09/02/19

Ashoka Mody - I limiti politici della BCE in 8 grafici

Le politiche monetarie della BCE, rappresentate in 8 grafici dall'economista Ashoka Mody, si manifestano senza mezzi termini come politiche fallimentari: con un approccio del tutto asimmetrico, volto a combattere l'inflazione anche quando è solo un fantasma e a intervenire con esitazione e in ritardo sulle tendenze deflazionistiche, la BCE  ha infilato l'Eurozona in una palude di bassa inflazione cronica, amplificando le divergenze tra paesi a tutto detrimento dell'Italia. I limiti politici strutturali della BCE le impediscono un'azione efficace e autorevole sui mercati.

 

 

 

Hélène Rey, professore alla London Business School, sostiene che la Federal Reserve statunitense determina la politica monetaria globale. La Fed determina il tasso di interesse della valuta dominante a livello mondiale, il dollaro USA. Le decisioni politiche della Fed, quindi, innescano il "ciclo finanziario globale", che determina i flussi di capitale globale in tutto il mondo, ponendo forti restrizioni alle politiche monetarie nazionali.

 

Alcuni, tuttavia, insistono sul fatto che tutte le banche centrali sono ugualmente efficaci (o inefficaci). Claudio Borio della Bank of International Settlements sostiene che le politiche della banca centrale non sono in grado di determinare i tassi di inflazione. La competizione internazionale mantiene l'inflazione globale bassa e le banche centrali, nel maldestro tentativo di prevenire la deflazione, riducono i tassi di interesse a livelli molto bassi. In questo modo le banche centrali incoraggiano gli investimenti speculativi, che alla fine scatenano crisi finanziarie. Raghuram Rajan, economista dell'Università di Chicago, rientra tra questo gruppo di economisti.

 

Altri sostengono l'opposto, incolpando tutte le banche centrali di aver dimostrato un'ingiustificata timidezza dopo l'inizio della crisi finanziaria globale (GFC). Tali critici affermano che nessuna tra le banche centrali "è riuscita a portare l'inflazione all'obiettivo dichiarato", in quanto non hanno usato pienamente la loro capacità di stimolare l'economia.

 

Rey ha ragione nel dire che la Fed è la banca centrale più potente al mondo, ma non solo per la ragione da lui sottolineata. La Fed è anche la banca centrale più autorevole al mondo, il che la rende estremamente influente a livello nazionale, oltreché a livello internazionale. La Fed ha alzato il tasso di inflazione degli Stati Uniti al suo obiettivo del 2%. Gli interventi della Fed, precoci e aggressivi, hanno contribuito a spingere l'economia statunitense verso una più rapida ripresa; quella stessa audacia ha impedito la caduta delle aspettative di inflazione. Al contrario, la Bank of Japan (BOJ) e la Banca centrale europea (BCE), avendo lasciato scendere troppo i tassi d'inflazione, si sono dimostrate incapaci di riportarli all'obiettivo.

 

I commentatori a volte considerano la BOJ inadeguata rispetto alle altre banche centrali, presumibilmente perché ha fallito, nonostante i grandi sforzi compiuti, nel suo tentativo di far ripartire l'inflazione. Molti, soprattutto Paul Krugman, sottolineano la scarsa efficacia della BOJ, per la quale investitori e consumatori hanno perso la fiducia nella possibilità che la BOJ portasse avanti le sue politiche di stimolo.

 

Da questa prospettiva, Mohamed El-Erian, principale consigliere economico di Allianz, ha recentemente descritto la Fed e la BCE come "le due banche centrali più importanti dal punto di vista sistemico". Ma accomunare Fed e BCE è appropriato? In questo saggio, documento i costi della timidezza della BCE, che, a mio avviso, deriva dai limiti politici delle sue azioni e che rende la BCE, almeno per certi aspetti, ancora meno efficace della BOJ.

 

Il ritardo della BCE nel quantitative easing

 

La BCE è fortemente avversa all'inflazione, ma è più tollerante nei confronti delle tendenze deflazionistiche. Questa predisposizione asimmetrica non è il risultato del suo mandato di raggiungere la stabilità dei prezzi. La BCE ha scelto di interpretare questo mandato in modo asimmetrico. Si è concentrata sul mantenimento dell'inflazione al di sotto del 2 percento, ma ha minimizzato l'obiettivo di mantenere l'inflazione vicina al 2 percento.

 

In periodi di pressione inflazionistica, l'impegno ideologico per la "stabilità dei prezzi" fa sì che la BCE mantenga una politica monetaria restrittiva. Questa ideologia si è manifestata tra il 2001 e il 2003. Sebbene il ritmo del rallentamento dell'economia e i tassi di inflazione fossero simili su entrambe le sponde dell'Atlantico, la BCE ha abbassato i tassi di interesse solo lentamente e con riluttanza, mentre la Fed ha ridotto i tassi drasticamente. La BCE ha prestato maggiore attenzione all'inflazione piuttosto che al rallentamento economico. Quando i leader nazionali fecero pressioni sul presidente della BCE Wim Duisenberg perché allentasse la politica monetaria, come è noto egli replicò: "Sento ma non ascolto". Allo stesso modo, dopo l'inizio della GFC  (la grande crisi finanziaria,ndt), la prima azione della BCE nel luglio 2008 fu di alzare il tasso di interesse;  la BCE alzò i tassi ancor più seriamente in aprile e luglio 2011, scatenando il panico finanziario e spingendo l'eurozona in condizioni recessive prolungate. In ciascuno di questi casi, la BCE stava combattendo la minaccia di un'inflazione fantasma, senza considerare che il rallentamento economico in corso avrebbe moderato l'inflazione.

 

La condivisione ideologica della decisione di innalzare il tasso di interesse era tale che persino Mario Draghi, spesso considerato più equilibrato tra i suoi zelanti colleghi del Consiglio direttivo della BCE, difese pubblicamente la logica del vergognoso rialzo dei tassi del luglio 2011, sia prima che dopo la decisione.

 

Mentre l'ideologia univa il Consiglio direttivo nella lotta contro l'inflazione, la divergenza degli interessi nazionali la tratteneva dal contrastare la deflazione. Gli interessi divergenti si sono palesati in maniera evidente verso la fine del 2012. Negli Stati Uniti, dove il tasso di inflazione era più o meno uguale a quello dell'eurozona, la Fed sotto la presidenza di Ben Bernanke intensificò gli acquisti di obbligazioni nell'ambito dei programmi di QE (figura 1).


Figura 1: La BCE è intervenuta con ritardo nel contrastare le tendenze deflazionistiche. (a sinistra i tassi della politica monetaria in percentuale; a destra gli attivi delle banche centrali nel luglio 2007). Fonti: grafico di sinistra - Federal Reserve Bank di New York, "Ricerca storica dei dati dei fondi federali"; Banca centrale europea, "Principali operazioni di rifinanziamento", offerte a tasso fisso; Bank of England, https://www.bankofengland.co.uk/boeapps/database/Bank-Rate.asp; grafico di destra - Federal Reserve Bank of St. Louis, codici ECBASSETS per la BCE, WALCL per la Fed. USA. UKASSETS e codice RPQB75A della Banca d'Inghilterra per la BoE.

 

Contribuendo in questo modo a ridurre i tassi di interesse a lungo termine, la Fed ha cercato di indurre maggiori spese e quindi prevenire recessione e deflazione. Al contrario, la BCE è rimasta praticamente immobile. Il tasso di inflazione della zona euro ha iniziato a calare restando costantemente al di sotto del tasso di inflazione negli Stati Uniti (Figura 2).

 



Figura 2: Il tasso di inflazione dell'area dell'euro ha iniziato a calare a metà del 2013, provocando il danno della bassa inflazione.

(Media mobile a tre mesi dei tassi di inflazione "core", variazione percentuale annua). Fonti: Eurostat: "HICP - Tutti gli articoli escluso energia e alimenti"; Fed. Di St. Louis, FRED: "Spese per consumi personali escluso alimenti ed energia (indice dei prezzi concatenati)."
Nota: il valore del dicembre 2018 per l'area dell'euro è una stima.

 

La dirigenza della BCE ha inizialmente ignorato il calo del tasso di inflazione dell'eurozona, considerandolo come un dato temporaneo. Al posto di un'importante iniziativa di QE, Draghi ha messo in campo uno scarso argomento economico. Nel novembre 2013 ha dichiarato che la BCE disponeva di "tutta una serie di strumenti" che "se necessario" avrebbe implementato. Nell'aprile 2014 ha riconosciuto che "alcune volte" le previsioni della BCE su un aumento dell'inflazione si erano rivelate errate. Ha insistito, tuttavia, che la BCE sarebbe intervenuta solo se l'inflazione fosse rimasta bassa per un periodo" troppo prolungato". Tale fraseologia volutamente vaga era un tentativo evidente, e quindi fallito, di mascherare le tensioni all'interno del Consiglio direttivo. Gli stati membri del Nord, con il presidente della Bundesbank Jens Weidman in testa, si opponevano pubblicamente al QE.

 

Le conseguenze del QE tardivo

 

La BCE ha infine avviato il QE a gennaio 2015, ma solo dopo che la bassa inflazione - tassi di inflazione persistentemente bassi – si era instaurata. E non solo il tasso medio di inflazione della zona euro si era attestato attorno all'1 per cento, ma si era manifestata anche una preoccupante divergenza tra i tassi di inflazione dei diversi paesi. Il tasso di inflazione in Germania era ben superiore all'1%, mentre in Italia era decisamente al di sotto dell'1% (Figura 3). Questo era prevedibile. La politica monetaria era particolarmente severa per l'Italia, dall'economia più debole. Ciò ha spinto al ribasso il tasso di inflazione italiano, mantenendo il tasso di interesse reale italiano (il tasso d'interesse corretto per l'inflazione) molto più alto di quello tedesco. Pertanto, la politica monetaria restrittiva ha rafforzato le divergenze economiche all'interno dell'eurozona.

 



Figura 3: Il problema dell'eurozona: una politica monetaria unica provoca divergenze di inflazione e il problema della bassa inflazione in Italia. (Variazione percentuale dell'inflazione core annuale, media mobile a tre mesi). Fonte: Eurostat. Note: l'inflazione Core è la variazione percentuale annua dell'indice armonizzato dei prezzi al consumo ad esclusione di energia, alimenti, alcol e tabacco.I dati del dicembre 2018 sono stimedi Eurostat.

 

 

La BCE ha continuato a prevedere che l'inflazione sarebbe aumentata, ma l'inflazione media si è rifiutata di muoversi (Figura 4).

 



Figura 4: La BCE ha continuato a prevedere un aumento dell'inflazione dell'eurozona, ma l'inflazione è rimasta ostinatamente bassa. Fonti: Proiezioni Macroeconomiche della BCE del marzo dell'anno. https://www.ecb.europa.eu/pub/projections/html/index.en.html. Nota: l'inflazione core del 2018 è la media dei mesi da gennaio a dicembre 2018. Dicembre 2018 è una stima Eurostat.

 

 

La BCE inoltre non è stata in grado di ottenere un tasso di cambio significativamente più debole per contribuire a stimolare la crescita e l'inflazione. Normalmente, un calo dei tassi di interesse guidato dal QE dovrebbe causare un deprezzamento del valore della valuta. La Figura 5 allinea al tempo "0" i QE avviati dalla BOJ e dalla BCE. Lo yen ha subito una svalutazione sostanziale ed è rimasto più debole rispetto al valore che aveva all'inizio del QE della BOJ. L'euro ha subito un deprezzamento in previsione del QE della BCE, ma almeno una parte di questo deprezzamento è stato causato dal ritiro della Fed dal QE negli ultimi mesi del 2014. Dopo che la BCE ha iniziato il QE, l'euro si è deprezzato solo per poco tempo e poi lentamente è tornato al suo livello di partenza. Quindi, nel complesso, l'euro si è a mala pena deprezzato rispetto al dollaro.

