08/12/18
Adam Tooze - Ma la Ue, come pensa che andrà a finire?
Nel braccio di ferro con il governo italiano sulla finanziaria 2018, la Commissione europea sta giocando una partita molto pericolosa. Secondo Adam Tooze, professore di storia alla Columbia University, la Commissione potrebbe pagare un prezzo altissimo per il suo tentativo di piegare il governo giallo-verde: potrebbe forse ottenere una vittoria temporanea, ma la conseguenza sarebbe un riposizionamento della politica italiana su linee ancora più populiste e nazionaliste, oppure potrebbe arrivare a scatenare una crisi finanziaria che porterebbe all'Italexit e alla fine della UE. Se Bruxelles non ha nulla di meglio da offrire che il rispetto della disciplina dell'eurozona, e se per farla rispettare da un paese grande come l'Italia non ha altro mezzo che i mercati, o si piega ad un compromesso che salvi la faccia a tutti o rischia una vittoria di Pirro. Dal New York Times.
di Adam Tooze, 5 dicembre 2018
L'Unione europea e l'Italia sono in stallo da settimane sul debito pubblico italiano. Bruxelles - sostenuta dal resto dei governi europei - sembra credere che presto Roma cederà, segnando un'altra vittoria a favore della disciplina dell'Unione europea. Ma non è affatto sicuro. Inoltre, anche se il governo italiano si rimettesse in riga, le conseguenze politiche potrebbero rivelarsi disastrose per l'Europa. Comunque finisca questa tragedia, l'Europa sta giocando un gioco pericoloso.
Il confronto è iniziato a ottobre, quando il governo di Roma ha presentato una bozza di bilancio per il 2019 in cui proponeva un incremento del deficit italiano. Il 23 ottobre la Commissione Europea ha respinto il bilancio - una mossa senza precedenti. Da allora, Bruxelles ha dato il via alle procedure per penalizzare l'Italia, sulla base delle stringenti regole dell'Unione europea sul deficit eccessivo.
Il vero problema finanziario dell'Italia, comunque, non è il deficit annuale di bilancio ma l'eccezionale mole del debito pubblico, pari a un totale di 2600 miliardi di euro, la gran parte del quale è stato accumulato decenni fa da partiti politici che oggi non esistono più. Oggi il debito si mantiene intorno al 133% del Prodotto interno lordo.
Il debito, a questo livello, può facilmente diventare insostenibile, crescendo più velocemente del reddito necessario a ripagarlo. Il debito è detenuto in gran parte da banche, sia nazionali che estere. Uno scenario in cui l'Italia avesse difficoltà a soddisfare le sue necessità di finanziamento assesterebbe un colpo devastante al fragile sistema finanziario europeo. Dato questa delicato equilibrio, c'è poco spazio per gli errori. Deve essere colta ogni opportunità per abbassare il rapporto debito/PIL.
Dato che l'eurozona dal 2013 ha sperimentato una ripresa modesta, e anche l'economia italiana sta riprendendo a crescere, la Commissione europea afferma che l'Italia dovrebbe stringere la cinghia. Roma ha da obiettare.
Naturalmente, nessun governo vuole adottare dei tagli. Ma qua c'è un punto ancora più fondamentale: dichiarare, come fa la Commissione, che l'Italia può permettersi di fare tagli al bilancio perché ha avuto un po' di crescita è in palese contraddizione con le attuali condizioni economiche e politiche del paese.
Negli ultimi 10 anni, il Prodotto interno lordo pro-capite in Italia è crollato. Il declino è un caso unico tra le grandi economie avanzate (è addirittura peggiore del tristemente noto decennio perduto del Giappone). E la sofferenza economica è distribuita in modo estremamente ineguale: più del 32% di giovani italiani sono senza lavoro. Il pessimismo, la delusione e la frustrazione sono innegabili. Dichiarare, come fa la Commissione, che questo è un buon momento per l'austerità è dare uno schiaffo ad una realtà che, per molti italiani, rasenta una vera emergenza personale e nazionale.
I due partiti che formano l'attuale governo italiano, la Lega e il Movimento Cinque Stelle, sono stati eletti a marzo per rispondere a questa crisi. La Lega è xenofoba; i Cinque Stelle sono imprevedibili e bizzarri. Ma i programmi economici coi quali hanno fatto campagna elettorale difficilmente possono dirsi stravaganti. La Lega vuole tagli alle tasse per il suo elettorato, fatto di piccole imprese. I Cinque Stelle vogliono un reddito minimo garantito per i propri elettori nelle regioni più povere dell'Italia meridionale. Entrambi vogliono andare incontro ai pensionati. Queste proposte aumenteranno il deficit. Ma allo stesso tempo, sostengono da Roma, porteranno uno stimolo davvero necessario.
La questione chiave è quanto grande deve essere questo stimolo.
Le previsioni del governo italiano sul bilancio sono ottimistiche. Ma altri, inclusa la Banca d'Italia e il Peterson Institute of International Economics, avvertono che l'Italia è caduta in una trappola: i timori per la sostenibilità del debito fanno sì che qualsiasi stimolo abbia l'effetto perverso di far salire i tassi d'interesse, dando una stretta ai prestiti bancari e riducendo la crescita.
Durante la crisi dell'eurozona gli economisti dell'Università Bocconi di Milano hanno diffuso l'idea dell'"austerità espansiva": i tagli alla spesa pubblica stimolano la fiducia e la crescita. Gli anni successivi alla crisi finanziaria hanno mostrato quanto fosse sbagliata questa tesi. Adesso gli economisti sembrano avere un nuovo meme: l'espansione fiscale restrittiva, uno stimolo che si annulla poiché mina la fiducia e fa alzare i tassi d'interesse.
Ad ogni modo, queste argomentazioni non sono determinanti. Anche sulla base degli assunti pessimistici della Commissione europea, il deficit proposto da Roma non manderebbe fuori controllo il debito italiano. Ciò che porterebbe l'Italia ad una crisi vera sarebbe un improvviso rialzo dei rendimenti, non al 3%, ma al 5% o più. Se ciò dovesse accadere, innescato da uno shock della fiducia dei mercati nell'Italia, ci sarebbe un'impennata esplosiva nel costo del servizio del debito. Il governo si troverebbe escluso dai mercati dei capitali. Le banche italiane avrebbero bisogno del sostegno dell'Unione europea. L'aiuto arriverebbe solo dopo un accordo su un pacchetto di tagli del deficit. Ma esclusa questa possibilità, l'Italia potrebbe trovarsi sulla via d'uscita dall'eurozona. Questo è il rischio che rende il confronto tra Roma e la Commissione così preoccupante. Il gioco a chi cede per primo potrebbe facilmente spaventare i mercati.
Al momento, la fiducia dei mercati è ancora sostenuta dal programma di acquisto titoli di stato della Banca centrale europea. Nel 2019 il presidente uscente dalle BCE, Mario Draghi, un sostenitore di lungo corso della disciplina per l'Italia, cesserà l'acquisto di titoli di stato. La tensione è destinata a salire.
La Commissione europea, naturalmente, è vincolata a difendere le proprie regole. Ma l'Unione europea come si aspetta che si svilupperà lo scontro?
Bruxelles ha una gamma limitata di sanzioni a sua disposizione. A differenza della Grecia, che era un beneficiario netto della generosità dell'Unione europea, l'Italia è un contributore netto al bilancio della UE. Non sarà facile applicare multe e penali.
Dovranno essere pertanto i mercati a garantire la disciplina. Ma sarebbe una prospettiva terrificante: non solo il debito italiano è enorme, ma nemmeno le banche italiane sono piccoline. L'Italia è troppo grande sia per fallire che per essere salvata.
Quindi qual è il piano? Se la Commissione sta scommettendo che la crisi di bilancio forzerà il governo italiano a piegarsi, in quale direzione immagina che si piegherà?
L'ultima volta che il debito pubblico italiano è salito alla ribalta nell'eurozona è stato nell'autunno del 2011. Allora la soluzione fu politica: il Primo Ministro Silvio Berlusconi fu rovesciato a favore del tecnocrate non eletto Mario Monti. Monti era il prediletto dei mercati. Ma in Italia l'indignazione pubblica per la sospensione delle normali procedure democratiche ha contribuito a innescare l'impennata del Movimento Cinque Stelle, che è culminata con il 32% dei voti a suo favore a marzo.
Difficilmente la Commissione europea può desiderare che questo ciclo si ripeta.
Sulla scorta della vittoria elettorale, i Cinque Stelle sono il socio di maggioranza della coalizione di governo che si è formata a maggio. Ma l'equilibrio dei poteri si è spostato. Mentre la popolarità dei Cinque Stelle è diminuita, il sostegno alla Lega è raddoppiato, arrivando al 34%. La Lega è il partito delle piccole imprese del nord Italia. È tutt'altro che entusiasta dei piani dei Cinque Stelle per aumentare l'assistenza sociale al sud. Un rimpasto governativo con una prevalenza della Lega che lasciasse cadere il dispendioso reddito minimo garantito dei Cinque Stelle sarebbe sulla buona strada per soddisfare le richieste finanziarie della Commissione europea. Il nuovo governo potrebbe addirittura trovare un terreno comune con Bruxelles sui temi di una "riforma dal lato dell'offerta". Questo rassicurerebbe senza dubbio gli investitori, ma sarebbe un risultato disastroso per l'Unione europea, poiché consegnerebbe una vittoria politica a Matteo Salvini, il vice primo ministro italiano, che non fa segreto del suo desiderio di ridisegnare l'Europa come un'arena di politici nativisti e neo-nazionalisti.
Se l'intenzione della Commissione non è di rafforzare la Lega, forse Bruxelles spera in una ritirata tattica di Roma. Potrebbe ancora essere trovato un compromesso che salvasse la faccia sulle costose proposte sulle pensioni. Se il governo crolla, forse nuove elezioni potrebbero portare ad una maggioranza più accondiscendente.
Ma questa, per usare un eufemismo, è una strategia ad alto rischio e negativa. Soprattutto, non può risolvere il profondo senso di crisi che c'è in Italia. Se l'Unione europea è determinata a tenere il punto sul debito e deficit, dovrebbe offrire qualcosa di positivo in cambio, come una strategia comune europea per gli investimenti e la crescita, o un approccio più cooperativo al problema dei rifugiati, che ha sostenuto l'ondata della Lega. Se tutto quello che Bruxelles ha da offrire è la disciplina, sta invitando la politica italiana a ricostruirsi su linee ancora più nazionaliste e ancora più ostili all'Europa.
di Adam Tooze, 5 dicembre 2018
L'Unione europea e l'Italia sono in stallo da settimane sul debito pubblico italiano. Bruxelles - sostenuta dal resto dei governi europei - sembra credere che presto Roma cederà, segnando un'altra vittoria a favore della disciplina dell'Unione europea. Ma non è affatto sicuro. Inoltre, anche se il governo italiano si rimettesse in riga, le conseguenze politiche potrebbero rivelarsi disastrose per l'Europa. Comunque finisca questa tragedia, l'Europa sta giocando un gioco pericoloso.
Il confronto è iniziato a ottobre, quando il governo di Roma ha presentato una bozza di bilancio per il 2019 in cui proponeva un incremento del deficit italiano. Il 23 ottobre la Commissione Europea ha respinto il bilancio - una mossa senza precedenti. Da allora, Bruxelles ha dato il via alle procedure per penalizzare l'Italia, sulla base delle stringenti regole dell'Unione europea sul deficit eccessivo.
Il vero problema finanziario dell'Italia, comunque, non è il deficit annuale di bilancio ma l'eccezionale mole del debito pubblico, pari a un totale di 2600 miliardi di euro, la gran parte del quale è stato accumulato decenni fa da partiti politici che oggi non esistono più. Oggi il debito si mantiene intorno al 133% del Prodotto interno lordo.
Il debito, a questo livello, può facilmente diventare insostenibile, crescendo più velocemente del reddito necessario a ripagarlo. Il debito è detenuto in gran parte da banche, sia nazionali che estere. Uno scenario in cui l'Italia avesse difficoltà a soddisfare le sue necessità di finanziamento assesterebbe un colpo devastante al fragile sistema finanziario europeo. Dato questa delicato equilibrio, c'è poco spazio per gli errori. Deve essere colta ogni opportunità per abbassare il rapporto debito/PIL.
Dato che l'eurozona dal 2013 ha sperimentato una ripresa modesta, e anche l'economia italiana sta riprendendo a crescere, la Commissione europea afferma che l'Italia dovrebbe stringere la cinghia. Roma ha da obiettare.
Naturalmente, nessun governo vuole adottare dei tagli. Ma qua c'è un punto ancora più fondamentale: dichiarare, come fa la Commissione, che l'Italia può permettersi di fare tagli al bilancio perché ha avuto un po' di crescita è in palese contraddizione con le attuali condizioni economiche e politiche del paese.
Negli ultimi 10 anni, il Prodotto interno lordo pro-capite in Italia è crollato. Il declino è un caso unico tra le grandi economie avanzate (è addirittura peggiore del tristemente noto decennio perduto del Giappone). E la sofferenza economica è distribuita in modo estremamente ineguale: più del 32% di giovani italiani sono senza lavoro. Il pessimismo, la delusione e la frustrazione sono innegabili. Dichiarare, come fa la Commissione, che questo è un buon momento per l'austerità è dare uno schiaffo ad una realtà che, per molti italiani, rasenta una vera emergenza personale e nazionale.
