04/06/19

Editoriale della Frankfurter Allgemeine tocca un nervo scoperto: "Una Ue nazi?"


  1. L'importante quotidiano mainstream tedesco Frankfurter Allgemeine osa toccare un tema finora trattato soltanto in ambiti di nicchia: la politica europeista oggi presenta linee di continuità con quella nazionalsocialista, nel voler imporre un unico ordine a guida tedesca su tutta l'Europa? Da questo editoriale Alastair Crooke - ex diplomatico britannico - trae su Strategic Culture una serie di riflessioni scottanti: sul senso profondo dell'opposizione alla Ue - con l'AfD inopinatamente collocata dal Frankfurter da una parte comunque ragionevole della barricata - sul ruolo della Brexit, sulla politica estera europea. La pubblicazione di un articolo simile su un quotidiano che si colloca tra i pilastri dell'establishment mostra forse che le élite europeiste iniziano ad aprire gli occhi? La testimonianza finale di Varoufakis induce il dubbio su questo punto, mostrando drammaticamente quanto ce ne sarebbe bisogno. 


 

 

 

di Alastair Crooke, 11 febbraio 2019

 

Uno dei pilastri dell' "ordine costituito" europeo - il quotidiano Frankfurter Allgemeine - tocca esplicitamente un "nervo scoperto": il mese scorso ha pubblicato un editoriale intitolato  "Una UE nazi?" , in cui si discute se l'attuale UE dominata dalla Germania debba essere vista come il proseguimento lineare del nazionalsocialismo tedesco. Si tratta di un argomento che in precedenza non era mai stato toccato sui media mainstream tedeschi. Già solo il fatto che ora venga affrontato segnala una cosa importante: il riconoscimento del fatto che l'opposizione all'UE affonda le sue radici in qualcosa di diverso dai capricci rivendicativi del populismo. È il riemergere di un'antica "lotta per l' anima" dell'ordine politico internazionale.

 

L'autore, Jasper von Altenbockum, cita un discorso del leader dell'AfD (Alternative für Deutschland), Alexander Gauland, alla conferenza del suo partito:

 

"Il totalitarismo latente e l'apparato corrotto e pletorico" dell'Unione europea non dovrebbero avere un futuro. Gauland ha tracciato una linea di ragionamento semplice: poiché nelle istituzioni sovranazionali dell'UE si possono osservare carenze di legittimità democratica, ne deriva che l'UE deve essere un regime coercitivo. Gli oppositori radicali del processo di integrazione, tuttavia, fanno un passo in più: paragonano l'UE... all'ideologia europea del Nazionalsocialismo...

 

"Gauland ha anche avanzato un argomento recentemente diventato popolare, che consente alla Brexit di ottenere una giustificazione storica: parlando dell'Unità europea, Gauland a Riesa ha dichiarato: "Questo obiettivo è stato perseguito dai francesi sotto Napoleone e, purtroppo, a modo loro, dai nazionalsocialisti. E, come tutti sanno, è l'Inghilterra che si è opposta.

 

"Gauland non si mita ad affermare che la UE è un apparato totalitario latente. Piuttosto, suggerisce che la politica europea e tedesca si pongono in una linea di continuità con la propaganda nazista sull'Unione europeaDifficilmente si può pensare a un'accusa peggiore, che tra l'altro fornisce all'AfD l'effetto collaterale positivo di potersi presentare come estranea all'ideologia nazista".

 

Bene, come ci si può forse aspettare von Altenbockum non condivide granché l'idea di collegare il progetto europeo alla precedente ideologia nazista, ma nonostante questo riconosce che non sono solo Gauland e l'AfD ("che sta diventando rapidamente il partito per la Brexit tedesco ") a vedere queste connessioni con il nazionalsocialismo, ma che anzi "la continuità del progetto europeo con l'era nazionalsocialista è stata considerata anche dagli storici", specialmente dal momento che la Germania è stata nuovamente accusata di spinte egemoni in Europa. Già nel 2002 il biografo di Hitler Thomas Sandkühler sosteneva "che non si dovrebbe enfatizzare così tanto la cesura nella politica europea [della Germania, ndt], quanto invece si dovrebbe parlare di continuità".

 

Che cosa intendeva? Oggi è difficile andare oltre l'aspetto ideologico razziale. Ma, nonostante la presenza della parola "nazionale" nel nome del partito nazionalsocialista tedesco, Hitler non era un grande difensore del nazionalismo. Fu un severo critico non solo del trionfo protestante westfaliano del 1648, ma anche in particolare dell'istituzione dello stato nazionale, che vedeva come molto inferiore all'eredità imperiale storica dei tedeschi. Al posto dell'ordine degli stati nazionali, si proponeva di fondare un Terzo Reich, che traesse espressamente ispirazione dal "Primo Reich", cioè dal Sacro Romano Impero tedesco, con le sue aspirazioni universali e la sua dominazione millenaria. La Germania di Hitler era quindi concepita come uno stato imperiale in tutti i sensi.

 

In breve, nelle secolari vicende politiche dell'Europa, le nazioni occidentali sono state caratterizzate dalla contrapposizione tra due visioni antitetiche dell'ordine mondiale: un ordine di nazioni libere e indipendenti, in cui ciascuna persegue il bene politico secondo le proprie tradizioni e convinzioni; oppure un ordine di persone unite sotto un unico ordinamento giuridico, promulgato e sostenuto da una singola autorità sovranazionale.

 

In altre parole, la Germania era dalla stessa parte della tradizione antica, da Babilonia alla Roma imperiale, che vedeva come suo compito, con le parole del re babilonese Hamurabi, "portare i quattro quarti del mondo all'obbedienza". Dopotutto, era l'obbedienza che garantiva la salvezza dalla guerra, dalle malattie e dalla fame.

 

La conclusione di von Altenbockum, secondo cui le origini delle idee alla base dell'integrazione europea non sono tanto quelle di Napoleone o di Hitler, ma derivano dalla Guerra dei Trent'anni e dalla pace di Vestfalia, che accelerò proprio la caduta di quella antica (romana) nozione di un Impero Universale Cristiano di pace e prosperità, è più avvincente. Ai vincitori, la vittoria: e i vincitori stabiliscono la narrazione, che rimane come paradigma politico europeo di oggi.

 

La costruzione "liberale" dell'UE si fonda su un famoso manifesto liberale: il Secondo trattato sul governo di John Locke, pubblicato nel 1689, che affermava che alla fine c'è un solo principio alla base dell'ordine politico legittimo: la libertà individuale.

 

Locke era in grande misura un prodotto della mentalità protestante. Apre con l'affermazione che tutti gli individui umani nascono "perfettamente liberi" e "perfettamente uguali", e continua descrivendo come perseguono i loro obiettivi di vita, libertà e proprietà in un mondo di transazioni basate sul consenso.

