11/10/19

IL GRANDE PARADOSSO: il liberismo distrugge l’economia di mercato - Parte Seconda

Nella seconda parte della sua approfondita e documentata analisi, Flassbeck mostra come solo la politica della domanda può procurare all’economia di mercato una dinamica tale da raggiungere obiettivi di piena occupazione. Gli USA e il Giappone sembrano averlo capito. L'Unione europea, ancorata al dogma di una “sana” politica fiscale,  ha abbandonato da anni il club dei governi dotati di ragionevolezza. 

Qui la prima parte.

 

 

del Prof. Heiner Flassbeck, Makroskop, 19 e 22 luglio 2019

 

[ Traduzione di Beppe Vandai ]

 

Parte Seconda

 

Il capitalismo viene festeggiato come una storia di successo. Ma da quando i liberisti sono al potere ha enormemente perso di attrattività. Non esiste proprio una politica giusta se la teoria è sbagliata.

 

Il nesso decisivo

 

Tempo fa ho mostrato e spiegato in breve (qui) il nesso empirico decisivo. Negli USA il rapporto tra tasso di interesse e tasso di crescita (entrambi in termini nominali) dei primi trent’anni della seconda metà del ‘900 fu esattamente l’inverso di quello dei trent’anni seguenti. Nel primo trentennio gli interessi furono quasi sempre più bassi del tasso di crescita (il quale si può interpretare anche come una sorta di rendita macroeconomica degli investimenti). Nel trentennio seguente, invece, sono stati quasi sempre più alti.

 

 

GRAFICO 1



USA: Tasso di crescita nominale e tasso di interesse su titoli di stato statunitensi (decennali a tasso fisso, dati Fed). Il tasso di crescita nominale del PIL è calcolato rispetto all’anno precedente. “BIP” = “PIL”. “Zins” = “Interesse.

 

Questo quadro vale, in modo simile, per tutte le economie nazionali occidentali – con l’eccezione della Gran Bretagna, che ai tempi di Bretton Woods non ebbe un miracolo economico e fu perciò considerata il “malato d’Europa”.

 

Ai tempi di Bretton Woods ci furono dunque condizioni favorevoli agli investimenti, poi di nuovo… solo dopo la grande crisi finanziaria del 2008/2009. Però il ritorno ad un rapporto normale – in un contesto di bassa inflazione e bassa crescita – evidentemente non ha più avuto lo stesso effetto di prima.

 

Se dividiamo i decenni in modo corrispondente, il risultato per la Germania è chiaro (vedi Grafico 2). Escludendo gli anni delle recessioni (1966/1967 e 1974/1975) vale sempre la regola  che il tasso di interesse della prima fase fu sempre nettamente inferiore al tasso di crescita.

 

 

GRAFICO 2



Germania: 1956 – 1979: crescita del PIL nominale rispetto all’anno precedente; tasso d’interesse su titoli di stato tedeschi (decennali a tasso fisso), dati dell’ufficio federale di statistica.

 

 

 

Nei decenni successivi il rapporto si è invertito. Si può anche affermare che i rapporti che dovrebbero regnare in un’economia di mercato siano stati messi a testa ingiù (vedi Grafico 3).

 

 

GRAFICO 3



Germania: 1980 – 2009: crescita del PIL nominale rispetto all’anno precedente; tasso d’interesse su titoli di stato tedeschi (decennali a tasso fisso), dati dell’ufficio di statistica federale.

 

A parte gli anni 1990 e 1991, quelli dell’unificazione tedesca, e un breve episodio nel 2006/2007, il tasso d’interesse fu sempre superiore a quello di crescita, e dunque – misurato  con il metro di “razionali rapporti economici da economia di mercato” – fu sempre troppo alto. Esattamente in questa fase vale la stessa cosa anche per la Francia e l’Italia (vedi Grafici 4, 5, 6 e 7).

 

 

GRAFICO 4



Francia: 1960 – 1979: crescita del PIL nominale rispetto all’anno precedente (fonte AMECO); tasso d’interesse su titoli di stato francesi (decennali a tasso fisso), fonte: FRED

 

 

GRAFICO 5



Francia: 1980 – 2009: crescita del PIL nominale rispetto all’anno precedente (fonte AMECO); tasso d’interesse su titoli di stato francesi (decennali a tasso fisso), fonte: FRED.

 

 

GRAFICO 6



Italia: 1960 – 1979: crescita del PIL nominale rispetto all’anno precedente; tasso d’interesse su titoli di stato italiani (decennali a tasso fisso). 

 

 

GRAFICO 7



Italia: 1980 – 2009: crescita del PIL nominale rispetto all’anno precedente; tasso d’interesse su titoli di stato italiani (decennali a tasso fisso). 

 

 

Particolarmente degno di nota è il caso italiano, in cui nel primo periodo non c’è alcun punto di contatto tra le due curve, nel secondo ci furono solo tre brevi fasi in cui il tasso d’interesse non fu più alto del tasso di crescita, in cui si ebbero punti di contatto.

 

 

(…) Avevo già fatto notare che la rivoluzione neo-liberale successiva al 1980, in Germania, non fu affatto una storia di successo (vedi grafico 8). Il risultato sarebbe stato ancora peggiore senza gli enormi effetti sulla domanda aggregata, esercitati dallo Stato per via dell’unificazione tedesca, i quali comportarono per alcuni anni tassi di crescita assai elevati.

 

 

GRAFICO 8



Germania: tasso di crescita reale del PIL (fonte: Bundesbank).

 

 

Dopo l’avvio della moneta unica europea ci furono anche gli effetti positivi del dumping salariale tedesco, che impedirono un indebolimento ancor maggiore nella crescita della performance economia.

 

In Francia non si ebbero questi due effetti positivi e perciò l’affievolimento fu decisamente maggiore. Dopo la grande recessione del 2008/2009 l’economia non si è più ripresa e la disoccupazione è rimasta elevata.

 

 

GRAFICO 9



Francia: tasso di crescita reale del PIL (fonte: AMECO; il 2018 è per ora solo stimato).

 

 

Una debole dinamica degli investimenti

 

In Francia la quota degli investimenti (l’insieme degli investimenti lordi) [valore che comprende anche l’attività dell’edilizia privata, ndt] è caduta (vedi Grafico 10) e da allora non si è più ripresa. Si deve dedurre che gli investimenti delle imprese si siano sviluppati ancora peggio; nel merito, non disponiamo però, purtroppo, di dati affidabili.

 

 

GRAFICO 10



Francia: quota investimenti lordi (in % sul PIL). Fonte: AMECO.

 

 

L’Italia soffre ancor più massicciamente che la Francia della preminenza del neoliberismo, nella sua variante europea. Poiché l’Italia porta con sé un alto indebitamento, le regole assurde del Fiscal compact costringono il Paese a praticare, contro ogni forma di ragionevolezza, l’austerità. Questo significa che, nonostante l’assenza di una dinamica degli investimenti trainata dall’indebitamento dei privati – e questo a tassi d’interesse vicini allo zero! – l’Italia deve rinunciare allo stimolo dello Stato. L’esito (vedi Grafico 11) è catastrofico.

 

 

GRAFICO 11



Italia: tasso di crescita reale del PIL (fonte: AMECO; 2018   2019 per ora solo tassi stimati).

 

La quota degli investimenti ha raggiunto in Italia un livello storicamente infimo (vedi Grafico 12). E questo in un Paese che nel passato era caratterizzato come nessun altro da un’attività negli investimenti assai dinamica, soprattutto nel settore industriale.

 

 

 GRAFICO 12



Italia: quota investimenti lordi (in % sul PIL). Fonte: AMECO.

 

Un Paese che non corrisponde dallo schema descritto sopra è il Giappone. Qui il boom durò ben più a lungo, cioè fino alla fine degli anni ’80, fu però scatenato da una grandiosa e irrazionale bolla immobiliare. Poi la crescita collassò e non si riprese più fino ad oggi (vedi Grafico 13). Tassi di crescita dell’ordine dell’1% poterono essere raggiunti solo con massicci interventi dello Stato. Contemporaneamente la situazione occupazionale del Paese è però migliore che nei Paesi industrializzati occidentali.

