20/01/19

Business Insider - L'Europa ha preso la decisione politica di andare in recessione

Dopo la crisi del 2008, l'austerità in Europa, in ossequio alla volontà dell'Unione Europea e della Germania, ha ridotto le dimensioni potenziali dell'economia europea e rallentato la sua capacità di crescere di nuovo: l'Europa ha perso attività economiche potenziali per l'equivalente dell'intero PIL della Spagna. È stato come far uscire aria da una palla che rimbalza: la sua capacità di rimbalzare è peggiorata via via che veniva sgonfiata. Da Business Insider.


 

di Jim Edwards, 13 gennaio 2019

 

 

La settimana scorsa, tre delle economie più grandi d'Europa hanno presentato un assortimento di numeri orribili per la produzione industriale di novembre.

 

Produzione industriale:

 

# Italia: -1,5%


# Spagna: -1,5%


# Germania: -1,9%


 

Qua ci sono i numeri nel corso del tempo:

 

[caption id="attachment_16917" align="alignnone" width="1334"] Eurozona: produzione industriale - Crescita percentuale annua, dati trimestrali. Rosso: Germania; Blu: Francia; Giallo: Italia; Grigio: Spagna. La produzione industriale a novembre è andata al tappeto contemporaneamente in Germania, Italia, Francia e Spagna.[/caption]

 

Sembra che l'Europa si diriga verso la recessione, dicono molti economisti. La Germania e l'Italia potrebbero già essere in una "recessione tecnica".

 

La tragedia è che la contrazione viene aiutata da una deliberata scelta politica presa dai governi europei: il tentativo di limitare la spesa in deficit, di tagliare gli stimoli fiscali, e di portare i bilanci in pareggio nei 10 anni successivi alla crisi finanziaria del 2008.

 

L'"austerità", come è conosciuta, ha ridotto le dimensioni potenziali dell'economia europea e rallentato la sua capacità di crescere di nuovo. E adesso che i settori manifatturieri di Italia, Francia e Germania sono in stagnazione o in contrazione, l'austerità sta danneggiando la loro capacità di uscire dalla recessione.

 

Questa è la conclusione degli analisti sia al The Institute of International Finance e - in un articolo pubblicato la settimana scorsa - di Oxford Economics. In modo indipendente l'uno dall'altro, hanno esaminato la differenza tra l'attuale crescita del PIL in Europa e la crescita "potenziale" del PIL, prima e dopo la recessione del 2008. In entrambi gli studi, gli analisti sono arrivati alla conclusione che l'Europa si è imposta una crescita del PIL stabilmente più bassa, dopo la crisi.

 

L'Europa ha perso un'economia delle dimensioni della Spagna

 

Il "potenziale" è la tendenza implicita della crescita del PIL, stando ai dati storici. Quando un'economia si riduce, può diventare incapace di crescere fino alla sua precedente dimensione se c'è "un tasso di partecipazione della forza lavoro stabilmente più basso, un grande shock di produttività o uno stock di capitali più piccolo perché sia il governo che le aziende riducono drasticamente gli investimenti", ha affermato Rosie Colthorpe, analista di Oxford Economics.

 

Dal 2008, l'Europa ha perso attività economiche per l'equivalente dell'intero PIL della Spagna, secondo la Colthorpe. Il PIL della Spagna è circa 1300 miliardi di dollari e il paese dà lavoro a circa 19 milioni di persone, per darvi un'idea di quanto "manchi all'appello". Anche se non si può affermare che ci sarebbero 19 milioni di posti di lavoro in più in Europa se i governi avessero dato più sostegno fiscale, questa, ciononostante, è la scala del problema di cui stiamo parlando.

 

[caption id="attachment_16918" align="alignnone" width="1334"] Eurozona: PIL reale e produzione potenziale. 1999 =100. Questo grafico mostra la crescita reale del PIL (linee piene) e la tendenza implicita della crescita del PIL in vari momenti nel tempo (linee tratteggiate). La crisi del 2008 ha causato una recessione, ma le politiche messe in atto dopo quel periodo hanno lasciato la crescita su un percorso stabilmente più basso.[/caption]

 

Dopo la crisi del 2008, i governi europei temevano una successiva crisi del debito - uno scenario nel quale i pagamenti degli interessi sul loro debito potevano essere più grandi di quel che le loro economie in difficoltà potevano permettersi. La Grecia in effetti cadde in una crisi del debito. Così sono stati cauti nella spesa pubblica e non hanno tagliato le tasse, per equilibrare il bilancio pubblico. Le regole della UE impediscono deficit pubblici più grandi del 3% del PIL. Il risultato è stato un minor giro di soldi in Europa - e lla riduzione della crescita economica.

 

"La politica fiscale restrittiva al culmine della crisi ha contribuito al persistente declino della crescita sia reale che potenziale", ha detto la Colthorpe ai suoi assistiti la settimana scorsa. Ha stimato che per ogni 1% di diminuzione del PIL reale, causato da un'attività fiscale ridotta, c'è stata una riduzione della crescita potenziale dell'economia dello 0,6% nel futuro, fino al 2015. È stato come far uscire aria da una palla che rimbalza. La sua capacità di rimbalzare è peggiorata via via che veniva sgonfiata.

 

Una volta che l'Europa ha cambiato marcia, non è più stata capace di tornare indietro

 

Ciò non ha risolto nemmeno il problema del debito, dice la Colthorpe. Riducendo le dimensioni della sua economia, l'Europa ha ridotto la sua capacità di gestire il debito. "Diminuendo in modo permanente il PIL, il consolidamento fiscale ha aumentato l'onere del debito nel lungo termine anziché diminuirlo (come era nelle intenzioni)", ha detto ai suoi assistiti.

 

E adesso l'Europa appare così (grafico sotto). Oxford Economics redige il proprio indice degli indicatori economici globali. Quei paesi che lampeggiano in rosso, sul lato destro? Per la maggior parte sono in Europa.

 

[caption id="" align="alignnone" width="1334"] Tendenze tra i paesi negli indicatori di crescita di Oxford Economics: differenze 3 mesi su 3 mesi[/caption]

 

Colthorpe conclude che se l'Europa andrà in recessione nel 2019, sarebbe un grave sbaglio ripetere le politiche del periodo post-2008.

 

19/01/19

La "hard Brexit" e l'uscita dal mercato comune: e allora?

Sin dall'inizio dei negoziati per la Brexit, un articolo di Charles-Henri Gallois, responsabile economico dell'Union Populaire Républicaine, chiarisce con una serie di grafici e dati come dal punto di vista economico gli inglesi non devono temere una cosiddetta hard Brexit, perché i costi  di un'uscita dalle regole europee sono comunque inferiori ai vantaggi. Per non parlare dell'impareggiabile vantaggio di riappropriarsi dell'indipendenza e del potere di decidere sul proprio destino.

 

 

di Charles-Henri Gallois, 20 gennaio 2017

 

Nel Regno Unito negli ultimi tempi infuria il dibattito [1] sulle condizioni di uscita dall'Unione europea. Bisognerebbe o no rimanere nel mercato comune?

 

L'UPR ricorda qui che il mercato comune è nato con il trattato di Roma del 1957. Il principio alla base del mercato comune è la libera circolazione delle merci. Da allora, è stata aggiunta la libera circolazione dei capitali e delle persone. Va notato che nel quadro dello Spazio economico europeo (SEE), questo mercato non è limitato ai 28, che presto saranno 27, membri dell'Unione europea (UE), poiché vi rientrano anche tre paesi dell'Associazione europea di libero scambio (AELS): Norvegia, Islanda e Liechtenstein.

 

I sostenitori della Brexit sono stati messi in allarme dalle parole di Philip Hammond, Cancelliere dello Scacchiere (equivalente del ministro dell'Economia), preoccupato per un'uscita dal mercato comune che, secondo lui, sarebbe catastrofica per il Regno Unito [2].

 

Va ricordato che Philip Hammond ha fatto campagna per il "Remain", vale a dire la permanenza del Regno Unito nell'UE. I Brexiters ritenevano, giustamente, che restare nel mercato comune equivarrebbe a un'uscita incompleta dall'UE, poiché l'appartenenza al mercato comune implica la libera circolazione dei capitali, dei beni e servizi e delle persone, nonché l'imposizione a tutta l'economia del Regno Unito di norme decise altrove.

 

I sostenitori del "Remain" spiegano che il costo di un'uscita dal mercato comune sarebbe troppo grande e dannoso per l'economia del Regno Unito. Theresa May si è impegnata nel suo discorso del 17 gennaio 2017 [3] a rispettare la volontà del popolo di riprendere in mano il proprio destino. Sarà quindi un'uscita piena e completa dal mercato comune. Che dire delle conseguenze economiche, che secondo tutti gli europeisti sarebbero catastrofiche?

 

Si tratta di una domanda fondamentale che interessa tutti i francesi nel quadro della Frexit proposta dall'URP e da François Asselineau.

 

I costi di un'uscita dal mercato comune

 

I fautori del Remain ritengono che in ogni caso al Regno Unito verranno imposti gli standard dell'UE anche se non avrà più voce in capitolo nella loro elaborazione. Questo è ovviamente falso. Le imprese che esportano verso l'UE dovranno conformare i loro prodotti destinati all'UE a questi standard, come fanno con gli standard americani o coreani e così via. Ma, giustamente, non sarà questo il caso per il resto dell'economia.