 

In base a queste premesse, Locke ha costruito il suo modello di vita politica e la sua teoria di governo. E dalla concezione di Locke deriva il modello economico odierno - nella trasposizione fatta da Adam Smith della visione protestante dell'individualismo e della proprietà di John Locke e John Hume al livello della struttura economica.

 

Ma essendo protestante, questa visione trasse ispirazione anche dall'Antico Testamento (piuttosto che dal Nuovo), l'autorità sovrana (come Yahweh) era un sovrano geloso, intollerante ed esclusivo. "Un'unica autorità, una sola legge, un unico esercito",  era il principio organizzativo dello stato-nazione (piuttosto che il richiamo sovrapposto di un "impero" di sovranità confuse e alleanze spirituali che lo avevano preceduto).

 

A un certo punto, la teoria liberale politica, economica e di diritto internazionale ha definitivamente stroncato le visioni concorrenti, diventando il frame praticamente indiscusso di ciò che una persona istruita deve sapere sul mondo politico.

 

E allora? Qual è il punto? Bene, in primo luogo, è che il leader dell'AfD, Alexander Gauland, sta dicendo che l'UE non è né liberale, né libera, né un "ordine" (o impero), ma che è coercitiva nel suo desiderio (secolarizzato, giudaico-cristiano) di raggiungere l'unità umana o sociale riducendo "tutto" a un unico modello (l'ordine "liberale", regolamentato, dell'UE).

 

Il punto qui non è solo che una pubblicazione tedesca di questo tipo tocchi una questione così scottante (la possibile influenza del nazionalsocialismo tedesco come impalcatura su cui è strutturata la politica europea); ma, in modo più sostanziale, è la tacita ammissione che il leader dell'AfD ha un argomento valido (cioè che sta sostenendo l'altra "grande visione" dell'ordine politico europeo).

 

L'autore questo lo concede, doverosamente: "Ci sono molti politici nell'AfD che vorrebbero tornare all'idea tradizionale di equilibrio" (un accordo tra poteri sovrani indipendenti). Ma poi - facendo eco alla linea dell'establishment - dichiara semplicemente che questo è impossibile: nel progetto UE è stato investito troppo per consentirne ora la dismissione.

 

La "retrospettiva" dopo la Seconda guerra mondiale, sostiene von Altenbockum, ha portato il progetto UE a rappresentare   "un'ancora inamovibile e istituzionale, che comporta inevitabilmente una rinuncia alla sovranità".

 

Ma è qui che la Brexit assume significato per Gauland: non semplicemente come risentimento britannico contro il dominio tedesco sull'Europa, ma perché l'Inghilterra è sempre stata "dall'altra parte", si è sempre opposta a queste visioni di universalismo imposto attraverso la riduzione a un unico modello imperiale - "Come tutti sanno, l'Inghilterra si è opposta ", afferma Gauland.

 

Locke, è vero, ha cercato di rafforzare il paradigma dello stato-nazione e non di indebolirlo. Tuttavia, nel modellare la sua teoria, ha minimizzato o completamente omesso gli aspetti essenziali della società umana. Nel  Secondo Trattato, Locke riduce ai miniimi termini l'eredità intellettuale, spirituale o culturale che si riceve attraverso la discendenza. Il risultato è la svalutazione dei legami anche più basilari che si riteneva tenessero unita la società.

 

Allo stesso modo, il governo che è stato creato dal contratto sociale del  Secondo Trattato  è misteriosamente privo di confini o limiti. Istituzioni come lo stato nazionale, la comunità, la famiglia e la chiesa sembrano non avere alcuna ragione di esistere. Senza volerlo, la struttura fornita dal Trattato di Locke rende l''ordine' protestante estremamente difficile da spiegare, figuriamoci poi da giustificare. Potrebbe averlo inteso diversamente, ma quello che in realtà ha fatto è stato dare vita ad una costruzione politica "liberale" che è alla base del contrario dello stato-nazione.

 

Che cosa significa tutto questo? La Brexit, i gilet gialli, la Lega, l'Afd, il gruppo di Visegrad - il futuro dell'Europa è messo seriamente in discussione, nonostante le élite politiche e intellettuali istruite in America e in Europa siano oggi per lo più prigioniere all'interno del frame liberale.

 

Eppure un articolo come questo del quotidiano Frankfurter Allgemeine - e la sua discussione sul presunto legame tra integrazione europea e nazionalsocialismo - osserva Wolfgang Münchau, rappresenta  "un collegamento esplosivo"  finora limitato solo a discussioni di nicchia in Germania. Sottolinea che l'élite europea sta iniziando a riconoscere la potenziale pericolosità di questo conflitto. Si accorgono che sono messe in discussione questioni reali - le antiche contese sulla natura stessa della politica, della società, della cultura e su come sviluppare il potenziale umano.

 

Capire questo dà le basi per comprendere la politica estera europea: come, anche dopo il disastro della Libia, i leader europei possono, per esempio, ignorare la  lunga storia degli interventi  in Venezuela, per sostenere un nuovo intervento. Oppure, scegliere di rifiutare  finanziamenti per la ricostruzione e assistenza alla Siria. Tutto questo evoca il desiderio del re babilonese di "portare i quattro quarti del mondo all'obbedienza". L'obbedienza, dopotutto, è nel loro stesso interesse.

 

Forse Gauland è andato troppo in là nell'aver definito l'UE un "totalitarismo latente"? Bene, Yanis Varoufakis ce ne dà  un assaggio: dalla sua prima visita a Bruxelles e Berlino come Ministro delle Finanze appena eletto dalla Grecia. "Quando Schäuble mi ha accolto con la sua dottrina "il mio mandato contro il tuo", onorava la lunga tradizione europea di trascurare i mandati democratici pretendendo di rispettarli. Come tutte le ipotesi pericolose, si fonda su un'ovvia verità: gli elettori di un paese non possono dare al loro rappresentante il mandato di imporre agli altri governi delle condizioni che questi ultimi non hanno alcun mandato di accettare. Ma, mentre questa è un'ovvietà, la sua incessante ripetizione da parte dei funzionari di Bruxelles e degli agenti del potere politico, come Angela Merkel e Schäuble stesso, ha lo scopo di convertirla surrettiziamente in una nozione molto diversa: nessun elettore in nessun paese può autorizzare il proprio governo ad opporsi a Bruxelles“.