 

 

GRAFICO 13



Giappone: tasso di crescita reale del PIL (fonte: AMECO; 2018 tasso per ora solo stimato).

 

La quota investimenti, che ancora negli anni ’60 e ’80 aveva raggiunto un livello enorme, oltre il 30%, oggi come oggi si è stabilizzata su un livello normale per i Paesi occidentali industrializzati e, dopo il 2010, quasi non è cresciuta (vedi Grafico 14).

 

 

GRAFICO 14



Giappone: quota investimenti lordi (in % sul PIL). Fonte: AMECO.

 

 

Ma dipende tutto dalla tecnologia?

 

Orbene, molti argomentano così: nei Paesi ad economia matura l’indebolimento della crescita sarebbe meno da ascrivere ad una politica economica sbagliata che ad una generale tendenza ad una minore dinamica nell’innovazione; nessun Paese potrebbe sottrarvisi. Una pezza d’appoggio sarebbe da vedere nei tassi di crescita della produttività del lavoro calanti. Lo si può affermare, ma certamente non dimostrare.

 

Quanto osserviamo in termini di infiacchimento dei tassi di crescita nella produttività del lavoro è sempre una miscela di innovazioni tecnologiche e del ritmo con cui queste innovazioni si impongono, cioè si traducono in attività di investimento. Una debole attività negli investimenti impedisce un forte progresso nella produttività anche quando i ritmi di sviluppo nell’innovazione tecnologica sono elevati.

 

La grande eccezione

 

Per confutare quell’argomento dovremmo avere un “cigno nero”, cioè un Paese in cui la situazione è peggiorata assai meno. E in effetti, il Paese esiste. L’unico grosso Paese del mondo occidentale che ha potuto in buona parte sottrarsi al trend negativo sono gli USA. Invero anche qui la dinamica nella crescita si è indebolita, però molto meno che negli altri Paesi occidentali (vedi Grafico 15).

 

 

GRAFICO 15



USA: tasso di crescita reale del PIL (fonte: FRED).

 

 

La quota degli investimenti negli USA tendenzialmente non è calata, al contrario, dopo il 2008/2009 si è ripresa enormemente (vedi Grafico 16). Invero il grande aumento degli anni 2000 va anche qui chiaramente ascritto ad una irrazionale bolla immobiliare, ma per la ripresa, da allora, non c’è una spiegazione tanto facile.

 

 

 

GRAFICO 16



Usa: quota investimenti lordi (in % sul PIL). Fonte: AMECO.

 

Se aggiungiamo che agli USA è riuscita anche in questo ciclo la riduzione della disoccupazione ad un livello che si può chiamare di “piena occupazione”, ci si deve seriamente chiedere che cosa gli USA abbiano fatto di diverso dagli altri Paesi. La risposta è: nel voler portare la disoccupazione in ogni fase di crescita al livello che chiamiamo di piena occupazione, gli USA hanno praticato una politica economica molto pragmatica.

 

Finché la dinamica privata, proveniente dall’economia di mercato – trainata da una politica monetaria espansiva – era sufficiente, lo Stato è stato a guardare. Però già a metà degli anni settanta questa fase era finita. In seguito, solo una volta, ci fu un ritorno alla  piena occupazione senza massicci impulsi provenienti dalla politica fiscale. Solo nella fase della cosiddetta bolla dot.com – nella seconda metà degli anni ’90 – le famiglie aumentarono talmente le loro uscite così da creare un indebitamento netto, anno dopo anno. Perciò lo Stato riuscì a cavarsela ancora una volta senza aggiungere un proprio indebitamento (vedi Grafico 17).

 

 

GRAFICO 17



USA: saldi finanziari settoriali (fonte AMECO) in % sul PIL nominale. Valori negativi della posizione “estero” significano un indebitamento dell’estero. Ausland = estero; private Haushalte = famiglie; Unternehmen = imprese; Staat = Stato. [Il fatto che la posizione “estero” sia sempre in zona positiva segnala un deficit commerciale-finanziario statunitense con l’estero. Le famiglie sono quasi sempre (tranne che nel 2000 etra il 2004 ed il 2008) in zona positiva, cioè risparmiano. Lo Stato è sempre in deficit (tranne che nel 2001). Le imprese in certe fasi si indebitano in termini netti, in altre accumulano risparmi netti, ndt]

 

 

Subito dopo le imprese tornarono a risparmiare, ovvero, a spendere meno di quanto incassavano. A questo punto non c’era più altra possibilità per lo Stato della più grande economia mondiale di affidarsi alle forze del mercato. Lo scarto tra entrate ed uscite statali aumentò sempre di più [generando sempre deficit, ndt]. Perfino adesso, con la piena occupazione, lo Stato aumenta i suoi deficit ancora una volta. Nello sorso anno fiscale si trattò (solo a livello federale) del 3,9% del PIL, ovvero 700 Miliardi di $. Secondo le stime più recenti, la somma totale in questo anno fiscale (che termina al 30 settembre) si aggirerà attorno ai 1.000 Miliardi di $.

   

 

GRAFICO 18



USA: quota dell’indebitamento totale dello Stato e dell’indebitamento annuo. 1) Debito pubblico in % sul PIL, anno per anno, depurato stagionalmente. Dati disponibili solo dal 1966. 2) Surplus o deficit annuo dello Stato in % sul PIL. La linea viola (debito pubblico totale) va letta sulla scala di sinistra. La linea arancione (deficit annuo) su quella di destra.

 

 

L’indebitamento totale sale (in percentuale sul PIL, anche se si non tratta del metro appropriato), salirà certamente verso il 110%. Una cifra in realtà non problematica – a differenza di quanto pensano liberisti e neo-liberisti – che mostra però come senza un impegno finanziario duraturo e rilevante dello Stato non esista uno sviluppo economico ragionevole.

 

Quali conseguenze?

 

In un mondo in cui – grazie al monetarismo e alla politica neoliberista del mercato del lavoro (“flessibilità del mercato del lavoro”) – la dinamica della domanda è sistematicamente inibita, solo lo Stato può agire in senso contrario. Mediante una propria aggressiva politica della domanda può procurare al sistema dell’economia di mercato una dinamica sufficientemente grande da raggiungere obiettivi occupazionali ambiziosi. Gli USA lo hanno capito e hanno sviluppato – aldilà delle differenze di partito – un pragmatismo impressionante quanto all’indebitamento statale. Anche in Giappone lo Stato ha compreso che imprese che risparmiano creano una situazione completamente nuova e obbligano lo Stato a intervenire direttamente nella gestione della domanda aggregata.

 

Con il dogma di una “sana” politica fiscale la Commissione europea e il Consiglio europeo hanno abbandonato da anni il club dei governi dotati di ragionevolezza – principalmente per la spinta tedesca. Il risultato: alta e cronica disoccupazione. Una nuova Commissione avrebbe potuto offrire una chance per cambiare le cose. Ma già la prima decisione, la scelta del presidente della Commissione, porta nella direzione sbagliata. È perciò inevitabile che i problemi economici e sociali metteranno in forse l’intero progetto europeo, visto che i “Populisti” potranno puntare l’indice su un grandioso fallimento di politica economica.

 

 

 

 

 

 

10/10/19

IL GRANDE PARADOSSO: il liberismo distrugge l’economia di mercato - Parte Prima

Segnalati da Giuseppe Vandai, che ne ha curato la traduzione, di recente sono apparsi su Makroskop tre articoli di Flassbeck che meritano di essere conosciuti e letti con attenzione. In breve, Flassbeck propone una riflessione, circostanziata e corroborata da dati da lui elaborati, in cui illustra e spiega il cambio di passo tra i "Trenta Gloriosi“ e l’età del neo-liberismo.  Dall'analisi risulta il paradosso che, pur in un contesto neo-liberista, senza l'intervento dello Stato che si indebita e sostiene gli investimenti  ci si caccia nei guai. Ovvero, un’iniezione di keynesismo è necessaria per tenere in vita il paziente malato di neo-liberismo. 

