03/09/19

Si stringe il bavaglio globale sull'informazione

Un articolo dell'autorevole settimanale inglese The Economist passa in rassegna a 360 gradi le molteplici minacce alla libertà di informazione e di parola, che aumentano in tutto il mondo. Se nei paesi non liberi il pericolo viene dai governi che perseguitano i giornalisti indipendenti e i dissidenti, nelle democrazie mature è il culto del politically correct e la difesa sempre più violenta delle minoranze deboli - o presunte tali - che si sta trasformando in una minaccia per chiunque osi esprimere opinioni non allineate. Tra i possibili strumenti per imbavagliare la libertà di parola è citato anche il diffondersi delle leggi contro l'hate speech, fenomeno difficile da valutare oggettivamente, che rischiano di trasformare qualsiasi critica in un reato perseguibile penalmente.  

 

 

 

17 agosto 2019

 

Sia negli stati democratici sia in quelli autoritari alzare la voce diventa sempre più difficile

 

Il 22 giugno in Etiopia si è verificato un presunto tentativo di colpo di stato. Il capo del personale dell'esercito è stato ucciso, così come il presidente dell' Amhara, una delle nove regioni del paese. I cittadini comuni in Etiopia cercavano disperatamente di capire che cosa stesse succedendo. E poi il governo ha sospeso Internet. A mezzanotte, circa il 98% dell'Etiopia era offline.

 

"La gente riceveva notizie distorte ed era molto confusa su ciò che stava accadendo... in quel preciso istante non c'era alcuna informazione", ricorda Gashaw Fentahun, giornalista presso l'Amhara Mass Media Agency, un ente di informazione statale. Lui e i suoi colleghi stavano provando a realizzare un resoconto degli avvenimenti. Invece di caricare file audio e video in digitale, hanno dovuto inviarli alla sede principale in aereo, il che ha causato un enorme ritardo.

 

L'anno scorso 25 governi hanno imposto blackout su Internet. Soffocare la connessione fa infuriare le persone e mette in ginocchio le economie. Tuttavia, gli autocrati ritengono che ne valga la pena, di solito per impedire che le informazioni circolino durante una crisi.

 

Questo mese il governo indiano ha chiuso Internet nel contestato Kashmir, per la 51esima volta quest'anno. "Non ci sono notizie, niente", afferma Aadil Ganie, un cittadino del Kashmir bloccato a Delhi, aggiungendo che non sa nemmeno dove sia la sua famiglia, perché sono bloccati anche i telefoni. Negli ultimi mesi il Sudan ha chiuso i social media per impedire ai contestatori di organizzarsi, il regime del Congo ha disattivato le reti mobili in modo da poter truccare le elezioni di nascosto, e il Chad ha azzoppato i social media, per mettere a tacere le proteste contro il piano del presidente di rimanere al potere fino al 2033.

 

Lingue legate


 

La libertà di parola è dura da conquistare e facile da perdere. In Etiopia solo un anno fa era fiorita, durante il mandato di un nuovo primo ministro apparentemente liberale, Abiy Ahmed. Tutti i giornalisti in prigione sono stati rilasciati e sono stati aperti centinaia di siti web, blog e canali TV satellitari. Ma ora il regime ci sta ripensando. Senza una dittatura a contenerla, la violenza etnica è divampata. I fanatici hanno incitato alla pulizia etnica sui social media da poco resi liberi. Quasi 3 milioni di Etiopi sono stati cacciati dalle loro case.

 

L'Etiopia sta affrontando una vera emergenza e molti etiopi ritengono ragionevole che il governo metta a tacere chi sostiene la violenza. Ma durante il presunto colpo di stato il governo ha fatto molto di più: di fatto ha messo a tacere tutti. Come ha scritto Befekadu Haile, giornalista e attivista: "Nell'oscurità, tutto quello che succedeva è stato raccontato dal governo".

 

Alcuni ora temono un ritorno ai giorni bui dei predecessori di Abiy, quando i blogger dissidenti venivano torturati. Il regime possiede ancora camionate di kit elettronici per spiare e censurare, molti dei quali acquistati dalla Cina. Sta inoltre progettando di rendere reato l' "hate speech" (discorsi caratterizzati da forte aggressività e violenza, ndt), con una legge che potrebbe richiedere una sorveglianza di massa e un attento monitoraggio dei social media da parte della polizia. Molti temono che la legge verrà utilizzata per bloccare anche i dissidenti pacifici.

 

Secondo Freedom House, organizzazione che osserva le condizioni di libertà e democrazia nei paesi, la libertà di parola negli ultimi dieci anni è diminuita a livello globale. I regimi repressivi lo sono diventati ancora di più: tra quelli classificati come "non liberi" da Freedom House, il 28% ha stretto ulteriormente il guinzaglio negli ultimi cinque anni; solo il 14% lo ha allentato. I paesi "parzialmente liberi" hanno avuto le stesse probabilità di migliorare o peggiorare, ma i paesi "liberi" sono regrediti. Circa il 19% di questi (16 paesi) è diventato meno tollerante verso la libertà di parola negli ultimi cinque anni, mentre solo il 14% è migliorato (vedi mappa).

 



 

Questo è avvenuto per due ragioni principali. In primo luogo, i partiti al potere in molti paesi hanno trovato nuovi strumenti per sopprimere fatti e idee che li mettono in difficoltà. In secondo luogo, si sentono incoraggiati a usare questi strumenti, in parte anche perché il sostegno globale alla libertà di parola si è indebolito. Nessuna delle superpotenze del mondo ha intenzione di difenderla. La Cina censura spietatamente il dissenso in patria ed esporta la tecnologia per censurarlo all'estero. Gli Stati Uniti, un tempo sostenitori della libera espressione, sono ora guidati da un uomo che dice cose del genere:

 

"Non vogliamo certo soffocare la libertà di parola, ma ... non penso che i media mainstream siano la libertà di parola ... perché sono così disonesti. Quindi, per me, la libertà di parola non è che tu veda qualcosa di buono e scriva volutamente che è cattivo. Per me questo è un discorso molto pericoloso, che mi fa infuriare."


 

Davvero? Ma vedere qualcosa che il governo presenta come positivo e sottolineare perché è negativo è una funzione essenziale del giornalismo. In effetti, è una delle garanzie più cruciali della democrazia. Il presidente Donald Trump non ha la facoltà di censurare i media in America, ma le sue parole contribuiscono a un clima globale di disprezzo per il giornalismo indipendente. Gli autocrati che ovunque promuovono la censura citano spesso gli slogan di Trump, il quale definisce le notizie critiche "fake news" e i giornalisti critici "nemici del popolo".

 

L'idea che certe opinioni debbano essere messe a tacere è popolare anche a sinistra. In Gran Bretagna e in America gli studenti impediscono di parlare agli oratori che ritengono essere razzisti o transfobici, mentre gli attivisti su Twitter chiedono che sia chiuso l'account di chiunque violi un elenco di tabù in continua espansione. Molti radicali occidentali pretendono che, se qualcosa a loro parere è offensivo, nessuno debba essere autorizzato a dirlo.

 

I regimi autoritari, ovunque, concordano. Ma giudicare qualcosa "offensivo" è soggettivo, quindi le leggi sull'hate speech possono diventare strumenti elastici per criminalizzare il dissenso. A marzo il Kazakistan ha arrestato Serikzhan Bilash per "incitamento all'odio etnico". Si era lamentato dell'incarcerazione di massa degli Uiguri in Cina, grande partner commerciale del Kazakistan. Il governo del Ruanda interpreta quasi ogni critica che gli viene posta come sostegno a un nuovo genocidio. In India sono state proposte nuove regole che richiederebbero che le piattaforme digitali blocchino tutti i contenuti illegali, un compito difficile se pensiamo che in India è illegale promuovere la disarmonia "per motivi di religione, razza, luogo di nascita, residenza, lingua, casta o comunità o qualsiasi altro motivo”.

 

Un modo per stroncare la libertà di parola è uccidere l'oratore. Almeno 53 giornalisti sono stati uccisi sul lavoro nel 2018, leggermente più che nei due anni precedenti, secondo il Committee to Protect Journalists (CPJ ), un'organizzazione di controllo. Pochi degli omicidi sono stati catturati. Il paese più letale per i giornalisti è stato l'Afghanistan, dove ne sono stati uccisi 13. In un caso, un jihadista si è travestito da giornalista, in modo da mescolarsi e massacrare i primi reporter e medici ad arrivare sulla scena di un precedente attentato suicida.

 

Forse l'omicidio più sfrontato del 2018 è stato quello di Jamal Khashoggi, un critico del regime saudita. Una squadra di killer è sbarcata in Turchia su jet privati ​​facilmente identificabili, ha guidato un'auto di lusso fino al consolato saudita di Istanbul e ha fatto a pezzi Khashoggi in territorio consolare. Chiunque abbia ordinato l'azione presumibilmente ha pensato che non ci sarebbero state serie conseguenze dal massacro di un collaboratore del Washington Post. Aveva ragione. Sebbene Germania, Danimarca e Norvegia abbiano bloccato le vendite di armi all'Arabia Saudita, Trump ha sottolineato che l'America rimarrà il "partner fisso" del regno.

 

Il 1° dicembre 2018 il CPJ ha contato più di 250 giornalisti in prigione a causa del loro lavoro: almeno 68 in Turchia, 47 in Cina, 25 in Egitto e 16 in Eritrea. Il numero reale è sicuramente più alto, dal momento che molti giornalisti sono detenuti senza accuse e senza nemmeno che lo si sappia. Tuttavia, il numero in Eritrea potrebbe essere inferiore, poiché quasi tutti sono stati tenuti in condizioni terribili da quando il presidente Issaias Afwerki ha chiuso i media indipendenti nel 2001, e alcuni probabilmente sono morti.