 

Il mancato deprezzamento dell'euro rispetto al dollaro è stato causato dalla minaccia della BCE, che già a gennaio 2017 prevedeva di rallentare il ritmo degli acquisti di obbligazioni. A ottobre 2017, Draghi ha parzialmente realizzato questa minaccia. Ha annunciato che, a partire dal gennaio 2018, la BCE avrebbe dimezzato gli acquisti mensili a 30 miliardi di euro. I mercati, quindi, avevano buone ragioni per ritenere che la BCE avrebbe ritirato il QE in anticipo, il che ha mantenuto il tasso di cambio sostenuto in previsione della fine del programma.

 



Figura 5: La BCE, ancor più che la Bank of Japan, non aveva preso impegni per gli acquisti di bond. Nota: Tasso di cambio JPY / USD pari a 100 il 4 gennaio 2013 (data dell'annuncio del QE da parte della Banca del Giappone) e tasso di cambio EUR / USD pari a 100 il 22 gennaio 2015 (data dell'annuncio del QE da parte di la BCE). Fonte: per USD e yen giapponesi, https://www.investing.com/currencies; per i tassi USD ed Euro, BCE, https://sdw.ecb.europa.eu/quickview.do?SERIES_KEY=120.EXR.D.USD.EUR.SP00.A&periodSortOrder=ASC.

 

A giugno 2018, Draghi annunciò che la BCE era pronta a liquidare il QE. "Il Consiglio direttivo”, dichiarò, aveva "concluso che i progressi verso un aggiustamento sostenuto dell'inflazione sono stati finora significativi". Questa è stata una dichiarazione sorprendente. Il tasso di inflazione core era a circa l'1 percento, livello a cui era rimasto per quasi tre anni. A settembre, il rallentamento della crescita dell'area dell'euro è diventato manifesto e la BCE ha rivisto le sue previsioni di crescita a un livello inferiore. Ma Draghi ha continuato a insistere sul fatto che le prospettive di crescita e inflazione rimanevano favorevoli. Alla sua conferenza stampa di dicembre, quando annunciò la fine del QE, Draghi presentò una brillante valutazione economica. "Il punto di forza della domanda interna", ha affermato, "continua a sostenere l'espansione dell'area dell'euro e ad aumentare gradualmente le pressioni inflazionistiche. Ciò conferma la nostra fiducia che la convergenza dell'inflazione verso il nostro obiettivo procederà e verrà mantenuta anche dopo la fine dei nostri acquisti di titoli." La valutazione era fastidiosamente in contrasto con i dati - con Germania e Italia in condizioni quasi recessive.

 

Data questa serie di dinieghi, ritardi e mezze misure, non sorprende che le azioni della BCE non abbiano modificato il tasso di cambio dell'euro nei confronti del dollaro USA. Così, la zona euro non è riuscita a ottenere l'unico vantaggio del QE ottenuto sia dagli Stati Uniti che dal Giappone (figura 6). In effetti, poiché il dollaro si è apprezzato rispetto alle altre valute a partire dall'inizio del 2015, quando la Fed ha iniziato un graduale ritiro dai suoi acquisti di obbligazioni, il tasso di cambio effettivo dell'euro ponderato sul commercio per un effetto perverso si è apprezzato dopo l'avvio del QE della BCE. Non c'è da stupirsi, quindi, che il QE della BCE abbia fatto ben poco per la crescita.

 



Figura 6: I quantitative easing statunitensi e giapponesi hanno rafforzato l'euro, poiché la BCE ha aspettato e perso credibilità. Fonti: Bank for International Settlements, “Effective exchange rate indices, Narrow indices, Nominal”; comunicati stampa del Consiglio dei governatori della Federal Reserve, 25 novembre 2008, 23 settembre 2009, 10 agosto 2010, 22 giugno 2011, 13 settembre 2012, 17 settembre 2014; Ben Bernanke, 2013, "The Economic Outlook", testimonianza davanti al Comitato economico congiunto, Congresso degli Stati Uniti, Washington, DC, 22 maggio; Shinzo Abe, 2013, "Conferenza stampa del primo ministro Shinzo Abe," Primo ministro giapponese e suo gabinetto, 4 gennaio; Comunicato stampa della BCE: 22 gennaio 2015.

 

L'eurozona è in una trappola macroeconomica. La mancanza di un significativo slancio di crescita durante e dopo la prolungata crisi finanziaria e della zona euro ha causato una compressione delle importazioni. La compressione delle importazioni ha portato a un'oscillazione, nei paesi più colpiti dalla crisi, da un disavanzo delle partite correnti verso un surplus (figura 7). Tale surplus ha sostenuto il cambio dell'euro, che, a sua volta, ha creato un ulteriore freno alla crescita.

 



Figura 7: la politica monetaria deflazionistica ha contribuito al surplus delle partite correnti dell'eurozona. (Percentuale del PIL, media mobile del 4° trimestre)

Fonte: PIL dell'area dell'euro, codice Eurostat namq_10_gdp; Bilancia dei pagamenti, codice Eurostat bop_c6_q; Conto corrente dell'area dell'euro, codice BCE DD.Q.I8.BP_CU.PGDP.4F_N.

 

 

La crescita della zona euro è trainata dal commercio mondiale

 

Draghi afferma che "il QE della BCE è stato l'unico driver di questa ripresa [dell'area dell'euro]". Al contrario, i dati dimostrano che il QE ha contribuito ben poco a sostenere la crescita dell'area dell'euro. La crescita nell'eurozona è rimasta stagnante nei primi due anni dopo l'avvio del QE da parte della BCE. In questi due anni - il 2015 e il 2016 - il commercio mondiale è cresciuto ad un tasso annuale più o meno del 3%. Poiché i paesi europei sono fortemente dipendenti dagli scambi commerciali, il ritmo anemico della crescita del commercio mondiale ha posto un freno alla crescita della zona euro (Figura 8).

 

 



Figura 8: il commercio mondiale, piuttosto che gli acquisti di obbligazioni della BCE, muove la crescita dell'eurozona. (Tassi di crescita annuali, in percentuale; medie mobili a tre mesi) Fonti: per i dati sulla crescita del commercio mondiale, World Trade Monitor, https://www.cpb.nl/en/data; per la produzione industriale della Germania, Destatis, https://www-genesis.destatis.de/genesis/online/logon?sequenz=tabelleErgebnis&selectionname=42153-0001&sachmerkmal=WERTE9&sachschluessel=X12ARIMAASB&leerzeilen=false&language=en; per la Francia, INSEE, https://www.insee.fr/en/statistiques/3690022#titre-bloc-6; per l'Italia, Istat, http://dati.istat.it/?lang=en#. Nota: tasso di crescita calcolato come gli ultimi tre mesi rispetto agli stessi tre mesi dell'anno precedente.

 

A partire dall'inizio del 2017, le autorità cinesi hanno iniettato uno stimolo significativo per far rivivere la loro economia. Come si è verificato negli ultimi due decenni, la rapida crescita in Cina ha accelerato il ritmo della crescita del commercio mondiale attraverso l'aumento delle importazioni cinesi e la maggiore attività stimolata dalle imprese cinesi nelle catene globali di valore aggiunto. La maggiore crescita del commercio mondiale, che ha raggiunto un picco di oltre il 5 per cento alla fine del 2017, com'era prevedibile ha stimolato la crescita della zona euro. Sebbene vi sia la tentazione di attribuire la maggiore crescita della zona euro a un tardivo beneficio del QE, in realtà tutto era causato dal commercio mondiale. Così, quando le autorità cinesi hanno ritirato il loro stimolo per paura di aggravare le già fragili vulnerabilità finanziarie interne, la crescita del commercio mondiale ha rallentato e così pure l'eurozona. Per tutto il tempo, il QE è rimasto un fenomeno secondario.

 

 

La perdita di influenza della BCE produce delle conseguenze

 

Hélène Rey ha ragione. La Fed, in effetti, stabilisce la politica monetaria globale. La BOJ rimane incapace di incidere sull'inflazione. Mentre i difensori della BCE spesso sostengono che "le cose avrebbero potuto andare peggio" in assenza del suo programma di QE, giudicato secondo i parametri di riferimento di altre banche centrali e persino secondo quelli della sua stessa gestione, il QE della BCE non ha avuto alcun impatto apparente sull'inflazione, o sul tasso di cambio dell'euro, o sulla crescita dell'area dell'euro.

 

A differenza della Fed, le altre banche centrali hanno perso il "gioco delle aspettative". Nel giugno 2018, a Sintra, località turistica portoghese, Jerome Powell, presidente della Fed, ha osservato: "Oggi i responsabili politici considerano maggiormente il ruolo delle aspettative nelle dinamiche inflattive". Il governatore della BOJ Haruhiko Kuroda si è lamentato del fatto che i consumatori giapponesi si aspettano che i prezzi rimangano relativamente stabili, il che fa sì che le aziende esitino ad alzare i prezzi. Cinque anni di QE ambizioso, ha concluso senza speranza, non sono riusciti a rimuovere la "tenace mentalità deflazionistica" radicata nella psiche giapponese.

 

Come ha sottolineato anche John Williams, presidente della Federal Reserve di New York, una volta che l'inflazione cade, è straordinariamente difficile farla tornare "dove vogliamo che resti".

 

I limiti politici della BCE a dare uno stimolo monetario le hanno impedito di riportare l'inflazione dove doveva stare. Il risultato: gran parte della zona euro è caduta in una trappola di "bassa inflazione". Sebbene nessun paese dell'eurozona si trovi in deflazione effettiva, la bassa inflazione aumenta il tasso di interesse reale e costringe consumatori e investitori a frenare gli acquisti, frenando la crescita, il che convalida l'aspettativa che l'inflazione rimanga bassa, il che fa sì che i consumatori continuino a rimandare gli acquisti.

 

Tra le banche centrali, la Fed si distingue perché risulta più credibile nel mantenere i suoi impegni e riesce ad influenzare le aspettative nel modo più efficace. Nell'ultima crisi, la Fed è intervenuta presto e non ha lasciato spazio a equivoci fino al 2013. Pertanto, la Fed ha manovrato un forte deprezzamento del dollaro attraverso il QE e lentamente ma sicuramente ha riportato l'inflazione al 2%. La BOJ ha minato la sua credibilità negli anni '90, quando esitò a combattere la minaccia della deflazione. Quella perdita di credibilità ha continuato a perseguitare il Giappone. Anche nell'ultimo round del QE, nonostante la sua ambizione, qualche episodio di tapering (riduzione dello stimolo monetario, ndt) ha indebolito gli sforzi della BOJ. La BOJ, pertanto, ha avuto solo parzialmente successo: un certo deprezzamento dello yen ma poca trazione sui prezzi.

 

La BCE ha perso la battaglia delle aspettative e, quindi, la capacità di aumentare l'inflazione. Ancor più della BOJ, la BCE non è in grado di manovrare un deprezzamento del tasso di cambio.

 

Ora, in un brusco rallentamento economico e una inflazione persistentemente bassa, la decisione della BCE di interrompere i suoi acquisti di titoli rinnova quel suo solito ciclo di dinieghi, ritardi e mezze misure. Alcuni funzionari della BCE, guidati da Benoît Cœuré, confidano nel fatto che l'ampio stock di acquisti di obbligazioni effettuati in passato continui ad esercitare un effetto di stimolo. Questa è una pretesa strana. La transazione marginale, non l'ammontare di titoli detenuti, influenza il prezzo dei bond e, quindi, il loro rendimento. Pertanto, con l'interruzione dei nuovi acquisti da parte della BCE, i prezzi delle obbligazioni scenderanno e il rendimento aumenterà.

 

Una tale aspettativa di un aumento dei tassi di interesse nell'area dell'euro mantiene il tasso di cambio euro-dollaro in un intervallo ristretto, anche se la Fed ha già alzato il suo tasso di riferimento, da un intervallo tra 0 e 0,25 a dicembre 2016, a un intervallo tra 2,25 e 2,5 a dicembre 2018.

 

Un aumento dei tassi di interesse nell'area dell'euro potrebbe rivelarsi insostenibile in molti paesi della zona euro. I loro tassi di interesse reali sono già piuttosto alti, i tassi di crescita della produttività sono molto bassi e il tasso di cambio effettivo dell'euro, più forte rispetto all'inizio del QE, potrebbe diventare ancora più sostenuto.