Gli articoli di Flassbeck sono stati sfrondati di alcuni specifici riferimenti alla Germania e divisi in due parti. 

 

 

del Prof. Heiner Flassbeck,  Makroskop, 19 luglio 2019

 

[ Traduzione di Beppe Vandai ]

 

Parte Prima

 

I liberisti festeggiano il capitalismo come una storia di successo. Eppure, proprio il dominio del liberismo ha spinto l’economia di mercato in una grande crisi. Una retrospettiva di 70 anni sull’ economia postbellica.

 

(…) Chiunque si occupi di questioni economiche lo sa bene: il capitalismo è unicamente una storia di successo. Per provarlo basta confrontare le condizioni di vita odierne con quelle di 200 anni fa. Proprio non si può seriamente negare che – nel corso degli ultimi 200 anni – ci siano stati enormi progressi. Nel contempo sappiamo però che questi progressi non si sono affatto avuti in modo uniforme e continuo, bensì con enormi choc e crisi che hanno scosso il sistema peggiorando le condizioni delle masse dei lavoratori.

 

Nei Paesi industrializzati le condizioni di vita per gran parte della gente non sono affatto migliorate in modo continuo. I lavoratori hanno dovuto duramente combattere per poter semplicemente partecipare alla crescita reddituale potenziale che l’economia capitalistica di mercato andava creando. Cento anni fa non era ancora affatto certo che i progressi raggiunti fino ad allora divenissero duraturi.

 

In grande misura la partecipazione delle masse al benessere è riuscita solo negli ultimi 70 anni, cioè dopo la Seconda Guerra Mondiale. E questo vale solamente per i Paesi occidentali industrializzati. Nei Paesi sottosviluppati una partecipazione sistematica delle masse lavoratrici alle performances produttive, fino ad oggi, è ancora l’eccezione (vedi Asia) e non la regola. Pertanto, questo sistema che ci appare così efficace convive con la povertà assoluta di miliardi di persone che vivono alla giornata e si tengono a malapena a galla a meri livelli di sussistenza.

 

30 anni di successo: Bretton Woods e il Keynesismo

 

È evidente che il periodo postbellico, cioè soprattutto i 20 anni dal 1950 al 1970, ha portato a risultati assolutamente straordinari in termini di crescita del reddito, occupazione e partecipazione da parte dei lavoratori dipendenti. In Germania questa fase viene chiamata “miracolo economico” e piace attribuirla alla “buona politica economica made in Germany” (sotto la direzione di Ludwig Erhard).  Tuttavia questo è uno dei tanti miti di cui ci si serve in Germania per glorificare i propri successi. Il periodo del sistema di Bretton Woods fu una fase di grande prosperità in tutti i Paesi industrializzati, alcuni dei quali ebbero successi ancora maggiori della Germania. Ma anche i Paesi sottosviluppati che erano associati al sistema ne trassero profitto sviluppandosi meglio di prima, e meglio del periodo successivo. Questo significa che dovevano esserci dei fondamenti per questa globale storia di successo, che andavano ben oltre la specificità tedesca e le persone che in Germania agivano e governavano.

 

Detto questo, i tassi reali di sviluppo della Germania di quegli anni – vedi Grafico 1 – guardati dal punto di vista di oggi, erano più che impressionanti. Nei primi 10 anni il tasso medio di crescita annua del reddito si attestò, in tutta l’economia, sull’ 8,3 %. E anche dal 1961 al 1970 si raggiunse un 4,5%, sebbene nel 1967 ci fu la prima recessione.

 

Grafico 1 


Germania: crescita reale del PIL in % rispetto all’anno precedente.


Crescita media 1951 – 1960 = 8,3%.   //    Crescita media 1961 – 1970 = 4,5%.


 

 

Questa fase viene spesso vista come il risultato di un irripetibile effetto di riscatto con cui si ricostruirono rapidamente le distruzioni della guerra e in cui si soddisfò il fabbisogno di riscatto della popolazione. Si tratta però di un punto di vista completamente sbagliato. “Riscatto” e “fabbisogno” non sono categorie che di per sé possano in qualche modo influenzare o spiegare concretamente la dinamica economica.

 

(…)

Cercherò di mostrare che il quadro politico-economico dei primi decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale spiega un tale risultato. Le condizioni di fondo, create con il Sistema di Bretton Woods erano soprattutto favorevoli agli investimenti; così si poté effettivamente sprigionare un’attività di mercato, chiaramente sostenuta dagli investimenti imprenditoriali.

 

Il tasso reale di crescita tedesco è poi, a partire dagli anni ’50, continuamente sceso (vedi Grafico 2). Poiché la Germania si trova in una situazione relativamente buona, a causa dei successi di competitività ottenuti con il dumping salariale, dobbiamo dare per scontato che la situazione in Europa sia ben peggiore. Questo non vale invece nella stessa misura per gli USA, come mostreremo più avanti.

 

GRAFICO 2


Germania: tasso di crescita annuo del PIL reale.


 

 

Se consideriamo l’attività di investimento delle imprese, quanto alla Germania, il referto è chiaro: a partire dagli anni ’70 si va giù. A parte una piccola ripresa verso la fine degli ’80 e le conseguenze della riunificazione, che ha fatto balzare ad un nuovo livello gli investimenti imprenditoriali (…) possiamo constatare, nel corso del tempo, solo un indebolimento. E ben si noti, il risultato è questo, sebbene la politica economica abbia fatto di tutto, a partire dalla svolta dell’inizio degli anni ’80, ma proprio di tutto, per stimolare e rendere costanti gli investimenti privati. La parola chiave più importante fu, in ciò, il dimezzamento delle tasse per le imprese.

 

GRAFICO 3


Germania: quota nominale degli investimenti del settore imprenditoriale in %


Investimenti lordi in impianti (nuovi) in rapporto al valore aggiunto lordo


Agricoltura, manifattura, servizi senza il settore edilizio, servizi pubblici esclusi


 

 

Devono dunque esserci state nel Sistema di Bretton Woods delle condizioni che – viste a posteriori – crearono irripetibili chance per gli investimenti privati. Queste condizioni, lo si disconosce completamente quasi sempre, erano di natura macroeconomica. Istituzioni (“l’ordine economico”) e mercati singolarmente efficienti sono una cosa, condizioni favorevoli agli investimenti per le imprese, sono invece un altro paio di maniche.

 

(…)

È pure fuori dubbio che la dinamica della crescita, con il Sistema di Bretton Woods, andò di pari passo con una notevole dinamica nei tassi di crescita dei salari dei lavoratori dipendenti (vedi grafico 4). Dal 1958 (il primo anno per cui abbiamo trovato dati confrontabili) al 1978 risultò un aumento salariale medio annuo del 7,9%. Il che significa che entrambe le parti, nelle trattative contrattuali, era pronte ad andare a tutta birra e che i datori di lavoro accettarono sempre che i lavoratori dipendenti, con tassi di crescita nominale così forti, avessero una buona chance, con i salari reali, di partecipare all’aumento della produttività (cioè di dividersi in modo paritetico la crescita).

 

GRAFICO 4


Germania: Aumenti contrattuali dei salari orari (nominali) del settore manifatturiero.


Medie geometriche:      Media 1958/1978: 7,9%.      Media 1979/1994: 4,4%.     Media 1996/2008: 2,2%.


Media 2009/2018: 2,6%.


 

 

 

La svolta spirituale e morale?

