13/05/19

Quotazione di Uber: miliardi per gli investitori, maggiore sfruttamento per i lavoratori

Al di là delle posizioni politiche e delle soluzioni proposte nell'articolo - condivisibili o meno, realistiche  o meno - pubblicato sul World Socialist Web Site, la recente quotazione in borsa della società Uber ci offre l'occasione di sottolineare la triste fine di una grande parte dell'economia osannata a suo tempo come "sharing economy". Il magico mondo in cui grazie ai prodigi dell'informatica l'incontro totalmente libero di domanda e offerta tra attori economici di ogni tipo avrebbe dovuto portare a benefìci per tutti si è trasformato in molti casi in un'economia dello sfruttamento, dove l'uso di piattaforme informatiche è semplicemente un pretesto per spremere lavoratori dipendenti sottopagati mascherati da liberi prestatori di servizi. E i benefìci, lungi dall'essere distribuiti tra tutti, si accumulano nelle tasche di pochi.   

 

di Shannon Jones, 11 maggio 2019

 

 

Giovedì (9 maggio, ndt) la valutazione della società di trasporti automobilistici Uber ha raggiunto 82,4 miliardi di dollari, in seguito alla quotazione in borsa del suo titolo, in una delle offerte pubbliche iniziali più grandi negli Stati Uniti dopo quella di Facebook. La vendita ha ulteriormente arricchito gli investitori, raccogliendo circa 8 miliardi per la società.

 

Importanti case d'investimento, tra cui Goldman Sachs e Morgan Stanley, hanno sottoscritto azioni. Altri investitori facoltosi hanno ottenuto enormi somme, con alcuni clienti di Goldman Sachs che hanno intascato un miliardo. La quota del fondatore di Uber, Garret Camp, ora vale 3,7 miliardi, mentre il cofondatore Travis Kalanick possiede 5,3 miliardi di azioni Uber.

 

L'attuale capitalizzazione di mercato di 82,4 miliardi di dollari di Uber è ai livelli di quella di circa 52 miliardi della General Motors e 41 miliardi della Ford. I principali investitori di Uber includono il fondo sovrano dell'Arabia Saudita, gestito da Softbank con sede in Giappone; Alphabet, la società madre di Google; il gigante dell'auto Toyota; PayPal; e il Ceo miliardario di Amazon, Jeff Bezos.

 

La quotazione in borsa di Uber segue quella della rivale Lyft, che ha raccolto 2,3 miliardi di dollari, con una capitalizzazione di mercato totale di circa 16 miliardi.

 

La quotazione in borsa di Uber e Lyft significa che queste società saranno d'ora in avanti soggette alla pressione diretta degli investitori sul mercato, che chiederanno che ottengano profitti. Sia Uber che Lyft attualmente non ne fanno, con Uber che ha perso 1,8 miliardi di dollari l'anno scorso, la più grande perdita di qualsiasi azienda nell'anno precedente a una quotazione.

 

Le speculazioni finanziarie sul lancio in borsa di Uber saranno seguite da richieste degli investitori di aumenti delle tariffe e ulteriori attacchi ai diritti dei conducenti, già gravemente sottopagati. Questo è stato dichiarato in modo esplicito in un recente rapporto di Uber alla Securities and Exchange Commission degli Stati Uniti. Uber ha scritto: "Poiché puntiamo a ridurre gli incentivi per i conducenti per migliorare le nostre prestazioni finanziarie, prevediamo che in generale l'insoddisfazione dei conducenti aumenterà".

 

I guidatori di Uber sono classificati come lavoratori indipendenti, non come impiegati regolari. Pertanto non hanno diritto né all'assicurazione sanitaria, né a giorni di malattia né alle ferie. Inoltre, non sono protetti dalle norme sul salario minimo né dalle regole sugli straordinari, mentre i datori di lavoro sono esenti dai contributi di previdenza sociale e Medicare e dei contributi di assicurazione contro la disoccupazione.

 

Uno studio dello scorso anno di Larry Mishel dell' Economic Policy Institute ha concluso che l'effettiva retribuzione oraria di un guidatore di Uber è inferiore a quella del 90% dei lavoratori statunitensi. In altre parole, hanno un reddito a livello di povertà.

 

I guidatori di Uber e Lyft si sono mobilitati e hanno cominciato a contrattaccare. Mercoledì, migliaia di guidatori di Uber in tutto il mondo hanno condotto scioperi e proteste contro il basso salario, in un momento in cui i dirigenti si stavano infilando contanti nelle tasche.

 

Nel prendere posizione, i guidatori di Uber e Lyft si oppongono alla precarizzazione del lavoro, che ha visto una proporzione crescente della forza lavoro impiegata nella "gig economy".

 

Circa il 36% dei lavoratori statunitensi fa parte della "gig economy" in una forma o nell'altra, il che significa che la loro fonte primaria di reddito è precaria, come un lavoro part-time senza benefit, o che sono costretti a cercare fonti alternative di reddito per compensare il declino delle retribuzioni e dei benefit di una occupazione standard.

 

Come un autista di Uber a San Francisco ha dichiarato al World Socialist Web Site : "Lasciatemi dire che sono stufo di guidare i milionari dell'hi tech di San Francisco a cene che costano più di quanto guadagno in un giorno, con addosso scarpe che costano più di quanto guadagno in una settimana, prelevandoli da appartamenti che costano di più al mese di quanto guadagno io in un anno... mentre io campo con la mia macchina per fare sì che un Ceo possa guadagnare 45 milioni di dollari all'anno ".

 

Questo fa parte di una tendenza più ampia, che ha visto il lavoro part-time e a chiamata diffondersi al settore manifatturiero e ad altre aree dell'economia. Una percentuale crescente di lavoratori autonomi è classificata come temporanea o part-time, il che li priva di qualsiasi sicurezza sul posto di lavoro e dei benefit di base. Negli Stati Uniti, Amazon ha istituito una "CamperForce", che impiega lavoratori migranti, in gran parte anziani, costretti a vivere in camper per seguire le offerte di lavoro stagionali.

 

La stessa tecnologia di dispositivi e Internet che ha reso possibile la diffusione dell'occupazione organizzata attraverso app ha anche facilitato l'organizzazione dell'opposizione sociale attraverso piattaforme come Facebook.

 

L'azione a livello mondiale dei dipendenti di Uber e Lyft, che hanno effettuato simultaneamente scioperi in tutto il mondo - negli Stati Uniti, Regno Unito, Brasile, Kenya, Nigeria, Costa Rica, Panama, Cile, Francia, Giappone e India - è un presagio del futuro. Dimostra l'unità oggettiva della classe operaia internazionale, che è unita come mai prima in una rete economica globale. I lavoratori di ogni paese sono sfruttati dallo stesso sistema economico capitalista e in molti casi dagli stessi datori di lavoro.

 

L'azione dei guidatori di Uber e Lyft fa parte di un movimento crescente della classe operaia internazionale, compresi gli insegnanti negli Stati Uniti, i lavoratori delle maquiladora in Messico, i "gilet gialli" in Francia e le dimostrazioni di massa dei lavoratori in Algeria. Queste lotte si sono sviluppate in gran parte indipendentemente e in opposizione ai sindacati esistenti.

 

È una conferma della prospettiva combattuta dal Comitato Internazionale della Quarta Internazionale per la quale, data la natura sempre più globale della produzione, non solo il contenuto della lotta di classe, ma anche la sua forma deve assumere un carattere globale.

 

I tentativi dei sindacati di intervenire per strangolare la lotta dei lavoratori in un paese dopo l'altro sottolineano il carattere reazionario di queste organizzazioni, radicate nel sistema dello stato nazione e nella difesa del capitalismo. Rappresentano ostacoli alla necessità imperativa di unificazione globale della classe operaia.

 

Nuove organizzazioni - comitati di base nelle fabbriche e nei posti di lavoro, indipendenti dai sindacati - sono urgentemente necessarie per unificare le lotte di diverse sezioni della classe lavoratrice a livello internazionale. Se i conducenti di Uber e Lyft possono iniziare a organizzarsi autonomamente, possono farlo anche i lavoratori del settore automobilistico, i lavoratori di Amazon e tutte le aree della classe lavoratrice.

 

Allo stesso tempo, la classe operaia deve condurre la sua lotta su una prospettiva basata sulla liberazione delle forze produttive dalla morsa degli oligarchi aziendali.

 

Sotto il capitalismo, gli sviluppi della scienza e della tecnologia, come Internet, la proliferazione di telefoni cellulari, il GPS e la tecnologia dell'auto senza conducente sono usati per arricchire la classe di proprietari e investitori aziendali, piuttosto che migliorare la qualità della vita della maggioranza. Nel frattempo, la rivalità tra stati-nazione entra continuamente in conflitto con lo sviluppo razionale dell'economia globale, sollevando lo spettro della guerra commerciale e mondiale. Il potenziale progressivo delle conquiste della conoscenza dell'umanità può essere realizzato solo quando la classe operaia, la grande maggioranza della società, prende il controllo delle forze produttive e le organizza su scala globale, in modo razionale e pianificato. Per portare avanti questa trasformazione, la classe operaia richiede un movimento politico internazionale basato su un programma socialista volto a mettere il potere nelle sue mani. Questa è la lotta avanzata dal Comitato Internazionale della Quarta Internazionale, dalle sue sezioni affiliate e dal World Socialist Web Site .