 

Piuttosto che rischiare la seccatura e la cattiva pubblicità di mettere i giornalisti sotto processo, alcuni regimi cercano di renderli docili intimorendoli. In Pakistan, quando gli ufficiali militari chiamano i giornalisti per lamentarsi di un articolo, questi in generale si piegano. Ahmad Noorani, un giornalista che ha osato scrivere del ruolo dell'esercito in politica, è stato coinvolto in un'imboscata da sconosciuti assalitori in una strada trafficata della capitale, Islamabad, e picchiato quasi a morte con un piede di porco.

 

In India i giornalisti che criticano il partito al potere, Bharatiya Janata Party (BJP), ricevono caterve di minacce sui social media dai nazionalisti indù. Se sono di sesso femminile, queste minacce possono includere lo stupro. I giornalisti sono spesso screditati: vengono diffuse le immagini delle loro famiglie, invitando la gente ad attaccarli. Barkha Dutt, una presentatrice televisiva, ha presentato una denuncia contro i troll che le avevano inviato minacce di morte e pubblicato il suo numero di telefono personale spacciandolo per quello di un servizio di escort. Quattro sospetti sono stati arrestati a marzo.

 

A volte le peggiori minacce contro i giornalisti indiani vengono anche messe in atto, dando così una credibilità agghiacciante a tutte le altre. Gauri Lankesh, un giornalista che spesso ha criticato il nazionalismo indù, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco fuori dalla sua casa nel 2017. I sostenitori del BJP hanno festeggiato. L'uomo arrestato per avere premuto il grilletto ha detto alla polizia che i suoi mandanti gli avevano detto che doveva farlo per "salvare" la sua religione.

 

L'intimidazione però non sempre funziona. Ivan Golunov, un giornalista russo, ha indagato sui funzionari della città di Mosca che acquistano in nero dimore milionarie e sugli agenti di sicurezza che entrano in affari con la mafia. Le sue storie erano poco conosciute, pubblicate su un piccolo sito web chiamato Meduza. Il 6 giugno la polizia si è impadronita di Golunov, lo ha legato in un'auto, lo ha portato in un edificio governativo, lo ha picchiato e ha affermato di avere trovato droga nel suo zaino. Il ministero dell'Interno ha pubblicato nove foto di droga sostenendo che era stata trovata nel suo appartamento, ma poi ne ha rimosse otto, ammettendo che erano state portate da altrove e affermando che erano state pubblicate per errore.

 

I sostenitori di Golunov erano convinti che quella delle droghe fosse solo una messa in scena. Con sorpresa delle autorità, la storia si è diffusa rapidamente su Facebook e Twitter: la Russia non ha nulla a che vedere con la capacità della Cina di sopprimere i post indesiderati sui social media. Gruppi di manifestanti sono scesi in strada per chiedere il rilascio di Golunov. I media stranieri hanno ripreso la vicenda, che ha oscurato il vertice di Putin con Xi Jinping, presidente cinese, in corso quella settimana. Un Cremlino imbarazzato ha ordinato la liberazione di Golunov. Quando la sua nuova indagine è stata pubblicata da Meduza, poche settimane dopo, è stata letta da 1,5 milioni di persone, enormemente di più del suo pubblico abituale.

 

Ultime notizie


 

Mentre le entrate pubblicitarie che servono a sostenere il giornalismo indipendente diminuiscono, molti governi hanno trovato più facile distorcere le notizie con i sudati soldi dei contribuenti. Il metodo più semplice è di pomparli nei media statali, che supportano ossequiosamente i partiti al potere. La maggior parte dei regimi autoritari lo fa. Cina e Russia vanno oltre, sponsorizzando i media globali che cercano di minare la democrazia ovunque. Tuttavia, il problema dei media statali, dal punto di vista di un autocrate, è che tendono ad essere noiosi.

 

Quindi un altro metodo è quello di utilizzare la pubblicità del governo per premiare la sottomissione e punire l'indipendenza. In molti paesi il governo è di gran lunga il più grande inserzionista, quindi i giornali e le stazioni televisive hanno il terrore di infastidirlo.

 

Un metodo più sottile è quello di intessere rapporti con imprenditori che dipendono dallo stato per concessioni o contratti, e spingerli ad acquistare media. A differenza dei normali imprenditori, questi non hanno bisogno delle loro società di media per realizzare profitti. I favori che le loro imprese di costruzione ricevono superano di gran lunga le perdite che subiscono gestendo emittenti televisive allineate. Di fatto, riescono spesso a danneggiare i loro rivali dei media indipendenti, esacerbando i disagi finanziari causati dal declino della pubblicità, da controlli fiscali aggressivi, da multe irragionevoli e via dicendo. Media indipendenti a corto di soldi sono ovviamente più economici da comprare e addomesticare per la cricca governativa.

 

Numerosi partiti al potere usano queste tattiche. L'India ne usa la maggior parte, così come la Russia e la Turchia. Il primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, è accusato di avere promesso una regolamentazione favorevole a una società di telecomunicazioni, in cambio di una posizione favorevole su un sito web di proprietà della stessa società. A gennaio, il quotidiano più popolare del Nicaragua ha pubblicato una prima pagina bianca, per denunciare che le sue forniture importate di inchiostro, carta e altri materiali erano state misteriosamente sequestrate alla dogana, dopo che aveva pubblicato rapporti critici sul partito sandinista al potere.

 

Loschi traffici di questo tipo si sono insinuati perfino in aree considerate democratiche dell'Europa. Il partito al potere ungherese, Fidesz, ha usato denaro pubblico per dominare l'opinione pubblica. L'agenzia di stampa statale è stata riempita di leccapiedi e offre i suoi bollettini gratuitamente ai mezzi di informazione senza soldi. "Ricevi una notizia flash su [una nuova stazione radio rock indipendente], ma [è] totalmente propaganda governativa... perché è gratuita", si lamenta un giornalista locale.

 

Il budget pubblicitario del governo ungherese è aumentato enormemente dal 2010, quando il primo ministro Viktor Orban ha preso il potere. La sua cricca ha acquistato emittenti e siti web precedentemente aggressivi. "È un processo inarrestabile", afferma un giornalista indipendente. “Gli ungheresi sono abituati all'idea che le notizie online siano gratuite. Quindi [le aziende dei media] devono fare affidamento sul denaro dei loro proprietari. E molti degli imprenditori nella vita pubblica sono legati al governo.” L'anno scorso i proprietari di 476 società di media, compresi praticamente tutti i giornali locali in Ungheria, li hanno ceduti gratuitamente a una nuova megafondazione gestita da un amico di Orban. Privi di fondi, i giornalisti seri hanno difficoltà a fare il proprio lavoro. "È praticamente impossibile indagare anche sulle principali storie di corruzione, perché ce ne sono così tante", afferma Agnes Urban di Mertek, organizzazione che vigila sui media.

 

Nel frattempo nelle democrazie mature il sostegno alla libertà di parola sta diminuendo, specialmente tra i giovani, mentre cresce l'aperta ostilità nei suoi confronti. In nessun luogo questo è più sorprendente che nelle università degli Stati Uniti. In un sondaggio Gallup pubblicato lo scorso anno, il 61% degli studenti americani ha affermato che il clima del campus impedisce alle persone di esprimere ciò in cui credono, rispetto al 54% dell'anno precedente. Altri dati tratti dallo stesso sondaggio potrebbero spiegare il perché. Un notevole 37% ha dichiarato che è "accettabile" zittire gli oratori con cui non si è d'accordo per impedire che siano ascoltati, e un incredibile 10% ha approvato che siano fatti tacere con l'uso della violenza.

 

Molti studenti lo giustificano sostenendo che alcuni oratori sono razzisti, omofobi od ostili ad altri gruppi svantaggiati. Questo a volte è vero. Ma gli oggetti dell'indignazione espressa nelle università sono stati spesso studiosi seri e stimati. Heather Mac Donald, ad esempio, che sostiene che le proteste di "Black Lives Matter" hanno spinto la polizia a ritirarsi dai quartieri ad alto tasso di crimine e che ciò ha fatto impennare il tasso di omicidi, ha dovuto essere portata fuori dal Claremont McKenna College, in California, in un'auto della polizia. Manifestanti furiosi sostenevano che lasciarla parlare era un atto di "violenza" che negava "il diritto all'esistenza dei neri".

 

Simili contorsioni verbali sono diventate comuni a sinistra. Molti radicali sostengono che le parole sono "violenza" se denigrano gruppi svantaggiati. Alcuni aggiungono che chiunque conceda un pulpito agli oratori offensivi non condanna le loro idee malvagie. Inoltre, dato che l'America si è polarizzata politicamente, molti hanno iniziato a dividere il mondo in modo semplicistico tra le persone "buone" (quelli che sono d'accordo con loro) e le persone "cattive" (quelli che non lo sono). Ciò ha portato a strani contrasti. Al Reed College di Portland, nell'Oregon, Lucia Martinez Valdivia, docente di razza mista, gay e con disturbo post traumatico da stress, è stata accusata di essere "anti-nera" perché si era lamentata degli studenti aggressivi che le stavano accanto impedendole, a forza di urlare, di tenere una lezione sulla poesia lesbica greca antica (a cui i disturbatori obiettavano perché la poetessa Saffo oggi sarebbe considerata bianca).