 

[ Flassbeck ironizza così con la parola d’ordine con cui Helmut Kohl giustificò il cambio di governo (da Schmidt a Kohl) del 1982, ndt ]

 

Già a partire dai primi anni ottanta si mise male con gli aumenti salariali e solo l’unificazione tedesca regalò ancora una volta una spinta alle imprese (…). Al più tardi dalla metà degli anni ’90 il vecchio modello tedesco della compartecipazione dei lavoratori dipendenti all’aumento della produttività è morto stecchito. A partire dall’ascesa al potere dei rosso-verdi, nel 1998, [governo Schröder-Fischer, ndt] e dalle successive grandi coalizioni la posizione dei sindacati e dei lavoratori dipendenti è talmente peggiorata che venne raggiunto – tra il 1996 ed il 2008 – il record negativo di aumenti salariali nominali del 2,2% per anno.

 

Anche questo è il portato di un atteggiamento mentale e di modelli economici mainstream il cui denominatore comune era il rifiuto di quello che allora si intendeva con il Keynesismo. Non solo si attribuiva al Keynesismo la responsabilità delle crisi inflattive e occupazionali conseguenti all’esplosione del prezzo del petrolio [degli anni ’70, ndt]. Si credeva anche che solo con un rinnovamento dalle fondamenta dell’economia di mercato – soprattutto con il ristabilimento di rapporti puramente concorrenziali nel mercato del lavoro [affidandosi cioè alle pure leggi delle domanda e dell’offerta, ndt] – si sarebbero potute affrontare le sfide di un’economia mondiale sempre più integrata.

 

La “svolta spirituale e morale“ di H. Kohl, del 1982, intendeva proprio queste cose. Nel contempo Ronald Reagan e Maggie Thatcher si apprestavano a imbastire un sistema che ai loro occhi (e a quelli degli economisti che li ispiravano, come F.A. von Hayek) era una vera economia di mercato. Che con ciò essi abbiano posto fine alla fase di gran lunga di maggior successo del capitalismo è la tragedia e il paradosso di questa storia.

 

L’opinione pubblica delle democrazie occidentali, ovvero la classe politica, i media e pure la maggioranza degli studiosi di scienze sociali tende ad interpretare eventi politici solo dal punto di vista politico. Perciò anche la grande svolta dell’inizio degli anni ’80, allorché R. Reagan, H. Kohl e M. Thatcher giunsero al potere, viene giudicata come un normale evento, attribuibile al fallimento politico della sinistra e con ciò del Keynesismo, in seguito alla crisi petrolifera, una svolta che perciò condusse ad una nuova politica economica.

 

Dal punto di vista strettamente politico questa è un descrizione corretta di quanto accadde. Dal punto di vista intellettuale fu invece semplicemente una involuzione, visto che il fondamento concettuale della svolta si basava sulle idee degli anni ’20 del secolo scorso, idee in fin dei conti confutate e fallite da tempo.

 

Politica dal lato dell’offerta

 

Semplicemente non c’era nulla di nuovo. Si chiamò “politica dell’offerta” la politica, che doveva rimpiazzare il Keynesismo, che sottolineava il ruolo della domanda. Ci si appellò alla Legge di Say, della fine del 18esimo secolo (“L’offerta crea la propria domanda”).

 

(…)

Se in fisica si ritornasse oggi alla meccanica newtoniana e si dichiarasse irrilevante il sapere più volte dimostrato e tutto quanto scoperto dopo, si passerebbe per pazzi. Nell’economia si poteva invece fare una carriera accademica riscoprendo vecchie teorie false e ignorando i progressi del Keynesismo, individuabili indiscutibilmente nella dimensione macroeconomica. Detto altrimenti, si tornava ad espungere il lato della domanda dalla situazione decisionale in cui si trova l’imprenditore che intende investire; questo, proprio dopo che si era scoperto negli anni ’30 che tale aspetto va assolutamente preso in considerazione per poter fare una qualsiasi previsione.

 

Nel merito, ho scritto quasi 20 anni fa in un articolo su tema “Domanda e offerta” quanto segue:

 

“Qui sussiste la differenza decisiva tra politica dell’offerta e politica della domanda. Mentre la prima spera in effetti “strutturali, efficaci nel medio periodo” senza considerare la situazione momentanea nel suo insieme, la politica della domanda punta sul miglioramento delle condizioni generali in cui le imprese agiscono, in un arco di tempo calcolabile. Questo è a tutti gli effetti “di breve periodo”. Nel mondo reale gli imprenditori non dispongono di un altro arco di tempo.

 

Quello che i sostenitori della politica dell’offerta chiamano “di medio periodo” significa solo: se tutto va bene e non ci sono imprevisti, la mia misura migliorerà ancora di un po’ il risultato finale. ‘Se andrà tutto bene’: su questo la politica dell’offerta non può tuttavia dire proprio nulla, essa si affida piuttosto a che tutto vada bene. Gli impulsi dunque giungono da altrove”.

 

Come si poteva sperare di poter fare della politica economica migliore sulla scorta di una teoria di tanto limitata perspicacia, invece che di una teoria che aveva di mira semplicemente un orizzonte più vasto [quello macroeconomico, ndt] e dunque più rilevante?

 

Gli aspetti più eclatanti della povertà intellettuale della svolta spirituale stavano e stanno comunque nella teoria monetaria e in quella del mercato del lavoro. Pur di togliere allo Stato a priori ogni giustificazione per intervenire nel mercato monetario si fece ricorso da un lato all’equazione quantitativa della moneta, vecchia di alcuni secoli, che mai aveva fornito la base per la politica monetaria, dall’altro si ricorse ad un modello del mercato del lavoro che di nuovo ignorava gli effetti sulla domanda, assimilando il mercato del lavoro a qualsiasi altro mercato.

 

I monetaristi attorno a Milton Friedman (in sé, un geniale piazzista) sostennero semplicemente che si potesse trovare una quantità di moneta la cui crescita fosse sempre gestibile dalla Banca centrale e che si potesse mostrare un legame stretto con la dinamica dell’inflazione, visto che la velocità di circolazione del denaro sarebbe ben calcolabile. Per queste tesi mai è stata fornita una giustificazione scientifica. Eppure queste tesi in Germania fornirono per 30 anni la base di una politica, che, con il pretesto di una  rigida lotta all’inflazione, condotta da una Banca centrale indipendente, limitava drasticamente le chance di sviluppo e comportava dunque enormi costi.

 

 

 

Seconda Parte

FDA - Migliaia di morti accertate collegate a farmaci per bloccare la pubertà

Nessuno sembra preoccupato della somministrazione a bambini sani di farmaci che bloccano la pubertà con molti, preoccupanti effetti collaterali, potenzialmente letali. Per quanto la “disforia di genere”, ovvero il disturbo di chi non si riconosce nel proprio sesso biologico, si associ a una condizione di disagio dei soggetti coinvolti, i trattamenti proposti sembrano aggravare questo disagio: secondo alcuni studi il tasso di suicidio di questi ragazzini prima della “cura” è circa dieci volte quello normale, ma addirittura quasi venti volte il normale dopo il trattamento. Questi farmaci, descritti come utili ad alleviare il disagio e con  effetti reversibili, hanno in realtà conseguenze allarmanti sulla crescita dei soggetti trattati e le loro conseguenze sono, ad oggi, per lo più ignote. 

 

 

Di Susan Berry, 3 ottobre 2019

 

 

La Food and Drug Administration (FDA) ha accertato migliaia di morti collegate a farmaci per bloccare la pubertà che vengono somministrati in misura sempre maggiore a ragazzini che soffrono di “disforia di genere” o che sostengono di essere “transgender”.

 

Tra il 2013 e il giugno 2019, la FDA ha registrato 41.213 eventi avversi, inclusi 6.379 morti e 25.645 reazioni “gravi” in pazienti che hanno assunto il farmaco che blocca la produzione di ormoni noto come Lupron – lo stesso farmaco che viene somministrato ai ragazzini che dicono che la loro identità di genere non è coerente con il loro sesso biologico.

 



 

La leuprorelina acetato o leuprolide, farmaco noto come Lupron, è clinicamente approvato per il  trattamento del cancro alla prostata negli uomini, dell’endometriosi nelle donne, e, per brevi periodi di tempo, per la "pubertà precoce" - una condizione in cui i bambini iniziano la pubertà in un'età più giovane di quanto sia considerato normale.