 

 

10/05/19

The Independent – Le sanzioni degli USA contro il Venezuela hanno causato decine di migliaia di morti

Il giornale britannico The Independent riassume i risultati di un report del CEPR, think tank statunitense, che alza coraggiosamente la voce contro l’illegalità delle sanzioni che gli Stati Uniti hanno messo in atto da due anni contro il Venezuela per rovesciarne il governo, e che appaiono strettamente correlate con un forte aumento della mortalità e con la diffusione della miseria nel Paese. Simili posizioni erano state recentemente esposte anche dall’ONU. Sono affermazioni importanti, perché espresse all’interno dei paesi occidentali, e significative, perché contrastano con la visione continuamente propagandata dai nostri media, secondo i quali l’unico, esclusivo e indiscutibile responsabile di ogni emergenza umanitaria in Venezuela sarebbe il presidente Maduro.

 

 

di Andrew Buncombe, 26 aprile 2019

 

Potrebbe ammontare a 40.000 il numero delle persone morte in Venezuela a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, che hanno reso più difficile per la gente comune avere accesso al cibo, ai medicinali e alle apparecchiature mediche, secondo quanto descritto da un nuovo report.

 

Il rapporto, pubblicato dal Centre for Economic and Policy Research (CEPR), un centro studi di ispirazione progressista con sede a Washington, sostiene che queste morti sarebbero avvenute in seguito all’imposizione delle sanzioni a partire dall’estate del 2017. Sostiene inoltre che la situazione è probabilmente peggiorata con l’imposizione di ulteriori e più dure sanzioni all’inizio di quest’anno, sanzioni che hanno colpito l’industria del petrolio, di vitale importanza per il Venezuela, e che rappresentano parte dello sforzo compiuto dall’amministrazione Trump per cacciare il presidente Nicolas Maduro.

 

Le sanzioni stanno privando i venezuelani di medicinali salvavita, apparecchiature mediche, cibo e altri beni di importazione essenziali”, dice il report firmato da Jeffrey Sachs, noto economista della Columbia University, e Mark Weisbrot. “Questo è illegale sia secondo le leggi statunitensi sia secondo quelle internazionali, ed è illegale in base ai trattati firmati dagli stessi USA. Il Congresso dovrebbe decidersi a fermare tutto questo”.

 

Gli autori del report basano le loro stime sui dati relativi all’aumento della mortalità secondo l’indagine nazionale venezuelana sulle condizioni di vita, nota con la sigla “Encovi”. L’indagine sulle condizioni di vita viene condotta annualmente da tre diverse università del Venezuela. Da questa indagine si evince un aumento del 31 per cento nella mortalità generale tra il 2017 e il 2018, con un totale di oltre 40.000 morti in più.

 

Weisbrot, co-fondatore del CEPR, ha detto all’Independent che gli autori non possono dimostrare direttamente che queste morti “in eccesso” siano la conseguenza delle sanzioni. Tuttavia afferma che questo aumento è stato parallelo all’imposizione delle sanzioni e al crollo della produzione di petrolio, che da decenni è un pilastro dell’economia venezuelana.

 

Non è possibile dimostrare uno scenario controfattuale”, dice Weisbrot, “però queste morti in eccesso nel periodo considerato non hanno nessun'altra spiegazione identificabile”.

 

Le sanzioni dell’agosto 2017 hanno impedito al governo venezuelano di prendere denaro in prestito dai mercati finanziari statunitensi, e hanno impedito la ristrutturazione del debito estero, dice il report.

 

A seguito dell’ordine esecutivo dell’agosto 2017 la produzione di petrolio è crollata, diminuendo di oltre tre volte rispetto al tasso dei venti mesi precedenti”, ha aggiunto. “Questo è ciò che ci si può aspettare a seguito della perdita dell’accesso al credito e conseguentemente della possibilità di coprire le spese di manutenzione e le operazioni, e di attuare gli investimenti necessari a mantenere i livelli di produzione. Questo declino accelerato nella produzione di petrolio avrebbe causato una perdita di sei miliardi di dollari nei proventi petroliferi durante l'anno seguente”.

 

Il report afferma che dall’inizio dell’imposizione delle nuove sanzioni contro l’industria del petrolio, la situazione si è fatta più difficile per la gente comune.

 

Gli Stati Uniti hanno rapporti tesi col Venezuela da decenni, nonostante il paese sudamericano sia storicamente uno dei maggiori fornitori di greggio. Le relazioni si sono compromesse sempre di più dopo l’elezione di Donald Trump.

 

All’inizio dell’anno Trump ha riconosciuto il leader dell’opposizione Juan Guaidò come legittimo presidente del Paese e lo ha sostenuto nel tentativo di formare un governo parallelo.

 

Gli Stati Uniti hanno ammesso che le sanzioni dovevano servire alla cacciata di Maduro, che ha ottenuto un secondo mandato come presidente con le elezioni dello scorso anno, elezioni che però non sono state riconosciute da molti paesi occidentali, nonostante diversi osservatori indipendenti ne abbiano giudicato corretto e legittimo lo svolgimento.

 

I critici del leader venezuelano dicono che Maduro è stato a guardare mentre l’economia crollava e più di tre milioni di persone hanno abbandonato il paese per sfuggire alla mancanza di generi alimentari e al caos. Il governo Maduro è stato accusato di essere sempre più autocratico e di basarsi sulla lealtà politica in cambio di generi di sussistenza e altri beni.

 

Durante un comizio a Miami, in febbraio, Trump ha esortato i vertici dell’esercito venezuelano alla diserzione. “Maduro non è un patriota venezuelano, è un burattino di Cuba”, ha detto Trump.

 

Non è la prima volta che viene levata una voce di denuncia sull’impatto umanitario delle sanzioni USA. In gennaio un report speciale dell’ONU firmato da Idriss Jazairy aveva detto che le sanzioni “possono portare alla fame, alla mancanza di medicinali, e non sono la risposta alla crisi in Venezuela”.

 

La coercizione, sia essa militare o economica, non deve mai essere usata per cercare di cambiare un governo in uno stato sovrano”, ha detto. “L’uso delle sanzioni da parte di potenze esterne al fine di rovesciare un governo eletto è una violazione di tutte le norme del diritto internazionale”.

 

Nel frattempo Alfred de Zayas, ex relatore speciale dell’ONU, che ha finito il mandato in marzo, ha accusato gli USA di essersi impegnati in una “guerra economica” contro il Venezuela, che secondo lui ha danneggiato l’economia e ucciso molti venezuelani.

 

Alla richiesta di commentare il report secondo il quale le sanzioni di Washington avrebbero ucciso decine di migliaia di persone, il dipartimento di Stato USA ha dichiarato che “come gli stessi autori ammettono, il rapporto è basato su speculazioni e congetture”.

 

La situazione economica in Venezuela è in peggioramento da decenni, come gli stessi venezuelani confermano, a causa dell’inettitudine e della cattiva gestione di Maduro. Quest’ultimo assieme ai suoi amici corrotti sono gli unici responsabili delle sofferenze del popolo venezuelano e della fuga di oltre tre milioni di cittadini verso altri paesi, oltre agli innumerevoli morti”, ha dichiarato il portavoce del dipartimento di Stato.

 

Le nostre sanzioni sono state una risposta alla corruzione, alla cattiva gestione, agli abusi, e stanno servendo a togliere al regime di Maduro i fondi che questo usa per reprimere il popolo del Venezuela”.

 

Il report del CEPR afferma che: “[Le sanzioni USA] rispecchiano esattamente la definizione di pena collettiva inflitta a una popolazione civile, così come descritta sia dalla convenzione internazionale di Ginevra che da quella dell'Aia, di cui gli Stati Uniti sono sottoscrittori. Queste sanzioni sono illegali secondo il diritto internazionale”.

 

08/05/19

I big del petrolio finanziano gli allarmisti climatici, non gli scettici

Una falsa diceria che gira da tempo è che la “rivoluzione verde”, che sarebbe dietro l’angolo, venga ostacolata dalle grandi compagnie petrolifere. La realtà è esattamente contraria: i big del petrolio controllano e finanziano i grandi gruppi ambientalisti, in modo da ricavarne una buona reputazione e soprattutto per indirizzarne gli obiettivi, ottenendo i massimi vantaggi.