I due partiti che formano l'attuale governo italiano, la Lega e il Movimento Cinque Stelle, sono stati eletti a marzo per rispondere a questa crisi. La Lega è xenofoba; i Cinque Stelle sono imprevedibili e bizzarri. Ma i programmi economici coi quali hanno fatto campagna elettorale difficilmente possono dirsi stravaganti. La Lega vuole tagli alle tasse per il suo elettorato, fatto di piccole imprese. I Cinque Stelle vogliono un reddito minimo garantito per i propri elettori nelle regioni più povere dell'Italia meridionale. Entrambi vogliono andare incontro ai pensionati. Queste proposte aumenteranno il deficit. Ma allo stesso tempo, sostengono da Roma, porteranno uno stimolo davvero necessario.
La questione chiave è quanto grande deve essere questo stimolo.
Le previsioni del governo italiano sul bilancio sono ottimistiche. Ma altri, inclusa la Banca d'Italia e il Peterson Institute of International Economics, avvertono che l'Italia è caduta in una trappola: i timori per la sostenibilità del debito fanno sì che qualsiasi stimolo abbia l'effetto perverso di far salire i tassi d'interesse, dando una stretta ai prestiti bancari e riducendo la crescita.
Durante la crisi dell'eurozona gli economisti dell'Università Bocconi di Milano hanno diffuso l'idea dell'"austerità espansiva": i tagli alla spesa pubblica stimolano la fiducia e la crescita. Gli anni successivi alla crisi finanziaria hanno mostrato quanto fosse sbagliata questa tesi. Adesso gli economisti sembrano avere un nuovo meme: l'espansione fiscale restrittiva, uno stimolo che si annulla poiché mina la fiducia e fa alzare i tassi d'interesse.
Ad ogni modo, queste argomentazioni non sono determinanti. Anche sulla base degli assunti pessimistici della Commissione europea, il deficit proposto da Roma non manderebbe fuori controllo il debito italiano. Ciò che porterebbe l'Italia ad una crisi vera sarebbe un improvviso rialzo dei rendimenti, non al 3%, ma al 5% o più. Se ciò dovesse accadere, innescato da uno shock della fiducia dei mercati nell'Italia, ci sarebbe un'impennata esplosiva nel costo del servizio del debito. Il governo si troverebbe escluso dai mercati dei capitali. Le banche italiane avrebbero bisogno del sostegno dell'Unione europea. L'aiuto arriverebbe solo dopo un accordo su un pacchetto di tagli del deficit. Ma esclusa questa possibilità, l'Italia potrebbe trovarsi sulla via d'uscita dall'eurozona. Questo è il rischio che rende il confronto tra Roma e la Commissione così preoccupante. Il gioco a chi cede per primo potrebbe facilmente spaventare i mercati.
Al momento, la fiducia dei mercati è ancora sostenuta dal programma di acquisto titoli di stato della Banca centrale europea. Nel 2019 il presidente uscente dalle BCE, Mario Draghi, un sostenitore di lungo corso della disciplina per l'Italia, cesserà l'acquisto di titoli di stato. La tensione è destinata a salire.
La Commissione europea, naturalmente, è vincolata a difendere le proprie regole. Ma l'Unione europea come si aspetta che si svilupperà lo scontro?
Bruxelles ha una gamma limitata di sanzioni a sua disposizione. A differenza della Grecia, che era un beneficiario netto della generosità dell'Unione europea, l'Italia è un contributore netto al bilancio della UE. Non sarà facile applicare multe e penali.
Dovranno essere pertanto i mercati a garantire la disciplina. Ma sarebbe una prospettiva terrificante: non solo il debito italiano è enorme, ma nemmeno le banche italiane sono piccoline. L'Italia è troppo grande sia per fallire che per essere salvata.
Quindi qual è il piano? Se la Commissione sta scommettendo che la crisi di bilancio forzerà il governo italiano a piegarsi, in quale direzione immagina che si piegherà?
L'ultima volta che il debito pubblico italiano è salito alla ribalta nell'eurozona è stato nell'autunno del 2011. Allora la soluzione fu politica: il Primo Ministro Silvio Berlusconi fu rovesciato a favore del tecnocrate non eletto Mario Monti. Monti era il prediletto dei mercati. Ma in Italia l'indignazione pubblica per la sospensione delle normali procedure democratiche ha contribuito a innescare l'impennata del Movimento Cinque Stelle, che è culminata con il 32% dei voti a suo favore a marzo.
Difficilmente la Commissione europea può desiderare che questo ciclo si ripeta.
Sulla scorta della vittoria elettorale, i Cinque Stelle sono il socio di maggioranza della coalizione di governo che si è formata a maggio. Ma l'equilibrio dei poteri si è spostato. Mentre la popolarità dei Cinque Stelle è diminuita, il sostegno alla Lega è raddoppiato, arrivando al 34%. La Lega è il partito delle piccole imprese del nord Italia. È tutt'altro che entusiasta dei piani dei Cinque Stelle per aumentare l'assistenza sociale al sud. Un rimpasto governativo con una prevalenza della Lega che lasciasse cadere il dispendioso reddito minimo garantito dei Cinque Stelle sarebbe sulla buona strada per soddisfare le richieste finanziarie della Commissione europea. Il nuovo governo potrebbe addirittura trovare un terreno comune con Bruxelles sui temi di una "riforma dal lato dell'offerta". Questo rassicurerebbe senza dubbio gli investitori, ma sarebbe un risultato disastroso per l'Unione europea, poiché consegnerebbe una vittoria politica a Matteo Salvini, il vice primo ministro italiano, che non fa segreto del suo desiderio di ridisegnare l'Europa come un'arena di politici nativisti e neo-nazionalisti.
Se l'intenzione della Commissione non è di rafforzare la Lega, forse Bruxelles spera in una ritirata tattica di Roma. Potrebbe ancora essere trovato un compromesso che salvasse la faccia sulle costose proposte sulle pensioni. Se il governo crolla, forse nuove elezioni potrebbero portare ad una maggioranza più accondiscendente.
Ma questa, per usare un eufemismo, è una strategia ad alto rischio e negativa. Soprattutto, non può risolvere il profondo senso di crisi che c'è in Italia. Se l'Unione europea è determinata a tenere il punto sul debito e deficit, dovrebbe offrire qualcosa di positivo in cambio, come una strategia comune europea per gli investimenti e la crescita, o un approccio più cooperativo al problema dei rifugiati, che ha sostenuto l'ondata della Lega. Se tutto quello che Bruxelles ha da offrire è la disciplina, sta invitando la politica italiana a ricostruirsi su linee ancora più nazionaliste e ancora più ostili all'Europa.
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07/12/18
The Guardian – Macron sulla scia di Clinton, Blair e Schröder: il contraccolpo era inevitabile
L’editor economico del giornale britannico progressista The Guardian sancisce il funerale politico di Macron: un uomo che credeva di emulare De Gaulle e di marciare verso il futuro dell’anti-populismo, e si è rivelato l’ultimo rappresentante di una stirpe fallimentare di tecnocrati centristi sulla scia di Clinton, Blair e Schröder. Elliott sottolinea opportunamente il ruolo dei vincoli di bilancio europei, della subalternità alla Germania e, soprattutto, dell’euro, nel fallimento annunciato della politica di Macron, definendo a chiare lettere un errore madornale l’entrata della Francia nella moneta unica.
di Larry Elliott, 06 dicembre 2018
La rivolta per le strade, le stazioni di rifornimento senza carburante, gli acquisti d’emergenza ai supermercati, un paese nel caos. Non è una visione distopica della Gran Bretagna post-Brexit, ma la Francia in questo preciso momento, governata dal sedicente campione dell’anti-populismo, Emmanuel Macron.
I politici francesi continuano immancabilmente a dirsi ispirati da Charles de Gaulle, e Macron non fa eccezione. La sua fotografia presidenziale ufficiale lo rappresenta di fronte a un tavolo su cui sta una copia aperta delle memorie di guerra di De Gaulle. Il messaggio subliminale di Macron al popolo francese era ovvio: come De Gaulle, anche io sarò un leader forte. Come De Gaulle, anche io mi ergerò al di sopra dei politici meschini per governare nell'interesse nazionale.
Di paragoni con De Gaulle ce ne sono sicuramente, in questi giorni. Ma non si tratta del De Gaulle che ha costituito il governo francese in esilio a Londra nel 1940 o del De Gaulle che guariva le ferite dell’Algeria nel 1958. Inevitabilmente, dal momento in cui sono esplose le proteste dei gilet gialli in tutta la Francia, il paragone da fare è quello con le occupazioni delle strade di Parigi, da parte di studenti e lavoratori, nel maggio ’68.
Come De Gaulle, anche Macron non ha saputo accorgersi delle proteste di strada che stavano per arrivare. Come De Gaulle, Macron sembra fuori dal mondo e incapace di una risposta adeguata. E come De Gaulle anche lui pagherà un prezzo politico salato, visto che la sua reazione è stata quella di dire che non si sarebbe mai piegato ai manifestanti se fossero scesi in piazza, ma poi, con la decisione di bloccare l’aumento della tassa sui carburanti per sei mesi, ha fatto precisamente questo.
C’è non poca ironia nel fatto che l’uomo che era considerato la risposta al populismo ha provocato la più clamorosa manifestazione di collera populista che si fosse vista finora. Quando giunse al Palazzo dell’Eliseo, Macron fu salutato come il rappresentante di una nuova stirpe di politici, ma la realtà è che lui rappresentava il passato, non il futuro: era l’ultimo tecnocrate centrista nella tradizione di Bill Clinton, Tony Blair e Gerhard Schröder.
Il predecessore di Angela Merkel alla cancelleria tedesca è stato il vero modello per Macron. Fu infatti Schröder a spingere per un mercato del lavoro più duro e per le riforme del welfare all’inizio degli anni 2000, riforme progettate per rendere più competitiva la maggiore economia d’Europa. Le riforme funzionarono, ma solo in una certa misura. La Germania ha bassa disoccupazione e accumula grandi surplus commerciali, ma questo perché i lavoratori tedeschi hanno accettato i tagli ai salari e la riduzione del loro potere d’acquisto.
Macron ha creduto che la stessa ricetta potesse funzionare anche per la Francia, ma nonostante la sua facile vittoria contro Marine Le Pen al secondo turno delle elezioni presidenziali, il supporto della sua base è sempre stato debole. La Francia sceglie il proprio leader con un processo in due fasi: un primo turno con molti candidati e in un secondo turno in cui i due candidati col maggior numero di voti fanno un testa a testa. Si dice che la Francia scelga al primo turno ed elimini al secondo, e solo poco più di un quarto di quelli che hanno votato al primo turno volevano effettivamente Macron.
Ciononostante, il nuovo presidente ha creduto di avere un mandato forte per fare riforme strutturali. Ha tagliato le tasse ai ricchi e reso più facile, per le aziende, assumere e licenziare, poi ha dato battaglia ai sindacati ferroviari. Era solo questione di tempo prima che iniziasse il contraccolpo.
L’economia francese ha stentato a mantenere il passo con quella tedesca. La Francia ha ben poco spazio per stimolare la domanda, visto che i tassi di interesse sono stabiliti dalla Banca Centrale Europea e la politica fiscale – cioè le tasse e la spesa pubblica – sono vincolati dalle regole di bilancio dell'eurozona. La Francia ha sostenuto la fondazione dell’euro credendo che una moneta comune potesse contenere il potere tedesco. Ma la realtà è che è successo proprio l’opposto: la Germania è diventata la forza dominante nell'eurozona e nell’intera UE. L'euro funziona per la Germania – o, per essere più precisi, funziona per gli esportatori tedeschi – ma non funziona per nessun altro. Dopo aver commesso l’errore madornale e di proporzioni storiche di entrare nella moneta unica, la Francia ha provato a rettificare.
Mentre era ancora nel periodo della luna di miele come presidente, Macron ha annunciato un piano per rafforzare l’unione monetaria creando un bilancio dell'eurozona controllato dall'eurozona stessa. Sapeva che l’unico modo per far aderire Berlino alla sua proposta sarebbe stato che la Germania vedesse la relazione con la Francia come una relazione tra uguali, cosa che non è stata per molti anni. Il modo per generare il necessario rispetto era mettere l’economia francese sullo stesso sentiero di rigore che i tedeschi avevano accettato sotto Schröder. Ciò aveva il vantaggio di essere in linea con il suo stesso programma di politica interna, tutto orientato a creare un ambiente più favorevole al business e a spostare l’equilibrio di potere dal lavoro al capitale.
I tedeschi sono sempre stati un po' duri da persuadere, sia riguardo la desiderabilità di avere una politica fiscale a livello di eurozona che loro stessi avrebbero dovuto finanziare, sia riguardo la capacità di Macron di mettere in atto le proprie politiche in Francia. Le peggiori violenze di piazza che si siano viste da mezzo secolo a questa parte hanno confermato tutte le paure dei tedeschi. Ma c’è un punto più ampio da capire: i politici devono rendersi conto che la crisi finanziaria e un decennio di appiattimento degli standard di vita hanno contribuito a determinare ciò che è politicamente fattibile e ciò che non lo è.
È fattibile – e in effetti desiderabile – adoperare il sistema fiscale per combattere i cambiamenti climatici, ma solo se il colpo inferto agli standard di vita è pienamente compensato da tagli su altre tasse. Altrimenti si tratta solo di ulteriore austerità, che gli elettorati stanno ormai rifiutando ovunque. Ed è politicamente suicida, per chi è già famoso come il presidente dei ricchi, dire agli elettori arrabbiati per l’aumento del costo dei carburanti di fare "car sharing" o di prendere il trasporto pubblico. Questo non è De Gaulle, è la Maria Antonietta del "mangino brioche".
di Larry Elliott, 06 dicembre 2018
La rivolta per le strade, le stazioni di rifornimento senza carburante, gli acquisti d’emergenza ai supermercati, un paese nel caos. Non è una visione distopica della Gran Bretagna post-Brexit, ma la Francia in questo preciso momento, governata dal sedicente campione dell’anti-populismo, Emmanuel Macron.