 

Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, il Lupron viene utilizzato - senza l'approvazione formale dell’FDA – anche per bloccare la pubertà in un crescente numero di bambini e adolescenti a cui viene diagnosticata una disforia di genere. Questo viene fatto - con il sostegno dell'Accademia americana di Pediatria e della  Endocrine Society - nonostante non ci sia alcuna prova che questi trattamenti ormonali siano effettivamente di beneficio ai bambini e adolescenti in questa condizione.

 

L'American College of Pediatricians (associazione di Pediatri che raccoglie diverse centinaia di professionisti, NdVdA) ha effettuato  una ricerca con risultati significativi sugli effetti sui bambini dei bloccanti della pubertà e degli ormoni per il cambiamento di sesso.

 

 

Le complicazioni legate all'uso del farmaco includono tumori maligni, problemi cardiovascolari, come infarti ed emboli, istinti suicidi e altri disturbi psicologici, ossa fragili, dolore alle articolazioni e sterilità.

 

La dottoressa Jane Orient, direttore esecutivo dell’Association of American Physicians and Surgeons, ha confermato a Breitbart News via e-mail che, se anche alcuni dei decessi riportati dalla FDA potrebbero essere stati relativi e pazienti morti di cancro alla prostata, il problema è che si sa molto poco sull'uso del Lupron "nel trattamento di bambini sani per bloccare deliberatamente la loro normale maturazione."

 

Il Lupron "non è indicato per trattare questi pazienti, per mancanza di studi a lungo termine" ha detto, aggiungendo:

 

“Senza dubbio provoca una perdita irreversibile di fertilità e molti altri effetti avversi che sono potenzialmente letali. Non trasforma un bambino maschio in una bambina femmina, solo in un eunuco che perderà il suo pieno potenziale di crescita e forza. I bambini non hanno alcuna capacità di comprendere queste conseguenze a lungo termine, quindi l'uso di questo farmaco nei bambini confusi riguardo il proprio genere costituisce una sperimentazione contraria all’etica; ottenere il consenso informato non è possibile.”

 

I trattamenti ormonali di transizione di genere sono stati un grande successo per le aziende farmaceutiche. Nel 2017, AbbVie, che produce il Lupron, ha registrato vendite del farmaco per 669 milioni di dollari solo negli Stati Uniti.

L’endocrinologo californiano e specialista di disforia di genere infantile Michael Laidlaw  ha  notato che l'industria medica vede come un "eldorado" i pazienti che cercano un trattamento per la disforia di genere.

 

"Big pharma (ossia le grandi multinazionali produttrici di farmaci, NdVdE), i grandi sistemi ospedalieri, i centri chirurgici e i medici puntano a ottenere enormi profitti," ha detto Laidlaw. "Il trattament da Lupron... costa da solo 775 dollari al mese. Questo significa 27.000 dollari a cinque anni [di età]. Moltiplicatelo per l'enorme aumento dei casi documentati od osservati nelle nazioni occidentali e ne viene fuori una cifra enorme".

 

Tuttavia, anche se il Lupron può essere benefico per gli uomini che devono affrontare un cancro alla prostata, Laidlaw ha sottolineato in un’intervista al Christian Post che “la disforia di genere non è un disturbo endocrino (ossia legato agli ormoni, NdVdE), ma psicologico e dovrebbe, quindi, essere trattato con un’appropriata cura psicologica”.

 

In ogni caso ha avvertito che, una volta che i bloccanti della pubertà e gli ormoni per la transizione all'altro sesso vengono iniettati nei bambini, in questi si svilupperanno “disturbi endocrini”.

 

L'endocrinologo pediatrico di St. Louis Paul Hruz ha anche dichiarato al Christian Post che ci sono ancora grosse incognite riguardo il somministrare bloccanti ormonali come il Lupron ai bambini.

 

"Spesso si sostiene che il blocco farmacologico della pubertà consente al bambino di avere più tempo per risolvere i dubbi sulla sua identità di genere, che allevia la disforia nei bambini che ne sono affetti e che rende le cose più facili se e quando questi sceglie di andare avanti e sottoporsi ad altri trattamenti, vale a dire la chirurgia [per il cambiamento di sesso]" ha affermato. "Si sostiene anche che sia completamente sicuro e reversibile."

 

Hruz ha notato che il Lupron influenza la densità ossea, e poiché l'adolescenza è un momento in cui i giovani accumulano la massa ossea essenziale per il resto della loro vita, c'è di che dubitare che un giovane possa riguadagnare la densità ossea una volta che interrompe l’assunzione del farmaco.

 

"La verità è che non esistono dati a lungo termine sul trattamento nei bambini, e gli unici dati che abbiamo negli adulti indicano che gli interventi medici per allineare l'aspetto del corpo a un'identità transgender non risolvono il problema", ha detto.

 

I problemi psicologici associati alla disforia di genere stanno diventando  sempre più evidenti, anche se gli attivisti transgender insistono nel dire che questi problemi sono dovuti al fatto che i bambini e gli adolescenti non sono immediatamente "riconosciuti" nella loro nuova identità di genere da parte dei genitori e di altre persone importanti nella loro vita.

 

Hruz ha osservato che quando i genitori esitano ad iniziare i controversi trattamenti ormonali, gli attivisti transgender e alcuni medici li accusano di "negligenza medica".

 

"[I genitori] devono continuare ad amare i loro figli", ha detto. "Devono continuare ad affermare la loro dignità umana. Eppure, non dovrebbero mettere a rischio la realtà biologica per fare quello che viene loro detto per interrompere una pubertà iniziata in tempi normali."

 

In uno scritto pubblico del Witherspoon Institute, l'avvocato Jane Robbins ha osservato che coloro cui viene diagnosticata una disforia di genere "hanno alti tassi di suicidio prima del trattamento (con il tasso di tentativi di suicidio nove volte più alto rispetto al tasso generale della popolazione)."

 

La Robbins ha osservato che uno studio  proveniente dalla Svezia - una nazione nota per la sua "affermazione" degli individui transgender - ha mostrato che il trattamento di genere "in realtà non riduce il tasso di suicidi per questi pazienti. Infatti, il tasso di suicidio di coloro che completano la cura è risultato essere 19 volte più alto del tasso della popolazione generale."

 

Laidlaw sta sollecitando un'indagine sull'uso di farmaci come il Lupron per il trattamento della disforia di genere nei bambini e negli adolescenti.

 

"Penso che sia del tutto ovvio che il  Surgeon General (il capo esecutivo del servizio di salute pubblica americana e portavoce sulle questioni di salute pubblica del governo federale, NdVdE) debba intervenire ed essere seriamente coinvolto in un'indagine sul perché farmaci come il Lupron, che sono con ogni evidenza straordinariamente rischiosi, vengono utilizzati al di fuori delle loro indicazioni ufficiali per arrestare il normale sviluppo di migliaia di adolescenti sani", ha detto a Breitbart News in una dichiarazione via e-mail. "Se si trattasse di qualsiasi altra situazione (non politicizzata) e questo tipo di danno si verificasse, i medici e i produttori farmaceutici dietro di essi verrebbero immediatamente messi sotto inchiesta, e il caso verrebbe trattato da tutta la stampa."

 

05/10/19

Se le energie rinnovabili costano così poco, perché fanno salire il prezzo dell'elettricità?

Un articolo di Forbes, dell'anno scorso, ma molto attuale oggi, mostra lo sbilanciamento della posizione dei mezzi di informazione - e di conseguenza dell'opinione pubblica - sull'energia prodotta da fonti rinnovabili: l'energia prodotta con il solare e con l'eolico è sempre presentata, e quindi considerata, come economicamente molto più conveniente di quello che è. Benché i costi dei pannelli e delle pale eoliche in sé siano in calo, più essi vengono utilizzati per produrre energia, più ne fanno salire il prezzo per gli utenti. Un fattore di cui non si può non tenere conto nel dibattito e nelle decisioni di politica energetica. 