 

Come sostengono Greg Lukianoff e Jonathan Haidt in "The coddling of the American mind" (Viziare la mentalità americana, ndt)

 

"Se alcuni studenti ora pensano che sia giusto prendere a pugni un fascista o un suprematista bianco, e se chiunque non sia d'accordo con loro può essere etichettato come un fascista o un suprematista bianco, beh, è chiaro come questa mossa retorica potrebbe rendere le persone riluttanti a esprimere opinioni dissenzienti all'università."


 

L'abitudine di cercare di mettere a tacere le opinioni opposte, invece di combatterle, si è diffusa anche fuori dalle università. A Portland, in Oregon, questo fine settimana, estremisti di destra stanno pianificando di radunarsi, ci si aspetta che i loro avversari "antifa" (antifascisti) tenteranno di impedirlo, ed entrambe le parti sono impazienti di venire alle mani. Quando gli stessi gruppi si sono scontrati a giugno, un giornalista conservatore, Andy Ngo, è stato percosso così violentemente che è stato ricoverato in ospedale con un'emorragia cerebrale.

 

Una intolleranza simile si è diffusa anche in Europa. I manifestanti francesi dei "gilet gialli" hanno picchiato diverse volte le troupe televisive (e molto più spesso sono stati picchiati violentemente dalla polizia, ndt). In Gran Bretagna qualsiasi discussione sulle questioni riguardanti i transgender è esplosiva. A settembre, ad esempio, il Consiglio comunale di Leeds ha vietato a Woman's Place Uk, un gruppo femminista, di tenere un incontro perché gli attivisti le avevano accusate di "transfobia". (Le femministe non pensano che il semplice dichiarare "Io sono una donna" debba consentire a maschi biologici il diritto di entrare negli spazi riservati alle donne, come spogliatoi e rifugi antistupro.)

 

“È quasi impossibile avere un dibattito libero [su questo argomento]. Non ho mai visto niente del genere", afferma Ruth Serwotka, co-fondatrice di Woman's Place Uk. Oggi, il gruppo comunica ai membri dove le riunioni avranno luogo con soltanto un paio d'ore di anticipo, per evitare interruzioni. Le femministe che mettono in discussione l'"autoidentificazione di genere" (l'idea che se dichiari di essere una donna, dovresti essere automaticamente trattata come una donna a termini di legge) sono sistematicamente minacciate di stupro o morte. Alcune hanno affrontato campagne organizzate per farle licenziare dai loro posti di lavoro, bannare da Twitter o arrestare. A marzo, ad esempio, Caroline Farrow, una giornalista cattolica, è stata interrogata dalla polizia britannica dopo che qualcuno si era lamentato del fatto che avesse usato il pronome sbagliato per descrivere una ragazza transgender. Un'altra femminista, la sessantenne Maria MacLachlan, è stata picchiata da un'attivista transgender allo Speakers' Corner di Londra, dove la libertà di parola dovrebbe essere sacrosanta.

01/09/19

Jacobin - Contro la felicità

Un mondo che vuole mantenere lo status quo cerca di imporci la felicità come supremo dovere individuale, forse per paura di cosa potrebbe fare una società che accettasse di essere arrabbiata. Jacobin Mag intervista Edgar Cabanas ed Eva Illouz, autori di un saggio che critica il pervasivo movimento ideologico noto da vent’anni come “psicologia positiva” ed “economia della felicità”: ammantato di pretese scientifiche, è il solito vecchio puntello culturale al pensiero unico neo-liberale, che vuole convincerci di essere tutti imprenditori di noi stessi. Ma se la felicità diventa un opprimente dovere da perseguire individualmente, le implicazioni di questo sono profonde quanto già note: i grandi cambiamenti socioeconomici non sono possibili e comunque non servono, mentre i sentimenti negativi (paura, rabbia) vengono denigrati prima e poi criminalizzati.

 

 

Intervista di David Broder a Edgar Cabanas e Eva Illouz - 29 agosto 2019

 

La felicità suona come una bella cosa. Non per nulla c’è un sacco di gente nel mondo che è pronta a vendercela. C’è un’industria con un giro di 12 miliardi di dollari all'anno che produce libri di auto-aiuto, conferenze, materiale audiovisivo, tutta roba che ci spiega quali sono i piccoli cambiamenti che tutti noi possiamo fare per raggiungere questa elusiva esistenza felice: dal visualizzare i nostri successi futuri al perdere peso o riordinare la nostra stanza.

 

Fino dalla fine degli anni ’90 questa industria è sostenuta da un bastione di scientificità, ovvero dalla “psicologia positiva”, promossa dall’ex presidente della American Psychological Association, Martin Seligman. La sua idea di “ottimismo appreso”, assieme a concetti come la “mindfulness”, è diventata parte delle idee che il buon senso ci suggerisce per migliorare la nostra esistenza.

 

Alcuni di questi discorsi sembrano voler creare un “culto”, e assomigliano piuttosto a invocazioni a digerire una realtà della quale siamo scontenti. Viene suggerito che i nostri problemi siano tutti nelle nostre teste, così come il sentiero per trasformarci in persone migliori. Non sorprende che tutto questo venga usato nei posti di lavoro per farci restare belli sorridenti mentre facciamo quello che ci dicono di fare.

 

Eva Illouz e Edgar Cabanas sono gli autori del recente libro “Manufacturing Happy Citizens” [letteralmente “Fabbricare cittadini felici”, NdT], che indaga su come le nuove discipline della “economia della felicità” e della “psicologia positiva” stiano servendo come nuovi meccanismi di controllo sociale. David Broder di Jacobin li ha intervistati per chiedere loro lumi su questo culto della “felicità”, su che tipo di cittadini stiamo diventando, e sui meno felici effetti del nuovo individualismo.

 

DB:

 

Un tema chiave del libro è l’auto-disciplina individuale che è intrinseca al culto della “felicità”. Vale a dire l’idea che l’unico modo per migliorare la nostra vita sia quella di produrre una versione migliorata di noi stessi. Dal punto di vista storico si tratta di un’idea nuova?

 

EC/EI:

 

È solo vino vecchio in una botte nuova. Il nuovo culto della felicità è poco più del vecchio culto dell’individuo che si è costruito da sé [“self-made individual”, NdT] mascherato da scienza positiva con l’aggiunta di pretese di universalismo e neutralità. È un’idea che proviene da un’antica tradizione, profondamente convinta che la felicità e la sofferenza, la ricchezza e la povertà, la salute e la malattia, siano caratteristiche individuali, e che la chiave del successo risieda nel potere degli individui di risollevarsi, crescere nonostante le avversità e sviluppare il loro potenziale interiore.

 

Questa idea è stata diffusa da potenti istituzioni conservatrici, dalla cultura imprenditoriale e dalla letteratura sull’auto-aiuto durante il ventesimo secolo, e a partire dagli anni ’60 anche dai pensatori neo-liberali, specialmente negli Stati Uniti. Il campo della psicologia positiva è uno dei più recenti rappresentanti di questa tradizione individualistica.

 

Nonostante ciò, la comparsa di questo settore vent’anni fa apparve come quella di un vero innovatore, perché per la prima volta tutte queste assunzioni sembravano acquisire una legittimità scientifica. Questa è forse l’unica vera novità. Ma questo implica anche una differenza cruciale, non solo perché queste e simili idee sono prepotentemente entrate nell’ambito accademico – e dunque sono diventate materia di indagine scientifica – ma anche perché la ricerca della felicità si è trasformata da motto politico-ideologico quasi esclusivamente nord-americano a presunta questione “scientifica” di rilevanza mondiale.

 

Non di meno, la base scientifica che sta dietro alla psicologia positiva è stata messa seriamente in discussione. Numerose e importanti critiche sono state mosse alle fondamentali assunzioni teoriche in questo ambito, tra cui la decontestualizzazione e le pretese etnocentriche, la ipersemplificazione teorica, le tautologie e le contraddizioni, i limiti metodologici, i seri problemi di replicabilità dei risultati, le eccessive generalizzazioni e perfino l’efficacia terapeutica e lo status stesso di scientificità. Diventa quindi più che evidente che la psicologia positiva non può avere prosperato su basi esclusivamente scientifiche. Questa è una delle ragioni per le quali nel nostro libro forniamo le spiegazioni sociologiche ed economiche alla base dell’ampio successo di questo settore e delle sue idee.

 

DB:

 

Voi descrivete la nascita di strumenti come il Rapporto mondiale sulla felicità dell’ONU e la Iniziativa per il miglioramento della vita dell’OCSE, che cercano di fornire indici quantitativi della felicità umana in vari ambiti. Queste iniziative potrebbero essere percepite come un modo di ampliare l’uso degli indicatori usati per determinare le priorità politiche, al di là degli indicatori strettamente economici quali il PIL. In che senso questi strumenti sono “ideologici”? Il problema risiede negli specifici indicatori su cui essi sono basati o sull’idea stessa di indici obiettivi e universali della felicità?

 

EC/EI:

 

Entrambe le cose. Primo, le affermazioni degli “scienziati della felicità”, secondo cui la felicità sarebbe un bene auto-evidente in se stesso, così come gli obiettivi fondamentali che ciascuna società dovrebbe perseguire, sono assunti per principio più che dimostrati, sono assunzioni ideologiche dell’utilitarismo più che dati scientifici. Non c’è modo di dimostrare queste affermazioni: bisogna semplicemente prenderle per buone. Bisogna poi prendere per buono anche il fatto che la felicità sia una questione soggettiva e psicologica, indipendente da altri indicatori socioeconomici. Questo è un modo molto individualista di concettualizzare la felicità, e rappresenta precisamente il quadro teorico all’interno del quale la felicità viene “misurata”.