 

E Varoufakis aggiunge, non ascoltano mai:

 

"Io e il mio team avevamo lavorato duramente per presentare proposte basate su seri studi econometrici e una solida analisi economica. Studi confermati dalle più alte autorità nel loro campo, da Wall Street alla City ad accademici di prim'ordine, sono stati presentati ai creditori della Grecia a Bruxelles, Berlino e Francoforte. Mi sono seduto al tavolo  e mi sono trovato di fronte a una sinfonia di sguardi vuoti. Era come se non avessi parlato: come se davanti a loro non ci fosse alcun documento. Era evidente dal loro linguaggio corporeo che negavano l'esistenza stessa dei pezzi di carta che avevo messo davanti a loro. Le loro risposte, quando arrivavano, erano perfettamente indipendenti da qualsiasi cosa io avessi detto. Avrei anche potuto cantare l'inno nazionale svedese. Non avrebbe fatto alcuna differenza. "

 

 

03/06/19

FT - Gli economisti sostengono Salvini nella disputa sulla spesa pubblica italiana

La Commissione Europea si prepara allo scontro con il governo italiano sull'ipotesi di un'espansione fiscale per l'anno venturo. A supportare la posizione di Bruxelles, le stime dell'output gap italiano, del tutto simili a quelle per la Germania, secondo la Commissione; peccato che il PIL pro-capite tedesco sia cresciuto del 25% dal 2000, mentre quello italiano sia sceso del 2,6%. È anche per queste differenze di contesto che l'indicatore in questione viene pesantemente criticato nella sua essenza teorica da molti economisti di primo piano, tra i quali Olivier Blanchard, ex-economista capo del FMI, che pur non essendo morbido verso il governo italiano apre alla possibilità di una politica fiscale espansiva. In tutto questo, i più accesi sostenitori della posizione di Bruxelles sono immancabilmente in Italia: gli economisti dell'Università Bocconi, quinta colonna dell'ideologia liberal-europeista nel paese. Dal Financial Times.

 

di Chris Giles e Miles Johnson, 30 maggio 2019

 

 

Matteo Salvini ha riacceso la battaglia di Roma contro Bruxelles sui suoi piani di spesa pubblica, e anche se i mercati finanziari sono indifferenti, molti economisti internazionali - pur spesso non amando la sua politica,  ritengono che potrebbe avere ragione.

 

La Commissione Europea mercoledì ha scritto a Roma per mettere in guardia Salvini dal suo nuovo tentativo di espandere il bilancio italiano, dopo che il vice primo ministro del paese, e leader del partito anti immigrazione Lega, ha invocato uno "shock fiscale" per rilanciare la crescita.

 

Ma le preoccupazioni della commissione sono basate su "insensatezze" economiche, secondo Robin Brooks, capo economista dell'ortodosso Institute of International Finance,  l'organizzazione che rappresenta le banche più grandi del mondo.

 

Al centro della disputa c'è il concetto dell'output gap, una misurazione di quanto sia surriscaldata un'economia. Per qualsiasi paese, l'output gap cerca di stimare quanto il livello del Pil effettivo si trovi sopra o sotto il livello massimo potenziale al quale le pressioni inflazionistiche sono stabili. Se la produzione effettiva è sensibilmente sotto il potenziale, ciò implica che il governo avrà più libertà di azione per accrescere la spesa in modo da stimolare l'economia fino a che non si ristabilisce l'equilibrio.

 

La commissione ha determinato che l'output gap dell'Italia è quasi zero - lo 0,3% del reddito nazionale quest'anno, solo leggermente maggiore della stima dello 0,2% per la Germania. Ciò implica che l'economia italiana non ha spazio per una crescita aggiuntiva,  non più di quanto ne abbia la Germania; pertanto la commissione si oppone ai piani di spesa di Salvini.

 

[caption id="attachment_17923" align="alignnone" width="700"] La prestazione relativa dell'economia italiana si è fermata - PIL pro capite, indice 100 nel 2000. In blu la Germania, in rosso l'Italia.[/caption]

 

Tuttavia l'Italia ha una disoccupazione molto più alta rispetto alla Germania, e il PIL pro-capite italiano è sceso del 2,6% dal 2000, mentre quello tedesco è cresciuto del 25%. Brooks ha affermato che queste differenze sono "irragionevolmente dannose" per l'Italia, aggiungendo che "sono assolutamente improbabili se viste in una prospettiva transnazionale".

 

"L'argomentazione tecnica della commissione non riesce a catturare appropriatamente il potenziale di crescita dell'Italia poiché ne riflette la scarsa prestazione economica degli ultimi anni, non quel che sarebbe possibile con politiche migliori", ha detto Brooks.

 

L'output gap è una costruzione teorica perché il livello potenziale della produzione non può essere stimato con certezza; di conseguenza, tra gli economisti di primo piano sta crescendo la preoccupazione che queste stime tecniche stiano diventando una maledizione.

 

Un funzionario di alto livello, addetto alle stime economiche in un ente internazionale di primo piano, ha detto al FT che gli output gap sono "molto sensibili" alla rielaborazione dei dati e al livello attuale della prestazione economica.

 

"Come variabile economica usata per [indirizzare] le politiche, è molto instabile", ha detto il funzionario.

 

Olivier Blanchard, ex capo economista del FMI, adesso al Peterson Institute, ha affermato: "Davvero non sappiamo se la disoccupazione italiana può scendere sotto, diciamo, il 6%. Penso che sia possibile, perché quando è successo l'ultima volta, non ci sono state pressioni inflazionistiche, e non vedo ragione perché le cose dovrebbero essere cambiate molto".

 

Il pericolo, secondo Adam Tooze della Columbia University, è che "si perseguono obiettivi politici utilizzando i mezzi tecnici dell'economia", con l'effetto indesiderato di rafforzare le forze populiste in Europa.

 

"Quale sia la cosa giusta da fare [per l'Italia] è opinabile, ma quel che è certo è che la Commissione Europea non dovrebbe pubblicare insensatezze", ha detto Tooze.

 

La Commissione non è d'accordo. I suoi funzionari riconoscono la mancanza di certezza delle loro stime,  ma insistono che il loro lavoro è equo per tutti i paesi. Un funzionario anziano della UE ha affermato che la metodologia è  stata sviluppata nel corso di molti anni dagli stessi stati membri, e che "non è mai un'estrapolazione meccanica di un indice".

 

[caption id="attachment_17924" align="alignnone" width="700"] La Commissione pensa che l'output gap italiano sia prossimo alla zero - Differenze tra l'output attuale e potenziale come percentuale del PIL; media di cinque anni.[/caption]

 

"Le stesse regole prevedono la necessità di una valutazione complessiva e un certo margine di discrezionalità per consentire un giudizio economico", ha detto il funzionario. "L'output gap quindi è soltanto una parte del quadro complessivo in base al quale si determinano i requisiti fiscali e tutti i fattori rilevanti devono essere tenuti in conto".