 

 

Di Michael Schellenberger, 23 aprile 2018

 

Nell'ultimo anno, i media hanno pubblicato articoli su articoli su articoli a proposito del prezzo in calo dei pannelli solari e delle pale eoliche.


Le persone che leggono questi articoli restano comprensibilmente con l'impressione che più energia solare ed eolica produciamo, più bassi saranno i prezzi dell'elettricità.


Eppure non è quello che sta succedendo. In realtà, succede il contrario.


Tra il 2009 e il 2017, il prezzo dei pannelli solari per watt è diminuito del 72%, mentre quello delle pale eoliche per watt è diminuito di poco meno del 50% .


Eppure - nello stesso periodo - il prezzo dell'elettricità per gli utenti nelle zone dove si è fatto ricorso a quantità significative di energie rinnovabili è aumentato in misura notevole.


I prezzi dell'elettricità sono aumentati in questa misura:


- 51 per cento in Germania, durante l'espansione dell'energia solare ed eolica dal 2006 al 2016;
- 24 per cento in California durante la produzione di energia solare dal 2011 al 2017;
- oltre il 100 per cento in Danimarca dal 1995, quando ha iniziato a distribuire sul serio energie rinnovabili (principalmente eolico).


Come mai? Se i pannelli solari e le pale eoliche sono diventati molto più economici, perché il prezzo dell'elettricità per gli utenti è aumentato invece di diminuire?



Un'ipotesi potrebbe essere che, mentre l'elettricità solare ed eolica è diventata più economica, altre fonti energetiche come il carbone, il nucleare e il gas naturale siano diventate più costose, eliminando qualsiasi risparmio e aumentando il prezzo complessivo dell'elettricità.


Ma, anche in questo caso, non è questo che è successo.


Tra il 2009 e il 2016 negli Stati Uniti il prezzo del gas naturale è diminuito del 72%,  grazie alla rivoluzione del fracking. Nello stesso periodo in Europa i prezzi del gas naturale sono diminuiti di poco meno della metà.


Il prezzo del nucleare e del carbone in quelle aree nello stesso periodo è stato per lo più stabile.



Un'altra ipotesi potrebbe essere che la chiusura delle centrali nucleari abbia comportato un aumento dei prezzi dell'energia.


Una prova a sostegno di questa ipotesi deriva dal fatto che gli stati leader nella produzione di energia nucleare - Illinois, Francia, Svezia e Corea del Sud - godono dell`elettricità più economica al mondo.


Dal 2010, la California ha chiuso un impianto nucleare (2.140 MW di capacità installata) mentre la Germania ha chiuso cinque impianti nucleari e quattro reattori in impianti ancora operativi (10.980 MW in totale).


L'elettricità in Illinois è del 42 per cento più economica che in California, mentre in Francia costa il 45 per cento in meno che in Germania.


Ma l'ipotesi è indebolita dal fatto che il prezzo dei principali carburanti sostitutivi, gas naturale e carbone, è rimasto basso, nonostante l'aumento della domanda di questi due carburanti in California e Germania.


Questo ci lascia con il solare e l'eolico come principali sospettati di essere la causa dell'aumento dei prezzi dell'energia elettrica.


Ma perché pannelli solari e pale eoliche più economiche produrrebbero un'elettricità più costosa?


La causa principale sembra essere stata prevista da un giovane economista tedesco nel 2013.


In un articolo su Energy Policy, Leon Hirth ha stimato che il valore economico del vento e del solare diminuirà in modo significativo mano a mano che occuperanno una quota maggiore della produzione di elettricità.


La ragione? La loro natura fondamentalmente inaffidabile. Sia il solare che il vento producono troppa energia quando le società non ne hanno bisogno e non abbastanza quando il bisogno c'è.


Il solare e l'eolico richiedono quindi che gli impianti alimentati a gas naturale, le dighe idroelettriche, le batterie e altre forme di energia affidabile siano pronte immediatamente a iniziare a produrre energia elettrica quando il vento smette di soffiare e il sole smette di splendere.
L'inaffidabilità richiede che i luoghi a forte produzione di solare e/o eolico come la Germania, la California e la Danimarca  paghino le nazioni o gli stati vicini per assorbire la loro energia solare ed eolica quando ne producono troppa.


Hirth ha previsto che il valore economico del vento sulla rete europea diminuirà del 40 per cento una volta che diventerà il 30 per cento delle fonti di elettricità, mentre il valore del solare scenderà del 50 per cento quando raggiungerà già solo il 15 per cento della produzione.



Nel 2017, la quota di elettricità proveniente dall'energia eolica e solare era del 53 per cento in Danimarca, del 26 per cento in Germania e del 23 per cento in California. Danimarca e Germania hanno la prima e la seconda elettricità più costose in Europa.


Parlando della diminuzione dei costi dei pannelli solari e delle pale eoliche, ma non menzionando il fatto che fanno salire il prezzo dell'elettricità, i giornalisti - che sia o meno loro intenzione - traggono in errore i politici e l'opinione pubblica su queste due tecnologie.


Il Los Angeles Times l'anno scorso ha dato conto del fatto che il prezzo dell'elettricità per gli utenti in California era in aumento, ma non ha collegato l'aumento alle energie rinnovabili, provocando un'aspra reazione da parte dell'economista dell'Università di Berkeley James Bushnell.


"La storia di come il sistema elettrico della California è arrivato al suo stato attuale è lunga e cruenta", ha scritto Bushnell, ma "la spinta politica dominante nel settore elettrico è stato senza dubbio il focus sullo sviluppo di fonti di produzione di elettricità rinnovabili".


Parte del problema è che molti giornalisti non comprendono la questione dell'elettricità. Pensano all'elettricità come a un prodotto quando, in effetti, è un servizio, come mangiare al ristorante.
Il prezzo che paghiamo per il lusso di mangiare fuori non è solo il costo degli ingredienti, la maggior parte dei quali, proprio come i pannelli solari e le pale eoliche, sono  diminuiti di prezzo per decenni.


Piuttosto, il prezzo di servizi come il mangiare fuori e l'elettricità riflette non solo il costo degli ingredienti, ma anche della loro preparazione e consegna.


Questo è però un problema di schieramento, non solo di analfabetismo energetico. Anche giornalisti normalmente scettici guardano regolarmente con un occhio di favore alle energie rinnovabili. Il motivo  non è perché non sappiano fare inchieste in modo critico sull'energia - lo fanno regolarmente quando si tratta di fonti di energia non rinnovabili - ma piuttosto perché non vogliono farlo.


Ciò può - e dovrebbe - cambiare. I giornalisti hanno l'obbligo di riferire in modo accurato ed imparziale su tutte le questioni di cui si occupano (sì, buonanotte - NdVdE), in particolare su quelle importanti come l'energia e l'ambiente.


Un buon inizio sarebbe fare un'inchiesta sul perché, se il solare e l'eolico sono così economici, stanno rendendo l'elettricità per gli utenti così costosa.


02/10/19

50 anni di previsioni eco-apocalittiche smentite

Come diceva Gramsci “la storia insegna, ma non ha scolari”. Infatti, è da almeno mezzo secolo che scienziati e politici prevedono a comando catastrofi climatiche naturali a causa delle attività umane, ma queste si rivelano sempre gravemente esagerate, quando non totalmente infondate. Nonostante ciò, i media attuali continuano a propagandare previsioni catastrofiche per portare avanti iniziative come il Green New Deal americano, senza farsi scrupoli nell’utilizzare allo scopo bambini affetti da sindrome di Asperger. Non c’è motivo di credere che le ultime previsioni siano minimamente più credibili delle precedenti.

 

 

Di Myron Ebell e Steven J. Milloy, 18 settembre 2019

 

 

Ringraziamo Tony Heller, che per primo ha raccolto molte di queste immagini e le ha pubblicate su RealClimateScience.

 

SOMMARIO

 

I moderni predicatori di sventura prevedono un disastro climatico e ambientale fin dagli anni '60. E continuano a farlo anche oggi.

 

Nessuna delle apocalissi previste con tanto di data di scadenza si è finora rivelata vera.