 

È importante capire che la quota delle esportazioni britanniche verso l'UE è solo del 44,4% ed è in costante diminuzione, come mostrato nel grafico seguente:

 



 

In valore assoluto, equivale a 184,1 miliardi di euro, pari al 9,1% del PIL del Regno Unito.

 

L'argomento principale a sostegno del costo dell'uscita dal mercato comune è che le esportazioni britanniche saranno soggette a barriere doganali. Ciò renderà quindi le esportazioni meno competitive.

 

Allo stato attuale, le barriere doganali, vale a dire la tariffa esterna dell'Unione europea, sono le seguenti [4]:

 



 

Questi dati risalgono al 2001 e, sotto l'influenza dell'OMC e degli Stati Uniti, le tariffe sono in costante diminuzione. Siamo molto lontani dalla tariffa esterna comune protezionistica degli anni '60. Sappiamo anche che il Regno Unito produce ed esporta pochissimi prodotti agricoli. Il loro tasso medio quindi probabilmente nel 2016 sarebbe molto più basso rispetto al 3,1% indicato.

 

Prendendo per buona questa ipotesi del 3,1%, questo rappresenta un costo aggiuntivo di 5,7 miliardi di euro che penalizzerebbe la competitività delle esportazioni.

 

I vantaggi dall'uscita dal mercato comune


 

Vi sono almeno tre vantaggi per il Regno Unito in seguito all'uscita dal mercato comune.

1. Risparmi significativi per le piccole e piccolissime imprese che non esportano nell'UE ed erano tenute ad applicare le norme e le direttive europee. I 100 regolamenti più costosi sono stimati a 27,4 miliardi di sterline, ovvero circa 31,7 miliardi di euro all'anno per l'economia britannica [5]. È chiaro che si tratta di un vantaggio enorme rispetto ai potenziali 5,7 miliardi di euro di dazi doganali sulle esportazioni.

 



 

2. Per accedere al mercato comune e essere membro dell'UE, il Regno Unito contribuisce al bilancio dell'UE. Ed è un contributore netto! Ogni anno il Regno Unito versa 17,1 miliardi di euro all'UE, che ne restituisce 11,6, di cui 5,3 sono rimborsi [6]! Si tratta quindi di una perdita annuale netta di 5,5 miliardi di euro. Pari, più o meno, ai dazi doganali supplementari. Con l'unica differenza che gli inglesi, ora, saranno padroni delle loro leggi!

 



 

3. Dobbiamo anche tenere conto, se guardiamo alle esportazioni, del calo della sterlina inglese, che tutti gli europei presentano come un disastro per il Regno Unito! Il cambio prima della Brexit era 1 sterlina = 1,32 euro, ora è 1 sterlina = 1,16 euro, con un deprezzamento del 12,1%. Ciò significa che i prodotti del Regno Unito saranno il 12,1% meno costosi per l'esportazione. Se applichiamo questo deprezzamento ai 184,1 miliardi di EUR di esportazioni [7] verso i paesi membri dell'UE e calcoliamo i dazi doganali stimati (tariffa esterna dell'UE), otteniamo che le esportazioni britanniche risulteranno meno costose per 17,3 miliardi di euro.

 



 

Nell'ambito del libero scambio britannico, inoltre, alcuni sostenitori della Brexit hanno spiegato che le tariffe doganali dell'UE non sono importanti perché il Regno Unito può importare i suoi prodotti a basso costo da paesi terzi, in particolare i prodotti agricoli, liberandosi così della tariffa esterna. In questa visione, dato il suo enorme deficit commerciale, il Regno Unito risulta vincente.

 

Il caso francese


 

Per quanto riguarda la Francia, il suo caso è un po' diverso perché le esportazioni sono soprattutto verso i paesi dell'Unione Europea (26 paesi escludendo il Regno Unito). Tuttavia, anche la quota delle nostre esportazioni verso l'UE nel suo insieme sta diminuendo, come si può vedere nel grafico seguente:

 



 

Nel 2015, in termini assoluti, abbiamo esportato 267,8 miliardi di euro, che rappresentano il 12,8% del nostro PIL. Se adottiamo lo stesso metodo del costo aggiuntivo sulle esportazioni dovuto alle tariffe doganali, con un tasso medio più elevato per la Francia (4,3%) poiché esporta più prodotti agricoli, arriviamo a un costo aggiuntivo di 11,5 miliardi di euro.

 

E tuttavia, i fatti sono incontrovertibili, e la Francia, in caso di Frexit, avrebbe dei vantaggi che superano di gran lunga questo costo aggiuntivo per le sue esportazioni verso i paesi dell'Unione europea.

 

  • - Anche il costo aggiuntivo dovuto all'adesione agli standard del mercato comune applicati a tutte le imprese, anche a quelle che non esportano nell'UE, è enorme per la Francia! Questo costo aggiuntivo è stimato in 37 miliardi di euro all'anno. [8]


 

 

 

 

 

 



 

Poiché l'inflazione normativa di origine europea è costante, questo costo può solo aumentare. Il costo aggiuntivo potenzialmente associato ai dazi doganali per l'ingresso nel mercato europeo appare ridicolo in confronto.

 



 

- Anche la Francia, come i nostri amici oltre Manica, è contributore netto al bilancio dell'UE. Ogni anno la Francia versa 22,6 miliardi all'UE, che le restituisce 14,2 miliardi di euro [9]. Si tratta quindi di una perdita netta di 8,4 miliardi di euro, quasi l'importo del costo aggiuntivo relativo ai dazi doganali. Occorre anche notare che in 25 anni il contributo francese è più che quadruplicato!

 



 

- Infine, per l'UPR è chiaro che l'uscita dal mercato comune sarà accompagnata da un'uscita dall' euro, che comporterà un deprezzamento del franco rispetto all'euro, se questo continuerà ad esistere. Ciò supporterà la competitività delle nostre esportazioni o l'attrazione del turismo e compenserà ampiamente i dazi doganali. Al netto, sulla base di un deprezzamento del 10% del franco e di 267,8 miliardi di euro di esportazioni verso l'UE, il guadagno sarebbe dell'ordine di 16,4 miliardi di euro!


 

Se il deprezzamento fosse del 20%, il guadagno netto sarebbe di circa 44 miliardi di euro!


Conclusioni

 

In conclusione, come per gli inglesi, non dobbiamo avere paura ed economicamente abbiamo più da guadagnare che da perdere da un'uscita dall'UE, dal mercato comune e dall'euro. Ma al di là dell'economia, e questo è ciò che la maggior parte degli elettori britannici ha capito, è soprattutto una questione di democrazia, e quindi di indipendenza nazionale. Lo ha detto lo stesso Charles de Gaulle, quando Alain Peyrefitte lo interrogava su un'uscita dalla CEE (l’antenato dell'UE) e dal mercato comune: "Se dovessimo scegliere tra l'indipendenza e il mercato comune, essere indipendenti sarebbe più importante del mercato comune "[10].

 

Note

 

1]http://www.dailymail.co.uk/news/article-3739473/Tory-rebels-demand-Theresa-set-timetable-UK-s-EU-departure-bid-avoid-Brexit-Lite.html

 

[2] http://www.lefigaro.fr/flash-eco/2016/06/26/97002-20160626FILWWW00044-brexit-philip-hammond-s-inquiete-d-une-perte-de-l-acces-au-marche-unique.php

 

[3] http://www.lefigaro.fr/flash-eco/2017/01/17/97002-20170117FILWWW00173-theresa-may-le-brexit-signifiera-la-sortie-du-marche-unique.php

 

[4] http://www.senat.fr/rap/r05-120/r05-12030.html

 

[5] http://openeurope.org.uk/intelligence/britain-and-the-eu/100-most-expensive-eu-regulations/

 

[6] http://www.diplomatie.gouv.fr/fr/dossiers-pays/royaume-uni/l-union-europeenne-et-le-royaume-uni/

 

[7] Eurostat, chiffres de 2015

 

[8] Ce que nous coûte l’Europe, Christophe Beaudouin

 

[9] http://www.performance-publique.budget.gouv.fr/finances-publiques/financement-union-europeenne/approfondir/actualite/jaune-2015-relations-financieres-union-europeenne-france-toujours-3e-rang-contributeurs-nets

 

[10] C’était de Gaulle, Alain Peyrefitte, Fayard, 1997, tome 2, pp. 253 – 254

 

18/01/19

FT - Una Brexit caotica farebbe traballare l’industria tedesca

Un breve articolo del Financial Times riporta il grido di allarme della Federazione delle industrie tedesche (Bdi) sulle conseguenze per la Germania di una Brexit disordinata, scenario sempre più verosimile dopo il rifiuto dell’accordo da parte del parlamento britannico. Questo avvertimento smentisce le precedenti affermazioni arrivate da parte dei politici tedeschi sul fatto che la Germania sia abbastanza solida da non avere nulla da temere dalla Brexit. Dopo avere distrutto i propri maggiori partner commerciali al Sud con l’euro e l’austerità, la Germania si sta dunque rendendo conto che rischia di perdere uno dei pochi mercati sani che le erano rimasti a causa dell’atteggiamento intransigente contro chi vuole uscire tenuto nei negoziati.