Ma raramente la commissione ha subito critiche così accese su un indicatore tecnico. La posta in gioco è alta perché la guerra sull'output gap determinerà quanto spazio di manovra avrà il governo populista italiano nei mesi a venire.

 

Alcuni dei più accaniti sostenitori della linea di Bruxelles vengono proprio dall'Italia. Tommaso Monacelli, dell'Università Bocconi, ha affermato che non c'è nulla di strano nelle stime che suggeriscono che la produzione potenziale dell'Italia non è cambiata nei 20 anni passati.

 

"Il problema economico dell'Italia riguarda la [bassa] crescita di lungo periodo", ha detto, aggiungendo che la debolezza deriva da anni di bassi investimenti, scarsa ricerca e sviluppo e adozione di tecnologia. "Non serve a nulla pensare a politiche di espansione fiscale per riavviare l'economia italiana", ha affermato.

 

Le ambizioni fiscali di Salvini ricevono il sostegno da parte di alcune aziende. Angelica Donati, dirigente all'interno della società di costruzioni posseduta dalla famiglia, con sede a Roma, accoglie con entusiasmo il tentativo del governo di semplificare le regole sugli investimenti pubblici che "hanno effettivamente paralizzato le attività in tutta Italia".

 

Tuttavia, c'è il rischio che l'Italia venga considerata disponibile a tollerare corruzione e decisioni sbagliate in materia di appalti, minando la fiducia dei mercati - un problema potenzialmente significativo, data la necessità di Roma di convincere gli investitori che detengono la montagna del debito pubblico italiano.

 

  1. Il signor Monacelli prevede che l'espansione fiscale della coalizione di governo porterà

01/06/19

Telegraph - L'Italia risponde alla UE con la sfida dei Minibot

 

Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph commenta lo scontro che si profila tra l'Italia e la Commissione europea a proposito degli assurdi vincoli di bilancio che inesorabilmente continuano ad imporre al nostro paese già così provato le politiche di austerità. In sostanza, secondo Pritchard le élite della zona euro – che con un riflesso condizionato che egli definisce "maniacale" hanno scelto il momento post-elettorale per mandare al governo italiano la lettera di accusa sul mancato rientro del debito - stanno rischiando una rivolta dell'Italia.

 

Pritchard cita Matteo Salvini, che ha chiaramente affermato di "non voler governare un paese in ginocchio", e Claudio Borghi, presidente della Commissione Bilancio della Camera, il quale da parte sua ha sottolineato come l'Italia sia contributore netto del bilancio UE, abbia un surplus commerciale e un avanzo primario di bilancio, per cui "non abbiamo bisogno di nulla da nessuno. E siamo più in forma della Francia ".

Pritchard così descrive la posizione del nostro governo:

 

"La strategia della Lega è quella di offrire ai leader europei una scelta: riformare i trattati dell'UE per consentire una politica fiscale più espansiva e consentire alla Banca centrale europea di agire come prestatore di ultima istanza; o affrontare le conseguenze del suo rifiuto.

 

Bruxelles dice che l'Italia non è riuscita a fare "progressi sufficienti" sul livello del debito, anche se la causa principale del suo slittamento è stata la recessione e il crollo del commercio mondiale. Le richieste dell'Unione sono "vandalismo macroeconomico". Sta ordinando a un paese già in crisi di dare una violenta stretta alla politica di bilancio, dell'1,5% del PIL, dopo il ritiro dello stimolo monetario da parte della BCE.

 

La prescrizione è inutile e controproducente, perché porterà a una riduzione del PIL italiano e a un aumento del rapporto debito / Pil per l' "effetto denominatore". Ma la legge è legge - almeno per l'Italia di Salvini, se non per la Francia di Macron."

 

Se è vero che l'intenzione di Salvini non è quella di "impiccarsi a delle stupide regole", ma invece di portare la disoccupazione al 5% facendo investimenti e sottoponendo il paese a uno shock fiscale positivo grazie alla flat tax al 15%, Pritchard osserva tuttavia che "l'Italia non è l'America", nel senso che non è un paese sovrano sul piano economico e monetario. Egli ha poca o nulla fiducia nella flessibilità che verrà concessa all'Italia: "sotto l'attuale struttura dell'unione monetaria il suo piano è impossibile". Già questa piccola scaramuccia post-elettorale è bastata per un rialzo dello spread, ancora contenuto. A 300 punti base inizia lo stress, e a 400 entra in crisi il sistema bancario.

 

A questo punto Pritchard cita la possibilità di utilizzare come scudo i "Minibot", titoli di debito di piccolo taglio da emettere al fine di ripagare i debiti già esistenti della pubblica amministrazione nei confronti di famiglie e imprese. Un piano già previsto nel solenne "contratto di governo" della coalizione da affiancare al pacchetto di riforme fiscali con l'obiettivo di mobilitare il credito e mettere in circolazione denaro, ma che potrebbe essere utile per limitare i danni in un eventuale scontro finale con la Commissione:

 

"Una volta che questi titoli di Stato a breve termine saranno scambiati sul mercato, diventerebbero una valuta di fatto, l'Italia avrebbe un sistema monetario diviso e l'euro potrebbe anche dissolversi dall'interno. La mia ipotesi è che la BCE in primo luogo razionerebbe e poi chiuderebbe l'accesso al sistema di pagamenti Target2 per la Banca d'Italia.

 

Ma i poteri forti dello stato profondo italiano lasceranno che le cose vadano così lontano? C'era molta spavalderia un anno fa. Si è poi ridotta a poco. Sull'ultima manovra di bilancio l'alleanza Lega-Cinque Stelle ha capitolato. Il Presidente Sergio Mattarella, un'eredità dal vecchio regime, li ha chiusi in trappola.

 

Ha usato i poteri costituzionali del Quirinale - raramente invocati sotto la Seconda Repubblica - per bloccare la loro agenda economica. Ha posto il veto su alcune nomine e ha installato dei tecnocrati nei dipartimenti chiave.

 

Ma la vittoria elettorale della Lega ha cambiato le carte in tavola. "Abbiamo molto più potere contrattuale", ha dichiarato Borghi. 'Sappiamo che vi sarà una dura resistenza ad ogni livello, ma questa volta intendiamo imporre la nostra linea'."

 

 

I nodi della battaglia politica con la nuova Commissione arriveranno al pettine quest'autunno con la nuova manovra di bilancio, e con la Germania e il blocco dei paesi del nord che sinora si sono decisamente rifiutati di rifondare l'eurozona su basi più sostenibili per affrontare la prossima fase negativa del ciclo economico globale, respingendo tutte le ipotesi di unione fiscale e di condivisione del debito.