 

 

Di David Wojick, 4 maggio 2019

 

 

Gli allarmisti climatici accusano spesso gli scettici, come me e come gruppi indipendenti, per esempio il Comitato per un Domani Costruttivo o l’Istituto Heartland, di essere pagati dai big del petrolio. L’accusa è completamente falsa – una grande bugia ripetuta così spesso che alla fine la gente ci crede. Non riceviamo neppure un centesimo dai big del petrolio. Fa parte delle storie di fantasia dei verdi il fatto che lo scetticismo esista solo perché le grandi compagnie degli idrocarburi lo finanziano.

 

Giusto per la cronaca, nessuno di noi scettici – realisti climatici – dubita o nega i cambiamenti climatici. Riconosciamo tutti che il clima della Terra è in cambiamento e in fluttuazione praticamente costante, a livello locale, regionale e globale.

 

Quello che mettiamo in discussione è l’affermazione che le emissioni dei combustibili fossili abbiamo in qualche modo rimpiazzato il sole e le altre potenti forze naturali che hanno guidato i cambiamenti climatici – benefici, benigni, dannosi o anche enormemente distruttivi – che ci sono stati attraverso tutta la storia dell'uomo e della Terra.

 

Cambiamenti come gli almeno cinque periodi glaciali che hanno sepolto la maggior parte del Nord America, dell’Europa e dell’Asia sotto fiumi di ghiaccio alti chilometri, intercalati da periodi caldi che hanno sciolto quei ghiacciai immensi, periodi caldi al tempo dei romani e nel medioevo, una piccola era glaciale, la siccità lunga un secolo Anasazi-Maya, il periodo delle tempeste di sabbia, e molti altri cambiamenti climatici e metereologici, piccoli e grandi.

 

Il solito ritornello prevede che ExxonMobil abbia finanziato con un totale di qualche milione di dollari alcuni gruppi di scettici prima del 2007. Ma questo avveniva molti anni fa. Exxon venne spaventata dai gruppi di pressione allarmisti, e non diede più un centesimo ai realisti climatici, da allora. Di fatto, oggi la situazione si è completamente invertita.

 

Le grandi compagnie petrolifere ora danno almeno alcuni miliardi di dollari all’anno agli allarmisti climatici, per alimentare la narrazione dello stravolgimento da cambiamenti climatici antropici. Perché dovrebbero farlo? Vengono in mente due motivi.

 

In primo luogo, tipiche ragioni commerciali – quello che alcuni chiamerebbero avidità corporativa, o eliminazione della concorrenza attraverso la legge della giungla. Alimentare l’allarmismo climatico aiuta le compagnie petrolifere a mettere fuori gioco lo “sporco” carbone e posizionare il gas naturale come maggiormente “favorevole al clima”. Dopo tutto, le big del petrolio sono le stesse big del gas naturale.

 

La seconda ragione sono la reputazione e il “greenwashing” – ovvero il darsi una riverniciata “verde”, dipingendosi come più socialmente e ambientalmente “responsabili” attraverso il supporto a gruppi ambientalisti e la proposta di alternative “pulite” (o quantomeno “meno sporche”) al carbone “che distrugge il clima”.

 

Il principale canale che muove questi miliardi di dollari “verdi” ha un nome veramente parlante: l’Iniziativa Climatica del Petrolio e del Gas (OGCI). Se coloro che accusano gli scettici avessero ragione, le compagnie di petrolio e gas non potrebbero mai essere connesse logicamente o eticamente all’”iniziativa climatica”. Ma ecco qui la connessione, ed è decisamente grande. I membri dell’OGCI includono i seguenti nomi ben noti di big del petrolio:

 

British Petroleum (PB), Chevron, China National Petroleum Corporation (CNPC), Eni, Equinor, Exxon Mobil Corporation, Occidental Petroleum, PEMEX (Petróleos Mexicanos), PETROBRAS (Petroleo Brasileiro), Repsol, Royal Dutch Shell, Saudi Aramco, Total.

 

Complessivamente, queste big producono il 30% del petrolio e del gas naturale mondiale. Il loro sito OGCI comprende anche la presentazione degli amministratori delle big del petrolio, giusto per mostrare quanto queste compagnie siano seriamente e responsabilmente “verdi”. L’ultimo rapporto annuale include una lettera dell’amministratore delegato, che contiene questa gemma:

 

“Mentre la nostra ambizione cresce con la dimensione della sfida, non vediamo l’ora di lavorare fianco a fianco dei decisori politici, dei legislatori e di tutti coloro che sono coinvolti per aiutare a sviluppare le leve che possono accelerare economicamente e sostenibilmente il ritmo della transizione verso un modello a basso carbonio”.

 

Dovreste chiedervi se la loro lista di “coloro che sono coinvolti” includa le famiglie, le imprese e le comunità che capiscono quanto completamente dipendenti loro e tutte le società industrializzate siano dai combustibili fossili, in particolare il petrolio e il gas. Vi basta leggere questa lista e guardare questo piccolo video incluso.

 

Tornando al punto, consideriamo le sue origini. L’OGCI è stato lanciato nel 2014, poco dopo l’infausto scandalo energetico di Chesapeake, quando l’amministratore di questa azienda del gas di scisto venne sorpreso a elargire milioni di dollari al Sierra Club (gruppo ambientalista, NdVdE) perché sostenesse la guerra degli ambientalisti e dell’amministrazione Obama nella loro guerra al carbone. Ironicamente, persino i membri del club non volevano accettare quei soldi, dal momento che considerano tutti i combustibili fossili loro nemici – e dopo aver costretto il carbone alla sottomissione, il club iniziò a prendere di mira il gas naturale, la fonte principale di reddito di Chesapeake.

 

Quello che sembra essere successo è che le astutissime grandi compagnie petrolifere hanno creato la loro propria organizzazione “verde”. Contando su miliardi di dollari di finanziamento annuale, le grandi compagnie petrolifere (Big Oil) sono ora uno dei più grandi finanziatori dei maggiori gruppi ambientalisti (Big Green), senza contare i finanziamenti governativi (Big Government).

 

Inoltre, il Fondo per la Difesa Ambientale (EDF) è attivamente impegnato con Big Oil, attraverso il suo braccio EDF+Business. In particolare, EDF ha un enorme programma di riduzione del metano – la Sfida del Metano – che, in maniera nient’affatto sorprendente, coinvolge l'OGCI. Il programma si caratterizza principalmente grazie ai “Rapporti di sostenibilità” di diverse grandi società petrolifere. EDF sta perfino costruendo e lanciando il suo proprio satellite, astutamente chiamato MetanoSAT.

 

Chiaramente, EDF riceve un sacco di soldi per tutto questo. Sostiene di non ricevere denaro “direttamente" dalle compagnie petrolifere. I soldi arrivano da “filantropi” non meglio specificati. Naturalmente, da dove attingano i soldi questi filantropi è un’altra storia; potrebbero facilmente essere il risultato del riciclaggio di denaro sporco delle compagnie petrolifere. Un indizio importante è che l’OGCI non emette alcun rapporto finanziario, né pubblica alcuna informazione trasparente online sulle sue finanze.

 

L’emittente Space News in realtà ha indagato sul finanziamento di EDF – ma ha incontrato un muro invalicabile. Ecco il suo rapporto:

 

“Tuttavia, EDF ci ha dato pochi dettagli riguardo a quanto costerà MetanoSAT o a come verrà finanziato. Il progetto ha ricevuto lo scorso anno una sovvenzione da una nuova iniziativa chiamata Il Progetto Audace, ma l'entità del premio non è stata resa nota. Un portavoce di EDF non ha risposto a un’indagine sullo stato finanziario del progetto”.

 

Avere EDF dalla sua parte è certamente un bel vantaggio per Big Oil. Ma qui c’è molta ipocrisia – da parte di entrambi.

 

In ogni caso, è chiaro che le big petrolifere stanno spendendo almeno un miliardo sul verde, che vuol dire un sacco di verde. (Il freddo contante, sotto forma di bigliettoni americani, è chiaramente il nuovo Big Green). Non esiste alcuna prova che gli scettici climatici stiano ricevendo alcunché. Ma se qualcuno di loro ne sta ricevendo, si tratta di somme minuscole a confronto. Nel frattempo l’OGCI e Big Green ricevono miliardi e EDF forse molti milioni.

 

Un’altro aspetto notevolmente ironico è che la presunta alternativa ai combustibili fossili - che sono abbondanti, affidabili, economici e tengono in piedi la civiltà - sono le fonti presunte “pulite, verdi, rinnovabili, sostenibili, responsabili”: il vento, il sole e l’energia da combustibili vegetali (gli ambientalisti duri e puri non approvano nemmeno il nucleare né l’idroelettrico).

 

Queste presunte “alternative” richiedono quantità inconcepibilmente vaste di terra – non solo per le turbine eoliche, i pannelli solari, le batterie di riserva e le fattorie di produzione del combustibile vegetale, ma anche per estrarre e processare i miliardi di tonnellate di acciaio, rame, terre rare, litio, cadmio, pietre calcaree e altro materiale necessario per produrre le turbine, i pannelli, le batterie, le linee di trasmissione, i trattori, i camion e altre infrastrutture “sostenibili”.