 

Non sorprende che gli esperti della felicità trovino spesso che, a dispetto di altri fattori politici e socioeconomici, l’individualismo è la variabile che è più fortemente associata alla felicità. Ma che cos’è la felicità? Non viene mai definita. A quanto pare la felicità è quella cosa che viene misurata dai questionari sulla felicità, e le domande poste da questi questionari riguardano solo atteggiamenti, sentimenti e percezioni, ma non condizioni sociali o economiche.

 

Per quanto riguarda i metodi, gli scienziati della felicità si basano soprattutto su misure auto-riportate di felicità, vale a dire chiedono direttamente alle persone quanto felici si sentono. Queste misure auto-riportate presentano dei problemi. Per esempio, non è chiaro se le misure della felicità siano realmente confrontabili tra individui diversi, tra paesi diversi, o perfino tra un individuo e se stesso in momenti diversi. Come facciamo a dire se un punteggio di 7 su 10 dato da qualcuno al questionario della felicità valga quanto un punteggio di 7 su 10 dato da un individuo diverso? Come facciamo a dire se un punteggio di 7 dato da un irlandese vale di più o di meno di un punteggio di 6 o 8 dato da un cambogiano o da un cinese? Un individuo che risponde con un punteggio di 5 è più felice di uno che risponde con un punteggio di 3? Ma di quanto? Qual è il significato di un punteggio di felicità di 10 su 10? Un altro problema è che questo metodo limita seriamente la varietà di risposte realmente informative che le persone possono dare rispetto alla propria felicità. Questo è importante, perché le domande a risposta chiusa rischiano non solo di orientare le risposte verso ciò che il ricercatore si aspetta di trovare, ma trascurano anche informazioni che sarebbero importanti nel momento in cui si cerca di applicare questi indici di felicità alle decisioni politiche.

 

Gli indicatori della felicità sono ideologici anche nel modo in cui vengono usati. Come dimostriamo nel libro, questi indicatori sono spesso serviti come copertura per nascondere difetti imporanti e strutturali del sistema economico e politico. Vale a dire, sono serviti spesso per mettere da parte e sviare l’attenzione da indicatori socioeconomici obiettivi e complessi sul benessere, quali la distribuzione del reddito, le disuguaglianze materiali, la segregazione sociale, le iniquità di genere, la salute della democrazia, la corruzione e la trasparenza, le opportunità reali e percepite, il sostegno sociale o il tasso di disoccupazione. Illustriamo questo punto con i casi esemplari di Regno Unito, Cile, India, Israele ed Emirati Arabi Uniti. In quest’ultimo caso la dice lunga il fatto che un paese caratterizzato da povertà diffusa, continue violazioni dei diritti umani, elevati tassi di malnutrizione, mortalità infantile e suicidi abbia adottato una “misura della felicità” come iniziativa principale per valutare l’impatto delle politiche nazionali. Forse lo hanno fatto perché gli Emirati Arabi Uniti vanno molto meglio negli indicatori di felicità che in qualsiasi altro dei fattori socioeconomici sopra menzionati, secondo il Rapporto mondiale sulla felicità dell’ONU, e appare tra i venti paesi più felici del mondo. Se la felicità fosse concettualizzata e misurata in modo diverso, ci troveremmo con risultati differenti.

 

Questi indicatori sono stati usati anche per regolare delicate questioni politiche ed economiche in un modo che si sostiene essere non-ideologico. La disuguaglianza è uno degli esempi più recenti e più chiari. Alcuni sostenitori della felicità affermano che la disuguaglianza di reddito sia più benefica per la felicità delle persone di quanto si sia pensato finora. Si sostiene che la disuguaglianza non sia accompagnata da una diminuzione delle opportunità, ma da un “fattore speranza”, in base al quale i poveri percepirebbero il successo dei ricchi come un presagio di opportunità future. Questo a sua volta dovrebbe risvegliare le speranze e la felicità, qui riferita alla maggiore motivazione che i poveri troverebbero in vista di una possibile prosperità. In che termini questo può essere visto come qualcosa di diverso da una serie di assunzioni ideologiche? A quanto dicono, le loro affermazioni sarebbero sostenute dai dati. Tuttavia, come Stevenson e Wolfers hanno mostrato rispetto alle relazioni tra felicità e reddito, lo stesso insieme di dati si presta a molte diverse interpretazioni e può portare anche a conclusioni del tutto opposte.

 

In definitiva, il problema principale degli indici di felicità non è che essi siano ideologici – a dire il vero, qualsiasi indice volto a misurare il progresso è ideologico, a partire dal concetto stesso di progresso. Il problema principale è che questi indici della felicità tentano di presentarsi come criteri obiettivi e neutrali, spogliati da qualsiasi contenuto morale, politico o ideologico. Come mostriamo nel nostro libro, questa presunta neutralità va rifiutata.

 

DB:

 

Il libro discute l’ascesa della psicologia positiva alla fine degli anni ’90 su spinta dell’allora presidente dell’APA Martin Seligman. Si tratta di un progetto che descrivete in termini di un’epifania, una rivelazione quasi religiosa, come fosse una “rinascita”. I suoi sviluppi sono a loro volta legati all’avanzata dei libri e delle varie idee di “auto-aiuto” per la realizzazione del potenziale individuale. Cosa c’è di comune tra la psicologia positiva e l’industria dell’auto-aiuto da un lato, e i culti e l’evangelismo religioso dall’altro? Cosa dobbiamo pensare della sua pretesa “scientifica” di estendere la psicologia oltre il terreno della malattia mentale?

 

EC/EI:

 

Sebbene gli psicologi positivi abbiano ripetutamente fatto sforzi per minimizzare il peso dell’etnocentrismo e delle radici spirituali, la verità è che le loro connessioni istituzionali e le loro affermazioni rivelano profonde assunzioni spirituali e religiose.

 

Non c’è forse istituzione che più della John Templeton Foundation – fondata nel 1978 dall’anziano presbitero, investitore finanziario e filantropo Sir John Templeton – abbia attivamente sostenuto l’unione di scienza e religione. In questo lo stesso Templeton ha investito centinaia di milioni di dollari. Il coinvolgimento finanziario di Templeton nella fondazione e nella diffusione della psicologia positiva è stato cruciale. La sola fondazione ha visto l’investimento di decine di milioni di dollari nei programmi di ricerca di psicologia positiva per lo studio della salute positiva, dell’istruzione positiva, della resilienza, della mindfulness, delle neuroscienze positive, della trascendenza, della spiritualità, della speranza, del perdono, del potere della volontà e della perseveranza nel raggiungimento degli obiettivi, per citarne alcuni. Lo stesso Martin Seligman ha ripetutamente riconosciuto il ruolo cruciale della Templeton Foundation nel successo della psicologia positiva. Questo comprende l’istituzione del Centro per la psicologia positiva in Pennsylvania, la creazione di una rete istituzionale globale di riviste scientifiche e pubblicazioni, programmi di dottorato e corsi di laurea specializzati in corsi sulla psicologia positiva, simposi e laboratori, nonché generose borse di studio e premi per ricercatori sia giovani che senior sotto il nome di Templeton Prize for Positive Psychology, considerato il più ricco riconoscimento monetario al mondo assegnato in ambito psicologico.

 

Da questo punto di vista, per esempio, una delle principali linee di ricerca, coordinate da Seligman e sviluppate da George Vaillant, ha due obiettivi fondamentali. Primo, combinare l’integrazione dei vari risultati provenienti dall’antropologia culturale, dalle neuroscienze e dalla biologia evoluzionistica con lo studio delle biografie di individui che riflettono profonde componenti spirituali. Secondo, indagare il ruolo della spiritualità nella vita di successo. Molti altri psicologi positivi hanno difeso attivamente l’importanza della relazione tra spiritualità, salute e felicità.

 

Per esempio, nel suo libro “The How of Happiness: A New Approach to Getting the Life You Want” ("Il come della felicità: un nuovo approccio per ottenere la vita che vuoi", ndt) Sonja Lyubomirsky afferma che le persone religiose sono più felici, più sane e recuperano prima dai traumi rispetto alle persone non religiose. Lyubomirsky trascura l’evidenza che mostra che la maggiore felicità delle persone religiose è mediata dal mutuo sostegno, dal senso di comunità e dalle cure istituzionali, e difende invece la spiritualità e la religione come una questione strettamente individuale, affermando che semplicemente attraverso la fede religiosa le persone possono aumentare la propria salute e la propria felicità. A questo proposito non sorprende che esercizi come contare le benedizioni, scrivere lettere di perdono, esprimere gratitudine o praticare regolarmente la meditazione siano tra i più frequenti rimedi che la psicologia positiva offre ai problemi della gente, presentati come chiavi psicologiche per una vita più piena e di successo. Questi sono solo alcuni esempi, ma ce ne sarebbero molti altri. Simili affermazioni vengono fatte anche dalla letteratura sull’auto-aiuto.