 

In questa difficile situazione, se all'Italia non sarà concesso spazio fiscale, il paese rischia il default sul debito pubblico. Pritchard cita Lorenzo Codogno, ex capo economista del Tesoro italiano e ora a LC Macro Advisors, il quale afferma che "gli altri paesi europei si stanno preparando al default dell'Italia". Secondo Pritchard la situazione è ancora più pericolosa che nella crisi del 2012. Il nostro paese dovrebbe richiedere un salvataggio formale a condizioni rigorose, e ci vorrà un voto nel Bundestag tedesco. Sarebbe un commissariamento di Roma da parte della "Troika".

 

Così conclude Pritchard:

 

"Le azioni della Commissione europea in questo frangente sono sorprendenti. Hanno emesso un ultimatum grossolano indipendentemente dall'immenso rischio finanziario. Stanno provocando inutilmente il nuovo trionfante leader della seconda più grande potenza manifatturiera d'Europa.

 

Dire che Bruxelles non ha avuto scelta a causa delle rigide regole del meccanismo fiscale equivale a riconoscere l'assurdità della costruzione dell'UEM. Il progetto ha portato l'Europa in questo folle vicolo cieco.

 

Se Salvini dovesse far crollare l'intero tempio sulle loro teste, se la saranno cercata."

31/05/19

Le elezioni UE non contano molto. Ma la rabbia che hanno portato alla luce conterà

Riassumiamo nelle sue parti essenziali un articolo apparso sul Washington Post sul risultato delle elezioni europee. Secondo la giornalista, il risultato molto frammentato si presta a infinite letture, da destra e da sinistra. Tuttavia, esiste un tratto comune: i cittadini vogliono cambiare la situazione attuale, che sia con il ritorno alle nazioni sovrane o con la realizzazione di un’utopia ambientalista. Questo comune sentimento di rigetto verso lo status quo europeo influenzerà la vita politica futura dell'Europa.

 

 

 

Di Megan McArdle, 28 maggio 2019

 

 

Arrivata in Europa per assistere alle elezioni del Parlamento europeo, la giornalista del Washington Post afferma che ha trovato difficile conciliare le storie che venivano raccontate in Europa prima delle elezioni con i loro risultati.

 

In Francia, la notizia è il primo posto ottenuto dal nuovo partito di Marine Le Pen, che relega in seconda posizione En Marche del Presidente Macron. Questo segnale, unito alle continue proteste dei Gilet Gialli, non promette bene per il futuro del governo francese. Tuttavia, osserva la giornalista, il consenso della Le Pen non è molto diverso da quello registrato alle precedenti politiche, né alle precedenti europee. Globalmente, secondo la McArdle, la situazione francese non è poi molto instabile. Più confusa la situazione nel resto d'Europa.

 

Fuori dalla Francia tuttavia, i risultati dipingono una situazione più caotica. I partiti populisti hanno ottenuto grandi consensi in Italia, Polonia e Ungheria, ma sono molto lontani dal poter formare una maggioranza parlamentare a livello europeo. In Inghilterra, il nuovo partito della Brexit è risultato vincitore con la sua piattaforma basata su un’uscita non concordata dalla UE, tuttavia i partiti del “remain” hanno complessivamente ottenuto una percentuale più alta. In Germania AfD ha visto addirittura una riduzione del proprio consenso rispetto alle elezioni del 2017, mentre hanno ottenuto un grande risultato i Verdi. In Spagna, hanno guadagnato consensi addirittura i noiosi social democratici.


 

Insomma, risultati così frammentati, rendono possibili interpretazioni divergenti. In dieci anni i populisti di destra sono passati dall’essere quasi invisibili a diventare una forza sostanziale, e non sembra che la tendenza sia in diminuzione: questa potrebbe essere la lettura di chi vede loro come futuro. Ma guardando ai Verdi, che hanno aumentato i propri seggi di un terzo, si può parlare di rivincita della sinistra.

 

Un modo per interpretare queste elezioni, secondo la McArdle, è considerare che nessuno dà loro molta importanza, anche perché il parlamento europeo è un simbolo del deficit di democrazia e di responsabilità delle istituzioni europee – cosa che rende più acceso il conflitto tra sovranità nazionale e decisioni collegiali.

 

A marzo la giornalista era in Inghilterra, dove racconta che un manifestante pro-Brexit le disse “volevamo un mercato comune, e ci hanno dato un governo comune”.

 

Si potrebbe ribattere in modo convincente che un mercato comune vasto e profondo come quello UE richiede un qualche tipo di governo comune. Qualcuno deve fissare tutto, dalle regole finanziarie agli standard lavorativi comuni. Sottomettersi a un governo di questo tipo comporta una certa perdita di sovranità nazionale: il proprio voto, e quello dei tuoi vicini, vale di più se si è uno dei 4,8 milioni di irlandesi, rispetto a essere uno dei 512 milioni di persone all’interno della UE.


 

Ma dopo questa riflessione, la giornalista aggiunge che il deficit democratico del potere ceduto alla UE viene alimentato dalla struttura bizantina dell’Unione, in cui le decisioni vengono prese molto al di sopra del livello sottoposto al controllo democratico. E questo non può che essere vissuto come un peggioramento se nella propria nazione si ha una democrazia ancora funzionante.

 

Non è ancora chiaro, insomma, che cosa significhino questi risultati, sia a livello nazionale, sia di governance europea. Però, secondo la giornalista, si può concludere con grande chiarezza che gli elettori non ne possono più dello status quo. E così conclude:

 

Alcuni vogliono ritornare a un passato di cui hanno nostalgia, di forza e unità nazionale, altri spingono per un paradiso ambientalista, ma tutti sono d’accordo che, sempre di più, odiano coloro che hanno governato fin qui, le politiche che hanno perseguito e le istituzioni da cui le hanno applicate. Anche se le elezioni del Parlamento UE non contano molto, la rabbia verso lo status quo conterà eccome.


 

 

30/05/19

Juncker contro Salvini – La battaglia esistenziale della politica europea

Wolfgang Munchau commenta su EuroIntelligence l’attuale scenario europeo post-elezioni. La Commissione europea sta avviando una procedura per debito eccessivo contro l’Italia. Questa è riferita, a dire il vero, all’anno fiscale 2018, quando era in vigore la legge finanziaria del governo Gentiloni. Tuttavia, l’attuale scena politica italiana appare molto meno incline al compromesso di quanto lo fosse con il governo precedente, rendendo la situazione potenzialmente esplosiva alla luce degli equilibri in campo. Inoltre, a questa potrebbe aggiungersi a breve una procedura per deficit eccessivo.

