutti nell'internet bot delle persone false, dei clic falsi, dei siti falsi e dei computer falsi, dove l'unica cosa reale sono le pubblicità.
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