 

 

17 gennaio 2019

 

Una Brexit disordinata sarebbe un colpo negativo per la crescita economica in Germania, lasciando le imprese “a guardare nel baratro”. Così ha avvertito la potente federazione industriale tedesca questo martedì.

 

Dieter Kempf, presidente della Federazione delle industrie tedesche (Bdi), ha detto ai giornalisti che erano presenti a Berlino che il rifiuto dell’accordo di uscita da parte del parlamento britannico è stato un avvenimento “drammatico”. “Ci stiamo dirigendo pericolosamente verso una Brexit caotica”, ha detto.

 

Il grido di allarme mette in evidenza le crescenti preoccupazioni dei leader politici e industriali tedeschi, che soffrirebbero più di chiunque altro, tra le economie Ue, a causa di un’uscita caotica del Regno Unito. Le aziende tedesche hanno investimenti per un valore di 120 miliardi di dollari nel Regno Unito, e il commercio bilaterale, che coinvolge beni e servizi, viene stimato a un valore di oltre 175 miliardi di euro all’anno.

 

Il recente avvertimento da parte dell’industria tedesca sembra destinato a incoraggiare i sostenitori della Brexit nel Regno Unito, che sperano da tempo che pressioni di questo genere possano spingere la Ue a offrire a Londra un accordo più vantaggioso. Il segnale di tensione lanciato dalla Bdi getta dubbi sulle ripetute rassicurazioni arrivate da parte del governo tedesco, sul fatto che la Germania sia pronta a qualsiasi scenario di Brexit, inclusa l’uscita caotica senza accordi alla fine di marzo.

 

Kempf ha insistito nel sostenere che dovrà essere Londra a decidere di evitare lo scenario peggiore e trovare una via di uscita dall’impasse. “Laccordo sul tavolo non può essere rinegoziato. Tocca al Regno Unito fare la sua mossa. È giunto il momento in cui i britannici devono dirci chiaramente che cosa vogliono fare”, ha affermato. “È del tutto illusorio continuare a ripetere quello che non vuoi, senza però dire quello che vuoi”.

 

Kempf ha detto che le aziende da entrambi i lati della Manica non hanno altra scelta che prepararsi a una “hard Brexit”. “Alcune aziende hanno già annunciato che intendono sospendere la produzione a partire da aprile, o che porteranno avanti solo i lavori di manutenzione. Altri hanno spostato il personale o chiuso i battenti”.

 

Ha quindi aggiunto: “Deve essere chiaro a tutti che il Regno Unito potrebbe, nel giro di poche settimane, diventare un paese terzo rispetto alla Ue. Questo significherebbe che uno dei nostri più stretti partner commerciali potrebbe finire in coda alla Turchia, alla Corea del Sud o al Ghana in termini di regole che governano le nostre relazioni economiche con loro”.

 

La Bdi ha affermato di aspettarsi una crescita economica dell’1,5 per cento in Germania quest’anno, ma ha anche avvertito che uno scenario di Brexit caotica senza accordo potrebbe portare a una significativa revisione al ribasso delle stime.

 

Nella nostra previsione per il nuovo anno partiamo dalla ipotesi che non ci sia una Brexit disordinata e incontrollata”, ha detto Kempf. “Se ci dovesse essere una importante interruzione del commercio tra Regno Unito e Ue, prevediamo che la crescita possa essere più bassa”.

 

Il capo della Bdi ha precisato che, in uno scenario di questo tipo, la crescita tedesca possa scendere all’1 per cento.

 

Le nostre aziende stanno guardando nel baratro in queste settimane”, ha dichiarato ancora Kempf. “Un accordo politico è ancora possibile. Ma la condizione perché ciò avvenga è che Londra ritorni a un senso della realtà”.

14/01/19

The Spectator - L’euro è la moneta più disfunzionale che sia mai stata creata

Un articolo di Matthew Lynn, uscito sia sullo Spectator americano che su quello britannico, elenca i quattro maggiori risultati, tutti ovviamente negativi, che l’euro (ovvero un sistema irrevocabile di cambi fissi) è riuscito a raggiungere negli ultimi vent’anni anni: la più grave depressione della storia economica mai registrata da quando esistono misure attendibili (in Grecia), la prima economia “post-crescita” del mondo (in Italia, che dopo vent’anni di euro si trova con un’economia inferiore a quando la lira fu sostituita), i più ampi squilibri di credito-debito mai registrati (in Germania) e un sistema bancario in pezzi (in tutta Europa, Germania compresa).

 

 

di Matthew Lynn, 04 gennaio 2019

 

Perfino in rapporto ai suoi stessi standard di auto-satira, Jean-Claude Juncker è stato sorprendente già a capodanno. Mentre stappava l’ultima bottiglia di vino del 2018, il presidente della Commissione europea ha trovato il tempo di sparare un tweet a celebrazione del ventesimo anniversario dell’euro. Secondo Juncker l’euro sarebbe diventato “un simbolo di unità, di sovranità e stabilità”, che ha portato “prosperità e protezione” al popolo europeo.

 

Su una cosa in effetti Juncker aveva ragione. La moneta unica ha effettivamente compiuto vent’anni questa settimana. Fu lanciata il 1° gennaio del 1999, almeno per le transazioni finanziarie, mentre il contante è entrato in circolazione più tardi. Junker ha avuto ragione anche sul fatto che l’euro ha portato conseguenze significative. Il problema è che queste conseguenze non hanno molto a che vedere con “l’unità” né la “stabilità”, né tanto meno con la “prosperità”. In realtà l’euro è riuscito a centrare quattro obiettivi che la maggior parte degli economisti mainstream avrebbero considerato praticamente impossibili. L’inizio del terzo decennio dell’euro è un buon momento per fare una pausa di riflessione ed elencarli.

 

Per prima cosa, abbiamo visto la peggiore depressione che sia mai stata registrata. È vero, forse ci sono state battute d’arresto più gravi nel corso della storia, ad esempio la peste nera. Ma da quando si è iniziato a registrare le statistiche economiche in modo attendibile, la peggiore depressione economica che sia mai stata osservata è stata quella della Grecia nell'ultimo decennio. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale pubblicati nel 2018, la Grecia ha avuto una caduta nella produzione più grave di quella degli Stati Uniti durante la Grande Depressione degli anni 30, e più lunga di quest’ultima. Considerato l'avanzamento delle conoscenze macro-economiche da allora ad adesso, e la maggiore comprensione del ruolo della gestione della moneta e della domanda aggregata, quello che abbiamo visto in Grecia è un risultato davvero sbalorditivo.

 

Secondo punto, l’euro ha creato la prima economia “post-crescita” del mondo. I Verdi continuano a dirci che dovremo svezzarci dalla nostra dipendenza, così infantile e distruttiva per il pianeta, dalla crescita economica. Quindi forse l’euro è stato tutto un ingegnoso complotto ambientalista. Perché? Perché l’Italia è diventata la prima grande economia sviluppata a giungere a una condizione di “post crescita”, con un’economia che al momento presente è inferiore a quella del momento in cui, due decenni fa, la lira fu sostituita con l’euro. Certo, molti italiani non sono molto contenti di questo risultato. Ma bisognava pure che il processo di espansione iniziato con la rivoluzione industriale giungesse a una fine, no?

 

Inoltre, abbiamo assistito ai più grandi squilibri del mondo. La Cina è una macchina da esportazione, ha i fondi di investimento più sfrenati, e le banche centrali che stampano moneta sono generalmente riconosciute come le principali fonti di instabilità finanziaria nel mondo. Ma il surplus commerciale tedesco, a oltre l’otto percento del PIL nazionale all’anno, conseguenza del fatto che l’euro è [per la Germania, NdT] una moneta perennemente svalutata, è il più grande squilibrio che il mondo abbia mai visto. Il risultato? Ogni anno più di 300 miliardi di dollari devono essere riciclati dal sistema bancario per tenere in piedi l’euro, creando in questo modo un’immensa montagna di debiti e crediti. Si tratta della maggiore faglia attualmente presente nel sistema finanziario globale.

 

Da ultimo, le banche distrutte. Potreste forse credere che la più forte economia dell’eurozona abbia delle banche solide. Ripensateci. Le azioni della Deutsche Bank sono crollate del 90 per cento nel corso dell’ultimo decennio, e appena prima di Natale la banca ha dovuto negare di avere bisogno di un salvataggio (che è l’equivalente bancario di professare “una fiducia indiscussa nel manager” da parte di una squadra di calcio). Nel frattempo le banche italiane si trascinano di crisi in crisi, così come quelle greche, mentre una moneta costruita solo a metà distrugge i profitti di un’industria che dovrebbe essere una delle fondamenta di un’economia prospera.

 

La verità è che l’euro è la moneta più disfunzionale che sia mai stata creata: il gold standard degli anni ’30, ma ancora peggio. Con un mix tossico di depressione, crescita stagnante, caos finanziario e disoccupazione di massa, il suo unico vero risultato è stato quello di cancellare un’intera generazione di progresso economico. Jean-Claude Juncker potrà anche avere voglia di brindare, ma è difficile che altri abbiano voglia di unirsi a lui.