 

Tutte queste estrazioni, lavorazioni, produzioni e trasporti richiedono combustibili fossili. E i combustibili vegetali, quando vengono bruciati, emettono anidride carbonica nella stessa misura del carbone, del petrolio e del gas naturale.

 

Una cosa ancora più inquietante è che una grande quantità di questi materiali grezzi viene prodotta con lavoro schiavista e minorile, in condizioni di salute, sicurezza e rispetto ambientale tali che Upton Sinclair e gli altri riformatori dell’inizio del secolo scorso a confronto avrebbero pensato che i lavoratori del loro tempo vivessero in paradiso (qui un esempio, NdVdE).

 

Parlando di scetticismo, la semplice verità è che circa metà degli americani non crede all’allarmismo climatico, su su fino al Presidente. Ma nessuno paga per questo scetticismo diffuso. Per quanto riguarda le big del petrolio, loro versano un sacco di soldi a Big Green e alle iniziative climatiche verdi. I conservatori e i gruppi di realisti climatici hanno think tank che riescono a trovare qualche fondo, ma questi non vengono dalle big del petrolio.

 

Il fatto che Big Oil sia responsabile dello scetticismo fa parte del mondo di fantasia degli allarmisti climatici.

 

David Wojick è un analista indipendente specializzato in scienza, logica e diritti umani nella politica pubblica, ed è autore di numerosi articoli su questi argomenti.

 

 

07/05/19

Escobar - Le nuove Vie della Seta convergono verso un’Eurasia allargata

La Russia è pronta a spingere per l'integrazione economica con altre regioni asiatiche in sintonia con l'iniziativa Belt and Road della Cina. Ce lo spiega l'analista ed esperto in affari asiatici Pepe Escobar aprendo una prospettiva su scenari pressoché sconosciuti in Occidente: i nuovi equilibri geopolitici tra Cina e Russia, che si pongono in aperta alternativa all'assetto strategico, ideologico e culturale attuale finora dominato dalle potenze occidentali. Uno scenario certamente da tenere d'occhio da vicino, soprattutto mentre l'ormai inevitabile crisi dell'impero americano, delle ideologie tradizionali materialiste, e lo sfacelo morale e politico dell'Unione Europea sono ormai sotto gli occhi di tutti.

 

 

Di Pepe Escobar, 12/15/2018

 

Il concetto di Eurasia allargata è da diversi anni oggetto di discussione ai più alti livelli del mondo accademico e della politica russa. Alcuni mesi fa questa linea diplomatica è stata discussa nel Consiglio dei Ministri russo e sembra destinata a essere certificata, senza fanfare, come la principale linea guida della politica estera russa per il prossimo futuro.

 

Il presidente Putin si è impegnato incondizionatamente affinché abbia successo. Già al Forum economico internazionale di San Pietroburgo nel 2016, Putin ha fatto riferimento a un’emergente "partnership eurasiatica”.

 

Ho avuto il privilegio di avere eccellenti scambi personali a Mosca con alcuni dei principali analisti e politici russi coinvolti nell'avanzamento della Grande Eurasia.

 

Tra questi, tre in particolare: Yaroslav Lissovolik, direttore del programma del Club di Valdai e esperto in politica ed economia del Global South; Glenn Diesen, autore della fondamentale Strategia geoeconomica della Russia per una grande Eurasia; e il leggendario professor Sergey Karaganov, decano della Facoltà di Economia Mondiale e Affari Internazionali presso la Scuola Superiore di Economia dell'Università Nazionale di Ricerca e presidente onorario del Presidium del Consiglio per la politica estera e di difesa, che mi ha ricevuto nel suo ufficio per una conversazione non ufficiale.

 

Il quadro per la Grande Eurasia è stato analizzato in dettaglio dall'indispensabile Club di discussione Valdai, in particolare durante Rediscovering the Identity, la sesta parte di una serie intitolata Toward the Great Ocean, pubblicata lo scorso settembre, redatta da un accademico esperto di estremo oriente, moderata da Leonid Blyakher della Pacific National University di Khabarovsk e coordinata da Karaganov, direttore del progetto.

 

Il cuore concettuale della Grande Eurasia è la svolta a est della Russia, o svolta verso l’Asia, in quanto sede dei mercati economici e tecnologici del futuro. Ciò implica che l’Eurasia allargata proceda in simbiosi con le nuove Vie della Seta cinesi, la Belt and Road Initiative (BRI). Tuttavia, questa fase avanzata del partenariato strategico Russia-Cina non significa necessariamente che Mosca trascurerà la miriade di stretti legami che ha con l'Europa.

 

Gli esperti russi di Estremo Oriente sono molto consapevoli dell’'"eurocentrismo di una parte considerevole delle élite russe". Pressoché tutto il sostrato economico, demografico e ideologico della Russia è stato strettamente intrecciato con l'Europa per tre secoli. È indubbio che la Russia si sia ispirata all'alta cultura europea e al suo sistema di organizzazione militare. Ma ora, sostengono, in quanto grande potenza eurasiatica, è giunto il momento di trarre profitto da "una fusione originale e autosufficiente di molte civiltà"; la Russia non solo come snodo commerciale e di collegamento, ma come "ponte di civiltà".

 

 

L’eredità di Gengis Khan

 

Ciò che le mie conversazioni, in particolare con Lissovolik, Diesen e Karaganov, hanno rivelato è qualcosa di assolutamente rivoluzionario - e praticamente ignoto in tutto l'Occidente; la Russia punta a stabilire un nuovo paradigma non solo in geopolitica e geoeconomia, ma anche a livello culturale e ideologico.

 

Le condizioni sono certamente mature per questo. L'Asia nord-orientale si trova in un vuoto di potere. La priorità dell'amministrazione Trump - così come la strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti - è il mero contenimento della Cina. Così, sia il Giappone che la Corea del Sud, lentamente ma inesorabilmente, si stanno avvicinando alla Russia.

 

L’approccio culturale degli analisti della Grande Eurasia, ripercorrendo il passato della Russia, potrebbe non risultare comprensibile in Occidente. 'Verso il Grande Oceano', il rapporto di Valdai supervisionato da Karaganov, sottolinea l'influenza di Bisanzio, che "preservò la cultura classica e la combinò con il meglio della cultura orientale in un momento in cui,  nel Medioevo, l'Europa stava affondando". Fu Bisanzio ad ispirare la Russia ad adottare il cristianesimo ortodosso.

 

Sottolinea anche il ruolo dei mongoli sul sistema politico russo. "Le tradizioni politiche della maggior parte dei paesi asiatici si basano sull'eredità dei mongoli. Sia la Russia che la Cina affondano le radici nell'impero di Gengis Khan".

 

Se l'attuale sistema politico russo può essere considerato autoritario - o, come sostenuto a Parigi e Berlino, un esempio di "illiberalismo" - i principali accademici russi sostengono che un'economia di mercato protetta da una potenza militare snella ed essenziale funziona in modo più efficiente rispetto alle democrazie liberali occidentali, oggi profondamente in crisi.

 

Mentre la Cina si volge verso occidente in molteplici forme, la Grande Eurasia e la Belt and Road sono destinate a fondersi. L'Eurasia è attraversata da imponenti catene montuose come il Pamir e deserti come il Taklamakan e il Karakum. La migliore rotta via terra passa dalla Russia o attraverso il Kazakistan verso la Russia. In termini cruciali di soft power, il russo rimane la lingua franca in Mongolia, Asia centrale e Caucaso.

 

E questo ci porta alla massima importanza di una ferrovia transiberiana potenziata - l'attuale nucleo di connettività dell'Eurasia. Parallelamente, i sistemi di trasporto degli "stan" dell'Asia centrale sono strettamente integrati con la rete stradale russa; e tutto ciò è destinato a essere migliorato nel prossimo futuro con la ferrovia ad alta velocità costruita dai cinesi.

 

Anche l'Iran e la Turchia stanno sviluppando le loro proprie versioni di svolta asiatica. All'inizio dello scorso dicembre è stato approvato un accordo di libero scambio tra l'Iran e l'Eurasia Economic Union (EAEU). L'Iran e l'India sono anche intenzionate a stipulare un accordo di libero scambio. L'Iran è un grande attore nel Corridoio di trasporto internazionale Nord-Sud (INSTC), che è essenziale per favorire una più stretta integrazione economica tra Russia e India.

 

Il Mar Caspio, dopo un recente accordo tra i suoi cinque stati costieri, sta riemergendo come importante centro commerciale dell'Eurasia centrale. Russia e Iran sono impegnati in un progetto congiunto per la costruzione di un gasdotto in India.

