19/03/17

Può accadere di nuovo? Il campo di battaglia per una rivoluzione teorica in economia

Sul blog dell'Institute for New Economic Thinking l'economista italiana Antonella Palumbo strappa al neoliberismo - posizione teorica oggi dominante - l'abusata veste di unico metodo scientifico utilizzabile per l'analisi economica. Al contrario, questo quadro teorico, con la sua fede cieca nel mercato e l'orrore ideologico per ogni intervento dello Stato - è solo uno dei tanti possibili che si sono avvicendati nella storia ed è caratterizzato non da una presunta oggettività scientifica, ma da precise scelte politiche e sociali. Se oggi si mostra al capolinea, per gli evidenti disastri che ha provocato e l'incapacità di rispondere ai problemi più urgenti e gravi che affliggono la società, significa che è ora di trovare un nuovo quadro teorico, anche riprendendo idee del passato che possono servire come basi per un pensiero nuovo.

di Antonella Palumbo, 27 febbraio 2017 

 

 

Per la nostra serie ‘Experts on Trial’, Antonella Palumbo sostiene la necessità di liberarsi di trite parole d'ordine 'scientifiche' che mascherano in realtà scelte sociali e politiche.

In seguito al terremoto politico rappresentato dall'elezione di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti e dal voto a favore della Brexit, si va sviluppando un dibattito intorno all’idea che le élite politiche e intellettuali abbiano perso la capacità di comprendere la direzione verso cui si muove la società, e che il loro rapporto con quest'ultima sia inficiato da una crisi di rappresentanza. I segnali di disagio e di insofferenza si moltiplicano, mentre cresce il timore che le elezioni francesi e tedesche diano luogo a ulteriori esiti traumatici.
I politici, ovviamente, sono i primi destinatari della disaffezione dell’opinione pubblica, che li considera sia incapaci di rendersi conto di quanto profondamente le trasformazioni economiche degli ultimi decenni abbiano inciso sulla vita quotidiana della gente comune, sia del tutto indifferenti alle sofferenze che ne derivano. Ma anche agli economisti si guarda con crescente scetticismo, visto che gran parte della professione si è mostrata più interessata a celebrare i vantaggi della globalizzazione che ad analizzare senza preconcetti le complesse trasformazioni che questa implicava  ̶  e le loro conseguenze.
Il ruolo degli esperti

Segnali di una simile diffidenza possono essere letti non solo nel voto a favore della Brexit (nonostante le fosche previsioni della maggior parte degli economisti in merito alle sue gravi conseguenze), ma anche, ad esempio, nella ribellione contro l'euro, che si va diffondendo in quote sempre maggiori dell'elettorato europeo.
L'opinione pubblica europea rappresenta tuttavia un caso interessante. Fino a tempi molto recenti, l’atteggiamento prevalente nei confronti degli economisti è stato infatti sostanzialmente di fiducia e rispetto, in contrasto con l'universale disprezzo per i politici. Si può addirittura affermare che una parte dell'élite intellettuale europea (con la complicità dei media) abbia di fatto contribuito, negli ultimi decenni, ad alimentare la sfiducia nella politica e nei politici, soprattutto nei paesi dell'Europa meridionale. Un esempio recente è rappresentato dalla spiegazione che gli economisti mainstream (e i giornalisti che hanno fatto loro eco) hanno offerto dell'improvviso aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato in Italia e in altri paesi europei nel 2010-2011, rinvenendone la causa nelle dimensioni stesse del debito pubblico. La colpa del peso del debito è stata quindi addossata sui politici corrotti, che non avrebbero dato ascolto alle analisi e alle ricette proposte dagli economisti (che prescrivevano invece l'austerità). In questa narrazione, i politici non sono solo stati dipinti come corrotti e interessati, ma anche come irresponsabili e inclini al populismo. Ai politici è stato dunque dato il ruolo dei ‘cattivi’, mentre gli economisti tendevano a rappresentarsi  come gli autentici difensori dell'interesse generale. [1]
La visione dell'economista come arbitro politicamente imparziale dell'interesse generale rimane tuttora prevalente tra le élite europee (soprattutto in Germania), ed è profondamente radicata nel cosiddetto 'Brussels Consensus'. Essa ha anzi innervato la progettazione stessa di molte istituzioni europee, che limitano il potere discrezionale e subordinano le istanze politiche alle decisioni di organismi tecnici (come la Banca centrale europea) o a una serie di regole, le une e le altre conformi alle presunte superiori conoscenze degli economisti. Se oggi il consenso popolare sulla saggezza degli economisti vacilla, questo è dovuto al disagio sociale causato dalle politiche di austerità e dalla crescente diseguaglianza dei redditi e delle opportunità che ha caratterizzato questi decenni di globalizzazione - con la grande quantità di ‘perdenti’ che tende a produrre.

La sfiducia nell'autorità degli esperti è venuta crescendo lentamente. Già qualche anno fa, l'esplosione della grande crisi finanziaria negli Stati Uniti e le sue conseguenze globali hanno iniziato a mettere a repentaglio la reputazione degli economisti. Il fatto che la dimensione e la profondità della crisi avessero colto di sorpresa la grande maggioranza degli economisti, e che tanti di loro non avessero la minima idea di come affrontarla, fu visto allora come una sorta di scandalo intellettuale. Nelle università il disagio ha preso anche la forma di protesta aperta, come è testimoniato da una serie di iniziative studentesche [2] e dalle discussioni ancora in corso sulla necessità di introdurre percorsi formativi alternativi, discussioni che hanno coinvolto anche molti studiosi di orientamento critico. [3] Allo stesso tempo,  per i settori più attivi e informati dell’opinione pubblica è del tutto chiaro che il desiderio di un cambiamento in politica implica anche un profondo ripensamento delle relazioni economiche e un riequilibrio dei poteri economici (questi temi sono stati al centro, per esempio, del movimento Occupy e del movimento degli Indignados).
Sia che si tratti di critica consapevole che di più istintivo disagio, l’obiettivo è il corpus di dottrine economiche che sono alla base dell'ideologia neoliberista. Deregolamentazione dei mercati, riduzione delle tutele dei lavoratori, abolizione delle barriere commerciali, ridimensionamento dello stato sociale e riduzione della spesa pubblica, sono tutte ricette politiche che derivano dalla premessa teorica che il libero mercato possieda la capacità di autoregolarsi, e sia in grado di assicurare automaticamente risultati ottimali, mentre la regolamentazione e l'intervento dello Stato sarebbero inefficaci, distorsivi o anche peggio. La professione economica ha giocato un ruolo non secondario nel favorire l'adozione generalizzata di queste politiche, i cui effetti sono sempre più percepiti come fallimentari e creatori di divisioni e iniquità. Del resto, è piuttosto singolare che indicazioni politiche così specifiche e lineari derivino in genere da modelli estremamente astratti. Un'accusa spesso rivolta all'economia è che essa si occupa di un mondo immaginario, invece di studiare e spiegare i reali processi economici che incidono sulla vita delle persone.

Tuttavia, se così tanti economisti negli ultimi quattro decenni hanno abbracciato questo atteggiamento e questo punto di vista, sarebbe ingiusto ritenere che ciò sia spiegabile (perlomeno interamente) in termini di conformismo intellettuale o di servilismo nei confronti degli interessi dei potenti. La convinzione neoliberista in merito alle virtù autoregolatrici del mercato trova infatti giustificazioni teoriche profonde nel cuore stesso della disciplina economica - è ciò che viene insegnato agli studenti in quasi tutti i corsi introduttivi di economia.

 
Neoliberismo e teoria economica

Nonostante il disagio che esso ha prodotto sia all'interno che all'esterno della professione economica, lo shock della crisi del 2007-2009 non ha provocato alcun cambiamento radicale del paradigma teorico dominante né nel campo della ricerca né dell'insegnamento. Ci sono state, è vero, riscoperte pragmatiche delle politiche keynesiane (negli Stati Uniti più che in Europa), mentre una certa attenzione, per un periodo di tempo limitato, è stata rivolta agli economisti che avevano dubitato della solidità dei mercati finanziari e pronosticato l'arrivo di importanti turbolenze. Ma il nucleo della teoria dominante non è cambiato molto. Oggi, come negli ultimi decenni, prevale un’unica struttura teorica di fondo, ben riconoscibile nonostante la grande pluralità di teorie, modelli e campi specifici di applicazione che caratterizzano la disciplina. Secondo questa impostazione, i problemi economici devono essere analizzati in termini delle scelte massimizzanti di individui razionali, che agiscono sulla base delle loro preferenze e delle loro risorse, interagendo nel mercato con altri individui che, in base a diverse preferenze e risorse, compiono scelte diverse. Questa interazione determina i prezzi di equilibrio, intesi come prezzi che uguagliano la domanda e l'offerta di ogni bene e di ogni fattore di produzione. Questa struttura di pensiero è così basilare, che di solito non è riconosciuta come espressione di un particolare punto di vista, ma identificata con il linguaggio economico tout court. Perfino i modelli macroeconomici si basano oggi su questa visione, che estrapola leggi economiche relative agli aggregati e le relative prescrizioni di politica economica da ipotesi e analisi che riguardano il comportamento individuale. [4]