Counterpunch - Perché una società neoliberale non può sopravvivere

Da CounterPunch, un'altra denuncia dei risultati tragici di 40 anni di neoliberalismo, l'ideologia che ha conquistato il mondo occupando capillarmente ogni ambito accademico, istituzionale e culturale: mentre anche la sinistra è stata irrimediabilmente infettata dall'ideologia del mercato, gli economisti neoliberali hanno elevato l'egoismo a ideale normativo, improntandone la legislazione con norme anti-sindacali e tagli ai servizi sociali. Con risultati drammatici: crisi economiche, aumento delle diseguaglianze, declino della partecipazione popolare alla vita pubblica, del tenore e addirittura dell'aspettativa di vita, peggioramento delle condizioni sanitarie e aumento della mortalità infantile. 

 

di T.J. Coles, 30 ottobre 2018

 

 

Gli esseri umani sono creature complicate. Siamo sia collaborativi che faziosi. Tendiamo ad essere collaborativi all'interno dei gruppi (ad esempio, i sindacati), mentre competiamo con gruppi esterni (ad esempio, una confederazione di aziende). Ma società complesse come le nostre ci costringono anche a cooperare con gruppi esterni - nei vicinati, al lavoro, e così via. Nei sistemi sociali, la selezione naturale favorisce la cooperazione. Inoltre, siamo orientati ai comportamenti etici, così la cooperazione e la condivisione sono apprezzate nelle società umane.

 

Ma cosa succede quando siamo costretti all'interno di un sistema economico che ci fa competere ad ogni livello? Il risultato logico è il declino o il collasso della società.

 

Il dogma neoliberale nel XX secolo

 

In "L'individuo nella società", Ludwig con Mises, il maestro di Friedrich Hayek (il nonno del moderno neoliberalismo), scriveva che in una società basata sul contratto sociale, i datori di lavoro sono alla mercé della massa. Ma in un'economia di mercato guidata dall'interesse personale, "il coordinamento delle azioni autonome di tutti gli individui è realizzato dal funzionamento del mercato". Pertanto, in questo mondo di fantasia, i datori di lavoro possono licenziare i lavoratori e sostituirli con altri a minor costo senza incorrere nei costi sociali connessi alle società basate sul contratto sociale.

 

Dopo gli anni '70 del XX secolo in particolare, questo tipo di pensiero iniziò a permeare la cultura dei pianificatori del "libero mercato" nei corsi di economia della Ivy League.

 

Robert Simons dell'Harvard Business School nota che l'economia oggi è di gran lunga la disciplina accademica dominante negli Stati Uniti, e che molti laureati portano quell'ideologia acquisita, basata sull'interesse personale, sul loro posto di lavoro, nella gestione patrimoniale, negli hedge fund, nelle assicurazioni, nella liquidità e cosi via. Simons critica quella che chiama "l'incondizionata e universale accettazione, da parte degli economisti, dell'interesse personale - degli azionisti, dei manager e degli impiegati - come il fondamento concettuale del fare impresa e management". Simons nota che i lavoratori sono "tribù" egoiste, come lo sono i manager, nel senso che cercano di ottenere maggiori benefici. "Per porre rimedio a questa situazione potenzialmente catastrofica" connessa ai diritti dei lavoratori, "gli economisti di mercato tentano di incanalare i comportamenti devianti usando la teoria della risposta agli stimoli", sotto forma di legislazioni anti-sindacali, tagli ai servizi sociali, e la minaccia di delocalizzare i posti di lavoro. Gli economisti di mercato "hanno elevato l'egoismo a ideale normativo".

 

Infettare la sinistra

 

Nel 1988, l'allora Cancelliere Tory, Nigel Lawson, scrisse che negli anni '70, "il capitalismo, fondato sull'interesse personale, era ritenuto moralmente deplorevole" dalla maggioranza dei britannici. Ma per Lawson parimenti immorale era l'intervento statale: "non c'è niente di particolarmente morale in uno stato interventista", disse (a meno che lo stato interventista non salvasse le grandi aziende). Ma, fortunatamente per i Tories, "la marea delle idee cambiò", permettendo loro di tornare al potere e imporre ulteriori riforme neoliberali.

 

Forse l'aspetto peggiore del neoliberalismo è stata l'infezione del partito Labour. Per fare alcuni esempi: un neoliberale statunitense, Lawrence Summers (che più tardi sarebbe diventato Segretario del Tesoro di Bill Clinton), insegnò ad un giovane Ed Balls, che presto sarebbe divenuto il consigliere economico del futuro Cancelliere, Gordon Brown. Brown, allora ancora un parlamentare, si incontrò con il Presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan. Questo segnò l'inizio di un periodo di ulteriore liberalizzazione finanziaria nel Regno Unito, sotto il sedicente "New Labour".

 

Gli economisti, alla metà degli anni 2000, poco prima del crollo, iniziarono a vedere crepe nell'ideologia, constatando:

 

"Vediamo nell'opinione pubblica un disagio generalizzato riguardo le soluzioni di mercato. Il libero commercio e la globalizzazione, la privatizzazione della previdenza sociale, e la liberalizzazione dei mercati dell'energia, tutte suscitano l'opposizione di molti consumatori, a volte motivata ma spesso indefinita. Non è un caso che il sostegno alle soluzioni di mercato si concentri tra quelli che hanno avuto successo economicamente, mentre l'opposizione lo è tra quelli meno fortunati. La libertà di scelta ha un fascino morale, ma la fibra morale è più forte quando non viene tagliata dall'egoismo".


 

Nel 2008 l'economia americana, e conseguentemente globale, era al collasso. Greenspan testimoniò alla Camera dei Rappresentanti: "Ho sbagliato nel credere che l'interesse personale delle organizzazioni, nel caso specifico banche e altro, fosse tale che potessero proteggere al meglio i propri azionisti e le società di investimento". Ma egoismo significa egoismo. I CEO e top manager non hanno visto la necessità di onorare i loro supposti obblighi verso gli azionisti, figurarsi il pubblico in generale.

 

Le conseguenze sociali

 

Le conseguenze politiche di decenni di neoliberalismo hanno portato alla privazione del diritto di voto, particolarmente durante il periodo dell'espansione (dagli anni '70 al 2008), come indicato dall'affluenza alle urne, stagnante o in declino, e dall'ascesa della cosiddetta offerta politica estremista all'indomani del collasso (dal 2009 ad oggi). Ma l'ideologia ha radici profonde nella classe dirigente. Così, persino dopo l'inevitabile crollo del 2008, sia la Banca Centrale Europea che la Banca d'Inghilterra hanno continuato col neoliberalismo imponendo l'austerità alle popolazioni d'Europa e del Regno Unito, rispettivamente.

 

In questo contesto, le istituzioni finanziare transnazionali e predatorie stanno guadagnando dal caos. Il crollo del gigante delle costruzioni Carillon ne è un esempio calzante. Alla società è stato permesso di fallire e del suo declino hanno approfittato diversi hedge fund, inclusi alcuni con sede negli Stati Uniti.

 

Le conseguenze del neoliberalismo per la società sono ancora più tragiche. La classe media americana è in declino dagli anni '70, poiché gli individui diventano o molto ricchi o molto poveri. Uno studio della Harvard Business Review ha notato che all'inizio degli anni '80, fino al 49% degli americani pensava che la qualità dei loro prodotti e dei loro servizi fosse diminuita negli ultimi anni. I suicidi maschili e femminili hanno continuato a crescere dalla metà degli anni '90. E uno studio recente suggerisce che l'aspettativa di vita sia scesa nei paesi ad alto reddito.

 

Nel Regno Unito, l'austerità voluta dai Tory ha creato più di centomila cadaveri in un periodo di 10 anni, secondo il BMJ [British Medical Journal, è considerata uno delle quattro riviste mediche generaliste più autorevoli al mondo, ndt]. Le popolazioni nei paesi più deboli hanno sofferto anche di più. Tra il 1990 e il 2005, i paesi sub-sahariani i cui governi hanno accettato i prestiti per gli aggiustamenti strutturali delle istituzioni neoliberali FMI e African Development Bank hanno sperimentato un incremento di 231 e 360 unità nella mortalità materna, rispettivamente. I paesi dell'America Latina che hanno provato soltanto una crescita del 1% della disoccupazione tra il 1981 e il 2010, hanno sperimentato "un deterioramento significativo delle condizioni sanitarie", secondo un altro rapporto del BMJ, incluso un aumento di 1,14 bambini morti ogni 1000 nascite. Tutto questo si traduce in milioni di morti.

 

Come ho documentato altrove, le società più vulnerabili, vale a dire le comunità indigene impegnate a mantenere i propri modi di vita tradizionali, si stanno letteralmente estinguendo, mentre la "civiltà" le invade.