 

DB:

 

Voi citate Margaret Thatcher come esempio del fatto che il neo-liberalismo non è solo un progetto economico, ma un progetto che usa l’economia per rimodellare i pensieri e i sentimenti delle persone. In effetti l’idea di “auto-aiuto” sembra rappresentare un’ideologia potentemente individualizzante, che scarica sull’individuo stesso tutta la responsabilità delle sue scelte e delle sue possibilità nella vita. Se siete infelici non è colpa della società, è solo colpa vostra. Quali connessioni ci sono tra la “economia della felicità”, la psicologia positiva e l’industria dell’auto-aiuto da un lato, e le forze politiche organizzate, quali ad esempio i think tank neo-liberali, dall’altro?

 

EC/EI:

 

Ci sono due connessioni principali. La prima è politica e fa riferimento al fatto che molti psicologi positivi ed economisti della felicità, tra cui ovviamente le figure leader, non sono semplici ricercatori, ma occupano importanti posizioni di potere e di influenza. Non si tratta solo dell’ambito accademico, ma anche dell’influenza economica e delle istituzioni sociali globali. Alcuni vengono chiamati come consiglieri in materia economica o di istruzione. Molti altri vengono frequentemente ingaggiati da grandi aziende e alcuni sono perfino a capo di iniziative di alto profilo nell’esercito statunitense.

 

La seconda connessione è di tipo ideologico. Consideriamo ad esempio l’ambito dell’istruzione. Gli “educatori positivi” lavorano su due precetti principali: primo, che promuovere le “abilità psicologiche della felicità” nei giovani non è solo un obiettivo desiderabile per se stesso, ma anche un mezzo importante per la prevenzione della psicopatologia, una strada verso un migliore apprendimento e un maggiore successo accademico; secondo, che i fattori psicologici sono fondamentali per il successo scolastico, più di quanto lo siano i fattori sociologici o contestuali. Negli anni tra il 2008 e il 2018 la “istruzione positiva” si è progressivamente stabilita come priorità in ambito scolastico in molti paesi del mondo. Sono emerse un numero crescente di associazioni private e pubbliche, think tank, consulenti e reti globali volte a persuadere i decisori politici a modificare le modalità educative di modo che i professionisti vengono incoraggiati, ovunque nel mondo, a educare il carattere al benessere psicologico. Questo, per esempio, è il caso dell’International Positive Education Network creato nel 2014.

 

Queste iniziative hanno bisogno di sostegno scientifico, e il ruolo degli psicologi positivi e degli economisti della felicità da questo punto di vista è fondamentale. Questi ultimi hanno sostenuto che l’istruzione positiva implichi un cambiamento rivoluzionario nel modo in cui gli studenti dovrebbero essere istruiti ed educati, mettendo in luce le ragioni di un’istruzione rivolta alla felicità non solo al fine di migliorare l’istruzione, ma anche l’economia. Affermano che ri-orientare le istituzioni scolastiche verso l’istruzione positiva, cambiando gli atteggiamenti di insegnanti, studenti e genitori offrirebbe alternative più economiche per la soluzione dei problemi scolastici. Gli psicologi positivi sostengono che la felicità dovrebbe essere insegnata nelle istituzioni scolastiche come antidoto alla depressione e come veicolo per aumentare la soddisfazione nella vita e come aiuto per il pensiero creativo.

 

A dire la verità, non c’è evidenza scientifica a sostegno delle affermazioni secondo le quali l’istruzione positiva funzionerebbe nel senso di migliorare gli standard, con risultati scolastici migliori e un migliore apprendimento da parte degli studenti. Al contrario, numerose rassegne critiche, articoli e meta-analisi mettono in luce le gravi limitazioni e i problemi dell’istruzione positiva in termini sia teorici che metodologici, riferendosi alla mancata replicabilità dei risultati e di studi comparativi, all’insufficiente evidenza empirica, a risultati scientifici deboli o che mostrano addirittura esiti controproducenti. Quindi, una volta ancora, sembra che il successo di queste idee sia più legato a ragioni ideologiche che alla qualità della ricerca.

 

DB:

 

Voi riportate la formula della felicità postulata da Seligman, secondo la quale i fattori genetici contribuiscono per il 50 per cento a determinare la nostra felicità, quelli cognitivi, emotivi, e le nostre scelte per il 40 per cento, e i fattori esterni quali l’istruzione e le risorse materiali solo per il 10 per cento. Questo sembra ovviamente negare l’importanza delle condizioni sociali nel determinare la nostra felicità. Ma cosa ci dite delle basi ideologiche di questa formula, che attribuisce così tanta importanza non solo alle nostre scelte soggettive, ma anche alle basi genetiche?

 

EC/EI:

 

Il tempo ha mostrato che questa cosiddetta formula non ha alcuna validità scientifica. Perfino gli psicologi positivi l’hanno ritrattata.

 

Da un lato, però, legare la felicità alle basi genetiche individuali ha funzionato bene, non solo per passare sugli studi sulla felicità una verniciata di “scienza dura”, ma anche per differenziare ciò che l’ambito può offrire da ciò che altri scrittori dell’auto-aiuto ed esperti della felicità (consulenti, motivatori) possono offrire.

 

Dall’altro lato, legare la felicità alle basi genetiche era un altro modo per sottolineare l’idea principale di fondo, quella secondo cui i fattori non-individuali giocano un ruolo complessivamente insignificante nel benessere delle persone (appena il 10 percento). Insomma, minimizzare – se non negare completamente – il ruolo delle circostanze oggettive nel determinare la felicità delle persone è stato uno dei marchi di fabbrica di questa disciplina fin dalle origini.

 

Tuttavia, se ciò che dicono gli psicologi positivi fosse vero, ne dovrebbe seguire direttamente una conclusione: perché dare la colpa alle strutture sociali, alle istituzioni o alle misere condizioni di vita quando le persone hanno sentimenti di depressione, stress o ansia per il proprio futuro? Perché riconoscere che condizioni di vita privilegiate fanno sì che le persone si sentano e vivano bene? Non si tratta forse di un altro modo per giustificare l’assunzione meritocratica secondo la quale, dopotutto, ognuno ha quello che si merita? In fondo, se i fattori non-individuali sono praticamente esclusi dalla formula, che altro resta se non il merito, lo sforzo, la tenacia, a spiegare perché le persone sono felici o infelici?

 

DB:

 

Voi parlate di “capitale psicologico” e dell’imperativo di mantenere un ottimismo costante come base per il progresso di ciascuno come “imprenditore di se stesso”. Ma se queste sono forze disciplinanti, volte a modellare i cittadini neo-liberali che vedono se stessi solo come individui sul mercato, ci servono allora forme alternative di ottimismo collettivo – come la fiducia, portata avanti storicamente dal movimento socialista, nel fatto che possiamo realmente scegliere il percorso della felicità, però non su base individuale? O dobbiamo fare una critica più generale alla felicità stessa come obiettivo?

 

EC/EI:

 

Uno dei punti principali che sviluppiamo nel libro è la relazione tra la felicità, la gestione aziendale, l’imprenditorialità e il lavoro. Sviluppiamo l’argomento secondo il quale la felicità è diventata una strategia utile a giustificare le gerarchie organizzative implicite di controllo e di sottomissione alla cultura aziendale.

 

Laddove i posti di lavoro promettono maggiore responsabilizzazione ed emancipazione dal controllo aziendale, un’occhiata più attenta alle realtà organizzative mostra che la promozione della “felicità nel lavoro” è stata particolarmente efficace proprio a ottenere l’opposto. La felicità nel lavoro è tornata comoda, in realtà, per spingere il peso della responsabilità più in basso nella gerarchia, rendendo i semplici impiegati responsabili dei propri successi e dei fallimenti, ma anche di quelli della loro azienda. La felicità nel lavoro si è dimostrata conveniente per chiedere ai lavoratori più impegni e più prestazioni, spesso in cambio di ricompense comparativamente inferiori. È servita per togliere l’accento dalle condizioni oggettive del lavoro – incluso il salario – nel momento in cui i lavoratori valutavano la propria soddisfazione. È servita per incoraggiare gli impiegati ad agire autonomamente nel momento in cui vengono costretti a conformarsi alle aspettative aziendali, a identificarsi nei valori dell’azienda e a dimostrare acquiescenza e conformismo alle norme aziendali.

 

Cosa più importante, la felicità nel lavoro si è dimostrata utile a rendere più tollerabili o perfino accettabili ai lavoratori le contraddizioni e l’auto-sfruttamento che si attuano nel lavoro. Dai lavoratori oggi non ci si aspetta più soltanto che si adattino flessibilmente e con i propri mezzi a richieste in continuo cambiamento e alle necessità dell’azienda, che facciano fronte personalmente alle circostanze avverse, alle inevitabili sconfitte e a carichi di lavoro crescenti, che adottino ruoli più attivi, più creativi e auto-diretti nelle proprie mansioni. Ci si aspetta anche che amino quello che fanno e che lo vedano non come una necessità, ma come una fonte di piacere e di auto-realizzazione. Ad ogni modo, se i lavoratori non sembrano avere beneficiato granché da tutta questa promozione della felicità nel lavoro, ne hanno certamente beneficiato le aziende.

 

Se dobbiamo proprio dire la verità, quello che fa felici le aziende non è lo stesso che fa felici i lavoratori. Questo non significa che le aziende non debbano preoccuparsi dei propri dipendenti. Ma sarebbe ingenuo pensare che i meccanismi di controllo siano scomparsi dalla sfera organizzativa. Sono solo stati internalizzati.