Questa impostazione teorica, si sostiene, è abbastanza generale e flessibile da consentire risultati diversi e diverse implicazioni politiche, che possono essere ottenuti mediante opportune ipotesi quali, ad esempio, mercati imperfetti o incompleti, vincoli di liquidità, o rigidità di qualsiasi tipo. [5] In seguito alla crisi, infatti, in un numero crescente di modelli sono stati presi in considerazione vari tipi di shock finanziari e reali, e risultati non ottimali. Inoltre, alcuni temi, come la disuguaglianza, hanno ricevuto più attenzione. [6] Ma tutto ciò non ha comportato un vero cambiamento nel quadro teorico di riferimento.
In realtà, questa struttura teorica di base è meno flessibile e generale di quanto di solito la si dipinga. Una conseguenza rilevante del supporre che il comportamento economico sia il prodotto delle scelte massimizzanti di individui razionali (e liberi) è che la soluzione di mercato prevista dalla teoria risulta naturalmente dotata di proprietà ottimali. È del tutto logico assumere che gli agenti razionali scelgano la migliore allocazione possibile delle proprie risorse; se le forze di mercato sono libere di operare attraverso la flessibilità dei prezzi e dei tassi di remunerazione, ne segue che il sistema tende spontaneamente a raggiungere una soluzione complessivamente efficiente, il che implica anche assenza di spreco di risorse. Di conseguenza, qualsiasi risultato sub-ottimale, per esempio la presenza di disoccupazione involontaria, deve necessariamente essere spiegato con la presenza di ostacoli (come le imperfezioni e rigidità viste sopra), che frenano (o impediscono del tutto) l’azione dei meccanismi riequilibratori.
In ultima analisi, lo scopo della politica economica, secondo questo punto di vista, dovrebbe essere semplicemente quello di rimuovere tali ostacoli.
Dunque la fiducia nelle proprietà autoregolative del mercato è profondamente radicata nella teoria economica - perlomeno nell'impostazione teorica attualmente dominante.

 
Cambiamenti di paradigma nella teoria economica

Il quadro di riferimento concettuale appena descritto è proprio della teoria neoclassica, l'approccio che ha dominato l'economia dagli ultimi decenni del 19° secolo fino ad oggi. Come è noto, negli anni '30 Keynes mise in discussione questa impostazione, mostrando la cronica tendenza della domanda aggregata ad essere insufficiente ad assorbire la produzione di pieno impiego, e quindi la necessità di investimenti pubblici che correggano i risultati non ottimali del mercato.
L'impatto del keynesismo sulla professione economica e sulla politica economica fu così forte che esso divenne l’impostazione dominante nei decenni successivi, senza però soppiantare del tutto la teoria neoclassica. Questa, al contrario, continuò a predominare nel campo della microeconomia, mentre Keynes aveva concentrato l'attenzione sulle relazioni macroeconomiche, con la conseguenza che le due branche dell'economia spesso offrivano risultati divergenti (e persino contraddittori). Inoltre, le teorie di Keynes furono ben presto reinterpretate in direzione ‘imperfezionista’, di modo che, benché la sua tesi sulla tendenza sistematica alla disoccupazione e allo spreco di risorse fosse all’epoca generalmente accettata, questa fu però interpretata come il prodotto di rigidità, in particolare quella dei salari nominali. In questo modo la rivoluzione teorica di Keynes fu in parte depotenziata, mentre modelli ibridi hanno cercato in misura sempre maggiore di conciliare l'analisi keynesiana dei macro-aggregati con i fondamenti neoclassici, spesso giungendo alla conclusione che i meccanismi autoregolatori sarebbero stati comunque funzionanti nel lungo periodo.
Negli anni '60 e '70 il monetarismo ha duramente criticato questo compromessi teorici ed è riuscito a ristabilire il predominio della visione neoclassica, non solo nella parte più astratta della teoria, ma anche nei modelli e nelle politiche macroeconomiche, fondando così l’attuale consenso.
Lo sviluppo storico del pensiero economico mostra dunque non solo una successione di differenti paradigmi teorici dominanti (come accade in tutti i campi della conoscenza umana), ma anche, in questa successione, la temporanea scomparsa e il successivo riemergere di approcci precedentemente abbandonati. Può infatti accadere, nelle scienze sociali, che un particolare approccio teorico venga abbandonato non perché il progredire delle conoscenze lo abbia reso obsoleto, ma per altri motivi, quali le sue implicazioni politiche o la visione della società che esso comporta. Lo stesso approccio può così essere riscoperto in un diverso momento storico, quando il suo potenziale di analisi torna a essere apprezzato. Allo stesso tempo, data la ben nota impossibilità, in economia, di confermare o confutare una teoria attraverso esperimenti controllati, l’apparire di nuovi dati di fatto non è mai sufficiente, di per sé, a indurre un cambiamento nel paradigma intellettuale dominante.
Perfino quando i fatti sono molto difficili da conciliare con la teoria e sembrano porre ineludibili questioni teoriche, un buon teorico può sempre invocare la categoria dell'eccezione, oppure può sostenere che sono intervenuti altri fattori a modificare le condizioni osservate nella realtà rispetto alle ipotesi della teoria, spiegando così la mancanza di coerenza tra i fatti e le previsioni teoriche.
D'altra parte, un disagio diffuso verso lo stato attuale dell'economia, anche quando prende la forma di protesta cosciente e organizzata, può sì alimentare filoni di pensiero eterodossi, ma è generalmente considerato troppo ideologico per mettere seriamente in discussione il paradigma ‘scientifico’ dominante.
I cambiamenti di paradigma teorico avvengono, e sono sempre avvenuti, nei momenti in cui si manifestino contemporaneamente una percezione diffusa che la teoria dominante non sia in grado di affrontare quelli che sono sentiti come i problemi economici più urgenti dalla società e una proposta alternativa teorica che sorga all'interno dell'economia stessa - come è avvenuto sia per la rivoluzione keynesiana sia per quella monetarista.
Una prima implicazione di quanto detto è che l'economista critico non può contare sulla pura forza dei fatti per veder prevalere il suo punto di vista; ma dovrà combattere la battaglia teorica. Una seconda implicazione è che, nel ricercare nuovi paradigmi teorici che possano seriamente mettere in discussione il consenso attualmente prevalente in economia, non è improprio guardare alla storia passata della disciplina.

 
In cerca di alternative

Perché avvenga un profondo cambiamento nella teoria economica è necessario ricorrere a una struttura di pensiero radicalmente diversa.
L'enfasi sulle preferenze e scelte individuali al centro del paradigma neoclassico riflette l'ambizione di quello che, negli ultimi decenni del 19° secolo, era un sistema di pensiero nuovo, che proponeva di basare la spiegazione dei fenomeni economici interamente sulle forze psichiche della mente umana, interpretandoli dunque come fenomeni naturali piuttosto che sociali. Insieme all'uso del linguaggio matematico (calcolo differenziale), questo implicò che l'economia politica  ̶  che proprio in quell’epoca cambiava il suo nome in ‘scienza economica’ [7]  ̶  poteva rivendicare uno status teorico analogo a quello delle scienze naturali. Oggetto di questa nuova scienza era il comportamento dell'individuo astratto e indifferenziato, che interagisce con altri individui nel mercato, anch’esso concepito in modo astratto. Questo implica una concezione astorica del processo economico, che inoltre è visto come lineare, cioè che procede dalle dotazioni dei fattori originari alla produzione, allo scambio e al consumo, con quest'ultimo visto come il fine ultimo dell'attività economica. [8] I prezzi di equilibrio garantiscono automaticamente l'equilibrio tra domanda e offerta sul mercato riflettendo in ultima analisi la scarsità relativa delle risorse; anche la distribuzione del reddito tra salari e profitti è governata dai meccanismi del mercato e riflette l'equilibrio naturale del sistema.
Questa concezione del processo economico, tuttavia, non è affatto l'unica possibile. In realtà, dal punto di vista storico, essa sostituì un approccio completamente diverso, quello dell'economia politica classica di Adam Smith e David Ricardo, che aveva avuto la sua maggiore fioritura fino ai primi decenni del 19° secolo.
Al centro del sistema di pensiero classico c'è la nozione di surplus, definito come quella parte del prodotto dell'economia che può essere liberamente destinata a qualsiasi uso (consumo, accumulazione o perfino spreco) senza pregiudicare la possibilità dell’economia di riprodursi. [9] La teoria classica della distribuzione analizza il modo in cui tale surplus è diviso tra i partecipanti alla produzione: si basa sull'idea che una variabile distributiva sia determinata, indipendentemente dall’altra, da regole sociali, mentre l’altra emerge residualmente. Gli economisti classici consideravano il salario reale la variabile distributiva indipendente, e generalmente lo concepivano come determinato dal livello delle sussistenze. Questa determinazione era il risultato del conflitto sociale e rifletteva lo squilibrio di potere tra le classi, che consentiva al profitto (e alla rendita) di appropriarsi dell'intero surplus. [10]
La teoria classica mette in luce così il carattere sociale (vale a dire, arbitrario) della distribuzione e la sua natura conflittuale. Storicamente, questa teoria della distribuzione era basata su una teoria del valore che concepiva il valore (prezzo relativo) della merce come indipendente dalla distribuzione stessa, e come determinato dalle condizioni tecniche di produzione. Di conseguenza, in contrasto con la teoria neoclassica, l'economia politica classica vede i prezzi relativi non come indici di scarsità, determinati dall'equilibrio tra domanda e offerta. Al contrario, i prezzi rappresentano il costo al quale un bene può essere prodotto.
La teoria classica concepisce il processo economico come circolare, piuttosto che lineare; l'accento è posto sulla produzione (e quindi sull'accumulazione e sullo sviluppo), piuttosto che sullo scambio. Il centro dell'analisi non è il comportamento dell'individuo astratto e indifferenziato, ma l'interazione tra individui, gruppi, classi sociali, che agiscono in un determinato contesto storico.
Le implicazioni di tutto questo sono meno astratte di quanto possa apparire a prima vista, se - seguendo il suggerimento di uno dei più grandi economisti del secolo scorso, Piero Sraffa - il nucleo analitico dell'economia politica classica viene preso come la base su cui fondare una visione teorica moderna del funzionamento del sistema economico. Il sistema dei prezzi relativi individuato nell'approccio classico dipende dalle condizioni tecniche e dalla regola distributiva socialmente determinata; esso assicura la compatibilità e la riproducibilità del sistema, ma non ha caratteristiche di ottimalità. [11] Questo significa che l'intervento pubblico non deve necessariamente essere visto come distorsivo di un equilibrio altrimenti ‘naturale’.
Allo stesso tempo, nell'approccio classico l'indipendenza tra i fattori che determinano i prezzi e quelli che determinano la quantità costituisce una struttura teorica ideale per riproporre l'intuizione fondamentale di Keynes riguardo alla potenziale pluralità di livelli di produzione che un sistema economico è in grado di raggiungere partendo da determinate risorse, e per fondare un'analisi dei processi di accumulazione e crescita nella quale non vi sia alcuna tendenza automatica alla piena occupazione. La rilevanza dei fattori sociali e storici, che secondo l'approccio classico sono determinanti essenziali delle grandezze economiche, implica anche che l'economia, se rifondata su basi classiche, non farebbe più un uso così massiccio del tipo di modelli astratti e astorici che attualmente dominano la disciplina.