 

Conclusioni

 

Se questo modello che dura da decenni continua ad essere imposto al mondo, specialmente nelle nazioni con grandi popolazioni come l'India e la Cina, che stanno sempre più adottando politiche neoliberali, la politica disgregante e le infrastrutture fatiscenti sembreranno un piccolo mal di testa, in particolar modo sullo sfondo di cambiamenti climatici e risorse in diminuzione. Se lo spostamento culturale a sfavore del neoliberalismo a cui stiamo assistendo oggi, che si esprime in tutto, dai movimenti sociali progressisti agli scioperi dei lavoratori, può sostenersi ed espandersi, potremmo semplicemente salvarci e piantare semi per un futuro più equo.

 

 

12/01/19

L’elemosina dei miliardari

 

Sempre più frequentemente si vedono dei CEO, sempre più ricchi, promettere di cedere parti del proprio patrimonio, spesso per aiutare a risolvere i problemi causati dalle loro stesse aziende. Alcuni lo chiamano "filantrocapitalismo", ma è solo ipocrisia? Un editoriale del Guardian cerca di dare una risposta, analizzando tutti gli aspetti e le conseguenze di questa presunta generosità, in realtà perfettamente allineata agli interessi dei più ricchi, in sostegno di un sistema truccato a loro favore.

 

 

di Carl Rhodes e Peter Bloom, 24 maggio 2018

 

 

Nel febbraio 2017, il fondatore e amministratore delegato di Facebook Mark Zuckerberg era su tutte le prime pagine per le sue attività di beneficenza. La Chan Zuckerberg Initiative, fondata dal miliardario della tecnologia e da sua moglie, Priscilla Chan, annunciava di voler elargire oltre tre milioni di dollari in aiuti per la crisi abitativa nella zona della Silicon Valley. David Plouffe, presidente per le strategie e la promozione dell'Iniziativa, ha dichiarato che questi aiuti erano destinati a "sostenere organizzazioni impegnate per aiutare le famiglie in urgente crisi, finanziando la ricerca di nuove idee per soluzioni a lungo termine - una strategia in due fasi che guiderà gran parte delle nostre strategie e azioni di promozione".

 

Questa è solo una piccola parte dell'impero filantropico di Zuckerberg. L'iniziativa destinava miliardi di dollari a progetti filantropici mirati ad alleviare problemi sociali, con particolare attenzione alle soluzioni trainate dalla scienza, dalla ricerca medica e dall'istruzione. Tutto era iniziato nel dicembre 2015, quando Zuckerberg e Chan avevano pubblicato una lettera scritta al loro ultimo figlio Max. Nella lettera si impegnavano nel corso della loro vita a destinare il 99% delle loro azioni di Facebook (che in quel momento ammontavano a 45 miliardi di dollari) alla "missione" di "far progredire il potenziale umano e promuovere l'uguaglianza".

 

L'iniziativa abitativa si teneva ovviamente molto più vicino a casa, poiché affrontava problemi che si manifestano letteralmente alle porte della sede centrale di Facebook a Menlo Park. In quest'area il prezzo medio di una casa era quasi raddoppiato nel quinquennio tra il 2012 e il 2017, raggiungendo circa i due milioni di dollari.

 

Più in generale, San Francisco è una città caratterizzata da enormi disuguaglianze di reddito e la reputazione di avere il mercato immobiliare più caro degli Stati Uniti. L'intervento della Chan Zuckerberg era chiaramente mirato a compensare i problemi sociali ed economici causati dagli affitti e dai prezzi delle case, saliti alle stelle, a un livello tale che persino dipendenti con stipendi a sei cifre hanno difficoltà ad arrivare a fine mese. Per chi ha un reddito più modesto, vivere decentemente, per non parlare di avere una famiglia, è quasi impossibile.

 

Ironia della sorte, proprio il boom del settore tecnologico in questa regione - un boom nel quale Facebook è in prima linea - è stato un importante catalizzatore della crisi. Come spiega Peter Cohen del Council of Community Housing Organizations: "A fronte di una tale concentrazione di ricchezza, il fiume di denaro che circola nel mercato immobiliare non è giustificato dallo sviluppo degli alloggi necessari a una popolazione in crescita. Si tratta semplicemente di speculazione edilizia."

 

A prima vista, l'apparente generosità di Zuckerberg è un piccolo tentativo di rimediare al disastro causato dal successo dell'industria nella quale opera. In un certo senso, le sovvenzioni abitative (pari mediamente al prezzo di un vano e mezzo a Menlo Park) cercano di mettere una toppa su un problema che Facebook e altre società della Bay Area hanno causato ed esacerbato. Sembrerebbe che Zuckerberg, in uno slancio di generosità, voglia investire una parte dei proventi del capitalismo tecnologico neoliberista per cercare di affrontare i problemi di polarizzazione della ricchezza creati dallo stesso sistema sociale ed economico che ha permesso a quei proventi di accumularsi.

 

È facile immaginare Zuckerberg come una specie di CEO-eroe - un ragazzotto il cui genio lo ha reso uno degli uomini più ricchi del mondo, e che ha deciso di usare quella ricchezza a beneficio degli altri. L'immagine che proietta è di altruismo non contaminato dall'interesse personale. Ma grattando appena la superficie si scopre che la struttura dell'opera di beneficenza di Zuckerberg è informata da ben altro che altruismo e buon cuore. Anche se molti hanno applaudito Zuckerberg per la sua generosità, la natura di questa apparente beneficenza è stata apertamente messa in discussione fin dall'inizio.

 

La lettera di Zuckerberg del 2015 potrebbe facilmente essere interpretata nel senso che l’intenzione fosse quella di destinare interamente i 45 miliardi di dollari in beneficenza. Ma come riportato dal giornalista investigativo Jesse Eisinger, l'iniziativa Chan Zuckerberg, tramite la quale questa donazione doveva essere gestita, non è una fondazione caritatevole senza fini di lucro, bensì una società a responsabilità limitata. Questo status giuridico ha implicazioni pratiche significative, soprattutto per gli aspetti fiscali. Come azienda, l'iniziativa può fare molte cose oltre ad attività di beneficenza: il suo status legale le conferisce il diritto di investire in altre società e di fare donazioni politiche. In effetti la società non limita affatto il potere decisionale di Zuckerberg su ciò che vuole fare con i suoi soldi; resta lui il capo. Inoltre, come spiega Eisinger, l’audace mossa di Zuckerberg ha prodotto un enorme ritorno sull'investimento in termini di pubbliche relazioni per Facebook, anche se in realtà si è trattato semplicemente di "spostare i soldi da una tasca all'altra" rendendo in questo modo "improbabile che alcuna imposta verrà mai pagata".

 

La creazione dell'iniziativa Chan Zuckerberg - che, decisamente, non è un'organizzazione benefica - significa che Zuckerberg è in grado di controllare gli investimenti della società come meglio crede, ottenendo significativi vantaggi commerciali, fiscali e politici. Tutto questo non esclude che le motivazioni di Zuckerberg possano includere un moto di generosità o un genuino desiderio di favorire il benessere e l'uguaglianza dell'umanità.

 

Ciò suggerisce, tuttavia, che quando si tratta di sborsare denaro, l'approccio del CEO è di non vedere alcuna incompatibilità tra altruismo, continuo controllo sui fondi elargiti e aspettativa di ottenere benefici in cambio. Questa riformulazione della generosità - non più considerata incompatibile con il controllo e il guadagno personale - è un segno distintivo della "società dei CEO": una società in cui i valori associati alla leadership aziendale sono applicati a tutte le dimensioni dell’agire umano.

 

Mark Zuckerberg non è affatto il primo CEO contemporaneo a promettere ed elargire donazioni su larga scala a buone cause prestabilite. Nella società dei CEO la creazione di strumenti per donare ricchezza è un distintivo d'onore per gli uomini d'affari più ricchi del mondo. È anche stato istituzionalizzato in quella che è nota come The Giving Pledge, una campagna filantropica avviata da Warren Buffett e Bill Gates nel 2010. La campagna si rivolge a miliardari in tutto il mondo, incoraggiandoli a cedere parte della loro ricchezza. L’impegno non specifica a cosa debbano servire esattamente le donazioni, o se debbano essere fatte subito o dopo la morte; è solo un impegno generale a usare la ricchezza privata per un apparente bene comune. Non è nemmeno giuridicamente vincolante, solo un impegno morale.

 

La lista dei nomi che hanno sottoscritto l'impegno è molto lunga. Ci sono Mark Zuckerberg e Priscilla Chan, insieme ad altri 174, inclusi nomi noti come Richard e Joan Branson, Michael Bloomberg, Barron Hilton e David Rockefeller. Sembrerebbe che molte delle persone più ricche del mondo non vedano l’ora di regalare i propri soldi a buone cause. È quella che i geografi umani Iain Hay e Samantha Muller chiamano con scetticismo "l'età dell'oro della filantropia”: dalla fine degli anni '90, l’ammontare dei lasciti in beneficenza dei super-ricchi ha raggiunto centinaia di miliardi di dollari. In un articolo del 2014, Hay and Muller sostengono che questi nuovi filantropi abbiano apportato alla beneficenza uno "spirito imprenditoriale”, suggerendo tuttavia che lo scopo ultimo sia "distogliere attenzione e risorse dai fallimenti delle manifestazioni contemporanee del capitalismo", e che potrebbero sostituirsi all’intervento pubblico che gli stati non sono più in grado di sostenere.