 

Il Kazakistan mostra come la Grande Eurasia e la BRI siano complementari; Astana è membro sia di BRI che di EAEU. Lo stesso vale per la regione di Vladivostok, che rappresenta il varco all'Eurasia per la Corea del Sud e il Giappone, nonché per il punto di ingresso della Russia nel Nordest asiatico.

 

In definitiva, l'obiettivo regionale della Russia è quello di collegare le province settentrionali della Cina con l'Eurasia attraverso la Transiberiana e la Ferrovia orientale cinese - con una completa interconnessione tra Chita in Cina e Khabarovsk in Russia.

 

E in questo contesto, Mosca punta a massimizzare il rendimento sui gioielli della corona dell'Estremo Oriente russo; agricoltura, risorse idriche, minerali, legname, petrolio e gas. La costruzione di impianti di gas naturale liquefatto (GNL) a Yamal avvantaggia ampiamente la Cina, il Giappone e la Corea del Sud.

 

 

Lo spirito comunitario

 

L'eurasiatismo, inizialmente concepito all'inizio del XX secolo dal geografo PN Savitsky, il geopolitico GV Vernadsky e lo storico culturale VN Ilyn, tra gli altri, considerava la cultura russa come una combinazione unica e complessa di oriente e occidente, e il popolo russo come appartenente a "una comunità eurasiatica totalmente originale".

 

Questo sicuramente è un concetto ancora attuale. Ma come sostengono gli analisti del Club Valdai, il nuovo concetto di Eurasia allargata "non è una chiusura all'Europa o all'Occidente", ma si propone di includere almeno una parte significativa dell'UE.

 

La leadership cinese descrive la BRI non solo come una serie di corridoi di scambio, ma anche come una "comunità". I russi usano un termine simile applicato alla Grande Eurasia; Sobornost ("spirito comunitario").

 

Come ha sottolineato costantemente Alexander Lukin della Higher School of Economics ed esperto dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), ultimamente anche nel suo libro Cina e Russia: Il nuovo ravvicinamento, tutto questo riguarda l'interconnessione tra Eurasia, BRI, EAEU, SCO, INSTC, BRICS, BRICS Plus e ASEAN.

 

Gli intellettuali russi di spicco - dal Valdai Club alla Higher School of Economics - così come i migliori analisti cinesi, sono in sincronia. Lo stesso Karaganov ribadisce costantemente che il concetto di Grande Eurasia deriva, "congiuntamente e ufficialmente", dal partenariato Russia-Cina; "Uno spazio comune per la cooperazione economica, logistica e informativa, la pace e la sicurezza da Shanghai a Lisbona e da Nuova Delhi a Murmansk".

 

Il concetto di Eurasia allargata è, ovviamente, ancora in embrione. Ciò che hanno rivelato le mie conversazioni a Mosca è la sua straordinaria ambizione; posizionare la Russia come un crocevia geoeconomico e geopolitico chiave che colleghi i sistemi economici dell'Eurasia settentrionale, dell’Asia centrale e sud-occidentale.

 

Come osserva Diesen, la Russia e la Cina sono inevitabilmente diventate alleate a causa del loro "obiettivo condiviso di ristrutturare le catene del valore globali e sviluppare un mondo multipolare". Non c'è da meravigliarsi se la spinta di Pechino a sviluppare piattaforme tecnologiche nazionali all'avanguardia sta provocando così tanta agitazione a Washington. E in termini di quadro generale, è perfettamente logico che la BRI sia armonizzata con la spinta alla connettività economica della Russia per la Grande Eurasia.

 

Tutto ciò è irreversibile. I cani da guardia del contenimento, delle sanzioni e persino della guerra possono agitarsi quanto vogliono, ma la spinta all’integrazione dell'Eurasia continuerà ad andare avanti.

05/05/19

Crolla l'invenzione del governo di Macron sull'attacco dei gilet gialli all'ospedale di Parigi

La riflessione sull'importanza e le responsabilità dei giornalisti che abbiamo seguito in questi giorni si arricchisce di un nuovo capitolo: i grandi media hanno seguito pedissequamente la versione governativa francese su un episodio in realtà provocato dalla violenza della polizia e completamente stravolto nella narrazione ufficiale per denigrare i gilet gialli. Già il giorno dopo la verità è stata portata alla luce, grazie anche al ruolo fondamentale dei social media. E dunque, chi è che diffonde le cosiddette fake news? I social oppure i governi e i media che si fanno loro portavoce? Dal sito World Socialist Web Site.

 

di Will Morrow, 4 maggio 2019

 

 

Sono bastate meno di 24 ore per far crollare come un castello di carte la storia inventata dal governo Macron sui manifestanti in gilet giallo che il Primo Maggio avrebbero attaccato l'ospedale Pitié-Salpêtrière a Parigi. È venuto alla luce che non è stata altro che un'ulteriore menzogna per presentare come rivolta criminale la protesta contro le disuguaglianze sociali e sostenere la messa in atto da parte di Macron di uno stato di polizia francese contro la classe operaia.

 

I fatti in questione sono avvenuti poco dopo le 16 di mercoledì (Primo Maggio, ndt), sul Boulevard de l'Hôpital, nel 13° arrondissement di Parigi. La strada era affollata di migliaia di manifestanti, solo una parte delle oltre 40.000 persone che quel giorno manifestavano in città, quando la polizia in assetto antisommossa ha sparato gas lacrimogeni sulla folla fittamente ammassata e ha scatenato un'ondata di panico.

 

Un giornalista del quotidiano conservatore Le Figaro, Wladimir Garcin-Berson, presente alla scena, ha twittato che c'era stata "un'ondata di gas lacrimogeno, l'aria è diventata irrespirabile". I video pubblicati successivamente sui social mostrano i manifestanti in fuga dal gas soffocante mentre forzano il cancello di ferro del complesso ospedaliero. Diverse decine di persone hanno cercato rifugio all'interno di uno degli edifici dell'ospedale, ma sono state respinte dal personale e in seguito arrestate.

 

Nel giro di poche ore, l'incidente è stato trasformato, nelle parole del ministro dell'Interno francese Christophe Castaner, in un "attacco" all'ospedale da parte di rivoltosi. In una conferenza stampa tenuta mercoledì sera (Primo Maggio, ndt), in cui ha cercato di confondere le proteste di massa con i piccoli gruppi di anarchici black bloc, Castaner ha dichiarato che "la gente ha attaccato un ospedale. Le infermiere sono state costrette a difendere l'area del Pronto Soccorso. Le nostre forze di polizia sono immediatamente intervenute per difendere il Pronto Soccorso".

 

Un'ora dopo, Castaner ha twittato: "Qui a Pitié-Salpêtrière, è stato attaccato un ospedale. Il personale sanitario è stato aggredito. E un poliziotto inviato per proteggerli è stato ferito". Il tweet era accompagnato da immagini sia al grandangolo sia ravvicinate di un risoluto Castaner che stringe la mano alla polizia in assetto antisommossa e cammina attraverso il reparto ospedaliero a fianco del personale sanitario.

 

[caption id="attachment_17710" align="alignnone" width="640"] La foto twittata dal ministro degli Interni Castaner mercoledì notte.[/caption]

 

Il ministro della Solidarietà e della Salute di Macron, Agnès Buzyn, ha definito l'evento "inqualificabile" e "indegno".

 

"Forse c'erano persone che cercavano rifugio e altri che volevano rubare", ha dichiarato, senza fornire alcuna prova di quest'ultima affermazione. Come per enfatizzare il presunto desiderio di sangue dei manifestanti, è quindi emersa la notizia che un agente di polizia era ricoverato nello stesso momento in quello stesso ospedale per un incidente, suggerendo così che lui o lei avrebbe potuto essere l'obiettivo di un attacco di rappresaglia organizzato.

 

I media in Francia e all'estero hanno immediatamente ripetuto e amplificato le bugie del governo Macron.

 

L'edizione francese di The Local ha pubblicato una relazione intitolata: "'Inqualificabile': perché dozzine di manifestanti hanno fatto irruzione in un ospedale di Parigi durante le manifestazioni del 1° maggio?". Il Sun, di proprietà di Murdoch, in Gran Bretagna ha riportato "PERICOLO DI MORTE: furia a Parigi, manifestanti in gilet giallo irrompono nell'ospedale dove morì la principessa Diana." Le Figaro ha dichiarato che "dozzine di 'black bloc'" avevano fatto irruzione nell'ospedale.

 

L'esempio migliore del ruolo dei media come portavoce della propaganda di stato è dato dal canale di informazione pubblico France Info. Il suo servizio, intitolato "Intrusione al Pitié-Salpêtrière: "La discussione non era possibile ", racconta la direttrice dell'ospedale" mostrava la foto di un uomo incappucciato che attacca un cancello con un palo di metallo.