 

 

 

Di Wolfgang Munchau, 30 maggio 2019

 

Nella battaglia in corso tra la Commissione europea e il governo italiano la posta in gioco è alta: il futuro della coalizione italiana, la credibilità delle regole fiscali UE, la solvibilità dello stato italiano e forse il futuro stesso dell’eurozona. Appare come l’ultima grande battaglia politica dell’uscente presidente di commissione Juncker.

 

Ieri Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici hanno inviato una lettera a Giovanni Tria, dandogli due giorni di tempo per giustificare il fatto che l’Italia non abbia ridotto il debito pubblico. Se Roma non dovesse produrre argomenti soddisfacenti - e non lo farà - rischia di esporsi al primo passaggio della procedura per deficit eccessivo.

 

La procedura si compone di diversi passaggi, di cui il primo è il report che la Commissione presenterà all’Ecofin per ulteriori procedimenti. Ciò che ne consegue è una procedura molto dettagliata, che potrebbe terminare con l’imposizione di penalità fiscali contro lo stato membro in questione. Questo finora non era mai successo. Abbiamo già sostenuto varie volte che l’eurozona si sottoporrebbe a un grave rischio, se dovesse intraprendere questa procedura.

 

Il casus belli, stavolta, non  è il deficit eccessivo, ma il debito pubblico. Nel 2018 il rapporto debito/PIL dell’Italia è aumentato dal precedente 131% al 132%. Secondo l’ultima previsione sull’Italia formulata dalla Commissione, nel 2020 si arriverebbe a un ulteriore aumento, fino al 135%. La richiesta di Matteo Salvini di realizzare una forte riduzione delle tasse sui redditi non viene ancora nemmeno presa in considerazione in questi numeri. La previsione per il deficit di bilancio, corretto per il ciclo economico, è del 3,4% nel 2020, rispetto al 2,1% di adesso. Il punto, in questo momento, è il debito, ma nel bilancio 2020 il grande nodo sarà lo sforamento del limite del deficit.

 

Qualsiasi argomento Roma utilizzi, verrà incluso nel report iniziale stilato secondo l’articolo 126 del trattato della UE. La Commissione sottoporrà quindi il report alla Commissione Economia e Finanza. Questo costituirà l’atto di inizio del procedimento.

 

Non abbiamo idea di quali argomenti Tria potrebbe avanzare per cercare di convincere la Commissione e gli altri governi dell’eurozona che la sua politica fiscale rispetta la lettera o lo spirito delle regole fiscali. Dato l’isolamento politico di Roma nella UE che conta, e dati gli organismi di sorveglianza dell’eurozona, ci aspettiamo che il procedimento faccia il suo corso. Questo, a meno che il governo italiano non abbandoni la sua attuale politica di aumento del debito e del deficit e concordi tagli alla spesa, aumenti delle tasse, o entrambe le cose.

 

Data la forza politica di Salvini, questo non accadrà in alcuno scenario concepibile. Poniamo l'attenzione su un paio di scenari simulati, circolati sui media italiani, che hanno cercato di tradurre i risultati delle elezioni europee a livello nazionale. Secondo queste simulazioni Salvini avrebbe la maggioranza con una piccola coalizione formata in alleanza con i post-fascisti di Fratelli d’Italia. Viene ipotizzato che per formare un governo non ci sia nemmeno bisogno dell’anemica Forza Italia guidata da Silvio Berlusconi.

 

Sommandosi alla controversia sul trattamento dei migranti, la radicalizzazione della politica italiana è a nostro parere il risultato diretto del tentativo dei precedenti governi di osservare le regole fiscali alla lettera, in particolare durante la presidenza di Mario Monti. È importante anche notare che la paventata procedura per deficit eccessivo è in realtà riferita all’anno fiscale 2018, per il quale la legge finanziaria fu redatta dal precedente governo, sotto la presidenza del Consiglio di Paolo Gentiloni. Questo conflitto sarebbe perciò sorto anche sotto un governo centrista.

 

L’attuale tendenza della politica italiana non favorisce il compromesso. Luigi di Maio, leader del Movimento Cinque Stelle, verrà sottoposto a un voto di fiducia online da parte dei membri del suo partito. Ma se anche la coalizione dovesse durare ancora per alcuni mesi, non riusciamo a immaginare come possa raggiungere un compromesso compatibile con i parametri di Maastricht in vista della prossima legge finanziaria. Siamo di fronte a un prevedibile sforamento di deficit significativo, ben oltre la soglia del 3%, in qualsiasi scenario. Un governo decisamente di destra sarebbe meno elastico dal punto di vista fiscale rispetto all'attuale grande coalizione, perché non si impegnerebbe a mantenere l’attuale costoso sistema di welfare voluto dal Movimento Cinque Stelle. Ciononostante, un’amministrazione guidata da Salvini sarebbe puro veleno per la UE. Più la UE preme contro il governo italiano, maggiore sarà il contraccolpo da parte dell'Italia stessa. Questo è il motivo per cui non mi unisco al sollievo per la presunta debolezza dei populisti. Penso che un trionfo di Salvini abbia un impatto sulle politiche della UE ben maggiore di 10 o 20 europarlamentari “radicalisti” in più.

 

Al tempo stesso non c’è molto che la Commissione possa fare ora. Il Trattato pone un obbligo legale alla Commissione affinché agisca in queste circostanze, e lettere simili sono già state recapitate al Belgio e a Cipro. La questione è ovviamente meno esplosiva nel caso di questi ultimi paesi, benché la missiva belga potrebbe rappresentare un fattore di complicazione nelle difficili trattative post-elettorali che stanno avendo luogo in Belgio in questo momento per formare una maggioranza di governo.

29/05/19

La lettera di Julian Assange dal carcere

Da The Canary, una lettera attribuita ad Assange e indirizzata ai suoi sostenitori: il fondatore di WikiLeaks denuncia l'enorme quantità di risorse messe in campo dai suoi nemici all'interno dell'amministrazione americana per metterlo a tacere, e invita i suoi sostenitori ad aiutarlo nell'imminente processo che lo vede imputato di 17 capi d'accusa collegati all'Espionage Act del 1917, in quello che viene definito il più grande attacco alla libertà di stampa dai tempi della guerra in Vietnam. Una battaglia che tutti dovrebbero sostenere, se vogliamo continuare a chiedere conto ai potenti dei loro misfatti.

 

 

di John McEvoy, 24 maggio 2019

 

 

The Canary ha avuto accesso esclusivo a una lettera scritta a mano, presumibilmente di Julian Assange, nella prigione di Belmarsh. La lettera, datata 13 maggio 2019, rivela le condizioni di prigionia di Assange e le sue difficoltà nel costruire la propria difesa. È anche una critica ai tentativi di Washington di soffocare la libertà di stampa, ed è una chiamata all'azione per i suoi sostenitori.

 

17 nuovi capi d'imputazione

 

Il governo statunitense oggi ha incriminato Assange di 17 nuovi capi d'imputazione riferibili al Espionage Act. Daniel Ellsberg, l'informatore che nel 1971 rilasciò al New York Times e ad altri giornali i Pentagon Papers sulla guerra del Vietnam, ha dichiarato al proposito a Democracy Now!:

 

"Non c'era stato un attacco così sostanziale alla libertà di stampa... dal 1971, quando ci fu il mio caso dei Pentagon Papers ".

 

Il direttore esecutivo del Reporters Committee for Freedom of the Press (RCFP) [Comitato dei giornalisti sulla libertà di stampa, ndt] Bruce Brown, nel frattempo, ha dichiarato:

 

"Ogni uso governativo dell'Espionage Act per criminalizzare la ricezione e la pubblicazione di informazioni classificate pone una terribile minaccia ai giornalisti che cercano di pubblicare tali informazioni nell'interesse pubblico, indipendentemente dall'affermazione del Dipartimento di Giustizia secondo cui Assange non è un giornalista."

 

Assange attualmente sta scontando 50 settimane di prigionia a Belmarsh per violazione della cauzione - una sentenza che WikLeaks descrive come "scioccante e vendicativa". Anche il gruppo di lavoro dell'ONU sulla detenzione arbitraria ha dichiarato che è "una sentenza sproporzionata" per quella che viene descritta come una "violazione di minore entità".

 

La lettera

 

La lettera attribuita ad Assange è stata mandata al giornalista indipendente Gordon Dimmack, che è uno dei tanti ad aver scritto ad Assange nelle ultime settimane. Dimmack spiega di aver avuto una certa riluttanza a condividere la lettera prima delle ultime imputazioni del governo contro Assange.

 

Altri sostenitori di Assange hanno recentemente confermato che le loro lettere gli sono state recapitate. Ciononostante è difficile autenticare completamente la lettera, data l'attuale situazione di Assange, detenuto in una prigione di massima sicurezza. The Canary è stata informata che Dimmack non è l'unica persona ad aver ricevuto una risposta, e che la caligrafia sembra essere quella di Assange.

 

"La verità, in definitiva, è tutto ciò che abbiamo"

 

La lettera - che è stata inviata dall'ufficio postale di Mount Pleasant a Londra - è stata scritta a mano su fogli a righe. E dopo la descrizione delle condizioni in carcere, rivolge un appello:

 

"L'altro lato? Una superpotenza che si è preparata per 9 anni, con centinaia di persone e milioni di dollari spesi su questo caso. Sono senza difese e conto su di te e altre brave persone per salvarmi la vita. Sono integro, anche se letteralmente circondato da assassini, ma i giorni in cui potevo leggere, parlare e organizzarmi per difendere me stesso, i miei ideali e il mio popolo, sono finiti, finché non sarò di nuovo libero! Tutti gli altri devono sostituirmi. Il governo statunitense, o piuttosto, quei deprecabili elementi al suo interno che odiano la verità, la libertà e la giustizia, vogliono barare per portarmi all'estradizione e alla morte, piuttosto che permettere al pubblico di ascoltare la verità, per la quale ho vinto il più alto riconoscimento del giornalismo e sono stato nominato per 7 volte al Nobel per la Pace. La verità, in definitiva, è tutto ciò che abbiamo."

 

Qui sotto la lettera originale.

 



 

"Tutti gli altri devono sostituirmi"

 

L'accanimento contro Assange non dovrebbe allarmare soltanto i difensori della libertà di stampa. Deve preoccupare sicuramente tutti. Perché il nostro diritto all'informazione è in pericolo. E se vogliamo continuare a chiedere conto al potere, dobbiamo tutti difendere questo diritto.

28/05/19

Sapir - Elezioni europee: le rovine dopo la battaglia

Lucido e dettagliato come sempre, Jacques Sapir analizza i risultati delle elezioni europee in Francia. Per molti aspetti una lezione utile anche alle forze politiche italiane: mostra per esempio l'irrilevanza cui si sono condannate le diverse, microscopiche liste sovraniste, divise tra loro e ferme a percentuali insignificanti, utili solo alla dispersione del voto. Il crollo di La France Insoumise al 6,5% rappresenta inoltre il prezzo da pagare  per una linea politica confusa, in cui ci si è voluti separare dai sovranisti di sinistra e ora tentata di condannarsi definitivamente all'ininfluenza se, a fronte della buona affermazione del RN, cederà a quell'antifascismo retorico e farlocco che conosciamo bene, in tutta la sua vacuità, anche in Italia. Nel complesso, la vera forza di Emmanuel Macron, punito dagli elettori, sta nella dispersione e frammentazione delle opposizioni.

 

 

di Jacques Sapir, 27 maggio 2019

 

 

Successo non pienissimo per il Rassemblement National, sconfitta attenuata per En Marche, una mezza sorpresa per gli ambientalisti e opposizione per il resto atomizzata, sia a destra che a sinistra: ecco il panorama politico che sta emergendo dopo le elezioni europee. Se gli avversari di Macron vogliono contare qualcosa, dovranno avviare cambiamenti radicali.

 

Le elezioni europee in Francia si sono basate principalmente su temi francesi. Questa è la prima lezione che se ne può trarre: erano un voto sul Presidente.

 

Questo spiega perché il numero di astensionisti è stato molto inferiore rispetto al 2014. Sebbene le classi lavoratrici, e anche i giovani, si siano ampiamente astenuti, il tasso di partecipazione è aumentato di quasi otto punti percentuali rispetto al livello eccezionalmente basso del 2014.

 

Il fallimento di Emmanuel Macron


 

Queste elezioni hanno visto il relativo successo del Rassemblement National (RN), che batte la lista La République En Marche (LREM) - Mouvement Democrate (MoDem)- Renaissance, guidata da Nathalie Loiseau. Il relativo insuccesso di questa lista, nonostante il sostegno attivo ricevuto da parte del presidente, è degno di nota. Emmanuel Macron aveva appoggiato oltre ogni decenza, visto il suo ruolo, la lista LREM. Questo sostegno, per molti aspetti scandaloso, non ne ha evitato il fallimento. È quindi una sconfitta personale e inciderà sulla capacità del presidente di rianimare la sua politica. Emmanuel Macron ora è costretto in una posizione difensiva e un po' più screditato, sia a livello nazionale che a livello europeo.

 

Il successo della lista RN, guidata da Jordan Bardella, è innegabile, ma non si tratta affatto di un trionfo. L'RN fatica a riconquistare la percentuale del 24% ottenuta nel 2014.

 

L'insuccesso della lista Loiseau è comunque relativo, per due motivi: il primo è la percentuale ottenuta, superiore al 22% della lista LREM. Quindi non si tratta di un crollo.