 

In sostanza, ciò a cui stiamo assistendo è il trasferimento di responsabilità dalle istituzioni democratiche ai ricchi per quanto riguarda beni e servizi pubblici, che verrebbero così amministrati dalla classe imprenditoriale. Nella società dei CEO l'esercizio delle responsabilità sociali non viene più discusso in termini di decidere se le corporazioni debbano o non debbano essere responsabili di aspetti che esulino dai propri interessi commerciali in senso stretto. La questione è piuttosto capire come la filantropia può essere utilizzata per rafforzare un sistema politico-economico che consenta a un numero così esiguo di persone di accumulare quantità di ricchezza oscene. L'investimento di Zuckerberg per risolvere la crisi abitativa della Bay Area è un esempio di questa tendenza generale.

 

Il finanziamento di progetti pubblici con la beneficenza di imprenditori miliardari fa parte di quello che è stato chiamato "filantrocapitalismo". Così si spiega l'apparente antinomia tra beneficenza (tradizionalmente focalizzata sul dare) e il capitalismo (basato sul perseguimento dell'interesse economico personale). Come spiega lo storico Mikkel Thorup, il filantrocapitalismo si fonda sull'affermazione che "i meccanismi capitalistici sono superiori a tutti gli altri (specialmente allo stato) quando si tratta non solo di creare progresso economico ma anche umano, e il mercato, o gli attori del mercato, sono o dovrebbero essere nella posizione migliore per costruire una buona società".

 

L'età d'oro della filantropia non riguarda solo i vantaggi cumulati dai singoli donatori. Più in generale, la filantropia serve a legittimare il capitalismo, nonché a estenderlo sempre di più a tutti i campi di attività sociale, culturale e politica.

 

Il filantrocapitalismo è molto più che un finto atto di generosità: mira anche ad instillare i valori neoliberisti personificati dai CEO miliardari che se ne fanno onere. La filantropia viene dunque riformulata negli stessi termini con cui un CEO considererebbe un'impresa commerciale. L'offerta di beneficenza si traduce in un modello di business che impiega soluzioni basate sul mercato, caratterizzate dall’efficienza e dalla quantificazione di costi e benefici.

 

Il filantrocapitalismo riprende l'applicazione del modus operandi e delle pratiche di gestione delle società commerciali, adattandole al campo sociale. L'attenzione è focalizzata su imprenditorialità, approcci basati sul mercato e indicatori del rendimento. Il processo è finanziato da imprenditori super-ricchi e gestito da personale con esperienza nel mondo degli affari. Il risultato, a livello pratico, è che la filantropia è intrapresa dai CEO in modo simile alla gestione di un’impresa.

 

Il questo contesto, le fondazioni di beneficenza negli ultimi anni hanno subito un mutamento. Come spiegato in un articolo di Garry Jenkins, professore di giurisprudenza all'Università del Minnesota, sono divenute "sempre più compartimentate, regolamentate, impostate su dati metrici e orientate al business nelle loro interazioni con gli enti pubblici, allo scopo di presentare il lavoro della fondazione come ‘strategico’ e ‘affidabile’".

 

Tutto ciò è ben lontano dal benevolo passaggio a un modo diverso e migliore di fare cose che afferma di essere - uno stile iper-capitalistico per "salvare il mondo attraverso il pensiero imprenditoriale e i metodi di mercato", nelle parole di Jenkins. Il rischio del filantrocapitalismo sta piuttosto nell’assorbimento delle opere sociali da parte degli interessi commerciali, tale che la generosità verso gli altri venga inglobata nel predominante dominio del modello capitalistico della società e delle sue istituzioni aziendali.

 

Il CEO moderno è in prima linea nella scena politica e dei media. Questo spesso porta i CEO a diventare personaggi famosi, ma nel contempo li espone al rischio di essere identificati come capri espiatori per tutte le ingiustizie economiche. Il ruolo pubblico assunto sempre più spesso dagli amministratori delegati è legato alla nuova impronta corporativa della loro più ampia responsabilità sociale. Le imprese devono ora bilanciare, almeno retoricamente, un duplice impegno tra profitti ed esiti sociali. Ciò si riflette nella promozione della "tripla linea di fondo", che nel reporting aziendale combina priorità sociali, finanziarie e ambientali.

 

Questa attenzione per le responsabilità sociali rappresenta un importante problema per i CEO. Sebbene le imprese possano essere disposte a sacrificare profitti a breve termine per tutelare la loro reputazione pubblica, raramente questa opzione è aperta agli stessi CEO, che vengono giudicati sulla base delle loro relazioni trimestrali e al modo in cui curano gli interessi fiscali dei loro azionisti. Quindi, se le strategie di responsabilità sociale sono pubblicamente celebrate, all’interno dei consigli direttivi è spesso tutta un’altra storia, soprattutto al momento di stilare il budget.

 

Vi è un ulteriore incentivo economico per i CEO nell’evitare di apportare modifiche fondamentali alle loro operazioni in nome della giustizia sociale, in quanto un'ampia porzione della loro remunerazione è spesso costituita da azioni e titoli della società. Adottare politiche di commercio eque e solidali e chiudere fabbriche che sfruttano la manodopera potrebbe essere un bene per il mondo, ma un potenziale disastro per il successo finanziario immediato dell'impresa. Ciò che è eticamente utile per gli elettori e i consumatori non è necessariamente un beneficio concreto per le aziende, né è vantaggioso per i loro dirigenti.

 

Molte aziende hanno cercato di risolvere questa contraddizione con una filantropia di alto profilo. Pratiche di sfruttamento del lavoro o cattive prassi aziendali passano inosservate quando le aziende pubblicizzano i loro contributi, peraltro fiscalmente convenienti, dati a buone cause. Questi contributi possono essere un prezzo relativamente basso da pagare rispetto a uno stravolgimento delle loro prassi operative. Allo stesso modo, elargire beneficenza è una grande opportunità per i CEO di far la figura dei benefattori, senza dover sacrificare il loro impegno a fare profitto a qualsiasi costo sociale. L'attività di beneficenza consente ai CEO di essere filantropi anziché economicamente progressisti o politicamente democratici.

 

In alcuni casi entrano in gioco anche considerazioni finanziarie ancora più dirette. La beneficenza può spesso rappresentare un vantaggio assoluto per l'accumulazione di capitale: la filantropia corporativa ha dimostrato di avere un effetto positivo sulle percezioni degli analisti del mercato azionario. A livello personale, i CEO possono trarre vantaggio dal dare risalto alla loro carità individuale per distrarre l’attenzione da altre attività meno edificanti; in quanto dirigenti, possono incassare i guadagni in conto capitale dovuti all'introduzione di strategie di beneficenza di alto profilo.

 

La nozione stessa di responsabilità sociale delle imprese, o RSI, è stata criticata perché fornisce alle società una copertura morale a un modo di agire alquanto utilitarista e socialmente dannoso. Ma nell'era attuale la responsabilità sociale, quando rappresentata come tratto caratteriale individuale dei dirigenti, ha permesso alle aziende di essere gestite in modo più irresponsabile che mai. Lo stesso coinvolgimento pubblico del CEO nel filantrocapitalismo può essere inteso come una componente chiave di questa gestione della reputazione. Fa parte del marketing dell'azienda stessa, poiché le buone azioni dei suoi leader tendono a proiettarsi sulla magnanimità complessiva dell'azienda.

 

Ironicamente, il filantrocapitalismo conferisce anche alle imprese il diritto morale, almeno nell’ambito della coscienza pubblica, di essere socialmente irresponsabili. La celebrazione della generosità personale degli amministratori delegati può conferire un diritto implicito alle loro società di agire spietatamente e con poca considerazione per gli effetti sociali più ampi delle loro attività. Ciò riflette una tensione produttiva nel cuore della moderna RSI: più moralmente lodevole è il comportamento del CEO, più spazio, in teoria, l’azienda ha a disposizione per agire in modo immorale.

 

L'ipocrisia evidenziata dai CEO che spacciano le loro attività come responsabilità sociale e beneficenza espone anche il sottostante spirito autoritario prevalente nella società dei CEO. Il filantrocapitalismo viene comunemente presentato come componente della giustizia sociale di un mercato libero globale altrimenti amorale. Ma, nella migliore delle ipotesi, non è che una sorta di tassa volontaria dell'1% pagata per giustificare la loro responsabilità nella creazione di un mondo economicamente depresso e ingiusto. Più precipuamente, questa cultura del "dare" contribuisce anche a promuovere e diffondere un tipo di sviluppo economico distintamente autoritario, che rispecchia lo stile di leadership autocratico degli uomini che lo finanziano.

 

La commercializzazione della solidarietà globale ha pericolose implicazioni che trascendono la sfera economica. Ne deriva anche un preoccupante retaggio politico, in cui la democrazia viene sacrificata sull'altare di un fantomatico “empowerment” in stile esecutivo. Politicamente, il libero mercato è considerato un requisito fondamentale per la democrazia liberale. Tuttavia, analisi recenti rivelano una connessione più profonda tra processi di commercializzazione e autoritarismo. In particolare, è necessario un governo forte per attuare mutazioni di mercato spesso impopolari. L'immagine del potente autocrate è, in questo contesto, trasformata in una figura potenzialmente positiva, un leader politico lungimirante che può guidare il proprio paese sul giusto sentiero del mercato a fronte di un'opposizione "irrazionale". La beneficenza diventa un canale a disposizione dei CEO per finanziare questo dispotismo "illuminato".