 

[caption id="attachment_17711" align="alignnone" width="640"] Foto pubblicata da France Info[/caption]

 

A poche ore dalla pubblicazione dell'articolo, il fotografo che ha scattato la foto, Geoffrey VdH, ha dichiarato in un tweet che la foto era stata scattata lo stesso giorno, ma in un luogo completamente diverso, fuori dalla sede centrale della polizia di Parigi.

 

France Info successivamente ha rimosso la foto e l'ha sostituita con l'immagine di un uomo che brandisce minacciosamente un martello fuori dall'ospedale, davanti a un edificio diverso da quello dove si è verificato l'incidente.

 

[caption id="attachment_17708" align="alignnone" width="640"] L'immagine aggiornata pubblicata da France Info[/caption]

 

Come documentato dalla rubrica "CheckNews" di Liberation, l'immagine è stata tagliata in basso per far sparire dozzine di "gilet gialli" che inveivano contro l'individuo armato di martello, dicendogli che non avrebbero permesso una simile provocazione. La foto originale era stata pubblicata da Le Parisien lo stesso giorno.

 

[caption id="attachment_17709" align="alignnone" width="640"] L'immagine originale pubblicata su Le Parisien[/caption]

Le menzogne del governo Macron sono crollate davvero e completamente giovedì, con la pubblicazione di numerosi video dell'incidente sui social media. Un video girato da uno dei lavoratori dell'ospedale mostra un gruppo di manifestanti che scappano da una squadra di polizia antisommossa lungo una via d'accesso all'ospedale, salendo la scalinata verso l'ingresso di un edificio e fermandosi al ripiano superiore, evidentemente terrorizzati dall'attacco della polizia. Il personale li informa che si tratta di un'area di Pronto Soccorso  che ospita pazienti e si rifiuta di lasciarli entrare. Si possono sentire gli operatori dell'ospedale che parlano tra di loro all'interno dell'edificio. "Sono spaventati, hanno solo paura", dice uno, a cui un altro risponde: "Sì, loro [la polizia] li ha inseguiti". Un altro afferma: "Non sapevano [che era il Pronto Soccorso], stavano solo cercando una via di fuga". I lavoratori dell'ospedale hanno anche rilasciato interviste in cui smentiscono categoricamente di essere mai stati minacciati.

 

L'intero incidente nel video si conclude in pochi minuti. La polizia arriva e arresta i manifestanti senza alcuno scontro. Con il crollo della menzogna del governo, tutti e 32 sono stati rilasciati ieri: la maggior parte di loro, secondo quanto è stato riferito, sarebbero ragazzi, studenti universitari.

 

Castaner ha controbattuto con rabbia a tutti quelli che lo hanno accusato di avere mentito, dichiarando assurdamente che potrebbe avere "sbagliato parola" e che non avrebbe dovuto usare il termine "attacco". Da molteplici parti sono state richieste le sue dimissioni.

 

La questione sottolinea una realtà politica essenziale. Il governo Macron, come le sue controparti a livello internazionale, guidate dal Partito Democratico negli Stati Uniti, utilizza la bandiera della lotta alle "fake news" per censurare internet e i social media e impedire ai lavoratori di accedere a fonti di informazione alternative che sfuggono al controllo del governo e delle grandi aziende. Ma chi diffonde fake news, in realtà, è il governo e i suoi portavoce nei grandi media.

 

Le menzogne del governo Macron su un inesistente attacco ospedaliero hanno uno scopo ben preciso: diffamare l'opposizione di sinistra al governo come criminale e moralmente riprovevole e giustificare il continuo scatenarsi della violenza dello stato di polizia contro la classe operaia.

 

A febbraio, un oscuro confronto verbale tra un "gilet giallo" e un opinionista ebreo di destra e sionista, Alain Finkielkraut, è stato usato allo stesso modo per diffamare l'intero movimento dei "gilet gialli" come antisemita.

 

La polizia è stata filmata mentre saccheggiava i negozi durante i violenti scontri sugli Champs-Élysées di marzo, a cui Macron ha reagito incolpando di tutti i saccheggi i "gilet gialli" e vietando le proteste sul viale. Il governo quindi ha dispiegato i soldati della missione anti-terrorismo Operazione Sentinella schierandoli contro i "gilet gialli", con l'autorizzazione a sparare.

 

Lo smascheramento di questa menzogna sfacciata su un "attacco" alla Pitié-Salpêtrière scredita i grandi media che hanno diffuso la storia, ma non solo: tutte le accuse infondate del governo Macron hanno giustificato l'intensificazione della repressione contro i "gilet gialli".

03/05/19

L'arresto di Assange è un avvertimento della storia

Il giornalista investigativo australiano John Pilger, vincitore  di diversi premi e appassionato sostenitore di Julian Assange nella sua coraggiosa battaglia per la verità, ci ricorda in questo articolo pubblicato poco dopo l'arresto di Assange a Londra quale è il vero significato del giornalismo e quale importante ruolo gioca nel mantenimento della democrazia: scongiurare la "vuota sottomissione" del popolo facendogli conoscere la verità, anche e soprattutto quando mette in discussione il potere. Il ruolo del giornalista richiede questo tipo di coraggio, non comune nel contesto di oggi in cui giornalisti di fama giustificano il fatto di filtrare le notizie scomode o scioccanti per evitare "ostracismi o strumentalizzazioni"

 

 

di John Pilger, 13 aprile 2019

 

L'immagine di Julian Assange trascinato fuori dall'ambasciata ecuadoriana a Londra è un emblema dei tempi. Il potere contro il diritto. La forza contro la legge. L'indecenza contro il coraggio. Sei poliziotti hanno malmenato un giornalista malato, con gli occhi che si contraevano alla prima luce naturale dopo quasi sette anni.

 

Che questo oltraggio si sia verificato nel cuore di Londra, nella terra della Magna Carta, dovrebbe far vergognare e arrabbiare tutti quelli che temono per la "democrazia". Assange è un rifugiato politico protetto dal diritto internazionale, che gode del diritto di asilo secondo una precisa convenzione di cui la Gran Bretagna è firmataria. Le Nazioni Unite lo hanno chiarito nella sentenza del loro Working Group sulla detenzione arbitraria.

 

Ma al diavolo. Che i criminali vadano avanti. Diretta dai semi-fascisti della Washington di Trump, in combutta con l'ecuadoriano Lenin Moreno, un Giuda latinoamericano bugiardo che cerca di nascondere il suo regime marcio, l'élite britannica ha abbandonato il suo ultimo mito imperiale: quello dell'equità e della giustizia.

 

Immaginate Tony Blair trascinato fuori dalla sua casa da diversi milioni di sterline in Connaught Square, a Londra, in manette, pronto per la spedizione all'Aia. Secondo le regole di Norimberga, il "massimo crimine" di Blair è la morte di un milione di iracheni. Il crimine di Assange è il giornalismo: chiamare in causa i responsabili, esporre le loro bugie ed emancipare il popolo in tutto il mondo attraverso la verità.

 

L'arresto scioccante di Assange porta con sé un avvertimento per tutti coloro che, come scrisse Oscar Wilde, "seminano il seme del malcontento [senza il quale] non ci sarebbe alcun progresso verso la civiltà". L'avvertimento è esplicito nei confronti dei giornalisti. Quello che è successo al fondatore ed editore di WikiLeaks può capitare a voi su un giornale, in uno studio televisivo, alla radio, quando fate un podcast.

 

Il principale persecutore mediatico di Assange, il Guardian, un collaboratore dello stato segreto, questa settimana ha dimostrato il suo nervosismo con un editoriale che ha raggiunto vette finora inviolate di subdola astuzia. Il Guardian ha sfruttato il lavoro di Assange e WikiLeaks in quello che il suo precedente direttore chiamava "il più grande scoop degli ultimi 30 anni". Il giornale ha decantato le rivelazioni di WikiLeaks e ha rivendicato i riconoscimenti e le ricchezze che gliene sono derivate.

 

Senza che un solo penny sia andato a Julian Assange o a WikiLeaks, un libro pubblicato dal Guardian ha portato poi a un fruttoso film di Hollywood. Gli autori del libro, Luke Harding e David Leigh, hanno abusato della loro fonte rivelando la password segreta che Assange aveva dato in confidenza al giornale, il quale avrebbe dovuto proteggere un file digitale contenente documenti trapelati dell'ambasciata USA.

 

Mentre Assange era intrappolato nell'ambasciata ecuadoriana, Harding ha raggiunto la polizia che stava là fuori e ha gongolato sul suo blog, dicendo che "Scotland Yard potrebbe essere quello che ride per ultimo". Da allora il Guardian ha pubblicato una serie di falsità su Assange, non ultimo una dichiarazione poi smentita che un gruppo di russi e l'uomo di Trump, Paul Manafort, avevano fatto visita ad Assange nell'ambasciata. Gli incontri non sono mai avvenuti; era falso.

 

Il tono ora è cambiato. "Il caso Assange è una intricata questione morale", commenta il giornale. "Lui (Assange) crede nella pubblicazione di cose che non si dovrebbero pubblicare... Ma ha sempre gettato luce su cose che non avrebbero mai dovuto essere nascoste".

 

Queste "cose" sono la verità sul sistema omicida con cui l'America conduce le sue guerre coloniali, le menzogne ​​del Foreign Office britannico sulla privazione dei diritti delle persone vulnerabili, come gli Chagos Islanders, l'esposizione di Hillary Clinton come sostenitrice e beneficiaria dello Jihadismo in Medio Oriente, la descrizione dettagliata da parte degli ambasciatori americani su come riuscire a rovesciare i governi in Siria e in Venezuela, e molto altro ancora. È tutto disponibile sul sito WikiLeaks.

 

Il Guardian è comprensibilmente nervoso. La polizia segreta ha già visitato il giornale e ha chiesto e ottenuto la distruzione rituale di un disco rigido. Su questo, il giornale ha il documento della richiesta. Nel 1983, un funzionario del Foreign Office, Sarah Tisdall, fece trapelare alcuni documenti del governo britannico che mostravano quando sarebbero arrivate in Europa le armi nucleari Cruise americane. Il Guardian fu inondato di elogi.

 

Quando un'ingiunzione del tribunale chiese di conoscere la fonte, non è stato il direttore a farsi arrestare in nome del fondamentale principio di proteggere la sua fonte, ma la Tisdall è stata tradita, perseguita e ha scontato sei mesi in carcere.

 

Se Assange viene estradato in America per aver pubblicato ciò che il Guardian definisce "cose" veritiere, cosa impedisce che lo segua l'attuale direttore, Katherine Viner,  o il precedente direttore, Alan Rusbridger, o il prolifico propagandista Luke Harding?

 

Che cosa deve impedire [che lo seguano] i direttori del New York Times e del Washington Post, che hanno anche loro pubblicato pezzi di quella verità che ha avuto origine da WikiLeaks, e il direttore di El Pais in Spagna, e Der Spiegel in Germania e del Sydney Morning Herald in Australia. L'elenco è lungo.

 

David McCraw, legale del New York Times, ha scritto: "Penso che l'azione penale [contro Assange] sarebbe un pessimo precedente per gli editori... a quanto posso capire, egli si trova in qualche modo nella stessa posizione di un editore classico e sarebbe molto difficile da un punto di vista legale distinguere tra il New York Times e WikiLeaks".

 

Anche se i giornalisti che hanno pubblicato i documenti trapelati da WikiLeaks non sono stati convocati da un gran giurì americano, l'intimidazione di Julian Assange e Chelsea Manning sarà sufficiente. Il vero giornalismo viene criminalizzato da delinquenti alla luce del sole. Il dissenso è diventato una debolezza.

 

In Australia, l'attuale governo filo-americano sta perseguendo due informatori che hanno rivelato che delle spie di Canberra hanno installato microspie nella sala delle riunioni del nuovo governo di Timor Est, con il preciso scopo di sottrarre con l'inganno alla piccola e povera nazione la sua giusta quota di petrolio e le risorse di gas nel mare di Timor. Il loro processo si terrà in segreto. Il primo ministro australiano, Scott Morrison, è tristemente famoso per aver contribuito alla creazione di campi di concentramento per rifugiati nelle isole del Pacifico di Nauru e Manus, dove i bambini si feriscono e si suicidano. Nel 2014, Morrison ha proposto campi di detenzione di massa per 30.000 persone.

 

Il vero giornalismo è il nemico di queste disgrazie. Una decina di anni fa, il ministero della Difesa a Londra ha prodotto un documento segreto che descriveva le tre "principali minacce" all'ordine pubblico: terroristi, spie russe e giornalisti investigativi. Questi ultimi erano considerati la minaccia più grave.

 

Il documento è stato debitamente divulgato da WikiLeaks, che lo ha pubblicato. "Non avevamo scelta", mi ha detto Assange. "È molto semplice: le persone hanno il diritto di sapere e il diritto di mettere in discussione e sfidare il potere: questa è la vera democrazia".

 

Cosa succederebbe se Assange e Manning ed altri sull'onda - se ce ne fossero altri - fossero messi a tacere e "il diritto di conoscere, mettere in discussione e sfidare" fosse eliminato?

 

Negli anni '70 incontrai Leni Reifenstahl, intima amica di Adolf Hitler, i cui film contribuirono a lanciare l'incantesimo nazista sulla Germania.

 

Mi disse che il messaggio nei suoi film, la propaganda, non dipendeva da "ordini dall'alto", ma da quello che lei chiamava la "vuota sottomissione" del pubblico.

 

"Questa vuota sottomissione include la borghesia liberale e istruita?" le chiesi.

 

"Certamente," disse lei, "specialmente l'intellighenzia... Quando le persone non si pongono più domande serie, diventano sottomesse e malleabili. Tutto può succedere."

 

Ed è successo.

 

Il resto, avrebbe potuto aggiungere, è storia.

 

 

01/05/19

Le Figaro - Come l’euro ha condotto la Francia all’impasse

Il celebre quotidiano francese Le Figaro dà voce a un commento critico sull’euro e l’Unione europea. A vent’anni dalla sua creazione, l’euro non è l’unico problema, ma simboleggia perfettamente ciò che non funziona della cosiddetta “integrazione” europea: l’imposizione di uno standard unico a paesi con storie e caratteristiche profondamente eterogenee nella struttura economica, con tassi di inflazione divergenti ed esigenze sociali diverse. Uno standard che, ovviamente, si conforma ad alcuni meglio che ad altri, e che agli eterni inadeguati – tra i quali la Francia deve ormai riconoscersi a pieno titolo – può solo additare il supremo credo dell’ideologia neoliberale: “Bisogna adattarsi”.

 

 

di David Caylam 29 aprile 2019

 

Lo scorso febbraio un istituto di ricerca tedesco d’ispirazione ordoliberale, il Centro per le politiche europee (CEP), ha festeggiato a proprio modo i vent’anni dall’istituzione della moneta unica pubblicando uno studio che mostrava come, dopo vent’anni di esistenza, l’euro abbia avuto effetti contrastanti. Se per alcuni paesi, tra cui la Germania e i Paesi Bassi, l’Unione Monetaria si è tradotta in un guadagno pro-capite stimato in oltre 20.000 euro nel periodo 1999-2007, per altri si è tradotta in una perdita, e le perdite accumulate sono apparse considerevoli, ovvero circa 56.000 euro a testa in Francia e 73.600 euro a testa in Italia.

 

Dunque la moneta unica non ha avuto gli stessi esiti per tutti i paesi. Il rapporto annuale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) sugli squilibri esterni ha sottolineato anche come, per diversi anni, il tasso di cambio dell’euro sia stato sopravvalutato per alcuni paesi come la Francia e l’Italia (e questo ha influito [negativamente] sulla loro competitività), e sia stato invece ampiamente sottovalutato (di circa il 20%) per la Germania, rappresentando così per essa un vantaggio decisivo, che spiega anche il suo enorme surplus estero.

 

In vent’anni l’economia europea si è trasformata profondamente

 

Perché una stessa moneta dovrebbe produrre effetti così diversi da un paese all’altro? La Francia è dunque inadatta all’euro? E se sì, per quale ragione?

 

Certo, possiamo sempre mettere in discussione l’attendibilità di questi studi, e specialmente del primo dei due, la cui metodologia è in realtà discutibile. La cosa fondamentale, però, è che ridurre gli squilibri economici europei alla sola questione monetaria rischia di far dimenticare le numerose trasformazioni istituzionali che hanno interessato in profondità l’economia europea nel corso degli ultimi decenni.

 

Dalla fine degli anni ’90 la creazione del mercato unico, la liberalizzazione dei precedenti monopoli pubblici, il rafforzamento delle politiche di austerità, la crescente finanziarizzazione dell’economia, la riforma della politica agricola comune, la messa in opera generalizzata di un sistema di mercato concorrenziale controllato dalla Commissione, la firma di un gran numero di trattati di libero scambio e, soprattutto, gli ampliamenti dell’Unione europea nel 2004 e nel 2007 verso i paesi dell’Europa centrale e orientale, portati all’interno dello spazio economico europeo, hanno contribuito a intensificare il dumping sociale. Per questo l’Unione europea del 2019 in realtà non ha più molto a che vedere con quella di vent’anni fa. Tutto è stato cambiato nell’economia europea, non solo la moneta.

 

A rigor di logica non possiamo dunque ritenere la moneta unica come l’unica causa degli squilibri economici attuali. Inoltre, quando guardiamo le dinamiche industriali europee nel corso degli ultimi vent’anni, come ho già fatto in uno studio recentemente pubblicato, possiamo constatare che l’appartenenza all’eurozona non è un criterio determinante. I paesi europei periferici che si situano al di fuori dell’eurozona, come il Regno Unito e la Svezia, si sono de-industrializzati allo stesso ritmo dei paesi che hanno adottato l’euro e che si situano nelle stesse aree geografiche, come la Francia la Finlandia. Allo stesso modo, i paesi centrali hanno attirato investimenti industriali sia che appartenessero all’eurozona (Germania e Austria) che no (Polonia e Repubblica Ceca).