 

Detto questo, e considerando l’insieme, se alla fine scoprissimo che la felicità è quella cosa che le aziende, gli alfieri neo-liberali e l’enorme industria della felicità trovano così utile ai propri scopi, allora la risposta alla domanda sarebbe che la ricerca della felicità ci chiede troppo in cambio, e che probabilmente prima o poi si ritorcerà contro i più vulnerabili. Se invece scoprissimo che la felicità non è questo – e che le aziende, gli alfieri neo-liberali e l’industria della felicità si sono solo appropriati di una parola a proprio vantaggio – allora non dobbiamo abbandonare la felicità, ma ripensarla in una prospettiva più sociale e culturale.

 

Certo, abbiamo bisogno di speranza e di obiettivi che meritino di essere raggiunti. Ma ne abbiamo bisogno senza quell’ottimismo tirannico, sordo, conformista e quasi religioso che ci propinano assieme alla felicità. Abbiamo bisogno di un tipo di felicità basata sull’analisi critica, la giustizia sociale e l’azione collettiva, non di una felicità paternalistica che decide per noi quello di cui abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di una felicità che non si ritorca contro i più vulnerabili. Abbiamo bisogno di una felicità che non consista in un’ossessione verso la nostra interiorità e il sé, perché l’interiorità non è dove vogliamo costruire e trascorrere la nostra vita, e non è certo il posto dove riusciremo a ottenere dei cambiamenti sociali significativi.

 

30/08/19

Foreign Policy – La Germania è un masochista economico

Le cose si mettono nuovamente male per la Germania e Foreign Policy riepiloga tutto quello che non va nell’approccio economico tedesco: la compressione della domanda interna, la troppa dipendenza dalle esportazioni (per un paese di tali dimensioni), le riforme Hartz, l’enorme accumulo di risparmio, gli scarsi investimenti interni e il pareggio di bilancio. La Germania confonde il successo economico (e la produttività) con la competitività di prezzo, e sbandiera orgogliosamente questa sua confusione. A nostro parere mancano due punti nell’analisi. Il primo, madornale ma comprensibilmente assente, è la menzione del ruolo della moneta unica (che come sappiamo paralizza proprio gli aggiustamenti della competitività di prezzo tra paesi). Il secondo è che forse alla classe dominante tedesca il successo economico potrebbe interessare relativamente poco rispetto all’imposizione delle condizioni che permettano il loro dominio politico sull’intera Europa.

 

 

di Simon Tilford, 21 agosto 2019

 

Durante la maggior parte degli ultimi 10 anni la Germania è stata lodata per la sua capacità di adattamento alla globalizzazione, la sua oculata gestione delle finanze pubbliche e la sua stabilità politica. Alcuni si sono perfino lanciati a parlare di un nuovo Wirtschaftswunder (miracolo economico). Oggi stanno crescendo i timori che un aggravarsi delle tensioni nel commercio globale e un rallentamento della Cina mettano in seri guai l’economia del tedesca, così dipendente dalle esportazioni, minacciando di riportare il paese alla condizione di “malato d’Europa” che aveva all’inizio degli anni 2000.

 

La realtà è meno esagerata di così. L’economia tedesca negli ultimi 10 anni non è andata così bene come si dice di solito, e d’altra parte il governo tedesco potrebbe facilmente intraprendere delle mosse per rafforzare la propria economia, se lo volesse. Tuttavia ci sono ben pochi segnali che indichino una sua volontà di fare quanto necessario; questo a causa di una radicata convinzione in Germania (in tutto lo spettro politico) che la spesa in deficit sarebbe economicamente controproducente e politicamente impopolare.

 

Nel corso degli ultimi 10 anni l’economia tedesca è andata abbastanza bene in confronto a economie europee simili, come quella francese e quella britannica, tuttavia non ha fatto meglio rispetto agli Stati Uniti. In più, nel corso degli ultimi 20 anni la Germania è cresciuta complessivamente in linea con le altre grandi economie europee (a eccezione dell’Italia, che è stata un disastro), e per molti aspetti è andata peggio rispetto agli Stati Uniti. Di sicuro non c’è stato alcun Wirtschaftswunder.

 

In aggiunta a tutto questo, l’economia tedesca nel corso dello stesso periodo è diventata fortemente dipendente dalle esportazioni. La Germania già da tempo tendeva ad accumulare surplus commerciali, ma mai della dimensione attuale. Il paese accumula surplus commerciali in media di quasi l’8 percento del PIL dal 2005, e del 6.5 percento dal 2004. Con una somma vicina ai 300 miliardi di dollari nel solo 2018, il surplus commerciale tedesco è indubbiamente il più grande al mondo. La forte attenzione dell’economia tedesca verso il commercio estero spiega perché la Germania abbia avuto un rimbalzo più rapido delle altre economie europee dopo la crisi finanziaria, ma spiega anche perché le prospettive della Germania si siano deteriorate in modo molto netto negli ultimi 12 mesi, periodo in cui il contesto internazionale è rapidamente peggiorato.

 

C’è la tendenza, in Germania e altrove, a parlare degli squilibri commerciali in termini di competitività, per cui i paesi coi surplus sarebbero “competitivi” e quelli coi deficit sarebbero “non competitivi”. In risposta alle critiche del presidente statunitense Donald Trump nel 2017 sulla dimensione del surplus tedesco, l’allora ministro dell’economia del paese, Sigmar Gabriel (socialdemocratico), scherzò dicendo che gli Stati Uniti dovevano preoccuparsi solo di costruire automobili migliori. Gli economisti tedeschi e i rappresentanti dei ministeri dell’economia e delle finanze, dal canto loro, tendono ad alzare le mani e dire che il surplus commerciale tedesco non è altro che l’esito delle decisioni del settore privato, e che il governo tedesco non ci può fare nulla. Entrambi i punti sono, nel migliore dei casi, fuorvianti.

 

La bilancia commerciale di un paese è la differenza tra ciò che il paese produce e quello che consuma. La Germania produce molto più di quello che consuma, perché è un paese che risparmia molto più di quanto investa. Questo non è dovuto in modo determinante all’invecchiamento della popolazione (il tasso di risparmio delle famiglie è sempre stato alto e non è cresciuto in modo determinante nel corso degli ultimi 15 anni), ma è dovuto al gonfiarsi dei risparmi del settore imprenditoriale e del settore pubblico, dato che la Germania accumula surplus fiscali dal 2013. Gli Stati Uniti, al contrario, consumano più di quanto producano. Vale a dire che i risparmi interni sono insufficienti a finanziare gli investimenti. Questo ci dice poco sul successo delle due rispettive economie, quantomeno se per successo intendiamo i livelli di produttività e, di conseguenza, gli standard di vita. Ci dice molto, invece, sulla competitività dei prezzi dei due paesi sui mercati globali.

 

È decisamente inusuale, per un’economia grande come la Germania, essere così sensibile ai cambiamenti della domanda estera. Di solito un’economia di quelle dimensioni è guidata principalmente dalla domanda interna. Ma non c’è nulla di inevitabile nella dipendenza della Germania dalle esportazioni. Essa riflette le scelte politiche fatte dal paese negli ultimi 15 anni. Lungi dall’essere alla mercé di forze globali oltre il proprio controllo, il governo tedesco potrebbe intraprendere delle misure per ribilanciare l’economia del proprio paese.

 

La ragione principale per la quale i risparmi tedeschi sono cresciuti e gli investimenti si sono indeboliti è un grande trasferimento del reddito nazionale dalle famiglie alle imprese. Questo riflette una crescita molto modesta dei salari per quelli che hanno un basso reddito, e una politica fiscale che ha favorito il settore commerciale a discapito delle famiglie. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, i consumi delle famiglie tedesche sono crollati da circa il 63 percento del PIL nel 2005 al 51 percento del PIL nel 2018. Se il trasferimento dei redditi verso il settore imprenditoriale ha aumentato i profitti e la competitività di prezzo delle esportazioni tedesche, non ha fatto nulla per potenziare gli investimenti e, quindi, la crescita della produttività dell’economia tedesca nel suo insieme. La ragione è che la debolezza dei consumi ha minato gli incentivi delle aziende a investire all’interno del paese, preferendo invece sedersi su una montagna di liquidità.

 

La domanda estera di beni tedeschi si sta contraendo, portando l’economia del paese alla paralisi. Ma non c’è motivo di pensare che la Germania stia tornando a essere il malato d’Europa. La maggiore sfida alla quale il paese si trova di fronte è quella delle proprie politiche, non quella del peggioramento del contesto internazionale. La Germania potrebbe facilmente intraprendere delle misure per potenziare i consumi interni e compensare l’indebolimento della domanda estera. Il governo tedesco potrebbe ridurre le tasse sui redditi medio-bassi, aumentare i salari nel settore pubblico, lanciare un grande programma di investimenti pubblici e rovesciare gli elementi fondamentali della riforma Hartz del mercato del lavoro implementata tra il 2003 e il 2005, che ha minato il potere contrattuale dei lavoratori e contribuito a creare un’ampia economia di bassi salari.

 

Molti economisti tedeschi, e non solo quelli di sinistra, stanno chiedendo al governo di riformare l’impegno del paese, costituzionalmente sancito, sul pareggio di bilancio del governo federale nel ciclo economico. Affermano giustamente che questo impegno sta impedendo al paese di rinnovare le sue infrastrutture progressivamente fatiscenti. In una situazione in cui il costo del debito è addirittura negativo (vale a dire che gli investitori sono disposti a pagare pur di prestare soldi al governo tedesco), l’indebitamento si pagherebbe da solo. Molti economisti conservatori e molti uomini d’azienda, però continuano a sostenere che ciò di cui il paese ha bisogno sono tagli alle tasse per le aziende e ulteriore flessibilità nel mercato del lavoro.