 

Il recente sviluppo del filantrocapitalismo segna anche la crescente invasione delle imprese nella fornitura di beni e servizi pubblici. Questa intromissione non è limitata alle attività dei singoli miliardari; sta anche diventando una parte delle attività di grandi aziende sotto l’egida della RSI. Ciò è particolarmente vero per le grandi multinazionali la cui portata globale, ricchezza e potere danno loro un peso politico significativo. Tale relazione viene definita come "RSI politica". I professori di etica imprenditoriale Andreas Scherer e Guido Palazzo hanno evidenziato come, per le grandi aziende, "la RSI è sempre visibile nel coinvolgimento delle imprese nei processi politici di risoluzione dei problemi della società, spesso su scala globale". Tali iniziative di RSI politica vedono le organizzazioni cooperare a fianco di governi, enti pubblici e istituzioni internazionali, di modo che la separazione storica tra i compiti dello stato e delle aziende viene sempre più erosa.

 

Le multinazionali sono state a lungo coinvolte in attività semigovernative come la definizione di standard e codici, e oggi sono sempre più coinvolte in altre attività tradizionalmente di dominio governativo, come la fornitura di servizi di sanità pubblica, l'istruzione, la protezione dei diritti umani, problemi sociali come l'AIDS e la malnutrizione, la protezione dell'ambiente e la promozione della pace e della stabilità sociale.

 

Attualmente le grandi organizzazioni possono accumulare un significativo potere economico e politico su scala globale. Ciò significa che le loro attività - e il modo in cui queste sono regolate - hanno conseguenze sociali di vasta portata. I rapporti di forza si sono invertiti nel 2000, quando l'Institute for Policy Studies negli Stati Uniti riportò, dopo aver confrontato le entrate aziendali con il prodotto interno lordo (PIL), che 51 tra le più grandi economie del mondo erano aziende e 49 erano economie nazionali. Le più grandi società erano General Motors, Walmart e Ford, ciascuna delle quali era economicamente più grande di Polonia, Norvegia e Sud Africa. In quanto capi di queste società, i CEO sono ormai praticamente paragonabili a dei capi di stato. Basti pensare al crescente potere del World Economic Forum, il cui incontro annuale a Davos in Svizzera vede gli amministratori delegati e gli alti dirigenti politici riunirsi con l'obiettivo apparente di "migliorare il mondo", un rituale ormai consacrato che simboleggia il potere globale e l’influenza dei CEO.

 

Lo sviluppo della RSI non è il risultato di iniziative aziendali autonome per fare buone azioni, ma una risposta al diffuso attivismo in merito alla RSI da parte di ONG, gruppi di pressione e sindacati. Spesso questo nasce in risposta al fallimento dei governi di regolamentare le grandi aziende. Incidenti industriali e scandali di alto profilo hanno contribuito a mettere sotto pressione le organizzazioni verso una maggiore autoregolamentazione.

 

Nel 1984, l'esplosione in uno stabilimento chimico della Union Carbide a Bhopal, in India, provocò la morte di circa 25.000 persone. James Post, professore di management alla Boston University, spiega che, dopo il disastro, "l'industria chimica globale si rese conto che era quasi impossibile ottenere una licenza per operare senza la fiducia del pubblico negli standard di sicurezza del settore. La Chemical Manufacturers Association (CMA) adottò un codice di condotta che include nuovi standard di gestione del prodotto, divulgazione e coinvolgimento della comunità."

 

L'impulso in questo caso era il profitto aziendale, piuttosto che la generosità, poiché le industrie e le società a livello mondiale "cominciarono a riconoscere la crescente importanza della reputazione e dell'immagine". Simili iniziative sono state prese dopo altri importanti incidenti industriali, come la fuoriuscita di centinaia di migliaia di barili di petrolio dalla petroliera Exxon Valdez in Alaska nel 1989 e l’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della BP nel Golfo del Messico nel 2010.

 

Un altro caso importante è stato il coinvolgimento delle aziende di abbigliamento Gap e Nike in uno scandalo sul lavoro minorile dopo la trasmissione di un documentario nella trasmissione Panorama della BBC nell'ottobre 2000. Le fabbriche tessili di Gap e Nike in Cambogia operavano in condizioni di lavoro terribili, dove bambini di 12 anni lavoravano sette giorni su sette, costretti a fare gli straordinari e a subire abusi fisici ed emotivi da parte del management. La protesta pubblica che ne è scaturita chiedeva a Gap e Nike, e altre aziende simili, di assumersi maggiori responsabilità per gli impatti sociali umani negativi delle loro pratiche commerciali.

 

La RSI è stata introdotta per ridurre gli effetti negativi sui profitti delle imprese. Nel tempo si è però trasformata in un modo per aumentare ulteriormente quei profitti, mentre in apparenza sostiene di fare gli interessi degli altri. Davanti alla minaccia di uno scandalo aziendale, la RSI è considerata una maniera di ripulire la reputazione aziendale e allontanare la minaccia di una regolamentazione governativa. Ancora una volta si vede come le multinazionali si impegnano in pratiche apparentemente responsabili per rafforzare il loro potere politico e indebolire il potere degli stati nazionali sulle loro stesse attività.

 

L'idea che le organizzazioni adottino la RSI allo scopo di sviluppare o difendere la propria reputazione aziendale ne ha messo sotto esame le basi etiche. Si è diffusa la convinzione che, piuttosto che usare la RSI come mezzo per "comportarsi eticamente", le aziende la adottino semplicemente per "apparire etiche", evitando di mettere in alcun modo in discussione la loro posizione etica o politica di base. Anche la Enron, prima del suo leggendario scandalo di frodi e il fallimento nel 2001, era famosa per professare la sua responsabilità sociale.

 

La generosità del CEO è sempre di proporzioni epiche - o almeno così viene descritta. In effetti, a livello individuale è difficile trovare da ridire su ricchi personaggi che distribuiscono buona parte della loro ricchezza a cause caritatevoli o sulle aziende che sostengono programmi socialmente responsabili. Ma in senso più lato ciò che la RSI e il filantrocapitalismo ottengono è la giustificazione sociale dell'estrema disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, piuttosto che qualsiasi tipo di antidoto ad essa. È infatti indubbio che, nonostante l'apparente proliferazione della generosità auspicata dal filantrocapitalismo, la cosiddetta età d'oro della filantropia è anche un'età dove la diseguaglianza è in espansione.

 

Questo è chiaramente indicato nel rapporto di Oxfam del 2017 intitolato An Economy for the 99%. Ne emergono l'ingiustizia e l'insostenibilità di un mondo che soffre di livelli crescenti di disuguaglianza: dall'inizio degli anni '90, il primo 1% delle persone ricche del mondo ha guadagnato più reddito dell'intero 50% inferiore. Quali sono le cause? Il rapporto di Oxfam attribuisce fermamente la responsabilità alle grandi corporazioni e alle economie di mercato globali in cui queste operano. Le statistiche sono allarmanti: le dieci maggiori società del mondo hanno redditi che superano i Pil totali complessivi delle 180 nazioni più povere. In questo contesto, gesti di responsabilità sociale delle imprese non fanno davvero alcuna differenza. Il rapporto afferma: "Quando le grandi aziende lavorano sempre più per i ricchi, i benefici della crescita economica sono negati a coloro che ne hanno più bisogno. Nel perseguire alti rendimenti per coloro che sono al vertice, le aziende sono spinte a spremere i loro lavoratori e produttori sempre più duramente - e a evitare di pagare tasse che andrebbero a beneficio di tutti, e in particolare degli strati più poveri".

 

Né la filantropia dei super-ricchi né i programmi aziendali socialmente diretti hanno alcun effetto reale nel contrastare questa tendenza, così come la beneficenza di tre milioni di dollari di Zuckerberg avrà un effetto trascurabile sulla crisi immobiliare di San Francisco. Al contrario, le grandi fortune nelle mani di pochi, acquisite per eredità, grazie al commercio o con il crimine, continuano a crescere a spese dei poveri.

 

In ultima analisi, al centro del filantrocapitalismo vi è il capitalismo, e l’azienda che è al centro della beneficenza aziendale, e anche le iniziative che nascono con buone intenzioni servono a giustificare un sistema truccato a favore dei ricchi.

 

Ciò che caratterizza questo nuovo approccio non è che i ricchi si dedichino a fare l’elemosina, ma, come spiega la sociologa Linsey McGoey, che ciò implichi "un'apertura che distrugge deliberatamente la distinzione tra interessi pubblici e privati, per giustificare livelli sempre più concentrati di guadagno privato".