 

La BCE ha ribadito che potrebbe riprendere il QE. Alla sua conferenza stampa del dicembre 2018, in risposta a una domanda se la BCE potesse "affrontare il prossimo rallentamento economico", Draghi ha risposto "abbiamo gli strumenti". Queste sono le stesse parole che ha usato quando la BCE rinviò il QE nel cruciale periodo 2013-2014, consentendo alla bassa inflazione di stabilizzarsi. Se la crescita dell'eurozona rimane debole, un impegno esitante a rinnovare il QE - tra voci discordanti del Consiglio direttivo - sarà accolto con meritato scetticismo. Potrebbe essere tutto piuttosto spiacevole.

 

06/02/19

In mezzo all’isteria da riscaldamento globale, la NASA si attende un raffreddamento globale

Mike Shedlock fa un riassunto dello stato dell’informazione mainstream riguardo i cambiamenti climatici. A fronte del coro unanime dei media che invocano azioni costosissime e immediate per fronteggiare un presunto disastro imminente, i dati scientifici dicono che il fenomeno è difficilmente prevedibile, frutto di fattori largamente indipendenti dalle attività umane, e insensibile ad eventuali azioni che l’uomo può intraprendere. E come dice il Pedante, se una cosa (la propaganda ambientalista) non serve a niente, evidentemente serve a qualcos’altro.

 

 

 

Di Mike Shedlock, 29 gennaio 2019

 

Vi prego di leggere questo articolo: la NASA si attende un trend di raffreddamento del clima grazie alla bassa attività solare.

 

“Vediamo un trend di raffreddamento” ha detto Martin Mlynczak del Centro di Ricerca della NASA di Langley. "Al di sopra della superficie terrestre, vicino ai confini dello spazio, la nostra atmosfera sta perdendo energia termica. Se i trend attuali continuano, si potrebbe presto instaurare un’Era Spaziale fredda da record”.

 

I nuovi dati vengono dal programma della Nasa “Suono dell’atmosfera” che usa la Radiometria di emissioni a largo spettro o strumento SABER, che è a bordo del satellite dell’agenzia spaziale chiamato "Dinamica ed Energetica della Termosfera, Ionosfera e Mesosfera" (TIMED). SABER monitora le radiazioni infrarosse dell’anidride carbonica (CO2) e del monossido di azoto (NO), due sostanze che giocano un ruolo vitale nell’emissione di energia dalla nostra termosfera, il livello più alto della nostra atmosfera.

 

"La termosfera si raffredda sempre durante il Minimo Solare. È una delle maniere più importanti in cui il ciclo solare influisce sul nostro pianeta” ha detto Mlynczak, che è il ricercatore associato principale per il SABER.

 

Le nuove scoperte della NASA sono in linea con studi pubblicati dall’Università di San Diego e Northumbia in Gran Bretagna l’anno scorso, entrambi predicevano un Grande Minimo Solare nei prossimi decenni a causa della bassa attività delle macchie solari. Entrambi gli studi predicevano un’attività solare simile al Minimo Maunder che c’è stato tra la metà del diciassettesimo e l’inizio del diciottesimo secolo, ed è coinciso con un periodo noto come la Piccola Era Glaciale, durante la quale le temperature sono state molto più basse di quelle attuali.

 

Se state pensando che la NASA stia contraddicendo sé stessa, avete ragione – in un certo senso. Dopo tutto la NASA ha anche detto la scorsa settimana che il ghiaccio del mare artico è al suo sesto livello più basso da quando sono iniziate le sue misurazioni. Non si tratta forse di un chiaro segno di riscaldamento globale?

 

Tutte questo “prova” che abbiamo, nella migliore delle ipotesi, una conoscenza molto sommaria dell’incredibilmente complesso sistema climatico terrestre.

 

Quindi quando i media mainstream e il venditore di crediti di carbonio Al Gore, trafelati, vi mettono in guardia sul fatto che dobbiamo fare qualcosa per il cambiamento climatico, dovete fare un passo indietro, prendere un bel respiro, e rendervi conto che non abbiamo la conoscenza, l’abilità o le risorse per avere un effetto significativo sul clima della Terra.

 

Un sistema incredibilmente complesso

 

Vedete qual è il problema? Gli allarmisti prendono una variabile, la concentrazione di CO2, che è solo una piccola parte di cicli estremamente lunghi, e fanno previsioni nel futuro remoto basandosi su di essa.

 

Quando ero alle scuole medie, gli allarmisti erano preoccupati dal raffreddamento globale. Mi diverto a ricordare di aver discusso durante la lezione di scienze sulla necessità di spargere fuliggine sopra il ghiaccio artico per fermare l’avanzata dei ghiacciai.

 

L’ultimo rapporto del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) dice che abbiamo solo 12 anni per salvare il pianeta. Ovviamente ha scatenato le solite reazioni frenetiche e ridicole.

 

L’NBC News ci ha regalato questa perla: “Un’ultima disperata correzione per il riscaldamento globale? Un’eruzione di un vulcano creata dall’uomo, per raffreddare il pianeta”. L’articolo proclamava che “Gli scienziati e alcuni ambientalisti credono che le nazioni dovrebbero imitare i gas vulcanici come ultimo disperato tentativo di proteggere la terra dall’estremo riscaldamento”.



Geo-ingegneria: ignorare le conseguenze

 

“Watts Up With That” (il più famoso sito mondiale sul riscaldamento globale NdVdE) discute la Geo-ingegneria: ignorare le conseguenze.

 

“Dal 1940 fin quasi al 1980, la temperatura media globale è scesa. Le preoccupazioni politiche e il presunto consenso scientifico si focalizzavano sul raffreddamento globale. Gli allarmisti dicevano che poteva essere la fine dell’agricoltura e della civiltà. Il giornalista Lowell Ponte scrisse nel 1976 nel suo libro “Il Raffreddamento”:

 

Il problema allora era – e lo è ancora – che le persone sono istruite secondo la falsa filosofia dell’uniformitarismo: la fallace convinzione che le condizioni climatiche sono sempre state e saranno sempre come sono ora, e qualsiasi cambiamento naturale avverrà in periodi di tempo lunghi.

 

Di conseguenza, la maggior parte delle persone non capisce che il raffreddamento era parte di un ciclo naturale di variabilità climatica, o che i cambiamenti sono spesso enormi e repentini. Solo 18.000 anni fa eravamo nel bel mezzo di un’Era Glaciale. Poi, la maggior parte del ghiaccio si è sciolta e i livelli dei mari sono saliti di 150 metri, perché faceva più caldo per quasi tutti gli ultimi 10.000 anni rispetto a oggi.

 

Durante il “pericolo” del raffreddamento, le proposte di geo-ingegneria includevano:

 

* costruire una diga sullo Stretto di Bering per bloccare le acque fredde dell’Artico, per riscaldare il Nord Pacifico e le latitudini intermedie dell’Emisfero Nord;

 

* spargere fuliggine nera sul ghiaccio artico per facilitare il suo scioglimento;

 

* aggiungere anidride carbonica (CO2) all’atmosfera per alzare le temperature globali.

 

“Portare l’anidride carbonica fuori dall’atmosfera”, come caldeggiato dall’IPCC nella sua conferenza stampa dell’8 ottobre è altrettanto folle. I dati storici mostrano che, con 410 parti per milione (ppm), il presunto livello di CO2 attualmente nell’atmosfera, siamo vicini al minimo degli ultimi 280 milioni di anni. Mentre le piante evolvevano nel tempo, il livello medio era di 1.200 ppm. Ecco perché le serre commerciali aumentano il livello di CO2 a questo livello per incrementare la crescita delle piante e la produzione di quattro volte.”

 

L’IPCC ha sbagliato tutte le previsioni che ha fatto fin dal 1990. Sarebbe un grave errore usare le sue ultime previsioni come pretesto per iniziare esperimenti di geo-ingegneria con l’unico pianeta che abbiamo.

 

​Il riscaldamento globale varia moltissimo

 

Inoltre, vi prego di considerare l’articolo:  Un tempo atmosferico estremo non è la prova del riscaldamento globale, la NASA sul raffreddamento globale:

 

"Per capire la grande  confusione riguardo al riscaldamento globale o al cambiamento climatico, la mia guida più lucida è stata Richard Lindzen – un ex professore di meteorologia Alfred P. Sloan al MIT e membro dell’Accademia Nazionale USA delle Scienze – e il suo ormai famoso discorso per la Fondazione per la Politica del Riscaldamento Globale lo scorso 8 ottobre.

 

In pochi soli passaggi del suo discorso, Lindzen ha cristallizzato nella mia mente il perché la chiesa del riscaldamento globale sbaglia così tanto riguardo ai suoi dogmi.

 

I promotori del riscaldamento globale hanno alimentato la percezione nell’opinione pubblica che la scienza del cambiamento climatico sia piuttosto semplice. Ci sarebbe un fenomeno da spiegare (“temperatura media globale”, o GAT, che, dice Lindzen, è un concetto completamente a-scientifico) e ci sarebbe una spiegazione per esso: la quantità di CO2 presente nell’atmosfera.

 

LA GAT è solo uno di molti importanti fenomeni per misurare il sistema climatico, e la CO2 è solo uno tra molti fattori che influenzano sia la GAT sia tutti gli altri fenomeni.

 

La variazione della GAT causata dalla CO2 è probabilmente al massimo del 2 per cento, ma gli allarmisti climatici la dipingono come “manopola di controllo”.

 

La maggior parte delle persone confonde facilmente il meteo (che si occupa di variabili a breve termine e su scala locale, come la temperatura, l’umidità, le precipitazioni, il vento, la nuvolosità e altre) con il clima (le stesse variabili ma a lungo termine, su larga scala) e pensa che i fenomeni meteorologici siano guidati dai fenomeni climatici; ma non lo sono.

 

Di conseguenza, come dice Lindzen, l’attuale narrazione popolare riguardo questo sistema è questa: il clima, un sistema complesso con molti fattori, può essere riassunto con una sola variabile, la variazione della temperatura media globale, ed è principalmente controllato dalla perturbazione dell’1 o 2% del bilancio energetico a causa di una singola variabile – l’anidride carbonica – tra le molte variabili di importanza paragonabile.”

 

Il grande freddo

 

Sapevate che è appena avvenuto il più grande evento biennale di raffreddamento globale?

 

"Sareste sorpresi se vi dicessi che il più grande evento biennale di raffreddamento globale dell’ultimo secolo è appena avvenuto? Tra il febbraio del 2016 e il febbraio 2018 (l’ultimo mese disponibile) la temperatura media globale è scesa di 0,56°C. Bisogna tornare al 1982-84 per trovare un calo di temperature simile, 0,47°C – anche questo durante l’era globale di raffreddamento.  Tutti i dati di questo testo vengono da GISTEMP Team, 2018: GISS Surface Temperature Analysis (GISTEMP). NASA Goddard Institute for Space Studies (dataset accessed 2018-04-11 at https://data.giss.nasa.gov/gistemp/). Si tratta della fonte classica utilizzata dalla maggior parte dei report giornalistici sulle temperature medie globali.

 

Il Grande Freddo del 2016-18 è composto da due Piccoli Freddi: il più grande calo di 5 mesi mai visto (tra febbraio a giugno 2016) e il quarto di sempre (da febbraio a giugno 2017). Se dovesse capitare un evento simile tra febbraio e giugno 2018, porterebbe le temperature medie globali al di sotto della media degli anni ’80. Il febbraio 2018 è stato più freddo del febbraio 1998. Se qualcuno volesse sostenere che la ragione dei recenti periodi record di raffreddamento è che le temperature globali stanno diventando più instabili, sappia che non è vero. La variabilità delle temperature mensili medie globali a partire dal 2000 è solo i due terzi di quella che è stata tra il 1880 e il 1999.

 

Niente di tutto questo è un dato contrario al riscaldamento globale. Gli anni ’50 sono stati l’ultimo decennio più freddo del precedente, i successivi cinque decenni sono stati tutti in media più caldi di quello precedente. I cicli di raffreddamento biennali, anche se da record, sono solo rumore statistico rispetto al trend di lungo periodo.

 

Quello che sostengo è che i dati statistici di raffreddamento che contrastano il trend generale non ottengono alcuna attenzione da parte dei media. I numeri del riscaldamento medio globale vengono pubblicati mensilmente. Se mostrano un nuovo record per l’anno più caldo mai visto, ecco una notizia importante. Se mostrano un grande aumento rispetto al mese precedente, o allo stesso mese dell’anno precedente, ecco una notizia importante. Se rappresentano una sequenza di mesi o anni di riscaldamento, ecco una notizia importante. Quando mostrano un qualsiasi raffreddamento – e ci sono stati più mesi di raffreddamento che di riscaldamento da quando è iniziato il riscaldamento antropico – non c’è alcuna notizia da riportare.”

 

Bombardati da spazzatura

 

Naturalmente non lo sapevate, a meno che seguiste la NASA o siti come Real Clear Markets o Watts Up With That.

 

Nel frattempo, siamo tutti costantemente bombardati da autentica spazzatura come l’affermazione di Al Gore secondo cui le carovane di migranti sono vittime del riscaldamento globale.

 

E naturalmente, i media sono totalmente servili nei confronti della campagna pubblicitaria di Alexandria Ocasio-Cortez per il “New Green Deal” (nuovo accordo verde, NdVdE), visto che anche lei è una credulona secondo cui il mondo finirà in 12 anni se non affrontiamo il cambiamento climatico.

 

Il Guardian e l’Intercept sono felici di promuovere queste sciocchezze come ovviamente lo è la totalità dei media mainstream.

 

Campanelli di allarme

 

Quando ero alle elementari suonavano grandi campanelli di allarme sul raffreddamento globale. Alle superiori i campanelli erano per la crescita della popolazione. Poi è arrivata la scarsità di cibo seguita dall’esaurimento della produzione di petrolio.

 

Ora la crisi du jour è il riscaldamento globale. C’è sempre qualcosa!

 

Il disturbo mentale da CO2

 

Watts Up With That definisce giustamente l’isteria da riscaldamento globale come disturbo mentale da CO2.

 

Si tratta di un eccellente sommario dello stato delle cose, quindi per favore dateci un’occhiata.

 

Infine, anche se credete ancora che il riscaldamento globale causato dall’uomo sia una minaccia, per favore considerate l'idea che i governi non faranno nulla di sensato a riguardo.

 

 

05/02/19

La tesi di sinistra contro i confini aperti - II Parte

Il grande business e le lobby del libero mercato, per promuovere aggressivamente i propri interessi, hanno creato un culto fanatico a difesa delle tesi open border - un prodotto fatto proprio da una classe urbana creativa, tecnologica, dei media e della conoscenza, che fa i propri interessi oggettivi di classe per mantenere a buon mercato i propri effimeri stili di vita e salvaguardare le proprie carriere. La sinistra liberale ha rivenduto il prodotto aggiungendovi il ricatto morale e la pubblica vergogna nei confronti dei popoli, accusati di atti inumani verso i migranti. Eppure, una vera sinistra dovrebbe tornare a guardare alle proprie tradizioni e cercar di migliorare le prospettive dei poveri del mondo. La migrazione di massa in sé non ci riuscirà: crea impoverimento per i lavoratori nei paesi ricchi e una fuga di cervelli in quelli poveri. L'unica vera soluzione è correggere gli squilibri dell'economia globale e ristrutturare radicalmente un sistema progettato per aiutare i ricchi a scapito dei poveri, riprendendo il controllo degli stati, delle politiche commerciali e del sistema finanziario globale. Da American Affairs.

 

Qua la prima parte.

 

 

di Angela Nagle

 

 

 

INTERESSI SOCIETARI E RICATTO MORALE

 

Le frontiere aperte non hanno un mandato pubblico, ma le politiche dell'immigrazione che pongono l'onere della loro applicazione sui datori di lavoro anziché sui migranti suscitano un sostegno travolgente. Secondo un sondaggio del Washington Post e di ABC News, il supporto all'utilizzo obbligatorio del sistema federale di verifica dell'occupazione (E-Verify), che impedirebbe ai datori di lavoro di sfruttare il lavoro illegale, è quasi all'80%, più del doppio del sostegno alla costruzione del muro lungo il confine messicano [11]. Allora perché le campagne presidenziali ruotano attorno alla costruzione di un lungo muro di confine? Perché gli attuali dibattiti sull'immigrazione ruotano intorno alle controverse tattiche dell'ICE per colpire i migranti, soprattutto quando il metodo più umano e popolare, imporre ai datori di lavoro l'onere di assumere in primo luogo forza lavoro legale, è anche il più efficace? [12]. La risposta, in breve, è che le lobby delle imprese hanno bloccato e sabotato i tentativi come E-Verify per decenni, mentre la sinistra dei confini aperti ha abbandonato qualsiasi seria discussione su questi temi.

 

Recentemente, la Western Growers Association e la California Farm Bureau Federation [associazioni di categoria degli agricoltori, in California e negli Stati Uniti sud-occidentali, ndr], tra gli altri, hanno bloccato una legge che avrebbe reso obbligatorio l'E-Verify, nonostante diverse concessioni a favore delle aziende [13]. I democratici sono stati totalmente assenti da questo dibattito. Di conseguenza, i lavoratori delle economie devastate dall'agricoltura statunitense continueranno a essere invitati nel paese con la promessa di lavorare, per essere sfruttati come lavoratori a basso costo e illegali. Mancando di pieni diritti legali, sarà impossibile sindacalizzare questi non-cittadini, che saranno tenuti nella costante paura di essere arrestati e criminalizzati.

 

"Non esiste una crisi migratoria" è diventato uno slogan comune adesso tra i sostenitori delle frontiere aperte - e tra molti commentatori tradizionali. Ma che piaccia o no, livelli così alti di migrazione di massa da essere radicalmente rivoluzionari sono impopolari in ogni parte della società e in tutto il mondo. E le persone tra le quali sono impopolari, i cittadini, hanno il diritto di voto. Quindi la migrazione produce sempre più una crisi fondamentale della democrazia. Qualsiasi partito politico che intenda governare dovrà accettare la volontà del popolo, o dovrà reprimere il dissenso per imporre l'agenda dei confini aperti. Molti nella sinistra libertaria sono tra i sostenitori più aggressivi di quest'ultima soluzione. E per cosa? Per fornire una copertura morale allo sfruttamento? Per garantire che i partiti di sinistra, che potrebbero effettivamente affrontare uno qualsiasi di questi temi più approfonditamente a un livello internazionale, rimangano senza potere?

 

Chi vuole diffondere l'immigrazione ha due armi chiave. Una è il grande business e gli interessi finanziari che lavorano tutti dalla loro parte, ma un'arma ugualmente potente - impugnata con più esperienza dai sostenitori dell'immigrazione a sinistra - è il ricatto morale e la vergogna pubblica. Le persone hanno ragione nel vedere come moralmente sbagliati i maltrattamenti ai migranti. Molte persone sono preoccupate per la crescita del razzismo e dell'indifferenza verso le minoranze, che spesso accompagna il sentimento anti-immigrazione. Ma la posizione dei confini aperti non è all'altezza del loro personale codice morale.

 

Ci sono molti vantaggi e svantaggi economici in alti livelli di immigrazione, ma è più probabile che abbiano un impatto negativo sui lavoratori indigeni poco qualificati e a basso salario, mentre se ne avvantaggiano i lavoratori nativi più ricchi e il settore delle imprese. Come ha sostenuto George J. Borjas, funziona come una sorta di redistribuzione della ricchezza verso l'alto [14]. Uno studio del 2017 dell'Accademia Nazionale delle Scienze intitolato "Le conseguenze economiche e fiscali dell'immigrazione" ha rilevato che le attuali politiche sull'immigrazione hanno provocato effetti negativi in misura sproporzionata sui poveri e le minoranze americane, una scoperta che non sarebbe stata una sorpresa per personaggi come Marcus Garvey o Frederick Douglass. Senza dubbio anche loro, in base agli attuali standard, dovrebbero essere considerati "anti-immigrati"  per il fatto di aver richiamato l'attenzione sulle conseguenze.

 

In un discorso pubblico sull'immigrazione, Hillary Clinton ha dichiarato: "Credo che quando avremo milioni di immigrati laboriosi che contribuiscono alla nostra economia, sarebbe controproducente e disumano cercare di cacciarli" [15]. In un discorso privato, tenuto per i banchieri latino-americani, è andata oltre: "Il mio sogno è un mercato comune emisferico, con scambi aperti e confini aperti, ad un certo punto nel futuro, con un'energia che sia il più sostenibile e verde possibile" [16] (anche se in seguito dichiarò che intendeva che i confini fossero aperti solo per l'energia). Queste affermazioni, naturalmente, hanno fatto impazzire la destra anti-immigrazione e pro-Trump. Forse più rivelatrice, tuttavia, è la convergenza tra la sinistra dei confini aperti e la "rispettabile" destra pro-business, che è stata incarnata nelle dichiarazioni della Clinton. In un recente articolo di National Review in risposta al "nazionalismo" di Trump, Jay Cost ha scritto: "Per dirla senza mezzi termini, non dobbiamo piacerci l'un l'altro, purché continuiamo a fare soldi l'uno con l'altro. Questo è ciò che ci manterrà uniti". In questo mostruoso sub-thatcherismo, i Buckleyiti [i conservatori americani - da William Buckley, intellettuale e scrittore americano, ritenuto uno dei padri della Nuova Destra, ndt] parlano esattamente come i "cosmopoliti" liberali - ma senza il fascino o l'estro dell'autoinganno morale.

 

Come figlia di migranti, e avendo trascorso la maggior parte della mia vita in un paese con livelli di emigrazione persistentemente elevati - l'Irlanda - ho sempre considerato la questione della migrazione in modo diverso rispetto ai miei benintenzionati amici di sinistra nelle grandi economie che dominano il mondo. Quando l'austerità e la disoccupazione hanno colpito l'Irlanda, dopo che miliardi di denaro pubblico sono stati utilizzati per salvare il settore finanziario nel 2008, ho visto il mio intero gruppo di amici andarsene e non tornare mai più. Questo non è solo un problema tecnico. Tocca il cuore e l'anima di una nazione, come una guerra. Significa la costante emorragia di giovani generazioni idealistiche ed energiche, che normalmente ringiovaniscono e ri-prefigurano una società. In Irlanda, come in ogni paese ad alta emigrazione, ci sono sempre state campagne e movimenti anti-emigrazione, guidati dalla sinistra, che chiedevano la piena occupazione in tempi di recessione. Ma raramente sono abbastanza forti da resistere alle forze del mercato globale. Nel frattempo, le élite al potere durante un periodo di rabbia popolare, colpevoli e nervose, sono fin troppo felici di vedere una generazione potenzialmente radicale disperdersi in tutto il mondo.

 

Sono sempre stupito dall'arroganza e dalla strana mentalità imperiale dei progressisti britannici e americani pro-open border che credono di compiere un atto di carità illuminata quando "accolgono" i dottori di ricerca provenienti dall'Europa orientale o dal Centro America, portandoli a giro e servendo loro cibo. Nelle nazioni più ricche, la difesa delle frontiere aperte sembra funzionare come un culto fanatico tra veri credenti - un prodotto del grande business e delle lobby del libero mercato fatto proprio da un gruppo più ampio della classe urbana creativa, tecnologica, dei media e della conoscenza, che sta facendo i propri interessi oggettivi di classe per mantenere a buon mercato i propri effimeri stili di vita e intatte le proprie carriere, ripetendo a pappagallo l'ideologia istituzionale delle proprie aziende. La verità è che la migrazione di massa è una tragedia, e la classe medio-alta che ci moralizza sopra è una farsa. Forse gli ultra-ricchi possono permettersi di vivere in un mondo senza confini di cui sono aggressivi sostenitori, ma la maggior parte della gente ha bisogno - e vuole -  un'organizzazione politica coerente e sovrana per difendere i propri diritti di cittadini.

 

DIFENDERE GLI IMMIGRATI, OPPORSI ALLO SFRUTTAMENTO SISTEMATICO

 

Se le frontiere aperte sono "una proposta dei fratelli Koch", a cosa somiglierebbe una autentica posizione di sinistra sull'immigrazione? In questo caso, invece di canalizzare Milton Friedman, la sinistra dovrebbe orientarsi sulla base delle sue antiche tradizioni. I progressisti dovrebbero concentrarsi sull'affrontare lo sfruttamento sistemico alla radice della migrazione di massa piuttosto che ritirarsi verso un moralismo superficiale che legittima queste forze di sfruttamento. Ciò non significa che la sinistra debba ignorare le ingiustizie nei confronti degli immigrati. Dovrebbe difendere vigorosamente i migranti dai trattamenti inumani. Allo stesso tempo, qualsiasi sinistra sincera deve prendere una linea dura contro gli attori societari, finanziari e di altro tipo che creano le circostanze disperate alla base della migrazione di massa (che, a sua volta, produce la reazione populista contro di essa). Solo una forte sinistra nazionale nei paesi piccoli e in via di sviluppo - agendo di concerto con una sinistra impegnata a porre fine alla finanziarizzazione e allo sfruttamento del lavoro globale nelle grandi economie - potrebbe avere qualche speranza di affrontare questi problemi.

 

Per cominciare, la sinistra deve smettere di citare la propaganda più recente del Cato Institute e ignorare gli effetti dell'immigrazione sul lavoro nazionale, in particolare sui lavoratori poveri che rischiano di soffrire in modo sproporzionato a causa dell'ampliamento dell'offerta di lavoro. Le politiche dell'immigrazione dovrebbero essere progettate per garantire che il potere contrattuale dei lavoratori non sia messo significativamente a repentaglio. Ciò è particolarmente vero in periodi di stagnazione salariale, sindacati deboli ed enorme disuguaglianza.

 

Per quanto riguarda l'immigrazione clandestina, la sinistra dovrebbe sostenere gli sforzi per rendere obbligatorio l'E-Verify e spingere per sanzioni severe ai datori di lavoro che non lo rispettano. I datori di lavoro, non gli immigrati, dovrebbero essere al centro delle attività di controllo. Questi datori di lavoro approfittano di immigrati privi dell'ordinaria protezione legale al fine di perpetuare una corsa al ribasso dei salari, evitando allo stesso tempo di pagare i contributi ed erogare altri benefici. Tali incentivi devono essere eliminati se tutti i lavoratori devono essere trattati in modo equo.

 

Trump si è lamentato in modo alquanto ignobile delle persone provenienti dai "cesso di paesi" del terzo mondo e ha portato i norvegesi come esempio di immigrati ideali. Ma i norvegesi venivano in America in gran numero una volta, quando erano poveri e disperati. Ora che hanno una democrazia sociale prospera e relativamente egualitaria, costruita sulla proprietà pubblica delle risorse naturali, non vogliono più venire [17]. In definitiva, la motivazione all'immigrazione di massa persisterà fino a quando i problemi strutturali che ne sono alla base rimarranno.

 

Ridurre le tensioni causate dalle migrazioni di massa richiede quindi di migliorare le prospettive dei poveri del mondo. La migrazione di massa in sé non ci riuscirà: crea una corsa verso il basso per i lavoratori nei paesi ricchi e una fuga di capacità e competenze in quelli poveri. L'unica vera soluzione è correggere gli squilibri nell'economia globale e ristrutturare radicalmente un sistema di globalizzazione progettato per aiutare i ricchi a scapito dei poveri. Ciò comporta, per cominciare, cambiamenti strutturali delle politiche commerciali che impediscono il necessario sviluppo, guidato dallo stato, nelle economie emergenti. Si devono contrastare anche gli accordi commerciali anti-lavoro come il Nafta. È ugualmente necessario affrontare un sistema finanziario che incanala il capitale dai paesi in via di sviluppo nelle bolle patrimoniali nei paesi ricchi, che aumentano le diseguaglianze. Infine, sebbene le sconsiderate politiche estere dell'amministrazione di George W. Bush siano state screditate, sembra continuare a vivere la tentazione di impegnarsi in crociate militari. Ci si dovrebbe opporre. Le invasioni straniere guidate dagli Stati Uniti hanno ucciso milioni di persone in Medio Oriente, creato milioni di rifugiati e migranti e devastato infrastrutture basilari.

 

Oggi,  mentre assistiamo all'ascesa di vari movimenti identitari in tutto il mondo, dovrebbe risuonare l'argomentazione di Marx secondo cui la classe lavoratrice inglese dovrebbe vedere la nazione irlandese come un potenziale complemento alla sua lotta, piuttosto che come una minaccia alla sua identità. La confortante illusione che gli immigranti vengano qui perché amano l'America è incredibilmente naif - naif quanto sostenere che gli immigrati irlandesi del XIX secolo descritti da Marx amassero l'Inghilterra. La maggior parte dei migranti emigra per necessità economiche e la stragrande maggioranza preferirebbe avere migliori opportunità a casa propria, con la propria famiglia e coi propri amici. Ma tali opportunità sono impossibili all'interno dell'attuale forma di globalizzazione.

 

Proprio come nella situazione descritta da Marx dell'Inghilterra dei suoi tempi, politici come Trump galvanizzano la propria base suscitando sentimenti anti-immigrazione, ma raramente, se non mai, affrontano lo sfruttamento strutturale - sia in patria che all'estero - e cioè la causa che sta alla radice della migrazione di massa. Spesso, aggravano questi problemi, ampliando il potere dei datori di lavoro e del capitale contro il lavoro, mentre indirizzano la rabbia dei loro sostenitori - spesso le vittime di questi poteri - contro altre vittime, gli immigrati. Ma nonostante tutte le spacconate anti-immigrazione di Trump, la sua amministrazione non ha fatto praticamente nulla per espandere l'implementazione di E-Verify, preferendo invece vantarsi di un muro di confine che non sembra materializzarsi mai [18]. Mentre le famiglie vengono separate al confine, l'amministrazione chiude un occhio sui datori di lavoro che usano gli immigrati come pedine in un gioco di arbitraggio del lavoro.

 

D'altra parte, i fautori della sinistra dei confini aperti potrebbero cercare di convincersi che stanno adottando una posizione radicale. Ma in pratica stanno solo sostituendo la ricerca dell'eguaglianza economica con la politica del grande business, mascherata da virtuoso identitarismo. L'America, che è ancora uno dei paesi più ricchi del mondo, dovrebbe essere in grado non solo di giungere alla piena occupazione, ma a un salario dignitoso per tutti, compresi quei lavori che i sostenitori delle frontiere aperte dichiarano che "gli americani non vogliono fare". Dovrebbero essere condannati i datori di lavoro che sfruttano illegalmente i migranti per il lavoro a basso costo - con grande rischio per i migranti stessi - non i migranti che stanno semplicemente facendo ciò che le persone hanno sempre fatto quando affrontano le avversità economiche. Fornendo una involontaria copertura agli interessi della élite al potere, la sinistra rischia una significativa crisi esistenziale, poiché le persone comuni si orientano sempre di più verso i partiti di estrema destra. In questo momento di crisi, la posta in gioco è troppo alta per continuare a sbagliare.

 

 

NOTE

 

[11] Immigration, DACA, Congress, and Compromise,” Washington Post, Oct. 20, 2017.

 

[12] Pia M. Orrenius and Madeline Zavodny, “Do State Work Eligibility Verification Laws Reduce Unauthorized Immigration?,” IZA Journal of Migration 5, no. 5 (December 2016).

 

[13] Dan Wheat, “Ag Groups Split over Latest House Labor Bill,” Capital Press, July 17, 2018.

 

[14] George Borjas, “Yes, Immigration Hurts American Workers,” Politico, September/October 2016.

 

[15] Borjas.

 

[16] Chris Matthews, “What’s Important about the Clinton Campaign’s Leaked Emails on Free Trade,” Fortune, Oct. 11, 2016.

 

[17] Krishnadev Calamur, “Why Norwegians Aren’t Moving to the U.S.,” Atlantic, Jan. 12, 2018.

 

[18] Tracy Jan, “Trump Isn’t Pushing Hard for This One Popular Way to Curb Illegal Immigration,” Washington Post, May 22, 2018.

04/02/19

Mody - La Germania, un gigante ridimensionato, fa presagire guai per l’Europa

Un articolo di Ashoka Mody su Market Watch attacca il mito della Germania all'avanguardia nell'innovazione e denuncia i limiti di un'economia mercantilista basata sulle esportazioni. Certo, l'alta qualità dei prodotti ingegneristici tedeschi ha permesso alla Germania di sfruttare per anni l'impetuosa crescita del mercato cinese. Gli investimenti pubblici della Cina in infrastrutture, portati avanti nonostante (o meglio, proprio in risposta) alla crisi globale, hanno offerto all'industria tedesca un'ancora di salvezza in tempi difficili. Ma le sfide cambiano, e il tempo dimostra la debolezza di una strategia di lungo termine basata sulle esportazioni anziché sull'ampliamento del mercato interno.

 

 

di Ashoka Mody, 29 gennaio 2019

 

La quasi recessione della Germania nella seconda metà del 2018 è stata una sorpresa per molti, ma non avrebbe dovuto esserlo.

 

La crescita globale ha cominciato a rallentare fin dall'inizio del 2018, proprio mentre l’industria automobilistica tedesca si trovava alle prese con una rovinosa caduta delle vendite nel mercato interno. Questo doppio colpo, che ha rivelato due delle debolezze della Germania – l’eccessiva dipendenza dal commercio con l’estero e la rapida obsolescenza della sua struttura industriale –, sta ora spingendo la sua economia in recessione. In assenza di un eroico sforzo politico, una prolungata recessione della Germania frenerà la crescita europea e potrebbe fomentare un’ulteriore crescita del nazionalismo, che a sua volta sarebbe un duro colpo contro la visione di un’Europa unita.

 

Dall'inizio del millennio la dipendenza dell’economia tedesca dal commercio estero si è tradotta in una preoccupante dipendenza dalla forza dell’economia cinese. Nel momento in cui la Cina ha avuto una crescita esplosiva all'inizio degli anni 2000, gli esportatori tedeschi, ben noti per l’alta qualità dei loro prodotti ingegneristici, hanno trovato un giacimento di guadagni. Il governo cinese investiva quanto mai prima in infrastrutture di ultima generazione, i consumatori avevano un’appetito insaziabile per le Mercedes e le BMW, e le fabbriche richiedevano sempre più macchine utensili di alto livello. Nel periodo tra il 2004 e il 2006, nell'impeto della crescita globale, quasi tutto l’aumento delle esportazioni tedesche era diretto verso la Cina. Alla fine del 2009 le autorità cinesi hanno salvato l’industria manifatturiera tedesca, che rischiava di crollare sotto i colpi della crisi finanziaria globale. Il potente stimolo fiscale e creditizio cinese, volto a dare impulso all'economia interna, ha creato una domanda vorace di prodotti tedeschi.

 

Per questo la Germania – e l’Europa, trascinata sulla sua scia – si sono risollevate nel 2017 quando i leader cinesi, frustrati dall'incapacità di raggiungere obiettivi di crescita del PIL irragionevolmente elevati, hanno nuovamente iniziato a pompare stimolo nella domanda.

 

Tuttavia, timorosi di gonfiare ulteriormente le loro bolle immobiliari e creditizie, le autorità cinesi hanno di nuovo fatto marcia indietro sullo stimolo alla domanda verso la fine del 2017. Il commercio mondiale è rallentato. La produzione industriale tedesca è crollata. Il PIL si è contratto nel terzo trimestre del 2018, ed è rimasto quasi inchiodato nel quarto trimestre. Il più attendibile indice del mercato azionario tedesco, il DAX, è rapidamente crollato. Nonostante i valori di riferimento si siano consolidati a gennaio, un importante indicatore economico tedesco è crollato ai minimi da quattro anni. Il colpo dato dal rallentamento della crescita del commercio mondiale, combinato con una Germania più debole, ha rapidamente decelerato la crescita europea.

 



 

Di pari passo con un commercio più lento, le pressioni di lungo termine sull'industria automobilistica si sono intensificate. I produttori di auto e la loro stratificata rete di fornitori rappresentano e sostengono circa il 14 percento dell’economia tedesca. Particolare importanza hanno i motori delle macchine diesel, un’invenzione tedesca dalla quale l’industria è fortemente dipendente. In Germania e altrove in Europa le vendite di automobili diesel è velocemente crollata dopo la valanga di rivelazioni sul fatto che produttori e fornitori di auto mentivano spudoratamente sugli standard di emissioni inquinanti.

 

Nel febbraio 2018 una corte tedesca ha stabilito che le autorità municipali e cittadine possono limitare l’uso delle macchine diesel anche in assenza di una legislazione federale in questo senso. A maggio la città di Amburgo ha vietato l’uso delle macchine diesel in alcune strade cittadine. Cosa forse più importante, le automobili elettriche stanno progressivamente sostituendo le automobili con motore a combustione ancora largamente in uso oggi. E in termini di tecnologia per le macchine elettriche i produttori tedeschi sono ampiamente indietro rispetto ai leader mondiali nel settore.

 

Il destino è quello di diventare un’economia di secondo ordine?

 

L’industria manifatturiera tedesca, quando era in difficoltà, ha saputo reinventarsi nei decenni passati, sempre nello stesso quadro di ingegneria d’eccellenza, con un invidiabile sistema di apprendistato che ha prodotto generazioni di ottimi lavoratori in campo industriale.

 

Oggi però la corsa tecnologica globale è nell'ambito dell’elettronica e dell’informatica, basate su scienza e matematica, e in questa corsa la Germania sta rimanendo decisamente indietro. Tra i 15 migliori programmi universitari al mondo in scienza e matematica, le economie dell’est asiatico – Cina, Corea, Giappone e Taiwan – prendono i posti migliori, assieme agli Stati Uniti. Nessuna università tedesca – o europea – compare in questa prestigiosa lista. La Germania potrebbe facilmente cadere nella posizione di economia di secondo ordine nel panorama globale, a meno che i suoi leader non agiscano con rinnovato slancio.

 

La Germania è un altro esempio di grande potenza economica che ha paura di abbandonare i fasti del passato e perciò si trova intrappolata nel presente. L’industria tedesca, politicamente potente, sta facendo lobbying per frenare il cambiamento. In suo soccorso è intervenuta la cancelliera Angela Merkel, che ha preso posizione contro il restringimento del limiti delle emissioni. Secondo lei un cambiamento troppo rapido rischierebbe di distruggere la rete di produzione che genera ricchezza.

 

La Merkel sente la collera dei vecchi tedeschi colpiti più severamente dal continuo attrito industriale. Questi vecchi tedeschi sono in prima linea nelle crescenti tensioni sociali e politiche del paese. Come notato da Alexander Roth e Guntram Wollf del think tank “Bruegel”, con sede a Bruxelles, gli elettori di destra e anti-europei di Alternative für Deutschland sono in prevalenza uomini anziani, poco istruiti, che vivono in aree non urbane e i cui posti di lavoro ben pagati nell'industria manifatturiera sono sempre più spesso delocalizzati verso i paesi dell’Europa dell’est, dove i salari sono più bassi, o addirittura eliminati dall'automazione. I nuovi posti di lavoro disponibili sono, sempre più spesso, nel settore dei servizi, con “ansiogeni” contratti precari a termine, salari ridotti e meno tutele.

 

Il trauma sociale di questa transizione economica sta erodendo il consenso dell’opinione pubblica verso i maggiori partiti politici tedeschi. Intanto nuovi partiti si affacciano sulla scena e acquisiscono influenza e il sistema politico si frammenta, minacciando la tanto decantata stabilità politica della Germania.

 

Taluni minimizzato l’attuale contrazione economica ritenendola temporanea, causata dallo sforzo di soddisfare nuovi standard sulle emissioni, e dal declino dei livelli di acqua nei fiumi, che rallenta il traffico fluviale interno.

 

Tuttavia gravano sulla crescita della Germania un’economia cinese inevitabilmente più lenta e la progressiva obsolescenza della vecchia struttura industriale tedesca, deprimendo il potenziale di crescita europea nel lungo periodo. Il continuo aumento dell’entropia politica in Germania a sua volta è destinato a erodere il sostegno finanziario che il paese, già riluttante, offre all'Europa.

03/02/19

"Il dibattito ricorrente sul franco CFA finisce per minare l'immagine e l'onore della Francia"

Alfred Babo, docente di studi internazionali dell'Università di Fairfield (Connecticut), pubblica su Le Monde una intelligente provocazione: se davvero il franco CFA non è negli interessi della Francia, ma degli stati africani - i cui popoli però lo contestano-, perché la Francia non lo abolisce subito, mettendo così i capi di stato africani di fronte alle proprie responsabilità? Perché la Francia dovrebbe prendersi tante critiche, anche dai suoi alleati Italia e Germania, se nemmeno le conviene? Al lettore l'ovvia risposta.

 

 

 

Di Alfred Babo, 30 gennaio 2019

 

Nelle ultime settimane è riemerso il dibattito sul franco CFA. Alcune personalità italiane hanno apertamente accusato la Francia di rifiutarsi di decolonizzare e di ostacolare lo sviluppo di quattordici paesi africani, ex colonie francesi, attraverso lo strumento del franco CFA. Di fronte a questo attacco, la Francia ostenta indignazione e grida alle false accuse. Ma ciò che colpisce, nella sua linea di difesa, è questo curioso, insistente desiderio della classe dirigente francese, con il presidente Emmanuel Macron in testa, di accompagnare gli africani nelle riforme che vorranno realizzare su questa valuta.

 

Ci si può quindi fare delle domande su questa ideologia morale della Francia, che non rinuncia ad aiutare stati i cui popoli la accusano di sfruttarli. Che cosa è mai questo desiderio di aiutare qualcuno che ti accusa costantemente di sfruttarlo e, come se non bastasse, a volte sembra nemmeno riconoscere i benefici apportati? Perché la Francia non coglie l'opportunità che le è stata offerta dall'Italia di lavare il suo onore, quello del suo popolo e della nazione francese? Perché non mette finalmente gli africani di fronte alle loro responsabilità? Non si tratta affatto di tornare al dibattito sui vantaggi o le perversità del franco CFA. Qui si tratta di farsi delle domande sull'atteggiamento contorto tenuto dalla Francia per continuare a sostenere un sistema diventato anacronistico nella storia delle società contemporanee.

 

Creazione ed eredità dell'impresa coloniale


Bisogna fare riferimento alla storia della "missione civilizzatrice" della Francia per capire l'ideologia della posizione francese sul franco CFA. Nel 2006, al culmine dei dibattiti sui "benefici della colonizzazione" lanciato dal governo Villepin, i difensori, vecchi e nuovi, della succitata missione hanno sempre messo in luce i progressi compiuti dall'amministrazione coloniale nei campi dell'istruzione, della salute e dello sviluppo di infrastrutture.

 

Per i sostenitori di questa ideologia morale, la colonizzazione, nonostante i suoi difetti, ha portato agli africani la "civilizzazione", il modernismo, lo sviluppo e il progresso. E così i francesi che si sentono parte di questa Francia benintenzionata e progressista si adombrano per le critiche rivolte alla colonizzazione dagli africani, giudicandoli, in ultima analisi, degli ingrati. Questi sostenitori dell'ideologia della missione coloniale sono ancora più irritati quando le critiche vengono dall'interno. Il candidato Emmanuel Macron era così diventato il bersaglio di una disapprovazione veemente quando, nel febbraio 2017, in Algeria, aveva osato definire la colonizzazione "un crimine". Qui, per i sostenitori dell'ideologia coloniale, la posta in gioco è la grandezza e l'onore della Francia, che devono andare oltre la divisione politica tra sinistra e destra.

 

Il franco CFA, insieme creazione ed eredità dell'impresa coloniale, è presentato anche come strumento di amicizia, di benevolenza, ovvero della continuazione di questa missione civilizzatrice della Francia. Un obbligo morale di accompagnare le proprie ex colonie, a più di 50 anni dalla loro indipendenza, verso lo sviluppo economico.

 

Per i sostenitori francesi di questa filosofia, il franco CFA offre più vantaggi che svantaggi. Porta la stabilità economica in due subregioni africane. Esattamente come la sua convertibilità fissa con l'euro rappresenterebbe un vantaggio significativo per gli scambi finanziari di questi paesi con il resto del mondo. Questa valuta insomma sarebbe solo utile agli interessi degli africani. Ed è mantenuta in vita per la sola volontà degli africani stessi. In questa prospettiva, la Francia ufficiale si offende quando gli africani denunciano questa valuta e osano accusarla di essere una "colonizzatrice" e una incallita "sfruttatrice" . Ma la Francia si sente anche umiliata, quando la critica diventa un rimprovero e, come questa volta, viene formulata dai suoi partner europei, in particolare Germania e Italia.

 

Per rispondere a queste critiche, che negli ultimi anni sono diventate ricorrenti, con un picco nel 2016 e 2017, dopo che i movimenti sociali in Africa occidentale si sono impadroniti del dibattito, la Francia contrattacca con due argomenti implacabili. In primo luogo, la falsità delle accuse di sfruttamento arrivate da parte dell'Italia, di cui il franco CFA sarebbe stato lo strumento. Su questo punto, la Francia ufficiale ha sempre sottolineato l'irrilevanza del peso delle riserve del conto operativo delle banche centrali africane (BCEAO e BEAC) nell'economia francese (appena lo 0,25%).

 

O meglio, la Francia sottolinea che la tesi secondo cui il CFA servirebbe a impoverire l'Africa e a pagare il debito della Francia è semplicemente falsa. E sia. Ma allora, perché impegnare l'onore della nazione francese in una politica i cui interessi sono così irrilevanti per il paese? Davanti alle accuse inequivocabili del vicepresidente del Consiglio italiano, Luigi Di Maio, la Francia ha protestato per via diplomatica, convocando l'ambasciatore italiano. Perché, qui, quello che è in gioco è l'onore della Francia.

 

In secondo luogo, la Francia brandisce la responsabilità dei capi di stato africani, che non solo mantengono volontariamente questa valuta, ma potrebbero porre fine a questo vituperato sistema monetario, se lo volessero. Nel novembre 2017, rispondendo agli studenti del Burkina Faso, il presidente francese Emmanuel Macron ha ripetuto la tesi secondo cui i capi di stato africani sarebbero liberi di lasciare il sistema del franco CFA o di riformarlo. Ma sempre con l'aiuto e l'onnipresente accompagnamento della Francia.

 

Salvare il proprio onore


 

Per chi conosce la storia politica dell'Africa e quella della politica africana della Francia, questa teoria della "libertà" di agire dei presidenti africani deve essere però accolta con cautela. In effetti, secondo alcuni la storia collega la caduta o la scomparsa di alcuni presidenti, in particolare Gilchrist Olympio del Togo e Hamani Diori del Niger, e in misura minore Thomas Sankara del Burkina Faso, alla loro volontà di rompere con le ultime vestigia politiche, militari ed economiche della colonizzazione.

 

Così, gli attuali capi di stato della zona del franco CFA scelgono o di rimanere in silenzio come Roch Marc Christian Kaboré in Burkina Faso, oppure - come Alassane Ouattara in Costa d'Avorio e Macky Sall in Senegal - di schierarsi a favore del franco CFA, e tutti scelgono di rinunciare, in questo modo, a un potere sovrano autonomo.

 

In ogni caso, è chiaro che il dibattito ricorrente sul franco CFA finisce per minare l'immagine e l'onore della Francia. Ed è tempo di salvare questo onore disprezzato. La Francia può salvare il suo onore assumendosi le sue responsabilità. Può farlo rinunciando, qui e ora, ai due seggi che i suoi rappresentanti occupano nei consigli di amministrazione delle banche centrali africane. La Francia può lavare il suo onore decidendo, qui e ora, di smettere di stampare il franco CFA in Francia, a Chamalières, nel Puy-de-Dôme. La Francia può lavare l'onore dei valorosi francesi decidendo di chiudere, qui e ora, i conti operativi dei quattordici Stati africani presso la Banque de France. In questo modo, la Francia metterebbe finalmente i capi di stato africani di fronte alle loro responsabilità storiche. È tempo di porre fine a una "missione civilizzatrice" sempre più criticata.

 

Alfred Babo è professore di studi internazionali presso l'Università di Fairfield (USA).

 

02/02/19

L'eurozona sta attraversando una crisi di identità e l'Italia ne sosterrà il peso

"Piuttosto che ripensare al loro modello economico sballato, i leader europei spingeranno l'Italia in una situazione ingestibile": così pochi mesi fa l'economista Ashoka Mody avvertiva che le politiche fiscali anticicliche necessarie a portare l'Italia fuori dalla sua lunga recessione rischiano di risultare impossibili e irrealistiche in una Unione dalla politica monetaria bloccata e che non recede dai suoi dogmi fallimentari di austerità fiscale.   Pochi mesi dopo, siamo al paradosso: la stessa Commissione che ha in tutti i modi cercato di ostacolare il governo italiano nella sua volontà di praticare strategie economiche anticicliche, ora gli punta il dito contro gettandoci sulle spalle la colpa della nuova "recessione tecnica" (anche se giustamente qualcuno osserva che parlare di "nuova" recessione è in realtà una lieve imprecisione).
Prima di giungere al punto di non ritorno, dice Mody,  sarebbe necessario trovare un accordo costruttivo su uno stimolo fiscale ben dimensionato e ben speso  - e naturalmente sbloccare la leva strategica della politica monetaria.


 

 

 

 

di Ashoka Mody, 16 novembre 2018

 

Potremmo trovarci di fronte all'aprirsi di un'altra crisi dell'eurozona. Come in tutte le crisi, ci sono due elementi centrali: la storia e la tragedia in sé.

 

La storia è chiara. L'eurozona è un progetto concepito male sin dall'inizio: per un gruppo eterogeneo di paesi, una politica monetaria unica era il classico caso di "taglia unica" che non va bene a nessuno. In particolare, l'Italia aveva bisogno del sostegno della svalutazione, divenuto impossibile una volta abbandonata la lira. L'Italia ora è bloccata in una crescita estremamente bassa e il minimo shock può spingerla verso la recessione.

 

La tragedia della zona euro nasce non solo dall'arroganza di un'impresa avviata contro il parere dei molti che avvertivano che sarebbe finita male. Nasce anche dalla mentalità che ha accompagnato il progetto. Poco dopo la sua creazione, è stato subito chiaro che i paesi membri non avrebbero istituito un'unione fiscale per trasferire risorse verso i paesi in recessione, al fine di compensare la mancanza di una propria valuta e di una politica monetaria indipendente. Come ho spiegato nel mio libro  EuroTragedy: A Drama in Nine Acts,(La tragedia dell'euro: un dramma in nove atti - ndr), un'unione fiscale era politicamente impossibile: i paesi proteggevano il nucleo della loro sovranità nazionale e si rifiutavano di rinunciare alle loro entrate fiscali. Nell'aprile del 1998, il cancelliere Helmut Kohl aveva dichiarato apertamente che la Germania non avrebbe mai pagato i conti di altri paesi. Se non avesse preso quell'impegno, non ci sarebbe stato nessun euro.

 

Data l'impossibilità di creare un'unione fiscale, la risposta giusta sarebbe stata abbandonare l'idea di un'unione monetaria. Invece a Maastricht nel 1991, per  l'insistenza tedesca, le autorità europee crearono una serie di regole fiscali - al cui centro era posto il limite del deficit di bilancio pari al 3% del Pil - come base per proseguire. L'austerità a livello nazionale, sosteneva la versione dichiarata dei fatti, avrebbe assicurato un'eurozona "stabile". Gli economisti avvisarono immediatamente che le regole erano profondamente dannose. Impongono infatti l'austerità proprio nel momento in cui un paese sta per entrare in recessione, peggiorando la recessione, forse in maniera molto grave. Sono diventate famose le parole dell'ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, sul fatto che le regole fiscali erano "stupide".

 

Eppure, come lemming, le autorità europee hanno insistito su queste regole. Che sono diventate parte dell'identità dell'Ue. I leader sembrano convinti di non essere "buoni" europei se non si inchinano a queste regole. Hanno dato vita a un'unione monetaria profondamente sbagliata e, per loro, le regole e la narrativa della "stabilità" giustificano questa decisione e sostengono la loro convinzione che l'eurozona sopravviverà. Ma sposare teorie così dannose ha profonde conseguenze macroeconomiche, come ha sottolineato il premio Nobel George Akerlof.

 

Nel 2010, con l'economia greca in recessione, i governi europei e il Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno chiesto al governo greco di aumentare rapidamente le tasse e tagliare le spese, come prezzo da pagare per ricevere i prestiti necessari a pagare i creditori privati ​​in preda al panico. Olivier Blanchard, allora capo economista del Fmi, suonò un campanello d'allarme: l'austerità proposta era virtualmente senza precedenti, scrisse in una nota interna, e avrebbe minato l'economia greca. Ma il punto di vista europeo, adottato anche dal management del Fmi, non poteva consentire altrimenti. Come aveva previsto Blanchard, l'economia greca si contrasse drasticamente, le entrate fiscali diminuirono e, come effetto perverso, l'austerità causò l'allargamento del deficit di bilancio del governo. In quello che era ormai diventato un ciclo distopico, i creditori ufficiali richiesero ancora più austerità, il che ha fatto precipitare la Grecia in una delle peggiori depressioni economiche che si siano mai registrate a memoria d'uomo.

 

Tagliare la spesa, se fatto al momento sbagliato, provoca sofferenze e instabilità.

 

Ignorando quello che era evidente, il modello di recessione indotta dall'austerity fu applicato ad altre economie dell'eurozona negli anni 2011-2013, creando una prolungata sofferenza economica, che ha sollevato ansie politiche e causato aspre divisioni tra i paesi creditori e debitori dell'eurozona.

 

Ma le regole si sono incrostate sempre più saldamente all'identità europea. Nel gennaio 2012, durante una recessione italiana apparentemente senza fine, l'allora presidente del consiglio italiano Mario Monti affermò che la Germania  aveva vinto il dibattito economico europeo . La "preziosa" visione di Berlino, si inchinava Monti, era stata "meravigliosamente esportata". E consigliava ai paesi ad alto debito di dimostrare "concretamente" di avere compreso gli imperativi della disciplina. A giugno 2014, il cancelliere Angela Merkel affermò che le regole erano un "guardrail" che offriva protezione.

 

Portiamo avanti velocemente il nastro fino a oggi: la stessa filosofia è rimasta intatta.

 

A maggio di quest'anno, gli italiani hanno eletto due partiti anti-establishment e di protesta. La Lega, di destra e anti-immigrazione e il Movimento Cinque stelle, più volto a sinistra ed euroscettico, hanno formato un governo. Il commercio mondiale intanto stava rallentando e l'economia italiana, con le sue sorti strettamente legate a quelle del commercio globale, stava rallentando parallelamente. Il governo della Lega e dei Cinque stelle ha annunciato un'agenda politicamente risonante, ma ambiziosa e poco realistica, di tagli alle tasse e con l'introduzione di un reddito universale.

 

Lo scontro è stato immediato. Le autorità europee erano pronte a difendere la loro ideologia economica, a cui ostinatamente si attaccano, anche se, invece di proteggerla, ha ripetutamente esposto l'Europa a nuove ferite. E così, dato che i funzionari europei hanno insistito sul rispetto delle regole, i leader italiani hanno fatto promesse elettorali che non possono mantenere.

 

Mentre il governo italiano deve frenare sulla sua generosità fiscale, le autorità europee devono riconoscere che è necessario uno stimolo ben progettato per evitare che l'Italia cada in recessione. Una recessione renderebbe più difficile il rimborso del debito già elevato del Paese, che aumenterebbe i tassi di interesse e peggiorerebbe la crisi - addossando un peso potenzialmente insopportabile sulle fragili banche del Paese. Invece di guardare alla via giusta, le due parti hanno parlato senza ascoltarsi.

 

La Commissione ha insistito sul fatto che l'elevato debito e il grande deficit, che il nuovo governo ha ereditato dai precedenti, richiedono una stretta fiscale. Questa posizione è supportata da due fonti diverse. Alcuni sostengono che il vero problema dell'Italia è la cronica bassa crescita della produttività e che uno stimolo fiscale non farà nulla per aumentarla. Il che è vero, ma fuori argomento. La politica fiscale non aumenta la crescita a lungo termine, ma impedisce a un'economia di precipitare in una crisi lunga e politicamente divisiva, un rischio preoccupante per un paese con bassa produttività cronica. Un secondo argomento è che, poiché il governo italiano ha un pesante fardello rappresentato dal debito, la spesa fiscale per stimolare l'economia "spaventerà" gli investitori, che vorranno tassi di interesse più elevati e, quindi, annulleranno l'influenza benefica dello stimolo. Questo argomento è importante perché  proviene da Blanchard, ora al Peterson Institute of International Economics.

 

Blanchard, mentre era al Fmi, ha costantemente preso una posizione favorevole allo stimolo. Ha condotto la battaglia intellettuale contro l'austerità esagerata. In un documento meritatamente famoso, di cui è coautore un altro membro dello staff del Fmi, Daniel Leigh, Blanchard ha evidenziato che l'austerità è particolarmente debilitante quando viene inflitta a un paese in recessione, un risultato ampiamente ripreso dalla letteratura economica.

 

In uno studio di verifica, Leigh e i suoi colleghi del Fmi hanno smentito un altro mito: che i paesi con alti livelli di debito debbano sottoporsi  all'austerità, oppure gli investitori allarmati pretenderebbero maggiori tassi di interesse, il che potrebbe far aumentare pericolosamente il debito. L'articolo, pubblicato su una rivista scientifica di altissimo livello, sostiene che anche per i paesi con debito molto elevato l'austerità fiscale è una cattiva idea.

 

E quindi, lo stimolo fiscale  può aiutare anche i paesi  ad alto debito ad affrontare una recessione incombente. Tuttavia, un esercito di commentatori, incluso l'influente  comitato editoriale del  Financial Times, sta citando il recente commento di Blanchard sul caso italiano per difendere l'insistenza della Commissione sull'austerità.

 

La stessa Commissione, nel frattempo, continua a rifarsi alla sacralità delle regole. In un linguaggio che ricorda il "guardrail" della Merkel, il commissario europeo per gli affari economici e monetari Pierre Moscovici ha  twittato : "L'eurozona è come un condominio: è compito dell'amministratore far rispettare le regole comuni, in modo che nessuno tocchi un muro portante!

 

Durante gran parte della crisi finanziaria e della zona euro, la Banca centrale europea (Bce) ha peggiorato le cose con la sua politica monetaria restrittiva. All'inizio, i tassi di interesse eccessivamente alti della Bce hanno peggiorato la recessione. Quindi, trattenuta dalla Germania e da altri stati membri dell'area Nord, la Bce ha ritardato l'introduzione degli acquisti di titoli di Stato (quantitative easing) per abbassare i tassi di interesse a lungo termine. Con una politica monetaria così inerte, a partire dall'inizio del 2013, il tasso di inflazione core nell'eurozona è sceso a circa l'1 per cento. L'inflazione in Germania è stata leggermente superiore all'1% e in Italia inferiore.

 

L'inflazione bassa fa sì che i consumatori ritardino gli acquisti, che si riduca la crescita e che aumenti il peso del rimborso del debito. Tuttavia, nonostante il rischio di una bassa inflazione prolungata, la Bce a settembre di quest'anno ha cantato vittoria e ha deciso di sospendere gradualmente il programma di acquisto di obbligazioni.

 

Questa tendenza a limitare l'uso dello stimolo monetario fa parte della filosofia della zona euro, esattamente come l'enfasi sull'austerità fiscale.

 

Il rischio ora è che se l'Italia cade in una recessione, il suo tasso di inflazione diminuirà ulteriormente, il che aumenterebbe il suo tasso di interesse reale (calcolato tenendo conto dell'inflazione). Il tasso di interesse reale è già superiore al 2,5 per cento, il che è straordinariamente alto per un'economia alle soglie della recessione. La stretta combinata del tasso di interesse e dell'austerità fiscale potrebbe rivelarsi insopportabile per l'economia italiana e le sue banche instabili. Così l'Italia si trova di fronte allo spettro di un'economia debole, che peggiora le finanze pubbliche e aumenta la probabilità che i debitori non siano in grado di restituire i loro prestiti bancari. L'Italia potrebbe facilmente precipitare in una crisi finanziaria ingestibile.

 

Se il Paese andrà incontro a un simile destino, la versione dei fatti sarà che il governo italiano è stato irragionevole, e che i suoi piani fiscali stravaganti hanno innescato la crisi. È vero che i piani del governo italiano sono irragionevoli, non c'è modo per il governo di raggiungere i suoi obiettivi fiscali. Ugualmente, tuttavia, l'insistenza della Commissione sulla rigidità fiscale potrebbe provocare una terribile crisi. Dati i rischi, il comportamento sconsiderato della Commissione le dà ben poca autorità morale per accusare gli italiani di essere stati intransigenti.

 

L'eurozona è intrappolata in una crisi di identità. Le affermazioni a lungo ripetute secondo cui l'euro accelererebbe il commercio all'interno dell'area dell'euro sono state screditate (qui  e  qui), senza che rimanga alcun beneficio tangibile da celebrare. Al contrario, i rischi di una politica monetaria di taglia unica che non si adatta a nessuno sono evidenti. La tendenza della Bce a praticare una politica monetaria restrittiva peggiora le cose, specialmente per i paesi più deboli.

 

Senza reali benefici e con rischi anche troppo reali, la forza unificante attorno alla quale i leader e gli intellettuali della zona euro si stringono è la virtù della temperanza e della parsimonia. Gli argomenti contorti usati per giustificare l'austerità derivano dall'immagine di sé dei leader europei. Tuttavia, questo approccio, ammantato dall'aura della prudenza, amplifica i pericoli che l'Europa si trova ad affrontare.

 

Il tiro alla fune tra le autorità italiane e la Commissione  limita fortemente la capacità della Bce di contenere la crisi. Per accedere al sostegno della Bce, l'Italia dovrebbe accettare un regime di austerità e riforme che potrebbero dimostrarsi esplosive a livello nazionale. Ma senza l'accordo su un simile regime, la Bce non sarà in grado di attivare l'Outright Monetary Transactions, per acquistare titoli di stato italiani, e quindi contenere l'aumento del tasso di interesse richiesto dai mercati. E anche se il governo italiano rispettasse le richieste, alcuni membri del Consiglio direttivo della Bce potrebbero impedire alla banca l'acquisto delle obbligazioni, nel timore che un default italiano sulle sue obbligazioni li costringerebbe a sopportarne le perdite.

 

In questo gioco a chi resiste di più non ci saranno vincitori. Ben prima di raggiungere il punto di non ritorno, è necessario un accordo costruttivo - supportato da un resoconto dei fatti condiviso: uno stimolo adeguatamente dimensionato e ben speso è nell'interesse di tutti. Sfortunatamente, rimane intatta la riluttanza a pagare le bollette degli altri - una riluttanza a spendere che si scontra con la realtà. Sembra che siamo bloccati su un percorso tragicamente antagonistico.

 

01/02/19

Se il mondo comprendesse a fondo il concetto di sovranità, tutti i nostri problemi sarebbero finiti

Al di là delle diverse posizioni che si possono prendere pro o contro Maduro o il suo emergente oppositore in Venezuela, questo articolo  pubblicato sul sito australiano Medium  pone l'accento su una questione tanto fondamentale quanto taciuta e trascurata: da quale fonte legittima di autorità gli Stati Uniti e il coro dei vari paesi che sono intervenuti in merito, non ultimi i nostri partner europei, pretendono di lanciare ultimatum e interferire sulle decisioni politiche che in sostanza spettano soltanto al popolo sovrano di ogni singolo paese? Una profonda riflessione in proposito ci aiuterebbe a concepire come quel principio di rispetto che senza troppa fatica consideriamo valido e perseguibile nelle relazioni interpersonali, possa e debba essere applicato anche alle relazioni tra i paesi. I politici e i media non dovrebbero essere autorizzati a ignorare questi principi.

 

 

di Caitlin Johnstone, 28 gennaio 2019

 

La mia Australia ha naturalmente aderito al coro dei paesi servitori degli Stati Uniti che si rifiutano di riconoscere l'unico governo legittimo ed eletto del Venezuela, riconoscendo invece la presidenza di un ragazzo di nome Juan che ha deciso di autonominarsi Presidente del Venezuela con la benedizione del governo degli Stati Uniti. Una dichiarazione del nostro Ministro degli affari esteri, Marise Payne, recita:

 

"L'Australia riconosce e sostiene il Presidente dell'Assemblea nazionale, Juan Guaidó, che ha assunto la carica di Presidente ad interim, in conformità con la Costituzione venezuelana e fino a nuove elezioni. L'Australia chiede al più presto una transizione verso la democrazia in Venezuela.

 

L'Australia, attraverso il nostro ambasciatore non residente in Venezuela, ha sostenuto l'appello del gruppo di Lima a Nicolas Maduro perché si astenesse dall'assumere la presidenza il 10 gennaio.

 

Esortiamo ora tutte le parti a lavorare in modo costruttivo verso una soluzione pacifica della situazione, che comprenda il ritorno alla democrazia, il rispetto dello stato di diritto e il rispetto dei diritti umani del popolo venezuelano."

 

Che uscisse una dichiarazione simile era solo questione di tempo. A mia memoria l'Australia è da tanto  tempo la stampella di Washington, e si muove al ritmo della politica estera degli Stati Uniti, per quanto possa essere pericolosa e idiota, su tutte le questioni. Il mio paese è passato senza soluzione di continuità da colonia britannica a risorsa militare/di intelligence USA, senza mai alzare la testa in nome di qualcosa che assomigli alla sovranità nazionale, con l'eccezione di una sola volta, a metà degli anni settanta, quando ci fu un colpo di stato della CIA / MI6 che esautorò il nostro governo legittimo. Questo golpe era stato preceduto dalla scoperta, da parte del nostro Primo Ministro, che agenti dell'intelligence australiana avevano operato come delegati della CIA per rovesciare il governo di Allende in Cile, in un altro colpo di stato che violava la sovranità, spesso paragonato a quello che stiamo vedendo in Venezuela oggi.

 

Il governo degli Stati Uniti e i suoi vari stati vassalli non hanno alcun diritto di impartire ordini e ultimatum in cui si decreta che il governo di una nazione sovrana deve riformarsi, eppure eccoci qui. La sovranità è un concetto così estraneo nel tunnel della realtà collettiva creato dalla propaganda al fine di considerare l'imperialismo, l'eccezionalismo americano e l'interventismo non-stop come perfettamente normali, che ora abbiamo l'establishment americano che simultaneamente (A) denuncia a gran voce il click-bait russo su Facebook come un imperdonabile atto di guerra, e (B) usa le armi delle sanzioni, le operazioni segrete della CIA e una campagna attiva di delegittimazione della leadership di una nazione al fine di far cadere un intero governo. Questa selvaggia incongruenza è giustificata dall'assunto che gli Stati Uniti avrebbero una sorta di "autorità morale" nel mondo, mentre Russia e Venezuela mancherebbero di autorità morale, e questo nonostante gli Stati Uniti siano responsabili di innumerevoli massacri e distruzioni volgarmente immorali, da qualsiasi punto di vista.

 

In un recente colloquio con Ann Coulter della Fox, Bill Maher, esperto di guerra, ha citato la Dottrina Monroe per sostenere che gli Stati Uniti hanno tutto il diritto di dire al Venezuela cosa gli è permesso di fare nel proprio paese e coi propri alleati, perché il Sud America è "il nostro cortile".

 

"Oggi, in Venezuela - questa è la prima pagina del New York Times – in Venezuela, okay, hanno un uomo, un leader dell'opposizione che finalmente si è fatto avanti, e noi lo sosteniamo", ha detto Maher. “E la Russia ci ha avvisato di tirarci indietro perché loro sostengono il dittatore. Questa era la dottrina Monroe! Questo è il nostro cortile! E la Russia ora ci sta dicendo di non occuparci di quello che succede in Venezuela, perché sanno che possono farlo? Perché sono così spavaldi? Non vi dà fastidio?”

 

Queste parole da proprietario di schiavi risultano così normali per ragioni che sono strettamente legate alle stesse cause per cui il nostro mondo è così sottosopra.

 

Immaginate un mondo in cui la sovranità sia veramente compresa e onorata. Cosa cambierebbe?

 

Be', ovviamente non vedremmo più le nazioni più potenti ingerirsi con la forza negli affari degli altri, trattando i paesi più deboli come loro proprietà perché sono interessati alle loro risorse o perché hanno uno stile di governo a loro sgradito. L'idea che ci siano persone al mondo le cui vite non possono essere controllate non sarebbe vista come una idea estrema e bizzara da liquidare come una stramberia, ma come una verità ovvia, che sta alla base dei principi guida sul modo in cui le diverse parti del mondo devono interagire tra loro.

 

Ma la questione va molto oltre, se ci si pensa bene. Con una comprensione approfondita della sovranità, forse la cosa più importante che cambierebbe è che le persone non penserebbero più che è giusto manipolare i pensieri delle altre persone per i propri interessi. Una classe politica con i suoi media non vorrebbe né sarebbe più autorizzata a continuare a frugare nelle nostre menti per manipolare e controllare i modi in cui pensiamo, votiamo e ci comportiamo, il che ci consentirebbe di costruire una società basata sulla verità e la compassione, piuttosto che sulle credenze che avvantaggiano il potere, costruite dentro le nostre teste dai media e dai politici al servizio della plutocrazia.

 

In una tale società non avremmo omicidi, che sono la più grave violazione della sovranità personale, né avremmo stupri o aggressioni,  per lo stesso motivo. È del tutto possibile che il governo, così come lo conosciamo, cessi di esistere e che la collettività possa progettare un modo completamente nuovo di funzionare, anche se il governo potrebbe anche continuare ad esistere in una forma che fosse pienamente responsabile nei confronti del popolo, se risultasse che questo è quello che vogliamo. Nessuno vedrebbe qualcun altro come una sua proprietà, o come una risorsa da sfruttare, o una pedina da manipolare, o come parte di un mondo che deve essere completamente dominato e controllato, se potessimo, proprio come specie, evolvere verso una relazione matura con il concetto di sovranità.

 

L'attuale colpo di stato guidato dagli Stati Uniti contro il Venezuela non è una violazione della sovranità solo del Venezuela, ma di tutte le nazioni che sono state minacciate e hanno ricevuto pressioni da una nazione molto più potente e dai governi servili dei loro paesi. Il governo degli Stati Uniti è proprio l'ultima organizzazione che dovrebbe "aiutare" una nazione a rovesciare il suo governo; l'interventismo USA è così sistematicamente devastante che volere il loro "aiuto" in Venezuela è come volere che Edward Mani-di-forbice aiuti a cambiare i pannolini nell'asilo nido. In un certo senso tutti lo sanno, ma la relazione servile che il mondo ha con l'impero degli Stati Uniti ha normalizzato la complicità nelle agende folli di tutto il mondo.

 

Una delle cose più utili che ciascuno di noi può fare per aiutare a muovere l'umanità verso una direzione sana è sviluppare una comprensione profonda, viscerale, e un profondo rispetto per il concetto di sovranità. Lasciate che questa profonda comprensione informi la vostra vita, quindi lasciate che questa comprensione fluisca nel mondo. Io farò la mia parte, voi farete la vostra, e con una piccola serie di miracoli potremo aiutare a risolvere l'intera faccenda.