 

Esiste un compromesso: un allentamento delle regole fiscali del paese e un aumento degli investimenti pubblici, ma anche l’abolizione della cosiddetta tassa di solidarietà, una sovrattassa del 5,5 percento sul reddito e sulle impsote societarie introdotta dopo la riunificazione per finanziare la ricostruzione della Germania orientale. Una maggiore spesa pubblica, specialmente in investimento, darà certamente stimolo all’economia, specialmente ora che il governo può prendere soldi in prestito gratuitamente. Maggiori investimenti pubblici stimolerebbero la produttività, per esempio alleviando i colli di bottiglia nei trasporti all’interno del paese e migliorando la scarsa infrastruttura di telecomunicazioni, senza con questo sostituirsi a maggiori investimenti privati. Al contrario delle affermazioni degli economisti conservatori, abolire la tassa di solidarietà farà ben poco per stimolare gli investimenti, perché servirà in modo sproporzionato a beneficiare chi sta già bene e le aziende e i gruppi che hanno un’alta propensione al risparmio. Con una tassazione sui profitti già ampiamente ridotta, le aziende siedono già su una montagna di liquidità che non ha precedenti. Ciò che un ulteriore taglio delle tasse sui profitti farebbe è di aumentare ancora di più i risparmi e, con essi, la dipendenza del paese dalle esportazioni.

 

28/08/19

Negli USA una mamma fa causa alla contea per aver dato il permesso al suo figlio minorenne di cambiare sesso senza il suo consenso

Mentre i fatti di Bibbiano in Italia lanciano un avvertimento inquietante alle famiglie italiane su cosa può succedere ai bambini se i genitori vengono giudicati “non idonei”, negli Stati Uniti il processo è purtroppo molto più avanzato. I diritti di genitori “idonei” vengono completamente ignorati quando i figli vengono convinti a fare “la cosa giusta™”, come per esempio un’operazione di cambio di sesso quando sono ancora minorenni.

 

 

Di Lisa Bourne, 24 luglio 2019

 

 

Una mamma del Minnesota, il cui figlio è stato convinto a sottoporsi a “cambio di sesso” dai funzionari della sua contea, ha chiesto alla Corte Suprema USA di rivedere il suo caso. Accusa il governo di aver usurpato i suoi diritti genitoriali in quanto un agente governativo ha fornito a suo figlio i servizi transgender e gli stupefacenti contro la volontà della madre.

 

Mercoledì la Thomas More Society ha presentato una petizione all'Alta Corte  per conto di Anmarie Calgaro, sostenendo che i diritti al giusto processo della Calgaro sono stati "calpestati" quando la contea di St. Louis e i suoi operatori sanitari "hanno posto fine alla sua potestà genitoriale sul figlio minore senza alcuna ordinanza di emancipazione di un tribunale”.

 

“E’ il peggior incubo di un genitore” ha detto il consigliere speciale Erick Kaardal della Thomas More Society. “Il figlio di Anmarie Calgaro, mentre era minorenne, è stato avviato a un processo permanente di modificazione del corpo fisico, capace di determinare un cambiamento dell'intera vita, che lo ha reso una pedina dell’agenda sociopolitica di qualcun altro, influenzato da persone che non hanno alcun diritto giuridico o morale di usurpare il ruolo di un genitore”.

 

Nel 2016 la Calgaro ha citato in giudizio le agenzie statali e gli operatori sanitari davanti al tribunale federale per aver posto fine ai suoi diritti parentali senza il necessario processo, in quanto il suo figlio minore ha ricevuto assistenza medica per il cosiddetto “cambio di sesso” senza il consenso della madre o una sentenza legale di emancipazione.

 

Nella sua causa afferma che le autorità statali hanno deciso autonomamente che il ragazzo allora diciassettenne fosse emancipato.

 

La dichiarazione della “Thomas More” dice che gli imputati hanno gestito il caso del figlio della Calgaro come se fosse un minore emancipato, anche se non c’era stata alcuna azione giudiziaria in tal senso. Né il distretto scolastico, né la contea, né nessuna delle agenzie mediche indicate nella causa diedero alla Calgaro alcun preavviso o udienza prima di porre fine ai suoi diritti genitoriali sul figlio minore.

 

Un giudice distrettuale ha respinto la causa della Calgaro nel maggio 2017, ammettendo che il ragazzo non era legalmente emancipato da una sentenza del tribunale, ma ritenendo che tuttavia i diritti genitoriali della Calgaro “erano rimasti intatti”. La Thomas More Society dice che il giudice ha decretato che l’emancipazione de facto del figlio minore della Calgaro da parte della contea, della scuola e degli operatori sanitari non ha costituito una violazione dei diritti genitoriali costituzionalmente garantiti.

 

Il caso è andato in appello nel luglio 2017 e la sentenza la sentenza del tribunale distrettuale è stata confermata della Corte di Appello dell’8° Circuito nel marzo di quest’anno.

 

La Contea di St. Louis ha deciso senza alcuna base che il figlio della Calgaro era emancipato e poteva ricevere queste prestazioni sociali, anche se la Calgaro era un “genitore idoneo” non in accordo con le loro azioni, secondo la dichiarazione legale della Corte Suprema.

 

Secondo Kardaal: “Incredibilmente, lo Statuto del Minnesota autorizza una contea a ritenere un minore “emancipato” e in diritto di ricevere sussidi statali per vivere in proprio e permette agli operatori sanitari di ignorare il parere dei genitori se risulta che il minore vive in un luogo diverso dai genitori e gestisce personalmente le proprie finanze”.

 

“Ed è prassi corrente del distretto scolastico della contea di St. Louis in Minnesota di impedire a un genitore di essere conivolto nell’istruzione di un ragazzo per più di due anni dopo che il ragazzo è ritenuto, dal preside della scuola e non da una sentenza del tribunale, ‘emancipato’”. “Si tratta di una situazione inaccettabile per qualsiasi genitore e una seria violazione dei diritti genitoriali e del giusto processo”.

 

I termini dell’emancipazione in Minnesota sono vaghi, e la legge di stato non prevede alcun diritto procedurale per i “genitori idonei”, secondo Kaardal, sebbene li preveda per quelli non idonei.

 

“Perché non dovrebbe valere lo stesso per i genitori idonei?” ha chiesto.

 

Kaardal ha detto di essere particolarmente preoccupato per la contraddizione interna alle disposizioni giuridiche del Minnesota.

 

“La Corte di Appello USA ha ignorato la grande contraddizione nella decisione della Corte Distrettuale, in cui i diritti dei genitori sono ammessi ma non onorati, e la ridicola affermazione che le agenzie hanno violato i diritti della Calgaro, ma non hanno fatto nulla di male”. “La Corte Suprema USA ha ora l’opportunità di scongiurare questo scenario incompatibile e insostenibile; così che i genitori di tutti gli Stati Uniti possano continuare a fare i genitori senza interferenze governative”.

 

“Secondo la legge federale, il diritto dei genitori è considerato un diritto implicito, protetto dalle interferenze governative dalle Clausole del Giusto Processo del Quinto e Quattordicesimo Emendamento”, ha detto Kaardal. “La ‘garanzia’ delle clausole del Giusto Processo salvaguarda quei diritti sostanziali “così radicati nelle tradizioni e nella coscienza da essere classificati come fondamentali”.

 

La Corte Suprema USA si riunirà a ottobre.

 

 

 

 

23/08/19

Il nuovo ambientalismo: meno cambiamenti climatici, più controllo delle masse

 Un articolo del Daily Signal analizza il nuovo ambientalismo - proveniente dagli USA - alla luce delle dichiarazioni e degli strumenti di coloro che lo propongono. L’analisi costi-benefici è impietosa: a fronte di effetti ambientali insignificanti, le “ricette” proposte avrebbero costi economici stratosferici. Il nuovo ambientalismo non serve a tutelare l’ambiente, serve a dare una giustificazione alle élite per imporre ricette economiche che altrimenti nessuno accetterebbe.

 

 

Di Nicolas Loris e Kevin Dayaratna, 20 agosto 2019

 

 

Se qualcuno vi chiedesse di descrivere il Green New Deal (Nuovo Patto Verde, NdVdE), che cosa direste?

 

Secondo il senatore Bernie Sanders, è una "idea coraggiosa” che “creerebbe milioni di posti di lavoro ben pagati” e aiuterebbe a “ricostruire le comunità dell’America rurale che sono state distrutte”.

 

Ah, ma voi pensavate che il Green New Deal servisse a combattere i cambiamenti climatici? Be’, ripensateci.

 

In realtà si tratta di un cavallo di Troia dipinto di verde, progettato per aumentare il controllo del governo sull’economia.

 

Chiedete pure a Saikat Chakrabarti, capo dello staff di Alexandra Ocasio-Cortez, che ne è l’autrice: “La cosa interessante riguardo al Green New Deal è che in origine non riguardava affatto il clima” ha detto Chakrabarti. “In realtà noi lo intendiamo come un modo per cambiare l’intera economia”.

 

Ma in che misura il Green New Deal cambierebbe l’economia? In parole povere, la metterebbe in ginocchio.

 

Lo sappiamo, perché quando abbiamo tentato di usare il Modello Energetico Nazionale dell’Energy Information Administration per valutare in che modo il piano avrebbe influenzato l’economia, il modello è andato in crash.

 

Il Green New Deal è generoso in quanto a visione, ma avaro di dettagli. Per esempio, richiede di ridurre le emissioni di gas serra del 60% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2030, mentre l’obiettivo finale è di raggiungere emissioni nette nulle entro il 2050. Ma non dice come fare.

