07/07/20

Come uscire dall’eurozona: il caso della Finlandia




In un lungo thread su Twitter l’economista Tuomas Malinen, docente all’università di Helsinki, descrive le linee guida per un ritorno alla valuta nazionale per la Finlandia.

Di Tuomas Malinen, 05 giugno 2020

Traduzione di Gabriele Bellerino


Penso che sia giunto il momento. Un thread sull’uscita dall’euro.

Nel corso degli anni, le mie posizioni sono divenute sempre più euroscettiche. Se un grafico potesse essere usato per descrivere il mio cambiamento di opinione, sarebbe il seguente: in poche parole, l'euro è stato una minaccia per l’economia.


PIL reale pro-capite per diversi paesi dell’eurozona – Fonte: GnS Economics


Ora la domanda è: come uscire?

La base per partire sono le motivazioni giuridiche e politiche, e per l'uscita dall'euro ce ne sono tre:

1. Emergenza nazionale
2. Altre cause di forza maggiore
3. Un cambiamento o una violazione degli atti dei trattati e/o dei principi dell'eurozona.

Nel caso di un'emergenza nazionale (guerre, epidemie, crisi economiche), un paese può temporaneamente aggirare tutti i trattati e perseguire le azioni necessarie per superare l'emergenza.

Altre cause di forza maggiore si riferiscono ad eventi anomali, imprevedibili e al di fuori del controllo del paese interessato.

Il percorso di uscita più credibile e legalmente praticabile per ogni membro (ndt: dell’eurozona) si basa sulla trasformazione dell'unione monetaria in qualcosa di diverso rispetto a ciò che gli stati membri avevano inizialmente concordato. E questo è esattamente ciò che implica il Coronafund.

Nel momento in cui il movente giuridico è definito, il governo inizia i preparativi IN SEGRETO.
Non ci può essere alcun referendum, tranne che sotto regime di controllo sui movimenti di capitale, poiché senza quest’ultimo molto probabilmente ci sarebbero drastici deflussi di capitale.

Durante i preparativi, il governo ha bisogno di concentrarsi su quattro questioni.

Innanzitutto, è necessario valutare le conseguenze economiche e politiche dell'uscita, creando una base per le successive comunicazioni al pubblico e per i negoziati.

In secondo luogo, dovrà essere effettuata una prima valutazione delle modalità per sostituire immediatamente le funzioni finanziarie che l’uscita renderà non disponibili, concentrandosi sui sistemi di pagamento e compensazione, nonché sui mezzi per garantire la liquidità delle banche nazionali.

In terzo luogo, è necessario un progetto preliminare di modifiche giuridiche e l'elaborazione di alcune misure da adottare all’inizio, tra cui i controlli sui movimenti di capitale, la disponibilità di contante e possibili accordi bilaterali sui tassi di cambio con i paesi disponibili a collaborare.

In quarto luogo, un elenco di punti da concordare preferibilmente con varie autorità dell'eurozona, al fine di ottenere un'uscita quanto più possibile favorevole. Questi includono la gestione dell'eccedenza del saldo Target 2, le linee di swap in valuta estera e l'uso dei sistemi di pagamento dell’eurozona durante la transizione.

Concretamente, il paese deve trovare risposta alle seguenti tre domande:

1. Come garantire il funzionamento del sistema dei pagamenti durante la transizione e come creare una banca centrale nazionale?
2. È probabile una rappresaglia economica e politica da parte dei paesi e/o delle autorità dell’eurozona?
3. Le banche (settore finanziario), le aziende e gli enti governativi del paese uscente continueranno ad avere liquidità e ad essere solvibili durante il periodo di adattamento?

La prima è la domanda più grande, poiché la costruzione di un nuovo sistema dei pagamenti richiede del tempo. Tuttavia, un'opzione potrebbe essere quella di operare con il sistema dei pagamenti dell’eurozona sotto regime di controllo dei movimenti di capitale. In questo caso, il paese uscente utilizzerà ancora euro (nazionali), che verranno trasformati in euro "internazionali" alla frontiera.

È probabile che il paese uscente possa continuare a utilizzare il sistema dei pagamenti dell’eurozona, dal momento che escludere un paese da questo sistema è in primis tecnicamente difficile, e in secondo luogo potrebbe essere visto addirittura come una dichiarazione di guerra.

In ogni modo, se ciò dovesse accadere, il paese uscente sarebbe costretto ad operare con mezzi di pagamento alternativi per circa un anno. Tra questi figurano l'emissione di script e obbligazioni, e le società private (aziende e banche) dovranno emettere le proprie carte (ndt: per i pagamenti elettronici). Durante la pianificazione della “Grexit” nella primavera/estate del 2015, le aziende e le banche erano preparate ad emettere le proprie carte di debito/credito nel giro di qualche settimana.
Ciò aumenterebbe i costi dell'uscita, che rimarrebbe comunque del tutto fattibile.

Tra l’altro, nell'attuale situazione, è improbabile una rappresaglia contro un paese che esca dall'eurozona, o almeno sarebbe altamente sconsigliato, perché in quel momento il paese potrebbe anche lasciare l'UE. Va sottolineato che l'uscita dall'eurozona NON implica che il paese debba anche lasciare l'UE. Una nazione sovrana può sempre decidere quale valuta utilizzare e non esiste una clausola nei trattati europei che consenta l'espulsione di un paese dall'UE o dall'unione monetaria.