 
Nuove basi teoriche per la politica economica

Se si conviene che un cambiamento profondo e radicale del paradigma teorico dominante sia auspicabile, quanto sopra discusso mostra che tale cambiamento è anche possibile. Per quanto l'idea che la radice dei fenomeni economici sia da cercare nelle libere scelte di individui indipendenti, e che le grandezze economiche siano determinate dall'interazione tra domanda e offerta, sia profondamente radicata nelle nostre abitudini di pensiero, essa non rappresenta affatto l'unico modo di analizzare il funzionamento interno del sistema economico. Sono esistiti ed esistono approcci diversi, e ne possono essere concepiti di completamente nuovi, senza che si debba dare per scontato che l'unica concezione ‘scientifica’ dell'economia sia quella oggi dominante.
Ovviamente, una simile rivoluzione teorica non è facile da realizzare. A parte le difficoltà di conquistare la professione alle nuove modalità di pensiero (e al nuovo linguaggio che esse comportano), vi è la questione di quale capacità abbia qualsiasi paradigma alternativo di pensiero economico critico di fornire ai decisori di politica economica un insieme pienamente sviluppato di misure di politica atte ad affrontare i diversi problemi e le diverse circostanze.
Per quanto riguarda i principi generali, il paradigma alternativo ha un grande potenziale nel fornire solide basi teoriche per una politica economica attiva. Se il libero dispiegarsi delle forze del mercato non ottiene automaticamente alcun risultato ottimale, e se non vi è alcuna tendenza spontanea al pieno impiego, l'intervento pubblico è non solo possibile, ma anche desiderabile. Lo Stato può fornire la domanda necessaria per garantire la piena occupazione della forza lavoro; può guidare il processo di innovazione; può incentivare settori e prodotti specifici o disincentivare la produzione di particolari beni attraverso la tassazione e la regolamentazione; il tutto senza violare alcun presunto principio economico ‘naturale’.
Un'altra questione, tuttavia, è se un simile approccio alternativo sia in grado di fornire indicazioni politiche specifiche per affrontare i diversi problemi possibili. La questione ha sia una dimensione qualitativa sia una quantitativa. Dal primo punto di vista, la concezione del processo economico come profondamente influenzato dalle circostanze sociali e storiche e la visione conflittuale della distribuzione implicano la consapevolezza che qualsiasi decisione politica, in linea generale, favorisce alcuni gruppi danneggiandone altri, e che quindi è virtualmente impossibile definire oggettivamente qualsiasi sorta di interesse ‘collettivo’. Così, in aperto contrasto una visione ‘tecnocratica’, nessuna decisione politica può essere presa in nome di principi economici astratti, senza fare una scelta chiara su quali gruppi sociali favorire. Dal secondo punto di vista, la concezione del processo economico come influenzato da un insieme complesso di forze, tra cui i fattori sociali e storici, implica la difficoltà, se non l'impossibilità, di valutare con precisione l'effetto quantitativo di qualsiasi misura di politica (anche se, in generale, non il suo segno).
Quindi, rispetto alla visione della politica economica che deriva dalla teoria dominante, qualcosa si perde in termini di indicazioni chiare e ricette semplici. Allo stesso tempo, tuttavia, l'approccio critico consente di tenere nella dovuta considerazione le interrelazioni complesse che formano il sistema economico. Esso richiede una concezione ‘umile’ della politica economica - fatta di un continuo tentativo di ottenere il risultato socialmente desiderato, mettendo in conto la necessità di continui adeguamenti e correzioni delle misure scelte. Ciò che è importante è che un simile approccio apre la possibilità di considerare sia i risultati economici di un paese sia i loro effetti sociali (per esempio in termini di disuguaglianze) come l’esito di scelte sociali deliberate.
Tornando alla situazione politica attuale, e al possibile ruolo del pensiero economico critico nell'influenzare i cambiamenti che si stanno manifestando, è del tutto evidente che le difficoltà delle élite neoliberali non significano necessariamente il definitivo declino dell'ideologia neoliberista, né che le società stiano necessariamente scegliendo vie d'uscita dalla crisi che vadano in senso progressista. Tuttavia, il pensiero economico critico può svolgere un ruolo importante, sia nell'esporre le conclusioni ingiustificate e le false verità del pensiero dominante, sia nel fornire ai settori progressisti della società gli strumenti analitici necessari per comprendere le complessità della realtà e cercare di governarle.

Note

Aspromourgos, T. (2014), Thomas Piketty, the Future of Capitalism and the theory of Distribution: a Review Essay, Centro Sraffa Working Paper  7.

Garegnani, P. (1987), Surplus Approach to Value and Distribution, in The New Palgrave: A Dictionary of Economics, (a cura di J. Eatwell, M. Milgate e P. Newman), Palgrave Macmillan.

Kurz, H.D. (1987), Capital Theory: Debates, in The New Palgrave: A Dictionary of Economics, (a cura di J. Eatwell, M. Milgate e P. Newman), Palgrave Macmillan.

Piketty, T. (2014), Capital in the Twenty-First Century, Harvard University Press.

Romer, P. (2016), The Trouble With Macroeconomics, disponibile al link https://paulromer.net/wp-content/uploads/2016/09/WP-Trouble.pdf

Serrano, F. e Melin, L.E. (2015), Political Aspects of Unemployment: Brazil's Neoliberal  U-Turn, disponibile al link http://www.excedente.org/artigos/political-aspects-of-unemployment-brazils-neoliberal-u-turn/

Sraffa, P. (1960), Production of Commodities by Means of Commodities, Cambridge University Press.

Stirati, A. (2016), Piketty and the increasing concentration of wealth: some implications of alternative theories of distribution and growth, Centro Sraffa Working Paper  18 .

[1] Non sto sostenendo, naturalmente, che i politici siano generalmente esenti da arrivismo e corruzione. La sistematica campagna mediatica contro la classe politica nel suo insieme, tuttavia, spesso prende la forma di un attacco indiscriminato contro l'intervento pubblico nell'economia in quanto tale. Si veda l'illuminante analisi di Serrano e Melin (2015), relativa al caso del Brasile.

[2] Come, ad esempio, la International Student Initiative for Pluralist Economics e Rethinking Economics, che coinvolgono studenti di economia provenienti da diversi paesi (v. https://www.theguardian.com/education/2014/may/04/economics-students- overhaul-subject-teaching ).

[3] Come ad esempio il progetto CORE (v. http://www.core-econ.org/).

[4] Anche se ci sono filoni di pensiero che mettono in discussione la nozione tradizionale di razionalità e propongono una visione più complessa del comportamento umano, il mainstream teorico è interamente dominato dall'individualismo metodologico.

[5] I modelli macroeconomici sono attualmente dominati dai cosiddetti ‘modelli di equilibrio generale dinamico stocastico', basati sulla rappresentazione (mediante equazioni) di scelte individuali in condizioni di incertezza. Data l'evidente difficoltà di rappresentare il comportamento di una moltitudine di agenti diversi, i risultati macroeconomici in questi modelli sono generalmente ottenuti in base a ipotesi semplificatrici alquanto eroiche, come ad esempio l'esistenza di un singolo agente immortale (vedi la discussione critica in Romer 2016). Nella versione cosiddetta ‘keynesiana’ di questi modelli, alcuni tipi di rigidità o particolari valori di alcuni parametri implicano il risultato che il sistema vada incontro a fluttuazioni non ottimali.

[6] Si può forse sostenere che il diffuso interesse suscitato dal libro di Piketty sia uno degli effetti della crisi. A parte la novità del tema, però, il discorso di Piketty è interamente svolto nei termini della teoria economica standard (vedi ad esempio Aspromourgos 2014, Stirati, 2016).

 

[7] [n.d.t.: ci si riferisce al passaggio da political economy a economics].

[8] Proprio questa concezione lineare del processo economico, vale la pena notare, è alla base delle difficoltà analitiche che minano la validità della teoria neoclassica da un punto di vista logico. Come è noto, queste sono collegate alla impossibilità di un trattamento analitico coerente del capitale, che la teoria neoclassica tende a considerare alla stregua dei fattori originari di produzione, mentre esso è fatto di mezzi di produzione a loro volta prodotti (il tema è stato ampiamente trattato nelle controversie sul capitale degli anni ’60; si veda Kurz 1987, per una breve esposizione).

[9] Un’esposizione molto sintetica della teoria classica si trova in Garegnani (1987).

[10] La sussistenza stessa aveva nell'analisi degli economisti classici una determinazione storica, dato che la sua misura è influenzata dalle norme e istituzioni sociali che concorrono a definire lo standard di vita minimo in ogni specifico contesto storico. E’ opportuno sottolineare che non solo l’esito del conflitto sociale può essere un salario reale superiore al livello di sussistenza, ma anche che, analiticamente, è possibile considerare il tasso di profitto come variabile indipendente e il salario reale come residuo, come avviene ad esempio nel sistema di Sraffa (1960).

[11] La soluzione di Sraffa al problema del valore implica, a differenza che negli autori classici, una determinazione simultanea dei prezzi relativi e della variabile distributiva residuale. Questa soluzione, che dà coerenza analitica al sistema classico, conserva tuttavia la caratteristica di base che la determinazione dei prezzi relativi avviene interamente in base alle condizioni tecniche di produzione e alla regola sociale che governa la distribuzione, senza alcun riferimento all’interazione tra domanda e offerta.

 

ZH: in Europa i vincitori sono i perdenti e la sinistra è destra

Su Zerohedge, un'analisi delle elezioni olandesi, in linea con quella del professor Ellman, traccia un parallelo tra Wilders e la Le Pen. Sbaglia chi crede che quanto accaduto in Olanda si ripeterà in Francia: diverse le culture, i sistemi politici, lo spessore dei leader dei partiti anti-sistema e dei loro opponenti; a differenza di Wilders, il programma della Le Pen è ampio e dettagliato, ingloba politiche sociali di sinistra, e lei stessa è figura ben più preparata e accorta, con avversari politici tutti azzoppati. Inoltre, la Francia, a differenza dell'Olanda, sconta decenni di politiche fallimentari sull'immigrazione e una crisi economica acutissima, che rendono la situazione sociale esplosiva.

di Raul Ilargi Meijer, 17 marzo 2017

(traduzione a cura di @Malk_klaM)

Le elezioni olandesi di mercoledì scorso ci hanno fornito moltissimi discorsi Orwelliani. Il partito di destra del primo ministro Mark Rutte (il VVD), in realtà “Il Partito degli Affari”, o per meglio dire “il partito di chi cerca una rendita”, ha perso qualcosa come il 20% dei seggi che aveva ottenuto nelle precedenti elezioni generali nel novembre 2012, passando da 41 a 33 seggi, ed è stato dichiarato il grande vincitore. Al contrario, il PVV, il partito di estrema destra di Geert Wilders, ha ottenuto il 25% in più dei seggi, passando da 16 a 20, ed è il grande sconfitto. [...]

L’unica ragione per cui il VVD di Rutte ha finito per essere il partito più grande ha a che fare con Wilders. Le preoccupazioni per queste elezioni avevano tutto a che vedere con i sondaggi. Wilders è tutto il suo partito e ha un solo talento. Se dovesse mai lasciare, il suo partito si dissolverebbe. E il suo unico “messaggio” è che l'Islam è una cosa brutta e dovrebbe sparire prima dall'Olanda e poi dall'Europa. Non ha altri veri punti nel suo programma politico. D'accordo, c'è anche Bruxelles. Non gli piace nemmeno quella.

Forse è per questo che ha cercato di evitare i dibattiti pre-elettorali. Il problema è che questi dibattiti attirano molti telespettatori, e molta pubblicità gratis in TV. A dirla tutta, poiché per molti aspetti Wilders è il vero nemico di se stesso, non sorprende molto che il sostegno a suo favore sia crollato, se volessimo prendere i sondaggisti olandesi più seriamente delle loro controparti americane e britanniche. [...]

Sono degli illusi tutti quelli che nell'esperienza olandese pensano di poter vedere un segno che nelle elezioni di aprile e maggio siano diminuite le probabilità per Marine Le Pen di diventare presidente. A giudicare dalle reazioni nei mercati finanziari, gli illusi sembrano essere molti. Ma la Le Pen è una figura molto meno marginale rispetto a Wilders, e di certo non evita i dibattiti. E’ vero che il suo Front National si regge su di lei, ma la Le Pen ha un programma politico molto più chiaro di Wilders.

E inoltre non ha un avversario politico come Rutte, che in patria è diventato una presenza formidabile, come sarebbe chiunque riuscisse a restare primo ministro per molti anni senza essere messo da parte. Non lo è quello che dovrebbe essere l’avversario principale della Le Pen; Hollande è del tutto fuori gioco, e non osa nemmeno ricandidarsi. Il suo partito socialista è diventato una barzelletta. Il secondo avversario più forte dovrebbe essere Francois Fillon, ma è quasi del tutto sparito da quando è formalmente indagato.

Quindi resta solo Emmanuel Macron, un indipendente senza partito e senza programma. In Francia si può venire eletti anche in queste condizioni, ma poi si finisce per avere le mani legate perché serve un Parlamento per votare le leggi.
..le sfumature del sistema politico francese hanno creato a Macron qualche piccolo problema. Il presidente trae il suo potere dal supporto di una maggioranza nella camera bassa del Parlamento, l'Assemblea Nazionale. Macron è stato ministro nei governi socialisti, ma ha lasciato nel 2016 per formare un suo movimento politico. Ora non ha nemmeno un partito, meno che mai una maggioranza. Sebbene la Costituzione della quinta repubblica francese, creata da Charles De Gaulle nel 1958, abbia allargato i poteri presidenziali, non ha permesso al presidente di governare il Paese.

Sono pochi i poteri presidenziali che non necessitano dell'autorizzazione del primo ministro. Il presidente può nominare un primo ministro, sciogliere l'Assemblea Nazionale, autorizzare un referendum e diventare un “dittatore temporaneo” in circostanze eccezionali, quando la nazione è in pericolo. Inoltre può nominare tre giudici al Consiglio Costituzionale e rinviare qualsiasi legge a questo organo. Sebbene siano tutti compiti importanti, questo non significa governare una nazione, in qualunque modo la si voglia vedere. Il presidente non può suggerire leggi, farle transitare in Parlamento e poi renderle esecutive senza il primo ministro.

Il ruolo del presidente si può definire al meglio come quello di “arbitro”. I poteri presidenziali gli danno la capacità di sovrintendere a certe operazioni e ad agire quando c'è un impedimento al normale funzionamento delle istituzioni. Quindi un presidente può intervenire se sopraggiunge una situazione grave o per sbloccare uno stallo istituzionale tra primo ministro e Parlamento, per esempio annunciando un referendum su una questione in discussione o sciogliendo l'Assemblea Nazionale.

Stando così le cose, perché tutti vedono il presidente come una figura chiave? In poche parole, è perché la Costituzione non è mai stata applicata del tutto. Qui sta la diabolica bellezza della politica francese. Una nazione che sin dalla rivoluzione del 1789 è conosciuta per l'incapacità di raccogliere delle forti maggioranze in Parlamento è stata in grado, dal 1962, di fornire delle maggioranze solide.

Forse quelli che credono che sia probabile che quanto accaduto in Olanda succeda anche in Francia sono influenzati dall'idea che entrambe le nazioni fanno parte della UE. Ma si tratta di nazioni e culture molto diverse, che hanno sistemi politici molto diversi. E la Le Pen non è Wilders. Non dice più assurdità, ha ripulito la sua immagine pubblica sbarazzandosi del padre, e tiene lontano dai riflettori gli altri estremisti che rimangono nel partito.

In Francia c’è ancora molta diffidenza sulla sua figura, ma ci sono anche molte persone che sono d'accordo con lei, con le cose che dice. Probabilmente la dichiarazione più interessante che ha fatto di recente è che si dimetterebbe se dovesse perdere il referendum sull'uscita della Francia dalla UE, referendum che intende indire se dovesse essere eletta presidente. Questo dovrebbe tenere sul chi vive Bruxelles. Marine fa le cose che dice. E potrebbe iniziare a piacere a molti francesi per questo. In un panorama politico in cui gli avversari continuano a darsi la zappa sui piedi.

Un'altra cosa sulla Le Pen è che il suo programma politico contiene alcuni punti che potrebbero essere considerati di sinistra: la settimana lavorativa di 35 ore, il pensionamento a 60 anni, una diminuzione del costo dell'energia. Il fatto è che vuole riservare queste cose ai francesi. Gli stranieri, specialmente i musulmani, non sono invitati. E poi è decisamente contraria al neo-liberalismo e alla globalizzazione:
Ne hanno fatto una ideologia. Un globalismo economico che respinge tutti i limiti, tutte le regolamentazioni della globalizzazione, e che come conseguenza indebolisce le difese immunitarie degli Stati Nazionali, spossessandoli dei loro elementi costitutivi: i confini, la valuta nazionale, l'autorità delle sue leggi e la gestione dell'economia, portando così alla nascita e alla crescita di un altro globalismo: il fondamentalismo islamico.

La popolarità della Le Pen non viene da un razzismo innato e predominante in Francia, anche se di certo almeno in parte esiste. Deriva invece dall'incredibile fallimento delle politiche francesi sull’immigrazione degli ultimi decenni. Nei sobborghi delle principali città si è permessa la formazione di ghetti nei quali le persone che vengono dalle ex-colonie francesi, specialmente dall'Africa, si sentono in trappola, senza possibilità di uscita. I francesi tendono a sentirsi superiori a tutti gli altri, e il sistema politico ha permesso che la situazione sfuggisse completamente di mano.

Ora la Francia, e l'Europa in generale, deve gestire questo pasticcio. Fino ad adesso la principale reazione europea è stata quella di trasformare la Grecia in un campo di prigionia per una nuova ondata di rifugiati e migranti. Naturalmente questo può solo peggiorare le cose. E non risolve nessuno dei problemi esistenti. E questo rende inevitabile l'ascesa di Marine Le Pen.

E anche l'ascesa di Wilders: il suo è diventato il secondo partito in Olanda, perché ha guadagnato il 33% di seggi in più rispetto al 2012, passando da 15 a 20. Questa crescita del 33%, paragonato alla caduta del 20% di Rutte, fa passare Wilders per lo sconfitto, agli occhi di molti, “rincuorati” osservatori.

I vincitori sono gli sconfitti, e come è chiaro dalle politiche sociali della Le Pen per i francesi, nei governi europei di coalizione che comprendono partiti laburisti e di destra, e nella direzione presa dal partito Democratico negli USA, la sinistra è evidentemente la stessa cosa della destra.

Orwell vince sempre. Il prossimo problema è questo: la vera sinistra non è più rappresentata da nessuno.

18/03/17

Un'analisi delle elezioni olandesi: chi ha vinto veramente?

Dal blog dell'economista Domenico Mario Nuti, riportiamo questa analisi del voto olandese di Michael Ellman, docente dell'Università di Amsterdam. Secondo Ellman, le elezioni nei Paesi Bassi sono state una vittoria della politica mainstream, ma per arrivare a questo risultato i partiti tradizionali hanno dovuto far propri i temi del temuto populista Wilders, che è comunque ben lungi dall'aver perso. Il vero sconfitto di queste elezioni è il partito socialdemocratico PvdA (tra le cui file siede il falco Jeroen Dijsselbloem, presidente dell'Eurogruppo), che, punito dai suoi elettori per avere accettato l'austerità ed essere diventato un partito liberale, ha perso oltre il 75% dei propri seggi, confermando che a lungo termine le politiche di destra avvantaggiano solo la destra. In tutto questo, Bruxelles ha ben poco da rallegrarsi, dato che il nuovo governo avrà un'impronta più nazionalista e sarà ostile a qualsiasi progetto di ulteriore integrazione o espansione della UE.

di Mario Nuti, 16 marzo 2017

Le elezioni olandesi del 15 Marzo sono state ampiamente interpretate come una "sonora sconfitta" per il populismo. È molto difficile conciliare questa interpretazione con un governo che perde 37 seggi (dei quali, 8 dei 41 seggi del VVD di Rutte, nonostante si sia spostato verso il programma di Wilders - "Sii normale o vattene" - e 29 dei 38 del Partito Laburista PvdA), ovvero quasi la metà dei suoi precedenti 79 seggi. Rutte avrà bisogno di nuovi alleati per formare un governo. Il Partito di Geert Wilders invece ha guadagnato 5 seggi ed è cresciuto di un terzo diventando il secondo partito olandese. "Tutti sono autorizzati ad avere le proprie opinioni, ma non i propri fatti" (Daniel Patryick Moynihan). Così ho chiesto al professor Michael J. Ellman, dell'Università di Amsterdam, il suo giudizio sul risultato. Di seguito c'è la sua risposta, che trovo particolarmente illuminante, e che ho il permesso di riprodurre come post ospite su questo blog, cosa di cui lo ringrazio molto.

Da Michael Ellman (16 marzo 2017)

Di seguito ti riporto quel che mi sembra, con il caveat che al momento abbiamo solo risultati preliminari e che quelli definitivi potrebbero essere piuttosto differenti.

  1. L'affluenza è cresciuta significativamente. Questo indica che in aggiunta alle persone che usualmente votano, hanno votato altre persone che volevano fortemente esprimere la loro disapprovazione per le politiche della coalizione al governo e altre ancora che volevano far sentire forte la loro paura nei confronti di Wilders.

  2.  La coalizione che ha governato dalle ultime elezioni (nel 2012) ha perso male. Sono precipitati da una maggioranza (79 su 150 seggi al Parlamento) ad una minoranza di soli 42 seggi. Questo indica che la maggioranza della popolazione rigetta le politiche degli ultimi quattro anni (ortodossia fiscale/austerità).

  3. Il principale sconfitto è il tradizionale Partito socialdemocratico, il Partito laburista o PvdA dalle sue iniziali in olandese. Questo partito ha giocato un ruolo maggiore nella politica olandese fin dal 1945 ma se l'è passata terribilmente male in queste ultime elezioni. Penso che la ragione principale sia il fatto che il PvdA era il partito minore nella coalizione e ha accettato l'ortodossia fiscale/austerità che ha colpito molti dei suoi elettori tradizionali, che hanno votato altrove per esprimere la propria insoddisfazione. Da molti anni il PvdA è diventato un partito del tipo "New Labour" e non è una casa per le vittime della globalizzazione. Questo non ha fatto piacere ai suoi elettori tradizionali. Culturalmente, il partito inoltre è liberale, cosa che non è gradita a molti dei suoi sostenitori storici.

  4. Il primo ministro Rutte può sentirsi soddisfatto di se stesso. Anche se la coalizione che guidava ha perso malamente, il suo partito non se l'è passata così male, perdendo soltanto un quinto dei suoi elettori e diventando di gran lunga il partito più grande (alle ultime elezioni era soltanto poco davanti al partito Socialdemocratico). Per di più, molti dei voti persi sono andati ai Cristiano Democratici che sono ideologicamente vicini al suo partito. Inoltre, il partito di Rutte ha fatto sostanzialmente meglio del partito di Wilders. Il risultato è che il partito di Rutte giocherà un ruolo predominante nelle negoziazioni per formare la nuova coalzione.

  5. I partiti mainstream hanno vinto i due terzi (102) dei seggi. Questo indica che la politica e la società olandesi sono abbastanza stabili. Le negoziazioni per la coalizione potrebbero tranquillamente prendere qualche settimana (è abbastanza normale), ma il governo che ne risulterà sarà un governo mainstream.

  6. L'elezione è stata combattuta per lo più sul terreno culturale/identitario. I temi economici tradizionali hanno giocato un ruolo minore. L'identità nazionale olandese, il ruolo delle minoranze etniche nei Paesi Bassi, l'immigrazione e il ruolo dell'Olanda nella UE sono stati i temi principali. (Ovviamente l'immigrazione ha anche un aspetto economico). Il governo che si formerà sarà molto scettico sui piani per aumentare l'integrazione della UE o sull'espansione a nuovi membri (nei due referendum in passato, sulla proposta di costituzione della UE e sull'accordo commerciale con l'Ucraina, la maggioranza dei votanti ha respinto l'opzione preferita dalla UE). Questo, tra l'altro, significa che l'Olanda sarà ostile ai piani sull'unione bancaria nella UEM o all'unione di trasferimento. Uno dei sei paesi fondatori della UE adesso si oppone ad una integrazione più profonda.

  7. Per vincere e sconfiggere Wilders, Rutte si è impossessato di alcuni dei suoi temi principali. La necessità che gli immigrati e i loro discendenti si assimilino, se vogliono essere benvenuti, abbandonino alcune delle loro consuetudini e accettino quelle olandesi, sono state fortemente rimarcate da Rutte. Anche la posizione che ha tenuto contro i ministri turchi che volevano tenere comizi elettorali all'aperto in Olanda è piaciuta alla gente e probabilmente gli ha fatto guadagnare voti.

  8. Anche se Wilders può essere contento che alcuni dei suoi temi siano entrati nel mainstream e siano adesso ripetuti dal Primo Ministro, dovrebbe essere insoddisfatto del risultato. È vero che il numero di seggi del suo partito è cresciuto di un terzo. Tuttavia, considerato che prima si pensava che il suo partito avrebbe potuto emergere come il più grande, rimane di gran lunga dietro il partito di Rutte (20 a 33). Perciò Wilders non ha la minima possibilità di entrare nel governo e diventare ministro.

  9. L'altro partito populista (che ha meno pubblicità fuori dall'Olanda) è il Partito Socialista. È un partito tradizionale di sinistra a favore di maggiore spesa pubblica, salari più alti, affitti più bassi, tasse più alte per i ricchi e per le aziende etc etc. Sembra che scenderà da 15 a 14 seggi.

  10. Il risultato del piazzamento relativamente mediocre dei due partiti anti-sistema è che la politica consueta, sottoposta ad uno spostamento culturale/nazionalista verso destra, ha vinto. Per Bruxelles questo può essere rassicurante, ma la mancanza di sostegno all'ulteriore espansione e integrazione della UE, e la generale accettazione di un atteggiamento più nazionalista non sembra così positivo [per la UE, ndt].

  11.  Al momento è molto incerto prevedere su quali politiche la nuova coalizione troverà un accordo (in Olanda i partiti che formano una coalizione devono concordare sulle politiche, specificate in un Accordo di Coalizione scritto e dettagliato, prima che il nuovo governo sia formato e prenda l'incarico - nel frattempo i vecchi ministri rimangono in carica, ma ci si aspetta che non prendano nessun provvedimento radicale). Rimane da vedere fino a che punto il rigetto popolare dell'austerità e la preoccupazione per l'identità nazionale influenzerà le future politiche.

17/03/17

ExIT: riflessioni di un mainstreamer - di Alberto Bagnai

Traduciamo qui le riflessioni  espresse in inglese dal  prof. Bagnai sul suo blog Goofynomics a commento e precisazione dell'articolo pubblicato di recente sul Financial Times, in cui è stata riportata in sintesi una sua lunga conversazione col corrispondente da Roma dell'importante giornale economico-finanziario del Regno Unito.  



di Alberto Bagnai,  16 Marzo 2017


Traduzione di Margherita Russo


Alcuni giorni fa ho avuto una lunga conversazione con James Politi, il corrispondente da Roma del Financial Times. Lui ha fornito un resoconto imparziale della nostra conversazione qui (e qui tradotto in italiano su Vocidallestero, ndt) e questo già merita un applauso, considerando sotto quale pressione stava lavorando. Ovviamente, molti aspetti della nostra conversazione sono stati omessi, ma il succo del messaggio rimane. Nella mia esperienza questo è abbastanza inusuale, specialmente nei media italiani. Non farò menzione degli aspetti omessi, ma desidero aggiungere alcune sfumature perse nella traduzione (in gran parte a causa mia).


La più importante riguarda le mie affermazioni in merito ad “aver detto queste cose per sette anni ed essere adesso diventato un mainstreamer”. Queste sono state esattamente le mie parole, ma forse vale la pena di aggiungere una precisazione: come sanno bene i lettori del mio blog, il mainstream economico è sempre stato molto scettico riguardo l'euro. Già dal 2011 segnalavo l'opinione mainstream qui, nel mio stile fiorito, sulla base di questo paper, che risulterà più accessibile ad un pubblico internazionale. Se le mie affermazioni sembrano ancora plausibili nel contesto dell'estremamente provinciale discussione in corso in Italia, alla luce del dibattito scientifico è esattamente il contrario: i fautori dell'euro non sono mai stati mainstream nella letteratura scientifica, e quasi nulla di ciò che ho detto durante gli ultimi sette anni è originale. Casomai è tanto più increscioso che un tale coraggio fosse necessario per dire cose così evidenti, ma questa è un'altra storia.


Quanto alla mia affermazione che “chi nega l'evidenza sta rendendo un disservizio al paese”, vorrei aggiungere poche parole che devono essere sfuggite a Politi: “perché se l'euro sopravviverà o crollerà potrebbe non dipendere interamente da noi”. Detto altrimenti, nel sostenere l'irreversibilità dell'euro, la classe dirigente, rappresentata nell'articolo da Padoan (già mio insegnante e collega all'Università Roma I), Taddei e Codogno, non fanno che confessare la loro incapacità di gestirne la fine, che potrebbe avvenire in conseguenza di un forte shock politico o finanziario. Non si tratta di un giudizio sulla loro statura intellettuale, è solo la conseguenza di quella che Giandomenico Majone chiama la “filosofia politica di ottimismo totale” su cui si basa l'intero processo di integrazione europea. Questa filosofia si rivela oggi controproducente perché impedisce alla classe dirigente di studiare eventi da loro ritenuti impossibili. Se studiassero tali scenari, la cosa potrebbe trapelare, ed il sospetto nascerebbe tra gli elettori che un altro mondo sia possibile, infrangendo così il principio del TINA (there is no alternative) dell'integrazione europea. L'unica certezza che abbiamo sull'uscita dall'euro è che sarà gestita da persone che sono state in qualche modo obbligate ad essere incompetenti dalla loro stessa fallace retorica politica.


Inevitabilmente, ciò causerà sofferenze nel breve periodo, seguite da una ripresa nel medio periodo (dopo uno o due anni). Nessuno lo nega e, ancora una volta, non è un'idea mia: è nella letteratura scientifica. La constatazione che l'aggiustamento dopo un crollo valutario incontrollato sia generalmente a "V" non è il prodotto della mente di un eccentrico, marginale professore di provincia. È confermato dalla letteratura scientifica recente: lo studio più esaustivo è “Output recovery after currency crises”, pubblicato da Sheida Teimouri e Taggert Brooks su Comparative Economic Studies.


Sull'altro fronte, non ho mai trovato prove oggettive che forti svalutazioni diano luogo ad una caduta dei salari reali. Dai dati emerge che forti svalutazioni non sono normalmente seguite da periodi di forte inflazione, e di conseguenza non vi è nessuna caduta dei salari reali, come ho dimostrato qui. Anche su questo punto la letteratura scientifica fornisce numerose spiegazioni sul perché debba essere così (la più convincente, di Ariel Burstein, Martin Eichenbaum e Sergio Rebelo su NBER working papers riguarda le importazioni di sostituzione). C'è anche un esempio lampante proprio del contrario: quello che gli uomini delle istituzioni sembrano trascurare è il fatto che l'Italia abbia subito una forte svalutazione (circa il 30%) tra il 2014 ed il 2015, quando l'euro ha perso terreno rispetto al dollaro americano. Conseguentemente, l'inflazione è calata (invece di salire), il che in linea di principio avrebbe dovuto dare impulso ai salari reali. Invece, i salari nominali sono stati tagliati dalle politiche di “svalutazione interna”, come indicato dall'Eurostat. I salari reali, ossia il rapporto tra salari nominali e prezzi, sono caduti non a causa di un aumento nel denominatore, ma per il calo del numeratore. In altri termini, mentre non vi sono elementi per ritenere che i salari reali diminuirebbero in caso di collasso dell'euro, abbiamo invece le prove che sono effettivamente scesi al fine di difendere l'euro tramite politiche di svalutazione interna.


Le lodevoli preoccupazioni di Taddei per i salari delle classi meno abbienti sono dunque totalmente prive di qualsiasi supporto da parte di elementi fattuali o dalla scienza economica prevalente, il che suggerirebbe o che Taddei non sia ragionevole (cosa che, da economista mainstream, devo escludere a priori), o che stia difendendo gli interessi di qualcuno. Le strette relazioni tra il suo partito ed il sistema bancario italiano potrebbero fornire qualche indizio in merito.


Un'ultima osservazione: il fatto che “la svalutazione sarebbe contenuta” non è una mia opinione personale, ma una constatazione comune a tutta la ricerca economica disponibile. Studi recenti stimano il disallineamento medio della moneta italiana in un intervallo compreso tra 2.35% (Makram El-Shagi, Axel Lindner, Gregor von Schweinitz nel Review of International Economics) e -1% (Cedric Durand e Sébastien Villemot in un working paper di Sciences Po). Sorpresa! Mentre gli uomini delle istituzioni parlano di una catastrofica svalutazione al 30% (senza spiegare perché l'ultima nel 2015 è passata totalmente inosservata), esiste anche chi stima che una nuova valuta italiana addirittura si apprezzerebbe (anche se minimamente).


Un avversario più astuto (finora non ne ho trovati, quindi devo fare io stesso l'avvocato del diavolo) potrebbe allora chiedere: “Va bene, l'Italia registra attualmente un avanzo delle partite correnti. Un'eventuale uscita potrebbe non rivelarsi una catastrofe per la sua moneta, ma allora perché uscire adesso che le cose stanno migliorando?” La risposta, caro collega, sta soffiando nel vento da Bruxelles: rispetto al 2009 le cose staranno anche andando meglio, ma non abbastanza. Con un tasso di disoccupazione giovanile attestato intorno al 40% ed un appiattimento storico della produttività del lavoro, il governo italiano è impossibilitato dalle regole europee a fare quegli investimenti che sarebbero indispensabili per stimolare la produttività e l'occupazione. Se decidessimo di attuare tali politiche, che tutti convengono essere necessarie, all'interno dell'euro, presto o tardi l'Italia incorrerebbe in un vincolo di bilancia dei pagamenti e la BCE finirebbe col ricattarci come ha fatto con la Grecia, solo per imporre delle regole che non portano a nulla se non ad un disastro già previsto. L'esigenza di allentare questo capestro monetario è in primo luogo politica. Prima si prende coscienza di questo semplice fatto, minore sarà il danno per tutti i partecipanti in questo gioco a somma negativa.

16/03/17

Financial Times intervista Bagnai: "In Italia il dibattito sull’uscita dall’euro sta prendendo piede"

Finalmente anche il Financial Times è costretto ad occuparsi del dibattito italiano sulla permanenza del Bel Paese nella moneta unica. E lo fa nella maniera giusta: intervistando l’economista indipendente riconosciuto come il più titolato ad esprimersi sull’argomento.  D'altra parte, gli euristi più puri, in genere compresi nelle file del Partito sedicente Democratico, non potendo più negare che la moneta unica rappresenti un problema enorme per l’Italia, tentano di ignorare la questione, ben consapevoli che iniziare a parlarne significherebbe aumentare enormemente le probabilità di un’uscita dell’Italia dall’euro.

 

Di James Politi, 16/03/2017

Traduzione di @MalachiaPaperoga

Questa settimana Alberto Bagnai, professore all’Università di Pescara e autore del blog Goofynomics, ha fatto una richiesta provocatoria: gli Stati Uniti dovrebbero promuovere uno smantellamento controllato dell’euro.

“Smantellare l’euro non sarà privo di costi, ma saranno costi comunque inferiori a quelli che comporta l’alternativa, ovvero una stagnazione prolungata dell’economia europea e quindi mondiale, oltre al rischio crescente di una grave crisi finanziaria” ha scritto Bagnai.

Queste idee hanno reso il prof. Bagnai uno dei pochi euroscettici del mondo accademico italiano.  I suoi detrattori  sostengono che Bagnai sia a capo di un “piccolo gruppo” con idee “particolari”. Ma il prof. Bagnai crede che l’idea che l’Italia dovrebbe abbandonare l’euro – infliggendo probabilmente un colpo fatale alla moneta unica – stia guadagnando consensi.

“Sono sette anni che ripeto questi concetti, e poco alla volta stanno diventando parte del mainstream” dice Bagnai. “L’Italia è in rovina e le potenze egemoni – Francia e Germania – se la stanno comprando pezzo per pezzo. Si tratta quasi di una colonizzazione”.

Molti economisti italiani, funzionari del governo e dirigenti aziendali sono stati convinti sostenitori dell’euro. Anche l’opinione pubblica è ancora favorevole: i sondaggi suggeriscono che la maggioranza preferisce rimanere nella moneta unica nonostante i crescenti dubbi sulla UE  nel suo complesso.

Ma d’altra parte, non c’è dubbio che le cose a Roma stanno cambiando e che il dibattito sul futuro dell’Italia all’interno dell’unione valutaria o su una possibile “Italexit” guadagna consensi a un ritmo che i sostenitori dell’euro considerano allarmante.

“Ultimamente gli scenari di Italexit vanno di moda, ma mi danno i brividi”, ha detto sabato Pier Carlo Padoan, Ministro delle finanze italiano, aggiungendo che coloro che  promuovono l'uscita “non hanno idea del danno economico, sociale e culturale che infliggerebbe ai nostri cittadini”.

Il dibattito sul futuro dell’euro in Italia riflette quello negli altri Paesi europei, dove i politici anti-euro si sono costruiti una solida base di consensi. Il populista olandese Geert Wilders ha presentato alle elezioni olandesi di mercoledì una piattaforma che prevede l’uscita dall’euro, mentre Marine Le Pen ha dichiarato che, se venisse eletta Presidente, porterebbe il Paese fuori dalla moneta unica.

In Italia a gennaio si è creata una grande frenesia  quando la banca di investimenti Mediobanca ha pubblicato un rapporto che analizzava l’impatto dell’Italexit sulle finanze pubbliche italiane. L’autore, Antonio Guglielmi, concludeva che anche se negli ultimi anni sarebbe stata possibile un’uscita poco penalizzante, questa opportunità è ormai sfumata a causa della mutata struttura del debito italiano. “Qualunque fosse l’incentivo ad uscire, ormai è troppo tardi”.

Nonostante questa conclusione, il rapporto è stato accolto favorevolmente negli ambienti euroscettici in quanto rappresenta un segnale del fatto che una possibile uscita è ormai sul tavolo e viene discussa seriamente.

 



 

Sul fronte politico, il tema dell'euro sta guadagnando posizioni nell’agenda politica. Sia il populista Movimento Cinque Stelle, che in Italia è in testa ai sondaggi, sia lo schieramento di estrema destra della Lega Nord, hanno proposto un’uscita dalla moneta unica, mentre il partito di centro destra di Berlusconi, Forza Italia, che è quarto nei sondaggi, ha proposto di introdurre una moneta parallela. Solo il Partito Democratico (PD) di centro sinistra, attualmente al governo, vuole ancora difendere l’adesione all’euro in vista delle prossime elezioni generali, che avverranno nel giro di un anno.

Filippo Taddei, responsabile economico del PD e professore alla SAIS Europe, pensa che ogni discussione sull’uscita dell’Italia dall’euro sia “un dibattito imbarazzante”, in cui coloro che la propongono si muovono su “un terreno molto incerto”. Ma anche lui pensa che sia venuto il momento di discuterne, visti gli sviluppi.

“L’euro è un bersaglio facile. La gente che appartiene alla classe media, tradizionale e ragionevole, sta iniziando a chiedersi ‘cosa succederebbe se uscissimo?’ dice il prof. Taddei.  "Lo vedo, me ne rendo conto.”

Coloro che sostengono che l’Italia dovrebbe uscire dall’euro approfittano della grande delusione della gente riguardo ai danni economici inflitti da una lunga recessione e una ripresa insoddisfacente, e sostengono che solo un ritorno alla sovranità monetaria consentirà all’Italia di liberarsi dai vincoli burocratici e di bilancio imposti dalla UE e dalla BCE. Esiste anche una certa nostalgia per le strategie di svalutazione che per decenni nel periodo pre-euro hanno mantenuto l’Italia competitiva.

Ma i sostenitori dell’euro dicono che l’importante svalutazione che seguirebbe all’introduzione di una nuova moneta italiana porterebbe a una spirale inflazionistica, a tassi di interesse più alti e a una contrazione dei salari reali. “Diventeremmo competitivi, certo, ma a discapito dei salari” sostiene Taddei, aggiungendo che le famiglie a più basso reddito soffrirebbero più delle altre dell’aumento dei prezzi.

Danneggerebbe anche il valore reale dei risparmi delle famiglie, cosa che potrebbe portare le famiglie a trasferire i propri conti all’estero, innescando forse una crisi bancaria. Tale crisi potrebbe essere aggravata dal rialzo dei rendimenti delle obbligazioni, che aumenterebbe la pressione sul debito italiano ai livelli dell’euro-crisi del 2011-2012. Ma Bagnai contesta le premesse di una svalutazione di tale portata, dicendo che sarebbe minima e non porterebbe necessariamente a una compressione dei salari. E anche se lo facesse, non si tratterebbe del male peggiore.

“In questo momento le persone sono disoccupate, e il loro salario è pari a zero, quindi la cosa importante non è quello che succede al loro salario. Il vero problema è se possono ricominciare a lavorare o no”, dice Bagnai, aggiungendo che se ci fosse una recessione in uno scenario “traumatico” di uscita, essa sarebbe seguita da una rapida e vivace ripresa.

Il punto importante, per Bagnai, è che finalmente l’uscita dell’Italia non è più un tabù. “Coloro che si rifiutano di parlarne non stanno facendo un buon servizio al loro Paese”, dice Bagnai.

Ma il rischio che avvertono i sostenitori della moneta unica in Italia è che il dibattito potrebbe auto-ingigantirsi. “Quello che al momento è un evento con probabilità estremamente bassa, potrebbe diventare una profezia che si auto-avvera ancor prima che avvenga un cambiamento politico” dice Lorenzo Codogno, ex capo economista del Ministero delle finanze italiano e ora presso la società di ricerca LC MacroAdvisers con sede a Londra. “Secondo me, la probabilità dell’Italexit rimane bassa – meno del 5% - ma sta aumentando”.

 

15/03/17

QED: La Turchia dice che "L’accordo sugli immigrati è saltato", potrebbe far arrivare in Europa milioni di rifugiati

Avevamo già in passato presentato due articoli (qui e qui) sulla follia rappresentata dall'accordo tra UE e Turchia sugli immigrati, oltre all'articolo di Kelly Greenhill sull'uso sistematico di immigrati e profughi come strumento di coercizione. Oggi arriva la conferma di quanto si prevedeva: alla prima occasione di scontro Ankara utilizza questo accordo come strumento di ricatto, minacciando di inondare l’Europa di immigrati se questa non cede alle richieste turche. La politica europea  colleziona così un altro fallimento: si trova nella necessità di sbarrare le porte agli immigrati (per non incorrere in ulteriori ire del proprio elettorato risvegliatosi), ma evitando di cedere troppo nei confronti di Ankara, atteggiamento che ferirebbe l’orgoglio degli elettori europei (in questo caso olandesi), costretti a prendere ordini dalla Turchia.



 

Di ZeroHedge, 14 marzo 2017

 

Come abbiamo fatto notare poco fa, la guerra colpo su colpo tra Turchia e Olanda ha ricominciato a infuocarsi, con il vice Primo Ministro turco Numan Kurtulmus che da Ankara ha dichiarato che “i politici europei sono influenzati dal fascismo e dal neonazismo” e che di conseguenza la Turchia sospenderà gli incontri diplomatici di alto livello e cancellerà tutti i permessi di volo ai politici olandesi.

Nell’ambito della sua indignata risposta, la Turchia ha detto di voler imporre divieti di ingresso ai diplomatici olandesi e di voler congelare tutte le discussioni politiche di alto livello con l’Olanda, in seguito alla decisione del governo olandese di impedire a due ministri turchi di fare propaganda politica (per il prossimo referendum turco NdVdE) in Olanda. Durante una conferenza stampa tenuta a seguito della riunione di gabinetto settimanale, Kurtulmus ha dichiarato che Ankara chiuderà il proprio spazio aereo ai diplomatici olandesi fino a quando l’Olanda non accoglierà le richieste turche, secondo l’agenzia AP.

Kurtulmus ha anche affermato che all’ambasciatore olandese in Turchia, che quando ha avuto inizio la crisi diplomatica era in viaggio, non sarà permesso di riprendere il suo posto, e ha detto che il governo turco pensa di suggerire al parlamento di ritirarsi da un’iniziativa per l'amicizia turco-olandese.

Non è chiaro che cosa significhi questa improvvisa escalation in termini di legami economici tra le due nazioni: ricordiamo che gli investimenti diretti olandesi in Turchia ammontano a 22 miliardi di dollari, il che fa dell’Olanda la più grande fonte di investimenti esteri, con una quota del 16% sul totale. Inoltre, l’export turco in Olanda valeva 3,6 miliardi di dollari nel 2016, il che significa che l’Olanda è la decima destinazione principale per le merci turche, secondo l’ufficio statistico turco. La Turchia ha importato tre miliardi di dollari di beni olandesi nel 2016. Se lo scontro diplomatico dovesse tradursi in un collasso dei rapporti commerciali, la Turchia entrerebbe quasi certamente in recessione.

Kurtulmus ha dichiarato che le sanzioni politiche verranno applicate finché l’Olanda non rivederà le sue posizioni. Ha detto che “C'è una crisi, e molto profonda. Non siamo stati noi a causarla né a spingerla a questo stadio”.

Tuttavia lo sviluppo più preoccupante, che potrebbe anche influenzare l’esito delle elezioni olandesi che si terranno tra meno di due giorni, è che per alzare ulteriormente il tiro in direzione della Merkel Kurtulmus ha dichiarato che siccome “l’Europa non ha mantenuto le sue promesse riguardo l’accordo sugli immigrati, per quel che ci riguarda quell’accordo è saltato”.

Ciò significa che, un anno dopo aver ricevuto tre miliardi di dollari per l’accordo sugli immigrati, la Turchia lo ha appena ripudiato, e il prossimo passo sarebbe quello di inondare l’Europa con i rifugiati al momento trattenuti dentro i confini turchi. Dal momento che, secondo alcune stime, la Turchia attualmente ospita più di due milioni di potenziali immigrati, la situazione europea dei rifugiati sta per peggiorare moltissimo, e di conseguenza l'appoggio alle organizzazioni politiche anti-immigrazione è destinato a crescere in tutto il continente.

 

14/03/17

Perché gli Stati Uniti hanno bisogno di liberarsi dell'euro

"Se Donald Trump vuole restituire all'America il suo ruolo egemone, se vuole 'make America great again', ma anche se non vuole, dovrà togliere di mezzo l'euro", liberando l'Europa e il mondo dall'assurdo progetto di una moneta unica che ha dissepolto, senza che se ne sentisse il bisogno, la questione tedesca. E ha così provocato esattamente quello che avrebbe dovuto prevenire.
Il perché ce lo spiega su Goofynomics Alberto Bagnai, occasionalmente in inglese, ma con la chiarezza di sempre.


di Alberto Bagnai, 14 marzo 2017

traduzione di Natalia Milazzo

 

Settantuno anni fa, le potenze dell’Asse persero la seconda guerra mondiale, lasciando agli Stati Uniti l’arduo compito di gestire la vittoria e disegnare una nuova architettura globale. Gli Stati Uniti lo fecero creando istituzioni ambiziose, come il sistema di Bretton Woods e la Nato, e prestando il loro supporto al progetto di integrazione europea. Le istituzioni sono sempre caratterizzate da una notevole inerzia, che da una parte favorisce la stabilità, ma dall’altra ostacola il cambiamento, vitale per rispondere all’evolversi delle condizioni. Questo spiega sia il successo di molti progetti politici, sia il loro crollo finale. Lo stesso discorso si applica anche all’integrazione europea.

La Nato e l’integrazione europea avevano l’obiettivo strategico comune di creare un’alleanza compatta, in grado di opporsi a quella che era allora percepita come una minaccia reale: l’Unione sovietica. L’obiettivo fu centrato. La Nato (non l’Unione europea) garantì all’Europa almeno sessant’anni di pace, mentre l’integrazione economica ebbe un ruolo chiave nel promuovere la prosperità della regione che aveva dominato il mondo, l’Europa.

Poi qualcosa accadde. Il sistema sovietico crollò, e questo - tra le molte altre conseguenze – riportò sulla scena quella che era stata per secoli la causa principale di grandi sofferenze: la difficile relazione tra Francia e Germania. Il panico conseguente alla caduta del muro di Berlino spinse all’assurdo e irrealizzabile obiettivo di una unione politica europea. Per raggiungerlo, fu scelta la peggiore strada possibile, ovvero imporlo attraverso la creazione di una unione monetaria europea. Nessun processo politico non soltanto democratico, ma neppure sensato può essere messo in atto in un’area che non condivide né una lingua comune né una comune identità nazionale. Eppure, nonostante negli Stati Uniti diversi intellettuali di primo piano (da Feldstein a Krugman) lo avessero sconsigliato, per scongiurare il rischio di conflitti intraeuropei si ritenne necessario in Europa combinare un frettoloso matrimonio di convenienza tra Francia e Germania, che ebbe la moneta unica come anello nuziale. Se costruire una casa politica comune iniziando dal tetto dell’unione monetaria sia stato davvero un errore, è molto discusso. Come qualsiasi scelta che riguarda l’economia, l’euro ha avuto un effetto sulla distribuzione dei redditi, creando vittime e vincitori. Questi ultimi, ovviamente, tenderanno a non considerarlo un errore. Se però le opinioni su questo punto possono essere divergenti, sul fatto che l’euro sta crollando il consenso è unanime.

Il motivo del suo fallimento è lo stesso che diede il colpo di grazia agli accordi di Bretton Woods: entrambe le due istituzioni promuovono la nascita di squilibri esterni, anche se per ragioni diverse. Il peccato originale del sistema di Bretton Woods era stato l’adozione della valuta di uno stato come valuta mondiale. Il peccato originale dell’euro è stato l’adozione di una valuta senza stato come valuta regionale. Il loro difetto comune è la presenza di un tasso di cambio fisso, che impedisce l’aggiustamento della bilancia dei pagamenti. Se, per qualsiasi motivo, questo meccanismo è bloccato, deve essere sostituito da qualcosa d’altro. La vita relativamente lunga del sistema di Bretton Woods era stata garantita dalla regolamentazione dei mercati finanziari e dalla capacità di visione del paese leader, gli Stati Uniti. Di entrambe le cose non c’è traccia in Eurozona, dove è promossa una libertà di movimento dei capitali senza restrizioni, in assenza di qualsivoglia autorità regionale di supervisione, e dove il leader regionale, la Germania, è con ogni evidenza ossessionato da una oltremodo miope smania di accrescere il più possibile il suo surplus esterno.

Questa Wille zur Macht sta oggi presentando il conto. La proposta di Keynes alla conferenza di Bretton Woods ci dà un quadro chiaro di quello che sta accadendo. Keynes aveva proposto di istituire una valuta sovranazionale per il commercio internazionale, il Bancor, emessa da una banca mondiale, che avrebbe fatto pagare un tasso di interesse sui saldi in Bancor sia negativi sia positivi. La ratio a sostegno di questa apparentemente ingiusta simmetria (perché obbligare un creditore a pagare un interesse, invece di riceverlo?) è che sia i debitori sia i creditori internazionali traggono beneficio dalla finanza internazionale: grazie ai crediti internazionali il primo può acquistare beni che in caso contrario non potrebbe permettersi, mentre il secondo può vendere beni che altrimenti resterebbero in magazzino. Proponendo una moneta in questo senso “deperibile”, studiata di proposito per non essere utile ad accumulare valuta, Keynes intendeva scoraggiare il mercantilismo, ovvero la tentazione di tesaurizzare i capitali internazionali invece di reinvestirli nell’economia mondiale, mitigando in questo modo gli effetti potenzialmente destabilizzanti dei tassi di cambio fissi. L’euro ha ottenuto l’effetto opposto. La sua rigidità ha incentivato il mercantilismo, sia spingendo a orientare il commercio a vantaggio dei paesi del nucleo centrale, la cui valuta in termini reali è sottovalutata, sia preservando il valore delle loro attività nette sull’estero.

Ma il presunto vincitore nella gara dell’euro, la Germania, si ritrova ora in un vicolo cieco. Se vuole mantenere in vita l’Eurozona, deve accettare le politiche monetarie estremamente espansive della BCE. Ironicamente, i tassi negativi di Keynes sono tornati sotto mentite spoglie, mettendo sotto pressione i sistemi bancari e pensionistici europei, specialmente in Germania. D’altra parte, una politica monetaria più restrittiva darebbe sollievo ai creditori, ma esattamente per lo stesso motivo provocherebbe il crollo istantaneo dei paesi debitori, rendendo loro ben difficile sostenere il debito. Qualsiasi illusione che un’espansione fiscale possa risolvere questo dilemma si scontra con il fatto che gli stati che hanno bisogno dello stimolo fiscale, cioè le nazioni dell’area europea periferica, sono esattamente gli stessi in cui un aumento dei redditi rilancerebbe il debito estero, tornando a incentivare gli squilibri che hanno provocato la crisi.

La Germania è riuscita a stravincere grazie a manipolazioni del Forex (come il Tesoro Usa ha recentemente riconosciuto), ma ora deve scegliere tra perdere tutto in un colpo (per il collasso dei suoi debitori) o perderlo a poco a poco (a causa di tassi di interesse nulli o negativi). Nel lungo periodo, le scelte economiche irrazionali non hanno vincitori: una cattiva economia non può generare una buona politica. Quello che avrebbe dovuto unire l’Europa oggi la sta lacerando. Il Regno Unito ha deciso di uscire e l’Europa continentale è di fronte a una scelta: o alzare il livello dello scontro o arrendersi all’egemonia della Germania. Gli Stati Uniti, come qualsiasi altro attore a livello globale, devono porsi di fronte a questa realtà: l’euro ha dissepolto senza motivo la questione tedesca, provocando esattamente ciò che avrebbe dovuto prevenire.

Se gli Stati Uniti decidono che a loro conviene avere a che fare con un’Europa politicamente divisa, economicamente a pezzi e socialmente instabile, allora sostenere l’euro è per loro la scelta migliore. Dopotutto, il principio divide et impera (dividi e comanda) ha assicurato a un impero precedente circa cinque secoli di esistenza. Se invece gli Stati Uniti ritengono che un’Europa in buona salute dal punto di vista politico ed economico possa essere un alleato chiave sullo scenario globale, allora dovrebbero promuovere uno smantellamento controllato dell’euro. Disfare l’euro non sarà privo di costi, ma saranno costi comunque inferiori a quelli che comporta l’alternativa, ovvero una stagnazione protratta dell’economia europea e quindi mondiale, oltre al rischio crescente di una grave crisi finanziaria. La stagnazione secolare e i tassi di interesse nulli non sono legati a qualche remota congiunzione astrale: al contrario, riflettono in gran parte le conseguenze sull’economia globale dell’uso di regole europee sbagliate per gestire gli enormi squilibri creati da istituzioni europee viziate in partenza. Benché l’Europa sia in declino, è tuttavia ancora troppo grande per crollare senza provocare enormi problemi all’economia mondiale.

Per quanto capitale politico vi sia stato investito, l’euro è destinato a saltare, come i massimi economisti negli Stati Uniti hanno previsto. La causa più probabile sarà un collasso del sistema bancario italiano, che trascinerà con sé quello tedesco. È nell’interesse di qualsiasi potere politico, certamente dei vacillanti leader europei, ma probabilmente anche degli Stati Uniti, gestire - piuttosto che subire – questa conclusione.