 

Una cosa è chiara: per raggiungere questi obiettivi, Washington dovrebbe imporre a tutti gli americani di ridurre il loro consumo energetico e/o rivolgersi a fonti di energia “verde” – e in fretta. E l’unica maniera di farlo è imporre tasse e regole coercitive.

 

Per valutare gli effetti economici di uno schema del genere, abbiamo iniziato guardando alla carbon tax – la raccomandazione più popolare tra coloro che chiedono al governo di rinunciare ai combustibili fossili.

 

Utilizzando il modello della Energy Information Administration, abbiamo fatto qualche prova per vedere quanto dovrebbe essere alta questa tassa per raggiungere gli obiettivi del Green New Deal. Abbiamo fatto impennare la tassa fino a 300 dollari per tonnellata, cosa che ha fatto diminuire le emissione del 58% rispetto ai livelli del 2010 – ma solo nel 2050.

 

Questo risultato è ancora molto distante dagli obiettivi del Deal, ma quando abbiamo tentato di spingere la tassa a valori ancora più alti, il modello è andato in crash. Chiaramente, gli obiettivi di emissioni del Green New Deal non sono realistici. Ma il pericolo che pongono all’economia è fin troppo reale.

 

Prima che il modello andasse in crash, abbiamo scoperto che una carbon tax di 300 dollari a tonnellata e le leggi relative costerebbero ad ogni famiglia di quattro persone quasi 8.000 dollari all’anno tra mancati redditi e maggiori costi energetici, maggiori prezzi al consumo e salari minori. Il costo totale a 20 anni è di 165.000 dollari.

 

Durante gli stessi 20 anni, la tassa farebbe sparire in media 1,1 milioni di posti di lavoro all’anno e farebbe diminuire il PIL di un totale di più di 15.000 miliardi.

 

Sembra un prezzo molto caro per raggiungere a mala pena la metà dell’obiettivo di emissioni-zero. Ne vale la pena? Dopo tutto, coloro che propongono l’eliminazione dei combustibili convenzionali sostengono che il costo del cambiamento climatico è molto superiore al costo delle politiche riguardanti il clima.

 

Tuttavia, in termini di “assicurazioni climatiche”, l’eliminazione delle emissioni di gas serra non porta molto lontano.

 

Per vedere se questo è vero, ci siamo rivolti a un altro strumento: il Modello per la Valutazione dei Cambiamenti Climatici Indotti dai Gas Serra. Sviluppato presso il Centro Nazionale per la Ricerca Atmosferica, questo modello valuta quanto gli aumenti e le diminuzioni negli andamenti dei gas serra influenzeranno le temperature globali e i livelli dei mari.

 

Se facciamo funzionare questo modello, troviamo che rifondare completamente l’economia americana – come prevede il Green New Deal – ridurrebbe il riscaldamento globale di circa 0,2 gradi Celsius nell’anno 2100. La riduzione nell’innalzamento dei mari sarebbe minore di due centimetri.

 

In altre parole, il Green New Deal offre minimi vantaggi climatici a fronte di costi incredibilmente alti.

 

Chakrabarti ha ragione. Il Green New Deal non riguarda i cambiamenti climatici proprio per niente. E certamente cambierebbe l’economia – in peggio.

 

 

22/08/19

WSJ - Un "pass Matteo" per l'Italia

Sul Wall Street Journal un'analisi pacata e lucida della situazione italiana giunge alla conclusione che la soluzione preferibile sia consentire agli elettori di esprimersi su Matteo Salvini, il vincitore più probabile di nuove elezioni. Un'Italia scontenta e priva delle riforme di cui ha bisogno rappresenta una minaccia peggiore per la stabilità europea di un possibile governo Salvini. 


 

 

 

 

Della redazione, 20 agosto 2019

 

 

Il governo di coalizione italiano è caduto martedì, e va bene così.

La difficoltosa intesa tra la Lega, di destra, e il Movimento Cinque Stelle, orientato a sinistra, ha funzionato a fatica per la maggior parte dei suoi 14 mesi al potere e se nuove elezioni aprono la strada a qualcuno che si possa proporre per tenere la barra più saldamente - e autonomamente - , è molto meglio.
In caso di elezioni, il vincitore più probabile sarebbe il leader della Lega, Matteo Salvini. Il sostegno alla Lega è salito a quasi il 40% secondo la maggior parte dei sondaggi d'opinione, dal 18% che il partito ha ottenuto alle elezioni dell'anno scorso. Ciò è in parte dovuto alla linea dura del partito sull'immigrazione, una questione sulla quale Salvini ha assunto un ruolo guida come ministro dell'Interno nell'attuale governo.

Ma anche il suo orientamento in campo economico ha avuto un ruolo nella sua ascesa politica. La Lega si è guadagnata la reputazione di partito pro-business e Salvini propone un taglio delle aliquote fiscali sulle società come elemento centrale del suo piano per rilanciare l'economia italiana.


Questa mossa fiscale è alla radice delle recenti lotte di Roma contro l'Unione Europea. I ragionieri di Bruxelles si aggrappano a previsioni economiche largamente inventate per opporsi alla volontà di Salvini di sperimentare la riforma fiscale. I partner della coalizione di Salvini hanno peggiorato le cose con le grandiose promesse dei Cinque Stelle di espandere la spesa sociale, una sconsideratezza che l'UE dovrebbe scoraggiare.
Questi contrasti creano un'incertezza che non piace ai mercati. I timori di una uscita dell'Italia  dall'eurozona o dalla UE sembrano esagerati, finché gli Italiani appoggiano l'appartenenza all'eurozona e si fidano dell'UE più di quanto si fidino del loro governo nazionale, secondo un recente sondaggio Eurobarometro.
La principale minaccia per la stabilità politica e per l'UE ora è che Bruxelles faccia cambiare idea agli italiani, contrastando gli sforzi di riforma di Salvini.


Salvini ha di fronte a sé una strada abbastanza dura per diventare presidente del Consiglio. Le dimissioni, martedì, del presidente del Consiglio di facciata Giuseppe Conte aprono un periodo di lotte, con i Cinque Stelle che cercano di salvarsi alleandosi con qualche altro partito. Ma se il tentativo fallisce, gli elettori avranno un'altra possibilità di scommettere su Salvini.


È una scommessa che Bruxelles dovrebbe consentire loro di fare, a prescindere da quanto prescrivono le regole dell'UE. Un'Italia non riformata e scontenta non rappresenta in misura minore una minaccia per la stabilità politica ed economica europea rispetto a un'Italia che Salvini sta cercando di rilanciare con un taglio di tasse e alcune riforme politiche. Chiamiamolo un "Matteo pass", una mossa a lungo termine per vincere la partita.


I mandarini di Bruxelles devono lasciare agli italiani lo spazio necessario per verificare se sia questo quello che sceglieranno gli elettori.


21/08/19

Il Segretario alla Brexit firma l’ordine di cancellare il Bruxelles Act – ponendo fine al diritto UE nel Regno Unito

Mentre la stampa mainstream si affanna a denigrare il nuovo governo del Regno Unito, descrivendolo come un branco di incapaci e prevedendo catastrofi in caso di Brexit, il governo di Boris Johnson procede tranquillamente nel completare i passi necessari a separare il Regno Unito dall’UE. Uno snodo fondamentale è certamente l’abrogazione del meccanismo che permette alle leggi UE di entrare automaticamente nel diritto inglese – si tratta infatti di una delle motivazioni più sentite da parte degli inglesi.

 

Dipartimento del Regno Unito per l’Uscita dall’Unione Europea, 18 agosto 2019

 

 

Il Bruxelles Act del 1972 è il canale attraverso cui le norme fluiscono direttamente dagli organi legislativi UE al diritto britannico.

 

L’annuncio dell’abrogazione dell’Act è un passo storico nel restituire i poteri legislativi da Bruxelles al Regno Unito. Stiamo riprendendo il controllo delle nostre leggi, in accordo con il voto popolare del 2016.

 

L’abrogazione dell’European Communities Act (ECA) del 1972 avrà effetto quando la Gran Bretagna lascerà formalmente l’UE il 31 di ottobre.

 

Parlando dopo avere firmato la legge che cristallizzerà giuridicamente l’imminente abrogazione dell’ECA, il Segretario di Stato per l’Uscita dalla UE, Steve Barclay, ha detto:

 

“Questo è un chiaro segnale ai cittadini di questo paese che non si torna indietro – lasceremo la UE come promesso il 31 ottobre,  qualsiasi siano le circostanze – ottemperando alle indicazioni che ci sono state date nel 2016.”

 

“Il voto di 17,4 milioni di persone che hanno deciso di lasciare la UE è il più grande mandato democratico che sia mai stato dato a un governo del Regno Unito. I politici non possono scegliere quale voto pubblico desiderano rispettare. Il Parlamento ha già votato in favore dell’uscita il 31 di ottobre. La firma di questa legislazione assicura che l'EU Withdrawal Act cancellerà l’European Communities Act del 1972 nel giorno dell’uscita.”

 

“L’ECA ha permesso a un numero incalcolabile di regole UE di fluire direttamente nel diritto del Regno Unito per decenni, e qualsiasi governo che voglia seriamente uscire dalla UE il 31 ottobre deve mostrare il suo impegno ad abrogarlo”.

 

“Ecco quello che stiamo facendo, mettendo in moto questa abrogazione. Si tratta di un momento fondamentale per riprenderci da Bruxelles il controllo delle nostre leggi.”