 

La seconda ragione è il vero collasso, invece, del partito Les Républicains (LR), guidato da François-Xavier Bellamy. Con poco più dell'8% e il quarto posto, la lista LR subisce una vera e propria disfatta, che può solo mettere in discussione la direzione esercitata da Laurent Wauquiez. Una sconfitta che può essere spiegata dalla polarizzazione tra RN e LREM che si è imposta nelle ultime settimane della campagna.

 

Un certo numero di elettori di LR sono passati a uno di questi due partiti, e probabilmente più verso LREM che su RN. Questo non è sorprendente. Emmanuel Macron è diventato, a causa del movimento dei gilet gialli, il simbolo del partito dell'ordine. È quindi naturale che una parte dell'elettorato della destra legittimista, come una parte degli elettori di François Fillon nel primo turno della presidenziale 2017, si sia ritrovato tra gli elettori che hanno votato per la lista LREM.

 

Le conseguenze di questa situazione sono contraddittorie. Emmanuel Macron ha sicuramente limitato i danni e può cantare vittoria a breve termine. Ma il suo potenziale serbatoio di voti si è ridotto e ha esaurito le sue riserve. Ciò avrà conseguenze sulle prossime elezioni amministrative del 2020, perché i Repubblicani possono sperare di recuperare solo schierandosi apertamente all'opposizione, contro Emmanuel Macron. Liste unitarie ora sono meno probabili a livello locale. Tuttavia, è attraverso queste elezioni che la capacità di LREM di mettere radici a livello locale sarà persa o vinta, il che è la condizione della sua sopravvivenza e quindi della capacità di Emmanuel Macron di ripresentarsi nel 2022.

 

Il successo di EELV, il fallimento di France Insoumise


 

Il successo di Europe Écologie Les Verts (EELV) è indiscutibile. La lista dell'EELV arriva terza, con oltre il 12% dei voti. Ma bisogna ricordare che le elezioni europee sono sempre state favorevoli alle formazioni ecologiste. Le percentuali di domenica sera non sono il risultato più alto mai raggiunto dagli ambientalisti. Inoltre, questo risultato è collegato all'altra sorpresa di queste elezioni: il crollo, non c'è altra parola, della lista di La France Insoumise (LFI), guidata da Manon Aubry, così come il cattivo risultato registrato dalla lista del Partito Comunista Francese (PCF), guidata da Yan Brossat, con il 2,4% circa.

 

Per La France Insoumise il problema è più grave. Con poco più del 6,5%, alla pari con la lista di PS - Place Publique, LFI registra una sconfitta che è un vero disastro. Le cause sono note. Proprio come in Spagna, dove Podemos paga a caro prezzo le sue esitazioni e la sua politica confusa, LFI paga fino all'ultimo spicciolo il suo cambio di linea, che si è verificato a partire dalla fine della primavera 2018, e che ha provocato manovre interne indegne e l'esclusione o l'abbandono volontario dei cosiddetti "sovranisti di sinistra".

 

L'abbandono della linea di "assemblea del popolo", che ha portato Jean-Luc Mélenchon a quasi il 20% nel primo turno delle elezioni presidenziali del 2017, è la causa di questo collasso. Lo testimoniano le dichiarazioni di Jean-Luc Mélenchon, rilasciate nella serata di domenica 26: nelle frasi esitanti, nel vocabolario che si voleva gollista, appariva l'estrema confusione di quello che è il leader di fatto di LFI. La France Insoumise non potrà risparmiarsi una profonda autocritica, che implichi un raddrizzamento della linea politica - che dovrebbe tornare alle posizioni della primavera 2017 - e una istituzionalizzazione democratica, con strutture di funzionamento chiare e trasparenti.

 

Il problema principale è quello della linea politica. Alcuni, che sognano solo di riportare LFI sulle sterili posizioni di una unione delle sinistre, lo hanno capito bene. Abbiamo potuto vederlo durante la serata post-elettorale. Ma anche la questione della democrazia interna e della trasparenza ha giocato un ruolo in questa sconfitta. LFI non ha certo mostrato il suo volto migliore negli ultimi nove mesi. C'è tuttavia da temere che la vittoria del RN spinga alcuni dei quadri in una logica di farlocco antifascismo da operetta, mentre la logica dovrebbe essere quella di sfidare la presa di RN sulle masse rispondendo alle loro aspirazioni e rilanciando il tema della sovranità.

 

Sovranisti, il prezzo della divisione


 

Bisogna analizzare inoltre il fallimento delle diverse formazioni che rivendicano anche la sovranità. Pagano tutti la mancanza di maturità politica. Il partito di Nicolas Dupont-Aignan, Debout la France (DLF), a fronte della drammatica caduta della lista LR, a rigor di logica avrebbe dovuto progredire. E invece ha fatto marcia indietro rispetto al risultato del primo turno delle elezioni presidenziali. Un'analisi seria della strategia, ma anche dello stile di leadership, è essenziale come condizione per la sopravvivenza stessa di questo partito.

 

Questo vale anche per l'Union Populaire Républicaine (UPR) e Les Patriotes. L'UPR supera di poco l'1% e Les Patriotes si è fermata allo 0,7%. Eppure la loro esposizione mediatica è stata superiore a quella del partito animalista, arrivato circa al 2,4%. Siamo ben oltre il momento in cui bisogna smetterla con le esclusioni reciproche, con il comportamento settario degli uni verso gli altri. L'esistenza di tanti micropartiti non è giustificata e li condanna a vegetare, come avviene oggi. Si pone la questione di una fusione tra DLF, UPR e Les Patriotes, tanto più importante quanto è evidente il fallimento della strategia di DLF, che aveva moderato le sue posizioni sull'UE nella speranza di strappare qualche voto ai repubblicani. La legittimità dell'esistenza di questi tre partiti è posta direttamente in questione, dopo le elezioni europee del 26 maggio. E quando si rivendicano gollismo e sovranità, si dovrebbe dare una certa importanza alla questione della legittimità.

 

Un'opposizione in briciole?


 

Resta vero che, nonostante la RN, l'opposizione a Emmanuel Macron è a pezzi. La sua forza deriva dalla debolezza dei suoi avversari. Possono solo sperare di rifondare la loro legittimità e costruire le condizioni della loro unità attraverso i comitati per raccogliere i 4,7 milioni di voti necessari per il referendum sulla privatizzazione dell'Aéroports de Paris. L'impegno per questa campagna, senza alcun calcolo di bottega e senza esclusioni, sarà quindi nelle prossime settimane il test per capire se un'opposizione a Emmanuel Macron è in grado di ricostituirsi, ripartire e lavorare insieme, chiave per il suo successo.

 

 

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