Dopo l’uscita, tutti i depositi e i prestiti regolati dalla legge nazionale verrebbero immediatamente ridenominati nella nuova valuta, ai sensi della lex monetae. Ciò vale anche per tutto l’ammontare di debito pubblico non sottostante alla clausola di azione collettiva (CAC). Per tutti i debiti sottostanti al CAC ci dovrà essere una contrattazione tra debitori e governo emittente.

La lex monetae verrebbe anche utilizzata per ridenominare nella nuova valuta tutto il debito delle aziende che rientrano nella giurisdizione nazionale.
La banca centrale del paese uscente inizierebbe immediatamente a emettere nuova valuta nazionale per garantire la liquidità del settore bancario. Per garantire la convertibilità della nuova valuta, la banca centrale nazionale dovrebbe stabilire e mantenere delle riserve valutarie, sostenute anche da un sistema di accordi di swap con altre banche centrali di nazioni partner.

Subito dopo l'uscita, il governo produrrebbe nuove banconote e inizierebbe a mettere in piedi il nuovo sistema nazionale dei pagamenti. Le banche sarebbero obbligate a ridenominare nella nuova valuta nazionale, con effetto immediato, almeno una parte del loro bilancio.

Per convenienza, la ridenominazione dovrebbe avvenire con un tasso da uno a uno, ovvero un'euro per un’unità della nuova valuta nazionale (cambio 1:1). Con ciò avverrebbe la ridenominazione delle voci dei bilanci bancari e verrebbe creata una nuova valuta all'interno del sistema bancario del paese uscente.

Tuttavia, la modifica dei sistemi contabili delle banche per il riconoscimento della nuova valuta può richiedere tempo, al limite dei mesi. Anche questo fattore suggerisce l'utilizzo del sistema dei pagamenti dell’eurozona, almeno nella fase transitoria.

Quindi, per ricapitolare, uscire dall'euro richiede:

1) Decidere l'argomento giuridico che motivi l'uscita.
2) Pianificazione segreta.
3) Garantire il funzionamento dei sistemi di pagamento e del sistema bancario.
4) Creazione di una banca centrale nazionale per garantire la liquidità alle banche.

Queste naturalmente sono solo delle linee guida approssimative. Ulteriori informazioni le trovate nel nostro articolo.

Ma il punto è che un'uscita dall'euro è completamente POSSIBILE e che i suoi costi possono essere mitigati.

E il ritorno alla valuta nazionale porterebbe ogni tipo di beneficio.

Versione precedente dell’articolo (scaricabile gratuitamente): https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=3024551

06/07/20

Robert F. Kennedy Jr. - Italia venduta alle case farmaceutiche




Robert F. Kennedy Jr., nipote del Presidente J.F. Kennedy e figlio del fratello Robert, che sta conducendo una dura battaglia per far luce sui gravi scandali che hanno caratterizzato la campagna vaccinale globale di Bill Gates e dell'OMS, pubblica sul suo sito la lettera a lui inviata dalla Dr.ssa Antonietta Gatti, in cui la ricercatrice denuncia il tentativo di fare degli italiani delle cavie da laboratorio tramite l'imposizione di un vaccino sconosciuto in termini di efficacia e di effetti collaterali, di cui sono state già acquistate milioni di dosi. 



Caro Robert,

Non so se sei completamente consapevole della situazione italiana. Riassumendo tutto in poche parole, l’Italia è stata venduta a Big Pharma ed è diventata un enorme laboratorio in cui vengono condotti esperimenti sulla popolazione: adulti, bambini, anziani, persone sane, malate … non fa differenza, siamo tutti cavie. Ora il business, e non solo economico, è quello di costringere 60 milioni di italiani a vaccinarsi contro COVID, al punto che sono già state acquistate decine di milioni di dosi di prodotto, un prodotto che, in effetti, è sconosciuto sia in termini di efficacia e, soprattutto, in termini di effetti collaterali. Nel frattempo, in attesa di riceverli, è in corso di approvazione una legge in base alla quale tutti, compresi i bambini, devono essere vaccinati contro l’influenza (perché?), e questo in aggiunta ai 10 vaccini che sono già obbligatori.

03/07/20

2022: il passaporto vaccinale. La UE tace sul documento sospetto



La UE marcia spedita verso un’obbligatorietà vaccinale allargata e imposta con la forza. Il modus operandi non è quello della prudenza e della trasparenza, ma dell’imposizione forzata e della minaccia. Il business, che potrebbe valere 100 miliardi di dollari entro il 2025, mira a invadere, in ordine crescente di importanza, i nostri portafogli, le nostre vite e i nostri corpi.

Di Daniele Pozzati, 28 giugno 2020

Ma guarda che sorpresa! La Commissione Europea (CE) aveva preparato una “Tabella di marcia per le Vaccinazioni” mesi prima che scoppiasse la pandemia da Covid-19.

La Tabella di marcia dovrebbe portare a una “proposta della Commissione per un passaporto/carta d’identità vaccinale per i cittadini UE entro il 2022”.

Il documento di 10 pagine, aggiornato l’ultima volta nel terzo trimestre del 2019, è stato seguito, il 12 di settembre, da un “summit globale per le vaccinazioni” organizzato in maniera congiunta dalla CE e dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS).