Questa intervista del 2012 di Der Spiegel a Martin Schulz, oltre a dimostrare come in cinque anni non sia stato fatto nulla per risolvere i problemi della UE, chiarisce il pensiero dell'odierno avversario della Merkel, sedicente socialdemocratico e possibile futuro Cancelliere tedesco: "l'Europa è vitale per gli interessi nazionali" - quelli tedeschi, ovviamente. Le sue parole di apparente accondiscendenza verso i paesi periferici vanno lette così: è meglio mantenere gli altri paesi nella condizione di inoffensive colonie, e troppa intransigenza non aiuta. Una sua affermazione è rivelatrice: senza l'euro, con un marco rivalutato, "la Germania non dovrebbe temere la Cina, ma l'Italia e la Francia". Tutti gli elettori italiani e francesi ne dovrebbero essere consapevoli...
Der Spiegel, 04 settembre 2012
SPIEGEL: Signor Presidente, il filosofo della "Scuola di Francoforte", Jürgen Habermas, ha detto che ci sono solo due strategie possibili per l'Europa: tornare alle monete nazionali o andare verso un'unione politica. È vero?
Schulz: Sì, avremmo dovuto introdurre l'unione politica assieme all'euro. In questo abbiamo mancato e dobbiamo rimediare. Ma adesso, in questo momento, non sarebbe di aiuto.
SPIEGEL: Perché no?
Schulz: Non ha senso stare a lamentarsi delle opportunità mancate. Questo è il momento di agire rapidamente nel breve termine. Non posso accettare che, nella situazione attuale, stiamo a perderci in dibattiti teorici. Una ristrutturazione dell'Unione Europea non è un'esigenza pressante in questo momento; ciò che dovremmo fare invece è risolvere rapidamente dei problemi molto difficili.
SPIEGEL: Si riferisce alle crisi nei paesi dell'Europa del sud?
Schulz: Sì. Abbiamo bisogno di crescita economica in Europa, dobbiamo trovare una soluzione per i tassi di interesse eccessivi, che stanno rendendo difficile a molti paesi tenere sotto controllo il loro livello di debito. Questo è l'obiettivo fondamentale per i prossimi mesi.
SPIEGEL: La Germania è più interessata a discutere della possibile introduzione di un'unione politica.
Schulz: Questo è un drammatico errore. Come se un cambiamento strutturale potesse risolvere i problemi nel breve termine. Questa è la linea della Cancelliera tedesca e del Ministro delle finanze ...
SPIEGEL: ... e anche di tutta la dirigenza del Partito Socialdemocratico tedesco (SPD).
Schulz: Di tutti i politici a livello nazionale, in effetti, e non solo in Germania. Per me è come se fossimo seduti nella cabina di guida di un aereo mentre c'è una forte turbolenza, e stessimo a parlare di come poter migliorare i motori del velivolo. Certo, dobbiamo anche affrontare una crisi politica sistemica, ma questo non ci aiuta ad affrontare il momento presente: non c'è crescita economica in Grecia e c'è speculazione sui tassi di interesse contro la Spagna, l'Italia e il Portogallo.
SPIEGEL: Lei cosa suggerisce?
Schulz: Dobbiamo ridurre il peso degli interessi sui paesi dell'Europa del sud. Il modo migliore per farlo sarebbe di usare gli eurobond. Ma anche questo darebbe avvio a un dibattito teorico, perché l'Olanda non li vuole, la Finlandia non li vuole, e la Germania assolutamente non li vuole.
SPIEGEL: E questo ci porta a chiederle: perché Martin Schulz li vuole?
Schulz: Perché abbiamo un'area valutaria ed economica comune, e questo significa che, di fatto, i singoli paesi non hanno più sovranità sulla propria moneta. Anche la Germania appartiene a quest'area. Perché, dunque, non dovremmo applicare degli strumenti di politica monetaria a livello transnazionale?
SPIEGEL: Perché il Trattato di Maastricht stabilisce che nessun paese deve essere responsabile per il debito di un altro paese - è la cosiddetta clausola di "non salvataggio".
Schulz: Il Trattato di Maastricht afferma anche che l'emissione di nuovo debito non dovrebbe superare il tre percento del prodotto nazionale. Questo è stato tolto dal tavolo con un segno di penna da quelle stesse persone che oggi considerano la clausola di "non salvataggio" come fosse un dogma intoccabile.
SPIEGEL: Si riferisce alla violazione delle regole sul deficit da parte del suo compagno socialdemocratico, nonché ex Cancelliere tedesco, Gerhard Schröder?
Schulz: Di certo Francia e Germania hanno violato le regole, ma se si è potuto interpretare i trattati in modo così flessibile, allora perché non lo possiamo rifare adesso con gli eurobond? Ma niente, così non va, questo non succederà e abbiamo bisogno di un'altra soluzione.
SPIEGEL: Qualche idea?
Schulz: Ci sono due opzioni: o decidiamo per un fondo di ammortamento del debito, con il quale una parte del debito esistente di tutti i paesi dell'Unione Europea può essere garantito e ripagato un poco alla volta ...
SPIEGEL: Oppure?
Schulz: Oppure concediamo delle autorizzazioni bancarie al Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), il fondo permanente di salvataggio, in modo che possa prendere a prestito denaro dalla BCE come qualsiasi altra banca.
SPIEGEL: L'esito di un approccio o dell'altro sarebbe che i paesi più colpiti abbandonerebbero immediatamente i loro tentativi di riforme.
Schulz: Conosco bene questo argomento: che le cattive politiche rendono i paesi dipendenti dal denaro a buon mercato; ma non è così. Le cose sono cambiate. Lo scorso anno abbiamo dato un forte giro di vite contro chi violava i parametri sul deficit, tramite una serie di nuovi regolamenti. Poi c'è il fiscal pact, che fornisce nuove possibilità di supervisione. Abbiamo soddisfatto le condizioni che ci servivano per avere un fondo di ammortamento del debito o una licenza bancaria per l'ESM.
SPIEGEL: Ma nemmeno il suo stesso partito, l'SPD, si spinge fino a questo punto.
Schulz: Forse, ma io sono Presidente del Parlamento Europeo. A parte questo, sulla politica europea l'SPD si è comportato più responsabilmente di qualsiasi altro partito europeo di opposizione. Per la socialdemocrazia tedesca l'Europa è vitale per gli interessi nazionali. E questo è un argomento sensato.
SPIEGEL: Nemmeno la maggioranza dell'opinione pubblica tedesca è d'accordo su una condivisione del debito.
Schulz: Purtroppo questa affermazione è assolutamente vera, e mi preoccupa molto. Ciò di cui abbiamo bisogno è di spiegare alla gente quali sono le alternative.
SPIEGEL: Quali sono?
Schulz: Reintrodurre il marco tedesco. Sarebbe una valuta estremamente forte, che renderebbe le esportazioni tedesche molto più costose. L'industria automobilistica tedesca dovrebbe temere non più la Cina, ma la Francia e l'Italia, la Peugeot, la Citroën e la FIAT. La Germania diventerebbe troppo grande per l'Europa ma troppo piccola per il mondo. A questo dovrebbero pensare quelli che chiedono un'uscita della Grecia dall'eurozona.
SPIEGEL: Quindi lei pensa realisticamente che la Grecia abbia qualche possibilità?
Schulz: Se continuiamo ad andare nella direzione in cui stiamo andando è difficile. Imponendo tagli non otterremo nessuna crescita in Grecia. Sarebbe preferibile una zona economica speciale per la Grecia.
SPIEGEL: Suona come una proposta un po' vaga.
Schulz: Ma non lo è. Le aziende investiranno in Grecia solo se ci saranno tre condizioni. Primo, ci deve essere un chiaro impegno verso l'euro. Nessuna azienda investirà se ha il timore che a un certo punto la Grecia uscirà dall'euro. Secondo, il governo greco deve essere pronto a lavorare insieme alle istituzioni europee per la ristrutturazione del paese.
SPIEGEL: E in pratica cosa deve succedere?
Schulz: Abbiamo bisogno di un'agenzia per la crescita, nella quale i funzionari europei e greci possano individuare assieme i progetti che l'UE deve sostenere. Questo implicherebbe un certo grado di controllo, ma anche lo sviluppo di una fiducia reciproca. Sarebbe una sfida per il governo greco, che dovrebbe accettare di realizzare le riforme assieme ai funzionari che rappresentano la comunità alla quale esso appartiene. Essi non sono una forza ostile di occupazione, ma degli strumenti che forniscono aiuto.
SPIEGEL: Ci manca ancora il terzo punto.
Schulz: Contributi agli investimenti per le aziende che vanno in Grecia, per il turismo, le infrastrutture o le energie rinnovabili.
SPIEGEL: La situazione in Italia non è tanto migliore. Il paese geme sotto il peso del debito.
Schulz: Lì potete vedere quanto siano assurde le reazioni dei cosiddetti mercati. Per molto tempo l'Italia è stata governata da alcuni tra i politici meno professionali che si siano mai visti. Eppure non c'era molta pressione in termini di speculazione. Oggi c'è Mario Monti, l'Italia ha quel tipo di leader che di solito si vede solo nei film, un distinto professore che non accetta nemmeno un cuoco nella sua residenza a Palazzo Chigi. È la moglie stessa di Monti che cucina la pasta - eppure questo è l'uomo di cui i mercati non si fidano.
SPIEGEL: Non è che i mercati non si fidino di Monti, ma hanno paura che egli lasci l'incarico, che ritornino i soliti politici italiani.
Schulz: È speculazione dalle motivazioni politiche. Monti sta facendo dei tagli, ma tutto quello che lui riesce a risparmiare va a coprire l'aumento dei tassi di interesse. E quando dice: "Mio Dio, gente, aiutatemi". Noi cosa rispondiamo? Rispondiamo: "Devi fare altri tagli, l'Italia deve arrangiarsi e uscirne da sola". Ma non funzionerà. Voglio esser chiaro su questo.
SPIEGEL: Prego, ci spieghi.
Schulz: L'Italia è uno degli otto paesi più industrializzati. Cosa succede se un paese del G-8 e dell'Unione Europea va in bancarotta? Qualcuno pensa che la Germania non ne risentirà? L'Italia è uno dei nostri mercati più importanti. No, in questo modo non andiamo da nessuna parte. Dobbiamo dare licenza bancaria all'ESM, tagliare i tassi di interesse.
SPIEGEL: In definitiva tutti i suoi suggerimenti si riducono allo stesso punto: la Germania deve pagare.
Schulz: Be', vediamo i numeri. L'ESM, il Meccanismo Europeo di Stabilità, non viene finanziato dalla sola Germania, il 20 percento dell'ammontare del pacchetto di salvataggio viene dalla Germania. L'Italia e la Francia assieme coprono il 38 percento del totale. Questa è la realtà. Non ha senso dire che tutti vogliono i soldi della Germania. State dando troppa attenzione alla nuova retorica nazionalista della Germania.
SPIEGEL: Ma non può negare che molti, su questo continente, non vogliono "più Europa".
Schulz: La grande maggioranza della popolazione è favorevole all'idea di un'unione moderna e illuminata di paesi che dimostrano solidarietà. Il regista Wim Wenders ha recentemente riassunto il problema molto bene. Ha detto che l'idea di Europa è diventata quella di un'amministrazione, e adesso la gente pensa che l'amministrazione sia l'idea stessa di Europa. Ma questo non vuol dire che dobbiamo rinunciare all'idea. Significa che dobbiamo cambiare l'amministrazione.
SPIEGEL: Se sempre più competenze nazionali verranno trasferite a Bruxelles, a un certo punto ci dovrà essere un referendum anche in Germania. Questo è un pericolo o un'opportunità per la UE?
Schulz: A differenza di altri paesi, la Germania non ha avuto esperienza di referendum. Ma quando la Corte Costituzionale tedesca sarà arrivata alla sua decisione sull'ESM il 12 settembre, allora si dovrà chiedere il voto popolare. E questo è positivo. Bisogna lasciare che la gente possa votare, se si tratta di una nuova Costituzione. Trovo sorprendente, comunque, che molti politici tedeschi si oppongano ai referendum e tuttavia, quando si tratta di una questione europea, chiedono subito un plebiscito.
SPIEGEL: È questo il caso del leader dell'SPD, Sigmar Gabriel. Anche lui è determinato nella sua volontà di lasciar votare la gente sull'Unione Europea.
Schulz: È un rischio. I referendum pongono sempre delle minacce quando si parla di politica europea, perché la politica europea è complessa. Sono sempre un'opportunità per quelle parti politiche alle quali piace semplificare le questioni. La politica europea è sempre un intreccio di razionalità e di emozioni. Il problema di noi politici europei è che affrontiamo tutto con fredda razionalità, e poi ci chiediamo perché non riusciamo a coinvolgere emotivamente le persone.
SPIEGEL: Lei non si fida della gente?
Schulz: No, io mi fido, ma non è contrario alla democrazia essere scettici. I referendum sono uno strumento democratico, ma lo sono anche le decisioni raggiunte da una democrazia parlamentare. Sono per un'estrema cautela quando si tratta di referendum. Anche in Germania.
SPIEGEL: Come può l'Europa diventare più democratica?
Schulz: Dal 2014 non ci potrà più essere un Presidente della Commissione Europea senza una maggioranza in Parlamento. I leader del governo dovranno essere determinati dagli esiti delle elezioni europee. Questo è stabilito anche dal Trattato di Lisbona.
SPIEGEL: Questo significa che bisogna mettere in campo candidati a livello europeo?
Schulz: Giusto, i partiti dovranno mettere in campo candidati a livello europeo. Non ci saranno più campagne elettorali europee focalizzate su questioni nazionali.
SPIEGEL: Il Ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, e altri, suggeriscono di far eleggere il Presidente direttamente dal popolo.
Schulz: Penso che sarebbe sbagliato. Se il Parlamento non elegge il Presidente, chi controlla il Presidente? Dei 27 stati membri solo la Francia usa un modello simile. Sono contrario a introdurre un sistema simile a livello europeo. Immaginate se ci fosse un tedesco Presidente della Commissione Europea. Se andasse in qualche paese a dire di fare questo o quello non sarebbe ricevuto molto bene. Il Presidente sarebbe rapidamente raffigurato come il tedesco cattivo. Ma se il Presidente viene eletto e controllato dai 700 rappresentanti di tutti i paesi UE, questo lo legittima in modo molto diverso.
SPIEGEL: La ringraziamo per questa intervista.
Intervista condotta da Konstantin von Hammerstein e Gordon Repinski. Tradotta dal tedesco da Ella Ornstein. [Tradotta in italiano da Voci dall'Estero.]
07/04/17
Schulz: "Senza l'Euro la Germania Dovrebbe Temere Non la Cina, ma l'Italia"
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05/04/17
Il tasso di disoccupazione in Italia cala perché meno persone cercano lavoro
La disoccupazione italiana è calata a gennaio, ma non c’è troppo da rallegrarsi: gran parte della variazione è spiegata dal calo di coloro che cercano lavoro, anziché dall’aumento degli occupati. Inoltre, come segnala Bloomberg, la situazione dell’occupazione dovrà scontare nei prossimi mesi la fine dei benefici temporanei voluti da Renzi per incentivare le nuove assunzioni. Il bilancio complessivo del jobs act sembra prendere una strada precisa: rinuncia alle tutele da parte dei lavoratori in cambio di un temporaneo calo della disoccupazione, destinato a rientrare rapidamente al termine degli incentivi. Come volevasi dimostrare, agire dal lato dell’offerta per risolvere un problema di domanda si è rivelata un’idea molto poco brillante.
Di Lorenzo Totaro e Giovanni Salzano, 3 aprile 2017
La disoccupazione in Italia è diminuita, grazie al fatto che il numero di persone in cerca di lavoro ha avuto la diminuzione mensile più marcata dal mese di luglio 2015.
Lunedì l’ufficio Istat di Roma ha comunicato che il tasso di disoccupazione a febbraio è sceso all’11,5% dall’11,8% di gennaio. Il valore medio di una stima di Bloomberg fatta da dieci analisti era dell’11,9%. I dati hanno anche mostrato che ci sono state 83.000 persone in meno in cerca di lavoro a febbraio, il calo più consistente su base mensile registrato da luglio 2015.

Secondo quanto dichiarato dall'Unione Europea a febbraio, il PIL italiano dovrebbe crescere dello 0,9% quest’anno. Le attese del settore manifatturiero sono migliorate a marzo, anche se le stime della produzione industriale hanno segnalato una potenziale contrazione delle attività e il rischio che la terza maggiore economia dell’eurozona possa tornare in recessione.
L’occupazione potrebbe risentire nei mesi a venire dell’eliminazione graduale della riduzione sui contributi per i nuovi assunti introdotti nel 2015 dal governo dell’allora premier Matteo Renzi. I benefici, ridotti già l’anno scorso, finiranno a dicembre.
Fino a 2.000 dipendenti Alitalia, tra tempo pieno e part-time, rischiano di perdere il lavoro stando al nuovo business plan approvato lo scorso mese dal consiglio di amministrazione della compagnia aerea, secondo cui l'azienda deve ridurre i propri costi di un miliardo di euro entro il 2019.
In un comunicato a parte l’Istat ha comunicato la scorsa settimana che la fiducia delle famiglie è salita lo scorso mese, mentre il tasso di inflazione è sceso all’1,3% dall’1,6% di febbraio.
Secondo l’Istat, in febbraio il numero degli occupati è salito di 8.000 unità rispetto al mese precedente. La disoccupazione per le persone tra i 15 e i 24 anni è scesa al 35,2% dal 36,9% precedente. Si tratta del valore più basso dall'agosto 2012.
L’Istat aveva in precedenza stimato la disoccupazione a gennaio all’11,9%.
Di Lorenzo Totaro e Giovanni Salzano, 3 aprile 2017
La disoccupazione in Italia è diminuita, grazie al fatto che il numero di persone in cerca di lavoro ha avuto la diminuzione mensile più marcata dal mese di luglio 2015.
Lunedì l’ufficio Istat di Roma ha comunicato che il tasso di disoccupazione a febbraio è sceso all’11,5% dall’11,8% di gennaio. Il valore medio di una stima di Bloomberg fatta da dieci analisti era dell’11,9%. I dati hanno anche mostrato che ci sono state 83.000 persone in meno in cerca di lavoro a febbraio, il calo più consistente su base mensile registrato da luglio 2015.
Secondo quanto dichiarato dall'Unione Europea a febbraio, il PIL italiano dovrebbe crescere dello 0,9% quest’anno. Le attese del settore manifatturiero sono migliorate a marzo, anche se le stime della produzione industriale hanno segnalato una potenziale contrazione delle attività e il rischio che la terza maggiore economia dell’eurozona possa tornare in recessione.
L’occupazione potrebbe risentire nei mesi a venire dell’eliminazione graduale della riduzione sui contributi per i nuovi assunti introdotti nel 2015 dal governo dell’allora premier Matteo Renzi. I benefici, ridotti già l’anno scorso, finiranno a dicembre.
Fino a 2.000 dipendenti Alitalia, tra tempo pieno e part-time, rischiano di perdere il lavoro stando al nuovo business plan approvato lo scorso mese dal consiglio di amministrazione della compagnia aerea, secondo cui l'azienda deve ridurre i propri costi di un miliardo di euro entro il 2019.
In un comunicato a parte l’Istat ha comunicato la scorsa settimana che la fiducia delle famiglie è salita lo scorso mese, mentre il tasso di inflazione è sceso all’1,3% dall’1,6% di febbraio.
Secondo l’Istat, in febbraio il numero degli occupati è salito di 8.000 unità rispetto al mese precedente. La disoccupazione per le persone tra i 15 e i 24 anni è scesa al 35,2% dal 36,9% precedente. Si tratta del valore più basso dall'agosto 2012.
L’Istat aveva in precedenza stimato la disoccupazione a gennaio all’11,9%.
La Grecia fuori dai riflettori
Non dimentichiamo la Grecia. Continuiamo a dare spazio alle testimonianze dello storico ed etnologo greco Grigoriou Panagiotis, che in questo post del suo blog Greek Crisis ci offre una riflessione particolarmente amara sulle condizioni del suo paese, con due toccanti richiami storici: la devastazione di Atene da parte degli Eruli, nel terzo secolo dopo Cristo, e la celebre orazione di Pericle in commemorazione dei caduti nel primo anno della guerra del Peloponneso (431 avanti Cristo), in cui i valori distintivi della democrazia ateniese sono orgogliosamente richiamati e descritti.
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04/04/17
FT: Le Banche Centrali Riducono l'Esposizione in Euro e Preferiscono la Sterlina
Questo breve articolo del Financial Times mostra come, a dispetto di chi vorrebbe vedere la Gran Bretagna sprofondare nell'Atlantico dopo l'avvio della Brexit, la sterlina britannica viene al momento ritenuta una scelta di investimento valutario più sicura rispetto all'euro dalle banche centrali di tutto il mondo. Il motivo, ovviamente, più che nel merito della Gran Bretagna sta nel demerito dell'eurozona.
di Claire Jones, 03 aprile 2017
Tra preoccupazioni per la stabilità politica, scarsa crescita e la politica della Banca Centrale Europea sui tassi di interesse negativi, le banche centrali in tutto il mondo si stanno liberando dell'euro e preferiscono invece la sterlina come alternativa stabile per gli investimenti a lungo termine.
Nonostante le incertezze sulla Brexit, che è stata avviata formalmente la scorsa settimana dal Primo Ministro britannico Theresa May, i banchieri centrali di tutto il mondo vedono il Regno Unito come una prospettiva più sicura per i loro investimenti in riserve valutarie rispetto all'eurozona. Così rivela un recente studio.
Secondo un sondaggio pubblicato lunedì e condotto sui responsabili delle riserve valutarie di 80 banche centrali, che insieme gestiscono un valore di investimenti di quasi 6000 miliardi di euro, la stabilità dell'unione monetaria sarebbe la loro più grossa preoccupazione per il 2017.
Il risultato, elaborato da Central Banking Publications e dalla banca HSBC all'inizio dell'anno, mostra che alcuni intervistati hanno già ridotto la loro esposizione verso l'euro, mentre altri hanno ridotto al minimo indispensabile le loro partecipazioni in investimenti denominati in euro.
Più di due terzi delle 80 banche centrali coinvolte dal sondaggio hanno modificato le loro scelte di portafoglio, e quasi lo stesso numero ha modificato la durata dei propri investimenti.
Le banche centrali dei paesi emergenti e in via di sviluppo, alcune delle quali sono tra le più grandi detentrici di riserve valutarie, si sono dimostrate più propense ad allontanare i propri investimenti dall'euro rispetto alle banche centrali delle economie avanzate.
La decisione del Regno Unito di uscire dall'Unione Europea non ha finora scalfito la popolarità della sterlina come valuta di investimento, e il 71 percento degli intervistati ha affermato che la "attrattività" della sterlina non è minimamente diminuita nelle prospettive a lungo termine.
Sebbene i banchieri centrali abbiano detto che nel corso dei prossimi anni saranno più cauti a investire sulla sterlina, il sondaggio ha mostrato che molti ritengono che la Brexit possa fornire loro l'opportunità di diversificare ulteriormente, in futuro, il proprio portafoglio. Quasi l'80 percento degli intervistati ha detto che l'elezione di Donald Trump non ha modificato affatto la loro prospettiva sul dollaro statunitense.
Poco più di un terzo degli intervistati, e circa la metà di quelli che lavorano presso banche centrali dei paesi emergenti, hanno detto che le loro preoccupazioni sull'area della moneta unica europea sono dovute alla crescente instabilità politica in Europa, legata alla crescita dei consensi verso i partiti anti-UE nell'opinione pubblica di tutto il continente negli ultimi anni.
La politica della BCE sui tassi di interesse negativi — politica intesa a stimolare la crescita in tutta l'eurozona — è stata identificata come un altro dei fattori chiave che spiegano il disinvestimento sull'euro. Questa politica, messa in atto dall'estate del 2014, ha scatenato le lamentele delle banche private di tutta Europa, che sostengono di aver visto intaccati i propri profitti. Il tasso sul deposito marginale nell'eurozona è ora a -0,4 percento, il che significa che le banche devono in effetti pagare un contributo per poter lasciare i propri soldi depositati presso le banche centrali.
di Claire Jones, 03 aprile 2017
Tra preoccupazioni per la stabilità politica, scarsa crescita e la politica della Banca Centrale Europea sui tassi di interesse negativi, le banche centrali in tutto il mondo si stanno liberando dell'euro e preferiscono invece la sterlina come alternativa stabile per gli investimenti a lungo termine.
Nonostante le incertezze sulla Brexit, che è stata avviata formalmente la scorsa settimana dal Primo Ministro britannico Theresa May, i banchieri centrali di tutto il mondo vedono il Regno Unito come una prospettiva più sicura per i loro investimenti in riserve valutarie rispetto all'eurozona. Così rivela un recente studio.
Secondo un sondaggio pubblicato lunedì e condotto sui responsabili delle riserve valutarie di 80 banche centrali, che insieme gestiscono un valore di investimenti di quasi 6000 miliardi di euro, la stabilità dell'unione monetaria sarebbe la loro più grossa preoccupazione per il 2017.
Il risultato, elaborato da Central Banking Publications e dalla banca HSBC all'inizio dell'anno, mostra che alcuni intervistati hanno già ridotto la loro esposizione verso l'euro, mentre altri hanno ridotto al minimo indispensabile le loro partecipazioni in investimenti denominati in euro.
Più di due terzi delle 80 banche centrali coinvolte dal sondaggio hanno modificato le loro scelte di portafoglio, e quasi lo stesso numero ha modificato la durata dei propri investimenti.
Le banche centrali dei paesi emergenti e in via di sviluppo, alcune delle quali sono tra le più grandi detentrici di riserve valutarie, si sono dimostrate più propense ad allontanare i propri investimenti dall'euro rispetto alle banche centrali delle economie avanzate.
La decisione del Regno Unito di uscire dall'Unione Europea non ha finora scalfito la popolarità della sterlina come valuta di investimento, e il 71 percento degli intervistati ha affermato che la "attrattività" della sterlina non è minimamente diminuita nelle prospettive a lungo termine.
Sebbene i banchieri centrali abbiano detto che nel corso dei prossimi anni saranno più cauti a investire sulla sterlina, il sondaggio ha mostrato che molti ritengono che la Brexit possa fornire loro l'opportunità di diversificare ulteriormente, in futuro, il proprio portafoglio. Quasi l'80 percento degli intervistati ha detto che l'elezione di Donald Trump non ha modificato affatto la loro prospettiva sul dollaro statunitense.
Poco più di un terzo degli intervistati, e circa la metà di quelli che lavorano presso banche centrali dei paesi emergenti, hanno detto che le loro preoccupazioni sull'area della moneta unica europea sono dovute alla crescente instabilità politica in Europa, legata alla crescita dei consensi verso i partiti anti-UE nell'opinione pubblica di tutto il continente negli ultimi anni.
La politica della BCE sui tassi di interesse negativi — politica intesa a stimolare la crescita in tutta l'eurozona — è stata identificata come un altro dei fattori chiave che spiegano il disinvestimento sull'euro. Questa politica, messa in atto dall'estate del 2014, ha scatenato le lamentele delle banche private di tutta Europa, che sostengono di aver visto intaccati i propri profitti. Il tasso sul deposito marginale nell'eurozona è ora a -0,4 percento, il che significa che le banche devono in effetti pagare un contributo per poter lasciare i propri soldi depositati presso le banche centrali.
Die Welt: Lo Studio di Bank of America sul "Day After" dell'Euro
Il giornale tedesco die Welt dà spazio a uno studio appena pubblicato da Bank of America sulle conseguenze di un’eventuale rottura dell’unione monetaria sui cambi delle valute europee. Le previsioni sono ben lontane dagli scenari paventati dalla stampa mainstream: per i Paesi del Sud si tratterebbe di svalutazioni inferiori al 10%, mentre il vero sconfitto sarebbe la Germania, che si troverebbe a far fronte ad un enorme apprezzamento della valuta. Al di là dei risultati dell’analisi in sé, che non sorprenderanno i lettori di Goofynomics, o del sito Asimmetrie, questa ricerca segna un’importante presa di posizione degli Stati Uniti rispetto al tema Euro.
03.04.2016, di Franz Stocker
traduzione di Stefano Solaro

Fino a pochi anni fa la rottura della zona euro sembrava essere un’opzione più che realistica.
La Grexit, ovvero l’uscita della Grecia, era stata ampiamente prevista, e in particolare gli investitori anglosassoni avevano iniziato a scommetterci sopra, sicuri che dopo un tale evento l’euro stesso sarebbe scomparso nei meandri della storia. Una scommessa rivelatasi vana, fino a questo momento.
L'esempio migliore è John Paulson, che è riuscito a guadagnare miliardi scommettendo sul crollo della bolla immobiliare statunitense. Con le sue scommesse sull’Euro, tuttavia, ha finito per perdere un sacco di soldi. La moneta unica infatti è viva e vegeta. E ultimamente anche i professionisti della finanza non sembrano metterne più in dubbio la sopravvivenza.
Ed ecco arrivare all'improvviso un nuovo studio di un istituto finanziario americano, la Bank of America, in cui si cerca di dare risposta a una domanda cruciale: come apparirebbe la galassia monetaria europea dopo una rottura dell'euro? “Il giorno dopo l'euro" è il titolo della pubblicazione, e l'autore Athanasios Vamvakidis è, ovviamente, greco.
Il nuovo marco dovrebbe apprezzarsi nei confronti dell’Euro
Secondo Vamvakidis il punto centrale della questione è quale sarebbe l’evoluzione delle valute nazionali che sostituirebbero l’Euro, e a quanto ammonterebbe la loro successiva svalutazione (o il conseguente apprezzamento). Per effettuare un calcolo di questo tipo il ricercatore ha utilizzato il così detto metodo CGER del FMI, che si basa essenzialmente sugli squilibri tra le singole economie nazionali. Il risultato, per nulla sorprendente, è che il nuovo marco tedesco sarebbe costretto ad apprezzarsi notevolmente rispetto all’Euro, ovvero di un 15% circa.
Ma è ancora più probabile che la moneta tedesca finirebbe per superare di gran lunga il valore sopracitato. “La nuova moneta tedesca in realtà potrebbe registrare un apprezzamento eccessivo.”, scrive Vamvakidis.
D’altra parte il nuovo franco francese finirebbe per svalutarsi di almeno un 5%, mentre le monete di Spagna e Grecia perfino del 7,5%. “È però probabile che in breve tempo anche le valute periferiche vadano in overshooting, in questo caso si tratterebbe di un deprezzamento eccessivo”.

La distanza tra il nuovo marco e una nuova peseta o una nuova dracma, giustificata dalle divergenze delle rispettive economie, sarebbe quindi superiore al 25%. Inoltre, considerata la tendenza dei mercati finanziari a ingigantire queste dinamiche, è probabile che questa divergenza finirebbe per espandersi ulteriormente. Il giorno dopo l'euro il marco diventerebbe quindi del 30-40% più costoso rispetto alle valute meridionali post-moneta unica – cosa che comporterebbe immediate conseguenze per l’export europeo.
Il debito del Sud Europa è aumentato drammaticamente
Fin qui, tutto interessante. Ma rimane la domanda su perché la Bank of America pubblichi uno studio di questo tipo proprio in questo momento. C’è forse bisogno di buttare nuova benzina sulla crisi dell'euro? Siamo davanti a un supporto al tentativo del presidente Trump di dividere l’UE? O ci sono ragioni puramente oggettive?
Secondo Vamvakidis ovviamente l’ultimo punto è quello che conta. Per lui è decisivo il fatto che tra non molto, nell’immediato futuro, la politica monetaria ultra-allentata delle BCE vedrà una fine, cosa che causerà non pochi problemi a diversi Stati a causa dei loro debiti elevati. “Anche se ci vorrà tempo perché i tassi della BCE salgano, la spesa per gli interessi sul debito delle periferie non potrà che aumentare”.
In realtà, il debito dei paesi dell'Europa meridionale è aumentato notevolmente negli ultimi anni, senza che le spese sugli interessi siano cresciute. Al contrario, in molti casi, ora sono ancora più basse rispetto a prima della crisi finanziaria. Questo grazie alla BCE.
Ad esempio, il debito nazionale spagnolo si è quasi triplicato dal 2008, passando da 440 a quasi 1200 miliardi di euro. Gli interessi sono aumentati solo da 17 a 31 miliardi.
Sul lungo periodo l’euro corre gravi rischi
L’effetto di questa politica dei tassi a zero è ancora più significativa se osserviamo il caso dell’Italia.
A 1670 miliardi nel 2008, ora il debito è salito a 2.270 miliardi, ma oggi Roma paga solo 66 miliardi di euro di interessi, mentre nel 2008 erano oltre 80 miliardi di euro.
Secondo Vamvakidis ciò si tradurrebbe in rischi a lungo termine per l'euro, in quanto una crescita dei tassi di interesse creerebbe seri problemi a numerosi stati.
E questi potrebbero aumentare ulteriormente se la zona euro dovesse essere colpita da uno shock di qualche tipo, di quelli che portano le economie in recessione. "E solo una questione di tempo prima che i mercati rimettano in discussione la sostenibilità della zona euro" prevede l'economista.
Come tale, ha però naturalmente una ricetta per impedire che tutto ciò si avveri. E la parte più importante in questa storia spetta naturalmente alla Germania. Il nostro Paese dovrebbe consentire che la domanda interna si riprenda e che l’inflazione si alzi ben al di sopra dell’obiettivo della BCE, posizionato su un risicato 2%. E questo per diversi anni consecutivi. Di conseguenza, la BCE dovrebbe conservare la sua politica dei tassi zero per un lungo periodo.
I tedeschi devono spendere molto più denaro
Inoltre, in Germania lo Stato e le imprese dovrebbero investire molto di più.
A detta di Vamvakidis la ferrea politica del risparmio avrebbe compresso la domanda interna, e ciò avrebbe portato a un aumento artificiale della competitività della Germania a scapito di altri Stati membri dell'area Euro.
Lo Stato dovrebbe quindi dire addio alla politica dello "zero nero” e produrre un debito maggiore per finanziare gli investimenti in strade, scuole ed edifici pubblici. Questo alla fine porterebbe anche le imprese a investire di più.
Vamvakidis sa però anche che l’opinione pubblica e i politici tedeschi inorridiscono a quest’idea, e che questo tipo di rivendicazioni sono quindi destinate a cadere nel vuoto in questo Paese. "Tuttavia, riteniamo che una tale politica sia improbabile, il che significa che il rischio di una rottura della zona euro nel lungo termine cresce sempre più", conclude.
E dal suo punto di vista questo è anche il motivo per cui risulta necessario iniziare a pensare già da ora alle possibili conseguenze.
03.04.2016, di Franz Stocker
traduzione di Stefano Solaro
Fino a pochi anni fa la rottura della zona euro sembrava essere un’opzione più che realistica.
La Grexit, ovvero l’uscita della Grecia, era stata ampiamente prevista, e in particolare gli investitori anglosassoni avevano iniziato a scommetterci sopra, sicuri che dopo un tale evento l’euro stesso sarebbe scomparso nei meandri della storia. Una scommessa rivelatasi vana, fino a questo momento.
L'esempio migliore è John Paulson, che è riuscito a guadagnare miliardi scommettendo sul crollo della bolla immobiliare statunitense. Con le sue scommesse sull’Euro, tuttavia, ha finito per perdere un sacco di soldi. La moneta unica infatti è viva e vegeta. E ultimamente anche i professionisti della finanza non sembrano metterne più in dubbio la sopravvivenza.
Ed ecco arrivare all'improvviso un nuovo studio di un istituto finanziario americano, la Bank of America, in cui si cerca di dare risposta a una domanda cruciale: come apparirebbe la galassia monetaria europea dopo una rottura dell'euro? “Il giorno dopo l'euro" è il titolo della pubblicazione, e l'autore Athanasios Vamvakidis è, ovviamente, greco.
Il nuovo marco dovrebbe apprezzarsi nei confronti dell’Euro
Secondo Vamvakidis il punto centrale della questione è quale sarebbe l’evoluzione delle valute nazionali che sostituirebbero l’Euro, e a quanto ammonterebbe la loro successiva svalutazione (o il conseguente apprezzamento). Per effettuare un calcolo di questo tipo il ricercatore ha utilizzato il così detto metodo CGER del FMI, che si basa essenzialmente sugli squilibri tra le singole economie nazionali. Il risultato, per nulla sorprendente, è che il nuovo marco tedesco sarebbe costretto ad apprezzarsi notevolmente rispetto all’Euro, ovvero di un 15% circa.
Ma è ancora più probabile che la moneta tedesca finirebbe per superare di gran lunga il valore sopracitato. “La nuova moneta tedesca in realtà potrebbe registrare un apprezzamento eccessivo.”, scrive Vamvakidis.
D’altra parte il nuovo franco francese finirebbe per svalutarsi di almeno un 5%, mentre le monete di Spagna e Grecia perfino del 7,5%. “È però probabile che in breve tempo anche le valute periferiche vadano in overshooting, in questo caso si tratterebbe di un deprezzamento eccessivo”.
La distanza tra il nuovo marco e una nuova peseta o una nuova dracma, giustificata dalle divergenze delle rispettive economie, sarebbe quindi superiore al 25%. Inoltre, considerata la tendenza dei mercati finanziari a ingigantire queste dinamiche, è probabile che questa divergenza finirebbe per espandersi ulteriormente. Il giorno dopo l'euro il marco diventerebbe quindi del 30-40% più costoso rispetto alle valute meridionali post-moneta unica – cosa che comporterebbe immediate conseguenze per l’export europeo.
Il debito del Sud Europa è aumentato drammaticamente
Fin qui, tutto interessante. Ma rimane la domanda su perché la Bank of America pubblichi uno studio di questo tipo proprio in questo momento. C’è forse bisogno di buttare nuova benzina sulla crisi dell'euro? Siamo davanti a un supporto al tentativo del presidente Trump di dividere l’UE? O ci sono ragioni puramente oggettive?
Secondo Vamvakidis ovviamente l’ultimo punto è quello che conta. Per lui è decisivo il fatto che tra non molto, nell’immediato futuro, la politica monetaria ultra-allentata delle BCE vedrà una fine, cosa che causerà non pochi problemi a diversi Stati a causa dei loro debiti elevati. “Anche se ci vorrà tempo perché i tassi della BCE salgano, la spesa per gli interessi sul debito delle periferie non potrà che aumentare”.
In realtà, il debito dei paesi dell'Europa meridionale è aumentato notevolmente negli ultimi anni, senza che le spese sugli interessi siano cresciute. Al contrario, in molti casi, ora sono ancora più basse rispetto a prima della crisi finanziaria. Questo grazie alla BCE.
Ad esempio, il debito nazionale spagnolo si è quasi triplicato dal 2008, passando da 440 a quasi 1200 miliardi di euro. Gli interessi sono aumentati solo da 17 a 31 miliardi.
Sul lungo periodo l’euro corre gravi rischi
L’effetto di questa politica dei tassi a zero è ancora più significativa se osserviamo il caso dell’Italia.
A 1670 miliardi nel 2008, ora il debito è salito a 2.270 miliardi, ma oggi Roma paga solo 66 miliardi di euro di interessi, mentre nel 2008 erano oltre 80 miliardi di euro.
Secondo Vamvakidis ciò si tradurrebbe in rischi a lungo termine per l'euro, in quanto una crescita dei tassi di interesse creerebbe seri problemi a numerosi stati.
E questi potrebbero aumentare ulteriormente se la zona euro dovesse essere colpita da uno shock di qualche tipo, di quelli che portano le economie in recessione. "E solo una questione di tempo prima che i mercati rimettano in discussione la sostenibilità della zona euro" prevede l'economista.
Come tale, ha però naturalmente una ricetta per impedire che tutto ciò si avveri. E la parte più importante in questa storia spetta naturalmente alla Germania. Il nostro Paese dovrebbe consentire che la domanda interna si riprenda e che l’inflazione si alzi ben al di sopra dell’obiettivo della BCE, posizionato su un risicato 2%. E questo per diversi anni consecutivi. Di conseguenza, la BCE dovrebbe conservare la sua politica dei tassi zero per un lungo periodo.
I tedeschi devono spendere molto più denaro
Inoltre, in Germania lo Stato e le imprese dovrebbero investire molto di più.
A detta di Vamvakidis la ferrea politica del risparmio avrebbe compresso la domanda interna, e ciò avrebbe portato a un aumento artificiale della competitività della Germania a scapito di altri Stati membri dell'area Euro.
Lo Stato dovrebbe quindi dire addio alla politica dello "zero nero” e produrre un debito maggiore per finanziare gli investimenti in strade, scuole ed edifici pubblici. Questo alla fine porterebbe anche le imprese a investire di più.
Vamvakidis sa però anche che l’opinione pubblica e i politici tedeschi inorridiscono a quest’idea, e che questo tipo di rivendicazioni sono quindi destinate a cadere nel vuoto in questo Paese. "Tuttavia, riteniamo che una tale politica sia improbabile, il che significa che il rischio di una rottura della zona euro nel lungo termine cresce sempre più", conclude.
E dal suo punto di vista questo è anche il motivo per cui risulta necessario iniziare a pensare già da ora alle possibili conseguenze.
02/04/17
Ted Malloch e Giulio Tremonti: "L'Unione europea si è persa per strada"
In occasione della celebrazione del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, Ted Malloch e Giulio Tremonti - l'uno probabile prossimo ambasciatore statunitense presso l'Unione Europea e suo feroce critico, e l'altro ex ministro italiano dell'economia sotto i governi Berlusconi - hanno pubblicato su Politico.eu un articolo scritto a quattro mani in cui affermano che il progetto della UE si è spinto troppo oltre e propongono il ritorno all'originario disegno confederale di mercato comune e di cooperazione su poche questioni essenziali, lasciando tutto il resto alle sovranità nazionali.
di Ted Malloch e Giulio Tremonti, 25 marzo 2017
Nella splendida giornata primaverile del 25 marzo 1957, presso il Palazzo dei Conservatori in Campidoglio, a Roma, Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Germania Ovest firmarono un trattato che ha segnato la nascita di una nuova istituzione, un'unione doganale che sarebbe stata conosciuta come mercato comune.
Oggi, ogni democrazia liberale - dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda - ha motivo di celebrare i successi del Trattato di Roma. Abbattendo le barriere commerciali e incoraggiando uno sviluppo pacifico, ha posto le basi per un'era di crescente prosperità.
Eppure, oggi, due diverse idee di Europa sono entrate in conflitto. Una è in linea con l'idea originaria alla base del Trattato di Roma. L'altra se ne discosta, e richiede una centralizzazione del potere a Bruxelles.
Il ragionamento politico che ispirava il trattato era una combinazione di due principi: sovranità e sussidiarietà. Il trattato è stato firmato da paesi che hanno fatto concessioni sulla loro sovranità soltanto quando era assolutamente necessario. Si trattava di integrare le entità nazionali in modo lieve, calibrato e meditato, non di tentar di delegare competenze a istituzioni sovranazionali.
Secondo questa idea, il Mercato Comune Europeo non è stato progettato per spingersi troppo oltre le sovranità nazionali. Bruxelles, la prima di quelle che avrebbero dovuto essere delle sedi a rotazione delle istituzioni comunitarie, era stata concepita come depositaria di un potere minimale di coordinamento, e non sarebbe mai dovuta diventare la capitale permanente di una nuova Unione Europea, tanto meno di un'unione allargata.
Nel celebrare il suo anniversario, questo documento fondamentale dovrebbe essere visto per quello che era: un progetto confederale designato a favorire soluzioni di mercato per problemi di vita quotidiana, in particolare nel campo del commercio. Il compromesso sulla sovranità era minimo, in cambio di importanti vantaggi.
Il trattato era basato su due pilastri, di pace e di prosperità - un mandato ben meditato e necessario che faceva seguito a decenni di guerra che avevano lacerato il continente - non un mandato elitario calato dall'alto per creare un'entità sovranazionale.