 

Quella che segue è una collezione delle previsioni decisamente estreme provenienti da persone ben note in ambito scientifico e governativo.

 

Più che limitarsi a mettere in evidenza le previsioni fallite, questa collezione mostra che i creatori di previsioni apocalittiche sono spesso persone che ricoprono posizioni rispettate nel governo e nella scienza.

 

Anche se queste previsioni sono state e continuano a essere entusiasticamente riportate dai media, affamati di titoli ad effetto, tipicamente il loro fallimento non viene pubblicato.

 

(Nel seguito vengono presentati diversi esempi di previste apocalissi, mai verificatesi, con commenti e spesso anche articoli che smentiscono la previsione precedente, NdVdE).

 

1967: ‘Una grave carestia entro il 1975.’



Traduzione della parte in rosso: LOS ANGELES – È ormai troppo tardi perché il modo possa evitare un lungo periodo di carestia, secondo quanto affermato da un biologo dell’Università di Stanford lo scorso giovedì. Paul Ebrlich ha detto che la “stagione delle carestie” è alle porte e sarà al suo culmine e al massimo della distruzione entro il 1975. Ha dichiarato che la popolazione degli Stati Uniti è già eccessiva, che il controllo delle nascite potrebbe essere ottenuto rendendolo involontario e introducendo sostanze sterilizzanti negli alimenti di base e nell’acqua potabile, e che la Chiesa Cattolica Romana dovrebbe essere spinta a sostenere le misure di routine finalizzate al controllo della crescita della popolazione.

 

Fonte: Salt Lake Tribune, 17 novembre 1967

 

1969: ‘Spariremo tutti in una nuvola di vapore blu entro il 1989.’



 

Traduzione della parte in rosso: PALO ALTO, California – “Il problema con tutte le questioni ambientali” dice Paul R. Ehrlich, biologo delle popolazioni, “è che mentre aspettiamo di avere abbastanza prove per convincere la gente, moriremo”. […] Dobbiamo renderci conto che, a meno di essere estremamente fortunati, spariremo tutti in una nuvola di vapore blu entro 20 anni”.

 

Fonte: New York Times, 10 agosto 1969

 

1970: Un’era glaciale entro il 2000



 

Traduzione della parte in rosso: Gli scienziati prevedono una nuova era glaciale entro il ventunesimo secolo. L’inquinamento dell’aria può oscurare il sole e provocare una nuova era glaciale nei primi 30 anni del prossimo secolo […] la richiesta di acqua di raffreddamento prosciugherà l’intero flusso dei fiumi e dei torrenti degli Stati Uniti continentali.

 

Fonte: Boston Globe, 16 aprile 1970

 

1970: ‘L’America sarà sottoposta a razionamento dell’acqua entro il 1974 e a razionamento del cibo entro il 1980.’



 

Traduzione della parte in rosso: [L’ambiente] ha davvero bisogno di essere salvato. Ehrlich prevede che “Gli oceani saranno morti come il Lago Erie in meno di dieci anni”. […] L’America sarà sottoposta a razionamento dell’acqua entro il 1974 e a razionamento del cibo entro il 1980.

Fonte: Redlands Daily Facts, 6 ottobre 1970

 

1971: ‘Una nuova era glaciale è in arrivo’



 

Traduzione della parte in rosso: Il dottor S.I. Rasool dell’Amministrazione aeronautica e spaziale nazionale e dell’Università Columbia dice che “Nei prossimi 50 anni” le polveri fini che gli uomini emettono costantemente nell’atmosfera a causa della combustione dei combustibili fossili potrebbero oscurare una parte così importante della luce del sole che le temperature medie potrebbero calare di sei gradi. Se il trend continuasse per diversi anni “da 5 a 10” – secondo le sue stime – “tale abbassamento della temperatura potrebbe essere sufficiente a innescare un’era glaciale!”.

Fonte: Washington Post, 9 luglio 1971

 

1972: Una nuova era glaciale entro il 2070

 





Traduzione della parte in rosso (da una lettera di scienziati al Presidente USA): La conclusione principale è stata che un deterioramento globale del clima, di un ordine di grandezza più grande di quanti sperimentati dalla civiltà umana, è una possibilità molto concreta e in realtà potrebbe avvenire molto presto.

 

Fonte: NOAA, Ottobre 2015

 

1974: ‘Una nuova era glaciale sta arrivando velocemente’



 

Traduzione del titolo: I satelliti spaziali mostrano che una nuova era glaciale si sta avvicinando velocemente

 

Fonte: The Guardian, 29 gennaio 1974

 

1974: ‘Un’altra era glaciale?’



 

Traduzione della parte in blu: […] I segni sono ovunque – dall’inaspettata persistenza e spessore dei ghiacci nelle acque intorno all’Islanda alla migrazione verso sud di creature che amano il caldo come gli armadilli nel Midwest.

 

Fonte: TIME, 24 giugno 1974

 

1974: Il consumo dell’Ozono è un ‘grave pericolo per la vita’



 

Traduzione del titolo: ‘Grave pericolo per la vita’; i gas consumano l’ozono della Terra

 

Ma nessun “grave pericolo per la vita” è stato osservato, mentre il cosiddetto “buco dell’ozono” rimane aperto:



 

(Il grafico mostra la superficie del cosiddetto “buco dell’ozono”, che dal 1974 è enormemente aumentato per poi stabilizzarsi verso gli anni 2000, senza alcuna conseguenza catastrofica, NdVdE). 

 

Fonte: Headline

 

Dati NASA | Grafico

 

1976: ‘Il raffreddamento’



 

Traduzione della parte in rosso: Il Raffreddamento. Così scrive Stephen Schneider, un giovane climatologo del Centro Nazionale per la Ricerca Atmosferica di Boulder, Colorado, che riflette il consenso della comunità dei climatologi (ah, il famoso consenso de Lascienza… NdVdE)[…] Nel 1974 Schneider e Bryson hanno provato a spiegare a un gruppo di decisori politici della Casa Bianca perché le condizioni probabilmente peggioreranno. Uno dei più deprimenti aneddoti del libro è la descrizione di Schneider del totale disinteresse che hanno suscitato i suoi avvertimenti.

 

Fonte: New York Times Book Review, 18 luglio 1976

 

1980: ‘La pioggia acida uccide la vita dei laghi’



 

Noblesville Ledger (Noblesville, IN) 9 Aprile 1980

 

Ma 10 anni più tardi, il programma formato dal governo USA per studiare la pioggia acida concludeva che:

 



 

Traduzione del titolo: Conclusioni dello studio: le piogge acide non rappresentano una crisi ambientale.

Associated Press, 6 Settembre 1990

 

1978: ‘Non si vede la fine’ al trend trentennale di raffreddamento



 

Traduzione del titolo: Un team internazionale di specialisti dice che non si vede la fine del trend trentennale di raffreddamento dell’emisfero Nord.

 

Fonte: New York Times, 5 gennaio 1978

 

Ma secondo i dati dei satelliti NASA a partire dal 1979 si osserva un piccolo trend di riscaldamento.



 

Fonte: DrRoySpencer.com

 

1988: James Hansen prevede un aumento delle siccità regionali negli anni ‘90

 

 

Traduzione del titolo e della parte in rosso: Probabili nuove siccità, dicono gli esperti ai senatori. “Le nostre simulazioni per la fine degli anni 80 e gli anni 90 indicano una tendenza all’aumento delle situazioni di siccità da ondate di calore nel Sudest e nel Midwest degli Stati Uniti” ha testimoniato.

 

Ma l’ultimo anno veramente secco del Midwest è stato il 1988, e gli anni recenti sono stati tra i più umidi registrati.