 

Nella società dei CEO, questo tipo di logica aziendale regna sovrana e garantisce che qualsiasi attività considerata generosa e socialmente responsabile alla fine abbia un risultato in termini di guadagno personale. Se mai c'è stato un dibattito etico tra genuina compassione, reciprocità e interesse personale, non lo si troverà qui. È in accordo con questa logica aziendale che i meccanismi di correzione della disuguaglianza creati attraverso la generazione di ricchezza siano posti nelle mani dei ricchi e con modalità che finiscono per avvantaggiarli. I peggiori eccessi del capitalismo neoliberista sono moralmente giustificati dalle azioni delle stesse persone che beneficiano di quegli eccessi. La redistribuzione della ricchezza è affidata ai più ricchi, e la responsabilità sociale è nelle mani di coloro che hanno sfruttato la società per guadagno personale.

 

Nel frattempo, la disuguaglianza aumenta e sia le grosse aziende sia i ricchi trovano modi per evitare le tasse che il resto di noi paga. Nel nome della generosità, troviamo una nuova forma di governo corporativo, che plasma un altro aspetto dell’agire umano nel proprio interesse. Questa è una società in cui ai CEO non basta più fare affari; devono controllare anche i servizi pubblici. Mentre il sito Web di Giving Pledge mostra sempre più volti sorridenti e compiaciuti di miliardari, la realtà è quella di un mondo caratterizzato da gravi disuguaglianze, che peggiorano di anno in anno.

10/01/19

Bloomberg - I sindacati hanno fatto grandi cose per la classe lavoratrice

Un articolo su Bloomberg scopre - e documenta autorevolmente - qualcosa di non nuovo, ma troppe volte dimenticato: che i sindacati effettivamente hanno avuto un ruolo fondamentale nel rendere migliori i salari della classe lavoratrice e che rafforzarli potrebbe essere l'unica via per contrastare la crescita fuori controllo delle disuguaglianze. Come suggerisce l'autore agli alfieri del libero mercato, è bene che questi ultimi ripensino alle proprie posizioni sul tema, anche solo per impedire che i lavoratori sfruttati e sottopagati organizzino un'altra rivoluzione d'ottobre.

 

 

Di Noah Smith, 13 giugno 2018

 

 

Rinforzare [i sindacati] potrebbe attenuare le disuguaglianze e la stagnazione dei salari.

 

Dal punto di vista politico ed economico, i sindacati sono una strana bestia. Non fanno parte dell'apparato dello Stato, ma dipendono in modo cruciale dal sostegno statale per esercitare il loro potere. Sono implicati nella conduzione delle aziende, ma spesso hanno rapporti conflittuali con la loro direzione. Storicamente, i sindacati sono stati una causa importante della conquista da parte della classe lavoratrice di molte delle protezioni e dei diritti di cui gode ora, ma spesso hanno lasciato la classe operaia frammentata e divisa tra aziende diverse, tra lavoratori sindacalizzati e non sindacalizzati, e perfino tra diversi gruppi etnici.

 

Anche gli economisti sono stati a lungo incerti nel formulare un giudizio sui sindacati. Non si adattano facilmente al paradigma standard della teoria economica moderna, in cui individui e società atomizzate rispettano regole supervisionate da un governo onnipotente. Alcuni economisti vedono i sindacati come un cartello, che protegge gli iscritti a spese degli altri. Secondo questa teoria, i sindacati fanno aumentare i salari, ma anche la disoccupazione. Questa è la visione dei sindacati insegnata in molti corsi introduttivi e libri di testo.

 

Se questo fosse davvero ciò che hanno fatto i sindacati, potrebbe essere semplicemente il caso di lasciarli scivolare nel dimenticatoio, come è successo per i sindacati del settore privato negli Stati Uniti:

 

È passato molto tempo da quando l'Unione ci ha resi forti




Quota di forza lavoro iscritta ai sindacati nel settore privato
Fonte: Barry T. Hirsch e David A. Macpherson tramite Unionstat.com

 

Ma ci sono molte ragioni per ritenere che questa teoria sui sindacati non sia giusta - o, almeno, sia lamentevolmente incompleta.

 

Innanzitutto, già negli anni '70 alcuni economisti si sono resi conto che i sindacati fanno molto di più che spingere verso l'alto gli stipendi. In un articolo del 1979 intitolato "The Two Faces of Unionism" [Le due facce del sindacalismo, ndt], gli economisti Richard Freeman e James Medoff sostenevano che "offrendo ai lavoratori una voce sia sul posto di lavoro che nell'arena politica, i sindacati possono influenzare positivamente il funzionamento dei sistemi economici e sociali".

 

Freeman e Medoff citano dati che dimostrano che i sindacati hanno ridotto il turnover, il che fa diminuire i costi associati al continuo trovare e formare nuovi lavoratori. Dimostrano anche che i sindacati impegnati nell'attività politica hanno procurato benefici alla classe lavoratrice tutta, piuttosto che ai soli membri del sindacato. E hanno mostrato che contrariamente alla convinzione diffusa, i sindacati hanno effettivamente ridotto le disparità retributive legate alla razza. Infine, Freeman e Medoff sostengono che, definendo standard di retribuzione all'interno delle industrie, i sindacati in realtà riducevano la disuguaglianza salariale complessiva, nonostante l'effetto cartello messo in evidenza nei libri di testo economici.

 

Ma il mondo non ha ascoltato Freeman e Medoff, e i sindacati del settore privato sono diminuiti, fino a diventare quasi insignificanti. Ora, dopo quarant'anni, gli economisti iniziano a sospettare che i sindacati siano un affare migliore di quello che i libri di testo raccontano.

 

Un recente articolo degli economisti Henry Farber, Daniel Herbst, Ilyana Kuziemko e Suresh Naidu conclude che i sindacati sono stati una forza importante nella riduzione della disuguaglianza negli Stati Uniti.

 

Poiché i dati sul passato tendono a essere frammentari, Farber e i suoi coautori hanno messo insieme un numero enorme di fonti diverse per ottenere un quadro dettagliato dei tassi di sindacalizzazione a partire dal 1936, l'anno dopo quello in cui il Congresso approvò la legge che consentiva ai dipendenti del settore privato di formare sindacati. Gli autori dimostrano che con l'aumentare della sindacalizzazione la disuguaglianza tende a diminuire e viceversa. E questo effetto non è legato alle maggiori competenze e istruzione dei lavoratori sindacalizzati; anzi, nel periodo tra il 1940 e il 1970, quando la sindacalizzazione salì e la disuguaglianza diminuì, i lavoratori iscritti ai sindacati tendevano a essere meno istruiti degli altri. In altre parole, i sindacati hanno rialzato gli operai che si trovavano al livello più basso della distribuzione. I lavoratori neri e altri lavoratori non bianchi sono quelli che tendenzialmente hanno tratto il massimo beneficio dall'impulso avuto dal sindacato.

 

In ogni caso oggi i sindacati del settore privato sono per lo più una memoria sbiadita e il loro potere di aumentare i salari si è ridotto - Farber e coautori hanno verificato che, sebbene ci sia ancora un vantaggio nei salari dei lavoratori sindacalizzati, ora è molto più dovuto al fatto che i lavoratori più qualificati sono quelli che tendono a restare sindacalizzati.

 

Un articolo del 2004 degli economisti John DiNardo e David Lee ha rilevato che tra il 1984 e il 1999 i sindacati avevano perso gran parte della loro capacità di far aumentare i salari.

 

Considerato il contrasto tra l'età d'oro del 1940-1970 e l'attuale epoca della crescente disuguaglianza, non avrebbe senso rianimare i sindacati? Forse. La domanda chiave è: perché i sindacati del settore privato si sono per lo più estinti? Cambiamenti politici: le leggi sul diritto al lavoro e la nomina di legislatori antisindacali hanno probabilmente svolto un ruolo chiave nel ridurre la sindacalizzazione. Ma anche la globalizzazione potrebbe aver giocato un ruolo importante. La concorrenza di aziende in paesi come la Germania - dove i sindacati spesso contrattano salari tenuti bassi  per aumentare la competitività delle loro imprese - potrebbe avere reso insostenibile il vecchio modello americano di sindacalizzazione. Ora, con una concorrenza ancora più dura da parte della Cina, la sfida di ri-sindacalizzare gli Stati Uniti potrebbe essere insormontabile.

 

Ma potrebbe valere la pena provarci. Oltre a una massiccia ridistribuzione di reddito e ricchezza da parte del governo, non c'è davvero nessun altro sistema in vista per affrontare l'aumento della disuguaglianza del Paese. Inoltre, c'è la possibilità che i sindacati possano essere un rimedio efficace per il problema dell'aumento del potere di mercato delle aziende - le evidenze suggeriscono che quando i tassi di sindacalizzazione sono alti, la concentrazione delle industrie è meno efficace nel tenere schiacciati i salari. Abrogare le leggi sul diritto al lavoro e nominare più legislatori pro-sindacati potrebbe essere proprio la medicina di cui l'economia ha bisogno.

 

In conclusione, i sostenitori del libero mercato dovrebbero rivedere la loro antipatia per i sindacati. Mentre il socialismo guadagna sostegno tra i giovani, sia gli economisti sia gli opinionisti che sostengono il libero mercato dovrebbero prendere in considerazione la possibilità che i sindacati - questo strano ibrido di contrattazione sul libero mercato e supporto governativo - fossero il vaccino che ha permesso agli Stati Uniti e alle altre nazioni ricche di sfuggire ai disastri del comunismo nel ventesimo secolo.

 

Sembra che sia arrivato il momento di rilanciarli.