Oggi, la versione più recente dell'unione ha seguito un impulso dirigista e centralizzatore. A poco a poco, dagli anni '80 e '90 fino ad oggi, questo impulso ha rovesciato la solida architettura di base del Trattato di Roma. Questo processo non ha avuto un carattere democratico ed è stato bocciato dalle urne - inclusi i referendum nei quali i cittadini hanno respinto l'anonimo processo decisionale dell'Unione Europea.
Ciò nonostante, questo processo è andato avanti senza sosta. I centralizzatori hanno sempre più esercitato la loro volontà sul popolo, con scarsa considerazione del suo consenso. Improvvisamente è stata introdotta la moneta unica. Improvvisamente l'Unione Europea ha raddoppiato il numero dei suoi membri. Improvvisamente si è affermato un esteso socialismo manageriale.
Nel 2016, la normativa europea ammonta a più di 30.000 pagine - un totale di 151 chilometri di carta. Oggi è rimasto poco su cui Bruxelles non abbia messo le mani.
Nel corso degli ultimi 20 anni, l'Unione Europea non è riuscita a comprendere e gestire i più importanti fenomeni politici ed economici, poiché è andata avanti col suo piano di trasformare un'organizzazione interamente economica in un organismo politico.
In primo luogo, Bruxelles ha perso l'occasione di gestire la globalizzazione. E' stata colta impreparata, troppo occupata a perfezionare un mercato interno per competere con economie di diverso tipo. Prima una crisi finanziaria, poi una crisi economica, e, infine, una crisi politica. Ognuna di esse ha reso evidente un calo di fiducia nel progetto, e ha lasciato gli europei sempre più preoccupati.
Il progetto europeo ha anche fatto l'errore di cedere alla nostalgia e al romanticismo. La politica odierna forse può essere meglio compresa come un desiderio ardente di un ordine passato e di un ripristino dei valori simbolici perduti, mentre la società si disintegra e i legami civici, religiosi e familiari che hanno tenuto insieme gli europei si sono scollati - da un lato un individualismo atomistico radicale, e dall'altro uno statalismo Bruxelles-centrico.
In questo processo, le istituzioni intermedie, in cui la gente ha effettivamente vissuto la propria vita e ha prosperato in passato, sono state gettate nella proverbiale spazzatura della storia. Nel frattempo, l'immigrazione ha trasformato le nazioni europee e la definizione stessa di identità europea.
Oggi, l'Unione Europea si trova in una profonda crisi. Sì, il trattato di Roma è stata una tappa importante. Ma nei successivi 60 anni l'unione ha in gran parte ignorato i suoi valori. Ora si trova ad un bivio: lasciare che il progetto si disintegri o centralizzare ancora di più. Nessuna delle due opzioni è attraente.
Naturalmente, l'ipotesi di tornare a singoli Stati nazionali europei è in sé stessa arcaica e pericolosa. I paesi non sono più isolati e sono vulnerabili ai poteri finanziari globali che sono per definizione transnazionali.
Tuttavia, c'è una valida alternativa.
L'Europa potrebbe tornare al trattato di Roma originario, allo stesso apprezzabile modello di confederazione di 60 anni fa. Unendosi solo su questioni essenziali, come la difesa, la sicurezza e la cooperazione in un'area doganale comune, tutto il resto rimarrebbe agli stati membri.
Mentre celebriamo il trattato di Roma, l'Unione Europea ed i suoi alleati dovrebbero aspirare ad un ritorno alla saggezza e alla legittimazione di quel trattato originario e alla sua visione dell'Europa.
di Ted Malloch e Giulio Tremonti, 25 marzo 2017
Nella splendida giornata primaverile del 25 marzo 1957, presso il Palazzo dei Conservatori in Campidoglio, a Roma, Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Germania Ovest firmarono un trattato che ha segnato la nascita di una nuova istituzione, un'unione doganale che sarebbe stata conosciuta come mercato comune.
Oggi, ogni democrazia liberale - dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda - ha motivo di celebrare i successi del Trattato di Roma. Abbattendo le barriere commerciali e incoraggiando uno sviluppo pacifico, ha posto le basi per un'era di crescente prosperità.
Eppure, oggi, due diverse idee di Europa sono entrate in conflitto. Una è in linea con l'idea originaria alla base del Trattato di Roma. L'altra se ne discosta, e richiede una centralizzazione del potere a Bruxelles.
Il ragionamento politico che ispirava il trattato era una combinazione di due principi: sovranità e sussidiarietà. Il trattato è stato firmato da paesi che hanno fatto concessioni sulla loro sovranità soltanto quando era assolutamente necessario. Si trattava di integrare le entità nazionali in modo lieve, calibrato e meditato, non di tentar di delegare competenze a istituzioni sovranazionali.
Secondo questa idea, il Mercato Comune Europeo non è stato progettato per spingersi troppo oltre le sovranità nazionali. Bruxelles, la prima di quelle che avrebbero dovuto essere delle sedi a rotazione delle istituzioni comunitarie, era stata concepita come depositaria di un potere minimale di coordinamento, e non sarebbe mai dovuta diventare la capitale permanente di una nuova Unione Europea, tanto meno di un'unione allargata.
Nel celebrare il suo anniversario, questo documento fondamentale dovrebbe essere visto per quello che era: un progetto confederale designato a favorire soluzioni di mercato per problemi di vita quotidiana, in particolare nel campo del commercio. Il compromesso sulla sovranità era minimo, in cambio di importanti vantaggi.
Il trattato era basato su due pilastri, di pace e di prosperità - un mandato ben meditato e necessario che faceva seguito a decenni di guerra che avevano lacerato il continente - non un mandato elitario calato dall'alto per creare un'entità sovranazionale.
Oggi, la versione più recente dell'unione ha seguito un impulso dirigista e centralizzatore. A poco a poco, dagli anni '80 e '90 fino ad oggi, questo impulso ha rovesciato la solida architettura di base del Trattato di Roma. Questo processo non ha avuto un carattere democratico ed è stato bocciato dalle urne - inclusi i referendum nei quali i cittadini hanno respinto l'anonimo processo decisionale dell'Unione Europea.
Ciò nonostante, questo processo è andato avanti senza sosta. I centralizzatori hanno sempre più esercitato la loro volontà sul popolo, con scarsa considerazione del suo consenso. Improvvisamente è stata introdotta la moneta unica. Improvvisamente l'Unione Europea ha raddoppiato il numero dei suoi membri. Improvvisamente si è affermato un esteso socialismo manageriale.
Nel 2016, la normativa europea ammonta a più di 30.000 pagine - un totale di 151 chilometri di carta. Oggi è rimasto poco su cui Bruxelles non abbia messo le mani.
Nel corso degli ultimi 20 anni, l'Unione Europea non è riuscita a comprendere e gestire i più importanti fenomeni politici ed economici, poiché è andata avanti col suo piano di trasformare un'organizzazione interamente economica in un organismo politico.
In primo luogo, Bruxelles ha perso l'occasione di gestire la globalizzazione. E' stata colta impreparata, troppo occupata a perfezionare un mercato interno per competere con economie di diverso tipo. Prima una crisi finanziaria, poi una crisi economica, e, infine, una crisi politica. Ognuna di esse ha reso evidente un calo di fiducia nel progetto, e ha lasciato gli europei sempre più preoccupati.
Il progetto europeo ha anche fatto l'errore di cedere alla nostalgia e al romanticismo. La politica odierna forse può essere meglio compresa come un desiderio ardente di un ordine passato e di un ripristino dei valori simbolici perduti, mentre la società si disintegra e i legami civici, religiosi e familiari che hanno tenuto insieme gli europei si sono scollati - da un lato un individualismo atomistico radicale, e dall'altro uno statalismo Bruxelles-centrico.
In questo processo, le istituzioni intermedie, in cui la gente ha effettivamente vissuto la propria vita e ha prosperato in passato, sono state gettate nella proverbiale spazzatura della storia. Nel frattempo, l'immigrazione ha trasformato le nazioni europee e la definizione stessa di identità europea.
Oggi, l'Unione Europea si trova in una profonda crisi. Sì, il trattato di Roma è stata una tappa importante. Ma nei successivi 60 anni l'unione ha in gran parte ignorato i suoi valori. Ora si trova ad un bivio: lasciare che il progetto si disintegri o centralizzare ancora di più. Nessuna delle due opzioni è attraente.
Naturalmente, l'ipotesi di tornare a singoli Stati nazionali europei è in sé stessa arcaica e pericolosa. I paesi non sono più isolati e sono vulnerabili ai poteri finanziari globali che sono per definizione transnazionali.
Tuttavia, c'è una valida alternativa.
L'Europa potrebbe tornare al trattato di Roma originario, allo stesso apprezzabile modello di confederazione di 60 anni fa. Unendosi solo su questioni essenziali, come la difesa, la sicurezza e la cooperazione in un'area doganale comune, tutto il resto rimarrebbe agli stati membri.
Mentre celebriamo il trattato di Roma, l'Unione Europea ed i suoi alleati dovrebbero aspirare ad un ritorno alla saggezza e alla legittimazione di quel trattato originario e alla sua visione dell'Europa.
01/04/17
Brexit, Invocato l'Articolo 50. Ora Cosa Succede?
La BBC pubblica un articolo dall'approccio lodevolmente neutrale, in cui si spiega in modo semplice in che modo si dovrà svolgere la Brexit e cosa prevede precisamente l'articolo 50. Sono punti semplici che però i telegiornali, sempre approssimativi, tacciono, ed è sull'ignoranza dei dettagli che si costruisce molto del terrorismo mediatico.
BBC, 29 marzo 2017
La Gran Bretagna ha imboccato ufficialmente la strada per uscire dall'Unione Europea, dopo 44 anni di appartenenza da paese membro. Questo mercoledì ha fatto appello a una parte della legge europea nota come articolo 50.
Cosa è successo di preciso?
Dopo nove mesi dal referendum sull'uscita dall'Unione Europea, il Primo Ministro Theresa May ha avviato il meccanismo ufficiale che trasformerà il voto in realtà: stiamo parlando dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona.
Martedì sera ha firmato una lettera che dava avvio a questo processo. La lettera è stata recapitata al Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, alle 00:20 (ora britannica) di mercoledì 29 marzo .
Questa lettera è stata seguita da una dichiarazione di Theresa May alla Camera dei Comuni, nella quale ha affermato che era giunto "il momento di un'unione del paese".
Cosa succederà dopo?
Inizieranno le trattative con i funzionari della UE. Ma il lavoro più duro inizierà solo a maggio o giugno, quando è previsto l'avvio delle trattative con gli altri paesi membri della UE. Queste trattative dovrebbero terminare entro l'autunno dell'anno prossimo [2018] - a quel punto i parlamentari di Westminster, il Consiglio Europeo a Bruxelles e il Parlamento Europeo dovranno ciascuno mettere ai voti gli accordi che saranno stati raggiunti.
Quindi, in pratica, il Regno Unito quando esce?
Il limite di tempo previsto dall'articolo 50 è di due anni, e può essere esteso solo con il consenso unanime di tutti i paesi UE.
Se non si raggiunge alcun accordo entro due anni e non viene concordata un'estensione del limite di tempo, il Regno Unito uscirà contemporaneamente dall'UE e da tutti gli accordi esistenti, inclusi gli accordi sull'accesso al mercato unico, che smetterebbero di essere applicati al Regno Unito.
Cos'è l'articolo 50?
L'articolo 50 è il piano previsto per un qualsiasi paese che voglia uscire dalla UE. È stato creato come parte del Trattato di Lisbona - un accordo siglato da tutti i paesi UE, che è diventato legge nel 2009. Prima di quel trattato non c'era alcun meccanismo formale con cui un paese potesse uscire dalla UE.
È un articolo piuttosto breve, che consiste di soli cinque paragrafi, e dichiara che qualsiasi paese membro della UE può decidere di uscire, che per farlo deve mandare una notifica al Consiglio Europeo e conseguentemente negoziare il ritiro dall'Unione, che è previsto un limite di tempo di due anni per raggiungere dei nuovi accordi - a meno che non ci sia l'unanime volontà di estendere il limite - e che il paese che vuole uscire non può prendere parte alle discussioni interne all'UE riguardo ai termini della sua uscita.
Qualsiasi accordo di uscita deve essere approvato da una "maggioranza qualificata" di paesi (cioè da almeno il 72% dei restanti 27 paesi UE, che rappresentino almeno il 65% della popolazione UE totale), ma deve anche essere approvato dai membri del Parlamento Europeo. Il quinto paragrafo solleva la possibilità che un paese voglia rientrare dopo essere uscito; questa eventualità viene considerata in base all'articolo 49.
Il testo completo si trova qui.
Si può tornare indietro?
Nessun paese è mai uscito prima dalla UE e l'articolo 50 non dice espressamente se il processo di uscita possa essere arrestato una volta iniziato. Il governo britannico non è stato in grado di rilasciare delle dichiarazioni legali definitive su questo punto.
Tuttavia, nel suo discorso di mercoledì alla Camera dei Comuni, Theresa May ha detto che "non si tornerà indietro" e nel recente caso sull'articolo 50 presso la Corte Suprema britannica, entrambe le parti hanno assunto che la decisione fosse irrevocabile.
Nonostante ciò il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, ha detto di ritenere che l'articolo 50 possa essere fermato e il suo corso invertito.
Dalla sua parte c'è anche un veterano della diplomazia britannica, Lord Kerr, che ha contribuito a scrivere l'articolo 50. Nel novembre 2016 ha detto alla BBC che "si può cambiare idea anche una volta che il processo è stato avviato". Ma ha anche aggiunto che non pensa ci sia alcun politico, in Gran Bretagna, che sia disposto a permettere una simile inversione a U.
Verifica dei fatti: La Gran Bretagna può cambiare idea sull'articolo 50?
Perché si è aspettato così a lungo prima di avviare l'uscita?
Nell'ottobre dello scorso anno Theresa May ha annunciato che avrebbe mandato una notifica formale al Consiglio Europeo entro la fine di marzo, sostenendo che non voleva che il processo di uscita fosse precipitoso e che avvenisse prima di raggiungere un accordo sugli obiettivi del Regno Unito.

Di cosa si occuperanno le trattative?
La lettera mandata a Tusk delinea sette principi negoziali secondo il Regno Unito. Si tratta dei seguenti:
I rappresentanti UE hanno suggerito però che gli accordi per l'uscita e l'accordo commerciale dovranno essere gestiti separatamente.
Altri punti che dovranno probabilmente essere discussi riguardano le disposizioni per la sicurezza transfrontaliera, i mandati di arresto europei, il trasferimento degli enti UE che hanno sede nel Regno Unito, e i contributi versati dal Regno Unito per le pensioni dei dipendenti pubblici della UE - sono tutti punti di un ampio "divorzio", il cui costo secondo alcuni report potrebbe raggiungere i 50 miliardi di sterline.
Il Governo ha pubblicato un report già prima del referendum del 2016 sull'eventuale processo di uscita dall'Unione Europea, suggerendo altre aree che dovranno essere discusse. Potete leggerle qui.
Chi si occuperà di negoziare gli accordi?
La Commissione Europea - l'organo burocratico della UE - ha creato una task force guidata da Michel Barnier, che sarà responsabile della conduzione delle trattative con il Regno Unito.
Dalla parte del Regno Unito, la responsabilità generale delle trattative sulla Brexit è del Primo Ministro, che è supportato in questo dal Dipartimento per l'Uscita dall'Unione Europea, guidato da David Davis. Qui trovate un schizzo che ritrae le personalità in campo.
Cosa succede se non si raggiunge un accordo dopo due anni?
In questo caso si assume che le relazioni commerciali tra il Regno Unito e la UE siano governate dalle leggi dell'Organizzazione Mondiale per il Commercio.
Alcuni ministri hanno suggerito che ci possa essere un periodo di transizione dopo l'uscita effettiva dalla UE, per evitare un "salto nel vuoto" e introdurre gradualmente le nuove disposizioni.
Qui trovate un'analisi dei diversi scenari possibili se non si raggiunge un accordo.
Il Parlamento avrà voce in capitolo?
Sebbene l'articolo 50 dica che qualsiasi accordo deve ricevere "il consenso del Parlamento Europeo", non dice nulla su un eventuale ruolo del Parlamento del paese che esce.
Nonostante ciò, dopo un'apparente iniziale resistenza, a gennaio il Primo Ministro ha affermato che sia la Camera dei Lord che la Camera dei Comuni voteranno per l'approvazione dell'accordo finale. Il Parlamento britannico controllerà inoltre i lavori del governo sulla Brexit tramite dibattiti parlamentari, commissioni di lavoro e voti sulle proposte di legge.
Leggete qui ulteriori informazioni sul ruolo del Parlamento.
Durante le trattative sulla Brexit il Regno Unito continuerà a far parte della UE?
Il Regno Unito continuerà a restare un paese membro della UE durante le trattative di uscita, ma ha rinunciato al suo ruolo di Presidenza del Consiglio Europeo - che avrebbe dovuto assumere nella seconda metà del 2017 - per concentrarsi sulla Brexit.
Il Regno Unito può negoziare un accordo commerciale con altri paesi, nel frattempo?
No. Mentre il Regno Unito resta parte dell'Unione Europea non può prendere parte indipendentemente ad alcun accordo commerciale internazionale con paesi non-UE; se lo facesse violerebbe i trattati UE.
Tuttavia ci potrebbero essere comunque delle discussioni generali su eventuali accordi da prendere, e i potenziali partner commerciali sarebbero certamente interessati a prendere parte a queste trattative.
Ascoltate qui ciò che Liam Fox, segretario di stato per il commercio internazionale, pensa riguardo al futuro commerciale del Regno Unito post-Brexit.
BBC, 29 marzo 2017
La Gran Bretagna ha imboccato ufficialmente la strada per uscire dall'Unione Europea, dopo 44 anni di appartenenza da paese membro. Questo mercoledì ha fatto appello a una parte della legge europea nota come articolo 50.
Cosa è successo di preciso?
Dopo nove mesi dal referendum sull'uscita dall'Unione Europea, il Primo Ministro Theresa May ha avviato il meccanismo ufficiale che trasformerà il voto in realtà: stiamo parlando dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona.
Martedì sera ha firmato una lettera che dava avvio a questo processo. La lettera è stata recapitata al Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, alle 00:20 (ora britannica) di mercoledì 29 marzo .
Questa lettera è stata seguita da una dichiarazione di Theresa May alla Camera dei Comuni, nella quale ha affermato che era giunto "il momento di un'unione del paese".
Cosa succederà dopo?
Inizieranno le trattative con i funzionari della UE. Ma il lavoro più duro inizierà solo a maggio o giugno, quando è previsto l'avvio delle trattative con gli altri paesi membri della UE. Queste trattative dovrebbero terminare entro l'autunno dell'anno prossimo [2018] - a quel punto i parlamentari di Westminster, il Consiglio Europeo a Bruxelles e il Parlamento Europeo dovranno ciascuno mettere ai voti gli accordi che saranno stati raggiunti.
Quindi, in pratica, il Regno Unito quando esce?
Il limite di tempo previsto dall'articolo 50 è di due anni, e può essere esteso solo con il consenso unanime di tutti i paesi UE.
Se non si raggiunge alcun accordo entro due anni e non viene concordata un'estensione del limite di tempo, il Regno Unito uscirà contemporaneamente dall'UE e da tutti gli accordi esistenti, inclusi gli accordi sull'accesso al mercato unico, che smetterebbero di essere applicati al Regno Unito.
Cos'è l'articolo 50?
L'articolo 50 è il piano previsto per un qualsiasi paese che voglia uscire dalla UE. È stato creato come parte del Trattato di Lisbona - un accordo siglato da tutti i paesi UE, che è diventato legge nel 2009. Prima di quel trattato non c'era alcun meccanismo formale con cui un paese potesse uscire dalla UE.
È un articolo piuttosto breve, che consiste di soli cinque paragrafi, e dichiara che qualsiasi paese membro della UE può decidere di uscire, che per farlo deve mandare una notifica al Consiglio Europeo e conseguentemente negoziare il ritiro dall'Unione, che è previsto un limite di tempo di due anni per raggiungere dei nuovi accordi - a meno che non ci sia l'unanime volontà di estendere il limite - e che il paese che vuole uscire non può prendere parte alle discussioni interne all'UE riguardo ai termini della sua uscita.
Qualsiasi accordo di uscita deve essere approvato da una "maggioranza qualificata" di paesi (cioè da almeno il 72% dei restanti 27 paesi UE, che rappresentino almeno il 65% della popolazione UE totale), ma deve anche essere approvato dai membri del Parlamento Europeo. Il quinto paragrafo solleva la possibilità che un paese voglia rientrare dopo essere uscito; questa eventualità viene considerata in base all'articolo 49.
Il testo completo si trova qui.
Si può tornare indietro?
Nessun paese è mai uscito prima dalla UE e l'articolo 50 non dice espressamente se il processo di uscita possa essere arrestato una volta iniziato. Il governo britannico non è stato in grado di rilasciare delle dichiarazioni legali definitive su questo punto.
Tuttavia, nel suo discorso di mercoledì alla Camera dei Comuni, Theresa May ha detto che "non si tornerà indietro" e nel recente caso sull'articolo 50 presso la Corte Suprema britannica, entrambe le parti hanno assunto che la decisione fosse irrevocabile.
Nonostante ciò il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, ha detto di ritenere che l'articolo 50 possa essere fermato e il suo corso invertito.
Dalla sua parte c'è anche un veterano della diplomazia britannica, Lord Kerr, che ha contribuito a scrivere l'articolo 50. Nel novembre 2016 ha detto alla BBC che "si può cambiare idea anche una volta che il processo è stato avviato". Ma ha anche aggiunto che non pensa ci sia alcun politico, in Gran Bretagna, che sia disposto a permettere una simile inversione a U.
Verifica dei fatti: La Gran Bretagna può cambiare idea sull'articolo 50?
Perché si è aspettato così a lungo prima di avviare l'uscita?
Nell'ottobre dello scorso anno Theresa May ha annunciato che avrebbe mandato una notifica formale al Consiglio Europeo entro la fine di marzo, sostenendo che non voleva che il processo di uscita fosse precipitoso e che avvenisse prima di raggiungere un accordo sugli obiettivi del Regno Unito.
Di cosa si occuperanno le trattative?
La lettera mandata a Tusk delinea sette principi negoziali secondo il Regno Unito. Si tratta dei seguenti:
- Ci impegneremo costruttivamente e rispettosamente con tutti, secondo uno spirito di sincera cooperazione
- Metteremo sempre al primo posto l'interesse dei nostri cittadini.
- Lavoreremo al fine di assicurare un accordo ampio ed esaustivo
- Lavoreremo insieme per ridurre al minimo i disagi e dare le massime garanzie possibili
- Dovremo prestare attenzione alla relazione speciale del Regno Unito con la Repubblica di Irlanda e all'importanza del processo di pace con l'Irlanda del Nord
- Inizieremo le trattative tecniche su punti specifici il prima possibile, ma dobbiamo dare priorità alle sfide più importanti
- Continueremo a lavorare insieme per portare avanti e difendere i valori europei condivisi
I rappresentanti UE hanno suggerito però che gli accordi per l'uscita e l'accordo commerciale dovranno essere gestiti separatamente.
Altri punti che dovranno probabilmente essere discussi riguardano le disposizioni per la sicurezza transfrontaliera, i mandati di arresto europei, il trasferimento degli enti UE che hanno sede nel Regno Unito, e i contributi versati dal Regno Unito per le pensioni dei dipendenti pubblici della UE - sono tutti punti di un ampio "divorzio", il cui costo secondo alcuni report potrebbe raggiungere i 50 miliardi di sterline.
Il Governo ha pubblicato un report già prima del referendum del 2016 sull'eventuale processo di uscita dall'Unione Europea, suggerendo altre aree che dovranno essere discusse. Potete leggerle qui.
Chi si occuperà di negoziare gli accordi?
La Commissione Europea - l'organo burocratico della UE - ha creato una task force guidata da Michel Barnier, che sarà responsabile della conduzione delle trattative con il Regno Unito.
Dalla parte del Regno Unito, la responsabilità generale delle trattative sulla Brexit è del Primo Ministro, che è supportato in questo dal Dipartimento per l'Uscita dall'Unione Europea, guidato da David Davis. Qui trovate un schizzo che ritrae le personalità in campo.
Cosa succede se non si raggiunge un accordo dopo due anni?
In questo caso si assume che le relazioni commerciali tra il Regno Unito e la UE siano governate dalle leggi dell'Organizzazione Mondiale per il Commercio.
Alcuni ministri hanno suggerito che ci possa essere un periodo di transizione dopo l'uscita effettiva dalla UE, per evitare un "salto nel vuoto" e introdurre gradualmente le nuove disposizioni.
Qui trovate un'analisi dei diversi scenari possibili se non si raggiunge un accordo.
Il Parlamento avrà voce in capitolo?
Sebbene l'articolo 50 dica che qualsiasi accordo deve ricevere "il consenso del Parlamento Europeo", non dice nulla su un eventuale ruolo del Parlamento del paese che esce.
Nonostante ciò, dopo un'apparente iniziale resistenza, a gennaio il Primo Ministro ha affermato che sia la Camera dei Lord che la Camera dei Comuni voteranno per l'approvazione dell'accordo finale. Il Parlamento britannico controllerà inoltre i lavori del governo sulla Brexit tramite dibattiti parlamentari, commissioni di lavoro e voti sulle proposte di legge.
Leggete qui ulteriori informazioni sul ruolo del Parlamento.
Durante le trattative sulla Brexit il Regno Unito continuerà a far parte della UE?
Il Regno Unito continuerà a restare un paese membro della UE durante le trattative di uscita, ma ha rinunciato al suo ruolo di Presidenza del Consiglio Europeo - che avrebbe dovuto assumere nella seconda metà del 2017 - per concentrarsi sulla Brexit.
Il Regno Unito può negoziare un accordo commerciale con altri paesi, nel frattempo?
No. Mentre il Regno Unito resta parte dell'Unione Europea non può prendere parte indipendentemente ad alcun accordo commerciale internazionale con paesi non-UE; se lo facesse violerebbe i trattati UE.
Tuttavia ci potrebbero essere comunque delle discussioni generali su eventuali accordi da prendere, e i potenziali partner commerciali sarebbero certamente interessati a prendere parte a queste trattative.
Ascoltate qui ciò che Liam Fox, segretario di stato per il commercio internazionale, pensa riguardo al futuro commerciale del Regno Unito post-Brexit.
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