 



 

Fonte: RealClimateScience.com

 

1988: Per Washington i giorni con temperatura superiore a 32 gradi passeranno da 35 a 85



 

Traduzione del titolo e della parte in rosso: Preparatevi a estati lunghe e bollenti. Se avete apprezzato le temperature record della scorsa estate, amerete quelle degli anni ’90, dice James Hansen, lo scienziato della NASA che, durante le udienze congressuali riguardanti le siccità del Midwest, ha collegato l’effetto serra all’ondata di calore registrata. […] Washington, per esempio, passerebbe da 35 giorni all’anno sopra i 32 gradi a 85 giorni alk’anno. Il livello degli oceani si innalzerà ovunque tra i 30 e i 180 centimetri.

 

Ma il numero dei giorni bollenti nell’area di Washington ha raggiunto un picco nel 1911, ed è in calo da quel momento in poi.



 

Fonte: RealClimateScience.com

 

1988: Le Maldive saranno completamente sommerse entro 30 anni



 

Traduzione del titolo e della parte in rosso: Una minaccia per le isole. Il livello dei mari minaccia di sommergere completamente questa nazione dell’Oceano Indiano di 1.196 piccole isole entro i prossimi 30 anni, secondo le autorità. […] Ma la fine delle Maldive e dei loro 200.000 abitanti potrebbe avvenire prima se la disponibilità di acqua potabile si dovesse prosciugare entro il 1992, come previsto.

 

Fonte: Agence France Press, 26 Settembre 1988

 

1989: L’innalzamento dei mari ‘sommergerà’ le nazioni entro il 2000



 

Traduzione del titolo e della parte in rosso: L’innalzamento dei mari potrebbe sommergere nazioni secondo funzionari USA. ONU – Un esperto funzionario ambientale delle Nazioni Unite dice che intere nazioni potrebbero essere spazzate via dalla faccia della Terra dall’innalzamento del livello dei mari se l’attuale trend di riscaldamento globale non verrà invertito entro l’anno 2000.

 

Fonte: Associated Press, 30 giugno 1989

 

1989: L’autostrada Ovest di New York sarà sommersa dall’acqua entro il 2019



 

Traduzione della parte in rosso: […] Jim Hansen, lo scienziato che nel 1988 aveva anticipato l’effetto serra davanti al Congresso. Mi sono messo di fronte alla finestra di fianco a lui e ho guardato Broadway, a New York, e ho detto “Se quello che mi dici è vero riguardo all’effetto serra, cosa cambierà qui tra 20 anni?” […] “L’autostrada Ovest di New York (che passa a fianco del fiume Hudson) sarà sott’acqua”. […] avremo cartelli nei ristoranti che dicono “Acqua solo su richiesta”. Quando ha detto che succederà? Entro 20 o 30 anni. E ricorda che ne abbiamo parlato nel 1988 o 1989. Crede ancora in queste cose? Sì, crede ancora a tutto questo. Gli ho parlato pochi mesi fa e mi ha detto che non cambierebbe nulla di quello che mi disse allora.

 

Fonte: Salon.com, 23 ottobre 2001

 

Dal 1995 ad oggi: Fallimenti dei modelli climatici



 

Spiegazione: il grafico mostra le variazioni delle temperature globali: quelle realmente osservate (pallini blu e quadrati verdi, in basso) e quelle previste dai vari modelli climatici (le linee variamente colorate nella parte alta del grafico). A fronte di un aumento reale inferiore a 0,3°C nell’arco di 40 anni, i modelli prevedevano aumenti medi tripli, con alcuni modelli che prevedevano aumenti più che quintupli.

 

Fonte: CEI.org

 

2000: ‘I bambini non sapranno cos’è la neve.’





 

 

Traduzione del titolo e della parte in blu: Le nevicate sono ormai solo un ricordo del passato. […] la neve sta iniziando a scomparire dalle nostre vite. […] I bambini semplicemente non sapranno che cosa sia la neve.

 

Fonte: The Independent, 20 marzo 2000

 

2002: Carestia entro 10 anni

 



 

Traduzione di titolo e sottotitolo: Perché i vegani hanno sempre avuto ragione. La carestia può essere evitata soltanto se i ricchi smettono di mangiare carne, pesce e latticini.

 

Fonte: The Guardian, 23 dicembre 2002

 

2004: L’inghilterra avrà il clima della Siberia entro il 2020

 



 

Traduzione della parte in rosso: Ora il Pentagono dice a Bush: i cambiamenti climatici ci distruggeranno. […] L’inghilterra sarà “siberiana” in meno di 20 anni. […] L’inghilterra sprofonderà in un clima “siberiano” entro il 2020. Conflitti nucleari, mega-siccità, carestie e rivolte diffuse emergeranno in tutto il mondo.

Fonte: The Guardian, 21 febbraio 2004

 

2008: L’Artico sarà privo di ghiaccio entro il 2018



 

Traduzione del titolo e della parte in rosso: Scienziato della NASA: siamo spacciati. […] Hensen, facendo eco al lavoro di altri scienziati, dice che nel giro di 5-10 anni l’Artico sarà senza ghiaccio in estate. Lo scettico climatico, Senatore James Inhofe, facendo riferimento a un recente sondaggio, ha dichiarato “Hensen, (l’ex vicepresidente) Ore e i media hanno sbandierato l’apocalisse climatica causata dall’uomo fin dagli anni ’80. Ma gli americani non gli credono più”. Ma il senatore repubblicano Ed Markey, ha detto “Il dottor Hensen aveva ragione. Dopo venti anni, lo riconosciamo come un profeta climatico”.

 

Fonte: Associated Press, 24 giugno 2008

 

2008: Al Gore avverte: l’artico non avrà più ghiaccio entro il 2013



 

Traduzione del titolo: Dieci anni fa, Al Gore predisse che la calotta polare artica sarebbe scomparsa. Inopportunamente, la calotta è ancora lì.

 

Ma… il ghiaccio è ancora lì:



 

Fonte: WattsUpWithThat.com, 16 dicembre 2018

 

2009: Il principe Carlo dice che abbiamo solo otto anni per salvare il pianeta



 

Traduzione del titolo: Rimangono solo 96 mesi per salvare il mondo, dice il principe Carlo

 

Fonte: The Independent, 9 luglio 2009

 

2009: Il primo ministro britannico dice che abbiamo solo 50 giorni per “salvare il pianeta dalla catastrofe”



 

Traduzione del titolo: Gordon Brown: abbiamo meno di 50 giorni per salvare il pianeta dalla catastrofe

 

Fonte: The Independent: 20 ottobre 2009

 

2009: L’Artico sarà senza ghiaccio entro il 2014

 

 

Traduzione del titolo: Gore: la calotta polare può scomparire entro l’estate del 2014

 

Fonte: USA Today, 14 dicembre 2009

 

2013: L’Artico sarà senza ghiaccio entro il 2015



 

Traduzione del titolo: Scienziato: l’artico senza ghiaccio che avremo in due anni preannuncia una catastrofe per il rilascio del metano

 

Fonte: The Guardian, 24 luglio 2013

 

Ma nel gennaio 2018 ecco un articolo scientifico: https://www.nature.com/articles/s41467-017-02550-9 (accesso libero)

 

Traduciamo una parte del sommario: “Il rilascio di metano […] (era stato) precedentemente attribuito alla dissociazione degli idrati causata dal riscaldamento di origine umana […]  Quindi, concludiamo che la dissociazione degli idrati è stata innescata da un rimbalzo isostatico post-glaciale e non dal riscaldamento di origine umana. Inoltre, mostriamo che i flussi di metano […] erano molto più piccoli […] il che implica che gli idrati non erano una fonte significativa di metano.

 

2013: L’Artico sarà senza ghiaccio entro il 2016



 

Traduzione del titolo: La marina USA prevede che l’artico in estate sarà privo di ghiacci entro il 2016

 

Fonte: The Guardian, 9 dicembre 2013

 

2014: Abbiamo solo 500 giorni prima del “caos climatico”

 

 

Traduzione del titolo: Il ministro degli esteri francese: “Abbiamo 500 giorni per evitare il caos climatico”

 

Ma…



 

Traduzione del titolo: 500 giorni dopo che il ministro degli esteri francese aveva previsto il “caos climatico”, il pianeta è ancora sano.

 

Fonte: Washington Examiner