I politici francesi continuano immancabilmente a dirsi ispirati da Charles de Gaulle, e Macron non fa eccezione. La sua fotografia presidenziale ufficiale lo rappresenta di fronte a un tavolo su cui sta una copia aperta delle memorie di guerra di De Gaulle. Il messaggio subliminale di Macron al popolo francese era ovvio: come De Gaulle, anche io sarò un leader forte. Come De Gaulle, anche io mi ergerò al di sopra dei politici meschini per governare nell'interesse nazionale.
Di paragoni con De Gaulle ce ne sono sicuramente, in questi giorni. Ma non si tratta del De Gaulle che ha costituito il governo francese in esilio a Londra nel 1940 o del De Gaulle che guariva le ferite dell’Algeria nel 1958. Inevitabilmente, dal momento in cui sono esplose le proteste dei gilet gialli in tutta la Francia, il paragone da fare è quello con le occupazioni delle strade di Parigi, da parte di studenti e lavoratori, nel maggio ’68.
Come De Gaulle, anche Macron non ha saputo accorgersi delle proteste di strada che stavano per arrivare. Come De Gaulle, Macron sembra fuori dal mondo e incapace di una risposta adeguata. E come De Gaulle anche lui pagherà un prezzo politico salato, visto che la sua reazione è stata quella di dire che non si sarebbe mai piegato ai manifestanti se fossero scesi in piazza, ma poi, con la decisione di bloccare l’aumento della tassa sui carburanti per sei mesi, ha fatto precisamente questo.
C’è non poca ironia nel fatto che l’uomo che era considerato la risposta al populismo ha provocato la più clamorosa manifestazione di collera populista che si fosse vista finora. Quando giunse al Palazzo dell’Eliseo, Macron fu salutato come il rappresentante di una nuova stirpe di politici, ma la realtà è che lui rappresentava il passato, non il futuro: era l’ultimo tecnocrate centrista nella tradizione di Bill Clinton, Tony Blair e Gerhard Schröder.
Il predecessore di Angela Merkel alla cancelleria tedesca è stato il vero modello per Macron. Fu infatti Schröder a spingere per un mercato del lavoro più duro e per le riforme del welfare all’inizio degli anni 2000, riforme progettate per rendere più competitiva la maggiore economia d’Europa. Le riforme funzionarono, ma solo in una certa misura. La Germania ha bassa disoccupazione e accumula grandi surplus commerciali, ma questo perché i lavoratori tedeschi hanno accettato i tagli ai salari e la riduzione del loro potere d’acquisto.
Macron ha creduto che la stessa ricetta potesse funzionare anche per la Francia, ma nonostante la sua facile vittoria contro Marine Le Pen al secondo turno delle elezioni presidenziali, il supporto della sua base è sempre stato debole. La Francia sceglie il proprio leader con un processo in due fasi: un primo turno con molti candidati e in un secondo turno in cui i due candidati col maggior numero di voti fanno un testa a testa. Si dice che la Francia scelga al primo turno ed elimini al secondo, e solo poco più di un quarto di quelli che hanno votato al primo turno volevano effettivamente Macron.
Ciononostante, il nuovo presidente ha creduto di avere un mandato forte per fare riforme strutturali. Ha tagliato le tasse ai ricchi e reso più facile, per le aziende, assumere e licenziare, poi ha dato battaglia ai sindacati ferroviari. Era solo questione di tempo prima che iniziasse il contraccolpo.
L’economia francese ha stentato a mantenere il passo con quella tedesca. La Francia ha ben poco spazio per stimolare la domanda, visto che i tassi di interesse sono stabiliti dalla Banca Centrale Europea e la politica fiscale – cioè le tasse e la spesa pubblica – sono vincolati dalle regole di bilancio dell'eurozona. La Francia ha sostenuto la fondazione dell’euro credendo che una moneta comune potesse contenere il potere tedesco. Ma la realtà è che è successo proprio l’opposto: la Germania è diventata la forza dominante nell'eurozona e nell’intera UE. L'euro funziona per la Germania – o, per essere più precisi, funziona per gli esportatori tedeschi – ma non funziona per nessun altro. Dopo aver commesso l’errore madornale e di proporzioni storiche di entrare nella moneta unica, la Francia ha provato a rettificare.
Mentre era ancora nel periodo della luna di miele come presidente, Macron ha annunciato un piano per rafforzare l’unione monetaria creando un bilancio dell'eurozona controllato dall'eurozona stessa. Sapeva che l’unico modo per far aderire Berlino alla sua proposta sarebbe stato che la Germania vedesse la relazione con la Francia come una relazione tra uguali, cosa che non è stata per molti anni. Il modo per generare il necessario rispetto era mettere l’economia francese sullo stesso sentiero di rigore che i tedeschi avevano accettato sotto Schröder. Ciò aveva il vantaggio di essere in linea con il suo stesso programma di politica interna, tutto orientato a creare un ambiente più favorevole al business e a spostare l’equilibrio di potere dal lavoro al capitale.
I tedeschi sono sempre stati un po' duri da persuadere, sia riguardo la desiderabilità di avere una politica fiscale a livello di eurozona che loro stessi avrebbero dovuto finanziare, sia riguardo la capacità di Macron di mettere in atto le proprie politiche in Francia. Le peggiori violenze di piazza che si siano viste da mezzo secolo a questa parte hanno confermato tutte le paure dei tedeschi. Ma c’è un punto più ampio da capire: i politici devono rendersi conto che la crisi finanziaria e un decennio di appiattimento degli standard di vita hanno contribuito a determinare ciò che è politicamente fattibile e ciò che non lo è.
È fattibile – e in effetti desiderabile – adoperare il sistema fiscale per combattere i cambiamenti climatici, ma solo se il colpo inferto agli standard di vita è pienamente compensato da tagli su altre tasse. Altrimenti si tratta solo di ulteriore austerità, che gli elettorati stanno ormai rifiutando ovunque. Ed è politicamente suicida, per chi è già famoso come il presidente dei ricchi, dire agli elettori arrabbiati per l’aumento del costo dei carburanti di fare "car sharing" o di prendere il trasporto pubblico. Questo non è De Gaulle, è la Maria Antonietta del "mangino brioche".
06/12/18
L’Italia, l’Unione europea e la caduta dell’impero romano
Un articolo di Strategic Culture evidenzia come l’ossessione europea di tutelare i creditori - e schiacciare i debitori - stia producendo una società sempre più polarizzata e impoverita, tendente a un collasso simile a quello che subì l’impero romano. Le azioni della Ue volte a contenere le forze centrifughe finiranno per accelerare involontariamente il suo processo di disgregazione.
Di Alastair Crookew, 3 dicembre 2018
I leader Ue stanno tentando di contenere una crisi che evolve a velocità crescente: la sfida comprende l’ascesa di Stati insubordinati (il Regno Unito, la Polonia, l’Ungheria e l’Italia) o di “blocchi culturali” storici ribelli (ovvero la Catalogna) – tutti quanti esplicitamente disillusi dall’idea di una convergenza forzata verso un “ordine” Ue uniforme, con la sua austera “disciplina” monetaria. Respingono anche la pretesa della Ue di essere, in qualche modo, depositaria di una raccolta privilegiata di valori morali.
Se, nel dopoguerra, la Ue rappresentò un tentativo di schivare l’egemonia anglo-americana, questi nuovi gruppi ribelli di “rinascita culturale” che cercano di posizionarsi come “spazi” indipendenti e sovrani rappresentano, a loro volta, un tentativo di sfuggire a un altro tipo di egemonia: quella dell’”uniformità” amministrativa della Ue.
Per uscire da questo particolare regime europeo (che originariamente si sperava fosse differente dall’imperialismo anglo-americano), l’Unione Europea fu tuttavia costretta ad appoggiarsi al costrutto archetipico della “libertà” come giustificazione all’imperialismo (ora mutato nelle “quattro libertà” Ue) sulle quali le stringenti “uniformità” Ue (le condizioni di equa concorrenza, il regolamento di tutti gli aspetti della vita, la tassazione e l’armonizzazione economica) sono state basate. Il “progetto” europeo è ora visto - ed in effetti è - come qualcosa che svuota le vecchie e differenti tradizioni identitarie.
Infatti, il fatto stesso che queste ribellioni vengano tentate a differenti livelli e in diverse regioni culturali e geografiche, indica che l’egemonia Ue si è già affievolita al punto che potrebbe non essere pienamente in grado di ostacolare questa nuova ondata. Quello che è in gioco per la Ue è se essa sarà in grado di rallentare e frenare in qualche modo l’emergere di questo processo di ri-sovranizzazione culturale, che ovviamente minaccia di far andare a pezzi la vantata “solidarietà” Ue, e di frammentare la sua matrice di unione doganale perfettamente gestita e area comune di commercio.
Tuttavia è stato Carl Schmitt – il filosofo politico – a mettere in guardia con forza contro la possibilità di quello che ha chiamato un acceleratore katechon negativo. Questa definizione sembrerebbe combaciare – perfettamente – con la situazione in cui si trova ora la Ue. Il concetto, usato in passato, sostiene che gli eventi storici spesso hanno una dimensione contraria nascosta – detto in altre parole, alcune azioni (fatte, per esempio, dalla Ue), potrebbero in effetti accelerare esattamente quei processi che dovevano essere rallentati o fermati. Per Schmitt, questo spiega il paradosso attraverso il quale una “azione frenante” (come quella che sta prendendo la Ue) potrebbe in realtà avere effetto inverso, sfociando in un’accelerazione preterintenzionale degli stessi processi che la UE intende contrastare. Schmitt lo chiamò effetto “involontario”, perché produceva effetti opposti all’intento originale. Per gli antichi, esso ricordava semplicemente che noi umani spesso siamo dei semplici oggetti della storia, e non i suoi agenti causali (qualcun altro direbbe “non si può fermare il vento con le mani…” NdVdE).
Potrebbe succedere che l’”azione frenante” imposta alla Grecia, all’Inghilterra, all’Ungheria – e ora all’Italia – porti precisamente verso il Katechon di Schmitt. L’Italia ha ristagnato in un limbo economico per decenni: il suo nuovo governo si è sentito in dovere di alleviare, in qualche modo, gli stress economici accumulati negli anni passati, e cercare di riavviare la crescita. Ma il paese ha un alto livello di debito/PIL, e la Ue insiste sul fatto che l’Italia deve sopportarne le conseguenze: deve obbedire alle “regole”.
Il professore Michael Hudson (nel suo nuovo libro) spiega come l’”azione frenante” della UE rispetto al debito italiano, rappresenti un tratto di rigidità psichica europea che ignora totalmente l’esperienza storica, e potrebbe esattamente portare come risultato il Katechon: l’opposto di ciò che si voleva. Intervistato da John Siman, Hudson ha detto:
“Nelle antiche società della Mesopotamia, era chiaro che la libertà veniva garantita proteggendo i debitori. Nel sistema economico delle società della Mesopotamia nel terzo e secondo millennio avanti Cristo esisteva e prosperava davvero un modello correttivo. Potremmo chiamarlo l’Amnistia totale… consisteva nel necessario e periodico condono dei debiti dei piccoli agricoltori – necessario perché questi agricoltori sono, in ogni società in cui vengono calcolati interessi sui prestiti, inevitabilmente soggetti a impoverimento, e poi confisca della loro proprietà, per finire ridotti in servitù… da parte dei loro creditori.
[Ed era anche necessario, dato che una] dinamica costante nella storia è la tendenza delle élite finanziarie ad appropriarsi del controllo e gestire l’economia in maniera parassitaria e predatoria. La loro apparente libertà viene ottenuta a spese delle autorità governative, e dell’economia in generale. Di conseguenza, essa diventa l’opposto della libertà – come era chiaro ai tempi dei Sumeri…
Quindi fu inevitabile [nei secoli successivi], che nella storia greca e romana, un numero crescente di piccoli agricoltori si indebitasse in maniera insostenibile, e perdesse la propria terra. Era perciò inevitabile che i loro creditori ammassassero enormi proprietà terriere e diventassero un’oligarchia parassitaria. Questa tendenza innata alla polarizzazione sociale – dovuta al non condonare i debiti – è la maledizione originale e incurabile della civiltà occidentale successiva all’ottavo secolo avanti Cristo, la lurida macchia che non può essere lavata via, né asportata.
Hudson sostiene che il lungo declino e la caduta di Roma siano cominciati non, come sostiene Gibbon, con la morte di Marco Aurelio, ma quattro secoli prima, dopo che Annibale devastò la campagna italiana durante la Seconda Guerra Punica (218-201 a.C.). Dopo la guerra, i piccoli contadini dell’Italia non recuperarono mai la propria terra, che veniva sistematicamente incamerata dai grandi oligarchi terrieri, come Plinio il Vecchio ha evidenziato. [Naturalmente, oggi sono le piccole e medie imprese italiane che vengono accaparrate dalle multinazionali oligarchiche e pan-europee].
Ma tra gli studiosi moderni, come sottolinea Hudson, “Arnold Toynbee è praticamente l’unico a dare importanza al ruolo del debito nella concentrazione della ricchezza romana e della proprietà terriera” (p. xviii) – e quindi nello spiegare il declino dell’Impero Romano…
“Le società della Mesopotamia non erano interessate all’uguaglianza” ha dichiarato all’intervistatore, “ma erano civilizzate. E possedevano la sofisticazione finanziaria sufficiente per capire che, dal momento che gli interessi sui prestiti aumentano esponenzialmente, mentre la crescita economica nella migliore delle ipotesi segue una curva a S, è inevitabile che i debitori, se non sono protetti da un’autorità centrale, finiranno per essere eterni debitori. Pertanto i re della Mesopotamia salvavano regolarmente i debitori che stavano venendo sommersi dai debiti. Sapevano che era una misura necessaria. Più e più volte, secolo dopo secolo. Proclamavano “complete amnistie”.
L’Ue ha punito la Grecia per la sua prodigalità – e si appresta a punire l’Italia se dovesse ignorare le regole fiscali Ue. L’Ue sta tentando quella che Schmitt definiva un’”azione frenante”, per mantenere la sua egemonia.
Tuttavia, questo è davvero un caso in cui la Ue vede la pagliuzza nell’occhio dell’Italia, mentre ignora la trave nel proprio occhio. L’istituto di ricerca del ciclo economico Lakshman Achuthan scrive che:
“L’insieme del debito di USA, Eurozona, Giappone e Cina è aumentato più di dieci volte rispetto a quanto è aumentato il loro PIL aggregato, nell’ultimo anno. È notevole come l’economia globale – che rallenta in sincronia, nonostante l’aumento del debito – si trovi in una situazione che ricorda l’effetto “Regina di Cuori”. Come la Regina di Cuori dice ad Alice, nel libro di Lewis Carroll Alice nello specchio: “Ora, qui, vedete, dovete correre più forte che potete per rimanere fermi. Se volete andare in un altro posto, dovete correre almeno al doppio di questa velocità!”.
Ma questo – correre di più, accumulare più debito – può solo, infine, risolversi in una bancarotta gigante (o inflazionando il debito). Guardiamo gli Stati Uniti: il loro PIL sta crescendo al 2,5%; il debito Federale USA è al 105% del PIL, il Tesoro USA spende 1,5 miliardi di dollari di interessi al giorno, e il debito cresce del 5-6% del PIL. La situazione non è sostenibile.
Le richieste di Grecia e Italia di sollievo dal debito possono essere considerate da alcuni come strumentali, per fronteggiare il precedente malgoverno economico; ma, come ci dice Hudson, le richieste dei Sumeri e dei Babilonesi non si basavano su cose di questo tipo – ma piuttosto, sulla tradizione conservativa fondata sul rituale di rinnovo del cosmo che scandiva il calendario e le sue periodicità. L’idea della Mesopotamia di riforma non aveva nulla a che vedere con quello che chiameremmo “progresso sociale”. Al contrario, le misure che il re istituiva come “giubilei” del debito erano misure pensate per ripristinare il “contesto”, ristabilire un ordine nella società, detto “maat”. “Le regole del gioco non venivano cambiate, ma a ognuno veniva data una nuova mano di carte”.
Hudson fa notare che “i greci e i romani rimpiazzarono l’idea del tempo ciclico e del rinnovamento della società con quella del tempo lineare” [che converge verso la “fine dei tempi”]: “La polarizzazione economica divenne irreversibile, non solo temporanea” – perché l’idea di rinnovamento venne perduta. Hudson avrebbe potuto aggiungere che l’idea del tempo lineare, e la perdita dell’imperativo di smembrare e rinnovare, hanno giocato un ruolo di primo piano nel sostenere tutti i progetti universalistici dell’Europa di un percorso lineare verso la trasformazione umana (o, verso l’utopia).
Questa è la contraddizione essenziale: che l’inevitabile divaricazione e polarizzazione economica stanno trasformando l’Europa in un continente tormentato da contraddizioni interne irrisolvibili. Da una parte l’Europa punisce l’Italia per il suo debito, dall’altra è stata la Bce che ha perseguito politiche di “repressione” dei tassi di interesse fino a portarli in territorio negativo, e ha monetizzato il debito per un importo pari a un terzo dell’intera produzione economica europea. Come poteva l’Ue non aspettarsi che le banche e le imprese non si sarebbero caricate di un debito che si trascinava nel tempo? Come potevano aspettarsi che le banche non gonfiassero i propri bilanci con “debito gratuito” al punto di diventare “troppo grandi per fallire”?
L’esplosione globale del debito è un problema macro, che trascende ampiamente il microcosmo italiano. Come l’antico Impero Romano, la Ue si è atrofizzata nel suo “ordine” fino a diventare un ostacolo al cambiamento e, non avendo alternativa se non tenere duro con un’”azione frenante”, finirà per produrre effetti completamente opposti all’intento originale (ossia un Katechon negativo involontario).
Di Alastair Crookew, 3 dicembre 2018
I leader Ue stanno tentando di contenere una crisi che evolve a velocità crescente: la sfida comprende l’ascesa di Stati insubordinati (il Regno Unito, la Polonia, l’Ungheria e l’Italia) o di “blocchi culturali” storici ribelli (ovvero la Catalogna) – tutti quanti esplicitamente disillusi dall’idea di una convergenza forzata verso un “ordine” Ue uniforme, con la sua austera “disciplina” monetaria. Respingono anche la pretesa della Ue di essere, in qualche modo, depositaria di una raccolta privilegiata di valori morali.
Se, nel dopoguerra, la Ue rappresentò un tentativo di schivare l’egemonia anglo-americana, questi nuovi gruppi ribelli di “rinascita culturale” che cercano di posizionarsi come “spazi” indipendenti e sovrani rappresentano, a loro volta, un tentativo di sfuggire a un altro tipo di egemonia: quella dell’”uniformità” amministrativa della Ue.
Per uscire da questo particolare regime europeo (che originariamente si sperava fosse differente dall’imperialismo anglo-americano), l’Unione Europea fu tuttavia costretta ad appoggiarsi al costrutto archetipico della “libertà” come giustificazione all’imperialismo (ora mutato nelle “quattro libertà” Ue) sulle quali le stringenti “uniformità” Ue (le condizioni di equa concorrenza, il regolamento di tutti gli aspetti della vita, la tassazione e l’armonizzazione economica) sono state basate. Il “progetto” europeo è ora visto - ed in effetti è - come qualcosa che svuota le vecchie e differenti tradizioni identitarie.
Infatti, il fatto stesso che queste ribellioni vengano tentate a differenti livelli e in diverse regioni culturali e geografiche, indica che l’egemonia Ue si è già affievolita al punto che potrebbe non essere pienamente in grado di ostacolare questa nuova ondata. Quello che è in gioco per la Ue è se essa sarà in grado di rallentare e frenare in qualche modo l’emergere di questo processo di ri-sovranizzazione culturale, che ovviamente minaccia di far andare a pezzi la vantata “solidarietà” Ue, e di frammentare la sua matrice di unione doganale perfettamente gestita e area comune di commercio.
Tuttavia è stato Carl Schmitt – il filosofo politico – a mettere in guardia con forza contro la possibilità di quello che ha chiamato un acceleratore katechon negativo. Questa definizione sembrerebbe combaciare – perfettamente – con la situazione in cui si trova ora la Ue. Il concetto, usato in passato, sostiene che gli eventi storici spesso hanno una dimensione contraria nascosta – detto in altre parole, alcune azioni (fatte, per esempio, dalla Ue), potrebbero in effetti accelerare esattamente quei processi che dovevano essere rallentati o fermati. Per Schmitt, questo spiega il paradosso attraverso il quale una “azione frenante” (come quella che sta prendendo la Ue) potrebbe in realtà avere effetto inverso, sfociando in un’accelerazione preterintenzionale degli stessi processi che la UE intende contrastare. Schmitt lo chiamò effetto “involontario”, perché produceva effetti opposti all’intento originale. Per gli antichi, esso ricordava semplicemente che noi umani spesso siamo dei semplici oggetti della storia, e non i suoi agenti causali (qualcun altro direbbe “non si può fermare il vento con le mani…” NdVdE).
Potrebbe succedere che l’”azione frenante” imposta alla Grecia, all’Inghilterra, all’Ungheria – e ora all’Italia – porti precisamente verso il Katechon di Schmitt. L’Italia ha ristagnato in un limbo economico per decenni: il suo nuovo governo si è sentito in dovere di alleviare, in qualche modo, gli stress economici accumulati negli anni passati, e cercare di riavviare la crescita. Ma il paese ha un alto livello di debito/PIL, e la Ue insiste sul fatto che l’Italia deve sopportarne le conseguenze: deve obbedire alle “regole”.
Il professore Michael Hudson (nel suo nuovo libro) spiega come l’”azione frenante” della UE rispetto al debito italiano, rappresenti un tratto di rigidità psichica europea che ignora totalmente l’esperienza storica, e potrebbe esattamente portare come risultato il Katechon: l’opposto di ciò che si voleva. Intervistato da John Siman, Hudson ha detto:
“Nelle antiche società della Mesopotamia, era chiaro che la libertà veniva garantita proteggendo i debitori. Nel sistema economico delle società della Mesopotamia nel terzo e secondo millennio avanti Cristo esisteva e prosperava davvero un modello correttivo. Potremmo chiamarlo l’Amnistia totale… consisteva nel necessario e periodico condono dei debiti dei piccoli agricoltori – necessario perché questi agricoltori sono, in ogni società in cui vengono calcolati interessi sui prestiti, inevitabilmente soggetti a impoverimento, e poi confisca della loro proprietà, per finire ridotti in servitù… da parte dei loro creditori.
[Ed era anche necessario, dato che una] dinamica costante nella storia è la tendenza delle élite finanziarie ad appropriarsi del controllo e gestire l’economia in maniera parassitaria e predatoria. La loro apparente libertà viene ottenuta a spese delle autorità governative, e dell’economia in generale. Di conseguenza, essa diventa l’opposto della libertà – come era chiaro ai tempi dei Sumeri…
Quindi fu inevitabile [nei secoli successivi], che nella storia greca e romana, un numero crescente di piccoli agricoltori si indebitasse in maniera insostenibile, e perdesse la propria terra. Era perciò inevitabile che i loro creditori ammassassero enormi proprietà terriere e diventassero un’oligarchia parassitaria. Questa tendenza innata alla polarizzazione sociale – dovuta al non condonare i debiti – è la maledizione originale e incurabile della civiltà occidentale successiva all’ottavo secolo avanti Cristo, la lurida macchia che non può essere lavata via, né asportata.
Hudson sostiene che il lungo declino e la caduta di Roma siano cominciati non, come sostiene Gibbon, con la morte di Marco Aurelio, ma quattro secoli prima, dopo che Annibale devastò la campagna italiana durante la Seconda Guerra Punica (218-201 a.C.). Dopo la guerra, i piccoli contadini dell’Italia non recuperarono mai la propria terra, che veniva sistematicamente incamerata dai grandi oligarchi terrieri, come Plinio il Vecchio ha evidenziato. [Naturalmente, oggi sono le piccole e medie imprese italiane che vengono accaparrate dalle multinazionali oligarchiche e pan-europee].
Ma tra gli studiosi moderni, come sottolinea Hudson, “Arnold Toynbee è praticamente l’unico a dare importanza al ruolo del debito nella concentrazione della ricchezza romana e della proprietà terriera” (p. xviii) – e quindi nello spiegare il declino dell’Impero Romano…
“Le società della Mesopotamia non erano interessate all’uguaglianza” ha dichiarato all’intervistatore, “ma erano civilizzate. E possedevano la sofisticazione finanziaria sufficiente per capire che, dal momento che gli interessi sui prestiti aumentano esponenzialmente, mentre la crescita economica nella migliore delle ipotesi segue una curva a S, è inevitabile che i debitori, se non sono protetti da un’autorità centrale, finiranno per essere eterni debitori. Pertanto i re della Mesopotamia salvavano regolarmente i debitori che stavano venendo sommersi dai debiti. Sapevano che era una misura necessaria. Più e più volte, secolo dopo secolo. Proclamavano “complete amnistie”.
L’Ue ha punito la Grecia per la sua prodigalità – e si appresta a punire l’Italia se dovesse ignorare le regole fiscali Ue. L’Ue sta tentando quella che Schmitt definiva un’”azione frenante”, per mantenere la sua egemonia.
Tuttavia, questo è davvero un caso in cui la Ue vede la pagliuzza nell’occhio dell’Italia, mentre ignora la trave nel proprio occhio. L’istituto di ricerca del ciclo economico Lakshman Achuthan scrive che:
“L’insieme del debito di USA, Eurozona, Giappone e Cina è aumentato più di dieci volte rispetto a quanto è aumentato il loro PIL aggregato, nell’ultimo anno. È notevole come l’economia globale – che rallenta in sincronia, nonostante l’aumento del debito – si trovi in una situazione che ricorda l’effetto “Regina di Cuori”. Come la Regina di Cuori dice ad Alice, nel libro di Lewis Carroll Alice nello specchio: “Ora, qui, vedete, dovete correre più forte che potete per rimanere fermi. Se volete andare in un altro posto, dovete correre almeno al doppio di questa velocità!”.
Ma questo – correre di più, accumulare più debito – può solo, infine, risolversi in una bancarotta gigante (o inflazionando il debito). Guardiamo gli Stati Uniti: il loro PIL sta crescendo al 2,5%; il debito Federale USA è al 105% del PIL, il Tesoro USA spende 1,5 miliardi di dollari di interessi al giorno, e il debito cresce del 5-6% del PIL. La situazione non è sostenibile.
Le richieste di Grecia e Italia di sollievo dal debito possono essere considerate da alcuni come strumentali, per fronteggiare il precedente malgoverno economico; ma, come ci dice Hudson, le richieste dei Sumeri e dei Babilonesi non si basavano su cose di questo tipo – ma piuttosto, sulla tradizione conservativa fondata sul rituale di rinnovo del cosmo che scandiva il calendario e le sue periodicità. L’idea della Mesopotamia di riforma non aveva nulla a che vedere con quello che chiameremmo “progresso sociale”. Al contrario, le misure che il re istituiva come “giubilei” del debito erano misure pensate per ripristinare il “contesto”, ristabilire un ordine nella società, detto “maat”. “Le regole del gioco non venivano cambiate, ma a ognuno veniva data una nuova mano di carte”.
Hudson fa notare che “i greci e i romani rimpiazzarono l’idea del tempo ciclico e del rinnovamento della società con quella del tempo lineare” [che converge verso la “fine dei tempi”]: “La polarizzazione economica divenne irreversibile, non solo temporanea” – perché l’idea di rinnovamento venne perduta. Hudson avrebbe potuto aggiungere che l’idea del tempo lineare, e la perdita dell’imperativo di smembrare e rinnovare, hanno giocato un ruolo di primo piano nel sostenere tutti i progetti universalistici dell’Europa di un percorso lineare verso la trasformazione umana (o, verso l’utopia).
Questa è la contraddizione essenziale: che l’inevitabile divaricazione e polarizzazione economica stanno trasformando l’Europa in un continente tormentato da contraddizioni interne irrisolvibili. Da una parte l’Europa punisce l’Italia per il suo debito, dall’altra è stata la Bce che ha perseguito politiche di “repressione” dei tassi di interesse fino a portarli in territorio negativo, e ha monetizzato il debito per un importo pari a un terzo dell’intera produzione economica europea. Come poteva l’Ue non aspettarsi che le banche e le imprese non si sarebbero caricate di un debito che si trascinava nel tempo? Come potevano aspettarsi che le banche non gonfiassero i propri bilanci con “debito gratuito” al punto di diventare “troppo grandi per fallire”?
L’esplosione globale del debito è un problema macro, che trascende ampiamente il microcosmo italiano. Come l’antico Impero Romano, la Ue si è atrofizzata nel suo “ordine” fino a diventare un ostacolo al cambiamento e, non avendo alternativa se non tenere duro con un’”azione frenante”, finirà per produrre effetti completamente opposti all’intento originale (ossia un Katechon negativo involontario).
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04/12/18
Uno sguardo indietro: cosa ha significato realmente la "condivisione del rischio" nell'Eurozona
In questo post sul Financial Times Marcello Minenna, Responsabile dell'Ufficio Analisi Quantitativa e Innovazione Finanziaria della Consob, spiega, dati alla mano, che l'Italia ha sempre dato all'Unione Europea molto più di quanto ha ricevuto, e che i nostri soldi sono andati a vantaggio dei paesi "core" dell'UE, in primis Germania e Francia, anziché aiutare i paesi della periferia che versavano in difficoltà finanziarie. Ribadire in modo informato questi fatti diventa particolarmente importante oggi, mentre il nostro paese subisce attacchi quotidiani da chi ci accusa di avere "vissuto al di sopra delle nostre possibilità" e di aver approfittato indebitamente della generosità dell'"Europa".
Di Marcello Minenna, 10 ottobre 2018
Uno dei dibattiti ricorrenti dopo l'eurocrisi è stato se gli strumenti di stabilità dovessero servire per condividere il rischio tra gli Stati membri o, al contrario, a isolare il rischio all'interno dei singoli paesi. Mentre nella zona euro si discute - rinviandole - su vere misure di condivisione del rischio, come l'assicurazione europea sui depositi, è importante ricordare cosa è successo quando i rischi sono stati condivisi e chi ne ha effettivamente beneficiato.
Condividere i rischi quando necessario
La narrazione comune è che i programmi di salvataggio avrebbero aiutato paesi in grave difficoltà ad evitare la bancarotta sovrana o fallimenti bancari diffusi. In realtà, nell’evitare tali esiti estremi, questi programmi proteggevano anche le banche dei paesi core - Germania e Francia, in particolare - che avevano accumulato enormi esposizioni verso la periferia prima della crisi. In quel momento, la condivisione del rischio (per quanto sgradevole) era la migliore opzione disponibile per i governi dei paesi core. Li ha salvati dall'intervenire direttamente (a spese dei loro contribuenti) per sostenere i propri sistemi bancari nazionali.
La "condivisione del rischio", a partire dalla crisi, è sempre stata un "doppio salvataggio". Un salvataggio per le banche della periferia, che a sua volta offriva un altro piano di salvataggio alle banche del centro. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), nel 2010 l'esposizione totale delle istituzioni finanziarie francesi e tedesche verso la Grecia e le sue banche ammontava a 120 miliardi di dollari, oltre dieci volte quella delle banche italiane e spagnole. Nel maggio dello stesso anno, i governi della zona euro hanno iniziato a versare 52,9 miliardi di euro in prestiti bilaterali alla Grecia; la quota della Francia di questo strumento di condivisione del rischio superava solo di poco quella dell'Italia. E a metà 2011, le banche francesi e (meno bruscamente) quelle tedesche avevano ridotto di 35 miliardi di dollari la propria esposizione verso la Grecia e le banche greche.

Posizione consolidata delle banche estere su controparti residenti in Grecia
Poi è stata la volta dell'Irlanda: nel settembre 2010 i crediti delle banche tedesche e francesi con le controparti in Irlanda superavano i 200 miliardi di dollari. Quelli degli investitori spagnoli e italiani erano meno di 30 miliardi di dollari. Con il sostegno finanziario condiviso dei paesi europei, fu indetto un salvataggio. Le banche tedesche hanno ridotto la propria esposizione privata di 58,7 miliardi di dollari prima del 2011. Di nuovo, la quota tedesca del salvataggio è stata molto inferiore.

Posizione consolidata delle banche estere su controparti residenti in Irlanda
Alcuni mesi dopo, il piano di salvataggio del Portogallo mostra una storia simile (si noti che dal 2014 gli investitori spagnoli hanno aumentato nettamente la loro esposizione verso il Portogallo, che oggi è diventato essenzialmente la colonia finanziaria del paese confinante).

Posizione consolidata delle banche estere su controparti residenti in Portogallo
Lo stesso è valso per la Spagna, successivamente. In caso di inadempimento da parte di istituti di credito spagnoli, le banche tedesche e francesi - esposte rispettivamente per 140 e 128 miliardi di dollari - avrebbero subito gravi perdite. Non sorprende che Moody's abbia rivisto le prospettive di rating di diverse istituzioni tedesche portandole da stabili a negative. Nel dicembre 2012 il meccanismo europeo di stabilità (MES) ha erogato 41 miliardi di euro per la ricapitalizzazione indiretta delle banche spagnole: fondi che, in parte, sono serviti a rimborsare alle controparti tedesche i prestiti generosamente concessi prima della crisi. Nel frattempo, i paesi con un'esposizione marginale al settore finanziario spagnolo sono stati chiamati a fare la loro parte: ad esempio, l’Italia ha dovuto versare 14,4 miliardi di euro.

Posizione consolidata delle banche estere su controparti residenti in Spagna
La regola dell’isolamento del rischio
Durante gli anni di emergenza della crisi, i paesi della zona euro hanno trovato modi selettivi per condividere i rischi. Ma in seguito, poiché le banche centrali hanno ridotto la loro esposizione verso la periferia, le principali decisioni della burocrazia europea per contrastare la crisi sono state a favore dell’isolamento del rischio.
Queste misure includono:
- disposizioni sulla condivisione degli oneri e bail-in;
- pressioni sulle banche per ridurre i crediti in sofferenza (con conseguenti svendite a “fondi avvoltoio” e drastiche perdite di capitale per le banche);
- rinvio sistematico del meccanismo di assicurazione dei depositi paneuropeo (che avrebbe dovuto essere il terzo pilastro dell'unione bancaria), nonché proposte per renderlo condizionato alla riduzione del rischio;
- continua pressione sui sistemi bancari della periferia che, a causa dei rigidi vincoli sulla qualità degli asset e sull'accantonamento, mantengono la stretta al credito al settore privato non finanziario;
- le recenti linee guida sull'approvvigionamento totale di prestiti in sofferenza delle nuove banche;
- discussioni sulla ponderazione del rischio delle esposizioni sovrane delle banche e sull'introduzione di limiti di concentrazione per queste stesse esposizioni;
- proposte per introdurre meccanismi automatici per la gestione delle crisi del debito sovrano;
- tentativo di trasformare il MES in un fondo monetario europeo con il nuovo ruolo di vigilanza delle politiche di bilancio nazionali.
Ma i due interventi che hanno maggiormente contribuito alla segregazione del rischio all'interno della periferia sono state le operazioni di rifinanziamento a lungo termine (LTRO) e il quantitative easing (QE).
Tramite il LTRO, la BCE ha prestato al sistema bancario oltre mille miliardi di euro sotto forma di riserve nelle banche centrali, utilizzabili esclusivamente per saldare le passività interbancarie. L'idea era di aiutare le banche della periferia ad affrontare la forte contrazione del credito interbancario. Ed è proprio ciò che hanno fatto. Gran parte dei prestiti, tuttavia, è servita a riassorbire l'eccesso di offerta di debito pubblico periferico che le banche francesi e tedesche stavano liquidando, ed a saldare gli obblighi commerciali verso quelle stesse banche. L'altro scopo principale è stato reagire al crollo dei depositi nazionali, che si stavano spostando nella zona nord dell’Euro.
Nessuno mette in dubbio che il QE abbia garantito una domanda stabile e massiccia di titoli di stato. Ma nel contempo ha anche creato importanti anomalie (ancora rispecchiate dai rendimenti negativi sui titoli di stato tedeschi a breve e medio termine) e ha riattivato la fuga di capitali dai paesi periferici a quelli centrali. L'allocazione degli acquisti di obbligazioni ha favorito paesi (come Germania e Francia) con una deflazione trascurabile a scapito di altri (come Spagna e Italia) molto più colpiti dal calo del livello generale dei prezzi.
Allo stesso tempo, solo una parte marginale dei rischi inerenti alle obbligazioni acquistate è stata condivisa tra tutte le banche centrali. In effetti, la grande maggioranza degli acquisti di obbligazioni è condotta direttamente dalle banche centrali nazionali, con prestiti della BCE. Ciascuna banca centrale nazionale rimane esposta al rischio di insolvenza del proprio governo nazionale.
Il risultato principale di entrambi i programmi è che l'esposizione dei paesi centrali verso la periferia si è drasticamente ridotta.
Misurare l’isolamento del rischio
L'entità di questa riduzione della leva finanziaria può essere misurata utilizzando i dati della BRI sulla posizione consolidata delle banche estere verso controparti residenti in Italia, Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda.
Dopo avere accumulato ingente credito verso la periferia nel periodo 2000-2008, queste banche hanno smantellato il 64% delle loro esposizioni nel decennio successivo. In effetti, al suo apice (giugno 2008), l'esposizione totale del sistema bancario franco-tedesco verso la periferia superava mille e novecento miliardi di dollari; nel giugno 2012 era già sceso a 800 miliardi di dollari e nei successivi cinque anni è ulteriormente diminuito, raggiungendo 680 miliardi di dollari alla fine del 2017.

Esposizione consolidata di banche franco-tedesche a controparti residenti nella periferia dell'Eurozona
In termini di esposizioni dirette, alla vigilia della crisi, la Germania era la più esposta in Spagna (315,5 miliardi di dollari), Irlanda (240,7 miliardi) e Portogallo (52 miliardi), mentre la Francia lo era in Italia (553,4 miliardi) e Grecia (86,1 miliardi). In realtà però, una buona parte degli investimenti francesi nell'Europa meridionale canalizzava i risparmi tedeschi.
Il colossale disinvestimento dalla periferia - oltre mille duecento milardi - suscita un confronto con i dati del QE: nel luglio 2018 i paesi periferici (esclusa la Grecia) erano beneficiari di acquisti di titoli per 667 miliardi di euro, poco più della metà del disinvestimento effettuato dalle banche dei paesi del centro.
Come dovrebbe essere un’autentica e razionale condivisione del rischio
Dopo la crisi, le istituzioni europee hanno costantemente privilegiato la segregazione del rischio all'interno dei paesi periferici. Ufficialmente la strategia era tesa a prevenire il contagio tra paesi. In pratica, la segregazione ha reso i paesi più vulnerabili ancora meno stabili. Le eccezioni a questa regola sono state presentate come assistenza straordinaria a favore di singoli Stati periferici. In pratica, sono stati "doppi salvataggi": il salvataggio di uno specifico paese periferico serviva a salvare le banche private nei paesi centrali che avevano forti esposizioni verso la periferia negli anni precedenti la crisi. E a finanziare tutti i “magnanimi” fondi europei di salvataggio erano gli stati membri, il che significa che molti governi hanno offerto programmi di aiuti finanziari a paesi in cui il loro settore privato era esposto in modo trascurabile.
Questi episodi di condivisione selettiva del rischio non sono stati sufficienti per rendere la zona euro a prova di crisi. Piuttosto, ora che la BCE considera la fine del quantitative easing, vi sono ancora incertezze del mercato sulla compattezza dell'unione economica e monetaria.
L'unico antidoto a questo clima di sfiducia reciproca è di sostanziare autenticamente le politiche europee sulla condivisione del rischio sia nel settore privato che in quello pubblico. Da qui l'importanza di portare a termine l'unione bancaria con il sistema europeo di assicurazione dei depositi e di prendere in considerazione proposte fattibili per la mutualizzazione dei rischi sovrani, come quella che ho sviluppato con Dosi, Roventini e Violi, che prevede un meccanismo europeo di stabilità sovranazionale sui debiti pubblici di tutti gli Stati membri. Questa garanzia, finanziata a giuste condizioni di mercato e condizionata da una serie di limitazioni per scoraggiare l'azzardo morale, sarebbe una soluzione equilibrata per ripristinare la credibilità in una periferia in crisi.
Di Marcello Minenna, 10 ottobre 2018
Uno dei dibattiti ricorrenti dopo l'eurocrisi è stato se gli strumenti di stabilità dovessero servire per condividere il rischio tra gli Stati membri o, al contrario, a isolare il rischio all'interno dei singoli paesi. Mentre nella zona euro si discute - rinviandole - su vere misure di condivisione del rischio, come l'assicurazione europea sui depositi, è importante ricordare cosa è successo quando i rischi sono stati condivisi e chi ne ha effettivamente beneficiato.
Condividere i rischi quando necessario
La narrazione comune è che i programmi di salvataggio avrebbero aiutato paesi in grave difficoltà ad evitare la bancarotta sovrana o fallimenti bancari diffusi. In realtà, nell’evitare tali esiti estremi, questi programmi proteggevano anche le banche dei paesi core - Germania e Francia, in particolare - che avevano accumulato enormi esposizioni verso la periferia prima della crisi. In quel momento, la condivisione del rischio (per quanto sgradevole) era la migliore opzione disponibile per i governi dei paesi core. Li ha salvati dall'intervenire direttamente (a spese dei loro contribuenti) per sostenere i propri sistemi bancari nazionali.
La "condivisione del rischio", a partire dalla crisi, è sempre stata un "doppio salvataggio". Un salvataggio per le banche della periferia, che a sua volta offriva un altro piano di salvataggio alle banche del centro. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), nel 2010 l'esposizione totale delle istituzioni finanziarie francesi e tedesche verso la Grecia e le sue banche ammontava a 120 miliardi di dollari, oltre dieci volte quella delle banche italiane e spagnole. Nel maggio dello stesso anno, i governi della zona euro hanno iniziato a versare 52,9 miliardi di euro in prestiti bilaterali alla Grecia; la quota della Francia di questo strumento di condivisione del rischio superava solo di poco quella dell'Italia. E a metà 2011, le banche francesi e (meno bruscamente) quelle tedesche avevano ridotto di 35 miliardi di dollari la propria esposizione verso la Grecia e le banche greche.
Posizione consolidata delle banche estere su controparti residenti in Grecia
Poi è stata la volta dell'Irlanda: nel settembre 2010 i crediti delle banche tedesche e francesi con le controparti in Irlanda superavano i 200 miliardi di dollari. Quelli degli investitori spagnoli e italiani erano meno di 30 miliardi di dollari. Con il sostegno finanziario condiviso dei paesi europei, fu indetto un salvataggio. Le banche tedesche hanno ridotto la propria esposizione privata di 58,7 miliardi di dollari prima del 2011. Di nuovo, la quota tedesca del salvataggio è stata molto inferiore.
Posizione consolidata delle banche estere su controparti residenti in Irlanda
Alcuni mesi dopo, il piano di salvataggio del Portogallo mostra una storia simile (si noti che dal 2014 gli investitori spagnoli hanno aumentato nettamente la loro esposizione verso il Portogallo, che oggi è diventato essenzialmente la colonia finanziaria del paese confinante).
Posizione consolidata delle banche estere su controparti residenti in Portogallo
Lo stesso è valso per la Spagna, successivamente. In caso di inadempimento da parte di istituti di credito spagnoli, le banche tedesche e francesi - esposte rispettivamente per 140 e 128 miliardi di dollari - avrebbero subito gravi perdite. Non sorprende che Moody's abbia rivisto le prospettive di rating di diverse istituzioni tedesche portandole da stabili a negative. Nel dicembre 2012 il meccanismo europeo di stabilità (MES) ha erogato 41 miliardi di euro per la ricapitalizzazione indiretta delle banche spagnole: fondi che, in parte, sono serviti a rimborsare alle controparti tedesche i prestiti generosamente concessi prima della crisi. Nel frattempo, i paesi con un'esposizione marginale al settore finanziario spagnolo sono stati chiamati a fare la loro parte: ad esempio, l’Italia ha dovuto versare 14,4 miliardi di euro.
Posizione consolidata delle banche estere su controparti residenti in Spagna
La regola dell’isolamento del rischio
Durante gli anni di emergenza della crisi, i paesi della zona euro hanno trovato modi selettivi per condividere i rischi. Ma in seguito, poiché le banche centrali hanno ridotto la loro esposizione verso la periferia, le principali decisioni della burocrazia europea per contrastare la crisi sono state a favore dell’isolamento del rischio.
Queste misure includono:
- disposizioni sulla condivisione degli oneri e bail-in;
- pressioni sulle banche per ridurre i crediti in sofferenza (con conseguenti svendite a “fondi avvoltoio” e drastiche perdite di capitale per le banche);
- rinvio sistematico del meccanismo di assicurazione dei depositi paneuropeo (che avrebbe dovuto essere il terzo pilastro dell'unione bancaria), nonché proposte per renderlo condizionato alla riduzione del rischio;
- continua pressione sui sistemi bancari della periferia che, a causa dei rigidi vincoli sulla qualità degli asset e sull'accantonamento, mantengono la stretta al credito al settore privato non finanziario;
- le recenti linee guida sull'approvvigionamento totale di prestiti in sofferenza delle nuove banche;
- discussioni sulla ponderazione del rischio delle esposizioni sovrane delle banche e sull'introduzione di limiti di concentrazione per queste stesse esposizioni;
- proposte per introdurre meccanismi automatici per la gestione delle crisi del debito sovrano;
- tentativo di trasformare il MES in un fondo monetario europeo con il nuovo ruolo di vigilanza delle politiche di bilancio nazionali.
Ma i due interventi che hanno maggiormente contribuito alla segregazione del rischio all'interno della periferia sono state le operazioni di rifinanziamento a lungo termine (LTRO) e il quantitative easing (QE).
Tramite il LTRO, la BCE ha prestato al sistema bancario oltre mille miliardi di euro sotto forma di riserve nelle banche centrali, utilizzabili esclusivamente per saldare le passività interbancarie. L'idea era di aiutare le banche della periferia ad affrontare la forte contrazione del credito interbancario. Ed è proprio ciò che hanno fatto. Gran parte dei prestiti, tuttavia, è servita a riassorbire l'eccesso di offerta di debito pubblico periferico che le banche francesi e tedesche stavano liquidando, ed a saldare gli obblighi commerciali verso quelle stesse banche. L'altro scopo principale è stato reagire al crollo dei depositi nazionali, che si stavano spostando nella zona nord dell’Euro.
Nessuno mette in dubbio che il QE abbia garantito una domanda stabile e massiccia di titoli di stato. Ma nel contempo ha anche creato importanti anomalie (ancora rispecchiate dai rendimenti negativi sui titoli di stato tedeschi a breve e medio termine) e ha riattivato la fuga di capitali dai paesi periferici a quelli centrali. L'allocazione degli acquisti di obbligazioni ha favorito paesi (come Germania e Francia) con una deflazione trascurabile a scapito di altri (come Spagna e Italia) molto più colpiti dal calo del livello generale dei prezzi.
Allo stesso tempo, solo una parte marginale dei rischi inerenti alle obbligazioni acquistate è stata condivisa tra tutte le banche centrali. In effetti, la grande maggioranza degli acquisti di obbligazioni è condotta direttamente dalle banche centrali nazionali, con prestiti della BCE. Ciascuna banca centrale nazionale rimane esposta al rischio di insolvenza del proprio governo nazionale.
Il risultato principale di entrambi i programmi è che l'esposizione dei paesi centrali verso la periferia si è drasticamente ridotta.
Misurare l’isolamento del rischio
L'entità di questa riduzione della leva finanziaria può essere misurata utilizzando i dati della BRI sulla posizione consolidata delle banche estere verso controparti residenti in Italia, Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda.
Dopo avere accumulato ingente credito verso la periferia nel periodo 2000-2008, queste banche hanno smantellato il 64% delle loro esposizioni nel decennio successivo. In effetti, al suo apice (giugno 2008), l'esposizione totale del sistema bancario franco-tedesco verso la periferia superava mille e novecento miliardi di dollari; nel giugno 2012 era già sceso a 800 miliardi di dollari e nei successivi cinque anni è ulteriormente diminuito, raggiungendo 680 miliardi di dollari alla fine del 2017.
Esposizione consolidata di banche franco-tedesche a controparti residenti nella periferia dell'Eurozona
In termini di esposizioni dirette, alla vigilia della crisi, la Germania era la più esposta in Spagna (315,5 miliardi di dollari), Irlanda (240,7 miliardi) e Portogallo (52 miliardi), mentre la Francia lo era in Italia (553,4 miliardi) e Grecia (86,1 miliardi). In realtà però, una buona parte degli investimenti francesi nell'Europa meridionale canalizzava i risparmi tedeschi.
Il colossale disinvestimento dalla periferia - oltre mille duecento milardi - suscita un confronto con i dati del QE: nel luglio 2018 i paesi periferici (esclusa la Grecia) erano beneficiari di acquisti di titoli per 667 miliardi di euro, poco più della metà del disinvestimento effettuato dalle banche dei paesi del centro.
Come dovrebbe essere un’autentica e razionale condivisione del rischio
Dopo la crisi, le istituzioni europee hanno costantemente privilegiato la segregazione del rischio all'interno dei paesi periferici. Ufficialmente la strategia era tesa a prevenire il contagio tra paesi. In pratica, la segregazione ha reso i paesi più vulnerabili ancora meno stabili. Le eccezioni a questa regola sono state presentate come assistenza straordinaria a favore di singoli Stati periferici. In pratica, sono stati "doppi salvataggi": il salvataggio di uno specifico paese periferico serviva a salvare le banche private nei paesi centrali che avevano forti esposizioni verso la periferia negli anni precedenti la crisi. E a finanziare tutti i “magnanimi” fondi europei di salvataggio erano gli stati membri, il che significa che molti governi hanno offerto programmi di aiuti finanziari a paesi in cui il loro settore privato era esposto in modo trascurabile.
Questi episodi di condivisione selettiva del rischio non sono stati sufficienti per rendere la zona euro a prova di crisi. Piuttosto, ora che la BCE considera la fine del quantitative easing, vi sono ancora incertezze del mercato sulla compattezza dell'unione economica e monetaria.
L'unico antidoto a questo clima di sfiducia reciproca è di sostanziare autenticamente le politiche europee sulla condivisione del rischio sia nel settore privato che in quello pubblico. Da qui l'importanza di portare a termine l'unione bancaria con il sistema europeo di assicurazione dei depositi e di prendere in considerazione proposte fattibili per la mutualizzazione dei rischi sovrani, come quella che ho sviluppato con Dosi, Roventini e Violi, che prevede un meccanismo europeo di stabilità sovranazionale sui debiti pubblici di tutti gli Stati membri. Questa garanzia, finanziata a giuste condizioni di mercato e condizionata da una serie di limitazioni per scoraggiare l'azzardo morale, sarebbe una soluzione equilibrata per ripristinare la credibilità in una periferia in crisi.
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03/12/18
Prescrire - Vaccinare contro l'influenza chi assiste gli anziani? Scarse prove di utilità
L'interesse di questo articolo della autorevole rivista Prescrire - considerata un autentico caposaldo dell'informazione medica indipendente e basata sulle prove - non è tanto nel contenuto, un po' specialistico, quanto nel metodo. Non esistono "i vaccini" da accettare o tantomeno respingere in blocco: esiste ogni singolo vaccino, la cui validità e opportunità d'uso deve essere valutata volta per volta, a seconda dei contesti e delle prove di efficacia che emergono da studi condotti con rigore.
di Prescrire, 1° novembre 2018
Per proteggere gli anziani che vivono in istituto, la scelta di proporre la vaccinazione antinfluenzale al personale che li assiste è di efficacia incerta. Il rischio della vaccinazione comunque è basso.
Le persone anziane sono particolarmente vulnerabili alle complicazioni gravi, a volte mortali, dell'influenza stagionale. In questa categoria di persone l'efficacia della vaccinazione antinfluenzale è incerta, nel migliore dei casi modesta, e varia di anno in anno.
Secondo una revisione sistematica di quattro studi randomizzati (ovvero nei quali i soggetti sottoposti allo studio sono attribuiti casualmente al gruppo dei trattati o al gruppo di controllo, per evitare distorsioni nei risultati, ndT), incoraggiare chi presta assistenza agli anziani a farsi vaccinare contro l'influenza stagionale ha mostrato risultati contrastanti sulla mortalità complessiva delle persone anziane che vivono in istituto: secondo due studi c'è una riduzione della mortalità; secondo un altro studio c'è una riduzione della mortalità variabile a seconda delle stagioni epidemiche; nessuna riduzione della mortalità è stata rilevata in uno studio realizzato in Francia, condotto con un metodo che rendeva meno probabile registrare differenze. In tutti questi studi, l'assenza di efficacia dimostrata sulla frequenza di influenza diagnosticata con certezza, di polmoniti, di complicazioni gravi e di ricoveri in ospedale mette in dubbio i risultati sulla mortalità generale.
Il vaccino contro l'influenza stagionale espone principalmente a effetti collaterali locali. Gli effetti collaterali gravi sono molto rari.
Al 2018, le prove di efficacia della vaccinazione antinfluenzale praticata sul personale di assistenza, allo scopo di proteggere gli anziani di cui si occupano, sono da considerare deboli. In ogni caso, è importante attuare altre misure per prevenire la trasmissione dell'influenza stagionale alle persone più vulnerabili: lavarsi le mani ogni volta che potrebbero essere state contaminate prima di portarle alla bocca, al naso o agli occhi; indossare una mascherina in caso di sintomi della malattia; evitare di lavorare quando si è contagiosi; appartarsi e coprirsi la bocca in caso di starnuti o tosse; pulire regolarmente gli oggetti e le superfici sporche.
"Vaccination antigrippal des soignants. Pour protéger les personnes âgées?" Rev Prescrire 2018; 38 (421): 847-849. (pdf, riservato agli abbonati)
di Prescrire, 1° novembre 2018
Per proteggere gli anziani che vivono in istituto, la scelta di proporre la vaccinazione antinfluenzale al personale che li assiste è di efficacia incerta. Il rischio della vaccinazione comunque è basso.
Le persone anziane sono particolarmente vulnerabili alle complicazioni gravi, a volte mortali, dell'influenza stagionale. In questa categoria di persone l'efficacia della vaccinazione antinfluenzale è incerta, nel migliore dei casi modesta, e varia di anno in anno.
Secondo una revisione sistematica di quattro studi randomizzati (ovvero nei quali i soggetti sottoposti allo studio sono attribuiti casualmente al gruppo dei trattati o al gruppo di controllo, per evitare distorsioni nei risultati, ndT), incoraggiare chi presta assistenza agli anziani a farsi vaccinare contro l'influenza stagionale ha mostrato risultati contrastanti sulla mortalità complessiva delle persone anziane che vivono in istituto: secondo due studi c'è una riduzione della mortalità; secondo un altro studio c'è una riduzione della mortalità variabile a seconda delle stagioni epidemiche; nessuna riduzione della mortalità è stata rilevata in uno studio realizzato in Francia, condotto con un metodo che rendeva meno probabile registrare differenze. In tutti questi studi, l'assenza di efficacia dimostrata sulla frequenza di influenza diagnosticata con certezza, di polmoniti, di complicazioni gravi e di ricoveri in ospedale mette in dubbio i risultati sulla mortalità generale.
Il vaccino contro l'influenza stagionale espone principalmente a effetti collaterali locali. Gli effetti collaterali gravi sono molto rari.
Al 2018, le prove di efficacia della vaccinazione antinfluenzale praticata sul personale di assistenza, allo scopo di proteggere gli anziani di cui si occupano, sono da considerare deboli. In ogni caso, è importante attuare altre misure per prevenire la trasmissione dell'influenza stagionale alle persone più vulnerabili: lavarsi le mani ogni volta che potrebbero essere state contaminate prima di portarle alla bocca, al naso o agli occhi; indossare una mascherina in caso di sintomi della malattia; evitare di lavorare quando si è contagiosi; appartarsi e coprirsi la bocca in caso di starnuti o tosse; pulire regolarmente gli oggetti e le superfici sporche.
"Vaccination antigrippal des soignants. Pour protéger les personnes âgées?" Rev Prescrire 2018; 38 (421): 847-849. (pdf, riservato agli abbonati)
02/12/18
ZH - Ex banchiere centrale stronca le previsioni fasulle del "Progetto Paura" sulla Brexit
Si avvicina il voto, per nulla scontato, del Parlamento britannico sull'accordo stipulato dalla premier Theresa May con l'Unione europea per la Brexit, e, puntuale, Mark Carney, governatore della Banca d'Inghilterra (BoE), torna a prefigurare cataclismi biblici in caso di mancato accordo. Non è la prima volta che Carney si lancia in previsioni di questo tipo: era lo stesso che sosteneva che il mercato azionario sarebbe crollato e l'economia collassata se avesse vinto la Brexit. È evidente ormai che l'unico scopo di tali previsioni è orientare l'opinione pubblica: come fa notare un ex-funzionario della BoE, previsioni del genere forniscono argomenti all'opinione secondo la quale la Banca è coinvolta nella politica e questo minerà ulteriormente la percezione della sua indipendenza e della sua credibilità. E, di certo, mina anche la possibilità di un dibattito razionale e democratico. Da Zero Hedge.
di Tyler Durden, 30/11/2018
Dimenticate lo "stare calmi e andare avanti" - il messaggio della Banca d'Inghilterra è semplice - Panico!
Il governatore della Banca d'Inghilterra Mark Carney ha dichiarato ieri che una Brexit senza accordo potrebbe affondare la sterlina e innescare una recessione peggiore della crisi finanziaria; sembra che il "Progetto Paura" stia bene e sia tornato in gioco mentre Theresa May si avvicina al punto di non ritorno di questa disfatta sulla Brexit.
Come riporta la BBC, Carney ha affermato che l'economia del Regno Unito potrebbe contrarsi dell'8% subito dopo la Brexit, se non ci fosse un periodo di transizione, mentre i prezzi delle case potrebbero ridursi di quasi un terzo. La Banca di Inghilterra ha anche avvertito che la sterlina potrebbe scendere di un quarto rispetto al valore attuale.
[caption id="attachment_16611" align="aligncenter" width="640"]
Cosa potrebbe accadere alla crescita del Regno Unito secondo la Banca; il PIL britannico nei diversi scenari - linea azzurra: tendenza pre-referendum; linea viola: precedente previsione della Banca; linea rosa: scenario di Brexit 'turbolenta'; linea rossa: scenario di Brexit "caotica"[/caption]
L'analisi della Banca arriva dopo la dichiarazione del Tesoro secondo il quale il Regno Unito potrebbe stare peggio con qualsiasi tipo di Brexit. Lo scenario della Banca non rappresenta le aspettative su quel che effettivamente avverrà, bensì lo scenario peggiore, basato sulla cosiddetta "Brexit caotica". Lo scenario guarda al quinquennio successivo all'uscita del Regno Unito dalla UE. Ma entro la fine del 2023, ci si attende la ripresa della crescita economica.
Spaventati? Dovreste esserlo! Ricordate che a dirlo è il più intelligente di tutti, lo stesso che disse che il mercato azionario sarebbe crollato e l'economia collassata se soltanto aveste votato per la Brexit nel 2016.
Ma almeno questa settimana un ex-banchiere centrale ha ammesso che l'allarmismo della Banca d'Inghilterra è spazzatura totale.
Come riporta FT Adviser, Andrew Sentance, un ex-funzionario della Banca d'Inghilterra e consigliere del governo, ha liquidato le previsioni della BoE come "falsità" motivate dalla politica.
Il signor Sentance ha lavorato dal 2006 al 2011 nel Comitato per la Politica Monetaria (MPC) della Banca d'Inghilterra, l'ente che stabilisce i tassi d'interesse, ed è stato un consigliere del governo britannico negli anni '90 e nei 2000.
Mentre diffondeva le sue tetre previsioni, la BoE stava anche conducendo gli "stress test" sulle banche del Regno Unito. Ciò implica stabilire se le banche resisterebbero ad una serie di conseguenze economiche, incluso lo scenario dell'hard Brexit riportato sopra. La Banca di Inghilterra ha concluso che tutte le banche britanniche potrebbero sopravvivere ad un esito del genere senza bisogno di richiedere alcun salvataggio.
Quindi, tutte le peggiori maledizioni colpiranno l'economica britannica se si verificherà una Brexit senza accordo... ma non ritirate i vostri depositi dalle banche del Regno Unito, perché vanno tutte benissimo - fidatevi di noi!?
di Tyler Durden, 30/11/2018
Dimenticate lo "stare calmi e andare avanti" - il messaggio della Banca d'Inghilterra è semplice - Panico!
Il governatore della Banca d'Inghilterra Mark Carney ha dichiarato ieri che una Brexit senza accordo potrebbe affondare la sterlina e innescare una recessione peggiore della crisi finanziaria; sembra che il "Progetto Paura" stia bene e sia tornato in gioco mentre Theresa May si avvicina al punto di non ritorno di questa disfatta sulla Brexit.
Come riporta la BBC, Carney ha affermato che l'economia del Regno Unito potrebbe contrarsi dell'8% subito dopo la Brexit, se non ci fosse un periodo di transizione, mentre i prezzi delle case potrebbero ridursi di quasi un terzo. La Banca di Inghilterra ha anche avvertito che la sterlina potrebbe scendere di un quarto rispetto al valore attuale.
[caption id="attachment_16611" align="aligncenter" width="640"]
L'analisi della Banca arriva dopo la dichiarazione del Tesoro secondo il quale il Regno Unito potrebbe stare peggio con qualsiasi tipo di Brexit. Lo scenario della Banca non rappresenta le aspettative su quel che effettivamente avverrà, bensì lo scenario peggiore, basato sulla cosiddetta "Brexit caotica". Lo scenario guarda al quinquennio successivo all'uscita del Regno Unito dalla UE. Ma entro la fine del 2023, ci si attende la ripresa della crescita economica.
Spaventati? Dovreste esserlo! Ricordate che a dirlo è il più intelligente di tutti, lo stesso che disse che il mercato azionario sarebbe crollato e l'economia collassata se soltanto aveste votato per la Brexit nel 2016.
Ma almeno questa settimana un ex-banchiere centrale ha ammesso che l'allarmismo della Banca d'Inghilterra è spazzatura totale.
Come riporta FT Adviser, Andrew Sentance, un ex-funzionario della Banca d'Inghilterra e consigliere del governo, ha liquidato le previsioni della BoE come "falsità" motivate dalla politica.
"La credibilità delle previsioni economiche ha subito un brutto colpo oggi, poiché sia il governo del Regno Unito che la Banca d'Inghilterra mostrano di usare le previsioni per sostenere obiettivi politici. Discutiamo sulla Brexit - alla quale mi oppongo strenuamente - con razionalità, senza il ricorso a previsioni contraffatte".
"L'analisi è molto estrema e ipotetica. Fornirà argomenti a coloro che sostengono che la Banca si sta coinvolgendo eccessivamente nella politica e questo minerà ulteriormente la percezione della sua indipendenza e della sua credibilità".
Il signor Sentance ha lavorato dal 2006 al 2011 nel Comitato per la Politica Monetaria (MPC) della Banca d'Inghilterra, l'ente che stabilisce i tassi d'interesse, ed è stato un consigliere del governo britannico negli anni '90 e nei 2000.
Mentre diffondeva le sue tetre previsioni, la BoE stava anche conducendo gli "stress test" sulle banche del Regno Unito. Ciò implica stabilire se le banche resisterebbero ad una serie di conseguenze economiche, incluso lo scenario dell'hard Brexit riportato sopra. La Banca di Inghilterra ha concluso che tutte le banche britanniche potrebbero sopravvivere ad un esito del genere senza bisogno di richiedere alcun salvataggio.
Quindi, tutte le peggiori maledizioni colpiranno l'economica britannica se si verificherà una Brexit senza accordo... ma non ritirate i vostri depositi dalle banche del Regno Unito, perché vanno tutte benissimo - fidatevi di noi!?
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01/12/18
Flassbeck - Il mercato dei capitali quale giudice e boia?
Su Makroskop una risposta dell'economista tedesco Heiner Flassbeck all'articolo di Hans Werner Sinn sulla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung e in particolare alla prima parte (qui tradotta da Vocidallagermania) in cui Sinn diffonde quella che Flassbeck definisce la "grande bugia tedesca", e cioè che gli italiani si troverebbero ora in una difficile situazione per aver vissuto al di sopra dei propri mezzi, rispetto ai ragionevoli e sobri tedeschi. In reltà - dice Flassbeck - è soprattutto la Germania che rimanendo molto al di sotto degli standard di inflazione concordati ha alterato la dinamica del costo del lavoro a proprio favore con un chiaro dumping salariale.
di Heiner Flassbeck, 22 novembre 2018
Traduzione per Vocidallestero di Beppe Vandai
Chi e cosa difende le nazioni dai mercati dei capitali? Ci vuole un "fratello di grandi dimensioni" o si può anche agire da soli? Perché l’essere membri dell’Eurozona non aiuta?
A leggere le solite prese di posizione tedesche sul problema italiano e a considerare in particolare il ruolo dei mercati dei capitali mi tornano di nuovo alla mente vecchie questioni, risolte in realtà da tempo immemorabile. Questo soprattutto capitandomi di attraversare, come mi è accaduto la settimana scorsa, un Paese che ha temuto come nessun altro i mercati internazionali del capitali e che non aveva altra intenzione che di scansarli. Dopo la Seconda guerra mondiale l’Austria non si è mai esposta al rischio di venire giudicata e condannata dai mercati dei capitali.
Immediatamente dopo la fine del sistema monetario di Bretton Woods il Paese agganciò lo scellino al marco tedesco e, fino all’entrata nell’Eurozona, non cambiò più la parità di 7 scellini per marco tedesco. In tal modo – ancoratosi stabilmente alla Germania – il Paese è letteralmente sparito dal radar dei mercati dei capitali, poiché sui mercati internazionali si credeva che l’Austria riuscisse a mantenere sempre le basi economiche necessarie al vincolo del cambio, ovvero la relativa stabilità del tasso di inflazione, cosa che, come sappiamo, significa mantenere la stessa stabilità nella dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto.
Allora nessuno pensava alla stabilità degli interessi di lungo periodo, poiché sembrava ovvio che un Paese che riuscisse senza grosse frizioni a legarsi al cambio di una grossa moneta, non avrebbe avuto nulla da temere sul fronte dei tassi d’interesse. Ma perché era così? Perché dei grandi Paesi erano protetti dal pericolo di trovarsi in balia dei mercati finanziari? Era solo una faccenda di dimensioni?
Basta solo la grandezza per essere protetti?
La grande taglia offre una protezione perché, quando si ha un’economia nazionale grande e relativamente chiusa, come ad esempio gli USA o il Giappone, si è poco dipendenti dalle importazioni e dalle esportazioni. Perciò, anche una svalutazione della propria moneta non rappresenta di solito un gran problema politico ed economico. Quanto agli USA va aggiunto il vantaggio di emettere una moneta usata tantissimo a livello internazionale. Poiché economie grandi e chiuse quasi non hanno bisogno di difendersi da svalutazioni, riescono a padroneggiare la situazione – anche nei confronti dei più ampi mercati dei capitali.
Per piccole economie aperte le cose stanno diversamente – si vedono infatti esposte ad una asimmetria non facile da trattare. Sono quasi incapaci di affrontare delle svalutazioni ingiustificate, con gravi danni all’economia, poiché possiedono sempre riserve limitate di valute estere, con le quali poter tener duro, nel caso di un’eccessiva salutazione.
Delle rivalutazioni ingiustificate – lo si è visto con la Svizzera – possono invece venir fermate anche dai Paesi più piccoli mediante interventi sul mercato delle valute, poiché intervengono con la propria moneta. Se non esiste più un rischio di svalutazione, come nel caso dell’Eurozona, allora i mercati dei capitali possono mettere sotto pressione un Paese solo vendendo i suoi titoli di stato. Ma qui non sussiste più l’asimmetria di cui abbiamo parlato. Qualsiasi sia stato il motivo per la “svendita“ operata dai mercati dei capitali, la banca centrale (del Paese attaccato, ndt) può compensare senza problemi gli effetti mediante il proprio intervento. Per questo motivo le piccole economie nazionali, in un’ unione monetaria, dovrebbero trovarsi in uno stato di protezione totale.
La grande bugia tedesca
Perché non funziona questo meccanismo nell’Eurozona? Perché è possibile minacciare l’Italia con i mercati dei capitali, sebbene certamente uno dei motivi della sua adesione all’Unione monetaria fu che, proprio con la propria adesione, sarebbe stato possibile sottrarsi alle imponderabilità del mercato dei capitali?
Invece di fornire a questo riguardo una seria risposta , in Germania si giunge a quella che posso chiamare la grande bugia. E nessuno l’ha diffusa più di Han-Werner Sinn, che pochi giorni fa l’ha potuta esporre in lungo e in largo sulla FAS (su Vocidallagermania la traduzione della prima parte dell'articolo, cui si riferisce Flassbeck, ndt). Una risposta seria sarebbe questa: le difficoltà sorgono sempre allorché i Paesi non si attengono alle intese a cui ogni accordo sui cambi fissi deve essere soggetto, cioè di non sforare né al di sopra né al di sotto del livello di inflazione concordato. E il rapporto è perfettamente simmetrico, poiché il sorgere di una deviazione nella competitività non dipende dal fatto che uno stia sopra o sotto (la linea di inflazione concordata, ndt). Eppure all’Italia viene rimproverato di aver vissuto al di sopra dello standard europeo (ovvero dell’obiettivo dell’inflazione programmata), senza dire che la Germania ha vissuto enormemente al di sotto dei propri mezzi.

COSTO DEL LAVORO PER UNITÀ DI PRODOTTO (nominale), A LIVELLO MACROECONOMICO, così calcolato: reddito lordo da lavoro dipendente in moneta nazionale ( euro) per dipendente, rapportato al PIL reale per occupato (inclusi cioè anche i lavoratori indipendenti).
Linea blu scura: Germania.
Linea grigia: obiettivo di inflazione concordata all’ 1,9%.
Linea verde: inflazione media in tutta l’Eurozona.
Lina azzurro tenue: Italia.
Linea arancione: l’Eurozona, Germania esclusa.
Questo è perfido e infinitamente stupido. Se la AfD agisce così, lo si può rubricare sotto la voce “propaganda politica”. Ma se così si comportano gli altri partiti o i cosiddetti scienziati, allora non è più scusabile. L’unica seria risposta alla domanda di cui sopra è che l’€Z viene messa alle strette da due lati e con ciò, sul lungo periodo, perde completamente la sua credibilità. Eppure, anche un’Unione monetaria non più credibile potrebbe respingere facilmente gli attacchi dei mercati, così come Mario Draghi ha fatto con il suo famoso “whatever it takes” (con qualunque mezzo, ndt). Però, un’Unione monetaria non più credibile – in cui il Paese che ha violato le regole sul lato del vivere-al-di-sotto-dei-propri-mezzi, ma respinge qualsiasi colpa e nel contempo incita gli altri ad agire, ma impedisce alla Banca centrale di agire – è perduta. Essa abbandona ogni Paese alle minacce e alle condanne dei mercati dei capitali, in realtà ridicole.
Chi oggi è membro dell’Eurozona non solo non ha ottenuto quello che si aspettava, ma ha persino perduto qualcosa di essenziale, di fondamentale. Poiché la Germania condanna a priori senza la minima pietà gli altri Paesi, i mercati internazionali hanno facile gioco. A questo un membro dell’€Z non ha niente da contrapporre, perché non ha più nemmeno una banca centrale, visto che la BCE, in base alla lettura che ne fa la maggioranza, non può intervenire contro i mercati finanziari a favore dei Paesi membri. Ogni Paese è "in balia dei mercati” almeno quanto un piccolo Paese in via di sviluppo con un’economia aperta.
Se i piccoli Paesi ora si beccano anche un “Fondo monetario europeo”, come proposto appena oggi al Parlamento tedesco da Olaf Scholz, allora niente più li differenzierà dagli indifesi Paesi del Terzo mondo, del cui destino ci lamentiamo da anni. Quando finalmente qualcuno si alzerà per chiarire a tutti, in modo inequivocabile, che non era questo l'obiettivo?
di Heiner Flassbeck, 22 novembre 2018
Traduzione per Vocidallestero di Beppe Vandai
Chi e cosa difende le nazioni dai mercati dei capitali? Ci vuole un "fratello di grandi dimensioni" o si può anche agire da soli? Perché l’essere membri dell’Eurozona non aiuta?
A leggere le solite prese di posizione tedesche sul problema italiano e a considerare in particolare il ruolo dei mercati dei capitali mi tornano di nuovo alla mente vecchie questioni, risolte in realtà da tempo immemorabile. Questo soprattutto capitandomi di attraversare, come mi è accaduto la settimana scorsa, un Paese che ha temuto come nessun altro i mercati internazionali del capitali e che non aveva altra intenzione che di scansarli. Dopo la Seconda guerra mondiale l’Austria non si è mai esposta al rischio di venire giudicata e condannata dai mercati dei capitali.
Immediatamente dopo la fine del sistema monetario di Bretton Woods il Paese agganciò lo scellino al marco tedesco e, fino all’entrata nell’Eurozona, non cambiò più la parità di 7 scellini per marco tedesco. In tal modo – ancoratosi stabilmente alla Germania – il Paese è letteralmente sparito dal radar dei mercati dei capitali, poiché sui mercati internazionali si credeva che l’Austria riuscisse a mantenere sempre le basi economiche necessarie al vincolo del cambio, ovvero la relativa stabilità del tasso di inflazione, cosa che, come sappiamo, significa mantenere la stessa stabilità nella dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto.
Allora nessuno pensava alla stabilità degli interessi di lungo periodo, poiché sembrava ovvio che un Paese che riuscisse senza grosse frizioni a legarsi al cambio di una grossa moneta, non avrebbe avuto nulla da temere sul fronte dei tassi d’interesse. Ma perché era così? Perché dei grandi Paesi erano protetti dal pericolo di trovarsi in balia dei mercati finanziari? Era solo una faccenda di dimensioni?
Basta solo la grandezza per essere protetti?
La grande taglia offre una protezione perché, quando si ha un’economia nazionale grande e relativamente chiusa, come ad esempio gli USA o il Giappone, si è poco dipendenti dalle importazioni e dalle esportazioni. Perciò, anche una svalutazione della propria moneta non rappresenta di solito un gran problema politico ed economico. Quanto agli USA va aggiunto il vantaggio di emettere una moneta usata tantissimo a livello internazionale. Poiché economie grandi e chiuse quasi non hanno bisogno di difendersi da svalutazioni, riescono a padroneggiare la situazione – anche nei confronti dei più ampi mercati dei capitali.
Per piccole economie aperte le cose stanno diversamente – si vedono infatti esposte ad una asimmetria non facile da trattare. Sono quasi incapaci di affrontare delle svalutazioni ingiustificate, con gravi danni all’economia, poiché possiedono sempre riserve limitate di valute estere, con le quali poter tener duro, nel caso di un’eccessiva salutazione.
Delle rivalutazioni ingiustificate – lo si è visto con la Svizzera – possono invece venir fermate anche dai Paesi più piccoli mediante interventi sul mercato delle valute, poiché intervengono con la propria moneta. Se non esiste più un rischio di svalutazione, come nel caso dell’Eurozona, allora i mercati dei capitali possono mettere sotto pressione un Paese solo vendendo i suoi titoli di stato. Ma qui non sussiste più l’asimmetria di cui abbiamo parlato. Qualsiasi sia stato il motivo per la “svendita“ operata dai mercati dei capitali, la banca centrale (del Paese attaccato, ndt) può compensare senza problemi gli effetti mediante il proprio intervento. Per questo motivo le piccole economie nazionali, in un’ unione monetaria, dovrebbero trovarsi in uno stato di protezione totale.
La grande bugia tedesca
Perché non funziona questo meccanismo nell’Eurozona? Perché è possibile minacciare l’Italia con i mercati dei capitali, sebbene certamente uno dei motivi della sua adesione all’Unione monetaria fu che, proprio con la propria adesione, sarebbe stato possibile sottrarsi alle imponderabilità del mercato dei capitali?
Invece di fornire a questo riguardo una seria risposta , in Germania si giunge a quella che posso chiamare la grande bugia. E nessuno l’ha diffusa più di Han-Werner Sinn, che pochi giorni fa l’ha potuta esporre in lungo e in largo sulla FAS (su Vocidallagermania la traduzione della prima parte dell'articolo, cui si riferisce Flassbeck, ndt). Una risposta seria sarebbe questa: le difficoltà sorgono sempre allorché i Paesi non si attengono alle intese a cui ogni accordo sui cambi fissi deve essere soggetto, cioè di non sforare né al di sopra né al di sotto del livello di inflazione concordato. E il rapporto è perfettamente simmetrico, poiché il sorgere di una deviazione nella competitività non dipende dal fatto che uno stia sopra o sotto (la linea di inflazione concordata, ndt). Eppure all’Italia viene rimproverato di aver vissuto al di sopra dello standard europeo (ovvero dell’obiettivo dell’inflazione programmata), senza dire che la Germania ha vissuto enormemente al di sotto dei propri mezzi.
COSTO DEL LAVORO PER UNITÀ DI PRODOTTO (nominale), A LIVELLO MACROECONOMICO, così calcolato: reddito lordo da lavoro dipendente in moneta nazionale ( euro) per dipendente, rapportato al PIL reale per occupato (inclusi cioè anche i lavoratori indipendenti).
Linea blu scura: Germania.
Linea grigia: obiettivo di inflazione concordata all’ 1,9%.
Linea verde: inflazione media in tutta l’Eurozona.
Lina azzurro tenue: Italia.
Linea arancione: l’Eurozona, Germania esclusa.
Questo è perfido e infinitamente stupido. Se la AfD agisce così, lo si può rubricare sotto la voce “propaganda politica”. Ma se così si comportano gli altri partiti o i cosiddetti scienziati, allora non è più scusabile. L’unica seria risposta alla domanda di cui sopra è che l’€Z viene messa alle strette da due lati e con ciò, sul lungo periodo, perde completamente la sua credibilità. Eppure, anche un’Unione monetaria non più credibile potrebbe respingere facilmente gli attacchi dei mercati, così come Mario Draghi ha fatto con il suo famoso “whatever it takes” (con qualunque mezzo, ndt). Però, un’Unione monetaria non più credibile – in cui il Paese che ha violato le regole sul lato del vivere-al-di-sotto-dei-propri-mezzi, ma respinge qualsiasi colpa e nel contempo incita gli altri ad agire, ma impedisce alla Banca centrale di agire – è perduta. Essa abbandona ogni Paese alle minacce e alle condanne dei mercati dei capitali, in realtà ridicole.
Chi oggi è membro dell’Eurozona non solo non ha ottenuto quello che si aspettava, ma ha persino perduto qualcosa di essenziale, di fondamentale. Poiché la Germania condanna a priori senza la minima pietà gli altri Paesi, i mercati internazionali hanno facile gioco. A questo un membro dell’€Z non ha niente da contrapporre, perché non ha più nemmeno una banca centrale, visto che la BCE, in base alla lettura che ne fa la maggioranza, non può intervenire contro i mercati finanziari a favore dei Paesi membri. Ogni Paese è "in balia dei mercati” almeno quanto un piccolo Paese in via di sviluppo con un’economia aperta.
Se i piccoli Paesi ora si beccano anche un “Fondo monetario europeo”, come proposto appena oggi al Parlamento tedesco da Olaf Scholz, allora niente più li differenzierà dagli indifesi Paesi del Terzo mondo, del cui destino ci lamentiamo da anni. Quando finalmente qualcuno si alzerà per chiarire a tutti, in modo inequivocabile, che non era questo l'obiettivo?
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