 



 

La creazione della moneta unica rappresenta solo una delle molte riforme che hanno contribuito a trasformare l’economia europea. Sebbene si tratti della più emblematica e ambiziosa di tutte le riforme, ha anche svolto un effetto parafulmine attirando tutte le critiche e mascherando la logica d’insieme attorno alla quale è ormai organizzata l’economia europea.

 

Un nuovo sistema economico europeo

 

Qual è, esattamente, questa logica d’insieme? Tra il 1986 e il 2012, l’economia dell’Unione europea è stata completamente ricostruita attorno a sei trattati.

 

L’atto unico del 1986, che stabiliva i principi del mercato unico, il trattato di Maastricht del 1992, che ha gettato le basi per l’euro e le sue caratteristiche principali, poi il trattato di Amsterdam del 1997, che perpetuava e rafforzava i vincoli di bilancio previsti da Maastricht, il trattato di Nizza del 2001, che ha riorganizzato le istituzioni europee in vista di un ampliamento, il trattato di Lisbona del 2007, che ha ripreso i punti essenziali del trattato costituzionale europeo che era stato respinto due anni prima, e che ha riscritto e precisato tutti i trattati precedenti, e infine il Fiscal Compact del 2012, che rafforzava i vincoli di bilancio a cui gli Stati sono chiamati a sottoporsi. Questi sei trattati hanno stabilito un’architettura economica volta a inquadrare le economie nazionali in un insieme di regole comuni e a farle convergere istituzionalmente.

 

Negli anni ’70 le economie europee avevano alcune specificità che avevano ereditato dalla loro storia, dalla loro cultura e dalle loro istituzioni nazionali. La Francia si caratterizzava per un capitalismo fondato sulle grandi imprese, su un settore pubblico forte, su rapporti conflittuali tra classi sociali e su un’amministrazione centrale forte. L’Italia era un paese di piccole e medie imprese efficienti, con una moneta debole e un settore finanziario poco sviluppato. L’industria del Nord Italia beneficiava di una forza lavoro nazionale a basso costo proveniente dal Sud del paese, e questo la rendeva molto efficiente. La Germania, dal canto suo, poteva contare su un dinamismo industriale fondato sulle complementarità tra il suo sistema di istruzione, i länder [le regioni tedesche, NdT] forti e capaci di intervenire nell’economia, un settore bancario che non esitava a investire a lungo termine per lo sviluppo industriale, e un sindacalismo di co-gestione.

 

Ciascuno di questi tre paesi aveva sperimentato un piccolo miracolo economico durante i “Trenta Gloriosi” [il trentennio di crescita economica fra il 1945 e il 1975, NdT], costruendo modelli di crescita che gli erano propri e che li rendevano efficaci, non solo al proprio interno, ma anche verso l’estero. Così, fino all’inizio degli anni ’80, l’Italia esportava più della Germania in proporzione al proprio PIL, e accumulava regolarmente ampi surplus commerciali.

 

La Francia beneficiava di un forte settore industriale costruito su grandi progetti nazionali basati su ambiziose politiche pubbliche (nuclearizzazione dell’energia, treno ad alta velocità, Airbus…).

 

Un unico “stampo” europeo

 

I trattati europei hanno contribuito a smantellare proprio queste specificità nazionali. Fino al 1980 la CEE aveva stabilito un sistema economico pragmatico che consisteva, in fondo, nella protezione del mercato comune tramite un dazio unico verso l’esterno e tramite la rimozione degli ostacoli alla circolazione delle merci al proprio interno, al fine di aumentare la quantità potenziale di sbocchi economici per le proprie industrie. Negli anni ’90, il mercato comune si è trasformato in mercato unico. Alla libera circolazione delle merci si è aggiunta quella dei capitali e della forza lavoro. Per evitare distorsioni della concorrenza, si è deciso di limitare rigorosamente gli interventi pubblici. Rispetto al resto del mondo, si è deciso di sopprimere tutti i limiti alla circolazione dei capitali e di siglare accordi commerciali multilaterali, nel quadro del GATT e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e poi di moltiplicare i trattati di libero scambio bilaterali.

 

L’economia europea ha quindi imposto uno “stampo” legale (un mercato unico, una moneta unica) identico per tutti i paesi europei. È uno stampo basato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla concorrenza interna ed esterna e sull’arbitraggio economico dei mercati.

 

È evidente che c’erano modelli economici nazionali più compatibili con questo stampo, e altri meno. L’euro è emblematico. Tutti gli studi concordano: una stessa moneta può avere effetti opposti a seconda di come funzionano le economie. In effetti una moneta unica implica una banca centrale unica e un tasso di rifinanziamento unico. Tuttavia i tassi di inflazione sono diversi da un paese all’altro, quindi il tasso di interesse reale proposto dalla BCE sarà troppo basso per i paesi con maggiore inflazione (favorendo così la creazione di bolle finanziarie) e troppo elevato per i paesi con minore inflazione, col rischio di danneggiare gli investimenti. Allo stesso modo, uno stesso tasso di cambio non può essere adatto a un insieme eterogeneo di economie.

 

La libera circolazione dei capitali ha rafforzato la concentrazione degli investimenti industriali nei paesi “core”, dove si trovano i principali porti del Mare del Nord e le vie navigabili, a danno dell’Europa periferica. Certi paesi hanno così visto aumentare le proprie esportazioni, generando grandi surplus i quali, normalmente, dovrebbero causare un aumento del valore della moneta. Al contrario, i paesi in via di de-industrializzazione dovrebbero normalmente beneficiare di una svalutazione della moneta, ma lo “stampo” della moneta unica impedisce questi aggiustamenti.

 

La creazione del mercato unico ha generato problemi simili. L’esacerbazione della concorrenza europea non ha tenuto in alcun conto le disparità tra i sistemi fiscali e sociali. E invece le necessità in termini di spesa pubblica e di prestazioni sociali (pensioni, spesa sanitaria, politiche familiari) sono legate a parametri demografici e culturali che sono strettamente nazionali.

 

Bisogna adattarsi

 

L’euro è sintomatico di un sistema che è passato da una logica in cui le istituzioni economiche erano nazionali, per il fatto che dovevano adattarsi alle specificità dei paesi, a una logica del tutto opposta dove è necessario adattare le economie nazionali a un quadro istituzionale prestabilito e definito direttamente su scala europea. Il problema è che negando le specificità nazionali e imponendo a ciascun paese di adattarsi a un quadro comune, senza realizzare che ciascuno si era evoluto a partire da un universo istituzionale diverso e suo proprio, ha decisamente rafforzato le dinamiche di divergenza anziché creare la convergenza voluta.

 

In un libro pubblicato recentemente, Barbara Stiegler riassume l’ideologia neoliberale in una formula: “Bisogna adattarsi”. Sottolinea giustamente questo meccanismo del pensiero sotteso all’ideologia contemporanea. Spiega che l’essenza del neoliberalismo non è, contrariamente al liberalismo classico, quella di assicurare a tutti la libera ricerca della propria emancipazione personale, ma piuttosto quella di produrre una camicia di forza normativa rigida, stabilita in nome di un principio superiore – ad esempio la concorrenza libera e non distorta – che in realtà non è che un meccanismo per creare una gerarchia tra quelli che a tale principio si adattano facilmente e ne traggono vantaggio, e gli altri, il cui processo di adattamento sarà infinito perché si troveranno eternamente “in ritardo” rispetto ai paesi leader.

 

I risultati dello studio del CEP menzionato all’inizio sono, a tale proposito, alquanto rivelatori. Secondo questi economisti, se la Francia e l’Italia sono i grandi perdenti dell’euro, non sarebbe perché la creazione della moneta unica ha posto di per sé un problema, ma perché questi paesi avrebbero accumulato un “ritardo” nelle riforme delle loro istituzioni nazionali.

 

Vent’anni dopo la sua creazione, è ora di ammetterlo. L’euro non è stato fatto per servire le economie europee, ma per fornire un quadro normativo al quale le economie stesse sono costrette ad adattarsi. Ma ciò che non viene mai ricordato è che proprio questo imperativo di “adattarsi” equivale a negare le differenze geografiche, storiche, culturali, che persistono tra un paese e l’altro e che restano assolutamente reali. E così, anziché consentire alla Francia o all’Italia di adottare una politica monetaria e industriale che si adatti alle loro proprie realtà economiche, l’euro e il mercato unico, nel loro funzionamento, impongono eterne e inattuabili riforme volte a compensare il “ritardo” in una competizione le cui regole sono, in tutta evidenza, distorte.